Etichettato: maurizio sgroi
Cronicario: Sei una casalinga disperata? Fai un video per la Bce
Proverbio del 10 luglio Un giorno miele, un altro cipolle
Numero del giorno: 14,1 Aumento % dell’export tedesco annuale a maggio 2016
Magari eravate fra quelle che la sera non se ne perdevano una, delle puntata di quella serie di stiratissime attrici americane che si spacciavano per casalinghe disperate. Magari ci credevate pure che erano infelici nelle loro case di svariati ettari in periferie da cartolina, solo perché avevano mariti idioti, figli disfunzionali e vicini sociopatici. E magari quando poi finiva il telefilm e vi ritrovavate nel cantuccio di casa vostra, con la tovaglia a quadretti sul tavolo della cucina comprata a rate e il frigo rumoroso come un aeroplano, maledivate la sorte che vi aveva fatto nascere casalinghe, ma in Italia. Vuoi mettere la disperazione americana con la nostra?
Appunto: lasciate perdere. Siete casalinghe italiane, con gli scarti di fantasia che vi consente la realtà che Istat fotografa col suo solito linguaggio da patologo sociale.
Quest’esercito, che pure ha perso otre 500 mila soldatesse in un decennio, è il vero zoccolo duro del nostro paese. Dopo quello dei pensionati, ovviamente. Una su dieci è in povertà assoluta, quattro su dieci sono ultra 65enni, quindi sono le nostre nonne, mamme e zie e solo per questo dovremmo volergli bene. Tutte lavorano ogni anno 2.539 ore in media senza il becco d’un quattrino in cambio. Il che mi fa sentire peggio di un negriero.
Mi chiedo cosa possa spingere oggi una giovane donna a resistere alla seduzione di una carriera, che pure viene contrabbandata in ogni dove, e fare la casalinga. E mi rispondo che magari deve essere la maternità. Forse queste donne rinunciano al lavoro e stanno a casa per stare con i figli. Ma poi arriva Eurostat e m’infrange il sogno.
Niente: anche nel 2016 la popolazione italiana è diminuita. Peraltro le donne italiane hanno il peggiore indice di natalità d’Europa. Ma allora, se non è il lavoro e non sono neppure i figli, qual è la forza misteriosa che anima l’esercito delle casalinghe?
In attesa che qualcuno me lo spieghi, ho pensato di dare una dritta almeno alle casalinghe più giovani, che spero le aiuti a essere un po’ meno disperate (anche se poi una su tre dice di essere molto contenta e meno male). Bene, la dritta è questa: la Bce ha lanciato un concorso.
Qua trovate tutte le indicazioni. Pure in italiano. La cosa è facilissima. Dovete illustrare un tema economico in maniera divertente e avere passione per i video. Siccome la condizione delle casalinghe italiane è un tema economico d’eccellenza, è sufficiente che parliate di voi. Non vi fate scoraggiare dal fatto che la vostra storia dovrebbe avere a che fare con quello che fa la Bce. La Bce ormai è immanente. Basta che a un certo punto parlate di QE e tassi di inflazione, e passate il test. Il primo premio è 4.000 euri. Che non vi fa svoltare la vita. Ma almeno pagherà quelle cento-duecento ore gratis di lavoro che farete a casa nelle prossime settimane. E poi volete mettere? Il vostro video comparirà nella bacheca video della Bce, dove donne tailleurizzate e pettinatissime vi vedranno e inizieranno persino a invidiarvi. Altro che casalinghe disperate.
A domani.
Viaggio al termine della globalizzazione
Sono passati quasi vent’anni da quando le cronache iniziarono a riportare delle proteste del nascente movimento no global, che poi nel 2000 trovò nel libro di una giornalista canadese – No logo – il proprio manifesto letterario. Da allora il mondo ha subito almeno un paio di rivoluzioni, quella cominciata sul finire del 2001, quando la Cina entrò nel WTO e quindi fu invitata al grande banchetto del commercio internazionale, e l’altra inaugurata esattamente un settennio dopo, quando la Grande Crisi Finanziaria devastò la trama di questo commercio che pazientemente andava componendosi dal secondo dopoguerra. Non fu una rottura irreparabile come quella seguita alla prima guerra mondiale, che interruppe quella che viene definita dagli storici come la prima globalizzazione e generò un ventennio di instabilità condita da protezionismo e crisi valutarie. Ma fu comunque grave.
Dal 2008, malgrado la crisi sia stata pressoché riassorbita, pure se a macchia di leopardo, i commerci hanno recuperato ma a un ritmo assai più modesto rispetto a quello cui le popolazioni si erano abituate con l’inizio del XXI secolo. Le restrizioni commerciali si sono moltiplicate e oggi la parola protezionismo, che sembrava esser stata squalificata dalla storia, è tornata d’attualità. Ne parlano i politici alla ricerca di ricette facili e scorciatoie, reclama protezione a gran voce molta parte della popolazione, che non era certo no global alla fine degli anni ’90 ma lo è diventata adesso, e alla globalizzazione vengono addebitate colpe gravi, prima fra tutte quella di aver fomentato un aumento della diseguaglianza che praticamente tutti giudicano come fonte di grave nocumento per la crescita ordinata delle nostre economie.
Comprendere la globalizzazione, perciò, è cosa assai utile E non a caso si intitola così uno dei capitoli contenuti nella ultima relazione annuale della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, la Bis in inglese, che ha svolto un’analisi molto accurata di quelle che sono le ragioni e le conseguenza dell’internazionalizzazione, esaminando la parola in tutte le sue sfaccettature, che sono storiche e tecniche insieme.
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Il mondo in un vortice da 293 trilioni
Sfoglio curioso la nuova Relazione annuale della Bis, alla ricerca di punti di vista originali che mi aiutino a comprendere la nostra attualità e trovo un capitolo molto interessante che improvvisamente mi regala uno squarcio di comprensione. Si parla di globalizzazione, ma sarebbe meglio dire che parliamo di noi stessi, di quello che siamo diventati, ossia atomi che viaggiano a velocità impensabili lungo rotte commerciali, che sono divenute giocoforza anche finanziarie.
In questo nostro viaggiare, che oggi si declina con l’unico verbo davvero globale – acquistare – l’uomo di oggi sembra aver realizzato finalmente la sua dimensione unica della quale già Musil ci raccontava all’inizio del secolo scorso. E sarebbe felice, quest’atomo insaziabile, se al tempo stesso non fosse arrabbiato. Non perché è praticamente costretto a comprare, ma perché non può comprare abbastanza. La critica alla globalizzazione, che agita le nostre cronache in difetto di profondità, sta tutta qua. Non critica la globalizzazione il cinese che fino a ieri mangiava a rate. La critica il ceto medio dei paesi avanzati perché ha visto la sua ricchezza assottigliarsi a vantaggio di pochi che l’hanno vista ispessirsi. E di questo assottigliamento incolpa la globalizzazione anziché come sarebbe più giusto e onesto – e come la Bis rileva – la tecnologia, che ha compiuto questo miracolo.
E’ la tecnologia il driver dell’ondata di globalizzazione che come mai nella storia ha sommerso il mondo. Ed è pro o contro la tecnologia che l’uomo ricco d’Occidente dovrebbe votare, piuttosto che contro la globalizzazione. Perché senza tecnologia non sarebbe stato possibile non solo far viaggiare merci sempre più complesse lungo catene di valore assai intricate, ma neanche tessere quella ragnatela di relazioni finanziarie che la globalizzazione ha originato, finendo col generare un organismo che ormai vive di vita autonoma.
Anche per questo, la relazione Bis è illuminante. Il commercio genera i suoi legami finanziari, esattamente come la matita genera il suo segno. E questi legami, procedendo i commerci su scala sempre più complessa e internazionale, provocano la nascita di entità gigantesche che devono gestire legami finanziari in giro per il mondo che valevano il 36% del pil mondiale nel 1960 e adesso sono arrivati al 400%. Parliamo di 293.000 miliardi di dollari di rapporti finanziari attivi e passivi, che somigliano a una nube invisibile, eppure assai concreta, che avvolge il globo come un’atmosfera. E proprio come l’atmosfera che ci consente di respirare e vivere, questa nube finanziaria ci consente di vivere nella nostra realtà di atomi acquirenti. E sempre come l’atmosfera sopra la nostra testa, quest’altra, che si compone di debiti e crediti, è volatile e facile alle perturbazioni. Appartiene d’altronde alla natura dell’immenso essere pervasivo e instabile. Come un turbine, questi 293 miliardi vorticano in giro per il globo, con l’aggravante di essere in larga parte espressi in valuta statunitense. Che vuol dire che l’atmosfera del mondo dipende dal clima di un solo paese, con i suoi capricci e i suoi mal di pancia.
Anche questo vuol dire globalizzazione. Ma pure qui, questa nube mai sarebbe riuscita a svilupparsi senza il conforto di reti sottomarine di trasmissione dati e interi capannoni carichi di server. La tecnologia, di nuovo, che non fece in tempo a far sorgere il terzo strato di globalizzazione – come lo chiama la Bis – ossia quello squisitamente finanziario prima della Grande Guerra, ma che invece comparve come un lievito miracoloso in tempo per la seconda iniziata negli anni ’50 del secolo scorso. La rivoluzione informatica, i microprocessori, la fabbrica dei cervelli artificiali transistorizzati. Tutto ciò ha congiurato per consentirmi di scrivere e pubblicare questo post senza bisogno di null’altro che una presa elettrica, un cavo di rete e un computer, ormai disponibili a poco prezzo. E’ questa l’autentica globalizzazione per la quale dobbiamo decidere e che dobbiamo giudicare, ammesso che poi davvero possiamo decidere.
Ai protezionisti che sognano frontiere sbarrate e finanza repressa vorrei solo domandare se siano disposti a rinunciare al loro smartphone e alle loro scorribande on line. Purtroppo non è possibile chiederglielo. Ma immagino già la risposta.
Cronicario: L’Ue flirta coi giapponesi, ma dopo arriva Mister T
Proverbio del 5 luglio Amore e odio sono bevande inebrianti
Numero del giorno: 4.200 Esuberi previsti, secondo i sindacati, per Mps
Stavolta i cerimonieri sono partiti da lontano. Qua e là twittavano, postavano, ma molto discretamente, per ricordarci che domani, alla vigilia del G20 di Amburgo, Ue e Giappone si incontreranno per affrontare alcune questioni commerciali che hanno a che fare con il mercato automobilistico. Roba che bisogna davvero essere ottimisti . Per chi non lo ricordasse, il mercato dei motoveicoli è uno dei pochi dove ancora gira la ciccia, e gli europei sono quelli con le eccedenze di export più alte del mondo, mentre i giapponesi sono i secondi.
Al contrario, gli Usa sono quelli che hanno il disavanzo settoriale più alto al mondo e quindi rappresentano, metaforicamente, la bistecca che Giappone ed Europa – e vi faccio grazie della Corea del sud e del Messico – si devono dividere provando persino ad andare d’amore e d’accordo.
Ora ci potrebbero pure riuscire, se non fosse che il ruolo della bistecca è stato affidato a un tizio che ha dimostrato assai chiaramente di non volerlo più interpretare: il terribile Mister T.
No questo. Quest’altro.
Scusate, colpa dell’atteggiamento simile.
Mister T, dicevo, sarà anche lui in Europa per il vertice del G20 e certo ricorderete che una delle prime cose che fece appena eletto fu proprio quella di indirizzare un saluto affettuoso al premier giapponese Abe. Se non ve lo ricordate, ve lo dico io. Adesso deve incontrare Putin e siccome sono uomini di tempra vigorosa è probabile si piaceranno, arrivando persino a odiarsi cordialmente. Le premesse d’altronde ci sono tutte. Che fine credete che farà la nostra conventicola col Giappone?
Detto ciò ci sarebbe poco da aggiungere al Cronicario di oggi, salvo il fatto che trapelano i dettagli del piano Mps, per il quale tutti consumano barili di ottimismo mentre si annunciano esuberi, e poi che si apprendono delizie statistiche dal presidente Istat Giorgio Alleva audito in Parlamento. Vi do giusto un paio di indicazioni. Se pensate che una laurea vi salverà dal lavoro atipico, modo educato per definire un lavoro ce oggi c’è e domani boh, vi sbagliate: il 35% dei laureati lavora a gettone, quando ci riesce. Mentre fra i diplomati gli atipici sono il 21%, fra i laureati arrivano al 35%. Della serie studia che ti fai una posizione.
Vi farà piacere sapere che nel 2016 un terzo degli atipici, quelli che una volta si chiamavano precari, ha fra 35 e 49 anni, e il 41,5% delle donne che sono in questa situazione sono anche madri. Poi dovremmo stupirci che l’Istat stima in sette milioni in meno i residenti in Italia da qui al 2065?
Anzi, ora che ci penso: faccio la valigia.
A domani
I consigli del Maître: Il risparmio italiano e i telefilm di Facebook
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Chi è il primo produttore di petrolio? Anche questa settimana vale la pena dedicare qualche minuto all’andamento del mercato petrolifero, che negli ultimi giorni della settimana scorsa ha mostrato una certa tendenza al recupero, pure se rimanendo ben lontano dal livello dei 50 dollari raggiunto alla fine dell’anno scorso. Gli analisti temono che la spinta propulsiva del taglio deciso da Opec sia terminata e abbia finito col prevalere quella che tende a deprimere il mercato, pure se l’offerta e la domanda dei prezzi sono abbastanza in equilibrio secondo le stime dell’IEA. Proprio l’Agenzia dell’energia, che ha diffuso un mese fa l’ultimo Oil market report, ci consente però di effettuare un’osservazione che ha dello storico.
Come si può osservare la produzione globale statunitense ha superato quella di Russia e Arabia Saudita, portandosi oltre i 12 milioni di barili al giorno, grazie soprattutto allo shale oil. Pensate che appena due siti in Texas producono più del Kuwait. Ebbene, questa situazione sta determinando una gran sommovimento nel mercato del petrolio. Cosa succederà se, come ha detto di recente anche Trump, l’America arriverà all’indipendenza energetica? Al momento gli Usa consumano poco più di 19 milioni di barili al giorno e ne producono oltre 12, esportandone pure circa un milione. Se i giacimenti shale continuano a pompare e l’amministrazione Usa partirà alla ricerca di nuovi giacimenti questo traguardo storico potrà essere raggiunto e nulla sarà più come prima.
Che fine ha fatto il risparmio delle famiglie italiane? La relazione annuale di Bankitalia contiene una tabella che ci consente di avere alcuni informazioni interessanti sull’andamento del nostro risparmio nazionale, che è la somma algebrica fra il risparmio del settore pubblico e quello del settore privato, suddiviso fra il risparmio delle famiglie e quello delle imprese.
La cosa che salta all’occhio è che l’Italia ha ancora un livello molto basso di investimenti rispetto alla media storica. Ma soprattutto si nota il notevole dimagrimento della quota di risparmio nazionale delle famiglie sul totale del reddito nazionale lordo disponibile. Nel decennio degli anni ’80, quando il settore pubblico provocava in media deficit per il 6,6 del reddito nazionale lordo disponibile, le famiglie risparmiavano uno quota pari al 20% di questa grandezza. Nel 2016 siamo appena al 5,7%. Che fine ha fatto il risparmio delle famiglie italiane? Facile: una parte l’hanno guadagnato le imprese, che hanno visto crescere il risparmio dall’8,8% medio degli anni ’80 a oltre il 13%. Un’altra parte è sparita perché lo stato ha ridotto i suoi deficit, divenuti ormai un attivo. Dal 2000, infatti, il settore pubblico ha avuto una quota positiva, pure se variabile, di percentuale di risparmio sul totale del reddito. Le famiglie risparmiavano tanto perché lo stato spendeva tanto. Oggi non più.
Vacanze al risparmio. L’Istituto tedesco di statistica ha confrontato il costo medio delle vacanze di alcuni paesi rispetto a quello tedesco, considerando quanto bisogna spendere per la base di ogni vacanza, ossia vitto e alloggio.
Come si vede dalla tabella, la destinazione più cara è la Danimarca, dove queste cose arrivano a costare il 50% in più rispetto al livello dei prezzi della Germania. Quella meno cara invece è la Bulgaria, dove si arriva a spendere fino al 56% in meno. Certo, gli importi non dicono nulla della qualità dei servizi offerti né tantomeno della bellezza dei territori. Però, al netto di tutto questo è interessante osservare che anche l’Italia risulta più cara della Germania, sempre in media. In ogni caso i prezzi spiegano molto del successo di una località. Eurostat ha classificato le destinazioni più gettonati dei turisti europei.
Come si può vedere in testa c’è la Spagna, che costa in media il 12% meno della Germania e quindi il 22 meno dell’Italia, che comunque arriva seconda, mentre in Bulgaria in pratica non va nessuno. Significherà pure qualcosa…
Anche Facebook vuole entrare nel business della tv. La Reuters, riportando un articolo del WSJ, ha scritto qualche giorno fa che Facebook starebbe discutendo con alcuni studi di Hollywood per produrre insieme show televisivi di qualità. Come sanno bene i lettori di Crusoe, la nostra newsletter di approfondimenti socioeconomici, questa tendenza sta letteralmente esplodendo fra i grandi provider di informazioni nati dalla rete. Secondo quanto riporta la Reuters, Facebook avrebbe come target i 13-14 enni, ossia la fascia della popolazione che più di altre solletica i desideri del padroni della rete, ma senza trascurare i 17-30enni, che sono quelli che possono (dovrebbero) spendere di più. In sostanza, il totale entertainment per l’adolescente infinito della nostra industria culturale. L’obiettivo è chiaro: farci stare su Facebook e commentare in diretta mentre magari si guarda un telefilm da 3 milioni a puntata, che poi è quanto Facebook sarebbe disposto a spendere per tenerci incollati davanti ai suoi prodotti. Rimane da chiedersi cosa ci guadagni. E cosa costa a noi.
La scommessa italiana sul commercio internazionale
Comprendere e conoscere il nostro commercio internazionale è quasi un dovere per chi scrive di cose economiche o vuole semplicemente saperne di più, per la semplice ragione che, come è stato argutamente rilevato da qualcuno, il commercio internazionale ha letteralmente tenuto in piedi il nostro paese in questi anni bui e sempre più dovremo contarci anche in futuro, specie in mondo in cui si annunciano normalizzazioni monetarie e dove la ripresa dei corsi petroliferi rischia di mettere in crisi i nostri conti commerciali. Per chi non lo ricordasse, le nostre importazioni vengono ripagate dalle nostre esportazioni, e se queste ultime sono superiori, le eccedenze vanno a migliorare la nostra posizione netta sull’estero, e di conseguenza la nostra stabilità finanziaria. Cosa preziosissima, in un momento in cui tutto sembra congiurare per comprometterla. Ai nostri esportatori, quindi, dobbiamo gratitudine e l’augurio di fare sempre meglio. E in tal senso la lettura dell’ultimo rapporto annuale di Sace, società pubblica che aiuta le nostre aziende esportatrici a internazionalizzarsi, è una notevole fonte di informazioni che ci aiutano a fotografare con precisione lo stato del nostro settore esportatore.
Cominciamo dalle buone notizie, che ci sono. La prima è che il trend del nostro commercio estero è crescente e si stima lo sarà anche nel futuro prossimo, al netto delle varie disgrazie che possono capitare.
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Cronicario: L’araba Fenice esiste e si chiama(va) Equitalia
Proverbio del 30 giugno Suonare il tamburo diverte, ma è anche faticoso
Numero del giorno: 1,3 Inflazione nell’EZ a giugno
Lo vedi che bisogna credere ai miti? L’Araba fenice, leggendario volatile che bruciava e rinasceva dalle sue ceneri, ecco: esiste davvero. Si è incarnato in un burosauro molto esigente – nel senso di esattore – e si è diffuso come un fungo in tutto il territorio italiano, temuto e riverito dagli esatti, non nel senso di giusti ma oggetto dell’esazione, quindi giusti per niente visto che, più o meno colpevolmente s’erano dimenticati di pagare qualcosa a qualcuno, salvo quei poveri disgraziati che sono finiti fra la fauci del volatile del tutto incolpevoli, perché magari avevano un nome sospetto.
Ecco, da lunedì la terribile Equitalia non ci sarà più. L’ha fatto sapere la stessa Equitalia tramite una nota, che perciò è il primo caso di suicidio burocratico a mezzo stampa, nella quale però rassicura i suoi tanti ammiratori: rinascerò.
Ora non so se il logo sarà questo davvero – ma dovrebbe – però rimane il fatto che ce ne sarà uno nuovo e anche un nuovo sito internet e ovviamente un nome nuovissimo, che sarà “Agenzia delle entrate-riscossione”. Rassicurante vero? Così come sono certo vi rassicurerà sapere che gli uffici della nostra Araba fenice saranno sempre là dove siete abituati a fare la fila per rateizzare quel debituccio. Rimane il fatto che la promessa è stata mantenuta. Equitalia chiude e lunedì riapre sotto un vero falso nome, rinascendo dalle ceneri della cartelle esattoriali bruciate nel falò della vanità del governo. Vanità nel senso non solo di vanitoso, ma anche vano, ossia inutile, visto che tutta l’operazione serve solo a spendere soldi per cambiare le carte intestate.
La seconda cosa di giornata che dovete tenere a mente è il conto trimestrale delle amministrazione pubbliche, delle società, delle famiglie e di altre cose, che ha pubblicato Istat e che dà un sacco di informazioni sui primi tre mesi della nostra contabilità nazionale. Ci sono un sacco di cose da dire, ma ve ne ricordo solo due che vi faranno felici. La prima è che la pressione fiscale è arrivata al 38,9%, segnando un aumento dello 0,3 rispetto al primo trimestre 2016.
La seconda è che sono aumentati anche il reddito disponibile e il potere d’acquisto delle famiglie. Addirittura dello 0,8%. Possiamo scialacquare. Sbrigatevi a farlo prima che arrivi il fisco.
Infine, una notizia di servizio per quei fortunati che stanno preparandosi alle vacanze. Le vacanze in Bulgaria sono le più economiche d’Europa secondo una rilevazione fatta dall’istituto di statistica tedesco.
Dite che non c’è niente da fare in Bulgaria? E vi pare poco?
A lunedì.
Cartolina: L’America Saudita
E’ Storia questa, o è solo una storia, mi chiedo mentre noto la curva della produzione globale di petrolio Usa superare senza esitazioni i due campioni mondiali, Russia e Arabia Saudita, già nel 2014 e poi, salvo un breve ritrarsi ancora oggi. E’ Storia o è solo una storia, che il Permian Basin e l’Eagle Ford – siti texani di shale – da soli abbiano superato di parecchio la produzione giornaliera del Kuwait? E poi è Storia o è solo una storia, la scoperta di nuove tecniche per ottenere petrolio che hanno raddoppiato la produzione negli Usa e in Canada? Me lo chiedo mentre guardo le quotazioni del greggio che declinano di nuovo, malgrado le tante speranze sollevate da un accordo dei produttori tradizionali di alcuni mesi fa che doveva nutrire i prezzi tagliando il prodotto. L’inverno ha coltivato questa speranza, che già sfioriva in primavera. Ora il petrolio punta di nuovo verso i 40 assai più che verso i 50 dollari, e molto, dicono gli esperti, è dipeso dal fatto che mentre i vecchi petrolieri d’Oriente addormentavano i pozzi, i nuovi petrolieri d’Occidente li svegliavano. Alla buona volontà dell’Arabia Saudita, che si era fatta interprete della necessità di tagliare la produzione fino a convincere i russi, si è opposta quella altrettanto buona dell’America Saudita, che invece l’ha aumentata. Sicché anche il gioco dei prezzi ormai sembra aver mutato di scacchiera. E questa è Storia, di sicuro.
Cronicario: Pensionati di tutta Europa, unitevi!
Proverbio de 28 giugno La menzogna produce fiori ma non frutti
Numero del giorno: 1,2 Pil Italia 2017 secondo la nuova previsione di S&P
In un momento di megalomania decido di scrivere il nuovo Manifesto del partito pensionista, essendo in fondo il pensionato l’autentica rivoluzione socioeconomica del XX secolo come il proletario lo è stato del XIX.
Ovviamente come tutte le grandi ispirazioni, anche questa è debitrice di un pensiero comune, nel nostro caso previdenziale, che si agita fra i corridoi europei da un paio d’anni, almeno da quando l’EIOPA, che non è l’abbreviazione di EIOPAgo, ma l’Autorità europea che vigila su assicurazioni e pensioni. Ebbene, l’EIOPA ha cominciato da un paio d’anni a parlare di PEPP, che non è l’abbreviazione sgrammaticata di PEPPe, ma l’acronimo di Pan-European Personal Pension Product.
Ora ve lo spiego. Prima però dovete sapere che domani i PEPP saranno protagonisti di un evento spettacolare, visto che li spiegherà nientedimeno che Valdis Dombrovskis, pezzo grosso della Commissione Ue che si occupa fra le altre cose di dialogo sociale.
E di che dobbiamo dialogare noi e gli estoni, per dire? Del fatto che serve un nuovo pilastro Ue-based per capitalizzare al meglio i nostri risparmi e dare fuoco alle polveri della nascente Unione dei capitali. Una cosa bellissima: dopo aver unito parte degli europei con la moneta, adesso i nostri geniali architetti dell’Ue ci uniranno tramite la cosa che più ci sta a cuore dopo i soldi: la pensione.
C’è pure una simpatica conseguenza. Già: che regime fiscale si applicherà ai PEPP? Non sarà mica un modo surrentizio, e quindi squisitamente europeo, di iniziare a praticare l’unione fiscale passando le pensioni? Nel dubbio non ho dubbi: pensionati di tutto il mondo unitevi e marciate in massa verso il PEPP.
Siccome devo iniziare a scrivere il mio Manifesto del partito pensionista per esortare le pantere grigie alla rivoluzione, non mi è rimasto più tempo di occuparmi del cronicario di oggi. Vi do giusto un paio di dritte, una sui prezzi, che a giugno, dice Istat, hanno rallentato all’1.2% dall’1,4 di maggio, per la gioia del nostro Sarastro. La seconda sul centro studi di Confindustria e S&P che rialzano le stime del pil 2017 del nostro paese, all’1,3 il primo e all’1,2% il secondo. Mica guferanno al contrario?
A domani.
I consigli del Maître: I padroni del debito europeo e i migliori mercati esteri per l’Italia
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Chi detiene il debito pubblico europeo? Eurostat ha pubblicato una interessante ricognizione sulla titolarità dei debiti pubblici dei paesi europei, accertando che per la metà degli stati membri Ue questo debito è detenuto da non residenti. L’Italia fa eccezione. Da noi oltre il 60% dei debiti è in mano a istituzioni finanziarie (banche, assicurazioni, eccetera) e circa il 30% è all’estero. Tuttavia noi abbiamo una quota rilevante di debito pubblico, fra il 10 e il 15%, che ha scadenza inferiore all’anno e che quindi deve essere costantemente rinnovato. Parliamo di una cifra che, sul totale di 2.270 miliardi di euro, vale almeno 240-250 miliardi in media. Abbiamo poco debito all’estero, ma dobbiamo sempre sperare che lo rinnovino. Specie una volta che la Bce smetterà di comprarlo. A tal proposito è utile ricordare, come è riportato nell’ultimo bolletino della banca centrale, che fra marzo 2015 e marzo 2017, l’Eurosistema ha acquistato sul mercato secondario oltre mille miliardi di titoli pubblici. In cima ai venditori ci stanno proprio i non residenti, che ne hanno ceduto per oltre 490 miliardi, e poi le banche, per circa 280. E questo serve anche a capire le tendenze dei mercati finanziari.
I mercati esteri prioritari per l’Italia. La settimana scorsa è stato presentato a Milano l’ultimo rapporto annuale della Sace, la società pubblica che aiuta le imprese italiane nel loro processo di internazionalizzazione. Il rapporto contiene molte informazioni interessanti, e anche previsioni incoraggianti sul nostro commercio internazionale che si vede in progresso fino al 2020 a un tasso di circa il 4%. Almeno due cose vale la pena ricordarle qui. La prima è il contributo dei vari settori produttivi al successo del nostro export che, come viene ricordato nel rapporto, è l’unica componente macroeconomica positiva di questi anni e ha sostanzialmente tenuto in piedi l’Italia.
La seconda è l’osservazione su quali siano i mercati esteri sui quali dovremmo concentrare la nostra attenzione nei prossimi anni, sempre ricordando che non esauriscono le nostre relazioni commerciali.
Come si vede, i primi due sono gli Usa e la Cina. Mercati difficili, specie di questi tempi che il protezionismo è tornato di moda.
Dove abita il protezionismo. Si parla molto di tentazioni protezioniste e della straordinaria crescita delle restrizioni commerciali di vario genere che rendono il commercio sempre più complicato. Un dato, contenuto sempre nell’ultimo rapporto annuale Sace, fa riflettere: gli Usa dal 2008 hanno introdotto in media una restrizione commerciale ogni quattro giorni. Alcune si limitano a obbligare i produttori a utilizzare roduttori locali per parte della loro merce. Altri sono più stringenti. Ma certo non sono gli Usa il paese più protezionista. Una tabella prodotta dal Peterson Institute, un pensatoio che si occupa fra le altre cose di commercio internazionale, consente di osservare che in cima ai paesi che usano aggressivamente i dazi ci sta il Brasile, seguito dall’India e dalla Cina. Tutti paesi con i quali noi italiani siamo costretti a confrontarci per il nostro commercio internazionale. E questo non è certo un buon viatico.
L’Ue al top dell’export di motoveicoli, gli Usa al top dell’import. Eurostat ha prodotto un approfonfidmento che mostra come l’Ue sia il più grande esportatore di motoveicoli, dalle auto ai trattori, fino a comprendere parti e accessori, al mondo. Nel 2016 ha portato fuori dai suoi confini 192 miliardi di merci, seguita dal Giappone con 127 e gli Usa con 109. Questi ultimi però, oltre a godere del terzo posto per l’export, sono saldamente in cima nella classifica delle importazioni, con 254 miliardi totali. L’Ue vende agli Usa il 25% delle sue esportazioni, la Cina il 16%, seguita dalla Turchia con il 7% e poi dalla Svizzera, il 5% come anche il Giappone, col 5%. E’ interessante sapere che il 20 dell’import di motoveicoli che l’Ue importa arriva dalla Turchia, che evidentemente ospita stabilimenti esteri, e dal Giappone, con 19%, e il 14% dagli Usa. Eurostat ricorda che le esportazioni e le importazioni si riferiscono a dove si produce, non alla nazionalità di chi produce. In questo caso – e il caso turco lo prova – le statistiche sarebbe diverse.
































