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Cronicario: Disoccupati o disattivati? Questo è il problema

Proverbio del 3 aprile La vita è un ramo di palma piegato dai venti

Numero del giorno: 9,5 Tasso di disoccupazione nell’EZ a febbraio 2017 

Si comincia d’un lunedì svogliato con l’Istat che tira fuori dal cilindro la sua solita statistica sugli occupati in Italia che ognuno interpreta secondo la sua convenienza, tanto quelli che sanno la differenza fra disoccupato e inattivo sono una percentuale pari al tasso di sconto della Bce. I disoccupati sono diminuiti a febbraio perché sono aumentati gli inattivi. E’ un bene o un male?

Ecco appunto, fate voi. Chi guarda solo al calo della disoccupazione non sta a sottilizzare troppo sulla circostanza che possa dipendere dal fatto che molti si sono semplicemente cancellati dalla lista, magari finendo nella zona grigia degli inattivi che alimenta quella ancora più grigia degli scoraggiati. Se ci limitiamo ai numeri, la migliore sintesi è questa :

Disoccupati o disattivati? Questo è il problema. E soprattutto siamo sicuri che molti non siano semplicemente emigrati? Questo è il problema della statistiche: non si sa mai bene di cosa si stia parlando.

Per il resto la nota conferma la crescita dell’occupazione fra gli over 50.

Il calo del lavoro a tempo indeterminato a vantaggio di quello a termine.

 

E infine il nostro tasso di occupazione, fra i più bassi d’Europa.

Se poi vi chiedete cosa sia il tasso di occupazione, dovete sapere che si misura in rapporto alla forza lavoro, della quale però non fanno parte gli inattivi, che non sono i disoccupati ma neanche gli scoraggiati….

Tutto questo per dirvi che quando leggete Eurostat che magnifica il grande progresso nella lotta alla disoccupazione – siamo ai minimi dal 2009 nell’EZ con il 9,5% e nell’Ue con l’8% – dovreste chiedervi esattamente i perché e i percome, se davvero vi interessa.

Il resto della giornata si segnala per un pregevole intervento del capo della vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo che contiene alcune informazioni interessanti sulle nostre banche e su come abbiamo vissuto i peggiori anni della loro vita La prima – ma ce n’eravamo accorti – è che alcune banche hanno affossato le quotazioni di tutte le banche.

La linea verde misura la performance azionaria delle tre migliori banche dal 2007 – osservate che comunque l’indice sta a 60 fatto 100 quello iniziale – la linea rossa quella delle tre peggiori, che sono sprofondate verso lo zero. Il combinato disposto fa un misero 22. In pratica le altre banche italiane – linea gialla – si sono trovate con quotazioni inferiori del 78% rispetto al 2007.

Se guardate agli altri indicatori – tipo il RoE o gli Npl – l’andazzo è similare e per nulla edificante. L’unica nota di soddisfazione è la patrimonializzazione, che è migliorata.

Vi sentite più tranquilli? No?

A domani.

Il nuovo numero di Crusoe: La ragnatela di Undernet. Grazie a @AbatediTheleme per la splendida Chat

Un altro pezzo importante del puzzle dove l’economia reale incontra quella digitale è sotto gli oceani, dove decine e decine di cavi sottomarini, che si estendono per centinaia di migliaia di chilometri, uniscono i continenti in un viluppo di relazioni, economiche e politiche insieme. La ragnatela di Undernet è l’infrastruttura della nuova globalizzazione digitale, come la ferrovia era stata l’infrastruttura della prima globalizzazione iniziata nel XIX secolo. I moderni padroni del vapore sono stati all’inizio i giganti della telefonia, che gradualmente hanno visto crescere accanto a loro investitori finanziari, attratti dalle possibilità offerte dal trading automatico e poi, di recente, le grandi compagnie di Internet, dove si effettua la saldatura fra l’infrastruttura e i contenuti. La geopolitica dei cavi che racconta Crusoe questa settimana, è appassionante e ancora poco osservata e diventerà un appuntamento fisso delle nostre ricognizioni settimanali. Questa settimana cominciamo con un po’ di storia.

Poi ci siamo molto divertiti a fare una Chat scanzonata e vagamente irrispettosa con @AbatediTheleme, che è risultata molto divertente e istruttiva, visto che abbiamo chiacchierato di storia, economia, geopolitica e persino di un pizzico di filosofia, senza pretese oltre a quella di risultare interessanti. Abbiamo selezionato, come di consueto, le notizie imperdibili degli ultimi cinque giorni.

La lettura della settimana è dedicata all’attivazione della Brexit, della quale si è a lungo parlato in questi giorni ma di cui pochi conoscono i passaggi e le procedure. Poi ci sono le principali notizia della settimana e, a chiudere, le nostre notizie invisibili, quelle che trovi solo su Crusoe. Buona lettura.

Ci rivediamo il 7 aprile.

Cartolina: I cinesi d’Occidente

I cinesi d’Occidente sono all’incirca 500 milioni. Vivono su un territorio di oltre quattro milioni di metri quadri che spazia dall’oceano alla steppa, traversando teorie di paesaggi ognuno dei quali racconta storie vecchie di secoli. I cinesi d’Occidente sono straordinari mercanti perché lo sono sempre stati. Nel tempo lontano viaggiavano per mesi in cerca di spezie e metalli preziosi, armati di coraggio, scaltrezza e di merci da scambiare. Con i secoli questi mercanti sono cresciuti come cambiavalute, banchieri e infine finanzieri. Oggi fanno lo stesso e tanta esperienza li ha condotti a vendere al resto del mondo beni per un valore che sfiora i cinque trilioni di dollari, mentre i cinesi d’Oriente, quelli più conosciuti per il loro commerci esteri, che fanno 1,3 miliardi di abitanti su un territorio che è più del doppio di quello dei cugini Occidentali, arrivano a vendere nemmeno la metà. Questo perché i cinesi d’Occidente sono un popolo di mercanti nati. Gli altri lo sono diventati.

Cronicario: I dazi di Mister T e la DollarJugend

Proverbio del 30 marzo Le tempeste dell’anima sono peggio di quelle di sabbia

Numero del giorno: 2,3 Tasso di inflazione annuale in Spagna a febbraio 2017

La delicata epidermide di Mister T, già messa a dura prova dalle bizze parlamentari sull’Obamacare, pare sia stata gravemente offesa da una puntura di vespa, non con la minuscola ma con la maiuscola, nel senso della celeberrima due ruote made in Italy che secondo quanto raccontano sarebbe finita all’indice dell’amministrazione Usa al punto che potrebbero innalzarle dazio fino al 100%.

Alla Vespa, poverina. Sopravvissuta alla gloria dei ’50, al boom dei ’60, alla crisi dei ’70, agli impacci degli ’80, al casino dei ’90, al mistero dei primi 2000, e persino al primo decennio del XXI secolo, la mitica Vespetta all’indice manco fosse cinese. Ma perché mai? Ora ve lo dico. Anzi ve lo dice questo grafico.

Adesso lo sapete chi sono i cinesi e perché gli Usa ce l’hanno con noi. Poi magari è una bufala questa cosa dei dazi sulla Vespa. Anzi: una fake news. Però la cosa è plausibile. Nel dubbio non ci resta che fare una cosa: loro attaccano una gloria nazionale? Noi attacchiamo la loro: daziamo la Coca Cola e aumentiamo la produzione di chinotto.

Rapito dalla vertigine protezionista, mi sfugge quasi la vera notizia del giorno; anzi della settimana. Che non ha nulla a che fare con le miserie dei commercio o con le altrettanto misere cronache della finanza: riguarda il futuro.

Quindi i bambini. E poi la sua filigrana, letteralmente…

Ossia il denaro. Da inizio settimana, infatti, si sta svolgendo in 100 paesi questa manifestazione ormai appuntamento fisso – si svolge dal 2012 – ideata dalla Child & Youth Finance International (CYFI), un’associazione che si propone di migliorare la consapevolezza circa i diritti economici dei bambini al fine, fra gli altri, di rompere il ciclo della povertà. Il tema proposto quest’anno alla DollarJugend globale è icastico: Impara. Risparmia. Guadagna. Che poi è la versione cool del vecchio Lavoro. Guadagno. Pago. Pretendo.

Mentre penso a come globalizzare l’amore per il denaro, in mancanza d’altro, mi cade l’occhio su un’altra notizia che merita tutta la nostra attenzione perché fa il verso alla Vespa&Mister T . Secondo quanto riporta Bloomberg citando il WSJ, infatti, gli Usa starebbero decidendo la loro posizione sullo status di economia di mercato richiesto (inutilmente) dalla Cina. Secondo quanto trapela l’amministrazione Trump sarebbe pronta a formalizzare la sua posizione contraria al riconoscimento dello status MES, il che implica la possibilità di dazi e tariffe più elevate.

L’annuncio dovrebbe arrivare in settimana. La notizia arriva mentre si avvicina il primo meeting fra Trump e il presidente cinese Xi, previsto per il 6 e il 7 aprile. Mister T si presenta al tavolo con un bel mazzo di fiori e la pistola carica. Se son rose, pungeranno.

A domani.

I Grandi Esportatori sono gli europei, non i cinesi

Mi capita fra le mani una pregevole ricognizione prodotta dall’Ons, l’istituto di statistica britannico in occasione dell’attivazione del governo inglese della procedura di uscita dall’Ue. Scelta ovviamente non occasionale, nel momento in cui bisognerà reinventare in chiave bilaterale una mole di relazioni che prima andavano di pari passo con quelli tessute all’interno delle regole Ue e che adesso dovranno essere concordate e riscritte. Ci vorrà tempo e intanto è utile sapere alcune cose dell’economia britannica e di quanto per lei sia importante quella dell’Ue.

Questo grafico sintetizza bene la situazione. L’Ue la destinazione del 47% dell’export britannico, mentre l’Uk assorbe solo il 7% dell’export Ue. Per apprezzare meglio i dati, tuttavia, è utile ricordare, come fa l’Ons che “l’economia del Regno Unito può anche essere dominata dai servizi al giorno d’oggi, ma la produzione manifatturiera rimane una parte fondamentale del dibattito politico intorno Brexit e il commercio”. Infatti, malgrado “costituiscano una percentuale molto più piccola del Pil, il commercio di beni continua a superare quello dei servizi”. Nel dettaglio, le merci hanno rappresentato il 55% delle esportazioni del Regno Unito e il 75% delle importazioni nel 2016, con la precisazione che “il commercio di beni con l’Ue è significativo sia per le imprese che vendono manifatture UK che per la supply chain”.

Il problema è che con la Brexit le regole che si andranno a concordare varranno per tutti e 27 i paesi dell’Unione – il famoso 47% dell’export UK – e quindi il governo dovrà prestare una grande attenzione ai dettagli per non rischiare di compromettere questo piccolo patrimonio di esportazioni che è letteralmente vitale per l’economia nazionale. A meno di non pensare che il resto del mondo, quello che adesso assorbe il 53% dell’export britannico, abbia la possibilità e la volontà di comprare più made in Uk.

Gli Stati Uniti, ad esempio, assorbono oltre il 16% dell’export UK e vi esportano appena il 3% delle loro merci. Sembra difficile immaginare che possa assorbirne di più, specie adesso che il commercio estero è diventato uno dei chiodi fissi della nuova amministrazione, che non dimostra affatto di gradire i suoi partner eccedentari. La Cina invece riceve il 4,42% dell’export britannico e vi esporta il 2,61% dei suoi beni.

Quanto all’Europa, la Germania da sola riceve il 10,6% dell’export britannico ed esporta circa il 7% dei suoi beni in UK, quindi la voce del governo di Berlino è destinata naturalmente ad avere un peso specifico importante rispetto a quella di Parigi, che ha visto declinare dal 2006 le esportazioni britanniche nel suo territorio dal 12 al 6%, a fronte di un 7% di merci esportate in UK. L’Italia sta in posizione marginale: riceve il 2,95% dell’export britannico e vi esporta il 5,42% del suo.

Per farsi un’idea ancora più chiara è interessante osservare quest’altro grafico, che classifica i paesi esportatori in relazione al valore delle loro esportazioni. Come si può osservare, l’UK è fanalino di coda dopo l’Italia, ma comunque il suo commercio vale sempre circa 300 miliardi di dollari, 288 per la precisione (dato globale riferito al 2015): non certo una cifra che si può prendere sotto gamba. Ma probabilmente la sorpresa maggiore si ha osservando che il commercio dell’Ue a 27, quindi senza l’UK , sfiora i cinque trilioni (con l’UK li supera di parecchio), e in pratica vale il doppio di quello cinese e quasi il triplo di quello Usa, complessivamente il 30% dell’export globale. Sono gli europei i veri cinesi del mondo, se con quest’aggettivo si intende i Grandi Esportatori, e se gli Usa hanno come dicono un problema con chi esporta troppo ce l’hanno con l’Europa assai prima che con la Cina. Anche se magari questo non lo dicono.

I consigli del Maître: Gli investimenti dell’eurozona e i brevetti cinesi

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Gli investimenti fiacchi dell’eurozona. Il capo economista dell’ESM, il fondo europeo di stabilità, Strauch ha osservato di recente che il livello degli investimenti è un punto critico per recuperare un livello di crescita soddisfacente in futuro, specialmente relativamente al settore privato, che ha conosciuto un notevole crollo dopo la crisi del 2008. Quest’affermazione è stata accompagnata da un grafico che mostra l’andamento degli investimenti privati e pubblici nell’eurozona fra il 2000 e il 2016.

Come si può osservare c’è stato effettivamente un crollo degli investimenti privati dal 2008 in poi, solo parzialmente compensato da quelli pubblici, che però sono crollati anche loro negli anni successivi. Ma si osserva pure che il trend declinante degli investimenti privati era iniziato già nel 2000 per essersi invertito negli anni del boom creditizio che ha generato quello immobiliare. Perciò avrà sicuramente il nostro economista a ricordarci quanto sia strategico che ripartano gli investimenti, ma dovrebbe anche ricordarci che non tutti gli investimenti sono uguali. Alcuni lasciano macerie, dopo l’euforia. Letteralmente.

I brevetti cinesi. Abbiamo già visto la settimana scorsa come la Cina sia diventata in un decennio uno dei paesi leader nella registrazioni di brevetti legati all’ICT, superando gli europei ormai in chiaro declino. Adesso una recente ricognizione ha osservato che la Cina è divenuta un campione non solo nei brevetti sull’ICT, ma sui brevetti in generale. Nel 2016, infatti, le richieste cinesi di brevetti sono cresciute del 45%, arrivando a 43.170 su un totale di 233 mila circa a livello globale.

In pratica la Cina ha surclassato la Corea del Sud già dal 2010 e ha superato la Germania un paio d’anni dopo avvicinandosi sempre più al Giappone. Gli Usa rimangono saldamente in testa alla classifica con poco meno di 60 mila richieste di brevetti. Ma fino a quando? È interessante osservare che fino al 2005 le richieste di brevetti erano poche migliaia. Le compagnia più attiva nella richiesta di brevetti è stata la ZTE, una compagnia di telecomunicazioni di Shenzen, seguita dalla Huawei, che ha superato l’americana Qualcomm. E chi ha orecchi…

Gli studenti subprime. La Fed di S.Louis ha pubblicato l’aggiornamento del suo monitoraggio sull’andamento del debito privato delle famiglie Usa, che viene suddiviso fa debito connesso all’acquisto di automobili, debito per mutui, debito per carte di credito, debito studentesco e Heloc (Home equity line credit, ossia secondi mutui collegati a strumenti revolving come una carta di credito con un tasso direttamente collegato al prime rate). La banca nota un cero aumento, nel corso del 2016, del delinquency rate, ossia il tasso di insolvenza, per i debitori per automobili, mentre per le altre categorie di debiti i tassi di delinquency sono stabili o al ribasso.

Ma la storia più interessante che racconta il grafico offerto dagli analisti è un’altra, e riguarda gli studenti. Questi ultimi hanno visto crescere senza sosta il debito in capo ai giovani universitari, e negli ultimi anni i tassi di insolvenza sono esplosi, in particolare dal 2012 in poi, e ormai i tassi di delinquency superano il 10%. Che per un debito complessivo che vale oltre 1.200 miliardi non è esattamente un buon viatico per una serena vecchiaia. Nemmeno per una serena maturità, a onor del vero.

La vecchia Germania. Moody’s ha rilasciato uno dei suoi outlook sulla Germania notando come la crescita robusta e una politica fiscale prudente supporti il profilo di credito del paese, ce infatti viene promosso con una lucente tripla A, ormai divenuta rara nel panorama internazionale. E tuttavia la crescita robusta e la politica fiscale prudente non riescono a celare l’autentico fallimento della Germania, che è demografico, e quindi, in ultima analisi, sociale. Un paese che non fa più figli pur essendo ricco è un paese che non ha visione del futuro, noi italiani lo sappiamo bene. Curioso che la stessa sindrome affligga i tedeschi. E tuttavia è così.

L’agenzia di rating ha calcolato l’old age dependency ratio, indicatore che misura il tasso di dipendenza degli anziani dal resto della popolazione, e quindi indirettamente il loro peso specifico, notando come la Germania sia quella messa peggio fra i suoi pari. Nel 2030, quindi fra meno di 15 anni, il tasso sfiorerà il 50%, che significa che ci sarà quasi un anziano ogni due abitanti, e nel 2060 si andrà verso il 60%, ossia due anziani ogni tre abitanti. La Germania diventerà una casa di cura a cielo aperto. E non sarà l’unica.

Cronicario: Nel paese delle mamme tardive

Proverbio del 28 marzo Un cane alla catena s’incattivisce. Un uomo pure

Numero del giorno: 70 Numero medio morti ogni giorno per incidenti stradali UE

Nel paese delle mamme tardive, le donne si trovano ad esser madri in media quasi a 31 anni, conquistando il primato europeo in questa poco edificante prassi, alla quale corrisponde anche quello d’essere madri con in media poco più di un figlio a testa, e non ci vuole una laurea a capire perché, visto che il tempo semplicemente passa.

Notate che l’ultimo paese in classifica, che in questo caso vuol dire che lì le donne partoriscono il figlio più giovani di tutte le altre, è la Bulgaria, e quando dicono che nel paese delle mamme tardive le mamme son tardive perché la crisi, le impari opportunità, la mancanza di sostegno pubblico, il welfare farlocco, il gender gap, la discriminazioni sul lavoro e tutte quelle cose verissime, non spiegano come mai in Bulgaria, che ha un Pil pro capite di poco più di seimila euro, le mamme non si facciano tutti questi problemi. Appunto per questo, diranno gli intelligentoni: sono poveri e quindi figliano, come facevamo noi negli anni ’50. Dal che ne deduco che noi siamo ricchi, se fosse così semplice. Ma riecco gli intelligentoni che mi ricordano che da noi c’è la crisi, le impari opportunità, la mancanza di sostegno pubblico, il welfare farlocco, il gender gap, la discriminazioni sul lavoro e tutte quelle cose verissime che finisce che non spiegano un bel nulla.

Allora vado per vie traverse e scopro un pregevole lavoro di Bankitalia che racconta come la tassazione immobiliare abbia evidenti effetti sul livello non solo dei prezzi degli immobili, ma anche sui canoni di locazione.

Infatti, chi l’avrebbe mai detto? E tuttavia è così: tassare sul serio la prima casa farebbe scendere sia i canoni d’affitto che i prezzi delle abitazioni, e forse questo aiuterebbe una mamma del paese delle mamme tardive ad essere meno tardiva quando si tratta di mettere su famiglia, almeno portandola al livello della Germania, che incidentalmente è più ricca di noi e tuttavia lì le mamme sono meno tardive, per non parlare della Francia dove sono ricchi almeno quanto noi e lì non solo le mamme sono quasi precoci, ma fanno pure il doppio dei figli del paese delle mamme tardive.

Proprio così. E invece da noi al massimo si tassa la seconda casa che, sempre secondo Bankitalia, non provoca altro che far salire i prezzi delle case e delle locazioni, alla faccia di chi vuole mettere su famiglia.

Scopro poi che nel paese delle mamme tardive il servizio sanitario si colloca agli ultimi posti in Europa, e mi domando davvero ingenuamente se questo in qualche modo non finisca per influenzare la sua vocazione di paese dalle mamme tardive.

E che però al tempo stesso il paese delle mamme tardive è ottavo al mondo per il numero delle pubblicazioni scientifiche, che si ricava dividendo il numero di pubblicazioni per il totale dei ricercatori, molti dei quali immagino siano donne intelligentissime che a furia di ricercare si ritrovano a un certo punto mamme tardive, così come succede a tantissime altre che ricercatrici non sono eppure lavorano lo stesso tantissimo. Probabilmente troppo.

Allora mi viene il dubbio che il paese delle mamme tardive sia confuso e infelice. Ma sicuramente sbaglio.

A domani.

La Chat di Crusoe con @pbiffis: Le banche, la responsabilità e Aristotele

Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Paolo Biffis (P) @pbiffis

C Buongiorno. Vorrei iniziare la nostra chat da una notizia che ho trovato scorrendo l’ultimo bollettino della Bce. In particolare il fatto che per la prima volta dall’introduzione dell’euro gli investitori extra EZ hanno, al netto, venduto obbligazioni dell’area, con l’Italia a fare la parte del leone, visto che sono state vendute obbligazioni per il 4,1% del Pil. La Bce scrive che questo è un riflesso del public sector purchase programme della bce. Può aiutarci a capire meglio?
P Prima di rispondere volevo chiederle se aveva letto il pezzo di oggi di Mieli sul Corriere sulla Sicilia
C In parte, confesso che sentirmi ripetere degli sprechi siciliani mi appassiona poco. Sul giornale ho trovato interessante un altro pezzo, quello di centro della prima pagina sulle donne di Bolzano che hanno una fertilità più elevata della media.
P Ma allora che si fa? Ora sono a Brunico: non è molto diverso dall’Italia, ma i trasporti funzionano, ecc. Ci sarà pur un punto intermedio. O dobbiamo andare da Salvini o dai 5S?
C Personalmente penso che il primo passo sia recuperare un po’ di etica del lavoro. Lei invece da dove partirebbe?
P Etica mi sembra una parola pericolosa: cattolica, cristiana, protestante, islamica? Quale?
C Quella più semplice che collega il diritto alla retribuzione al dovere di una onesta prestazione.
P Cioè: quella che dipende dai comportamenti individuali… Ma questo conduce rapidamente alla conclusione che dobbiamo abbandonare la Sicilia al suo destino. E poi noi dove ci troviamo senza quella civiltà millenaria? Ma quanto ci costa?!?! Forse ha ragione Severino: siamo stati fregati da Aristotele

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Cronicario: Investimenti all’italiana e stress test all’inglese

Proverbio del 27 marzo Non si può spezzare l’acqua con la spada

Numero del giorno: 50 Posto Italia in classifica (su 189) nel Doing business

Vabbé consoliamoci: l’84% delle aziende italiane, nel 2016, ha investito e l’ha fatto con un’intensità – ossia la quota di investimento per impiegato – superiore a quella europea. Fine delle soddisfazioni. Un altro 12% di imprese, infatti, ha investito troppo poco e a un altro 9% sono mancato i fondi necessari, o gliel’hanno offerti a tassi troppo elevati. In compenso abbiamo un settore delle costruzioni e della manifattura a bassa produttività. Serve altro?

Credeteci invece perché sono i dati che ha diffuso la Banca europei degli investimenti poco fa che disegnano un paese alle prese con i soliti problemi.

La dipendenza dal credito bancario, per dirne uno. Oppure quest’altro

In pratica il settore delle costruzioni che poi è quello che molto ha pesato nel boom dei primi anni Duemila, è ancora quello che fa più fatica, e mantiene una bassa produttività. E tuttavia è innegabile la circostanza che all’Europa – e ancor di più in Italia – serva un flusso più robusto di investimenti.

Notate che nei paesi periferici le imprese sono quelle che hanno fatto risalire il livello degli investimenti, visto che governi e famiglie si sono praticamente arresi. Ora sarà pure vero come dice il Dg di Bankitalia Signorini che “capitale umano ed efficienza della pubblica amministrazione condizionano gli andamento degli investimenti in italia”, ma non capisco perché poi si parli della necessità di “riforme strutturali e del settore finanziario e del sostegno  pubblico”. Insomma se la pubblica amministrazione è carente, non lo sarà anche il sostegno pubblico?

Travolto dal dubbio, cambio argomento anche perché oggi il cronicario globale è ben nutrito. E ne trovo uno bellissimo: gli stress test della banca centrale britannica.

Siccome le brutte notizie non bastano mai, ecco la BoE che s’immagina le peggiori possibili per capire se le banche inglesi potranno reggere a un bagno di sangue del genere. Confesso che fra i due scenari che vedete nel grafico non so quale sia peggio.

Infine approfitto della cortesia di Eurostat che ha raccolto una montagna di dati per farci vedere quali settori hanno avuto una produzione industriale dignitosa e quali altro sono crollati fra il 2010 e il 2016.

Che ci dice questo grafico? Che negli ultimi anni l’unico settore che ha visto crescere la sua produzione significativamente è il manufatturiero, con l’eccellenza del settore automobilistico e dei farmaci. Dice tutto del nostro stile di vita no?

A domani

I signori della salute (e della malattia)

 

Sono i signori della salute pure se qualcuno li ha definiti gli inventori delle malattie. Amati almeno quanto odiati, i colossi del farmaceutico sono uno delle colonne portanti del nostro modello sociale, che oggi misura il suo successo guardando a due numeri: la crescita del pil e quella dell’età media, che poi è al tempo stesso una delle questioni più problematiche con le quali dobbiamo fare i conti. Ma Big Pharma non è solo, o almeno non più, un efficientissimo sistema per produrre e vendere farmaci. Da un pezzo ormai le compagnie farmaceutiche si sono evolute fino a entrare dentro business fino a pochi decenni fa del tutto alieni: il brevetto genetico, la produzione di ogm, la chimica alimentare con il mondo misterioso degli additivi. Dentro una compagnia farmaceutica si trattano molecole, quindi dna. La loro applicazione pratica conosce ormai come limite solo la fantasia. Guardare dentro questo mondo, perciò, è un viaggio molto istruttivo lungo le coordinate del nostro presente e insieme nel tessuto economico che lo sostiene, visto che l’industria, a livello globale, sviluppa un mercato di oltre un trilioni di dollari, quindi mille e più miliardi, che si prevede crescerà ancora a tassi superiori al 4% nei prossimi anni, proprio in ragione della circostanza che l’allungamento dell’età media fa aumentare il consumo di farmaci, ma non solo.

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