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Cronicario: Daziamo la spia di Mister G perché Mister T intenda
Proverbio del 22 marzo Quando si muove il salice, arriva la primavera
Numero del giorno: 22,7 Paga oraria media di un lavoratore italiano nel 2017
Se vi suona esagerata la notizia che il nostro amatissimo Mister T stia pensando di scaricare sulla spalle capienti dei cinesi una cinquantina di miliardi di danni, fra dazi e altro, è perché magari vi è sfuggito questo Tweet che disegna bene il carattere del nostro uomo a Washington.
Perché Trump fa Trump, come sottolineano estasiati gli eredi di monsieur Lapalisse che si ergono a suoi ermenuti. E poiché il popolo (e non certo Facecook) l’ha voluto presidente del paese più potente del mondo, ecco che improvvisamente il mondo gli s’intona per simpatia e parte la rissa collettiva.
E infatti la Cina continua a ripetere da giorni – l’ha fatto pure oggi dal sito del ministero del commercio estero – che si difenderà. “La Cina – scrivono – non si siederà pigramente a vedere i suoi legittimi interessi danneggiati”.
Tutto questo mentre si moltiplicano gli allarmi sui rischi di una guerra commerciale – oggi è toccato alla Bce, che ne ha accennato nel suo Bollettino – e gli scambi internazionali, che sono uno dei motori della crescita, già rallentano.
Anche noi europei, lo sapete sì, siamo in corsa per finire nella tagliola di Mister T, e non a caso.
Per questo i nostri politici europei stanno negoziando a rotta di collo per trovare un accordo con il daziator scortese. Girano pure pallide speranze. La sora Cecilia Malmstroem dice che oggi stesso Mister T potrebbe dire che l’Ue nel suo insieme non ci rientra, nei dazi sull’acciaio, ma per non sapere leggere né scrivere, come dicevano i miei avi, bisognerebbe portarsi avanti e colpire Mister T dove fa più male: Mister G.
Ora non fraintendetemi. Non amo la rissa. A scuola i bulli, che c’erano come ci sono sempre stati pure se ancora non facevano notizia, li rabbonivo raccontando barzellette. Però oggi mi è cascato l’occhio sulla notizia che dal prossimo 27 marzo nei negozi italiani saranno in vendita gli assistenti digitali di Google, che manco a sforzarsi troppo si chiamano Google home.
Ora trovo fantastico che questi aggeggi che costano fra i 59 e 149 euri, entrino in casa nostra dissimulando il loro essere spie al soldo del Made in Usa comportandosi come servizievoli maggiordomi. Per dire: vi accendono la tv con un tono di voce, la luce con uno schiocco di dita, vi sintonizzano su Netflix – basta la parola – oppure vi lanciano l’ultima minchiata su Youtube, magari passando da Chromecast (che sempre roba Google è). E così facendo, mentre vi blandiscono obbedendo ai (pochi) comandi che capiscono, raccolgono dati su di voi e li spediscono alla casa madre, che vi iconizza in User e sa sostanzialmente tutti i cazzi vostri e può farci ciò che vuole. Ora dovreste pure aver imparato qualcosa dal caso Facebook, che almeno era gratis. Ma adesso dobbiamo pure pagare per aver le spie in casa?
Vabbé. Siamo irrecuperabili. E allora almeno daziamo la spia di Mister G. Vederete che Mister T non ci dazia, ma ci grazia.
A domani.
Cronicario: Blackrock ci sottopesa? Ci salveranno gli stiliti
Proverbio del 20 marzo Il povero è uno straniero in patria
Numero del giorno: 1.891.000 Contratti a tempo determinato attivati in Italia nel IV Q 2017
Uno dice: attenti ai mercati. Eh, capirai, rispondono gli impavidi: mica c’abbiamo bisogno dei mercati, noi che abbiamo eletto un parlamento di geni. Che poi se dovessimo credere a quello che si legge sui giornali su questi geni al lavoro – ma non c’è pericolo – dovremmo esodare in massa. Comunque: a quanto pare gli onorevoli eletti al momento se ne infischiano dei mercati. E fanno bene, dice l’orda che li ha votati e che se ne frega addirittura altamente dei mercati e del fatto – mediamente perché lo ignora – che abbiamo all’estero un cinqueseicento miliardi di debito pubblico, malgrado la Bce, per via QE, ne abbia scaricato una quota di tutto rispetto (a vantaggio delle banche a quanto pare) nel bilancione di Bankitalia, che poi sempre debito nostro è, anche se non si dice.
Ora uno può pure disinteressarsi dei mercati, specie quando c’è una Bce che ancora regge il moccolo al nostro indebitarci, che infatti procede indefesso. Ma prima o poi i mercati finiscono con l’interessarsi a noi e succede, come è successo oggi, che un pezzo grosso dei mercati – che non ci crederete ma esistono davvero – decide di “sottopesare” i nostri titoli pubblici. Sottopesare non vuol dire che sono dimagriti i titoli, ma che occupano meno spazio nel suo portafoglio.
Ora uno se ne può anche infischiare di Blackrock, perché i mercati – si sa – sono a dir poco odiosi, e il pueblo unido jamàs serà vencido o come si dice oggi. Rimane il fatto che ogni anno dobbiamo rinnovare un duetrecento miliardi di debito che serve, fra l’altro, a pagare gli stipendi anche a molti di quelli che odiano a buona ragione i mercati. Ora se uno guarda all’andamento del mitico spread sembra che tutto taccia.
Ma chi conosce i mercati lo sa quanto sono infidi. Basta che ti distrai e bum: ti ritrovi qua.
Sicché capirete perché noi modesti osservatori viviamo con una certa trepidazione la deriva vagamente lisergica della nostra vicenda politica. Visto che ormai si sono esaurite tutte le possibili combinazioni del gioco “chi si allea con”, e pur sperando che si prendano tutto il tempo necessario a fare un governo, ho il sospetto che alla fine il futuro che ci aspetta sia quello illustrato con rara efficacia oggi da un giovane barese di 27 anni, divenuto d’improvviso uno stilita.
Raccontano che, dopo una lite con la famiglia, che gli rimproverava il suo stato di disoccupato, il giovane afflitto sia andato a rifugiarsi in cima a un traliccio, immagino perché qualcuno gli abbia raccontato che in Italia ormai si lavora solo a termine
Il giovane barese, che chissà quante volte era stato licenziato quest’anno, avrà pensato che da lassù espierà di sicuro i suoi peccati e anche quelli dei suoi genitori, che chissà quante volte l’hanno rimproverato per esser stato licenziato quest’anno, e per sovrammercato anche i nostri, come vuole la la vulgata dei santi abitatori di colonne. Che dirgli, a questo giovane stilita? Possiamo consolarlo spiegando che speriamo che il suo esempio venga seguito. Così i nostri geni al lavoro nel parlamento potranno fare un governo per dare a tutti un traliccio di cittadinanza, nel caso non ce ne fossero già a sufficienza, e risolvere così d’incanto tutti i nostri problemi: con la Bce, la commissione Ue, BlackRock e i malnati mercati, che ricordano un po’ i genitori che rimproverano ai figli la disoccupazione. Siamo tutti giovani baresi.
A domani.
Cronicario: I lavoratori poveri del Lussomburgo
Proverbio del 16 marzo Dove parla l’oro, tutto tace
Numero del giorno: 70.000.000.000 Costo cancellazione legge Fornero secondo la Uil
Stavo arrotando l’urlo di dolore quando ho saputo che Eurostat stava per rilasciare i dati sull’aumento notevolissimo dei lavoratori in povertà. Mi ricordavo infatti che noi italiani abbiamo assicurato una performance niente male, di sicuro aiutati dall’andamento soddisfacente del nostro costo del lavoro, che anche oggi ci regala ampie soddisfazioni.
Lo so che è scritto piccolo, ma fidatevi: nel quarto trimestre 2017 è sceso dello 0,2%, contribuendo sicuramente ad alimentare la nostra spettacolare crescita dei redditi.
Dicevo, mi stavo preparando ad arrotare l’urlo di dolore, pronto a squadernare la difficile condizione di componente di una famiglia monoreddito con prole che bordeggia con gioia lo scoperto di conto corrente, quando improvvisamente Eurostat ha pubblicato questo grafico:
Ora non è tanto avere la conferma che in Italia più di uno su dieci che lavora sta in povertà che mi manda in confusione: lo sospettavo. Quanto scoprire che i lavoratori in povertà sono più numerosi in Lussemburgo che da noi: addirittura il 12%. Peggio stanno solo in Spagna, Grecia e Romania. Il Lussemburgo, capite?
Dovrebbe chiamarsi Lussomburgo, altroché. Non ci credete. Vabbé: vi do una dritta. Sapete quant’è il salario minimo lassù?
Ripetete con me: millenovecentoventitré euri al mese. Chiudete gli occhi e adesso visualizzate il reddito medio italiano (il salario minimo manco esiste da noi perché siamo pudibondi).
I dati sono vecchiotti, ma non state a preoccuparvi, la situazione non sarà cambiata granché, anzi forse è peggiorata. In sostanza il nostro salario medio somiglia alla paga minima dei poveri lavoratori del Lussemburgo. Eh, direte, ma chissà quanto costa la vita laggiù. Ve lo dico io.
Un 20% scarso in più (dati 2017) a fronte di uno stipendio medio che è quasi il doppio. Pensa che vitaccia che fanno i lavoratori poveri in Lussomburgo.
Beati loro.
A lunedì.
Cronicario: Anche Supermario s’appella a San Precario
Proverbio del 14 marzo L’avidità sminuisce ciò che si raccoglie
Numero del giorno: 3,14 Oggi si festeggia il pi greco
Mi ero ripromesso di parlare solo della giornata del pi greco oggi, perché nella mia sostanziale devianza economica avevo capito che era la giornata del pil greco, che in Grecia va come va anche se ormai non ne parla più nessuno perché la Grecia è demodé come il ghigno di Varoufakis.
Ma poi mi è cascato l’occhio sulla locandina delle festa ed è stato ancora più esaltante: festeggiare il pi greco, senza l, è addirittura geniale: il numero più bello e sconclusionato del mondo che se ve lo chiedo a bruciapelo manco vi ricordate cos’è.
Tranquilli, neanche ve lo dico. Sappiate solo che la comunità statistico-scientifica internazionale si è mobilitata per celebrare questo numeretto, peraltro approssimato, che sta alla base di una miriade di applicazioni tecnologiche che se ve le dicessi rimarreste a bocca aperta. Ma tranquilli, non vi dico neanche questo perché il mio proposito di fare un giorno di vacanza e trasformarmi in Piero Angela ha cozzato duramente con la realtà. E non mi riferisco al fatto che proprio nel giorno del pi greco è morto Stephen Hawking, ma che sempre nella giornata del pi greco un altro grande scienziato ha rivelato al mondo una dura verità:
Antefatto. Oggi il nostro Supermario Draghi si è trovato a parlare a un convegno a Francoforte dove ha detto un sacco di cose bellissime. Tipo che entro il 2020 la Bce stima che la disoccupazione arriverà al 7,2% e che da metà 2013 sono stati creati 7,5 milioni di posti di lavoro. Meglio ancora: “Tutti i posti di lavoro persi durante la crisi sono stati recuperati e il tasso di disoccupazione è ai minimi da dicembre 2008”.
Ma poi, mentre gli ascoltatori pendevano dai suoi occhiali, lui li ha fulminati con una scioccante rivelazione: “Ci sono interrogativi sulla qualità di questi posti di lavoro” con “un aumento del part-time e di quelli a termine”.
Ma chi l’avrebbe mai detto?
Lo choc della rivelazione dura finché non mi ricordo che anche il nostro Supermario è un precario. Gli hanno fatto un contratto a otto anni, ma fra poco termina e chissà che gli riserverà il futuro.
Lui si che ci capisce.
A domani.
Cronicario: L’Ocse vota il governo italiano che non c’è
Proverbio del 13 marzo Il cielo ha lo stesso colore ovunque tu vada
Numero del giorno: 5.700.000 Stima aumento poveri in Italia nel 2050
Fermi tutti non toccate niente. Adesso che anche l’Ocse ha detto di infischiarsene del futuro politico italiano – visto che le sue ultime previsioni non ne tengono conto – la cosa migliore che potete fare – dico a voi, signori della politica – è continuare con tutta la lentezza del caso le vostre consultazioni. Litigate con calma. Non ci corre appresso nessuno, nè tantomeno qualcuno si aspetta che da voi provenga qualcosa di risolutivo. Tanto per la cronaca, la situazione vista dai parigini di Ocse è la seguente:
Vedete quell’uguale accanto alle previsioni per quest’anno e il prossimo? Bene, ecco come lo spiegano: “L’esito delle elezioni non ha un impatto sulle nostre previsioni di crescita”. Così il capo economista ad interim Ocse, Alvaro Pereira, che, non pago, sottolinea che lassù, fra i boulevard, sono “piuttosto positivi sull’Italia”. E perché mai, ‘sto miracolo? “Da quando c’è l’euro – spiega – vediamo per la prima volta tassi di crescita fino all’1,5%”. E inoltre “i mercati hanno reagito bene alle elezioni, ed è in corso una ripresa del mercato del lavoro grazie alle riforme fatte”. L’Italia “beneficerà” dal buon andamento in Europa.
Perciò, cari politici, prendetevela con calma e per favore, esercitando appieno il vostro notorio senso di responsabilità, che in tempi normali è sinonimo di rilassatezza e in tempi straordinari di immobilità. Persino dall’Istat arrivano consigli alla prudenza. Guardate le nuova release sul mercato del lavoro:
Ora non stiamo a guardare i dettagli, che com’è noto sono affari da azzeccagarbugli, mentre a noi piacciono le emozioni. L’occupazione aumenta e la disoccupazione scende: è questo che fa titolo. Chi volete che legga fra le righe che l’occupazione è in gran parte a termine (+298 mila a fronte di 73 mila permanenti) e che abbiamo ancora un sacco di inattivi che diminuiscono al rallentatore. Prima bisognerebbe sapere di cosa stiamo parlando. E anche questo esercizio è decisamente fuorimoda nel mondo del paste&click.
C’è giusto un problema che complica le cose. Sempre l’Ocse ci ricorda che viviamo una certa congiuntura storica che non è roba da mammolette. Guardate quest’altro disegnino
Traduco per i daltonici e i presbiti: negli ultimi trent’anni, a livello Ocse, quindi in 17 paesi fra i quali il nostro, i redditi più elevati sono cresciuti del 60%, quelli mediani del 40% e quelli più bassi del 20. Il che fa il paio con quanto ci ha ricordato ieri Bankitalia, riferito espressamente al nostro paese.
Ve la faccio semplice: se continua così, cari politici, non servirete più voi per risolvere i problemi. Servirà la forza pubblica.
A domani.
Cronicario: Il nuovo governo prepara la riscossa dei redditi. Però parla tedesco
Proverbio del 12 marzo Per il cavallo pigro il carro vuoto è pesante
Numero del giorno: 23 Quota % di italiani a rischio povertà secondo Bankitalia
Se vi piacciono i precipizi, godetevi la panoramica da questo dirupo che m’appare d’improvviso in una piovosa mattinata di marzo sul sito di Bankitalia, opportunamente dissimulato.
Ecco, questo ripido a pendenza che sfiora i 90 gradi mostra l’andamento del reddito delle famiglie italiane, a prezzi costanti, a partire dal 2006. Così finalmente sapete perché non arrivate a fine mese. E non dipende dal fatto che si è allungato il mese.
“Il reddito è ancora inferiore di circa il 15 per cento a quello registrato nel 2006, prima dell’avvio della crisi finanziaria globale”, nota Bankitalia. Epperò è salito del 3,5% il reddito medio equivalente, che è una diavoleria statistica usare per misura il benessere e nel nostro grafico è la linea rossa. Che come vedete non è che se la passi tanto meglio. Vabbé, uno si potrebbe pure accontentare. Senonché leggo che anche l’età fa la differenza, e non serve che vi spieghi perché.
E per finire con le buone notizie, abbiamo pure che nel frattempo è pure aumentata la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, misurata secondo l’indice di Gini: “Nei dieci anni precedenti, seguiti alla crisi finanziaria globale, il livello della disuguaglianza, misurato dall’indice di Gini, è aumentato di 1,5 punti percentuali riportandosi in prossimità dei livelli toccati alla fine degli anni novanta del secolo scorso (34,3 per cento); per effetto della prolungata caduta dei redditi familiari, il rischio di povertà è più elevato rispetto a quel periodo, ma inferiore per i nuclei il cui capofamiglia ha più di 65 anni o è pensionato”.
Quanto alla ricchezza media, immobiliare e finanziaria, siamo sotto di un quasi dieci per cento rispetto al 2014 (218.000 euro procapite) e ci troviamo intorno ai 206.000, con un valore mediano che “riflette la forte asimmetria nella distribuzione”. E qui viene fuori un altro ripido.
“La quota di ricchezza netta detenuta dal 30 per cento più povero delle famiglie, in media pari a circa 6.500 euro, è l’1 per cento”, mentre “il 30 per cento più ricco delle
famiglie, di cui solo poco più di un decimo è a rischio di povertà, detiene invece circa il 75 per cento del patrimonio netto complessivamente rilevato, con una ricchezza netta media pari a 510.000 euro”, con la sottolineatura che “oltre il 40 per cento di questa quota è detenuta dal 5 per cento più ricco, che ha un patrimonio netto in media pari a 1,3 milioni di euro”.
La buona notizia dopo tutto questo è che oggi finalmente è stato firmato l’accordo per il nuovo governo. Dicono che il nuovo esecutivo abbia un programma formidabile e che sia animato delle migliori intenzioni. L’unico problema è che parla tedesco e quindi non ci capiremo granché. Toccherà fidarsi. Ma in fondo ci siamo abituati.
A domani.
Cronicario: E tutto d’un tratto arrivano 200 mila posti di lavoro
Proverbio del 21 febbraio Alla volpe addormentata non cade niente in bocca
Numero del giorno: 400.000.000 Valore mutui per spese mediche in Italia
E tutto d’un tratto capisco che ho sbagliato tutto. Traviato dalla malmostosità gufesca dei commentatori da salotto, mi sono perso l’autentico sentimento che anima una qualunque campagna elettorale che si rispetti, quindi la nostra in particolare: la gioia. E quando ci ricapita di sentire tante buone notizie in un arco di tempo così limitato? In un pugno di settimane ci hanno promesso e raccontato di tutto, dalle pensioni a dodici anni all’aumento del reddito nell’anno che verrà.
Il tripudio durerà ancora poco purtroppo. Ancora una decina di giorni e poi le urne si chiuderanno e con loro i buoni propositi. Tornerà la mestizia nazionale che dura circa cinque anni al netto dello scioglimento anticipato delle camere, purtroppo sempre più raro. Perciò mi sono detto: goditela finché dura, la bella stagione, e regala anche oggi una dose di ottimismo agli amatissimi che perdono il loro tempo a leggere le tue fregnacce raccontando loro quelle dei politici. Serviva giusto una buona ispirazione. E tutto d’un tratto…il coro: è arrivato il ministro Delrio.
Macché bravo, bravissimo: un ministro coi baffi (e pure col pizzo). Oggi è toccato a lui accendere il nostro entusiasmo così come ieri era toccato all’amabile Padoan con la storia dell’aumento di reddito da mille euro nel 2020. E Delrio, bravo com’è, non si è fatto pregare. Perla numero uno: Il piano infrastrutturale decennale messo a punto dal governo creerà 200 mila posti di lavoro in dieci anni (che immagino si aggiungeranno al milione già creato col Jobs Act di cui alla nota vulgata governativa). Una promessa decennale come un Btp. Solo che differenza del Btp dei duecentomila posti fra dieci anni non si ricorderà più nessuno, neanche Delrio che per allora avrà infrastrutturato chissà cosa. Ma tranquilli li ritireranno fuori in tempo per la campagna elettorale del 2028 e per allora saranno pure aumentati con gli interessi composti. Seconda perla: a fine 2017 siamo tornati a 290 miliardi di investimenti per le opere pubbliche, pure se gli investimenti pubblici, strano a dirsi, fanno ancora fatica a decollare malgrado abbiano tutte le carte in regola per spiccare il volo.
Percepisco un avvio di scricchiolio al buonumore che per fortuna viene subito obliterato dalla perla numero tre: “La prossima settimana sbloccheremo un miliardo per la ferrovia Ionica”, sottolineando che l’ultimo a spendersi per questa ferrovia era stato Cavour, che comunque fa tanto Risorgimento.
Se ne parla da un annetto di questa ferrovia a dirla tutta. Ma tant’è. La quarta perla ve la dico io: il nuovo governo, chiunque esso sia, tutto d’un tratto farà arrivare anche i treni in orario. E’ giunta l’ora fatale.
A domani.
Cronicario: E per non pagare il canone Rai invecchiate precocemente
Proverbio del 19 febbraio Il cuoco inesperto accusa sempre il forno
Numero del giorno: 3.200.000.000 Investimenti previsti dal Demanio in 10 anni
Ultimi sgoccioli di campagna elettorale e meno male. Rima a parte, l’abbrutimento del nostro dibattito pubblico, già carente di suo, tocca un apice sensazionale quando leggo che il nostro beneamato gentilissimo premier ha annunciato che taglierà il canone televisivo a 350 mila ultra 75 enni con reddito inferiore agli 8 mila euro l’anno, mostrando di ignorare la geografia anagrafica della distribuzione del denaro in Italia,
ma in compenso di conoscere benissimo quella demografica/elettorale.
Eccolo qua il ragionamento del politico medio: gli anziani sono un sacco, votano e guardano la tivvù. Che ci vuole a fare politica così?
Capirete il leggero rosicamento, che mai mi sarebbe sorto se questa mancetta elettorale una volta tanto fosse arrivata alle famiglie monoreddito con prole, che forse ne hanno più bisogno, anziché sostenere i soliti, che poi magari la imprestano al nipote inattivo. Ma capisco bene che da un premier che dice che “è inutile promettere improbabili miracoli” al massimo ti puoi aspettare la triste realtà. E quindi il miracolo tocca farcelo da soli, magari cominciando a invecchiare prima del tempo, perché solo quando saremo grigi e artritici meriteremo (e neanche tutti) l’attenzione del governo.
Fuori da queste miserie se ne consumano altre, un filo più preoccupanti. Oggi si è consumata l’ennesima giornata nera di Creval, alle prese con un aumento di capitale che ha fatto sprofondare il borsa il titolo del 7% e i diritti per l’aumento del 70. Un grande successo, evidentemente, che accende un’altra lucetta d’allarme sul nostro quadro bancario, che ha appena ritrovato un minimo di fiducia in sé stesso. Non bastasse questo, da Ocse arrivano segnali di rallentamento della crescita nell’area nel quarto trimestre 2017.
Per fortuna buone nuove arrivano da Bankitalia, che ha pubblicato gli ultimi dati sulla bilancia dei pagamenti e la posizione estera.
Nel 2017 il nostro surplus corrente è arrivato al 2,9% del pil, ben 50 miliardi, spinto dall’incremento dei redditi primari, ossia le nostre rendite sull’estero, cresciuti da 5 a 11 miliardi, dalla riduzione del deficit sui servizi, a -1,8 miliardi da -2,8, con l’avanzo delle merci che si contrae dai 59,8 miliardi del 2016 a 56,7. Se avessimo politici alfabetizzati, questi semplici numeri suggerirebbero loro che serve una strategia per rilanciare la nostra economia dei servizi per compensare gli andamenti avversi del saldo delle merci, che dipende, oltre che dalla domanda estera, dagli andamenti petroliferi. E poi magari fare una riflessione sulla rilevante quota di ricchezza estera degli italiani, che ha originato le rendite di cui sopra. Ma così sarebbe troppo difficile fare politica. Tagliamo il canone va.
A domani.
Cronicario: Il futures del futuro, ovvero l’invasione aliena del petroyuan
Proverbio del 9 febbraio Accontentati di ciò che hai
Numero del giorno: 121.000.000.000 Offerta di Broadcom per l’acquisto di Qualcomm, rifiutata dal cda
Vi volevo parlare di vacanze, giuro. A che serve sennò il venerdì. Era persino uscita una di quelle release Istat fatte apposta per il week end, che dà la misura di quanto siamo saggi noi italiani.
Si capisce già dall’inizio. La saggezza intendo: nel 2017 abbiamo fatto un milione e trecentomila notti di viaggi per vacanze in più e un milioni di notti in meno di viaggi per lavoro. Per il secondo anno consecutivo sono aumentate le vacanze lunghe (+9,1%) mentre i viaggi di lavoro (-15,6%) hanno raggiunto il livello più basso dal 2007.
Insomma, il clima era questo. Cazzeggio sotto il cielo di Venere: il migliore. Poi però un certo secchione guastafeste che mi ronza intorno se n’è uscito con questa storia che i cinesi vogliono lanciare un future sul petrolio in yuan sul mercato di Shangai, quello che oggi ha perso il 4%. Addirittura il 26 marzo!
Proprio come un episodio di X files (in questi giorni peraltro va in onda l’undicesima stagione), è stata fissata la data dell’invasione aliena, stavolta però dei mercati petroliferi da parte del future cinese. Una creatura leggendaria, il petroyuan, al pari dell’ufo di Roswell, visto che se ne trovano tracce che risalgono al 1993, e qualcuno dava per certa l’invasione già quattro anni fa. Ma poi c’è stata la crisi del petrolio, perciò…
Perciò rieccolo. Cosa è cambiato? Semplice: nel frattempo la Cina ha superato gli Usa come primo compratore di greggio. E questo basta, secondo il mio secchione a solleticare ai cinesi la voglia di buttarla in finanza e iniziare a prezzare il petrolio in valuta propria e così far concorrenza al WTI e al Brent.
Il future cinese del futuro ha grandi ambizioni: addirittura scardinare il dominio globale del dollaro sulle quotazioni petrolifere, passo propedeutico al più ambizioso piano di attentare al ruolo del dollaro come valuta globale. D’altronde lo yuan col suo 20% di peso specifico nei pagamenti internazionali e un controllo governativo sui flussi di capitale degno di Arpagone ha di sicuro buone probabilità di successo.
“Eh – mi dice il secchione: tu non capisci. Lo sai sì che la Cina a fine gennaio ha presentato la polar silk road un disegno raffinatissimo per entrare nella gestione del Grande Gioco dell’Artico? E cosa c’è nell’Artico? Più del 15% delle riserve petrolifere conosciute e il 30% di quelle di gas. Ecco: il petroyuan è il grimaldello per togliere un altro pezzetto di supremazia agli Usa e così facendo….”. Lo ascolto e finalmente capisco. E’ partito un nuovo episodio.
Non posso perdermelo.
A lunedì.
Cronicario: La vera decrescita felice italiana: quella demografica
Proverbio dell’8 febbraio Com’è l’insegnante, così sarà l’allievo
Numero del giorno: 112.000 Italiani emigrati nel 2017
Visto che non possiamo più lamentarci che non cresciamo – ormai il nostro pil veleggia stabilmente verso l’unovirgola – i teorici della decrescita felice troveranno di che consolarsi con l’autentico calo che non accenna ad arrestarsi: quello demografico. Date un’occhiata a questo:
Ricapitolo perché magari qualcuno fraintende. La popolazione è diminuita di 100 mila unità, nel 2017, e la nascite sono al minimo storico, decresciute anch’esse del 2% rispetto all’anno prima. L’età media del parto si è allungata ancora e ormai sfiora i 32 anni. Gli immigrati, che ormai sono circa cinque milioni, hanno limitato il calo della popolazione, visto che il saldo naturale dei cittadini italiani, ossia la differenza fra il numero dei nati vivi e i morti, è negativo per 241 mia unità, così come anche il saldo migratori degli italiani con l’estero (-72 mila).
E per concludere in bellezza, ricordatevi queste cifre: “Al 1° gennaio 2018, il 22,6% della popolazione ha un’età superiore o uguale ai 65 anni, il 64,1% ha età compresa tra 15 e 64 anni mentre solo il 13,4% ha meno di 15 anni. L’età media della popolazione ha oltrepassato i 45 anni”. Ora, non so a voi, ma a me sembra già un miracolo che un paese dove più di un su cinque è ultrasessantacinquenne cresca all’unovirgola. E temo che quest’andazzo dovremo pure farcelo piacere, visto che non s’intravedono spiragli di miglioramenti possibili. Anzi no, uno c’è: migliora la speranza di vita alla nascita. Guardate questo grafico che è il segnale più evidente del progresso.
La nostra speranza di vita alla nascita è stabile: 80,6 anni per gli uomini, 84,9 per le donne. Siamo sempre più vecchi e invecchiamo felicemente, a quanto pare. E mentre che ci penso, mi casca l’occhio su un’altra notizia, stavolta diffusa dall’istituto statistico francese.
Lasciate perdere la curva. E’ il commento la notizia. “Più si è agiati, più si allunga la speranza di vita”. Per dire: in Francia lo scarto fra un poveraccio e un riccone è di 13 anni. Non so da noi. Ma so che siamo sempre più vecchi. E improvvisamente capisco perché non c’abbiamo più tutta ‘sta voglia di crescere.
A domani.



























































