Etichettato: maurizio sgroi
Cartolina: L’economia degli ereditieri
Proprio come negli anni ’50, in Europa oggi più della metà della ricchezza deriva dalle eredità. Non siamo ancora ai livelli della Belle époque, quando dai lasciti ne dipendeva oltre il 70%, ma con un po’ di applicazione ci arriveremo. Merito anche della demografia avversa, che concentra sempre più nelle mani di sempre meno e per giunta poco prolifici grandi patrimoni frutto dell’arricchimento democratico del secondo dopoguerra. E questo è il problema. A differenza degli anni ’50, infatti, oggi non andiamo verso magnifiche sorti e progressive società popolose, laboriose e illuminate, ma verso cittadelle depresse dalla sazietà e abitate in parte crescente da anziani con la sindrome dell’assedio, dove le uniche economie che prosperano sono quelle dell’intrattenimento e della paura. Il risultato è che sempre meno avranno sempre più, senza che sia chiaro a chi andrà dopo di loro tutta questa roba. L’economia degli ereditieri, nel tempo del Tedioevo.
Cronicario: La signora Pensione Anticipata surclassa la signorina Quota 100
Proverbio del 17 gennaio Il destino è un mare senza sponde
Numero del giorno: 825.000.000 Calo surplus commerciale italiano a novembre rispetto al 2017
In attesa che arrivi il Decretone, che verrà approvato dicono oggi, non è tanto quello che c’è scritto che dovete sapere, ma il fatto che un sottosegretario abbia detto che “c’è tutto dentro: quota 100, il reddito di cittadinanza, il Tfs e persino il fondo Alitalia, abbiamo trovato le coperture”.
Se sentite freddino nella parte bassa della zona lombare non state a preoccuparvi: è l’età che avanza insieme col Decretone. Col tempo dovreste avere imparato quanto sia salutare un governo sollecito. E se siete vecchi abbastanza dovreste averci fatto il callo e sapere come finirà.
Detto ciò, in questo invecchiare vagamente doloroso c’è persino una bellezza, che per l’italiano medio, in costante debito di fancazzismo, ha un nome e un cognome preciso.
Si vede che quelli del governo sono ancora dei ragazzi. Perché se avessero qualche annetto in più saprebbero che la signora Pensione Anticipata è la vera protagonista del nostro dibattito politico. La sua incarnazione recente – la signorina Quota 100 – sconta i difetti classici della giovane età: presunzione, supponenza, un filino di arroganza. E soprattutto una sostanziale ignoranza. Per dire: perché mai si dovrebbe andare in pensione a 62 anni (+38 di contributi=100) quando l’età media della signora Pensione Anticipata si abbassa di anno in anno?
Vedete questo piccolo capolavoro? Noi italiani abbiamo una delle età pensionabili teoriche più alte del mondo e insieme una effettiva fra le più basse. Dal 2016, quando i dati di questo grafico sono stati raccolti, si è persino abbassata. E mica andando a dire in giro per il mondo Quota 100 qua e Quota 100 là, attirandosi un sacco di cazziate e parecchio spread. Semplicemente lasciando che la signora Pensione Anticipata facesse il suo corso. Tanto lassù, al governo c’è sempre qualcuno che l’ama.
Volete qualche numeretto più recente? Eccolo qua, fresco fresco dall’Inps. Per uno che nel 2018 è andato in pensione con l’età di vecchiaia (66 anni e sette mesi) 2,2 sono usciti con la signora Pensione anticipata, notoriamente molto socievole, per non dire generosa. Complessivamente, a fronte di 40.250 pensioni di vecchiaia (-30,5% sul 2017) ci sono state 89.421 uscite per anzianità contributiva (-7%). Tra questi pensionamenti anticipati l’età media di uscita è stata di 60,7 anni, in calo rispetto ai 60,8 dell’anno precedente. C’è anche un gruppo nutrito (38.020 persone) che è uscito dal lavoro tra i 55 e i 59 anni. Ciò conferma che la signora Pensione anticipata, oltre ad essere di indole generosa, ha pure i superpoteri, considerando che comunque richiede 42 anni di contributi per gli uomini e 41 per le donne per concedersi.
La signorina Quota 100, perciò, si dia una regolata. La smetta di darsi delle arie. E’ solo una dilettante allo sbaraglio. L’ultima arrivata che gioca a far la star. E ogni riferimento a cose o governi…
A domani.
A Gibuti, crocevia degli scambi globali, fra i due litiganti gode la Cina
Se in fin dei conti fosse solo una questione di interessi economici potremmo prestar fede al ministro delle finanze di Gibuti, Moussa Dawaleh, che di recente ha spiegato con parole assai chiare la ragione per la quale il piccolo stato incistato sopra il Corno D’Africa, al centro di rotte commerciali strategiche innanzitutto per il traffico di risorse energetiche, ha visto espandersi massicciamente la presenza di capitale cinese nei suoi investimenti infrastrutturali, ambiziosi quanto rilevanti. Osservare quello che sta succedendo laggiù ci consente di completare la breve ricognizione che abbiamo fatto in questi giorni discorrendo di alcuni snodi strategici della complessa partita che si sta giocando nel quadrante euroasiatico col pretesto di alcuni investimenti portuali, segnatamente a Gwadar, in Pakistan, e a Chabahar, in Iran.
Gibuti, quindi. “Non non diamo esclusive a nessuno – ha detto il ministro africano -. Non si tratta di opporre la Cina all’Occidente. Se riuscirò a ottenere dall’Occidente le stesse condizioni che sto ottenendo da Eximbank (istituzione cinese, ndr), sarò più che felice. Se posso ottenere di meglio di quello che la Cina ci offre, sarò ancora più felice. Non devo solo trattare con un partner. Ma per adesso è la Cina quella che rischia. Forse alcuni amici non sono felici di sentirlo, ma questa è la realtà”. Questione puramente economica, quindi. La Cina presta a Gibuti i denari di cui abbisogna per nutrire la sua fame di infrastrutture, più che comprensibile per un’economia che secondo alcune stime ricava il 70% della sua produzione dal trasporto di merci e quindi dalla logistica, e tanto basta. Se l’Ue, l’America, o i rissosi paesi che ruotano attorno al Corno D’Africa vorranno o sapranno fare di meglio, tanto meglio per Gibuti. Fine della storia.
Ma che non sia così semplice – che non si tratti solo di traffico di denaro ma di influenza politica – lo si capisce anche solo osservando il ritaglio di mondo dove gravita Gibuti che ha la ventura di affacciarsi sullo stretto di Bab el Mandeb, assai noto agli osservatori di cose energetiche per la semplice ragione che ci passano le petroliere (e non solo) destinate a passare il canale di Suez.
Ai quelli meno addentro basterà sapere che ogni giorno quasi cinque milioni di barili passano da qui, circa il 5% del petrolio trasportato per mare (dati 2016) proprio di fronte allo Yemen dove da anni deflagra un conflitto sanguinoso e dimenticato. Circa 1,5 milioni di barili, prodotti in gran parte in Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi e Oman, vengono trasportati da Ain Sukhna sul Mar Rosso a Sidi Kerir sul Mediterraneo nel nord dell’Egitto attraverso l’oleodotto Sumed. La maggior parte delle importazioni europee di petrolio greggio dal Medio Oriente arriva attraverso questo oleodotto. Oltre ad essere una via di transito fondamentale per il petrolio, lo stretto di Bab-el-Mandeb, che sbocca sul Golfo di Aden, è anche fondamentale per le raffinerie del Mar Rosso dell’Arabia Saudita, che sono in gran parte rifornite di greggio prodotto nella regione orientale del Golfo Persico. Raffinerie che adesso, come abbiamo visto, i Sauditi vogliono installare anche a Gwadar,
Tutto questo basta a spiegare perché le vicende di Gibuti stiano molto a cuore al mondo mediorientale. Non solo all’Arabia Saudita e non solo per questioni di petrolio. Nel febbraio scorso è scaduta la concessione che Gibuti aveva rilasciato nel 2006 alla DP World, una compagnia pubblica di Dubai posseduta dallo stato, che lavora come operatore portuale e che in tutto questo tempo ha gestito il container terminal di Gibuti di Doraleh (Doraleh container terminal, DCT), che si trova proprio vicino allo stretto di Bab al Mandeb. Notizia che sarebbe rimasta confinata nella nicchia degli specialisti se non fosse che, poco dopo l’interruzione unilaterale della partnership, il posto della compagnia degli Emirati Arabi Uniti è stato preso da una compagnia cinese, la China Merchants Port Holdings (CMPH), la stessa compagnia che gestisce un porto che lo Sri Lanka ha ceduto alla Cina come pagamento di debiti rimasti insoluti.
La scelta della compagnia cinese come operatore della DCT si spiega anche con la circostanza che la CMPH ha pagato 185 milioni di dollari e possiede il 23,5% della Port de Djibouti SA (PDSA), la compagnia che gestisce il porto di Gibuti che è a sua volta la maggiore azionista della DCT. I cinesi, peraltro, sono notevolmente impegnati economicamente in altre iniziative che coinvolgono Gibuti, fra i quali lo sviluppo infrastrutturale di una zona di libero scambio, il nuovo porto multiservizi e persino una ferrovia che collega Gibuti con l’Etiopia, in particolare con Addis Abeba, costata centinaia di milioni che nessun altro finanziatore voleva spendere per dotare l’area di un collegamento considerato strategico per quanto dispendioso. La Cina ha investito anche per finanziare un acquedotto. Complessivamente per i vari progetti che ha in corso di sviluppo a Gibuti si calcola che la Cina abbia investito tramite le sue varie entità quasi due miliardi di dollari che si aggiungono ai già corposi investimenti che la Cina ha fatto in Africa negli ultimi anni.
Il fatto rilevante è che l’ascesa cinese a Gibuti si inserisce in uno scenario assai complesso dove si confrontano antiche rivalità che coinvolgono i paesi arabi dell’area. Basta ricordare il duro confronto che oppone dal 2017 quattro stati che insistono nell’area – Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein – con il Qatar, accusato di terrorismo, che si è aggravata dopo che quest’ultimo si è avvicinato all’Iran, storico avversario dei Sauditi. La tensione è salita fino al punto che di recente il Qatar ha annunciato la sua uscita dall’Opec dopo una permanenza di decenni motivando la decisione con la scelta di concentrare i propri sforzi produttivi sul gas. Con la conseguenza che Qatar e Arabia Saudita si trovano a esser avversari e a dover condividere una porzione di territorio – la via marittima che collega il Mar Rosso ai mercati europei e al Nord America diventata sempre più instabile. Se all’equazione si aggiunge la Turchia, che è una buona amica del Qatar, che investe massicciamente in Somalia e gioca un ruolo di importanza crescente nell’equilibrio della regione (si pensi alla crisi siriana), ecco che lo scenario diventa improvvisamente favorevole all’arrivo di un terzo che si inserisca a vantaggio proprio fra i litiganti. La Cina appunto.
Il piccolo Gibuti e la grande Cina sembra il titolo di una storia destinata a finire male per gli africani, che molti osservatori temono possano finire nella trappola del debito. Ossia la tagliola finanziaria nascosta dietro la Belt and Road initiative di Pechino che i detrattori dei cinesi usano come argomento costante nelle loro analisi. Prestare ai paesi bisognosi e poi obbligarli a cedere qualcosa. Accuse che Pechino ha sempre respinto con sdegno. Ma lo scenario di Gibuti è molto composito, come si vede, e anche i paesi occidentali fanno la loro parte. La posizione geografica del piccolo stato africano spiega perché al suo interno ospiti basi militari americane, francesi, saudite, giapponesi e, ovviamente cinesi. C’è persino l’unica base militare italiana all’estero. Tutti questi mondi convivono nello spazio ristretto e instabile di uno staterello costiero che insiste lungo una grande arteria della globalizzazione. Questo piccolo miracolo – finché dura – mostra che il piccolo Gibuti forse ha il talento di avere tanti amici, come diceva il suo ministro del dell’economia e di riuscire persino a convincerli a finanziare le sue manie di grandezza. Ma dovrebbe ricordare il proverbio che insegna a temere gli amici assai più dei nemici. E dovrebbe farlo in fretta.
Cronicario: Uscire dalla Brexit? Let May be
Proverbio del 16 gennaio Non tagliare ciò che può legare
Numero del giorno: 1,2 Tasso % inflazione al consumo in Italia nel 2018
A questo punto dovrebbe esser chiaro che Theresa May gareggia con Churchull quanto a capacità di leadership. Ormai ha persino svaporato la nostalgia della mitica Lady di Ferro. E lo ha fatto indossando i panni, assai più consoni ai tempi, di Lady di Gomma. D’altronde quella aveva a che fare coi minatori dello Yorkshire. Questa al massimo con quelli di Bitcoin.
Robetta digitale, insomma, ma per la quale serve flessibilità, capacità di adattamento e memoria cortissima. Smanettare la politica come fosse Snapchat. Tutte qualità che la nostra eroica prima ministra possiede a profusione, inducendo i suoi detrattori a equivocare. Costoro scambiano per inconcludenza la sua raffinatissima capacità di non far concludere nulla agli altri.
Dote preziosissima nella Gran Bretagna del 2019 dove è chiaro a tutti che nessuno sa cosa fare, ma lo fa con grande convinzione. Come lei, appunto. Lady G, che ormai nel nostro cuore da rotocalco ha superato persino la mitica Lady D – sfido chiunque a governare l’Uk con le scarpette della May –
ha gioco facile con la plebaglia assiepata in Parlamento che ieri, bocciando il suo piano di intesa con l’Ue, le ha regalato una straordinaria vittoria. Nessuno capisce perché non si sia ancora dimessa perché a tutti sfugge che questo è il viatico che condurrà all’esito che tutti vogliono anche se dicono il contrario.
Per questo lei dice che non si dimetterà, mentre si parla già di un nuovo referendum. Perché mai dovrebbe dimettersi dopo un successo del genere? E poi, se si dimettesse, come farebbe l’UK a evitare di fare l’ennesima minchiata? State sereni, cari, fortunati, cugini britannici. Tutto andrà bene, per voi e per noi. Let May be.
A domani.
Cronicario: Il debito aumenta, ma per fortuna anche le tasse
Proverbio del 15 gennaio Finché c’è fuoco in cucina arriveranno ospiti
Numero del giorno: 5,2 Tasso % disoccupazione nella zona Ocse a novembre
In tempi incerti come i nostri dobbiamo ritenerci molto fortunati ad essere fra i pochi dotati di straordinari centri di gravità permanente. Nel senso di gravi e permanenti, ma comunque centri. Quindi certezze intramontabili.
Vi risparmio l’elenco perché tanto sapete di che parlo. Mi limito agli ultimi due aggiornamenti che oggi la nostra Banca d’Italia ha lanciato nelle fauci ingorde del cronicario globale. Il primo: il debito pubblico a novembre ha toccato il suo nuovo record stagionale superando i 2.345 miliardi, circa 39 mila euro a testa se lo dividiamo per i 60,5 milioni di residenti.
Questo piccolo grande capolavoro di gestione della cosa pubblica lo si può apprezzare osservando questo grafico, che ha anche il pregio di farci sapere chi tiene in pancia questa montagna di carta.
E adesso che avete scoperto a chi dobbiamo un sacco di soldi, chiedetevi pure come facciamo a ripagarli, questi debiti con i loro salatissimi interessi. Vi do un indizio.
Sempre Bankitalia ci fa sapere che a novembre le entrate tributarie dello Stato sono state 39 miliardi, in aumento dell’8,7% (3,1 miliardi) rispetto al dato dello stesso mese del 2017. Casualmente, debito e tasse camminano a braccetto.
Dopodiché potete pure credere che il debito pubblico non esista. Tanto è lui che crede in voi. Come il fisco.
A domani.
Matrimonio petrolifero a Gwadar fra Cina e Sauditi
Per comprendere l’importanza strategica del recente annuncio saudita di un investimento da 10 miliardi di dollari per la realizzazione di una raffineria della Saudi Aramco nel porto pakistano di Gwadar, basta ricordare che il porto è stato costruito con capitali cinesi col fine molto ambizioso di diventare uno snodo nevralgico del commercio internazionale, e poi guardare una mappa dell’area.
In sostanza i Sauditi, costruendo una raffineria in Pakistan contribuiscono al progetto cinese di costruire un corridoio di trasporto, innanzitutto dedicato alle risorse energetiche, alternativo a quello classico che ruota attorno all’affollatissimo Stretto di Malacca, e che ha indotto Pechino a sponsorizzare con decine di miliardi il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC). Il significato di questo progetto si può facilmente intuire osservando quest’altra mappa.
In sostanza il petrolio Saudita, che naviga lungo il Mar Rosso o il Golfo Persico, dove secondo alcune stime passa il 40% del traffico petrolifero che viaggia per mare, può essere raffinato in Pakistan e da lì trasportato via terra nella città cinese di Kashgar, al confine con la regione dello Xinjiang. Si parla già di un possibile oleodotto fra le due città, che richiederebbe altri dieci miliardi di investimenti per trasportare un milione di barili al giorno. Considerando gli attuali consumi cinesi, pari a circa dieci milioni di barili, per Pechino sarebbe un passaggio importante per stabilizzare le proprie forniture energetiche che per circa il 50% dipendono proprio dal Medio Oriente. Non a caso le cronache riportano degli insistenti tentativi cinesi di portare avanti il progetto del corridoio pakistano anche migliorando le relazioni diplomatiche con il vicino Afghanistan, a spese dell’influenza americana.
Aldilà dell’importanza per gli approvvigionamenti petroliferi cinesi, la decisione Saudita segna un importante passo in avanti della politica della monarchia non solo nei confronti dei cinesi, che mettono a fuoco la loro vocazione di partner strategico per gli arabi, ma anche del Pakistan. I Sauditi si rafforzano in una regione difficilissima dove si confrontano anche diverse influenze politiche come quella rappresentata icasticamente dal porto di Chabahar, che dista meno di 100 chilometri da Gwadar ma che insiste sul territorio iraniano e si propone di collegare l’Asia centrale col mare passando per l’Afghanistan.
Un progetto sponsorizzato dall’India, che però non ha certo la capacità di investimento della Cina, e che tuttavia va inquadrato nel più ampio disegno strategico che si sta delineando nell’Indo-Pacifico. Non a caso di recente il segretario Usa ha esentato l’India da alcune delle sanzioni previste per chi fa affari con l’Iran proprio per consentire lo sviluppo del porto. Un gioco al quale anche la Russia ha dimostrato di voler partecipare, visto che ha annunciato un investimento da 3 miliardi di dollari per lo sviluppo dell’International North-South Transport Corridor (INSTC) che dovrebbe trovare proprio nel porto iraniano lo sbocco sul Golfo Di Aden.
Il Grande gioco dell nuove rotte commerciali, insomma, sembra destinato a arricchirsi sospinto dal traffico di merci fra Oriente e Occidente, rallentato dalla crisi ma destinato naturalmente a crescere. I padroni dei grandi corridoi e le zone che si agitano intorno ai punti di snodo, potranno sfruttare il loro vantaggio competitivo, come sempre è stato nella storia. E questo spiega bene il fiorire di iniziative infrastrutturali, particolarmente intenso da quando la Cina, mostrando di esser pronta a giocare un ruolo internazionale, ha presentato al mondo la sua Belt and road initiative della quale il corridoio pakistano è una delle declinazioni, spingendo i paesi che ruotano intorno all’economia dell’Eurasia – Russia in testa – e i paesi egemoni – gli Usa – a farsi carico di una sorta di controproposta.
Alla fine del gioco sarà possibile conoscere il vincitore. La storia ci insegna che di solito i padroni delle rotte sono anche quelli del commercio. Quando gli antichi romani penetrarono nel Mar Rosso, dopo la conquista dell’Egitto, e lo discesero fino all’Oceano Indiano, per gli stati Arabi meridionali, fino ad allora fiorenti, fu la fine. I romani impararono a navigare usando i monsoni e divennero i padroni dei mari orientali fino all’India e insieme delle rotte terrestri. Queste rotte furono il coronamento dell’impero universale e le fondamenta delle ricchezze che affluirono a Roma dall’Oriente. Se si ricorda questo insegnamento si capisce perché il mondo guardi con preoccupazione alla Bri cinese. E perché l’investimento Saudita nel porto pakistano non potrà che turbare gli Usa.
Cronicario: www.redditodicittadinanza.it/navigator
Proverbio del 14 gennaio Ogni male necessita di un medico: il tempo
Numero del giorno: 0,7 Crescita % italiana nel 2019 secondo un sondaggio di Bloomberg
Siccome si prepara un boom tipo anni ’60 (cit. incredibile ma vera) mentre l’Italia rischia la stagnazione (cit vera ma credibile), per tagliare la testa al toro irsuto delle minchiate ministeriali non resta che affidarsi al Cronicario che oggi ne ha trovata un’altra che vi farà dimenticare le purissime perle diffuse in questi giorni.
Inutile dirvi che l’autore di quest’altro capolavoro è il vicepremier Uno (o Due, fate voi), perché tanto lo capirete dall’argomento: il reddito di cittadinanza, come meglio precisato qui dal vostro Cronicario. Se vi viene il mal di testa a pensare ai chissà quanti moduli da compilare per avere il vostro gettone di presenza in Italia, sappiate che “il sito internet per chiedere il reddito di cittadinanza sarà pronto nel mese di marzo”.
E mica solo questo. “Da quel momento nel giro di qualche settimana vi diremo se la persona che ha fatto domanda può accedere al reddito oppure no”.
E se non vi basta, sappiate pure che “se si (cioé se vi tocca il gettone di presenza, ndr), dopo pochi giorni avrete una telefonata del navigator. Non è stato facile ma ci siamo quasi”.
Attenzione: ha detto quasi. Infatti al momento sul sito http://www.redditodicittadinanza.it/navigator (ma anche senza /navigator), che evidentemente il governo del cambiamento non ha ancora comprato, tutto quello che si trova è questo:
Sarà pure colpa delle cattive compagnie che vedete sulla home page promozionale. Ma per adesso il sito del reddito del futuro somiglia a un relitto del passato. Navigator incluso.
A domani.
La crescita zero della mobilità sociale italiana
In un contesto economico che, come abbiamo visto, assegna alle eredità un ruolo crescente nella formazione della ricchezza, diventa sempre più importante capire se e come funziona l’ascensore sociale all’interno di un paese che, per chi ereditiere non è, rappresenta l’unico modo per migliorare la propria situazione. In sostanza si tratta di capire se le opportunità che si offrono riescono a bilanciare una condizione di partenza svantaggiata, visto che è parecchio illusorio pensare che ci possa essere una reale eguaglianza delle opportunità. Nel nostro mondo al massimo possiamo ambire a costruire una società che premi, offrendo le giuste opportunità, chi si impegna con tenacia per raggiungere i propri obiettivi. E anche questo, purtroppo, spesso si rivela vagamente illusorio. Specie in Italia almeno, viene da dire leggendo un bel paper diffuso qualche tempo fa dalla Banca d’Italia.
Già il titolo – Istruzione, reddito e ricchezza: la persistenza tra generazioni in Italia – ci dice tutto quello che c’è da sapere. Ossia che l’Italia si colloca “nel novero dei paesi con una persistenza intergenerazionale delle condizioni economiche relativamente alta”. Per giunta “in anni recenti questo fenomeno mostra una tendenza all’aumento”, con il risultato che “variabili che non sono oggetto di scelta da parte degli individui spiegano il loro successo economico in una misura più ampia che in passato”. Potremmo dirla più semplicemente concludendo che chi nasce povero in Italia, per reddito, istruzione e ricchezza, ha maggiori probabilità di rimanere povero, e di trasmettere questa “caratteristica” ai suoi figli per una serie di ragioni che sono le stesse per le quali chi nasce ricco ha maggiori probabilità di rimanerlo.
Fin troppo facile, in un contesto siffatto, dar ragione ai tanti aspiranti Robin Hood che suggeriscono di togliere ai ricchi per dare ai poveri. Ciò implica un pregiudizio discutibile. Ossia che la persistenza dei ricchi provochi la persistenza dei poveri. Ma il problema forse risiede nel fatto che un paese non riesce a mettere in moto il famoso ascensore sociale per la semplice ragione che la sua economia non crea opportunità di miglioramento. Le due cose evidentemente sono collegate: un paese con una forte componente ereditaria della ricchezza, dell’istruzione e del reddito è evidentemente conservatore. Ciò significa che fa più fatica a innovare e quindi a creare opportunità nuove e migliori. Per dirla con le parole di Bankitalia, “la mobilità delle condizioni economiche tra generazioni è una caratteristica fondamentale per una società. La possibilità di conseguire un miglioramento delle condizioni di vita costituisce un potente incentivo allo sviluppo delle proprie capacità, all’innovazione, all’impegno nel lavoro; ne trae beneficio non solo il singolo individuo, ma anche l’intera collettività, che può avvantaggiarsi di una più robusta crescita dell’economia”.
Se poi vi appassiona il tema dell’eguaglianza, è giusto ricordare che “la mobilità intergenerazionale costituisce inoltre un elemento cruciale in termini di uguaglianza”. Di conseguenza “una società che registri possibilità di successo economico significativamente superiori in funzione delle fortune dei propri avi tende a generare scontento ed è fonte di possibili tensioni nella parte di popolazione svantaggiata”.
L’analisi di Bankitalia, che prende in esame un ventennio di rilevazioni, ci consente di apprezzare fino a che punto nel nostro paese le condizioni di partenza condizionino quelle di arrivo. E purtroppo le conclusioni sono poco rassicuranti. Le stime, infatti, “mostrano una elevata persistenza intergenerazionale nei livelli di istruzione”, con buona pace per l’enorme sforzo profuso dall’istruzione pubblica proprio per offrire a tutti almeno pari opportunità. E la musica cambia poco se guardiamo alla stima dell’elastici dei redditi da lavoro, che “collocano l’Italia nel novero dei paesi a bassa mobilità intergenerazionale, confermando i risultati di precedenti studi”. Peggio ancora, l’analisi restituisce “l’immagine di una società che tende a divenire meno mobile degli anni più recenti”. “Anche per la ricchezza – aggiunge Bankitalia – si riscontrano valori che collocano l’Italia tra i paesi avanzati con livelli relativamente elevati di persistenza intergenerazionale; come per l’istruzione e il reddito, si riscontra una tendenza all’aumento della ereditarietà delle condizioni economiche in termini di ricchezza”.
Alla crescita economica rarefatta, cui si associa una sostanziale decrescita demografica, insomma, si aggiunge anche l’azzeramento tendenziale della mobilità sociale. Pensare che basti un nuovo Robin Hood per invertire questa situazione è una pietosa illusione che gioverà ai propagandisti, non certo a chi è dotato di buon senso. Anche al netto dei inevitabili caveat contenuti nello studio, rimane la circostanza che c’è una “forte dipendenza degli esiti economici degli individui dalla caratteristiche della famiglia di origine e dalle loro condizioni di partenza”. Fra quelli che non nascono bene, insomma, uno su mille ce la fa. E non è detto che rimanga in Italia.
Cartolina: L’inversione dell’onere dello yield
Chi frequenta le cose d’economia, o anche solo vi partecipa come semplice osservatore, ha imparato una collezione di scongiuri da recitare ogni qual volta succede, come è successo negli Usa di recente, che il rendimento dei titoli a breve superi quello dei titoli a lungo termine. Una pura aberrazione per chi crede che il tempo sia denaro. Ciò spiega le ondate di panico che si verificano quando la temutissima inversione della curva diventa cronaca. Tutti la leggono come sfiducia nel domani, che viene prezzato più caro del dopodomani. Pochi ne osservano l’effetto sulle banche, che trasformano più o meno rischiosamente le scadenze di crediti e debiti per grattare qualche profitto. Perciò quando la curva dei rendimenti si inverte la prima reazione dei banchieri è quella di restringere il credito. L’onere dello yield finisce sulle spalle di chi ha bisogno di prestiti. E la poca fiducia ch’era rimasta, sparisce.
Cronicario: Tav e Tap? Facciamo una Tac
Proverbio del 10 gennaio La pace arricchisce gli umili e impoverisce i superbi
Numero del giorno: 16,7 Calo % del prezzo delle abitazioni in Italia rispetto al 2010
La buona notizia del giorno è che i prezzi delle abitazioni in Italia continuano a calare, affrettando il progresso della nostra società verso il tetto di cittadinanza, degno complemento del reddito di parannanza. L’Istat ha calcolato che dal 2010 i prezzi sono diminuiti del 16,7%, nel terzo trimestre 2018, addirittura del 22,9 se guardiamo alle abitazioni esistenti, ossia la stragrande maggioranza del nostro mattone, vecchio e malmesso, divenuto caro (una volta) perché gli italiani quando non sanno (non sapevano) dove i metterei i soldi si comprano (compravano) una casa.
Che questo calo sia una notizia eccezionale, lo dimostra il fatto che i prezzi salgono in tutta l’Europa che conta e calano solo da noi, e per giunta a fronte di compravendite in aumento, come solo da noi, d’altronde, schizzano all’insù i tassi sui decennali.
D’altronde il detto “Prima gli italiani”, deve pur significare qualcosa.
Affascinato da queste primazie, o primizie se preferite, quasi mi perdo lo straordinario dibattito che si sta consumando nelle sale nobili della politica a proposito di Tav e Tap, che non sono due personaggi da cartoon ma due fortunatissimi acronimi capaci di fare incazzare mezz’Italia con l’altra per ragioni diametralmente opposte. Siccome so che avete letto sui social tutto quello che c’è da sapere su Tav&Tap e quindi sarete informatissimi (è una battuta, ndr), non mi dilungo, anche perché a differenza di quelli che pensano di sapere tutto so bene di sapere l’unica cosa che è importante sapere.
Mi rimane solo una domanda. In questo tutto nostro costante e bellissimo litigare, che certo giova al nostro mercato immobiliare almeno quanto alla sostenibilità della nostra finanza pubblica, e vi faccio grazia del resto, mi chiedo perché mai rifiutiamo di fare l’unica cosa che dovremmo fare per capire che diavolo c’abbiamo dentro la testa: una bella Tac. Altro che Tav&Tap.
A domani.




























