Lo smart working piace ma ormai è fuorimoda

La Bce tenta una ricognizione, inevitabilmente provvisoria, dell’andamento dello smart working nel mercato del lavoro europeo, ma il risultato è a dir poco controverso. Sembra evidente che molti lavoratori, specie quelli che impiegano più di un’ora per arrivare sul luogo di lavoro, vorrebbero lavorare sempre più da remoto, ma non è chiaro cosa ne pensino i datori di lavoro, visto che l’analisi proposte nell’ultimo bollettino della banca centrale ne fa solo una menzione indiretta, riferita alla percezione che hanno i dipendenti dell’orientamento dei loro datori. Un esercizio quantomeno avventuroso.

Rimane il fatto che “sembra tuttavia probabile che la domanda di lavoro da remoto resterà notevolmente più
elevata rispetto a prima dell’inizio della pandemia”, scrivono gli economisti della banca. Dal canto loro i lavoratori “esprimono un’elevata preferenza per il lavoro da casa e per molti di loro l’opzione preferita sembra essere quella di un modello ibrido che offra da due a quattro giorni a settimana di lavoro a distanza”. Ma come tutto questo si debba tramutare nella rivoluzione delle nostre consuetudini, pensiero di gran moda durante i vari lockdown, è davvero difficile comprenderlo.

La sensazione, che i dati si incaricheranno di smentire o confermare, è che si stia andando verso un modello di organizzazione del lavoro sostanzialmente simile al passato, con l’aggiunta di alcuni gradi di libertà, nel senso del lavoro da remoto, dei quali fruiranno solo alcune di categorie di lavoratori e in misura moderata.

Le imprese hanno sicuramente capito che risparmiano molto, facendo lavorare da casa, e dal canto loro i dipendenti hanno scoperto alcuni grandi vantaggi. Ma i problemi di contorno non sono banali. C’è un tema di economia di territorio, da non sottovalutare, che gode delle rendite prodotte dalla congestione verso le zone dove si concentrano le attività direzionali. Il tutto lascia ipotizzare che non toneremo indietro, sullo sviluppo dello smart working. Ma neanche andremo troppo avanti.

Cartolina. Reshoring? Ma anche no

Siccome tutti dicono che la globalizzazione è ormai alle ultime battute (le famose comiche finali) vale la pena osservare, come fa la Bce nel suo ultimo bollettino, che da quando i costi dell’energia sono aumentati, le imprese europee hanno iniziato a comprare all’estero i beni intermedi energivori nel tentativo di ammortizzare la propria bolletta. I profeti del reshoring, che allignano in ogni dove in tutta Europa e nel resto del mondo, dovrebbero pensarci. Internalizzare le produzioni, moderna panacea di ogni male, si può fare a patto di ricordare che questo implica consumare più energia. I governi magari se lo dimenticano. Le imprese ovviamente no.

Cartolina. I primi debitori della classe

Se nulla cambia, e pure se cambierà sarà per cambiar nulla come insegnano i poeti, fra un decennio saremo i primi debitori della classe nella nostra cara – ormai carissima – vecchia – ormai vecchissima – Europa. Ci aspetta un decennio di defatiganti chiacchiere, questo sì. Gli ormai canonici fiumi di parole, che verranno spese per ricordarci quello che dovremmo fare e regolarmente non facciamo. Le articolesse, i talk show e ormai pure i festival canori, ormai maestri di vita. Sicché ci troveremo qui fra dieci anni, probabilmente ancora più cari e sicuramente assai più vecchi, ad osservare stupiti che i nostri debiti pubblici sono in cima alla classifica europea. Ovviamente ci stracceremo le vesti. Ma poi ne compreremo di nuove. Magari con un sussidio.

L’inflazione “fiscale” degli eurogoverni

Fare la cosa giusta nel momento sbagliato, o quella sbagliata nel momento giusto: non fa poi tanta differenza. Ciò che rileva, e che viene debitamente sottolineato nel recente quarterly report della Commissione Ue sull’Eurozona, è che i governi dell’area nell’ultimo ventennio (almeno) hanno fatto politiche fiscali espansive quando i tempi erano buoni, anziché mettere il fieno in cascina, e hanno stretto i cordoni quando le cose si sono volte al peggio. Comportamenti pro-ciclici, dicono gli economisti. La classica pioggia sul bagnato della sapienza popolare.

Questa attitudine, che sconta una capacità ancora poco avveduta di gestire il bilancio pubblico, figlia di un’evoluzione politica ancora poco matura (se ne parla in questo libro, magari date un’occhiata), è all’origine di molti dei nostri problemi, a cominciare dall’elevato livello del debito pubblico (anche privato, ma questa è un’altra storia) e a finire dall’inflazione di oggi, che deve molto alle politiche fiscali di molti governi, non solo europei. Di europeo abbiamo un set di regole, il famoso patto di stabilità adesso in discussione, che obbliga i paesi con debito eccessivo a stringere la cinghia mentre non richiede alcuna azione a quelli con surplus eccessivi. Un framework alquanto asimmetrico che ha alimentato interminabili discussioni.

Ma a prescindere dalle cause, che sono sempre motivo di polemiche piuttosto che di ragionamenti, sono gli esiti che meritano di essere osservati. Ecco come la racconta la Commissione: “La politica fiscale nell’UE è rimasta ampiamente pro-ciclica durante tutto il ciclo economico, contribuendo così alla persistente crescita dell’inflazione e senza perseguire la priorità europea di generare una tendenza sostenuta di crescita degli investimenti”. La botte vuota e la moglie assetata, in pratica. E non sembra che abbiamo ancora capito la lezione.

Il mercato del lavoro non dà segni di peggioramento

Gli ultimi dati Ocse sulla disoccupazione confermano che i mercati del lavoro sono in buona salute un po’ ovunque, anzi: persino “tirati”. Il tasso nell’area è rimasto inchiodato al 4,9% a dicembre 2022, “il sesto mese consecutivo a questo livello, al record più basso dall’inizio della serie nel 2001”.

Il numero di senza lavoro nell’area è sceso a 33,9 milioni, nel 2022, “il livello annuale più basso dall’inizio della serie”, sottolinea inoltre l’organizzazione parigina. Una buona notizia che però dobbiamo leggere ricordando che il tasso di disoccupazione misura il rapporto fra le persone in cerca di lavoro e il totale della forza lavoro (ossia occupati più disoccupati). Quindi il dato di per sé non ci dice nulla sui tassi di attività.

A parte questo dettaglio non da poco, i tassi di disoccupazione sono scesi un po’ ovunque e in alcuni paesi, come Germania e Stati Uniti sono ai minimi, mostrando un marcato miglioramento anche fra donne e giovani, nel confronto fra il 2022 e il 2021.

Tutto ciò conferma che i timori di un rallentamento dell’economia sono vagamente esagerati, mentre quelli di una tensione inflazionistica che rimane minacciosa no. Un mercato del lavoro “tirato” è un ottimo acceleratore delle tensioni inflazionistiche. E pure se ancora i meccanismi istituzionali, specie in Europa, hanno frenato le rincorse salariali, non è affatto detto che la “molla” delle tensioni accumulate sul fronte delle retribuzioni, che hanno perso molti punti di valore in termini reali, non finisca con lo scaricarsi sui prezzi.

Il dato recente dell’inflazione Usa, scesa meno del previsto, rende questo scenario più probabile. E ciò implica che le banche centrali non potranno che tenerne conto. Il costo del denaro ne risentirà, con molta probabilità. Però finora il mercato non sembra averne sofferto troppo. Forse perché l’economia è più solida di quello che si pensava. Persino troppo.

Cartolina. L’altra globalizzazione

Gli osservatori ci dicono che la quota del commercio internazionale sul Pil mondiale ha probabilmente raggiunto il suo picco. Il quarantennio iniziato alla metà degli anni ’80, quando questo quota è quasi raddoppiata, ha trovato la sua resistenza dopo la crisi iniziata col nuovo secolo, quando insieme ai disordini finanziari sono cresciute le restrizioni dei governi che a vario titolo rendono gli scambi complicati. Gli stati hanno segato il ramo che sosteneva la loro prosperità con l’argomento che serviva a difenderla, con ciò confermando che purtroppo la storia è un’ottima maestra di vita che però nessuno ascolta. Il commercio ne ha risentito, e sarebbe strano il contrario. E anche oggi le prospettive non sono molto diverse. Il protezionismo rimane una seduzione irresistibile. E siamo arrivati al picco. La quota degli scambi globali sul pil diminuisce, dicono gli osservatori. E poiché questa viene considerata una misura della globalizzazione, ecco che vengono fuori le espressioni che abbiamo visto sui giornali: deglobalizzazione, reglobalizzazione, nearshoring ed altre amenità. In questo festival che scambia il dito con la direzione, si dimentica di osservare che non siamo mai stati così integrati. E’ sufficiente che accendiate il vostro smartphone per averne contezza. Il fatto che la globalizzazione del commercio stagni, non vuol dire che sia finita la globalizzazione. Vuol dire che ne è cominciata un’altra. Solo che ancora non la comprendiamo.

La storia della ricchezza non è stata mai scritta. Adesso sì

Oggi, e mi scuserete, scrivo per fatto personale. E’ un caso più unico che raro, quindi eccezionale, ma in fondo lo è anche l’occasione. E’ in uscita infatti un nuovo libro. Di per sé questa è una cosa assai comune: ne pubblicano a decine ogni giorno. Ma questo libro ha di unico il fatto che sulla copertina porta il mio nome.

Di per sé non è una notizia rilevante. Chi segue questo blog sa bene quanto poco tenga in considerazione la mia persona, giudicando assai più interessanti le cose del mondo. E’ rilevante invece, e questo riguarda anche il discorso che abbiamo iniziato qui oltre dieci anni fa, che il libro si intitoli “Storia della ricchezza”. In sostanza, è l’alter ego di questo blog, e quindi in molti sensi lo completa. Perciò il libro riguarda anche voi, i tanti che in questi anni hanno seguito le peripezie del debito scorrendo le righe di TheWalkingDebt.

In questi dieci anni ci siamo occupati di raccontare come le nostre società, e non da oggi, convivano con un livello crescente di debiti. Ma abbiamo scritto e analizzato poco del significato della controparte del debito crescente: il credito. E cos’è il credito se non la ricchezza di alcuni a fronte dei debiti di altri?

Perciò il libro. Che naviga spericolatamente lungo migliaia di anni di storia provando anche a delineare un nuovo modo di fare storia. Un nuovo modo di raccontare. Per illustrare come il lato luminoso del debito, ossia il credito e quindi la ricchezza, sia stato l’esito di una straordinaria avventura sociale, intellettuale e soprattutto rivoluzionaria, che ci ha condotto all’età dell’abbondanza dove alcune società oggi hanno la fortuna di abitare.

Si deve al coraggio e alla fantasia di un editore molto curioso e intelligente – Diarkos – che questo libro adesso arrivi in libreria. E toccherà a voi, i lettori, decidere se il patrimonio culturale racchiuso in questo libro, al quale ho prestato il mio nome senza essere nulla più di un nano sulle spalle di giganti, sarà qualcosa di più di un titolo su un blog.

Di regola dovrei concludere questa breve prolusione con l’invito all’acquisto – comprate il libro perché l’editore merita il suo profitto per aver investito in un progetto così ambizioso – ma non basta. Voglio regalarvi un breve assaggio.

Anche questo è nello spirito di questo blog, dove nulla mai è stato venduto e tutto è stato sempre regalato. Perché non il denaro, ma il tempo è stata la vera moneta che ha arricchito questi dieci anni insieme, dove abbiamo scambiato tempo senza altro interesse che beneficiarci vicendevolmente.

Questo è ciò che serve per far transitare la nostra società dell’abbondanza nella società del benessere che il futuro (forse) ci riserverà se saremo capaci di comprendere, e anche a questo vuole contribuire il libro, cosa abbiamo conquistato fino ad oggi. Ma questa è un’altra storia. Magari buona per il prossimo libro.

Intanto, buona lettura. E buona fortuna.

FOREWORD – La Storia della ricchezza –

Questo è un libro di storia. Quindi parla del presente, mentre prova a immaginare un futuro.
Dal presente prende a pretesto un’ossessione: quella per il debito. Da questa ossessione sviluppa un’indagine, che comincia osservando come di rado chi discorra di debito concentri uguale attenzione sulla sua controparte naturale, ossia il credito.
Verità elementare: non può esistere un debitore senza un creditore. Corollario: un debitore è quasi sempre anche creditore di qualcun altro. Questa verità elementare bisogna leggerla assieme a una verità di fatto: i nostri debiti hanno raggiunto un massimo storico. Quindi lo stesso vale per i crediti.
Si fatica a comprendere il significato di queste ovvietà, che tuttavia è trasparente: il debito racconta la storia della miseria, così come il credito racconta quella della ricchezza. L’attenzione sui debiti piuttosto che sui crediti è una delle conseguenze dei nostri sentimenti ambivalenti nei confronti della ricchezza, alla quale si riservano desideri in privato e pudori pubblici. Certo non una storia.
Questo implica un errore di prospettiva. Non riusciamo a vedere che la ricchezza è una delle manifestazioni della rivoluzione che ci ha condotto dal governo di pochi a quello di molti. Anzi: la ricchezza stessa è l’esito di questa rivoluzione. Una rivoluzione permanente.
L’aumento della ricchezza, infatti, si è accompagnato al graduale passaggio dalla tirannide alla democrazia. Alcune società hanno imparato a governare tramite la ricchezza. Perciò chi governa creando miseria – ossia i tiranni – le trova intollerabili e lavora per impoverirle, pensando così di spezzare la loro libertà.
L’aumento progressivo della ricchezza, a sua volta, non è esente di rischi. Come la democrazia può degenerare nell’oclocrazia, che è la sua nemesi, così una crescita disordinata può generare l’autodistruzione della ricchezza. E quindi della libertà. Ogni crisi ce lo ricorda.
Questo libro racconta del passato per ricordare al presente che questo è uno dei rischi che abbiamo di fronte nel futuro. Rischio che aumenta in ragione del rendimento, come insegna la legge aurea della finanza. E perciò elevatissimo oggi, quando la ricchezza, della quale il debito è la controparte, ha raggiunto uno zenit.
La buona notizia è che siamo ben attrezzati per la sfida.

INDICE

9 Preparativi
11 Foreword
13 L’enigma della ricchezza


23 L’Antichità. Da Uruk a Roma solo andata


25 Dove tutto è cominciato: Uruk
31 Il primo impero
39 La prima globalizzazione
47 Verso l’Occidente
57 L’alba della libertà
81 Caput Mundi


103 Il Medioevo e la prima rivoluzione borghese

105 C’erano una volta un guerriero, un santo e un servo…
113 La scomparsa del denaro
127 Il diritto alla libertà
137 Il ritorno del denaro, l’invenzione della fiducia
149 Un nuovo sguardo


155 La Modernità e la seconda rivoluzione borghese

157 Tempi moderni
165 L’equivoco spagnolo
179 La grande espansione
193 Dalla ricchezza all’abbondanza
209 C’era una volta una palude
221 L’Isola del Tesoro
235 Il Settecento, adolescenza capitalistica
261 La rivoluzione della ricchezza

275 Il lunghissimo XIX secolo
313 La (cosiddetta) prima globalizzazione


339 Comincia il presente. La terza rivoluzione borghese


341 L’età dell’abbondanza
351 Polvere d’oltrecortina
359 BOOM!
371 Krisis


381 Domani… La quarta rivoluzione borghese?


383 Aprire gli occhi
393 Rivoluzione, oggi
407 The (Open) End


411 Post scriptum: Memento Europa
413 Ringraziamenti
415 Bibliografia

Cartolina. La cornucopia inaridita

Si fa presto a notare come i profitti delle banche centrali abbiano contribuito solo marginalmente ai ricavi dei governi, pure se gli oltre 1.200 miliardi di dollari che la Fed ha versato al Tesoro americano in vent’anni non sono certo bruscolini. Ma non è tanto questo il punto. La cosa interessante da osservare è che queste briciole, chiamiamole così, hanno contribuito ad alimentare il bilancio pubblico. E quindi che le banche centrali hanno restituito al governo ciò che del governo era, ossia risorse ricavate dalle tasse dei cittadini. Questo ci comunica un’informazione interessante su queste entità: proprio come cornucopie generano risorse che contribuiscono ad alimentare le politiche pubbliche, ne traggono profitti e li restituiscono alla collettività. Almeno fino a quando questi profitti venivano generati. Ormai, complice l’inflazione e il rialzo dei tassi, quell’epoca è tramontata. La cornucopia s’è inaridita.

Anche le banche centrali stringono la cinghia

Tempi magri, perciò. Con l’inflazione che ci fa agitare più del dovuto, finendo col provocare temutissime spirali, che non fanno altro che erodere le basi patrimoniali di ognuno di noi. Piccoli o grandi non fa differenza, salvo per il fatto che i grandi se la cavano sempre meglio per evidenti ragioni. L’inflazione è come l’onda che si mangia la spiaggia. E quanto più acceleriamo i nostri processi, pensando così di sfuggire l’onda, tanto più quella ci sommerge. Nell’inflazione siamo come molecole dentro una pentola sul fuoco. Acceleriamo. E i prezzi di conseguenza.

Tempi magri che però non sono eterni se solo ci fermiamo un attimo a pensare, imparando a capire i segnali intorno a noi. Le banche centrali di tutto il mondo ce ne stanno fornendo in abbondanza. Per dire: alzano i tassi. E che vuol dire alzare i tassi se non frenare? Tirare le redini. Invitarci a pensare bene a quello che vogliamo fare.

Per far ciò le banche centrale stanno pagando un prezzo salato. L’inflazione costringe anche oro a tirare la cinghia, come ci ricorda un interessante bollettino diffuso dalla Bis di Basilea, che ci ricorda come molti di questi istituti stiano riportando perdite sui loro bilanci, strumenti alieni per la gran parte del pubblico, ma poi neanche così difficili da capire.

Facciamola semplice. Le banche centrali da un decennio – ma anche di più – hanno ampliato i propri bilanci acquistando titoli di stato in cambio di riserve bancarie. Quindi sul lato degli attivi hanno aumentato la quantità di titoli a disposizione, mentre sul lato del passivo hanno aumentato l’esposizione nei confronti delle banche commerciali.

Entrambi questi lati del bilancio hanno a che fare con i tassi di interessi. Le riserve bancarie vengono remunerate con un interesse passivo, a carico degli istituti di emissione, che è legato all’andamento dei tassi ufficiali. I titoli di stato vengono remunerati dai governi, nella forma di interessi attivi a vantaggio della banca. In un mondo di tassi bassi e acquisti crescenti di titoli, gli interessi attivi più che compensano quelli passivi contribuendo così a generare, nell’economia dell’intero bilancio, un utile che poi la banca gira al Tesoro in buona parte.

Quanto i tassi salgono questo mondo si rovescia. I tassi passivi della banca aumentano, perché salgono i tassi di riferimenti che remunerano le riserve, e quelli che remunerano gli attivi della banca rimangono bassi, mentre diminuisce il valore dei titoli a causa dei rialzi dei tassi. Una tenaglia implacabile che stritola i bilanci bancari. Al momento hanno annunciato perdite già conclamate o in vista le banche centrali di Australia, Belgio, Gran Bretagna, Giappone. Nuova Zelanda, Svezia e, dulcis in fundo, degli Usa.

E’ un problema? Non fino a quando la banca centrale si dimostra capace di generare fiducia. La Banca centrale non è una banca qualsiasi. E’ uno strumento sui generis il cui stato di salute dipende dalla sua capacità di soddisfare le aspettative che è chiamato ad amministrare, a cominciare proprio da quelle di inflazione.

Detto diversamente. Se una banca centrale fallisce non succede perché genera una perdita contabile. Ma perché la sua moneta non riscuote più fiducia. Questo è l’evento autenticamente catastrofico per una banca centrale. Il peggior rischio possibile. E al momento nessuna grande banca centrale lo corre. Al momento.

E anche oggi il dollaro cederà lo scettro domani

I volenterosi redattori del rapporto presentato di recente da Credit Suisse sull’evoluzione prevedibile del sistema monetario internazionale sono troppo avveduti per credere all’idea che sia davvero possibile che una valuta egemone, per ragioni che hanno a che fare con la storia piuttosto che con le semplici variabili economiche, possa cedere il suo posto a un diverso ordine monetario in assenza di ragioni più che robuste che lo motivino. Perciò, fra le righe della loro ricostruzione, assai istruttiva e lettura consigliata per chiunque si interessi di queste cose, dicono a un certo punto che è “più probabile un’evoluzione graduale verso un sistema monetario più multipolare”.

Noterete la prudenza. Anche un po’ scontata, se volete. Perché il grafico che apre questo post dimostra con chiarezza che il mondo monetario è già multipolare. Persino nel settore dove il dollaro primeggia indiscusso, ossia quello degli scambi sul mercato valutario, non esiste unipolarismo, e anche in quello che viene subito dopo, quello delle riserve internazionali, il dollaro, per quanto egemone, arriva a denominarne circa il 60 per cento. C’è spazio per l’euro, quindi. Lo yen, la sterlina e ormai anche per lo yuan cinese, che pure sgomita senza crederci troppo.

E questo per la semplice ragione che una moneta non è un semplice strumento: è l’espressione di un mondo che deve piacere e convincere parecchie persone per diventare un reale punto di riferimento. E una moneta inconvertibile, emessa un regime politico che ancora deve convincere molta parte del mondo della sua affidabilità (per tacere della sua popolarità) non sembra fatta apposta per suscitare entusiasmo. La storia peraltro racconta con chiarezza quanto sia stata lunga e complicata la transizione che ci ha condotto dall’egemonia britannica a quella statunitense.

Ciò per dire che il dollaro potrà combinarne ancora molte prima che il mondo di stanchi di lui. E se lo farà non sarà perché ne ha fatta una di troppo, ma perché l’emittente – ossia il governo (la società) americana – ne ha fatta una di troppo, e nel frattempo il resto del mondo si è organizzato per offrire un’alternativa. Alla quale magari contribuirà la tecnologia delle monete digitali. Ma nessuno può saperlo.

Se è questa la multipolarità alla quale fa riferimento il rapporto delle banca lo scopriremo solo vivendo. Nel frattempo lo Zio Sam riempie il mondo di verdoni.