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Cronicario: Ci salverà il social-ismo del governo
Proverbio del 14 febbraio Ci vuole tutta una vita per capire che non serve capire tutto
Numero del giorno: 21.400.000.000 Interscambio Italia-Russia nel 2018
L’avete sentiti, sì, quei guastafeste di Moody’s? Nel giorno del giubilo nazionale, in cui Vicepremier Uno (o Due, fate voi) annuncia che Tesoro, Fs, CdP e anche qualcuno altro entreranno nel capitale di Alitalia con oltre il 50% – così si capisce chi comanda –
e vice premier Due (o Uno, fate voi) dice che il latte delle pecore sarde non può costare meno di un euro al litro
ecco che arrivano quegli scocciatori dell’agenzia del capitalismo internazionale a dire che quest’anno forse cresciamo fra lo Zero e lo Zerocinque, e per giunta rischiamo la crisi di governo, tanto per guastare la giornata di festa del social-ismo nazionale.
No: non è un refuso. si scrive proprio così: social-ismo. Lo sappiamo tutti che il vecchio socialismo è stato sconfitto dalla storia e pure dalla geografia. Dalla poesia e pure dalla prosa. Dall’arte e dalla scienza. Dalla filosofia e persino dalla matematica.
Ma nessuno, tranne il vostro Cronicario, vi ha detto prima di oggi che, come la mitica l’araba fenice, dalle ceneri del socialismo disfatto è sorto Il social-ismo. E’ persino meglio dell’antenato, che in mezzo a tanti pregi aveva il difetto di essere troppo serio. Il nuovo social-ismo è smart, cool e soprattutto non teme il ridicolo. Anzi, lo incoraggia. Perciò fa un largo uso di dirette. Soprattutto, adesso sapete perché comandano i comici.
A domani.
La prossima mossa anticrisi? Eliminare il contante
La crisi prima o poi arriverà, nota il Fmi in un interessante approfondimento dedicato a uno studio dal sapore vagamente eretico. Come altro definire l’idea di “separare” in due la moneta di un paese distinguendo il contante dalla moneta elettronica? Agli amanti della storia del pensiero economico torneranno in mente le trovate di Silvius Gesell ricordato anche da Keynes nella sua Teoria generale, dove trova un posto speciale – e non a caso – l’ossessione per il tasso di interesse e la propensione alla liquidità, giudicati entrambi – se elevati – come fattori di disturbo per lo sviluppo della domanda aggregata e quindi dell’occupazione.
Dovremmo stupirci quindi, che le eresie di Gesell, che voleva bollinare il contante per deprezzarlo a scadenza, ispirino oggi proposte di policy? No, non dovremmo. Il pensiero che il denaro inutilizzato sia la radice di ogni male, mediato da alcuni decenni di intossicazione econometrica, peraltro alla base di gran parte della modellistica usata dalle banche centrali, è troppo radicato nelle nostre società. Tanto è vero che gli ultimi dieci anni, lungo i quali si è sviluppata la pratica – senza precedenti – dello zero lower bound, oggi ci hanno lasciato in eredità una società dove molti tassi di interesse sono ancora sostanzialmente a zero, le banche centrali si sono riempite di debiti (e stendiamo un velo pietoso sugli stati) e il Fmi osserva preoccupato che “le future recessioni sono inevitabili”. Con l’aggiunta che le recessioni più gravi, nella storia, hanno richiesto tagli dei tassi del 3-6 per cento da parte delle banche centrali per essere contrastate. Possibilità che moltissimi paesi, dopo dieci anni di tassi nominali vicini allo zero o addirittura negativi, non possono più conseguire.
Che fare quindi se la crisi tornerà (e tornerà) a bussare allo nostre porte? Non potendo (finora) espropriare i possessori di denaro, la risposta più semplice è farlo costare più caro a chi ne ha e non lo usa. O, volendo usare un linguaggio più forbito, portare i tassi di interesse ben sotto lo zero, che significa in pratica far pagare un interesse elevato a chi tiene i soldi nei depositi.
Ma c’è un problema squisitamente tecnico, oltre che “filosofico”. Mentre è possibile portare in territorio negativo il tasso su alcuni depositi – ad esempio quello che la banca centrale paga alle riserve obbligatorie delle banche commerciali – non è possibile portare i tassi nominali dei depositi bancari commerciali significativamente sotto lo zero finché esiste il contante. Il perché è facile da capire. Se una banca mi chiedesse il 3% del mio capitale ogni anno per custodire il mio denaro, potrei decidere di ritirarlo tutto e tenerlo chiuso in cassaforte. Detto con le parole del Fmi, “il contante ha lo stesso potere d’acquisto del denaro del deposito bancario ma con un interesse nominale pari a zero”. In sostanza, tenere il denaro fermo in casa non frutta interessi, ma neanche costa (al netto dell’inflazione). In più se ne può avere in quantità illimitata.
L’esistenza dello zero lower bound rappresentato dal tasso di interesse incorporato nel denaro contante non ha impedito tuttavia ad alcune banche centrali di portare i tassi leggermente sotto lo zero. Questi istituti hanno potuto farlo perché a tassi leggermente negativi è comunque più conveniente tenere il denaro in banca che portarlo via. E queste politiche, dice il Fmi, sono servite a stimolare la domanda, come insegna la teoria. Ma questa opzione non può ulteriormente essere perseguita. Il floor dello zero lower bound non può essere “sfondato” più di tanto. “Un’opzione per superare lo zero lower bound sarebbe quella di eliminare gradualmente i contanti. Ma non è semplice”. Ed non è difficile capire perché.
Come si può osservare da questo grafico, il cash è ancora molto diffuso in gran parte del mondo. Quindi serve un’idea diversa per rendere il contante costoso quanto i depositi bancari. A molti sembrerà un discorso astruso, ma la comunità scientifica ne discute da anni. E da qui è emersa la proposta al centro dello studio del Fmi: separare la moneta del paese in due valute diverse, una elettronica e una contanti. Una moneta digitale e una analogica che facciano ovviamente riferimento allo stesso conio ma che siano in rapporto fra loro attraverso un rapporto di conversione fissato dalla banca centrale. In tal modo un tasso negativo sulla valuta digitale si può trasferire su quella analogica.
Proviamo a semplificare. Supponiamo che una banca decida di mettere un tasso negativo sui suoi depositi del 3% e altresì che la banca centrale annunci che il dollaro in contanti si deprezzi del 3% nei confronti di quello digitale ogni anno. Ciò significa che il tasso di conversione del dollaro analogico verso quello digitale sarebbe di 1 a 0,97 su base annua. Sia che si decida di tenere 100 dollari in contanti a casa, sia che si tengano in deposito bancario, alla fine dell’anno si avranno 97 dollari a fronte di un capitale iniziale di 100. Se i prezzi fossero tutti espressi in moneta digitale in pratica il contante analogico sarebbe inutile. O meglio sarebbe forzatamente convertito a un tasso svantaggioso in valuta digitale. E in sostanza non avrebbe più senso tenerlo in tasca.
“Questo doppio sistema di valuta locale consentirebbe alla banca centrale di applicare un tasso di interesse negativo, necessario per contrastare una recessione, senza innescare sostituzioni su larga scala in contanti”. In sostanza consentirebbe alla banca centrale di svalutare il denaro contante a scadenza. Proprio come diceva Gesell.
Gli Usa diventano esportatori netti di petrolio
Le ultime rilevazioni del Census sul commercio internazionale Usa ci comunicano un’informazione molto interessante. A novembre del 2018 il deficit petrolifero statunitense, quindi il saldo fra le importazioni e le esportazioni di greggio si è quasi azzerato. Complessivamente ammontava circa 600 milioni di dollari, appena l’1,3% del deficit complessivo degli Usa.
Il grafico sopra è più che eloquente e non ha bisogno di particolari commenti. Chi volesse allungare lo sguardo può scorrere la serie delle partite commerciali Usa, oil e no oil, che risalgono al 1992. Scoprirà che questa partita è andata via via assottigliandosi mano a mano che gli Usa potenziavano, grazie alla rivoluzione dello shale oil, la loro capacità di produttori.
Secondo gli analisti di Platts questo non è un incidente della storia. Addirittura gli Usa potrebbero diventare stabilmente esportatori netti già dall’anno prossimo. Una circostanza che secondo quanto riporta l’ultimo bollettino della Bce si è già verificata alla fine del 2018, se si considerano l’import ed export di greggio e prodotti raffinati.
Il dato di novembre va inquadrato nel quadro degli andamenti del deficit commerciale di novembre degli Usa, in calo dell’11,5%, a 49,3 miliardi.
Ma soprattutto l’ormai sostanziale azzeramento del deficit petrolifero ha un notevole significato da un punto di vista geopolitico, nella complessa partita che gli Usa stanno giocando a livello globale e che coinvolge vari dossier, a cominciare dal quello della guerra commerciale con la Cina – di recente sono ripartite le esportazioni di petrolio Usa verso i cinesi – per finire con quello sull’accordo del nucleare iraniano, che di recente ha conosciuto un’interessante evoluzione dopo l’ufficializzazione del meccanismo europeo INSTEX, istituito da Gb, Francia e Germania, grazie al quale regolare gli acquisti di petrolio iraniano nei paesi europei. Ma questa è tutta un’altra storia.
Cronicario: Tramutare i posti vacanti in posti vacanza: fatto
Proverbio del 12 febbraio Meglio un tozzo di pane all’aperto che un banchetto in prigione
Numero del giorno: 10,3 Tasso % di disoccupazione in Italia a dicembre secondo Ocse
Caro Navigator,
io lo so che tu lo sai che dovresti saperlo ma magari non lo sai visto che ancora ti devono assumere e magari formare. Ma intanto che aspetti che te lo dicono te lo dico io. In Italia ci stanno un sacco di posti di lavoro vacanti. Questa roba qua.
Lo so: non ci si crede. Nel paese della disoccupazione al 10 e passa, – e vi faccio grazia degli inattivi che manco pagati si vogliono attivare – ci sono dei poveracci di datori di lavoro che non riescono a trovare i lavoratori di cui hanno bisogno. E manco pochi. Nel caso vogliate approfondire (ma non credo) sappiate che il tasso di posti vacanti – come da manuale – si calcola rapportando (che significa dividendo) il numero dei posti vacanti al totale di posti vacanti più posti occupati. Ebbene, secondo Istat nel quarto trimestre il tasso è arrivato all’1,2% del totale delle attività economiche (industria e servizi). Parliamo di migliaia di posti di lavoro.
Non ve l’avevano detto? Eh già. Sarà compito del Navigator sciogliere questo enigma del mercato del lavoro italiano. E soprattutto convincere uno dei tanti neet o disoccupati nostrani a imparare a fare un lavoro che serva persino a qualcuno. Ma se così non fosse, non c’è da preoccuparsi.
Il governo ha già trovato la parola magica per trasformare il posto vacante in posto vacanze.
Fatto.
A domani.
Con Instex sale di livello la sfida Ue agli Usa sulle sanzioni contro l’Iran
La presentazione alla fine di gennaio di Instex, lo strumento finanziario immaginato per consentire ai paesi europei di commerciare con l’Iran sotto sanzioni Usa, rappresenta un’evoluzione molto interessante del confronto fra Ue e Usa che trova nel sistema valutario internazionale la sua cartina tornasole. La creazione del veicolo era stato annunciato alcuni mesi dalla Mogherini, riecheggiando una dichiarazione congiunta dei ministri degli esteri di Francia, Germania e UK – gli stessi paesi che hanno creato Instex – nonché di quello russo e cinese tesa a garantire gli operatori economici che commerciavano con l’Iran. Una tematica che noi italiani dovremmo osservare con particolare attenzione, visto i profondi legami che abbiamo con l’economia iraniana.
L’Italia al momento non ha partecipato all’annuncio di Instex, probabilmente anche in ragione del fatto che è stata esentata, insieme con altri paesi, per alcuni mesi dalle sanzioni contro l’Iran. Le sanzioni sono iniziate a novembre e dureranno per un massimo di sei mesi. Quindi già alla fine di aprile il problema tornerà d’attualità e forse allora sapremo se e in che modo il nostro paese vuole partecipare al meccanismo ideato dal terzetto europeo.
Per il momento possiamo solo osservare in che modo la proposta europea sia stata accolta, sia dai diretti interessati che dai promotori delle sanzioni. Alcuni notiziari riportano che l’ambasciatore Usa in Germania, Richard A. Grenell che avrebbe definito “irrispettoso” delle politiche Usa il lancio di Instex. Il veicolo, in sostanza, consente di aggirare in qualche modo le sanzioni, anche se con parecchi caveat e per il momento solo relativamente ad alcuni beni primari. Tuttavia questo dal punto di vista degli Usa non è evidentemente soddisfacente.
Ugualmente, ma per ragioni assai diverse, l’iniziativa è stata valutata senza troppo entusiasmo dagli iraniani. Il ministro degli esteri dell’Iran ha rilasciato alcune dichiarazioni poco concilianti su Instex prendendo a pretesto il fatto che il meccanismo europeo richiede l’adesione della repubblica islamica alla Financial Action Task force (FATF), un modo per garantire l’impegno del paese contro il riciclaggio di denaro. Ma già all’indomani dell’annuncio del terzetto europeo le cronache avevano già riportato dell’irritazione di alcune autorità iraniane, che giudicavano “umilianti” i pre requisiti di Instex.
Più interessante sarà osservare se, aldildà della partita europea, che comunque si annuncia complessa e dagli esiti incerti, il comportamento degli altri due attori che hanno colto l’occasione della crisi con gli Usa per stringere ulteriormente il legame con l’Iran. La Russia, innanzitutto, che condivide con il paese islamico l’intenzione di smettere di usare il dollaro nelle transazioni internazionali. E poi la Cina, grande importatrice del petrolio iraniano e insieme di dollari americani per il tramite delle sue esportazioni negli Usa.
In questo scenario la vicenda italiana sembra minore, ma si sbaglierebbe a sottovalutarla. Nel quadro generale di ricomposizione delle alleanze globali il comportamento italiano nei confronti dell’Iran avrà un peso notevole. dovendo il nostro paese fare i conti anche con una notevole esposizione in questo paese. Se Instex si può interpretate come una sfida dell’Ue agli Usa, che trova nell’Iran il pretesto, allora la risposta italiana servirà a capire dove vuole andare il nostro paese. E non è affatto detto che chiunque decida ne abbia consapevolezza.
Cronicario: Diamo l’oro di Bankitalia (per cominciare) alla patria
Proverbio dell’11 febbraio Quando un dito indica la luna lo sciocco guarda il dito
Numero del giorno: 0,2 Crescita % pil in Uk nel quarto trimestre 2018
Se vi siete appassionati al giochino del week end (e non mi riferisco al vincitore del festival di Sanremo), che si presenta con la domanda “Ma di chi è l’oro di Bankitalia?”, allora siete maturi per il secondo tempo del film.
Il primo tempo lo stiamo vedendo proprio in queste ore. C’è un noto onorevolissimo che fa domande intelligentissime tipo di che colore è il cavallo bianco di Napoleone per arrivare al punto dolente.
C’è una montagna di Iva da scalare l’anno prossimo, per dire, e lo sanno tutti che i maledetti banchieri centrali, che per giunta vogliono pure essere indipendenti dal cambiamento, sono gonfi d’oro. O meglio, lo sanno tutti, ma solo pochi sanno quanto di preciso.
Il bilancione di Bankitalia ha in pancia 85 miliardi e rotti di euro di oro. Hai voglia a pagare Iva. E figuratevi il deficit che ti ci puoi pagare. Quantomeno ci arrivi alle prossime politiche. E se poi con la scusa di spendere l’oro trovi pure dei banchieri amanti del cambiamento che prendono il posto di quelli di adesso che sono dei pigroni, beh: meglio ancora.
E infatti alla domanda intelligentissima “Di chi è l’oro di Bankitalia” ha risposto nientemeno che Vicepremier Uno (o Due, fate voi) che con maschia chiarezza ha risposto che “l’oro appartiene agli italiani”.
Che significa in pratica che ne debbano poter disporre secondo il verbo dei social uniti. E qui, dopo l’intervallo, che si prepara il secondo tempo.
Già ce lo hanno detto che si aspettano un aiutino dagli italiani, quando sarà il momento. Perché sanno che Bankitalia è gonfia d’oro, ma pure noi non scherziamo.
E se l’oro di Bankitalia è degli italiani, di chi sarà mai l’oro degli italiani?
Con l’oro degli italiani, altro che prossime elezioni politiche. Ti ci compri una generazione.
A domani.
La decrescita infelice della popolazione italiana
Se non fosse ormai parte del paesaggio, e come tale costantemente osservata e insieme ignorata, la nostra decrescita demografica meriterebbe ben più degli aridi – e tuttavia strazianti – resoconti statistici che l’Istat ci propone con regolarità e che altrettanto regolarmente finiscono nel tritacarne dell’informazione, impastati in titoli frettolosi e quindi ingoiati, digeriti e dimenticati.
Ed è proprio quest’oblìo al quale sembra siamo tutti condannati a dar la misura dell’impotenza dell’Italia del XXI secolo, dove a fantasiose velleità – dai vari sovranismi alle primazie di un’italianità che nessuno ha capito cosa sia – si associano fallimenti assai concreti. E non solo relativamente alla nostra contabilità. La tendenza alla decrescita economica, che sembra si sia impossessata della nostra società come una malattia, trova la sua radice più profonda in quella demografica, che nel complesso intricarsi di cause ed effetti del divenire economico viene sempre trascurata. Come se la domanda di un paese – e quindi una delle determinanti della sua economia – sia solo un numero appeso nell’armadio della statistica. Quando invece sono le persone che esprimono tale domanda a fare l’economia.
Come dovrebbe fare il Mezzogiorno a trovare la via della prosperità se l’unica cosa che riesce a fare è perdere popolazione? Nel 2018, dice Istat, 65 mila meridionali hanno lasciato la propria casa, il 58% erano siciliani o campani. E in generale, chi dovrebbe alimentare la domanda interna di un paese, a cominciare dai consumi, se la popolazione diminuisce, come è successo anche nel 2018?
La flessione della popolazione peraltro dura ormai da quattro anni. Nel 2018 sono nati 449 mila bambini, novemila in meno del 2017, che già aveva toccato un minimo. Rispetto al 2008 abbiamo 128 mila nati in meno. In compenso abbiamo avuto 13 mila decessi in meno rispetto al 2017, con la conseguenza che “prosegue la crescita, in termini assoluti e relativi, della popolazione anziana”. Al 1° gennaio 2019 gli over 65 sono 13,8 milioni (il 22,8% della popolazione totale), i giovani fino a 14 anni sono circa 8 milioni (13,2%), gli individui in età attiva sono 38,6 milioni (64%). In sostanza anziani a minori sono più di un terzo di una popolazione. Se considerate che non tutti gli attivi sono occupati, significa in pratica che una buona metà della popolazione dipende dal resto. Il che non è il miglior viatico per avere una società dinamica come lo eravamo cinquant’anni fa.
Ma l’Italia di oggi somiglia sempre meno a quella di ieri non soltanto perché siamo più vecchi. E’ cambiato sostanzialmente il modo con cui interpretiamo la vita. E anche qui, la demografia è un’ottima cartina tornasole. Prediamo per esempio gli indici di natalità delle donne. “La generazione 1968 -riporta Istat – chiude nel 2018 la sua esperienza riproduttiva al compimento del 50° anno con 1,53 figli e un’età media al parto di 30,1 anni. Le donne della generazione 1940, che possono essere considerate le mamme delle nate nel 1968, completavano
la propria dimensione familiare media nel 1990 con 2,16 figli e un’età media al parto di 27,8”. Non sappiamo ancora come si configurerà la prossima generazione, ma possiamo già dire che si fanno sempre meno figli e sempre più tardi.
Si indugia sempre più a diventare genitori, adducendo magari la comodissima (e assai concreta) ragione che non si dispone di mezzi e che lo stato non fa nulla per incoraggiare la natalità. Forse però dovremmo chiederci se tale ritardare non sia la naturale conseguenze del nostro voler ritardare ogni cosa, persino la morte. Mano a mano che la vita si allunga – e si potrebbe discutere a lungo sulla qualità di questo allungarsi –
si allungano anche le età della vita, con l’infanzia che dura fino a dove una volta c’era già l’adolescenza e quest’ultima che per alcuni non finisce mai. Sicché in questo incedere succede che si smarrisca la voglia di fare, di essere di più e meglio di quel che si è. Ci si accontenta. E non è affatto detto che questo contentarsi porti conduca al godimento, come dicono i proverbi. Le nostre cronache, al contrario, raccontano di una società piena di paure e rancori che prendono a pretesto qualunque accadimento per tramutarsi in sfogo. E’ in questi numeri e in questi sfoghi, spesso incivili, che prende corpo l’italia della decrescita infelice.
Cronicario: C’è chi frena, c’è chi frana e c’è chi Francia
Proverbio dell’8 febbraio Com’è l’insegnante, sarà l’allievo
Numero del giorno: 32.071 Domande per quota 100 arrivate all’Inps da inizio anno
La cosa più comica del giorno – e questo spiega perché la trovate sul vostro Cronicario – l’ho letta su un noto notiziario che ha titolato così: “Germania, frena l’export nel 2018”.
Eccerto. Crescere del 3% in un anno è chiaramente un frenare. Un po’ come la nostra produzione industriale, che a dicembre ha segnato un calo su base annua del 5,5%. E tuttavia nell’intero 2018 la produzione è cresciuta dello 0,8%.
Se fossimo maligni come il noto notiziario, diremmo che la produzione è franata. Ma poiché maligni non siamo, ci limitiamo a osservare che “è a rischio la tenuta dei livelli di attività economica”, come dice allegramente l’Istat nella sua nota mensile.
Ma vabbé, abbiamo altro di cui preoccuparci. L’ambasciatore francese viene richiamato in patria? E noi mandiamo Vicepremier Uno (o Due, fate voi), protagonista del nuovo De bello gallico, a casa loro. E per giunta direttamente da quelli vestiti di giallo che odiano il governo. Una di questi però – una pasionaria dicono – ha invitato il nostro a “occuparsi di casa sua”, notando che “non si fa politica con le ingerenze in altri Paesi, non abbiamo bisogno di forze straniere in casa nostra”. Col che dimostrando di aver inteso profondamente il vero spirito del governo del cambiamento.
Ma tranquilli: siamo fatti per intenderci coi francesi, da che mondo è mondo. E’ solo una questione di sfumature.
Buon week end.
A lunedì.
Cartolina: Brexit, no deal? No party
Mentre la fine di marzo si avvicina e insieme termina il tempo per trovare un accordo di divorzio fra Regno Unito e Unione europea, giova ricordare il costo assai caro che, secondo molti osservatori, si sta preparando per i britannici in caso di no deal. Nell’ipotesi che prevalga lo scenario WTO, ossia l’applicazione di regime più favorevole come conseguenza del mancato accordo, sull’UK arriverà una tormenta, che però sembra non spaventare i parlamentari britannici, alle prese con scaramucce che denotano la loro sostanziale mancanza di senso storico. Giocano a farsi i dispetti mentre fuori si prepara l’inverno. L’irrigidirsi del clima non risparmierà neanche l’UE, ovviamente. Ma per molti sarà al più un anticipo di autunno, per altri un temporale fuori stagione. Far squadra è più facile che giocare per conto proprio. Si potrà pur credere che far tutto da soli liberi dall’impegno delle responsabilità e sia persino eroico. Ma bisognerebbe pur ricordare che è assai meno divertente. Come andare a un party dove non si conosce nessuno. Spesso è deludente.
Quel che bisogna sapere della politica monetaria cinese
La Cina dunque, “economia aperta”, come l’ha definita di recente il governatore della People Bank of China (PBC) Yi Gang e al tempo stesso ancora fortemente regolata dal governo. Che vuol dire trovarsi nella condizione di essere sistemica, quanto al suo peso specifico sui mercati, e insieme anche vocazionalmente chiusa – esattamente come è chiuso il suo conto capitale – all’influenza dei mercati. Per sciogliere questo dilemma, che rende la politica monetaria cinese quantomeno enigmatica, vale la pena leggere il lungo intervento del nostro governatore al Chang’an Forum, un evento organizzato da un gruppo di economisti cinesi, nel quale il framework della banca centrale viene chiarito e soprattutto viene spiegato in che modo si fa central banking in Cina. Attività già difficile nei paesi dove la politica monetaria è formalmente indipendente. Figuriamoci laggiù.
Come premessa giova ricordare che la banca centrale cinese ha come obiettivo la stabilità monetaria e insieme quello di facilitare la crescita economica. Ciò significa che la Banca deve mantenere stabile il valore della moneta. sia all’interno – che vuol dire stabilità dei prezzi – che all’estero nei confronti della altre valute. Il nostro banchiere osserva che nel quarantennio trascorso da quando la Cina ha iniziato il suo percorso di modernizzazione, la politica monetaria ha sostanzialmente rispettato il suo target. “Il tasso di inflazione – sottolinea – è rimasto basso, salvo l’eccezione degli ultimi anni. Negli anni recenti è stato attorno al 2-3% nell’insieme. Era più elevato nel 1988 e nel 1994, ma è passato tanto tempo”. Ci sono stati anche rischi di deflazione dopo il 1998, aggiunge, fenomeno giudicato dannoso al pari dell’inflazione. “E’ il concetto della stabilità monetario che deve essere enfatizzato”, dice Yi, riecheggiando i suoi colleghi occidentali.
Mantenere i prezzi stabili, perciò significa tenere stabile il valore della moneta, sia all’interno che all’esterno. Prima del 1994 c’erano due tassi di cambio. Uno market-based e uno ufficiale. Dopo il 1994 i due tassi sono stati unificati e il cambio del RMB verso il Dollaro Usa arrivò a 8,7. Oggi siamo intorno ai 6,7 yuan per un dollaro. Significa che negli ultimi decenni la valuta cinese si è apprezzata, non solo verso il dollaro ma anche verso un basket di monete, “sia in termini reali che in termini nominali”. Il nostro banchiere ha calcolato un apprezzamento del 20% solo nei confronti del dollaro. E ciò malgrado la stabilità della moneta non ne ha sofferto – dice ancora – e la crescita ne ha giovato.
Come è stato possibile fare questo? Per capirlo bisogna masticare un po’ di tecnicismi. “In Cina – spiega – la M2 è stata scelta come obiettivo intermedio di politica monetaria perché può essere misurato e controllata”. La massa monetaria M2, genericamente, possiamo definirla come la somma di M0 e M1, che solitamente si riferiscono al denaro liquido o a strumenti assimilabili alla liquidità, con i depositi a breve termine nelle banche e i fondi del mercato monetario. Giurisdizioni diverse possono variare i contenuti di M2. Il nostro banchiere centrale, ad esempio, ne parla come di un indicatore che misura quanto il settore finanziario finanzi l’economia reale. “L’esperienza internazionale – spiega Yi – mostra che più un’economia diventa market-oriented e si sviluppa, più la correlazione fra M2 e l’economia reale declina”. Tuttavia nel 2012 la Banca cinese ha deciso di usare questo aggregato come indicatore di riferimento.
Ma la questione dirimente è un’altra. “Le riforme in Cina – spiega – sono state anche focalizzate sulla promozione di un tasso di interesse basato sul mercato e sul miglioramento di una regolamentazione” al fine di migliorare il meccanismo di trasmissione dei prezzi. E poiché in fondo il tasso di interesse non è altro che il prezzo del denaro, ecco che diventa necessario “dare al mercato un ruolo decisivo da svolgere nell’allocazione delle risorse”. E ciò avviene proprio attraverso i prezzi che vengono determinati dall’equilibri di domanda e offerta. Se a ciò si aggiunge che “il denaro è una risorsa scarsa”, ecco che si comprende perché “la mercatizzazione del tasso di interesse è molto importante e il tasso del RMB, che è determinato dalla relazione di domanda e offerta nel mercato non dovrebbe essere distorto. Solo in questo modo, infatti, le risorse possono essere allocate in un modo basato sul mercato”. Di più: “C’è una profonda saggezza nell’allocazione delle risorse che fa il mercato”. A qualcuno risulterà curioso sentire un banchiere centrale cinese fare questi discorsi. Ma la parola magica è “regolazione”, interventismo pubblico, ma in forma soft.
Il sistema di strumenti di cui dispone la banca centrale cinese “è relativamente semplice”. Prima di tutto ci sono le operazioni di mercato aperto (Open market operation, OMO) per aggiungere o togliere liquidità. Quindi la PBC può aggiustare l’offerta di moneta con lo strumenti dei prestiti o dello sconto. Terzo, ci sono i depositi che consistono delle riserve bancarie obbligatorie. A ciò si aggiunga che la banca centrale può fornire liquidità aggiuntiva ai mercati tramite prestiti a medio termine (medium-term lending facility, MLF e standing lending facility, SLF).
Insomma, la banca cinese non è poi così diversa dalle sue cugine d’Occidente. E questo spiega perché lo stesso governatore distingua i tempi dell’economia pianificata – evidentemente percepiti come lontani – da quelli attuali. All’epoca le quote dei prestiti venivano decise e allocate tramite provvedimenti amministrativi. “Poi arrivarono le banche commerciali e l’economia pianificata è stata rimpiazzata dall’economia di mercato”. Il che è tanto vero quanto il fatto che gran parte del sistema bancario cinese è pubblico. Ma in fondo è questo il grande enigma dell’economia cinese: aver assunto la forma di un’economia di mercato mantenendo molta sostanza di un’economia pianificata.
A ben vedere, il fatto che il governatore cinese faccia discorsi simili a quelli occidentali non è poi così stupefacente. l’Oriente con l’Occidente condivide un desiderio che nel tempo ha generato la tecnica del central banking e il central banking stesso. La domanda che lo stesso Yi ci ricorda: “Qual è il livello appropriato dei tassi di interesse?”. Già porsi questa domanda, e soprattutto decidere di rispondere, significa aver acceso un’ipoteca pesantissima sulla risposta. “La Federal Reserve – ricorda – regola principalmente il tasso dei fondi federali adeguandolo a un livello ritenuto appropriato. Questo tasso influenzerà quindi i tassi di interesse sui depositi, i prestiti e sulle obbligazioni, così formando i tassi di interesse di mercato”. Come dire: è lo stato che determina gli andamenti del mercato, o quanto meno li orienta. Il che, come si vede non è un pensiero cinese, ma squisitamente occidentale.
Filosofia a parte, rimane solo la tecnica. “Al momento, l’attenzione della politica monetaria cinese si sta gradualmente spostando dal controllo della quantità al controllo dei prezzi”. Il governatore fa l’esempio del tasso a sette giorni sui repo (DR007) che sta proprio a metà fra il tasso dei prestiti SLF e quello sulle riserve in eccesso, al momento allo 0,72%. Per avere un termine di paragone, la Bce tiene il tasso sulle riserve negativo dal 2014. Il tasso repo, per essere efficiente, da un punto di vista del mercato, deve naturalmente porsi fra i due. E questo vale per la Cina come per l’Ue a dimostrazione del fatto che siamo più simile di quanto si pensi, nelle faccende di politica monetaria. E non solo per i tassi.
“Di recente c’è una nuova parola d’ordine – sottolinea – chiamata macro-prudenza”. L’approccio macroprudenziale, in effetti, è una delle determinanti del moderno centrale banking. E sarà per questo che “l’istituzione di un quadro normativo a due pilastri delle politiche monetarie e macroprudenziali è stato proposto nella relazione al 19 ° Congresso nazionale del PCC”.
La stabilità finanziaria, che poi è il cuore della logica macroprudenziale, è cara tanto ai cinesi quanto agli statunitensi. Tanto è vero che la Cina ha stabilito un sistema di valutazione macroprudenziale (macro-prudential assessment, MPA) per capire se le banche rispettano i requisiti previsti, che utilizza degli indici di capitalizzazione e di liquidità sul modello di quanto accade con le regole di Basilea. Ma non solo. Approcci macroprudenziali sono stati stabiliti per prevenire le ondate di panico sui mercati o la crescita irrazionale della finanza immobiliare e si sta lavorando a sviluppare questo approccio anche nella gestione delle infrastrutture finanziarie come il sistema dei pagamenti. La Cina, insomma, vuole diventare sempre più prudente e affidabile. E il fatto che le autorità cinesi stiano pensando di affidare proprio alla banca centrale maggiori poteri e responsabilità sulla gestione di tali approcci la dice lunga. La PBC dovrà somigliare sempre più alle sue cugine d’Occidente. Proprio come la Cina dovrà somigliare sempre più agli Usa, se davvero vuole competere per l’egemonia.
(1/segue)































