Etichettato: maurizio sgroi

Cronicario: In Italia calano le sofferenze, non le tasse

Proverbio del giorno Le anime forti hanno volontà, quelle deboli desideri

Numero del giorno: 0,8 Crescita %prestiti al settore privato italiano su base annua

In America due cose sono ritenute sicure: la morte e il pagamento delle tasse. Qui da noi, nel Belpaese, solo una, perché di morte, superstiziosi come siamo, non parliamo mai: le tasse. Non nel senso che le paghiamo – c’è sempre una qualche voluntary disclosure in agguato – ma nel senso che aumentano sempre. Quando vi dicono che il governo – qualunque governo – ha diminuito le tasse, non credetegli: è una bufala. Poi prendetevi l’ultima release Istat sui conti nazionali e sbattetegli in faccia questa tabella.

Come si può osservare; nell’ultimo triennio in aggregato le imposte sono aumentate, e mi piacerebbe pensare che sia dipeso dal fatto che hanno pagato più persone o perché abbiamo prodotto più reddito, non perché sono state aumentati surrentiziamente i prelievi a carico di chi le pagava già.

In ogni caso i conti raccontano di un’Italia che sta un filo meglio, almeno relativamente alla contabilità. Il risparmio aumenta

grazie alla crescita del potere d’acquisto

ma rimane il fatto che “l’incidenza delle imposte sul reddito disponibile è diminuita per le società finanziarie e non finanziarie, mentre è lievemente aumentata per le famiglie”. Che sentitamente ringraziano e strizzano i consumi per pagare le imposte. Ma anche per fare un qualche debituccio, visto che le banche sono tornate a far credito al settore privato, secondo le ultime rilevazioni di Bankitalia e sono proprio le famiglie a tirare la volata con una crescita del 2,2% dei prestiti a loro concessi.

In calo, sempre a febbraio, invece il tasso delle sofferenze bancarie: l’11,7% a fronte del 12,2% di gennaio. Fisco a parte, si soffre di meno.

Il terzo tema della giornata lo lancia l’istituto di statistica tedesco che pubblica una gradevole statistica sul costo di un’ora di lavoro per gli imprenditori dell’industria e dei servizi.

Ora vorrei che qualcuno dei tanti cervelloni che ci cullano con le loro certezze metafisiche ci spiegasse come fa la Germania ad essere più competitiva di noi malgrado abbia un costo del lavoro più elevato. Se non ci credete, prendete anche la tabella OCSE, pure oggi sul pezzo.

Non so a voi, ma a me sorge il sospetto che i tedeschi vendano un sacco di roba perché producono roba di qualità, non (o almeno non solo) perché producono a costi competitivi. Ma se così fosse, che fine farebbe la Leggenda del Santo Svalutatore?

A domani.

 

 

Cronicario: Il denaro non fa la felicità (dei robot)

Proverbio del 10 aprile La pazienza ha radici molto amare e frutti dolcissimi

Numero del giorno: 1,9 Incremento % annuo della produzione industriale italiana

Sarà pure la primavera che s’insinua dolcemente fra gli ormoni, ma tutto d’un tratto gli imprenditori italiani sono diventati ottimisti. Ce lo racconta Bankitalia che ha pubblicato una delle sue rilevazioni secondo la quale molti si aspettano una ripresa degli investimenti in questo fortunato (si fa per dire) 2017.

La tabella qua sopra dice in sostanza che le imprese vedono una domanda più robusta – per lo più di provenienza estera – e perciò pensano di investire di più. E pure se le aspettative di inflazione rimangono bassine, ce n’è abbastanza per celebrare un ritorno di positività fra i nostri capitalisti, che evidentemente non temono le ubbie di Mister T, come invece sarebbe ragionevole fare. Peraltro tanto ottimismo s’intona con le ultime rilevazioni degli indici Oce, secondo i quali l’area è entrata in un clima positivo. E’ primavera, appunto.

Ma la notizia più bella, per noi che siamo di spirito sensibile, ce la regala la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, che ha pubblicato un rapporto e un’analisi che si propongono di rispondere a una domanda che assilla tutti noi più o meno dalla nascita: il denaro fa davvero la felicità?

No davvero seguiteci perché la questione è dirimente. Partendo dal gap di felicità che ancora diversi paesi emergenti patiscono malgrado la crescita economica, la Banca si domanda se il successo in economia sia davvero sufficiente, oltre che necessario, a garantire un livello adeguato di felicità sociale e arriva alla conclusione che no: serve altro. Per essere realizzato un cittadino non ha bisogno solo di un tetto sulla testa, tre pasti al giorno, cure mediche e un paio di scarpe comode. No: gli serve un lavoro. L’effetto della disoccupazione sull’autostima è devastante. Avere denaro ma essere disoccupato – il famoso reddito di cittadinanza – non ci salva dall’infelicità.

Questa pregnante e insospettabile conclusione – una persona deve avere un senso nella vita e oggidì l’unico senso che trova è nel lavoro – fa a pugni con un’altra che sempre più insidia il nostro dibattito pubblico suscitando ansie e preoccupazioni: l’aumento straordinario dei robot.

Addirittura secondo alcuni cervelloni un robot in più ogni mille lavoratori diminuisce la popolazione lavorativa dello 0,18% e i salari dello 0,25%.

Ora, passi pure che i robot ci tolgano il denaro, che in fondo – ci dicono – non fa la felicità degli uomini ma magari quella dei proprietari dei robot sì, ma che facciamo col lavoro? Saremo felici di scoprirlo.

A domani.

Cronicario: Gli europei di successo sono poveri ma sani

Proverbio del 7 aprile La fine del bruco è l’inizio della farfalla

Numero del giorno: 69,93 Percentuale di dollari nelle riserve internazionali

Poveri ma belli, si diceva negli anni ’50, quando De Sica portava al cinema la gioventù italiana di belle speranze, armata di sorriso e buona volontà. Ora che siamo grandicelli e belli non siamo più, al massimo possiamo augurarci di invecchiare consumati dai debiti ma almeno in salute, come pare stia accadendo a greci a ciprioti, avanguardisti del new way of life made in EU: l’esser poveri ma sani.

Non ci crederete, ma Eurostat ci fa notare che sono proprio loro, greci  ciprioti, i più disgraziati (economicamente parlando) dell’ultimo lustro a sentirsi meglio. L’85% della popolazione, infatti, dice di godere una buona o molto buona salute. E noi gliene auguriamo ancora di più.

Come mai Eurostat pubblica questa roba? Dovete sapere che oggi è il World Health Day, e quindi il cronicario globale pullula di storie del genere, un’altra delle quali – che ho giudicato imperdibile – la pubblica Ocse.

Il consumo di anti depressivi è raddoppiato dal 2000, sicuramente grazie ad articoli come questo (e al marketing delle compagnie farmaceutiche), ma come vedete noi mediterranei ce la caviamo bene. Siamo ancora sparagnini. In Grecia, per dire, i depressi sono il 4,7% della popolazione, come si premura di farci sapere l’istituto greco di statistica. Al contrario, i ricchi sono un filo più depressi. a dimostrazione del fatto che il denaro non solo non fa la felicità, ma neanche la salute.

Prendete i tedeschi. Oggi il loro istituto di statistica ha rilasciato una sfilza di dati che deprimerebbe chiunque, e probabilmente ha lo stesso effetto anche su di loro, visto che s’impasticcano più di noi. Insomma questo è il succo: surplus del bilancio pubblico, aumento delle esportazioni, aumento della produzione, persino il mercato immobiliare, rimasto stitico per un ventennio, ha iniziato a crescere al ritmo del 6,7% su base annua, più di Londra (5,7) e persino dell’Olanda (6,4). Così almeno ci fa sapere Eurostat, nella sua ultima release sul mercato immobiliare. A livello aggregato nell’eurozona i prezzi sono cresciuti del 4,1%, nell’ultimo quarto 2016 rispetto al quarto 2015. Anche in Italia. Senza il 4 però: solo lo 0,1%, ma va bene così.

Insomma i tedeschi vanno alla grande: cosa potrebbe andare storto?

Giusto questo. Depressi, solitari y final.

Ma siccome è venerdì e voglio chiudere in bellezza una settimana bellissima (per qualcuno di sicuro) vi saluto con i dati sul nostro commercio al dettaglio che a febbraio hanno segnato un robusto calo dell’1% in valore e del 2,4% in volume rispetto a febbraio 2016. Non è che siamo diventati tutti grossisti. E’ che mangiamo meno, fra le altre cose. I prodotti alimentari sono diminuiti in valore dell’1,2% e in volume del 4,8. Ed è proprio questa la buona notizia: lo sanno tutti che mangiare troppo fa male. E dobbiamo invecchiare sani, mica solo poveri.

A lunedì.

Cartolina: Il secolo dei creditori

Si tende a dimenticare che gli oltre 215 trilioni di debiti che il mondo ha cumulato a fine 2016, secondo quanto ci raccontano i volenterosi enumeratori delle nostre obbligazioni, corrispondono ad altrettanti crediti. I corifei che lamentano – magari giustamente – i guasti che i troppi debiti infliggono a economie vecchie e stanche come le nostre, dovrebbero renderci edotti, al tempo stesso, circa l’effetto dei troppi crediti, che sono anche depositi, bancari o postali, assicurazioni, fondi pensione, fondi di risparmio, e non solo azioni, bond, più o meno subordinati, o altri spericolati prodotti finanziari che pochi spregiudicati speculatori gestiscono sulle spalle della povera gente. E invece tacciono, forse perché mentre si riflette molto sui guasti prodotti dal debito eccessivo, poco o nulla si ragiona su quelli che può provocare il credito esagerato. Si sottolinea con comprensibile raccapriccio che in vent’anni i debiti globali sono più che triplicati, raggiungendo il 315% del Pil. Ma non si ricorda che, di conseguenza, è più che triplicata anche la ricchezza di alcuni, che sono tanti, pure se assai meno di quelli che sono poveri. Mai i creditori sono stati tanto numerosi e tanto ricchi come in questo inizio di secolo. E forse è questo che turba le anime belle. Non i debiti.

Cronicario: L’Ocse scopre che siamo diventati meno tirchi

Proverbio del 6 aprile Viaggiando si trova la saggezza

Numero del giorno: 359.400.000.000 Surplus 2016 di conto corrente eurozona

Non è che ci volesse un genio per capire che più spendi più guadagni: c’è tutta una letteratura per dire, che racconta di squattrinati di buon nome che fanno la bella vita coi soldi degli altri e più spendono e più gliene danno. Ora però che ce lo dice l’Ocse che nell’ultimo quarto del 2016 il pil nell’area è cresciuto dello 0,7% perché abbiamo investito e consumato di più vedrai che qualcuno ci fa un pensierino: corre in banca a scongelare soldi fermi lì da un lustro e magari si regala qualcosa.

E’ interessante osservare che l’export netto nella gran parte dei trimestri osservati non contribuisce più positivamente al pil ma anzi vi grava, a conferma del fatto che l’età mercantilistica dell’eurozona ormai è bella che superata come qualcuno aveva già intravisto un biennio fa. Al contrario è sempre il consumo privato a guidare la ripresa dell’eurozona aiutato (poco) dalla spesa del governo. Ma la vera novità è che sono ripartiti gli investimenti. non solo meno tirchi, ma anche più fiduciosi nel futuro: è difficile accettare due buone notizie insieme.

Si, è proprio lui – intendendo con lui la Bce – che alla fine ha ricomposto il puzzle, almeno relativamente all’Eurozona. E se mai aveste voglia di capire perché, leggetevi questo speech che il Mago di EZ ha rilasciato oggi per spiegare le ragioni del miglioramento e soprattutto delineare le prospettive future.

Qualche assaggio: l’80% di tutti i settori nell’eurozona hanno crescita positiva, sopra la media storica del 73%, e per la prima volta dall’inizio dell’unione monetaria la spesa è aumentata mentre i debiti sono diminuiti. Ossia, dice Supermario, abbiamo speso attingendo al nostro risparmio, non facendo nuovi debiti. E tutto questo è accaduto migliorando anche la posizione dei nostri investimenti esteri.

Vabbé semplifico: siamo cresciuti perché finalmente abbiamo iniziato a spendere i soldi che abbiamo. Vi ricordo che nel 2016 abbiamo fatto 359 miliardi di surplus sulle partite correnti. Pensate quanto cresceremmo se ne spendessimo, per consumi e investimenti, di più. Non gli stati: i cittadini.

Per concludere vi ricordo un paio di cosette. Intanto la Fed che minaccia di diminuire il suo bilancio, che pesa un 4,5 trilioni, miliardo più miliardo meno. Per chi non lo sapesse, il bilancio di presenta così.

E, dulcis in fundo, il ballo di coppia fra Trump e Xi. Restate sintonizzati. E fatevi due risate.

A domani.

L’Eurozona riscopre la sua vocazione da rentier

Non mancano i soldi in Europa. Quello che manca è la voglia di spenderli, o almeno di investirli in casa. Al contrario, gli europei preferiscono l’estero. Questa tendenza era nota, ma ormai è una caratteristica costante che ha condotto l’eurozona a essere il primo creditore globale del mondo. Questa conclusione viene confermata dall’esame degli ultimi dati della bilancia dei pagamenti pubblicati dalla Bce. A gennaio 2017 l’eurozona ha registrato un surplus di conto corrente di 24,1 miliardi. Vuol dire, in pratica, che ha ricevuto dall’estero più denaro di quanto ne abbia ceduto. In particolare, 24,1 miliardi sono arrivati dall’attivo del conto delle merci, che fa il saldo di import ed export di beni, altri 3,5 miliardi dal conto dei servizi e 12,1 miliardi dal conto dei redditi primari, che misura le rendite dei nostri investimenti esteri al netto dei pagamenti che facciamo agli investitori esteri per i loro, mentre abbiamo registrato un deficit da 15,5 miliardi nel conto dei redditi secondari che riguardano diverse partite fra le quali la più rilevante è quella delle rimesse degli immigrati.

Se allunghiamo lo sguardo agli ultimi 12 mesi, quindi da gennaio 2016 a gennaio 2017, il trend non è solo confermato, ma risulta crescente. In questo periodo infatti il surplus globale del conto corrente – che somma merci, servizi e redditi – è arrivato a 357,9 miliardi, pari al 3,3% del pil dell’eurozona, in crescita rispetto ai 321,6 miliardi (3,1% del pil) dei dodici mesi conclusi a gennaio 2016. In valori assoluti la crescita è dovuta in gran parte all’aumento del surplus sul conto delle merci, passato da 346,8 miliardi a 366,6, ma in valore relativo la parte del leone la fanno i redditi primari, passati da 42,5 miliardi a 59,3, segnando un incremento del 40%, assai superiore all’incremento registrato dalle merci (+5%) e dei servizi, passati da 58,6 miliardi a 68,5 (+16%). I redditi secondari hanno generato un deficit di 136,3 miliardi. La somma algebrica ci porta al saldo.

In sostanza, la novità del 2016 è stata la notevole performance delle rendite estere. che denotano anche una chiara preferenza degli investitori europei. Se tutto il surplus del conto corrente di un anno fosse impiegato in investimenti produttivi all’interno dell’area, non ci sarebbe neanche stato bisogno del piano Juncker, che vale all’incirca una cifra simile. Ma evidentemente gli europei preferiscono fare i redditieri. Una tendenza che ormai sembra essersi consolidata, al crescere dell’attivo di conto corrente.

Il surplus infatti cresce dal 2013, passando da poco più dell’1% del pil al 3,3%, seguendo l’andamento delle linee che misurano gli investimenti di portafoglio e quelli diretti. I primi riguardano azioni e obbligazioni a fini di investimento finanziario, i secondi riguardano acquisizioni estere in aziende o asset solitamente a scopi produttivi. Si osserva chiaramente che la curva degli investimenti di portafoglio, arrivata a valere il 5% del pil dell’area, è più inclinata rispetto a quella degli investimenti diretti. E’ del tutto naturale perciò domandarsi dove si dirigano questi surplus, visto che fra investimenti diretti e di portafoglio l’Eurozona, nei dodici mesi conclusi a gennaio 2017, ha cumulato attivi esteri netti per oltre 700 miliardi. Per rispondere a questa domanda ci viene in aiuto l’ultimo bollettino Bce.

I dati fanno riferimento all’acquisto di obbligazioni, quindi una sottocategoria degli investimenti di portafoglio, ma comunque sono un indicatore per capire le preferenze degli investitori europei. A fine 2016 risultava che il 46% di questi investimenti si era diretto verso gli Stati Uniti, seguiti dal Regno Unito col 17% , da altri stati dell’Ue per il 13% e poi il Canada col 4%. I cosiddetti Bric non arrivano all’1% dello stock e questo meglio di ogni altro argomento dà la misura della fiducia che riscuotono fra gli abitanti dell’eurozona. L’esposizione verso Usa e Uk, e in particolare verso quest’ultima, è cresciuta dal momento del referendum sulla Brexit. In comune tutti questi investitori hanno il fatto che preferiscono portare i soldi fuori piuttosto che investirli nell’eurozona e la maggioranza preferisce prestarli a Usa e UK. Questo dovrebbe sollevare più di un interrogativo.

Cronicario: La Corte dei Conti non fa sconti e neanche il resto del mondo

Proverbio del 5 aprile Dove c’è un desiderio c’è una via

Numero del giorno: 1.100.000.000.000 Emissione di debito privato nel IQ 2017

Come molti scribacchini appassionati di inchieste e cose dell’economia sono cresciuto a pane e Corte dei Conti e mi ricordo ancora quant’era difficile trovare in giro le pensose ricognizioni contabili di questa strani ragionieri in toga prima dell’avvento di internet. Ma poi è cambiato tutto e ormai non mi perdo più niente di quello che conteggia la Corte che non fa sconti. Infatti, come tutti i ragionieri, questi bravissimi magistrati sono pignoli e vagamente incazzati, almeno quanto sono considerati, e fate voi i conti stavolta. Io vi dico solo che agli alti lai della Corte corrisponde di solito una sostanziale strafottenza da parte dei destinatari. E pure quando la Corte si trasforma in censore, e magari condanna pure qualcuno a risarcire il maltolto o lo sprecato, alla fine il più delle volte si risolve a tarallucci e vino, con qualche spicciolo per l’erario – che tanto alla fine lo sconto arriva – e tanta vanagloria per chi l’ha procurato.

Ho capito: la faccio finita. La prolusione mi serviva perché stamane la Corte senza sconti ha pubblicato un tomo di alcune centinaia di pagine che leggerò religiosamente al fine di tradurvelo dal quale ho estratto intanto questa pregevole rappresentazione del nostro tormento finanziario pubblico.

Ora non è tanto la linea rossa del debito pubblico che mi preoccupa: il debito pubblico fa parte della mia educazione da scribacchino almeno quanto la Corte dei conti. No: a preoccuparmi sono le linee viola e quella verde. Mica me lo ricordavo che nel 1996 pagavamo quasi il 12% del pil di interessi su un debito che era più basso di adesso. Ora siamo intorno al 5% e c’è il QE, che è una cosa straordinaria e prima o poi finirà. Che succederà appena i tassi saliranno? Ed ecco la linea verde. Nel ’96 avevamo un avanzo primario superiore al 4% e pagavamo pure il 12% del pil di interessi sul debito. Ora siamo intorno al 2%. Certo, molto è dipeso dal denominatore – il famoso pil – che è collassato, ma adesso come dovremo uscirne?

La Corte dei conti non fa sconti, ma neanche il resto del mondo. Mentre che ci pensate ricordatevi che “durante la crisi la spesa per previdenza e assistenza è stata la componente più dinamica fra le uscite correnti al netto degli interessi: considerata nella sua sola parte in denaro, il tasso di crescita medio annuo è stato pari nel periodo 2008-2016 al 2,9 per cento a fronte dell’1,7 delle spese correnti primarie” Tatàaa..

La smetto coi Conti perché tanto non la raccontano mai giusta e vi do una piccola notizia che non sapevo di sapere.

Immaginatevi il traffico a Londra all’ora di punta. E mentre ve l’immaginate, visto che si parla di Uk, date uno sguardo a questa release dell’istituto statistico britannico che discetta sul puzzle della produttività. La questione è presto detta: il gap fra la produttività del lavoro UK e quella del resto dei paesi del G7 era del 16% nel 2015.

E per concludere in bellezza, non rimane che la nota mensile sull’economia italiana. Se non altro per sapere che “l’orientamento positivo dei livelli di attività economica per i prossimi mesi è confermato dall’indicatore anticipatore, che registra un’ ulteriore variazione positiva”.

A domani.

I consigli del Maître: I cinesi stressati dal debito privato, gli Usa dal deficit pubblico

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

I cinesi stressati. Moody’s ha lanciato un ragionato allarme sullo stato del debito privato cinese, che potrebbe finire sotto pressione in caso di downturn del mercato immobiliare. L’allarme fa seguito ad altri già rilasciati dall’agenzia di rating. La novità è che lo stato dei conti monitorato risulta essere peggiore di prima. Secondo le stime degli analisti, infatti, circa il 25-30% dell’economia nazionale è collegato alla domanda finale espressa dal settore delle costruzioni che perciò si conferma essere come una delle principali fonti di rischio dell’economia del gigante asiatico. Uno degli indicatori scelti per mostrare lo stato di stress dei bilanci privati cinesi è il debito delle famiglie, anch’esso in gran parte collegato al settore immobiliare.

Come si può osservare dal grafico, nell’arco di un settennio la quota di debito sul pil del debito delle famiglie è più che raddoppiata, portandolo praticamente al livello delle famiglie italiane che sono note per essere quelle con la quota di debito privato più basso fra i paesi avanzati. Il fatto però è che la Cina è un paese emergente il paragone con i suoi pari mostra che la situazione cinese è ben al dilà del normale. Brasile, Russia, India, infatti, hanno un livello di debito privato delle famiglie all’incirca al livello in cui stano i cinesi nel 2010. E questo dice molto del boom cinese, sul mattone, tanto per cominciare. E sui rischi che porta con sé.

Gli Usa fra dieci anni. La Fed di S. Louis ha svolto una proiezione, sulla base dei trend attuali e i dati disponibili, sulla situazione del bilancio pubblico statunitense da qui al 2027.

Come si può osservare, gli economisti della Fed stimano una quota crescente di deficit e debito pubblico, motivato in larga parte dalla circostanza che le entrate previste sono stagnanti mentre le uscite sono in crescita. A far la parte del leone sono le spese connesse alla sicurezza sociale, che dovrebbe aumentare di oltre un punto di pil nel decennio (circa 160 miliardi) e quella sanitaria, prevista in crescita per circa 200 miliardi di dollari. Tutte spese in qualche modo collegate all’invecchiamento della popolazione. E’ interessante osservare che anche la spesa per gli interessi sul debito è in accelerazione. La Fed infatti la vede quasi raddoppiata dall’1,7% del pil di oggi al 2,4: l’aumento relativo maggiore, collegato stavolta come è evidente alla sostenuta crescita del debito pubblico. Quest’ultimo, relativamente alla quota detenuta dal pubblico arriverà a sfiorare l’89% del pil. Ma se consideriamo anche quello detenuto dalle istituzioni governative saremo abbondantemente sopra il 100%, mentre il deficit svetterà verso il 5% del pil. Per fortuna gli Usa non stanno nell’Ue.

La guerra della bistecca con la Cina. La guerra della bistecca è tornata agli onori della cronaca dopo che la settimana scorsa i giornali Usa avevano fatto trapelare che l’amministrazione Usa potrebbe metter dazio fino al 100% su alcuni prodotti europei come rappresaglia per il costante rifiuto dell’Ue di concedere l’ingresso della carne americana nei nostri mercati. L’oggetto della discordia è la circostanza che i produttori di carne Usa utilizzano gli ormoni nella loro tecnica di allevamento, cosa che agli europei piace poco. Sicché la ritorsione, vera o presunta che sia, si inquadra in questo scontro che dura da diversi anni e che ha pure condotto a una vertenza di fronte al Wto. Meno conosciuta, ma solo perché recente, è un’altra guerra delle bistecca che sta maturando sempre fra gli Usa, grandi produttori di carne, non solo bovina ma anche suina, e i cinesi e che i produttori Usa si sono premurati di ricordare al presidente Trump con una lettera speditagli lo scorso 27 marzo. Nel documento i produttori, ricordando l’imminente incontro fra Trump e il presidente cinese Xi previsto per domani, sottolineano che l’apertura del mercato cinese alla loro produzione è essenziale, cubando il mercato cinese circa 2,6 miliardi di dollari. I cinesi infatti l’anno scorso hanno alzato un divieto di importazione sulla carne bovina Usa, proprio come gli europei, per cui i cinesi sono rimasti a secco di bistecca, almeno di bistecca made in Usa. Difficilmente la bistecca di manzo bandita troverà spazio nei colloqui fra i due premier, ma di sicuro aggiungerà frizioni fra due paesi ognuno dei quali rimprovera all’altro i propri egoismi nazionali. E alla fine dovranno trovare un’intesa.

Il Brasile torna in pista? Da quando ha cambiato presidente con l’elezione di Michael Temer sembra che il sereno sia tornato sul cielo del Brasile, alle prese con una dura recessione. Gli analisti finanziari parlano di nuovo ottimismo, sottolineando come il programma di riforme annunciate abbia riportato a un livello più normale i CDS sul debito brasiliano, ossia la quotazione delle assicurazioni sui rischi di default sovrano.

Come si osserva, lo spread sui CDS è tornato ai livelli del 2015, la metà di un anno fa. E il governo ha potuto emettere obbligazioni decennali con un tasso del 6% che il mercato sembra avere gradito. Insomma, il superamento della crisi politica, che aveva condotto alla crisi presidenziale e alle accuse al presidente uscente di corruzione, unita al programma di riforme economiche e fiscali sembra aver giovato al credito del Paese, ma è ancora troppo presto per cantare vittoria. Basta ricordare che il Brasile rimane strettamente dipendente dal commercio con gli Usa, che sono uno dei suoi principali partner. E di questi tempi commerciare con gli Stati Uniti non è semplicissimo.

 

Cronicario: Arrivano le nuove banconote da 50 euro. Mettetele da parte

Proverbio del giorno Nessuna dolcezza compensa la nostalgia di casa

Numero del giorno: 2,3 Deficit italiano in percentuale sul Pil a fine 2016

Piovono bigliettoni sul cronicario globale. Da stamattina è tutto un socializzare di foto, video, testimonianze, scritte e gesticolanti, autodafé e quant’altro tutto incentrato sulla nuova banconota da 50 euro che ha scatenato la fantasia delle banche centrali dell’eurozona, che quando si scatenano sui social fanno un gran fracasso.

Ad esempio dovete sapere, come ci fa sapere la sempre prodiga BCE, che “la nuova banconota da 50 euro ha richiesto anni per essere disegnata, sviluppata, stampata, prodotta, immagazzinata, spedita ed emessa”, mentre invita a scoprire il complesso viaggio di una banconota da 50 euro. La qualcosa finalmente mi fa capire perché ci metta così tanto a finire nelle mie tasche, ‘sta banconota. Per dire ci sono dei tizi che ancora mi devono dare 50 euro per una cosa dell’anno scorso. Spero che mi paghino in valuta rinnovata almeno.

Uno direbbe che ho voglia di scherzare. Certo: sto qua apposta. Però poi quando Istat mi tira fuori i dati sul risparmio e il reddito delle famiglie italiane mi sorge il sospetto che questi nuovi 50 euri, ammesso che mai arrivino nelle nostre tasche faremmo bene a tenerceli da conto perché i tempi sono quello che sono.

Detto ciò, nell’ultimo trimestre, scrive Istat “il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito nel quarto trimestre del 2016 dello 0,6% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,5%. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è diminuita di un punto percentuali rispetto al trimestre precedente, scendendo all’8,0%”. Fortuna che su base annua il reddito è aumentato dell’1,6%. Ma siamo ancor lontani dall’aver recuperato, e neanche mi consola scoprire che siamo in buona compagnia.

Sempre per tenervi su di morale, vi segnalo quest’altra statistica sul prezzo delle abitazioni italiane. Rullio di tamburi: l’indice del prezzo delle abitazioni nel quarto trimestre 2016 segna un +0,1%.

Prima che il ridere vi faccia andare di traverso l’ammazzacaffé, sappiate che è dal quarto trimestre 2011 che non si vedeva una variazione positiva dell’IPAB, quindi accontentatevi e smettetela di fare i gufi. In fondo dal 2010 abbiamo perso solo il 14,6% sui prezzi del mattone: che volete che sia? Alcune centinaia di miliardi di valore, su scala nazionale. Nulla che valga il nostro buonumore.

Se poi siete fra quelli appassionati di indici in crescita, allora ho selezionato per voi quello che meglio di tutti racconta lo spirito del tempo.

Il debito globale, pubblico e privato, ha raggiunto i 215 trilioni di dollari, una roba superiore al 320% del Pil mondiale. A 50 euro alla volta arriviamo là dove nessuno è mai giunto prima (cit.).

A domani

La Chat di Crusoe con @AbatediTheleme: Il capitale umano e i “clientes”

Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Abate di Thélème (A) @AbatediTheleme

C Buongiorno Abate. Per caso stavi seguendo la presentazione del rapporto Eibis della Bei? C’è una lunga allocuzione di Signorini di Bankitalia… Dice ad esempio che il capitale umano e l’efficienza della PA condizionano il livello degli investimenti in Italia…concordi?

A Il senso dello Stato è sconosciuto, in Italia. Gli esempi di interesse collettivo più rilevanti di cui disponiamo sono riconducibili, essenzialmente, alla storia delle municipalità centro-settentrionali. La famosa ‘Italia dei comuni’. Immaginare il bene comune al di là dei confini della propria città è, nell’anno del signore 2017, ancora impossibile per la stragrande maggioranza degli italiani. Sud ed Ex Stato della Chiesa, poi, generalmente ignorano anche questo livello ‘poleis’, rimanendo ancorati alla linea di sangue, ovvero agli interessi del clan tribale e dei suoi ‘clientes’.

C Non è che l’hai presa un po’ troppo alla larga? Voglio dire, aldilà del nostro carattere nazionale sul quale possiamo discutere tutto il giorno, c’è pure un tema di persone e di regole Se entrambe le cose non funzionano, il risultato è già scritto, aldilà dei trascorsi, non credi?

A La cosa era ben stata intuita – e magistralmente descritta – dal grande Banfield, in ‘The moral basis of a backward society’, libro che dovrebbero leggere in tutte le scuole… si, forse si. Ma arrivo subito al dunque. A tali condizioni, è normale che la PA, ad ogni livello, sia divenuta il ricettacolo del clientelismo familistico amorale. Pertanto i requisiti di dipendenti, funzionari e dirigenti sono in media assolutamente inadatti alle mansioni. Queste ultime, però, risultano perenni ed altamente remunerate – rispetto a molte altre. La somma del pessimo servizio reso e dei suoi costi elevati fa sì che chi voglia investire in Italia parta già con notevoli extra da mettere in conto. Se poi allarghiamo la PA alla macchina della giustizia, tali extra risultano del tutto penalizzanti. Infatti il risultato è già scritto.

Il resto della Chat è disponibile su  Crusoe, una newsletter che si può leggere solo abbonandosi. Tutte le informazioni le trovi qui.