Etichettato: maurizio sgroi

Cronicario: www.redditodicittadinanza.it/navigator

Proverbio del 14 gennaio Ogni male necessita di un medico: il tempo

Numero del giorno: 0,7 Crescita % italiana nel 2019 secondo un sondaggio di Bloomberg

Siccome si prepara un boom tipo anni ’60 (cit. incredibile ma vera) mentre l’Italia rischia la stagnazione (cit vera ma credibile), per tagliare la testa al toro irsuto delle minchiate ministeriali non resta che affidarsi al Cronicario che oggi ne ha trovata un’altra che vi farà dimenticare le purissime perle diffuse in questi giorni.

Inutile dirvi che l’autore di quest’altro capolavoro è il vicepremier Uno (o Due, fate voi), perché tanto lo capirete dall’argomento: il reddito di cittadinanza, come meglio precisato qui dal vostro Cronicario. Se vi viene il mal di testa a pensare ai chissà quanti moduli da compilare per avere il vostro gettone di presenza in Italia, sappiate che “il sito internet per chiedere il reddito di cittadinanza sarà pronto nel mese di marzo”.

E mica solo questo. “Da quel momento nel giro di qualche settimana vi diremo se la persona che ha fatto domanda può accedere al reddito oppure no”.

E se non vi basta, sappiate pure che “se si (cioé se vi tocca il gettone di presenza, ndr), dopo pochi giorni avrete una telefonata del navigator. Non è stato facile ma ci siamo quasi”.

Attenzione: ha detto quasi. Infatti al momento sul sito http://www.redditodicittadinanza.it/navigator (ma anche senza /navigator), che evidentemente il governo del cambiamento non ha ancora comprato, tutto quello che si trova è questo:

Sarà pure colpa delle cattive compagnie che vedete sulla home page promozionale. Ma per adesso il sito del reddito del futuro somiglia a un relitto del passato. Navigator incluso.

A domani.

La crescita zero della mobilità sociale italiana

In un contesto economico che, come abbiamo visto, assegna alle eredità un ruolo crescente nella formazione della ricchezza, diventa sempre più importante capire se e come funziona l’ascensore sociale all’interno di un paese che, per chi ereditiere non è, rappresenta l’unico modo per migliorare la propria situazione. In sostanza si tratta di capire se le opportunità che si offrono riescono a bilanciare una condizione di partenza svantaggiata, visto che è parecchio illusorio pensare che ci possa essere una reale eguaglianza delle opportunità. Nel nostro mondo al massimo possiamo ambire a costruire una società che premi, offrendo le giuste opportunità, chi si impegna con tenacia per raggiungere i propri obiettivi. E anche questo, purtroppo, spesso si rivela vagamente illusorio. Specie in Italia almeno, viene da dire leggendo un bel paper diffuso qualche tempo fa dalla Banca d’Italia.

Già il titolo – Istruzione, reddito e ricchezza: la persistenza tra generazioni in Italia – ci dice tutto quello che c’è da sapere. Ossia che l’Italia si colloca “nel novero dei paesi con una persistenza intergenerazionale delle condizioni economiche relativamente alta”. Per giunta “in anni recenti questo fenomeno mostra una tendenza all’aumento”, con il risultato che “variabili che non sono oggetto di scelta da parte degli individui spiegano il loro successo economico in una misura più ampia che in passato”. Potremmo dirla più semplicemente concludendo che chi nasce povero in Italia, per reddito, istruzione e ricchezza, ha maggiori probabilità di rimanere povero, e di trasmettere questa “caratteristica” ai suoi figli per una serie di ragioni che sono le stesse per le quali chi nasce ricco ha maggiori probabilità di rimanerlo.

Fin troppo facile, in un contesto siffatto, dar ragione ai tanti aspiranti Robin Hood che suggeriscono di togliere ai ricchi per dare ai poveri. Ciò implica un pregiudizio discutibile. Ossia che la persistenza dei ricchi provochi la persistenza dei poveri. Ma il problema forse risiede nel fatto che un paese non riesce a mettere in moto il famoso ascensore sociale per la semplice ragione che la sua economia non crea opportunità di miglioramento. Le due cose evidentemente sono collegate: un paese con una forte componente ereditaria della ricchezza, dell’istruzione e del reddito è evidentemente conservatore. Ciò significa che fa più fatica a innovare e quindi a creare opportunità nuove e migliori. Per dirla con le parole di Bankitalia, “la mobilità delle condizioni economiche tra generazioni è una caratteristica fondamentale per una società. La possibilità di conseguire un miglioramento delle condizioni di vita costituisce un potente incentivo allo sviluppo delle proprie capacità, all’innovazione, all’impegno nel lavoro; ne trae beneficio non solo il singolo individuo, ma anche l’intera collettività, che può avvantaggiarsi di una più robusta crescita dell’economia”.

Se poi vi appassiona il tema dell’eguaglianza, è giusto ricordare che “la mobilità intergenerazionale costituisce inoltre un elemento cruciale in termini di uguaglianza”. Di conseguenza “una società che registri possibilità di successo economico significativamente superiori in funzione delle fortune dei propri avi tende a generare scontento ed è fonte di possibili tensioni nella parte di popolazione svantaggiata”.

L’analisi di Bankitalia, che prende in esame un ventennio di rilevazioni, ci consente di apprezzare fino a che punto nel nostro paese le condizioni di partenza condizionino quelle di arrivo. E purtroppo le conclusioni sono poco rassicuranti. Le stime, infatti, “mostrano una elevata persistenza intergenerazionale nei livelli di istruzione”, con buona pace per l’enorme sforzo profuso dall’istruzione pubblica proprio per offrire a tutti almeno pari opportunità. E la musica cambia poco se guardiamo alla stima dell’elastici dei redditi da lavoro, che “collocano l’Italia nel novero dei paesi a bassa mobilità intergenerazionale, confermando i risultati di precedenti studi”. Peggio ancora, l’analisi restituisce “l’immagine di una società che tende a divenire meno mobile degli anni più recenti”. “Anche per la ricchezza – aggiunge Bankitalia – si riscontrano valori che collocano l’Italia tra i paesi avanzati con livelli relativamente elevati di persistenza intergenerazionale; come per l’istruzione e il reddito, si riscontra una tendenza all’aumento della ereditarietà delle condizioni economiche in termini di ricchezza”.

Alla crescita economica rarefatta, cui si associa una sostanziale decrescita demografica, insomma, si aggiunge anche l’azzeramento tendenziale della mobilità sociale. Pensare che basti  un nuovo Robin Hood per invertire questa situazione è una pietosa illusione che gioverà ai propagandisti, non certo a chi è dotato di buon senso. Anche al netto dei inevitabili caveat contenuti nello studio, rimane la circostanza che c’è una “forte dipendenza degli esiti economici degli individui dalla caratteristiche della famiglia di origine e dalle loro condizioni di partenza”. Fra quelli che non nascono bene, insomma, uno su mille ce la fa. E non è detto che rimanga in Italia.

Cartolina: L’inversione dell’onere dello yield

Chi frequenta le cose d’economia, o anche solo vi partecipa come semplice osservatore, ha imparato una collezione di scongiuri da recitare ogni qual volta succede, come è successo negli Usa di recente, che il rendimento dei titoli a breve superi quello dei titoli a lungo termine. Una pura aberrazione per chi crede che il tempo sia denaro. Ciò spiega le ondate di panico che si verificano quando la temutissima inversione della curva diventa cronaca. Tutti la leggono come sfiducia nel domani, che viene prezzato più caro del dopodomani. Pochi ne osservano l’effetto sulle banche, che trasformano più o meno rischiosamente le scadenze di crediti e debiti per grattare qualche profitto. Perciò quando la curva dei rendimenti si inverte la prima reazione dei banchieri è quella di restringere il credito. L’onere dello yield finisce sulle spalle di chi ha bisogno di prestiti. E la poca fiducia ch’era rimasta, sparisce.

Cronicario: Tav e Tap? Facciamo una Tac

Proverbio del 10 gennaio La pace arricchisce gli umili e impoverisce i superbi

Numero del giorno: 16,7 Calo % del prezzo delle abitazioni in Italia rispetto al 2010

La buona notizia del giorno è che i prezzi delle abitazioni in Italia continuano a calare, affrettando il progresso della nostra società verso il tetto di cittadinanza, degno complemento del reddito di parannanza. L’Istat ha calcolato che dal 2010 i prezzi sono diminuiti del 16,7%, nel terzo trimestre 2018, addirittura del 22,9 se guardiamo alle abitazioni esistenti, ossia la stragrande maggioranza del nostro mattone, vecchio e malmesso, divenuto caro (una volta) perché gli italiani quando non sanno (non sapevano) dove i metterei i soldi si comprano (compravano) una casa.

Che questo calo sia una notizia eccezionale, lo dimostra il fatto che i prezzi salgono in tutta l’Europa che conta e  calano solo da noi, e per giunta a fronte di compravendite in aumento, come solo da noi, d’altronde, schizzano all’insù i tassi sui decennali.

D’altronde il detto “Prima gli italiani”, deve pur significare qualcosa.

Affascinato da queste primazie, o primizie se preferite, quasi mi perdo lo straordinario dibattito che si sta consumando nelle sale nobili della politica a proposito di Tav e Tap, che non sono due personaggi da cartoon ma due fortunatissimi acronimi capaci di fare incazzare mezz’Italia con l’altra per ragioni diametralmente opposte. Siccome so che avete letto sui social tutto quello che c’è da sapere su Tav&Tap e quindi sarete informatissimi (è una battuta, ndr), non mi dilungo, anche perché a differenza di quelli che pensano di sapere tutto so bene di sapere l’unica cosa che è importante sapere.

Mi rimane solo una domanda. In questo tutto nostro costante e bellissimo litigare, che certo giova al nostro mercato immobiliare almeno quanto alla sostenibilità della nostra finanza pubblica, e vi faccio grazia del resto, mi chiedo perché mai rifiutiamo di fare l’unica cosa che dovremmo fare per capire che diavolo c’abbiamo dentro la testa: una bella Tac. Altro che Tav&Tap.

A domani.

Il lungo declino del dollaro che accompagna l’alba dello yuan

Meglio di ogni altra, un’immagine estratta dal paper della Bis che ha motivato questo miniserie, racconta del profondo cambiamento del gioco valutario intervenuto sotto i nostri occhi negli ultimi cinquant’anni. Quella che era il monarca assoluto dell’Occidente – il dollaro – oggi è divenuto un monarca costituzionale assediato da un parlamento rumoroso che sgomita per rosicchiare spazi vitali. Non servono troppe parole, basta osservare.

Sono moltissime le considerazioni che potremmo fare basandoci sulle informazioni illustrate in questa rappresentazione delle zone valutarie. A cominciare dalle evidenze più visibili – il costante diminuire dell’area del dollaro – alle curiosità meno appariscenti, come l’ingresso del Brasile nell’area valutaria dello yen dopo decenni di stabile influenza del dollaro. E altre ancora. La Germania stabilmente nell’area del dollaro nel 1968, e poi nel 1985 ormai stabilmente nell’area di influenza della sua moneta, che poi diventerà l’euro, che in quell’anno faceva già capolino in Africa e in Argentina. L’Australia che  esce dall’orbita della Sterlina – negli anni ’70 l’area della sterlina smette semplicemente di esistere come zona valutaria – ed entra in un limbo dove pallida si intravede l’influenza del dollaro che cede il passo alla valuta europea. La Russia notevolmente ancorata al dollaro nel 2001 e oggi pressoché fuori da quell’orbita. Il Canada, che dopo decenni di ancoraggio al dollaro vede far capolino l’euro. L’Africa, dove ormai un puzzle valutario ha sostituito la sostanziale monocromia del 1968. La Cina, infine, ancora molto dipendente dal dollaro, ma assai meno rispetto al 2001.

Ed è proprio la Cina, l’ultima arrivata, ad offrire gli spunti più interessanti di osservazione. Emittente di una valuta ancora inconvertibile, scambiabile solo su alcune piazza finanziarie, la Cina ha iniziato nel 2015, con l’avvio delle riforme monetarie la sua lunga strada per diventare una key currency, per usare la definizione del paper Bis. Diventare una valuta chiave, però, non è una cosa che si improvvisa. E soprattutto non se ne conoscono gli esiti se non a posteriori. La domanda è semplice: quali effetti avrà, sulla geografia che abbiamo visto sopra, l’emersione dello yuan come valuta chiave? La risposta non lo è affatto. “Troppo presto per dirlo”, scrivono gli autori dello studio. Al momento “i movimenti dello yuan sono ancora collegati a quelli del dollaro”. La quota di scambi sul mercato valutario è ancora contenuta – circa l 4% del totale – inferiore persino a quelli dello yen (22%) e della sterlina (13%).

Ma il paper tenta una risposta, basandosi sui tassi di cambio degli anni 2015-17, nell’ipotesi che lo yuan sia già una valuta chiave e quindi sia capace di interferire sui movimenti delle altre valute stimando anche in che misura esse varino rispetto al dollaro, l’euro e lo yen. Se tali tali movimenti esistono – e quindi esiste una relazione più stabile fra la valuta cinese e le altre rispetto a quella che queste ultime hanno con le altre valute chiave – allora anche i conti correnti e la posizione degli investimenti di questi paesi vengono sottratti alle zone del dollaro e dell’euro e “assegnate” a quella dello yuan. Sulla base di queste premesse si arriva alla conclusione rappresentata da quest’altro grafico.

Anche qui, l’osservazione del grafico può condurre a diverse considerazioni. Il paper ce ne propone alcune. Nel 2017, ad esempio, la quota di pil della renminbi zone (RZ) è del 30% del totale. Poi che “la RZ si costituisce a scapito della dollar zone (DZ -20%) più che dell’euro zone (EZ -5%). “Questa evidenza – sottolinea il paper – indica che un mondo diseguale bipolare sta cedendo il passo a un mondo diseguale ma tripolare”. Secondo le proiezioni del FMI i diversi tassi di crescita condurranno la RZ alla parità con la DZ entro il 2023. Ciò significa che la DZ svilupperà deficit correnti crescenti, all’estendersi della RZ. L’emergere dello yuan, per dirla con semplicità genera effetti finanziari destabilizzanti sulla DZ.

Altre considerazioni possiamo trarle da soli. Ad esempio osservando la geografia dell’influenza cinese, che significa quindi influenza geopolitica. Notate l’Australia, già notevolmente sotto l’influenza cinese. La Russia, che con la Cina scambia importanti risorse energetiche. E poi l’Africa, divenuta ormai un porto cinese. La Turchia e, dulcis in fundo l’America Latina che sembra bene inserita nell’area a valuta cinese. L’emergere dello yuan non farà dimagrire solo la DZ e quindi l’influenza degli Usa nella finanza internazionale. Sarà un segnale chiarissimo anche per la politica internazionale. Il tripolarismo non rimarrà solo un affare monetario.

(3/fine)

Puntata precedente: La zona del dollaro “annulla” gli squilibri globali

Cronicario: Evviva gli inattivi di cittadinanza

Proverbio del 9 gennaio Cadi sette volte? Rialzati per l’ottava

Numero del giorno: 7,9 Disoccupazione % nell’Eurozona a novembre

Prima che nazionalizzino anche Carige come Mps – oggi un qualche sottosegretario l’ha inclusa nel novero delle cose possibili – la qualcosa segnerebbe definitivamente la metamorfosi del governo del cambiamento in governo del cambiamento di idea, lasciate che gli italiani vengano al Cronicario con la notizia più bella di una giornata già bellissima, come ormai capita regolarmente da quando è servizio permanente effettivo il cazzeggio al potere.

Siete pronti? Eccola qua: a novembre 2018, ci dice l’Istat, sono finalmente aumentati gli inattivi di ben 26 mila unità rispetto a ottobre.

Una notizia meravigliosa per almeno tre motivi. Primo: meno persone cercano lavoro, avendo persino rinunciato a iscriversi alle liste. Risultato: cala la disoccupazione.

Secondo motivo: quelli che ancora vanno al lavoro perché ne trovano uno sono sempre più gli ultracinquantenni, mentre i giovani, doverosamente cincischiano.

E’ giusto così: lasciare più tempo ai giovani per maturare la loro vocazione.

Terzo motivo: l’aumento degli inattivi, meglio se giovanili, casca a fagiolo, visto che adesso si prepara il reddito di parannanza. Meno disoccupati e più giovani inattivi, ma col reddito. Sembrava impossibile eppure…

A domani.

Cronicario: Come tutelare i risparmiatori coi soldi dei risparmiatori e vivere felici

Proverbio dell’8 gennaio Non è difficile sapere, ma fare

Numero del giorno: -1.9 Calo % produzione industriale tedesca a novembre

E’ bello sapere di vivere in un paese di odiatori professionisti delle banche dove le banche vengono salvate dagli amatori professionisti del governo, che a volte – per cose succedono – sono gli stessi che le odiavano fino a poco prima. Ma questo è il bello di abitare in un paese di odiatori professionisti delle banche che sottosotto le amano perché in fondo, proprio a notte fonda intendo, quando il decreto di salvataggio di Carige è stato approvato, capiscono che le banche tengono in pancia i nostri soldi e quindi un mal di pancia bancario è un mal di pancia nostro tour court. Nulla di strano perciò che gli odiatori all’opposizione cambino idea e diventino amatori una volta al governo. Tanto più quando governa il cambiamento, come adesso.

Quello che stupisce e affascina, perciò, non è il cambiamento di idea ma l’atteggiamento dei nostri alfieri del cambiamento che fan finta d’esser quelli di prima (che hanno acchiappato i voti) invece che quelli di oggi (che minacciano di perderne parecchi a furia di cambiare). E sarà per questo che Vicepremier Uno (o Due se preferite) se n’è uscito con una delle sue memorabili battute che ce lo rendono utile e prezioso come un mal di testa.

“Mentre Renzi e Boschi i risparmiatori li hanno ignorati e dimenticati, noi siamo intervenuti subito a loro difesa senza fare favori alle banche, agli stranieri o agli amici degli amici. Bene l’azione a tutela dei risparmiatori liguri e italiani e bene il miliardo e mezzo stanziato in manovra per gli altri cittadini truffati”. Meraviglioso no? Salvare i risparmiatori italiani con i soldi delle tasse dei risparmiatori italiani e rivendicarlo con piglio felice, contando sul fatto che nessuno pensa mai che ogni volta che il governo scrive un decreto tocca i nostri soldi, presenti e soprattutto futuri. E questo non cambia. Qualunque sia il governo.

A domani.

Il gioco a zona delle valute globali

Via via che la marea globalista si ritira, risucchiata dall’attrazione gravitazionale della rinata idea nazionale celata dai vari sovranismi, dai fondali dell’economia internazionale emerge la trama nascosta che per oltre mezzo secolo ha retto – e regge ancora – l’architettura della nostra attualità. E scoprendosi, questa meravigliosa rappresentazione dell’ingegno umano e della sua capacità di darsi ordini spontanei, rivela la squisitezza dei fraintendimenti che hanno consentito alla cronaca di divenire storia al punto che oggi, per colmo di paradosso, possiamo contemplarne i lineamenti quasi che fossero vestigia del passato invece che di un presente rimasto tale per pura inerzia, perché lo spirito, che pure si esalta nello slancio dell’invenzione, procede nella realtà col tempo della natura non con quello dell’immaginazione. C’è un tempo per immaginare e un altro per vedere ciò che si è immaginato, ammesso che si concreti in realtà. E non sempre fra questi due tempi c’è sincronia.

E’ in questa zona grigia fra l’immaginare e l’essere che si annidano i fraintendimenti. Di solito si riconoscono perché sono frutto di idee semplici attaccate sulla realtà come figurine sopra un album. Concetti che stilizzano i fatti e saziano la nostra fame di comprensione. Salvo che poi, nel tempo, i felici disegnatori di queste immagini che ricordano dettagliatamente la fisionomia di ciò che hanno ritratto e quindi la riconoscono imperfetta sebbene utile, lasciano il posto a coloro che non ricordano, perché non hanno esperienza dei fatti. Costoro usano le idee mescolandole nell’alambicco della logica, che in economia ormai vuol dire matematica, e ne tirano fuori nuove figurine. Immagini sfocate di immagini, che restituiscono ben poco del soggetto, come ben sa chi abbia provato a fotografare una foto. Questo processo di semplificazione genera idee ancora più elementari, che oggi devono entrare nell’economia di un social network, per essere diffuse rapidamente e senza pensarci troppo. E tuttavia queste immagini rimangono potenti e guidano il nostro discorso pubblico, che nasce falso e finisce bugiardo, e giocoforza.

Senza bisogno di andare ancora più lontano – bighellonare fra i pensieri è più che riprovevole nell’epoca degli algoritmi sulla leggibilità dei post – potremmo concludere questo post, che si propone di illustrare un notevole paper della Bis sulle complessità nascoste nel gioco valutario internazionale, con la vecchia battuta che all’epoca di Nixon un segretario al Tesoro Usa rivolse ai suoi interlocutori europei che lamentavano gli andamenti della valuta statunitense e la fine del sistema di Bretton Woods. “Il dollaro è la nostra valuta e un vostro problema”, disse con rara efficacia squisitamente texana il nostro ormai defunto uomo politico, con ciò anticipando – sapendolo con l’istinto del carnivoro – un pensiero assai più strutturato che le teste d’uovo dell’accademia, notoriamente erbivore, hanno iniziato a formalizzare solo quarant’anni dopo. Il pensiero, vale a dire, che alcune valute sono di chi le emette, ma tutti devono farci i conti.

Se è così, ha poco senso osservare gli squilibri di conto corrente del paese che emette una valuta chiave. Bisogna guardare nell’insieme dei paesi che a tale valuta fanno riferimento. E non solo perché espressamente ad essa collegati – pensate ad esempio ai peg al dollaro – ma perché ad essa si ispirano nelle scelte di consumo e di investimento. Le valute chiave, insomma, e il dollaro sopra ogni altra per evidenti motivi, giocano a zona. Proprio come nel calcio, creano aree di influenza con presidi a difesa.

L’esempio più chiaro, illustrato nel paper, è quello della sterlina britannica dopo la storica svalutazione decisa nel 1931 che mise fine al disperato tentativo iniziato nel 1925 di restaurare il gold standard alla parità dell’anteguerra. Un costoso tentativo di far finta che la guerra non fosse mai accaduta. Primo delle tante nostalgie inconcludenti del tragico ventennio economico fra la prima e la seconda guerra mondiale. La svalutazione della sterlina, che segnò l’inizio del tramonto della valuta britannica originò l’area della sterlina che durò fino agli anni ’70, quando ormai la supremazia internazionale della sterlina era un pallido ricordo, alla quale partecipavano l’Australia, l’India, il Portogallo, la Svezia e la Nuova Zelanda. Questi paesi prendevano a prestito in sterline, tenevano riserve in sterline e facevano investimenti in sterline. Perciò l’equilibrio del conto corrente della sterlina era garantito dall’intera area della sterlina, non solo dall’UK. Un meccanismo che chiunque abbia letto Marcello De Cecco sa bene essere un retaggio di un sistema più antico.

Insomma: le valute chiave sono naturalmente transnazionali. Quindi guardare a loro sfogliando l’album di figurine dell’economia del libro di testo genera straordinari fraintendimenti. Tipo quello che si può esser sovrani da un punto di vista monetario, pur non emettendo valute chiave. Peggio ancora: impedisce di capire il presente che mai come prima nella storia recente chiede di essere compreso. E per questo serve innanzitutto pazienza. E buona volontà.

(1/segue)

Seconda puntata: La zona del dollaro “annulla” gli squilibrio globali

Cronicario: E tanti auguri col reddito di parannanza

Proverbio del 7 gennaio Quando non si ha l’ago il filo serve a poco

Numero del giorno: 12 Aumento % spesa interessi su debito pubblico nel IIIQ 2018 su IIIQ 2017

Bentrovati. Riapro bottega dopo un congruo periodo di fancazzismo e scopro con gioia che nel frattempo non è affatto venuta meno l’italica propensione al cazzeggio che per giunta proviene dalla alte sfere che governano i nostri destini. Il nostro beneamato governo del cambiamento, infatti, non pago di aver cambiato la manovra per far contenti gli arcigni brussellesi, adesso sta perfezionando con rara efficacia uno dei cavalli di battaglia che ci hanno accompagnato in questi mesi vissuti pericolosamente: il miracoloso reddito di cittadinanza.

Mentre scriviamo le menti raffinatissime del governo del turbamento stanno limando la centocinquantesima bozza del decreto che ogni giorno ci regala gioie e soddisfazioni, perché oltre ad abolire definitivamente la povertà, sta facendo strame persino di certi vecchi arnesi del dibattere pubblico.

Sicché oggi leggo che la misura riguarderà 4.916.786 persone, la 4.916787esima delle quali immagino sarà terribilmente incazzata. Girano le più svariate leggende metropolitane sui requisiti che richiederà la norma per individuare i percettori che comunque grazie ai prodigiosi miracoli dei centri per l’impiego riusciranno (dovrebbero riuscire?) a trovare l’agognato (?) lavoro. Magicamente, grazie al governo del cambiamento, il reddito di cittadinanza cambierà in reddito di parannanza.

Ma non pensate che sarà tutto rose e fiori. Si potrebbe persino essere costretti a emigrare. L’ultima bozza consultata dai sotuttoio della stampa dice infatti che dopo 18 mesi di fruizione del sostegno i percettori dovranno accettare, pena la perdita del reddito, un posto di lavoro ovunque nel territorio italiano. Nei primi sei mesi l’offerta sarà entro i 100 chilometri dalla residenza e nel periodo fra i 12 e i 18 mesi entro un raggio di 250 chilometri. Sempre che non ci siano minori o disabili in famiglie, perché in quel caso prevale il richiamo al patrio suolo.

Concludiamo: il reddito di parannanza col lavoro c’entra quanto il sogno con la realtà. Per questo piace. Tanti auguri.

A domani.