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Cronicario: L’Ocse scopre che siamo diventati meno tirchi

Proverbio del 6 aprile Viaggiando si trova la saggezza

Numero del giorno: 359.400.000.000 Surplus 2016 di conto corrente eurozona

Non è che ci volesse un genio per capire che più spendi più guadagni: c’è tutta una letteratura per dire, che racconta di squattrinati di buon nome che fanno la bella vita coi soldi degli altri e più spendono e più gliene danno. Ora però che ce lo dice l’Ocse che nell’ultimo quarto del 2016 il pil nell’area è cresciuto dello 0,7% perché abbiamo investito e consumato di più vedrai che qualcuno ci fa un pensierino: corre in banca a scongelare soldi fermi lì da un lustro e magari si regala qualcosa.

E’ interessante osservare che l’export netto nella gran parte dei trimestri osservati non contribuisce più positivamente al pil ma anzi vi grava, a conferma del fatto che l’età mercantilistica dell’eurozona ormai è bella che superata come qualcuno aveva già intravisto un biennio fa. Al contrario è sempre il consumo privato a guidare la ripresa dell’eurozona aiutato (poco) dalla spesa del governo. Ma la vera novità è che sono ripartiti gli investimenti. non solo meno tirchi, ma anche più fiduciosi nel futuro: è difficile accettare due buone notizie insieme.

Si, è proprio lui – intendendo con lui la Bce – che alla fine ha ricomposto il puzzle, almeno relativamente all’Eurozona. E se mai aveste voglia di capire perché, leggetevi questo speech che il Mago di EZ ha rilasciato oggi per spiegare le ragioni del miglioramento e soprattutto delineare le prospettive future.

Qualche assaggio: l’80% di tutti i settori nell’eurozona hanno crescita positiva, sopra la media storica del 73%, e per la prima volta dall’inizio dell’unione monetaria la spesa è aumentata mentre i debiti sono diminuiti. Ossia, dice Supermario, abbiamo speso attingendo al nostro risparmio, non facendo nuovi debiti. E tutto questo è accaduto migliorando anche la posizione dei nostri investimenti esteri.

Vabbé semplifico: siamo cresciuti perché finalmente abbiamo iniziato a spendere i soldi che abbiamo. Vi ricordo che nel 2016 abbiamo fatto 359 miliardi di surplus sulle partite correnti. Pensate quanto cresceremmo se ne spendessimo, per consumi e investimenti, di più. Non gli stati: i cittadini.

Per concludere vi ricordo un paio di cosette. Intanto la Fed che minaccia di diminuire il suo bilancio, che pesa un 4,5 trilioni, miliardo più miliardo meno. Per chi non lo sapesse, il bilancio di presenta così.

E, dulcis in fundo, il ballo di coppia fra Trump e Xi. Restate sintonizzati. E fatevi due risate.

A domani.

Cronicario: La Corte dei Conti non fa sconti e neanche il resto del mondo

Proverbio del 5 aprile Dove c’è un desiderio c’è una via

Numero del giorno: 1.100.000.000.000 Emissione di debito privato nel IQ 2017

Come molti scribacchini appassionati di inchieste e cose dell’economia sono cresciuto a pane e Corte dei Conti e mi ricordo ancora quant’era difficile trovare in giro le pensose ricognizioni contabili di questa strani ragionieri in toga prima dell’avvento di internet. Ma poi è cambiato tutto e ormai non mi perdo più niente di quello che conteggia la Corte che non fa sconti. Infatti, come tutti i ragionieri, questi bravissimi magistrati sono pignoli e vagamente incazzati, almeno quanto sono considerati, e fate voi i conti stavolta. Io vi dico solo che agli alti lai della Corte corrisponde di solito una sostanziale strafottenza da parte dei destinatari. E pure quando la Corte si trasforma in censore, e magari condanna pure qualcuno a risarcire il maltolto o lo sprecato, alla fine il più delle volte si risolve a tarallucci e vino, con qualche spicciolo per l’erario – che tanto alla fine lo sconto arriva – e tanta vanagloria per chi l’ha procurato.

Ho capito: la faccio finita. La prolusione mi serviva perché stamane la Corte senza sconti ha pubblicato un tomo di alcune centinaia di pagine che leggerò religiosamente al fine di tradurvelo dal quale ho estratto intanto questa pregevole rappresentazione del nostro tormento finanziario pubblico.

Ora non è tanto la linea rossa del debito pubblico che mi preoccupa: il debito pubblico fa parte della mia educazione da scribacchino almeno quanto la Corte dei conti. No: a preoccuparmi sono le linee viola e quella verde. Mica me lo ricordavo che nel 1996 pagavamo quasi il 12% del pil di interessi su un debito che era più basso di adesso. Ora siamo intorno al 5% e c’è il QE, che è una cosa straordinaria e prima o poi finirà. Che succederà appena i tassi saliranno? Ed ecco la linea verde. Nel ’96 avevamo un avanzo primario superiore al 4% e pagavamo pure il 12% del pil di interessi sul debito. Ora siamo intorno al 2%. Certo, molto è dipeso dal denominatore – il famoso pil – che è collassato, ma adesso come dovremo uscirne?

La Corte dei conti non fa sconti, ma neanche il resto del mondo. Mentre che ci pensate ricordatevi che “durante la crisi la spesa per previdenza e assistenza è stata la componente più dinamica fra le uscite correnti al netto degli interessi: considerata nella sua sola parte in denaro, il tasso di crescita medio annuo è stato pari nel periodo 2008-2016 al 2,9 per cento a fronte dell’1,7 delle spese correnti primarie” Tatàaa..

La smetto coi Conti perché tanto non la raccontano mai giusta e vi do una piccola notizia che non sapevo di sapere.

Immaginatevi il traffico a Londra all’ora di punta. E mentre ve l’immaginate, visto che si parla di Uk, date uno sguardo a questa release dell’istituto statistico britannico che discetta sul puzzle della produttività. La questione è presto detta: il gap fra la produttività del lavoro UK e quella del resto dei paesi del G7 era del 16% nel 2015.

E per concludere in bellezza, non rimane che la nota mensile sull’economia italiana. Se non altro per sapere che “l’orientamento positivo dei livelli di attività economica per i prossimi mesi è confermato dall’indicatore anticipatore, che registra un’ ulteriore variazione positiva”.

A domani.

Cronicario: Arrivano le nuove banconote da 50 euro. Mettetele da parte

Proverbio del giorno Nessuna dolcezza compensa la nostalgia di casa

Numero del giorno: 2,3 Deficit italiano in percentuale sul Pil a fine 2016

Piovono bigliettoni sul cronicario globale. Da stamattina è tutto un socializzare di foto, video, testimonianze, scritte e gesticolanti, autodafé e quant’altro tutto incentrato sulla nuova banconota da 50 euro che ha scatenato la fantasia delle banche centrali dell’eurozona, che quando si scatenano sui social fanno un gran fracasso.

Ad esempio dovete sapere, come ci fa sapere la sempre prodiga BCE, che “la nuova banconota da 50 euro ha richiesto anni per essere disegnata, sviluppata, stampata, prodotta, immagazzinata, spedita ed emessa”, mentre invita a scoprire il complesso viaggio di una banconota da 50 euro. La qualcosa finalmente mi fa capire perché ci metta così tanto a finire nelle mie tasche, ‘sta banconota. Per dire ci sono dei tizi che ancora mi devono dare 50 euro per una cosa dell’anno scorso. Spero che mi paghino in valuta rinnovata almeno.

Uno direbbe che ho voglia di scherzare. Certo: sto qua apposta. Però poi quando Istat mi tira fuori i dati sul risparmio e il reddito delle famiglie italiane mi sorge il sospetto che questi nuovi 50 euri, ammesso che mai arrivino nelle nostre tasche faremmo bene a tenerceli da conto perché i tempi sono quello che sono.

Detto ciò, nell’ultimo trimestre, scrive Istat “il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito nel quarto trimestre del 2016 dello 0,6% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,5%. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è diminuita di un punto percentuali rispetto al trimestre precedente, scendendo all’8,0%”. Fortuna che su base annua il reddito è aumentato dell’1,6%. Ma siamo ancor lontani dall’aver recuperato, e neanche mi consola scoprire che siamo in buona compagnia.

Sempre per tenervi su di morale, vi segnalo quest’altra statistica sul prezzo delle abitazioni italiane. Rullio di tamburi: l’indice del prezzo delle abitazioni nel quarto trimestre 2016 segna un +0,1%.

Prima che il ridere vi faccia andare di traverso l’ammazzacaffé, sappiate che è dal quarto trimestre 2011 che non si vedeva una variazione positiva dell’IPAB, quindi accontentatevi e smettetela di fare i gufi. In fondo dal 2010 abbiamo perso solo il 14,6% sui prezzi del mattone: che volete che sia? Alcune centinaia di miliardi di valore, su scala nazionale. Nulla che valga il nostro buonumore.

Se poi siete fra quelli appassionati di indici in crescita, allora ho selezionato per voi quello che meglio di tutti racconta lo spirito del tempo.

Il debito globale, pubblico e privato, ha raggiunto i 215 trilioni di dollari, una roba superiore al 320% del Pil mondiale. A 50 euro alla volta arriviamo là dove nessuno è mai giunto prima (cit.).

A domani

Cronicario: Disoccupati o disattivati? Questo è il problema

Proverbio del 3 aprile La vita è un ramo di palma piegato dai venti

Numero del giorno: 9,5 Tasso di disoccupazione nell’EZ a febbraio 2017 

Si comincia d’un lunedì svogliato con l’Istat che tira fuori dal cilindro la sua solita statistica sugli occupati in Italia che ognuno interpreta secondo la sua convenienza, tanto quelli che sanno la differenza fra disoccupato e inattivo sono una percentuale pari al tasso di sconto della Bce. I disoccupati sono diminuiti a febbraio perché sono aumentati gli inattivi. E’ un bene o un male?

Ecco appunto, fate voi. Chi guarda solo al calo della disoccupazione non sta a sottilizzare troppo sulla circostanza che possa dipendere dal fatto che molti si sono semplicemente cancellati dalla lista, magari finendo nella zona grigia degli inattivi che alimenta quella ancora più grigia degli scoraggiati. Se ci limitiamo ai numeri, la migliore sintesi è questa :

Disoccupati o disattivati? Questo è il problema. E soprattutto siamo sicuri che molti non siano semplicemente emigrati? Questo è il problema della statistiche: non si sa mai bene di cosa si stia parlando.

Per il resto la nota conferma la crescita dell’occupazione fra gli over 50.

Il calo del lavoro a tempo indeterminato a vantaggio di quello a termine.

 

E infine il nostro tasso di occupazione, fra i più bassi d’Europa.

Se poi vi chiedete cosa sia il tasso di occupazione, dovete sapere che si misura in rapporto alla forza lavoro, della quale però non fanno parte gli inattivi, che non sono i disoccupati ma neanche gli scoraggiati….

Tutto questo per dirvi che quando leggete Eurostat che magnifica il grande progresso nella lotta alla disoccupazione – siamo ai minimi dal 2009 nell’EZ con il 9,5% e nell’Ue con l’8% – dovreste chiedervi esattamente i perché e i percome, se davvero vi interessa.

Il resto della giornata si segnala per un pregevole intervento del capo della vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo che contiene alcune informazioni interessanti sulle nostre banche e su come abbiamo vissuto i peggiori anni della loro vita La prima – ma ce n’eravamo accorti – è che alcune banche hanno affossato le quotazioni di tutte le banche.

La linea verde misura la performance azionaria delle tre migliori banche dal 2007 – osservate che comunque l’indice sta a 60 fatto 100 quello iniziale – la linea rossa quella delle tre peggiori, che sono sprofondate verso lo zero. Il combinato disposto fa un misero 22. In pratica le altre banche italiane – linea gialla – si sono trovate con quotazioni inferiori del 78% rispetto al 2007.

Se guardate agli altri indicatori – tipo il RoE o gli Npl – l’andazzo è similare e per nulla edificante. L’unica nota di soddisfazione è la patrimonializzazione, che è migliorata.

Vi sentite più tranquilli? No?

A domani.

Cronicario: I dazi di Mister T e la DollarJugend

Proverbio del 30 marzo Le tempeste dell’anima sono peggio di quelle di sabbia

Numero del giorno: 2,3 Tasso di inflazione annuale in Spagna a febbraio 2017

La delicata epidermide di Mister T, già messa a dura prova dalle bizze parlamentari sull’Obamacare, pare sia stata gravemente offesa da una puntura di vespa, non con la minuscola ma con la maiuscola, nel senso della celeberrima due ruote made in Italy che secondo quanto raccontano sarebbe finita all’indice dell’amministrazione Usa al punto che potrebbero innalzarle dazio fino al 100%.

Alla Vespa, poverina. Sopravvissuta alla gloria dei ’50, al boom dei ’60, alla crisi dei ’70, agli impacci degli ’80, al casino dei ’90, al mistero dei primi 2000, e persino al primo decennio del XXI secolo, la mitica Vespetta all’indice manco fosse cinese. Ma perché mai? Ora ve lo dico. Anzi ve lo dice questo grafico.

Adesso lo sapete chi sono i cinesi e perché gli Usa ce l’hanno con noi. Poi magari è una bufala questa cosa dei dazi sulla Vespa. Anzi: una fake news. Però la cosa è plausibile. Nel dubbio non ci resta che fare una cosa: loro attaccano una gloria nazionale? Noi attacchiamo la loro: daziamo la Coca Cola e aumentiamo la produzione di chinotto.

Rapito dalla vertigine protezionista, mi sfugge quasi la vera notizia del giorno; anzi della settimana. Che non ha nulla a che fare con le miserie dei commercio o con le altrettanto misere cronache della finanza: riguarda il futuro.

Quindi i bambini. E poi la sua filigrana, letteralmente…

Ossia il denaro. Da inizio settimana, infatti, si sta svolgendo in 100 paesi questa manifestazione ormai appuntamento fisso – si svolge dal 2012 – ideata dalla Child & Youth Finance International (CYFI), un’associazione che si propone di migliorare la consapevolezza circa i diritti economici dei bambini al fine, fra gli altri, di rompere il ciclo della povertà. Il tema proposto quest’anno alla DollarJugend globale è icastico: Impara. Risparmia. Guadagna. Che poi è la versione cool del vecchio Lavoro. Guadagno. Pago. Pretendo.

Mentre penso a come globalizzare l’amore per il denaro, in mancanza d’altro, mi cade l’occhio su un’altra notizia che merita tutta la nostra attenzione perché fa il verso alla Vespa&Mister T . Secondo quanto riporta Bloomberg citando il WSJ, infatti, gli Usa starebbero decidendo la loro posizione sullo status di economia di mercato richiesto (inutilmente) dalla Cina. Secondo quanto trapela l’amministrazione Trump sarebbe pronta a formalizzare la sua posizione contraria al riconoscimento dello status MES, il che implica la possibilità di dazi e tariffe più elevate.

L’annuncio dovrebbe arrivare in settimana. La notizia arriva mentre si avvicina il primo meeting fra Trump e il presidente cinese Xi, previsto per il 6 e il 7 aprile. Mister T si presenta al tavolo con un bel mazzo di fiori e la pistola carica. Se son rose, pungeranno.

A domani.

Cronicario: Parte la Brexit in stile vispa Theresa May(be)

Proverbio del 29 marzo Ogni passione ha la sua intelligenza

Numero del giorno: 7,4 Aumento annuale % prezzi importazione in Germania 

Alla fine la vispa Theresa May, genialmente soprannominata tempo fa dall’Economist May(be) ha firmato fra gli scatti dei fotografi l’atto che formalizza l’attivazione della Brexit. Finita la pacchia dell’opposizione, diciamo così, ora tocca governare una roba assai complicata che fra le altre cose va a turbare un trecento miliardi di commercio estero la metà dei quali circa con l’Ue.

Che farà la vispa Theresa? La storia è sempre la stessa e l’ha scritta Luigi Sailer più di 150 anni fa. La ricordo agli smemorati: “La vispa Teresa/avea tra l’erbetta/A volo sorpresa/gentil farfalletta/E tutta giuliva/stringendola viva/gridava a distesa: “L’ho presa! L’ho presa!”. A lei supplicando/l’afflitta gridò: “Vivendo, volando che male ti fò? Tu sì mi fai male/stringendomi l’ale! Deh, lasciami! Anch’io/son figlia di Dio!”.
Teresa pentita/allenta le dita: “Va’, torna all’erbetta,/gentil farfalletta”.
Confusa, pentita,/Teresa arrossì,/dischiuse le dita/e quella fuggì.

Mentre che osserviamo il viaggio dell’UK verso chissà dove, non possiamo che augurarle che la May sappia fermare i problemi che sicuramente incontrerà oltre a firmare la fuga dall’Alcatraz brussellina. E che abbia anche un capiente libretto degli assegni, visto che l’UK deve finanziare ogni anno un notevole deficit sull’estero.

Piaccia o no ai britannici, loro hanno bisogno di noi, il contrario è opinabile. Trattandosi della (non) notizia del giorno, non mi stupisce trovare il cronicario globale compenetrato a celebrare questo giorno storico. Sicché scorrendo le timeline finisce che uno si perde altre cose, che al contrario della pseudo Brexit marzolina – ci vorranno due anni prima che si intraveda un cambiamento – sono assai pregnanti.

La prima che trovo riguarda gli Usa la cui posizione netta degli investimenti esteri, ossia il saldo fra il valore dei loro investimenti all’estero e quello degli investimenti esteri negli Usa è arrivata ad essere negativa per 8.109,7 miliardi di dollari.

Per farvela digerire meglio – la NIIP (Net International investment position) è una brutta bestia – ve la illustro così:

In pratica il resto del mondo ha oltre 30 trilioni di asset denominati in dollari che sono debiti per gli americani. Notate con quanta grazia la curva fra debiti e crediti degli Usa si allarghi dal 2008.

Vi saluto con quest’altra chicca che ho scovato sulla Reuters. Il Dipartimento del commercio ha rimosso la ZTE, gigante delle telecomunicazioni cinesi, dalla black list del commercio dopo che la compagnia cinese ha confessato di aver violato l’embargo verso l’Iran e accettato di pagare 900 milioni di dollari di sanzione. La ZTE è la prima compagnia cinese per numero di brevetti presentati l’anno scorso e adesso è pure tornata nelle grazie degli Usa. Un altro pezzetto di secolo asiatico.

A domani.

Cronicario: Nel paese delle mamme tardive

Proverbio del 28 marzo Un cane alla catena s’incattivisce. Un uomo pure

Numero del giorno: 70 Numero medio morti ogni giorno per incidenti stradali UE

Nel paese delle mamme tardive, le donne si trovano ad esser madri in media quasi a 31 anni, conquistando il primato europeo in questa poco edificante prassi, alla quale corrisponde anche quello d’essere madri con in media poco più di un figlio a testa, e non ci vuole una laurea a capire perché, visto che il tempo semplicemente passa.

Notate che l’ultimo paese in classifica, che in questo caso vuol dire che lì le donne partoriscono il figlio più giovani di tutte le altre, è la Bulgaria, e quando dicono che nel paese delle mamme tardive le mamme son tardive perché la crisi, le impari opportunità, la mancanza di sostegno pubblico, il welfare farlocco, il gender gap, la discriminazioni sul lavoro e tutte quelle cose verissime, non spiegano come mai in Bulgaria, che ha un Pil pro capite di poco più di seimila euro, le mamme non si facciano tutti questi problemi. Appunto per questo, diranno gli intelligentoni: sono poveri e quindi figliano, come facevamo noi negli anni ’50. Dal che ne deduco che noi siamo ricchi, se fosse così semplice. Ma riecco gli intelligentoni che mi ricordano che da noi c’è la crisi, le impari opportunità, la mancanza di sostegno pubblico, il welfare farlocco, il gender gap, la discriminazioni sul lavoro e tutte quelle cose verissime che finisce che non spiegano un bel nulla.

Allora vado per vie traverse e scopro un pregevole lavoro di Bankitalia che racconta come la tassazione immobiliare abbia evidenti effetti sul livello non solo dei prezzi degli immobili, ma anche sui canoni di locazione.

Infatti, chi l’avrebbe mai detto? E tuttavia è così: tassare sul serio la prima casa farebbe scendere sia i canoni d’affitto che i prezzi delle abitazioni, e forse questo aiuterebbe una mamma del paese delle mamme tardive ad essere meno tardiva quando si tratta di mettere su famiglia, almeno portandola al livello della Germania, che incidentalmente è più ricca di noi e tuttavia lì le mamme sono meno tardive, per non parlare della Francia dove sono ricchi almeno quanto noi e lì non solo le mamme sono quasi precoci, ma fanno pure il doppio dei figli del paese delle mamme tardive.

Proprio così. E invece da noi al massimo si tassa la seconda casa che, sempre secondo Bankitalia, non provoca altro che far salire i prezzi delle case e delle locazioni, alla faccia di chi vuole mettere su famiglia.

Scopro poi che nel paese delle mamme tardive il servizio sanitario si colloca agli ultimi posti in Europa, e mi domando davvero ingenuamente se questo in qualche modo non finisca per influenzare la sua vocazione di paese dalle mamme tardive.

E che però al tempo stesso il paese delle mamme tardive è ottavo al mondo per il numero delle pubblicazioni scientifiche, che si ricava dividendo il numero di pubblicazioni per il totale dei ricercatori, molti dei quali immagino siano donne intelligentissime che a furia di ricercare si ritrovano a un certo punto mamme tardive, così come succede a tantissime altre che ricercatrici non sono eppure lavorano lo stesso tantissimo. Probabilmente troppo.

Allora mi viene il dubbio che il paese delle mamme tardive sia confuso e infelice. Ma sicuramente sbaglio.

A domani.

Cronicario: Investimenti all’italiana e stress test all’inglese

Proverbio del 27 marzo Non si può spezzare l’acqua con la spada

Numero del giorno: 50 Posto Italia in classifica (su 189) nel Doing business

Vabbé consoliamoci: l’84% delle aziende italiane, nel 2016, ha investito e l’ha fatto con un’intensità – ossia la quota di investimento per impiegato – superiore a quella europea. Fine delle soddisfazioni. Un altro 12% di imprese, infatti, ha investito troppo poco e a un altro 9% sono mancato i fondi necessari, o gliel’hanno offerti a tassi troppo elevati. In compenso abbiamo un settore delle costruzioni e della manifattura a bassa produttività. Serve altro?

Credeteci invece perché sono i dati che ha diffuso la Banca europei degli investimenti poco fa che disegnano un paese alle prese con i soliti problemi.

La dipendenza dal credito bancario, per dirne uno. Oppure quest’altro

In pratica il settore delle costruzioni che poi è quello che molto ha pesato nel boom dei primi anni Duemila, è ancora quello che fa più fatica, e mantiene una bassa produttività. E tuttavia è innegabile la circostanza che all’Europa – e ancor di più in Italia – serva un flusso più robusto di investimenti.

Notate che nei paesi periferici le imprese sono quelle che hanno fatto risalire il livello degli investimenti, visto che governi e famiglie si sono praticamente arresi. Ora sarà pure vero come dice il Dg di Bankitalia Signorini che “capitale umano ed efficienza della pubblica amministrazione condizionano gli andamento degli investimenti in italia”, ma non capisco perché poi si parli della necessità di “riforme strutturali e del settore finanziario e del sostegno  pubblico”. Insomma se la pubblica amministrazione è carente, non lo sarà anche il sostegno pubblico?

Travolto dal dubbio, cambio argomento anche perché oggi il cronicario globale è ben nutrito. E ne trovo uno bellissimo: gli stress test della banca centrale britannica.

Siccome le brutte notizie non bastano mai, ecco la BoE che s’immagina le peggiori possibili per capire se le banche inglesi potranno reggere a un bagno di sangue del genere. Confesso che fra i due scenari che vedete nel grafico non so quale sia peggio.

Infine approfitto della cortesia di Eurostat che ha raccolto una montagna di dati per farci vedere quali settori hanno avuto una produzione industriale dignitosa e quali altro sono crollati fra il 2010 e il 2016.

Che ci dice questo grafico? Che negli ultimi anni l’unico settore che ha visto crescere la sua produzione significativamente è il manufatturiero, con l’eccellenza del settore automobilistico e dei farmaci. Dice tutto del nostro stile di vita no?

A domani

Cronicario: Trump pensa alla salute, noi ai Trattati

Proverbio del 24 marzo Ridere e dormire sono le cure migliori

Numero del giorno: 411,5 Prestiti in miliardi dei governi locali cinesi nel 2018

Allora questo fine settimana si consumeranno insieme lo psicodramma di Mister T e quello dei Trattati europei. Il primo dopo aver volato sulle ali leggere della folla elettorale e dei mercati irrazionali è atterrato di terga sulla dura realtà parlamentare, che improvvisamente ha spento il suo sogno di poter cancellare tramite tweet .- moderna forma dell’editto – la riforma sanitaria di Obama, una roba che vale una vagonata di miliardi e quindi smuove succulenti interessi democraticamente rappresentati in qualunque Parlamento, notoria aula sorda e grigia (cit.), come sicuramente avrà pensato Mister T.

Mentre tutto ciò accade, dall’altra parte del mondo, quindi dalle nostre, e in particolare a Roma, si prepara la tregenda del memoriale della firma dei Trattati che animarono la meravigliosa Comunità europea e che domani condurrà a una specie di invasione barbarica nella capitale italiana, la prima di una lunga serie, temo, che si concluderà con una firma collettiva di una nuova dichiarazione di intenti. Saremo più buoni, saremo più belli e possibilmente più integrati a svariate velocità.

Sicché tempo per le miserie dell’economia ce ne rimane pochino. La politica incombe come le rondini in primavera. Ma prima di cedere il passo, mi corre l’obbligo di farvi sapere un paio di cosette.

La prima ce la racconta questo bellissimo grafico preparato dall’Institute of International Finance che dovrebbe suggerirvi qualcosa.

Non vi suggerisce niente? Vabbé ve lo dico io. L’Italia nel 2016 ha speso il 4% del pil per pagare i suoi interessi passivi sul debito. E parliamo di un anno con i tassi praticamente a zero sul debito a breve e a lumicino su quello a lungo. E comunque sono sempre oltre 60 miliardi che ogni anno sottraiamo alle nostre tasse. L’avanzo primario che ancora resiste ci consente di chiudere con un deficit sotto il 3%, come pretendono i famosi Trattati che festeggiamo domani. Sennò staremmo peggio della Spagna, che ha un deficit complessivo all’incirca del 5%. E se salgono i tassi che succede ai nostri interessi, visto che nel frattempo il debito è aumentato?

La seconda cosa me l’ha fatta notare l’ESM e devo dire che non me n’ero accorto: la crescita in Europa si muove in linea con quella Usa.

Con tutto il casino che fanno gli americani crescono quanto noi sfigati europei, che c’abbiamo pure il cattivissimo euro a farci da zavorra, come dicono gli intelligentoni. Siamo diversi, ma in fondo non così tanto.

A lunedì.

 

Cronicario: La Bce ha l’occhio cazzuto e il cuore generoso

Proverbio del 23 marzo La fidanzata dello studente non è la moglie del dottore

Numero del giorno: 51 % di popolazione mondiale che ha problemi di acqua inquinata

E’ un caso? Certo che sì, però che caso. Proprio nel giorno in cui la Bce rilascia il suo rapporto annuale sulla sorveglianza bancaria – anno 2016 – rivelando la propria propensione a strizzare le parti basse alle banche europee (almeno a chiacchiere) la stessa Bce, ma è un’altra divisione, assegna in asta 234 miliardi alle stesse banche che vigila, che potranno prendere a prestito a tassi infimi per una scadenza lunga, come prevede il marchingegno studiato dagli sherpa del Mago di EZ. Una banca centrale severa ma giusta. Anzi: giustissima: una cornucopia.

Questo miracolo, tipicamente euromane (o euromano?), si compie ormai da diversi anni, nel quale prima col bastone e poi con la carota, ovvero usando una carota come bastone, la Bce tiene in piedi l’accrocco europeo dandosi (e dandoci) persino una parvenza di dignità. E anche facendoci lucrare un po’ di soldini. Vi dico solo una cosa: le rendite estere dell’eurozona sono aumentate del 40% nell’ultimo anno. Indovinate per merito di chi.

Esatto. Che poi è lo stesso che secondo quanto scrivono i sapientoni, ci ha fatto risparmiare qualcosa come 20 miliardoni di interessi passivi sul nostro debito pubblico col crollo dei tassi e il QE.

Cazzuta e generosa com’è, la nostra Bce vince senza il minimo dubbio il premio Cronicario del giorno. Anche perché non è che ci sia granché da aggiungere. A meno che uno non si lasci sedurre dagli schizzi di pazzia di bitcoin, che fa su e giù come l’umore di un tifoso della Nazionale.

O magari non seguiate con passione il dibattito davvero appassionante (se siete morti) sulla dimensione del settore militare statunitense che anima le pagine dei giornali americani.

Figuriamoci. L’unica notizia che può competere con la Bce che strizza e stampa è la conferenza di Bruxelles sul Fintech e l’action plan per i consumatori dei servizi finanziari.

L’avete capito – sì – che era una battuta?

A domani.