Etichettato: avanzo primario

Si scrive DEF, ma si legge FED


Nel bailamme di commenti, applausi e fischi che hanno caratterizzato il dibattito sulla prima vera prova del governo Renzi, ossia il DEF (documento di economia e finanza), rimane in ombra un’inezia che però fa la differenza. Ossia la circostanza che non siamo soli al mondo.

Per rimediare, di conseguenza, è bene abbandonare per un attimo le nostre cronache strapaesane e perdere un po’ di tempo a leggere l’aggiornamento del Global financial stability review del Fondo monetario.

Sfogliando il primo capitolo, a un certo punto mi imbatto in una simpatica allocuzione: “Gli Stati Uniti devono affrontare diverse sfide in relazione alla stabilità finanziaria. (…) L’eventuale percorso di uscita dalle politiche monetarie non convenzionali potrebbe avere importanti ricadute internazionali. Le economie emergenti sono particolarmente vulnerabili se il premio o il tasso a breve cresce più rapidamente del previsto”.

E noi che c’entriamo?

Eccome, se c’entriamo. All’interno dell’eurozona, la situazione dei PIIGS, almeno lato sostenibilità esterna, non è poi così diversa  da quella dei paesi emergenti. L’Italia poi, con il suo 30% posizione netta negativa sull’estero e le sue pressanti esigenze di rifinanziamento del debito pubblico – abbiamo oltre 600 miliardi di debito pubblico collocato all’estero – è assai sensibile ai turbamenti dei tassi internazionali. Non siamo poi così diversi dal Messico, da questo punto di vista. Anzi, per certi versi stiamo pure peggio, visto che gli emergenti, a differenza nostra, possono fare politica monetaria.

E c’entriamo anche per un’altra ragione. “Il passo di normalizzazione della politica monetaria Usa – scrive il Fmi – è probabile abbia effetti significativi sulle altre economie”. E a parte le emergenti, ci sono anche le economie avanzate.

Il Fondo svolge anche alcune simulazioni per testare come un incremento dei tassi americani impatti su quelle di tutte le principali economie, partendo dall’ipotesi che è ragionevole aspettarsi un aumento dei tassi di 100 punti base dal livello “ancora depresso” di febbraio 2014.

“Anche se le principali banche centrali fuori dagli Usa possono controllare le aspettative sui tassi a breve – avvisa il Fmi – le stime suggeriscono che la normalizzazione del premio Usa possa conferire una pressione al rialzo sui tassi di lungo termine. Ovviamente un aumento del premio a termine e dei tassi a breve può avereun impatto ancora più grande”.

Detto in altri termini, quando la Fed inizierà ad alzare i tassi, tutti noi dovremo farci i conti.

A tal proposito il Fmi stima che un aumento del rendimento a lungo di 100 punti basi avrebbe un effetto di rialzo compreso fra i 35 e i 55 punti base sui rendimenti del decennale della Germania, unico stato europeo (non a caso) preso in considerazione nella simulazione. Non serve una laurea per capire che un aumento dei tassi tedeschi ha un effetto più che proporzionale sui nostri. Detto in altri termini, pure se lo spread rimane al livello attuale, se aumentano i rendimenti tedeschi aumenteranno pure i nostri.

E questo ci riporta al nostro DEF.

Se guardiamo alle tabelle diffuse dal governo leggiamo che la spesa per interessi per il 2014 è prevista al 5,2% del Pil. Sappiamo già che la spesa per interessi è la somma algebrica di avanzo primario (quando c’è) e deficit. Sicché l’avanzo del 2,6% (sempre previsto) nel 2014 ci consentirà di tenere il deficit al 2,6%.

Dal 2015 la spesa per interessi è prevista in calo, fino ad arrivare al 2018 al 4,7% del Pil. Contestualmente il saldo primario dovrebbe aumentare dal 3,3% del 2015 al 5% del 2018 (4,2% nel 2016, 4,6% nel 2017, 5% nel 2018), quando addirittura dovremmo ottenere un surplus netto di bilancio dello 0,3% del Pil. L’indebitamento netto strutturale, ossia corretto per il ciclo, dovrebbe arrivare al -0,1% nel 2015 per azzerrarsi (pareggio di bilancio) dal 2016 in poi.

Avere un surplus di bilancio significa avere la possibilità di abbattere lo stock di debito. Il Sacro Graal italiano.

Nel Def 2014 le stime sugli andamenti degli spread per i prossimi anni sono le stesse di quelle fatte dal governo Letta nel settembre scorso, nella nota di aggiornamento al Def 2013. Ricordo che all’epoca il governo prevedeva un avanzo primario del 2,9% sul Pil nel 2014, del 3,7% nel 2015, del 4,5% nel 2016 e del 5,1% nel 2017. Ciò a fronte di uno spread sul bund a 200 punti base nel 2014, di 150 nel 2015 e di 100 punti fra il 2016 e il 2017.

La prima evidenza che salta all’occhio è che gli avanzi primari stimati a settembre sono molto più alti di quelli stimati nel DEF 2014. E poiché il saldo primario è la differenza fra spesa per interessi e indebitamento netto, avere un saldo primario minore può significare che o è aumentato il deficit o è aumentata la spesa per interessi.

Il fatto che l’azzeramento dell’inebitamento strutturale sia rimandato di un anno rispetto a settembre 2013 (-0,1% nel DEF 2014) lascia sospettare che il deficit verrà interpretato un po’ più elasticamente.

La seconda tabella ci dà altre informazioni assai interessanti, laddove si esamina l’andamento delle varie componenti del Pil. La parte del leone, stima il governo, la faranno i consumi privati, previsti in crescita dello 0,2% nel 2014 (i famosi 80 euro in busta paga?), dello 0,9% nel 2015, dell’1,2% nel 2016, dell’1,6% nel 2017 e dell’1,7% nel 2018. Ricordo che nel 2013 i consumi privati si sono contratti del 2,6%.

Un contributo ancora più importante dovrebbe arrivare dagli investimenti fissi lordi, diminuiti del 4,7% nel 2013 erano, che si prevedono in crescita del 2% quest’anno, del 3% l’anno prossimo, fino ad arrivare al 3,8% nel 2018.

La spesa delle amministrazioni pubbliche, negativa per lo 0,8% nel 2013, dovrebbe contribuire per lo 0,2% quest’anno e rimanere vicina a zero fino al 2018 (la famosa Spending review).

Infine, le esportazioni nette. Nel 2013 hanno contributo al Pil per il +0,8%, facendo gridare al miracolo dell’export italiano (guidato dal calo dell’import però).

Negli anni a venire il contributo dell’export netto si abbasserà gradualmente: dal +0,5% del 2014 al +0,1% del 2018. Sostanzialmente il grosso della crescita prevista dipenderà dalla domanda interna. E’ il modo italiano per interpretare la fine delle politiche mercantiliste nell’eurozona.

Stiamo facendo la politica della Germania senza avere i soldi della Germania.

Pompare la domanda interna, se può avere un effetto energizzante sull’umore di molti cittadini (sempre i famosi 80 euro) porta con sé un rischio notevole sul versante dei conti esteri, visto che solo di recente, e solo grazie al calo dell’import, il nostro saldo di conto corrente della bilancia dei pagamenti è tornato (di poco) positivo. Se si fosse voluto puntare sulle esportazioni avrebbe avuto più senso puntare sulla competitività dedicando i famosi dieci miliardi di tagli di cuneo fiscale interamente alle imprese, per abbassare i loro costi relativi.

E tuttavia, anche sul fronte del conto corrente della BoP le previsioni del governo sono buone. A fronte del surplus dello 0,8% del 2013, ottenuto soprattutto grazie alla bilancia commerciale, si stima che quest’anno il surplus salirà all’1,4% del Pil, mantenendosi a questo livello fino al 2018, quando il saldo aumenterà all’1,5%. Mi sono chiesto, senza trovare una risposta, da dove verrà fuori questo saldo, atteso che tutte le voci del conto corrente sono negative tranne quella delle merci, che peraltro di prevede in rapido prosciugamento.

Se qualcuno può spiegarmi questa stranezza gliene sono grato. Anche perché nel DEF non c’è scritto come si sia arrivati a questa stima del saldo corrente.

Ma non è tanto questo il punto, o almeno non solo. Il punto è che scommettere su uno spread calante, come già aveva fatto il governo Letta, significa implicitamente puntare sulla FED. Ossia scommettere sulla circostanza che la banca centrale americana continuerà ancora a lungo la sua politica monetaria ultraespansiva, tenendosi la Bce come riserva in panchina. Francoforte dovrebbe preparare il suo personale quantitative easing, come non a caso ha sollecitato il ministro Padoan durante la conferenza stampa di presentazione del DEF, per intervenire appena la FED dovesse decidere di rallentare il suo. Il solito dilemma fra squilibrio o depressione.

Solo che la BCE non è la FED. E il Fmi molto opportunamente ce lo ricorda.

Ve la faccio semplice: il governo sta puntando su una politica fiscale sostanzialmente espansiva, pure a rischio dell’equilibrio di conto corrente della BoP e del saldo fiscale, scommettendo sul proseguimento di una politica monetaria espansiva, nella speranza che si rimetta in moto la macchina della crescita e che gli squilibri trovino da soli di che riequilibrarsi.

Detto ancora più semplicemente: il governo scrive DEF, ma legge FED.

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Mangiarsi l’avanzo primario e decrescere (in)felici


I conti nazionali dell’Istat sono sempre un’occasione di riflessione, sempre che uno abbia voglia di scrutarli in lungo e largo.

Vale per la statistica ciò che si dice di tante materie tecniche, ossia che sia disciplina arida e ostica. Epperò, scorrendo in filigrana i dati, e con l’umiltà che ben si conviene a tanta complicazione, nel deserto dei numeri spuntano qua e là piccole oasi di informazione che ci permettono di capire di noi stessi assai più di quanto riportino le cronache, quelle sì aride, di tanta informazione mainstream.

Prendiamo il dato sul prodotto. Ormai saprete perché ve l’hanno urlato chissà quante volte, che il volume della produzione si è contratto dell’1,9% nel 2013, confrontandosi questo calo con l’aumento dello stesso livello (però positivo) del prodotto negli Usa e in Gran Bretagna, in un anno in cui persino il deflazionario Giappone è cresciuto dell’1,6.

Peggio ancora, analizzando la composizione di tale prodotto, scorgiamo che i consumi finali, privati e pubblici, sono calati del 2,2%, gli investimenti fissi lordi crollati del 4,7, e l’export è aumentato di un risicatissimo 0,1%, ai confini dell’errore statistico, salvandosi il saldo commerciale solo grazie alla contrazione del 2,8% dell’import, che rima bene con il calo dei consumi finali.

Fin qui ci sarebbe poco da aggiungere. Salvo il fatto che primeggiamo nella assai trendy moda della decrescita, visto che stiamo sotto, per volume del Pil, al livello del 2000. Se imparassimo ad essere felici, in questa costante decrescita, potremmo pure finirla qua.

E invece non è così. Siamo tristi e arrabbiati. Così ci dicono tutti i giorni.

A bene vedere un motivo di tristezza, o almeno di rimpianto, potremmo trovarlo andando a scrutare il conto delle amministrazioni pubbliche. Scopriremo che delle tante previsioni sbagliate dal governo uscito, quella che fa più male, è quella sull’avanzo primario, che si prevedeva, ancora a fine settembre scorso, arrivasse al 2,4%, e che invece l’Istat inchioda al 2,2%.

Due decimali di Pil sono circa tre miliardi. Una bazzecola viene da dire.

Ma, vedete, il rimpianto non nasce dal fatto che chissà dove andremo a recuperarli questi tre miliardi. Il rimpianto nasce dal fatto che, ancora una volta, non siamo stati capaci di sfruttare la congiuntura positiva sui tassi, il famoso spread calante, per aumentare l’avanzo primario.

Detto in parole semplici: abbiamo speso meno per gli interessi sul debito, ma il risparmio non è bastato a mantenere l’avanzo primario del 2012.

In sostanza, ne abbiamo rosicchiato un pezzo (era il 2,5%, nel 2012)  e siamo pure riusciti a decrescere (in)felici.

Sappiamo già che l’avanzo primario può essere definito, e meglio ancora compreso, considerando il rapporto che c’è fra l’indebitamento netto della PA (differenza fra totale uscite e totale entrate) e gli interessi che paghiamo sul debito pubblico. L’indebitamento netto, ossia il deficit fiscale, è quello che dobbiamo riuscire a tenere sempre al massimo al 3% del Pil per non avere scocciature europee.

Sommando algebricamente il deficit e l’avanzo primario, otteniamo esattamente la cifra che paghiamo per gli interessi sul debito. O, per dirla in altro modo, se avessimo un deficit pari a zero (tipo la Germania) il nostro avanzo primario pagherebbe gli interessi sul debito senza bisogno di fare nuovi debiti (ossia deficit) per pagare i vecchi debiti. Ciò in sostanza farebbe diminuire il debito pubblico totale (sempre come sta accadendo in Germania).

Nel 2013 in Italia è successa invece una cosa molto singolare. Gli interessi sul debito sono diminuiti, grazie al calo degli spread, passando dagli 86,474 miliardi del 2012 agli 82,043 del 2013. Quindi un risparmio di 4,431 miliardi. Solo che questo risparmio è stato assorbito interamente dal deficit, che infatti è rimasto pressoché costante (47,321 mld a fronte dei 47,356 del 2012), col risultato che è diminuito l’avanzo primario (da 39,118 mld a 34,722).

Se fossimo riusciti a rispettare le previsioni del vecchio governo, al contrario, quello 0,2% previsto in più di avanzo primario avrebbe potuto essere utilizzato per abbassare il deficit. Quindi sempre di circa 3 miliardi.

Vale la pena rilevare che il deficit è rimasto inchiodato al livello del 2012 innanzitutto per l’aumento delle uscite correnti (che comprendono anche gli interessi sul debito), passate da 752,082 mld a 756,404. In particolare sono aumentate le prestazioni sociali, passate dai 311,11 mld del 2012 ai 319,525 del 2013, e la voce Altre uscite correnti (da 40,359 a 43,211 del 2013) che non si sa bene cosa ci sia dentro. Gli aumenti di queste voci hanno più che compensato il calo delle altre. E persino il crollo degli investimenti (da 48,7 mld a 42,5) non è bastato a mitigare il deficit.

Anche perché se è vero che sono diminuite le uscite complessiva (spese correnti più spese in conto capitale), passate da 800,8 mld a 798,4, è vero altresì che sono diminuite anche le entrate complessive (da 753,5 mld a 751,6) per lo più a causa del crollo delle imposte indirette (da 234 mld a 225), quindi Iva, Imu e accise.

In sostanza, la registrata diminuizione della pressione fiscale, dal 44% al 43,8% del Pil corrisponde in decimali esattamente al calo dell’avanzo primario. O, per dirla diversamente, su aumentiamo le tasse aumenta l’avanzo primario, se le diminuiamo cala. Il deficit sembra inossidabile e davvero non si capisce come dovremmo arrivare ad un avanzo primario di oltre il 5% nei prossimi anni come prevedeva Saccomanni.

L’arida statistica, insomma, ci consegna l’immagine di un paese stremato dalla crisi che sta lentamento prosciugando il suo tesoretto (l’avanzo primario). Con la conseguenza che aumenta il debito pubblico, ormai arrivato al 132,6 del Pil dal 127% del 2012, senza che l’avanzo primario, ottenuto principalmente con l’aumento delle tasse, riesca minimamente ad incidervi.

Di più, i conti nazionale del 2013 gettano una luce sinistra sulle previsioni autunnali del passato governo. Dopo aver sbagliato la crescita prevista, che nel 2014 sarà ben più contenuta di quanto auspicato, e l’avanzo primario, rimane solo il livello dello spread che sembra ancora in linea con quanto scritto dal Tesoro in autunno.

Ma lo spread è l’unica cosa sulla quale il governo può fare ben poco.

Si allarga lo spread fra governo e Bankitalia


Una cosa l’ho capita, leggendo la lunga audizione del vice direttore della Banca d’Italia, Luigi Signorini, in Senato sulla legge di stabilità del 29 ottobre scorso. Ho capito che il governo ha fatto una rischiosa scommessa al ribasso sullo spread da qui al 2016. E che da questa scommessa dipende lo stato di salute della nostra finanza pubblica, visto che tutti i conti tornano solo se questa scommessa verrà azzeccata.

Avere la conferma da una fonte così autorevole di una circostanza che mi era già parsa singolare, mi ha fatto capire un’altra cosa: lo spread determinerà il nostro futuro, con tutto ciò che sussume. Vale a dire la dipendenza della nostra politica fiscale dagli umori dei mercati finanziari e dal contesto internazionale.

Che poi è un altro modo per dire che l’ammontare del nostro debito pubblico, per la montagna di interessi che genera e la dipendenza dall’esteroo che provoca, è un’ipoteca sempre più pesante sul nostro futuro.

Faccio un passo indietro.

A un certo punto della sua lunga audizione, Signorini ricorda che nella Nota di aggiornamento al DEF che il governo ha presentato a settembre “le proiezioni a medio termine sono basate anche sull’ipotesi di una significativa discesa del differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi, che passerebbe, sulla scadenza decennale, dagli attuali 245 punti base a 150 nel 2015 e a 100 nel 2016-17”.

Senonché, sottolinea, “attualmente le previsioni dei mercati sono meno favorevoli”.

E come se non bastasse, “l’evoluzione futura dei rendimenti presenta ampi margini d’incertezza, risentendo dell’andamento dei mercati finanziari, dell’evoluzione dell’assetto istituzionale europeo e del quadro interno nel nostro Paese”.

Dulcis in fundo, sottolinea Signorini, “secondo le nostre valutazioni, la riduzione dello spread ipotizzata contribuirebbe a una maggior crescita di 3-4 decimi di punto percentuale l’anno”.

Ricapitolo.

Da una parte la Banca d’Italia osserva che le previsioni dei mercati sull’andamento dello spread sono meno favorevoli di quelle ipotizzate dal governo. Dall’altra che l’andamento di tale variabile solo in parte è conseguenza di quello che faremo come sistema Paese, mentre in gran parte dipende dal resto del mondo. E infine nota come fallire la scommessa dei ribassi previsti dal governo porti con sé conseguenze sul Pil nell’ordine dello 0,3-4% in termini di prodotto.

Ricordo che il DEF portava con sé la previsione di un Pil a +1,7% nel 2015 (spread a 150), a +1,8 nel 2016 e a +1,9% nel 2017 (spread a 100 punti). Le previsioni di Bankitalia portate in audizione non arrivano così lontano. Però è chiaro che si discostano da quelle del governo. Basta notare che la crescita prevista dal DEF per il 2014 è dell’1%, mentre Bankitalia si ferma a un +0,7%. E siccome il DEF si regge, oltre che sulla scomessa sullo spread anche su quella della crescita prevista, capite bene quanto sia caracollante il futuro che ci aspetta.

Ancora più interessante è leggere una nota in corsivo contenuta nell’audizione: “La Nota di aggiornamento non fornisce informazioni sul metodo di stima dei tassi d’interesse utilizzato nelle previsioni. L’andamento previsto per la spesa per interessi suggerisce che vi sia stato un cambiamento rispetto alla metodologia adottata negli ultimi documenti di programmazione, che utilizzava i tassi impliciti nella curva dei rendimenti per l’Italia”.

Non fatevi scoraggiare dal tecnicismo. Il senso è molto chiaro: il governo ha cambiato metodo di calcolo per ipotizzare l’andamento della spesa per interessi, e di conseguenza l’andamento del nostro saldo primario con tutte le conseguenza che ciò comporta su quello del deficit, sostituendo quello usato finora con uno assolutamente arbitrario.

Una scommessa, appunto.

Tanto è vero che, sottolinea, “le prospettive di una ripresa solida e duratura sono legate al realizzarsi di favorevoli condizioni interne e internazionali”.

Teniamo incrociate le dita. Perché vincere tale scommessa determinerà se davvero raggiungeremo il pareggio di bilancio nel 2015 (che dovevamo raggiungere a fine 2013), se non avremo bisogno di ulteriori manovre correttive, se, per farla semplice, riusciremo a mantenere i conti pubblici sotto controllo, a cominciare dal nostro livello di debito che, nota Signorini, nella Nota viene quotato, per il 2013, al 132,9%  del Pil “livello superiore di quasi 12 punti rispetto al picco toccato a metà degli anni ’90“.

Vale la pena rilevare, a tal proposito, che in due anni il debito/pil è aumentato del 12,2%, del 7,7% se si escludono le somme versate per il sostegno dei paesi europei in difficoltà e l’effetto del pagamento dei debiti commerciali. Se non ci fosse stata la recessione che ha consumato l’Italia dal 2011 in poi, “si può valutare che il rapporto debito/pil sarebbe stato costante”, sempre al netto degli aiuti e del pagamento dei debiti commerciali.

Vuol dire, in pratica, che il nostro debito è inchiodato sostanzialmente da vent’anni.

Nel frattempo però la nostra pressione fiscale, calcolata come percentuale delle entrate totali delle amministrazioni pubbliche sul Pil, è arrivata al massimo storico, nel 2012, del 48,2% (era il 44,7 nel 2003).

Per capire dove siano finiti questi soldi, basta notare che la spesa per le amministrazioni pubbliche è passata dal 48,4% del Pil del 2003 al 51,2% del 2012. A tale andamento ha contribuito principalmente la spesa corrente (dal 44% al 48,1), è aumentata la spesa per interessi (compresa nella spesa corrente), dal 5,1 al 5,5%, mentre quella in conto capitale, quindi gli investimenti, è scesa dal 4,3 al 3,1%.

Vale la pena notare che l’incremento più rilevante della spesa corrente è stata quella per pensioni, passata dal 15,1% del Pil al 17,4%, malgrado le numerose riforme previdenziali.

Stando così le cose, capirete bene perché la scommessa del governo diventa rilevante. E anche perché Bankitalia si preoccupi di metterla in evidenza, ripetendo più volte che sarà necessario uno stretto controllo della spesa, che bisogna fare le riforme, e tutte le solite cose che sappiamo.

SIcché alla fine della lettura mi è sorto un sospetto.

Lo spread sul bund magari si restringerà.

Ma intanto si sta allargando quello fra il governo e Bankitalia.

Svuotare il mare (del debito) col secchiello (dell’avanzo primario)


I conti nazionali italiani relativi al 2012 diffusi dall’Istat ieri mostrano con chiarezza una verità molto semplice: pensare di abbattere il nostro debito pubblico con l’accumulo di un avanzo primario è come pensare di svuotare il mare col secchiello.

Se i nostri governanti fossero onesti dovrebbero ammetterlo invece di propinarci la solita storiella.

I dati Istat, poi, ci dicono un’altra cosa. Anzi: la fotografano.

Le curve che misurano l’andamento del Pil, la quota di profitto delle società non finanziarie e l’andamento del risparmio nazionale sono in calo dal 2000. Quest’ultimo è ai suoi minimi da 22 anni, ed è crollato dal 14% del 2000 a poco più dell’8%.

Il calo generale si è aggravato dal 2010, quando invece la curva dell’avanzo primario ha iniziato a salire. E malgrado tale risalita, il debito è aumentato.

Quindi il nostro secchiello è pure bucato.

E’ utile fare un approfondimento, visto che dell’avanzo primario tutti sentono parlare ma pochi sanno cos’è. O magari sanno cos’è ma non hanno analizzato il suo significato.

Nella contabilità nazionale, il saldo primario (avanzo se positivo, deficit se negativo) equivale alla differenza fra le entrate dello stato e le spese, al netto degli interessi pagati sul debito pubblico.

Questo non vuol dire tali interessi non debbano essere pagati.

Al contrario. Tanto è vero che la spesa per gli interessi viene classificata fra le uscite correnti del bilancio dello Stato.

Il saldo primario, in pratica, costituisce un tesoretto che lo Stato raggranella e che viene utilizzato innanzitutto per pagare gli interessi sul debito, che, nel caso dell’Italia ormai veleggiano verso i 90 miliardi di euro l’anno.

Facciamo due conti della serva. Nel 2012 abbiamo avuto un avanzo primario del 2,5% del Pil, equivalente a 39,7 miliardi di euro. Siccome la montagna degli interessi è molto più elevata, ecco che abbiamo chiuso il 2012 con un deficit di bilancio complessivo del 3% del Pil (nei limiti europei, evviva), pari a circa 46,9 miliardi. Se sommiamo il deficit finale all’avanzo primario, abbiamo la somma totale degli interessi pagati sul debito, ovvero oltre 86,7 miliardi di euro.

Avere un buon avanzo primario, nel caso italiano, serve a pagare gli interessi sul debito, non ad abbattere il debito lordo, che infatti cresce senza sosta. Serve a rassicurare i nostri creditori, non a risolvere una situazione debitoria alla lunga insostenibile.

Infatti, nella definizione della contabilità nazionale, il saldo primario viene indicato come uguale all’indebitamento netto meno la spesa per interessi. Quindi tornando ai nostri conti della serva, l’indebitamento netto nel 2012 è stato, appunto, di 46,9 miliardi. Se a questo sottraiamo la spesa per interessi, gli altri 86,6, otteniamo il nostro bell’avanzo primario di 39,7.

Solo che questi soldi spariscono nel gorgo del servizio del debito. Quindi se li godono i possessori di titoli di stato in Italia e nel mondo.

E così il debito, nutrito dal deficit, non accenna a diminuire. 

Se guardiamo i numeri assoluti, vediamo infatti che il debito nel 2010 è stato di 1.851 miliardi, 1.907 nel 2011 e 1.989 nel 2012.

Per far diminuire questa montagna, di conseguenza, è necessario che l’avanzo primario copra almeno interamente la spesa per interessi, in modo da non fare altro deficit che vada ad aumentare il debito complessivo. Meglio ancora se la supera: vuol dire che il debito si abbatte della cifra corrispondente.

Infatti nel Def del giugno scorso, il governo prevedeva di arrivare ad avere un avanzo primario di circa il 5,7% del Pil. Che detto in soldoni significa tirare fuori un avanzo primario pari a circa 90 miliardi di euro, ossia alla spesa presunta per gli interessi sul debito prevista entro l’arco di tempo del Def. 

In questo modo si arriverebbe al pareggio di bilancio, ossia all’azzeramente dell’indebitamento netto, che peraltro è un obbligo votato dal Parlamento in omaggio ai vari fiscal compact, six pack, eccetera. 

Se fermiamo l’analisi ai dati Istat del 2012, e senza considerare la variabile (molto incerta) della crescita, significa che la spesa pubblica italiana dovrebbe diminuire di quei famosi 46,9 miliardi. E se considerate la cagnara che si è scatenata in Italia (con finta crisi di governo inclusa) per evitare l’aumento dell’Iva, che vale un misero miliardo, avrete la chiara rappresentazione di quanto sia probabile che questo pareggio di bilancio lo raggiungeremo sul serio.

Questo che significa?

A parte che dobbiamo abituarci a convivere con un debito eterno, vuol dire che dobbiamo prepararci comunque a una robusta cura dimagrante. Anche perché il debito pubblico, aumentando, finisce anche con l’aumentare il nostro debito estero, che rende il nostro paese sempre più ostaggio dei mercati internazionali.  

Chiaro che il governo redivivo abbia ricominciato a parlare di spending review.

Ma da dove dovrebbero arrivare i tanto auspicati risparmi sulla spesa pubblica?

Anche qui ci vengono in aiuto i valori aggregati forniti dall’Istat.

Agli odiatori professionisti della spesa pubblica farà piacere sapere che l’unica spesa pubblica cresciuta dal 2010 al 2012 è proprio  quella per gli interessi sul debito, passata dai 70,8 miliardi del 2010 agli 86,6 del 2012. La spesa corrente al netto degli interessi, infatti, è aumentata di soli 6 miliardi, passando dai 660 del 2010 ai 667 del 2012. In pratica, a fronte di un aumento della spesa per interessi del 22% c’è stato un aumento della spesa corrente (senza interessi) dell’1%.

In compenso le entrate correnti (quindi tasse e altro) sono passate da 699 a 748 miliardi, quindi sono cresciute del 7%. Ecco da dove è venuto fuori il nostro avanzo primario.

E’ chiaro che, se la crescita non ripartirà a passo sostenuto, il governo non avrà altra scelta che aumentare ancora le entrate correnti, quindi le tasse, o tagliare severamente la spesa corrente al netto degli interessi, se vuole davvero raggiungere l’avanzo primario che si propone di raggiungere.

E allora che tagli, dicono i nostri odiatori professionisti.

Va bene: ma dove?

Le voci che pesano sono tre: la spesa per consumi finali, che nel 2012 ha pesato 314 miliardi (dentro ci sono 165 miliardi di costo del lavoro pubblico, 88 di consumi intermedi e 43 di prestazioni sociali acquistate sul mercato), le prestazioni sociali in denaro (quindi il welfare) che ci è costato 311 miliardi, e altre uscite correnti non meglio specificate che ci sono costate 40 miliardi.

Questa è la torta

Serviranno un bel po’ di avanzi per accumulare l’Avanzo.