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Il renminbi rallenta, ma aggiusta il tiro

L’ultima Quarterly review della Bis contiene un box molto interessante che ci consente di fare il punto sull’andamento della moneta cinese, osservata speciale da quando Pechino ha deciso di internazionalizzare la sua valuta pur senza delineare un orizzonte chiaro sulla sua definitiva convertibilità.

La strategia cinese si è basata su una sorta di doppio forno, articolato sulla base di due monete uguali e diverse il renminbi (RMB) offshore (CNH) contrattato su alcune piazze finanziarie come Hong Kong e Macao, e il renminbi onshore (CNY), che è quello che si scambia sulla Mainland cinese. Il primo è relativamente “libero”: le autorità possono influenza l’offerta di moneta, ma non la domanda, che arriva dal resto del mondo. Il secondo ancora fortemente regolato. Per questo le valute possono esprimere tassi di cambio differenti.

Il cambio del CNH, che viene regolato tramite clearing bank asiatiche, viene determinato sostanzialmente dall’incrocio fra offerta e domanda che arriva dai mercati esteri. Il cambio del CNY viene deciso dalla banca centrale di Pechino. Le cronaca offre vari esempi di disallineamenti fra le due quotazioni, che teoricamente dovrebbero corrispondere, proprio in ragione dei diversi metodi di costruzione dei tassi di cambio.

Ricordare queste premesse ci aiuta a comprendere meglio l’analisi svolta dagli economisti della Bis, che parte da un primo dato rilevante: il renminbi, nel periodo di osservazione, che è quello della Triennal survey, ha rallentato la sua corsa. Pur arrivando a un turnover di 280 miliardi di dollari al giorno ad aprile 2019 – il turnover rappresenta il volume delle transazioni in valore – la moneta cinese è ancora all’ottavo posto per uso internazionale, con una crescita nel suo utilizzo che è risultata inferiore al previsto: il 4,3% nel 2019. A zavorrare la crescita è stato proprio il mercato CNH, per motivi che hanno a che fare con questioni squisitamente finanziarie, come ad esempio alcune restrizioni sul flusso dei capitali. La conseguenza è stata che “per la prima volta in più di dieci anni l’importanza relativa del mercato onshore (CNY, ndr) è aumentata mentre la quota del turnover del CNH è diminuita dal 73% del 2016 al 64% del 2019 (grafico sotto, pannello di destra).

La Bis attribuisce il calo della quota offshore del RMB ad una serie di ragioni, fra le quali i rendimenti sui depositi offshore in ribasso che hanno scoraggiato gli investitori (grafico sotto a sinistra).

A ciò si aggiunga che i rafforzati controlli delle autorità cinesi hanno scoraggiato le emissioni di bond sul mercato offshore, i cosiddetti dim sum bond, delle aziende cinesi, col risultato che lo stock dei bond è diminuito nel triennio considerato, drenando la liquidità.

Ma c’è anche un altro motivo, più interessante perché sostanziale: “Le autorità cinesi hanno iniziato a offrire vie più dirette agli investitori stranieri per accedere al mercato del RMB. Hanno aperto più canali come lo Stock Connect, il Bond Connect e il CFETS connect, e hanno aumentato la quota per gli investitori istituzionali esteri. Queste iniziative hanno generato un flusso di investimenti netti da Hong Kong alla Mainland per 350 miliardi di RMB fra il secondo quarto del 2018 e il primo quarto del 2019”.

In sostanza, l’aumentata permeabilità del conto capitale cinese, indice di una mutata disponibilità verso il capitale estero, ha spostato le risorse dal parcheggio offshore alla Mainland. Il primo, in fondo, somiglia a un espediente per “saggiare” il mercato prima di farlo entrare in casa propria.

Un espediente utile anche per altri fini. Lo yuan offshore ha consentito a molte piazza finanziarie estere – si osservi il caso di Londra (grafico sopra pannello centrale) – di sperimentarvisi e per giunta con ottimi risultati. Il che non potrà che giovare al processo di internazionalizzazione della moneta.

Ma c’è un altro aspetto che la survey ci permette di apprezzare. La circostanza, vale a dire, che la valuta cinese sia diventata molto popolare fra le istituzioni ufficiali, a cominciare dalle banche centrali che hanno acquistato yuan a fini di riserva estera (grafico sopra pannello di destra).

Mentre il turnover del RMB rallentava, insomma, la moneta cinese finiva nel mirino delle istituzioni ufficiali, che sono arrivati a pesare il 51% del turnover complessivo nel terzo quarto del 2018. La quota di moneta cinese nelle riserve è quasi raddoppiata arrivando a quasi 200 miliardi di dollari nel triennio (circa il 2% del totale), certo anche in conseguenza dell’inserimento del RMB nel basket degli SDR emessi dal FMI, deciso nel 2015.

Ai fini dell’apertura del conto capitale cinese avere la fiducia delle banche centrali – perché questo implica l’aumento delle riserve denominate in RMB – è molto più importante dell’appetito degli hedge fund, che infatti si è notevolmente ridotto. E questo Pechino lo sa bene.

 

Lezioni indiane sulla cittadinanza (e la finanza) digitale

Poiché pochi dubitano della circostanza che il futuro del mondo passi da quello dell’Oriente, dovremmo prendere l’abitudine di scrutare le cronache che lentamente, ma con crescente assertività, stanno componendo il secolo asiatico che purtroppo spesso rimangono inosservate o frettolosamente archiviate da noi occidentali, ancora in fregola di supremazia, malgrado l’accidia e i capelli bianchi.

Il problema semmai è riuscire a individuare, in quel tanto che succede, le linee sottili che compongono la fisionomia di questo secolo orientale, che con molta probabilità finiranno col diventare il futuro anche per noi occidentali distratti dal futile al punto da aver smarrito il senso dell’utile.

E poiché il discorso qui inizia a farsi lungo, meglio prendere una scorciatoia e segnalare subito un bel paper della Bis che illustra molto bene la rivoluzione finanziaria in corso in India. Ed essendo la finanza un fatto squisitamente politico, parliamo anche di una rivoluzione sociale, che passa inevitabilmente dal Grande Driver di questi cambiamenti: la tecnologia. Tutto si tiene, ovviamente. E in Oriente ancora di più, per una serie di motivi che non serve riepilogare qui.

Meglio concentrarsi sui fatti. E il primo è che l’India fin dal 2009 è impegnata in un progetto di identità biometrica di massa – Aadhaar programme – che in un decennio ha contribuito parecchio a cambiare il panorama dei servizi, rappresentando uno dei pilastri dell’iniziativa delle autorità per aumentare – ad esempio – l’inclusione finanziaria. Che questo porti con sé un aumentato livello di controllo non deve stupire: fa parte della visione asiatica, che ormai si è estesa all’Occidente liberale (di una volta), l’idea di scambiare la propria libertà – concetto che poco ha di orientale – con una maggiore connessione al sistema per le più svariate ragioni. La sicurezza, ad esempio. Ma anche avere accesso a un sistema dei pagamenti digitali può essere un ottimo incentivo.

E questo probabilmente è il caso dell’India. Qui mezzo miliardo di adulti ha aperto un conto corrente fra il 2011 e il 2017, colmando quindi in parte quel gap che ancora rimane ampio fra i paesi dove avere un conto corrente rappresenta una normalità e quelli – segnatamente quelli più poveri – dove ancora non lo è. Abbiamo già visto altrove che assicurare una maggiore inclusività finanziaria è uno degli obiettivi del FinTech, non a caso molto diffuso in Africa.

Si calcola che nel mondo ci siano ancora 1,7 miliardi di persone senza conto corrente. Ciò, oltre ad essere segno di povertà economica, rappresenta anche un universo di consumatori potenziali che rimane fuori dall’economia globalizzata. Per dirla semplicemente: questi consumatori potenziali devono entrare nel sistema per contribuire a farlo funzionare bene.

Torniamo in India. Insieme al programma Aandhaar, il primo del suo genere al mondo, il paese ha infatti sviluppato “diverse piattaforme digitali innovative, costruite come beni pubblici”, spiega la Bis. “Ogni piattaforma risolve una singola esigenza come identità, pagamenti o condivisione dei dati. Messe insieme, queste piattaforme creano una potente pacchetto di applicazioni”. Il tutto – e questo è il punto “politico” – è stato fatto all’interno del sistema regolatorio vigente. Quindi sotto il controllo dei poteri pubblici, che includono non solo il governo, ma soprattutto la banca centrale.

Questo pacchetto di applicativi “rafforza l’innovazione privata nel settore fintech, supportando mercati aperti, liberi e contestabili nella finanza digitale”. In questo modo “il settore ufficiale ha creato un sistema di pagamenti caratterizzato innanzitutto dall’interoperabilità”. L’identità digitale, ad esempio “non solo ha notevolmente aumentato l’inclusione finanziaria, ma ha anche offerto procedure robuste contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo”.

Ricapitoliamo: un sistema governativo identifica il cittadino, per adesso su base volontaria, quindi lo “spinge” verso l’utilizzo di applicazioni di diversa natura alcune delle quali, sviluppate dal settore privato e disegnate sotto la sorveglianza delle autorità monetarie. Queste app aggiungono alla qualifica di cittadino digitale, quella di soggetto economico digitale, ossia capace di assumere obbligazioni ed esprimere domanda di consumo di beni o servizi. E alla fine tutti vivono felici e contenti. Se solo fosse una favola.

(1/segue)

Dopo il sogno americano: Il risveglio dei poveri Millennial

La seconda metà del XX secolo è la cronaca di un sogno, sognato oltre Atlantico e da lì condiviso ovunque grazie alla potenza dei cannoni e dell’immaginazione: il sogno americano. Ossia la reificazione di quel diritto alla felicità che la costituzione statunitense statuisce nelle sue premesse, che trova nella libera espressione dell’individuo che agisce all’interno di un contesto ad esso favorevole, lo strumento del suo arricchimento, innanzitutto materiale. E da lì in poi, ogni cosa è possibile.

Il sogno disegnava il mondo come una prateria di opportunità, semplicemente da cogliere. E le cronache hanno raccontato per decenni questi raccolti, nella forma di uomini e donne nuovi emersi dalla caligine indifferenziata del popolo per divenire star. Prima degli affari, poi dell’intrattenimento, oggi del web.

Ma come tutti i sogni, prima o poi arriva il momento del risveglio, quando si inizia a comprendere che la vita meravigliosa coltivata dalla propaganda di un certo ottimismo interessato e dall’entusiasmo di un mondo nuovo che si costruiva, celava una filigrana fragile. E il sogno americano, ormai da tempo avviato al risveglio, consegna oggi alla cronache una popolazione oceanica con gli occhi pesti e le membra stracche di chi abbia dormito molto, ma riposato male. Oggi li chiamano Millenials, per pura questione anagrafica. Ma sono coloro che hanno attraversato il secolo essendo già adulti, anche se una certa letteratura oggi sogna – il sogno prossimo venturo – che adulti non si diventerà mai.

Costoro, i millennial, ci dice la Fed, sono la quota più numerosa di adulti negli Stati Uniti e rappresentano il 38% della forza lavoro. In sostanza sono il futuro. E tuttavia – ed ecco il sogno svelarsi – la ricchezza che hanno accumulato in media è di gran lunga inferiore di quanto gli esperti si aspettassero, basando le previsioni sugli andamenti patrimoniali della generazione precedente.

Il sogno di una crescita infinita, che avrebbe condotto ognuno a stare meglio dei propri genitori – una delle sfaccettature del sogno americano (e occidentale) – mostra così il suo aspetto menzognero. Forse i millennial Usa sono una generazione perduta – come pure ipotizza la Fed – ma se così fosse dovremmo aspettarci che la generazione successiva riprenderà il trend ascendente dei loro nonni. La qualcosa contraddice ogni buon senso, persino fra gli ottimisti, per la semplice ragione che nessuno se l’aspetta.

Certo, la Grande Crisi ha avuto l’effetto del canto del gallo, sui sognatori del benessere infinito e crescente. Ma stupisce scoprire che i millennial “sono stati l’unico gruppo a perdere sia reddito che ricchezza, nel 2010”, andando pure peggio nel 2016, “al 3% sotto il reddito atteso e il 34% in meno rispetto alla ricchezza attesa”. “A partire dal 2016, le famiglie millennial più anziane erano quelle più indietro”.

E questo alimenta una delle grandi narrazioni della nostra contemporaneità: la disparità nella distribuzione della ricchezza, che è come veleno per il sogno americano. Al punto da diventare uno dei capitoli dell’agenda politica, appena sotto il riscaldamento globale.

Il sogno ci ha condotto a un mondo diseguale, inquinato e in debito di speranza, dove i giovani, che pure appaiono più istruiti e quindi teoricamente con tutte le carte in regola per il successo, inseguono inutilmente la ricchezza dei loro padri. Ma tutto ciò che riescono ad afferrare è la loro eredità. Vale per gli Usa. Vale per tutti.

Tutte le strade (della Bri) portano nello Xinjian

Un recente articolo ci ricorda molto opportunamente quale sia davvero il tallone d’Achille della Belt and Road initiative cinese, o il suo punto cardine – a seconda di come lo si osservi – e soprattutto ci consente di fare un passo in avanti nella comprensione del disegno strategico che questo punto cardine – o tallone d’Achille – porta con sé: l’avvicinamento della Cina alla Turchia, e viceversa, con l’Asia centrale avvolta nel quadro delle relazioni economiche fra i due paesi, con la Russia a far da connettore. Partiamo da una semplice mappa.

Il vecchio Turkestan cinese, lo Xinjiang, ossia la “nuova frontiera”, nome che i regnanti cinesi della dinastia Qing diedero alla zona più occidentale della Cina che confina con il vasto mondo centroasiatico, col quale il Turkestan – o Uiguristan, come lo chiamano i tradizionalisti della zona – condivide una lunga tradizione etnica (turcofona) e religiosa (islamica), all’origine delle polemiche circa il trattamento degli uiguri da parte di Pechino.

La Turchia in passato è stata una fiera accusatrice della Cina. Oggi, che le relazioni fra i due paesi sembrano voltare pagina, i toni si sono molto ammorbiditi. Molti osservatori hanno collegato questa “indifferenza” allo stringersi delle relazioni fra Turchia e Cina che ormai coltivano numerosi interessi, che sono finanziari – la Banca centrale cinese ha fatto un prestito da un miliardo di dollari di recente alla Turchia – commerciali – la Cina è uno dei partner commerciali di spicco della Turchia, e ovviamente anche logistici, visto che la Turchia è uno dei terminali della Bri.

Aldilà degli interessi economici che avvolgono Cina e Turchia, e che fatalmente possono diventare politici, il fatto già da ora evidente è che lo Xinjiang già adesso è diventato un pezzo strategico della Cina di domani sul quale si concentrano le attenzioni di molto capitale cinese. Raccontano ad esempio che l’Amer international group abbia investito quasi tre miliardi di dollari per costruire nella regione autonoma un parco industriale dove produrre le merci che poi vengono spedite – magari via treno – in Europa.

I dati riportati dalle dogane regionale mostrano la crescita costante del numero di treni merci che partono da qui – nei primi dieci mesi del 2019 si è superato il totale del 2018 – grazie a un tessuto industriale sempre più fiorente che conta quasi 360.000 imprese, un numero che cresce a doppia cifra ogni anno. Merito anche del capitale estero, non solo di quello cinese. La tedesca Basf, ad esempio.

La prossimità della regione col blocco centroasiatico – al cuore della Bri cinese come d’altronde dell’Unione Euroasiatica russa – spiega perché il Kazakistan sia il principale partner commerciale della regione, con tassi di crescita dell’interscambio cresciuti nell’ordine del 28% nei primi mesi di quest’anno rispetto al 2018. Segno evidente che l’infittirsi della trama della Bri produce risultati. Come d’altronde mostra l’incremento generalizzato dei flussi commerciali anche con gli altri partner dello Xinjiang, che spaziano dall’Australia al Pakistan, fino alla Gran Bretagna e all’Argentina. Per essere una regione semisconosciuta nel cuore dell’Asia è un risultato invidiabile. E questo spiega perché sia finita – per altri motivi – all’attenzione delle cronache.

Per completezza, può essere utile ricordare che sempre nello Xinjiang fa capolinea la Central Asia-China gas pipeline, un’altra di quelle infrastrutture energetiche che compongono la ragnatela degli interessi che unisce sempre fittamente la Cina, la Russia e l’Asia centrale. Il fatto che ancora si fatichi a metterla a fuoco non vuol dire che non esista.

Il treno dei desideri fra Turchia e Cina

La convergenza di interessi fra Russia e Cina, che si candidano a denominare la globalizzazione eurasiatica prossima ventura, potrebbe trovare nella Turchia il vertice di un triangolo di relazioni che le cronache già delineano, pure se ancora in maniera rapsodica. La consuetudine all’osservazione delle relazioni bilaterali fra gli stati, ci impedisce di guardare a questo possibile triangolo di interessi che la storia individua come una costante delle globalizzazioni a vocazione euroasiatica e per una semplice ragione che ha a che fare con la geografia. Ossia con la posizione della Turchia nel planisfero.

Prima di avventurarsi in riflessioni che ci porterebbero troppo lontano, conviene contentarsi di continuare a raccogliere le tracce delle vocazioni che l’attualità consegna alla nostra osservazione, partendo magari da quelle che uniscono i lati del nostro triangolo immaginario. Sempre in omaggio alla consuetudine dell’analisi dei rapporti bilaterali, lasciando ad approfondimenti successivi il tentativo di tirare le somme – ossia i lati – di queste osservazioni.

Dopo aver aver osservato alcuni di questi movimenti, che coinvolgono la Russia e la Cina, adesso alcuni recenti avvenimenti hanno riportato in superficie una relazione ancora troppo poco osservata: quella fra Cina e Turchia, ossia due paesi che più diversi non potrebbero essere e che però sono legati da profondi rapporti economici, nonché da una lunga e antica frequentazione nelle steppe dell’Eurasia che trova nel Turkestan cinese, quello che oggi si chiama Xinjiang, il punto (dolente) di contatto fra queste due culture.

Anche qui, prima di andare troppo lontano, notando magari come le popolazioni centro-asiatiche che con lo Xinjiang confinano siano di etnia turca, abbiano subito un forte imprinting russo e siano largamente musulmane, è meglio agganciarsi alla cronaca e tenersi forte, perché già il viaggio è lungo. Come quello del nuovissimo treno, inaugurato ai primi di novembre, che collega la Cina all’Europa, passando proprio dalla Turchia.

La linea collegherà l’europea Praga alla cinese Xian, capitale della provincia dello Shaanxi, nel centro della Cina,

replicando in qualche modo il percorso di una delle vie della seta che hanno ispirato la narrazione cinese della Belt and road initiative (BRI) ormai un vero marchio di fabbrica.

E’ interessante sapere che la il treno del desiderio – l’ennesimo che si propone di potenziare le rotte terrestri dell’Eurasia, ancora assai poco utilizzate negli scambi fra Cina ed Europa – utilizzerà in parte la linea Baku-Tblisi-Kars aperta alla fine del 2017, attraversando il Bosforo tramite il tunnel di Marmaray.

Ossia una delle opere recenti con la quali la Turchia intende potenziare il suo ruolo di hub regionale e di porta d’ingresso verso l’Europa.

Sempre perché la geografia ha la sua importanza, come sanno bene tutti i paesi centro-asiatici e che insistono sul Caspio, che stanno investendo sulla stessa cosa.

Ma la Turchia, che non è seconda a nessuno quanto ad ambizioni, ha in cantiere un progetto ancora più interessante, finora non attuato ma sul quale punta molto: il Middle corridor. Si tratta dell’ennesimo progetto teso a riannodare i vecchi collegamenti che animavano nel passato – che chissà perché ormai è diventato il pretesto più frequente del presente o del futuro – gli scambi fra Oriente e Occidente. La Turchia di recente ha anche proposto una “Caravanserai Initiative” che accomuni Azerbaijan, Georgia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, e non c’è bisogno di aggiungere altro.

Il Middle corridor, che parte dalla Cina, passa attraverso l’Asia centrale (Kazakhstan o Kyrgyzstan-Uzbekistan-Turkmenistan), il Mar Caspio e continua tra i territori di Azerbaijan e Georgia fino alla Turchia, è in qualche modo alternativo a uno di grandi corridoi immaginati dalla Bri cinese, ma questo non vuol dire che alla fine i cinesi non trovino il modo di partecipare al progetto. Se lo scopo di Pechino è avere “proprie” rotte commerciali, o quantomeno rotte controllate da paesi con i quali vi sono profondi interessi in comune, anche il Middle corridor turco, che peraltro ha la comodità di evitare l’Iran, potrebbe finire nell’elenco della spesa di Pechino. Specie considerando che i due paesi condividono già parecchi interessi. Basta dare un’occhiata anche fugace ai loro flussi commerciali (grafico sotto) per rendersene conto.

Scambiandosi una notevole varietà di beni.

Altresì utile sapere che la Cina (dati 2017) era il primo partner eccedentario della Turchia.

Con ciò indovinandosi uno schema al quale siamo ormai avvezzi, quanto alle finalità e agli esiti del capitale cinese. Nell’agosto scorso, per fare un altro esempio, la banca centrale cinese, riportano le cronache, avrebbe versato un miliardo di dollari in Turchia attuando un accordo di swap che risaliva al 2012. In tempi non sospetti, quindi, ma molto lungimiranti.

Già con questi pochi elementi la retta delle relazioni sino-turche, prima quasi invisibile, inizia a tratteggiarsi, con ciò scoprendosi persino sensato l’irrigidimento turco nei confronti degli Usa, del quale la Turchia è partner dentro la Nato, che sembra preludere a un riposizionamento di turchi verso Oriente. Anche qui riscoprendo una vocazione antica, che risale agli albori della storia, quando la penisola turca, all’epoca si chiamava Asia minore, era il terminale mediterraneo della prima globalizzazione documentata: quella mesopotamica.

Pure fermandoci qui, possiamo già domandarci se la relazione sino-turca possa arrivare in futuro a diventare strategica come dicono stia diventando quella fa russi e cinesi. E poi chiederci se avverrà la saldatura di queste relazioni bilaterali in un triangolo, col consolidarsi delle relazioni fra Russia e Turchia, che sembra comunque già ben avviato, con la crisi siriana a far da levatrice. L’intenzione di infittire la collaborazione militare fra i due paesi è stata più volte ribadita.

Soprattutto dovremmo domandarci se tre paesi che hanno in comune molti interessi economici, una certa vocazione autocratica e una certa antipatia verso gli Stati Uniti siano in grado di tenerlo in piedi questo triangolo. Ma questa è decisamente un’altra storia.

 

Quel treno polacco che porta i cinesi sul Baltico

Solo la nostra infinita distrazione, pressata dalla proliferazione del futile purché sia trendy, può averci condotto a trascurare un piccolo evento che si è consumato nel profondo nord dell’Europa solo alcuni giorni fa e che per fortuna ha avuto un qualche testimone: la cerimonia di inaugurazione del primo Euro-China Train (ECT) che ha come terminale il porto di Gdansk, infrastruttura polacca che si affaccia romanticamente sul Baltico.

L’arrivo del treno cinese sul Baltico, mare che ha alle spalle una lunga tradizione di commercio e lotte regionali per il suo controllo, è una di quelle storie che dovrebbe campeggiare in evidenza nella ormai infinita sequela di cronache che la hybris globalizzante dei cinesi sta scrivendo sulle coste della penisola europea. Ma l’opinione pubblica europea si è contentata di notare lo sbarco dei cinesi in Grecia, ai tempi dell’acquisizione del porto del Pireo, divenuto poco dopo un gioiello della logistica portuale. E poi si è distratta. Dando per acquisita la volontà di connettersi sempre più alla penisola europea, si trascura però di osservare come queste connessioni sorgano ormai sempre più frequentemente. Col risultato che vivremo gli esiti senza aver neanche capito come siano arrivati.

Sicché il nuovo collegamento ECT è finito sulle cronache meno appariscenti, e tuttavia sostanziali per chi si occupa di queste storie per la semplice ragione che tiene una contabilità. E adempiendo alla loro routine questi soggetti si sono accorti di una semplice caratteristica: un viaggio in treno dalla Cina alla Polonia, ossia il cuore delle catene globali di produzioni che trovano in Germania l’anello di partenza, dura una dozzina di giorni a fronte del mese e mezzo circa che impiega una nave. E tanto basta perché la cosa diventi improvvisamente interessante.

La nuova tratta, che avrà una cadenza settimanale a partire dal prossimo gennaio, nasce dalla collaborazione fra l’autorità portuale di Gdansk, DCT Gdansk terminal container, di recente acquistato dalla PSA international di Singapore, gruppo globale di operatori portuali, e Adampol, gruppo polacco che è l’operatore logistico e l’amministratore del percorso. Gli animatori del progetto sono convinti che il treno cinese avrà un notevole effetto sugli scambi fra la Cina e la penisola scandinava, oltre che con la Gran Bretagna, essendo la spedizione verso il porto polacco anche competitiva rispetto al trasporto verso il porto di Amburgo.

Gli operatori polacchi sono convinti che la loro iniziativa trasformerà il porto di Gdansk nel terminale principale del Baltico. E d’altronde non ci avrebbero investito se non lo credessero veramente. A noi osservatori basta sottolineare che la Cina, tramite la Polonia, ha un nuovo collegamento in Europa che insiste su un mare assolutamente strategico della penisola europa. Un collegamento terrestre che i polacchi si sono affrettati a definire un “Belt and Road rail link”. Con ciò confermando che la BRI cinese ormai è divenuta sostanzialmente un marchio. Uno dei marchi della globalizzazione che verrà.

 

Cronicario: La commissione sulle banche è inutile. Quindi perfetta

Proverbio del 18 dicembre Vivi in modo da non far male a nessuno

Numero del giorno: 0,2 Tasso % inflazione su base annua in Italia a Ottobre

Giuro che oggi volevo stare zitto. Mi preparavo a gustarmi l’ozio pre-natalizio, che è persino meglio di quello natalizio, quando d’improvviso un ex ministro dell’economia, indimenticato perché indimenticabile, se n’è uscito con la seguente perla di saggezza: “La commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche non ha senso. Secondo me questi non hanno capito che la vigilanza la fa la Bce, la Banca d’Italia la fa sulle banche cantonali”.

Ora: sicuramente l’ex ministro indimenticabile avrà ragione – si è mai visto, dico, un ministro dell’economia avere torto, specie quando diventa ex? -, ma al nostro illustre sfugge un dettaglio insignificante. Per lui, ma non per chi deve votarla, questa commissione.

Ecco, questo è il clima. Uno così di sicuro raccoglie applausi. Chi vota la commissione raccoglie voti, ossia la versione edulcorata degli applausi. Metteteci pure che molto facilmente le passerelle delle audizioni della commissione, che sarà sicuramente guidata dal presidente che tiene famiglia di bancari, regaleranno tonnellate di titoli ai giornali, e quindi daranno nuovo lavoro agli stessi politici che hanno voluto la commissione, che dovranno sforzarsi di farcisi vedere dentro. Una faticaccia, signori miei. Ma è così che gira il pil in Italia.

Il fatto poi che, come dice l’illustre, la commissione sia sostanzialmente inutile ai fini pratici – che dovrebbero essere quelli di evitare nuovi salvataggi – non la rende insensata. Al contrario: la rende perfetta.

A domani.

 

La Russia benedice l’autostrada “cinese” della BRI

Chi osserva il livello crescente di cooperazione fra Russia e Cina nella tessitura della globalizzazione prossima ventura, non si sarà stupito nell’apprendere, nel giugno scorso, del lancio dell’ambizioso progetto della Meridiana Highway, un’autostrada che dovrebbe connettere il confine russo col Kazakistan con quello bielorusso, saldando sostanzialmente l’Asia centrale con l’Europa e la Cina.

L’estate scorsa le cronache riportavano del via libera di Mosca all’ambizioso progetto che si propone di realizzare un’autostrada di 2.000 chilometri in una delle zone più remote del pianeta, che ha il pregio però di essere tornata strategica dopo il lancio della BRI cinese, che come abbiamo visto si propone di reinterpretare in chiave contemporanea l’esperimento euroasiatico riuscito ai mongoli nel XIII secolo, con la Russia nel ruolo di connettore.

Non è difficile immaginare che il capitale cinese sarà più che benvenuto in questa impresa, che si calcola ultramiliardaria. Le prime stime parlano di almeno dieci miliardi di dollari di costo e di dodici anni per raggiungere il punto di pareggio. E riportano anche delle perplessità di alcuni investitori, che devono comunque considerare il rischio politico implicito in territorio complicati come quelli del centro Asia, esposti come sono ai capricci dei loro governanti.

E tuttavia c’è da scommetterci che tutte queste perplessità verranno superate dall’ovvia constatazione che chiunque può fare osservando il valore specifico di quest’opera nel contesto globale, come illustra bene il grafico sotto.

Quest’autostrada, unendosi alla rete già esistente, potrebbe realizzare il collegamento terrestre più corto fra Amburgo e Shanghai, in perfetto stile BRI.

Si tratta di un lavoro lungo, ovviamente: almeno 12-14 anni, con tutti i rischi del caso. Ma d’altronde il progetto della BRI non è certo di breve periodo. La globalizzazione euroasiatica richiederà tempo, ma sembra ormai avviata. Sempre che la collaborazione fra Cina e Russia duri. Il che non è necessariamente detto.

La “stretta” di Hormuz rischia di strozzare l’Asia

L’ultimo World Energy Outlook diffuso dall’IEA è un’ottima occasione per provare a indovinare come le vicissitudini del mercato energetico, come sempre complesse e decisamente sistemiche, siano capaci di modificare la fisionomia del mondo come lo conosciamo. Quest’ultimo ha la tendenza a raffigurarsi sempre uguale a se stesso, salvo poi, di tanto in tanto, svelarsi – di solito a causa di una qualche frana – molto diverso da come ce lo immaginavamo, con ciò terremotando le nostre consuetudini di pensiero, che hanno la disdicevole tendenza a privilegiare l’ozio. Per non dir l’ovvio.

Si fatica ad esempio a immaginare come sarà il mondo di domani – quello che vedremo fra un decennio – con l’America sempre più impegnata nell’interpretare un ruolo estremamente significativo: quello di primo paese produttore di petrolio e gas, sopra l’Arabia Saudita – già da ora – e poi anche delle Russia, a partire dal 2025.

Notate come all’ascesa produttiva statunitense corrisponda una decremento del ruolo dei produttori internazionali, l’Opec quindi e malgrado l’aggiunta della Russia, generando un duplice ordine di problemi che riguardano già la geografia dell’offerta – con gli effetti macroeconomici sui soggetti che la abitano – e quella della domanda. Tutto ciò si può indovinare osservando il grafico sotto.

Se prendiamo come riferimento lo scenario stated policy – quindi allo stato attuale delle nostre conoscenze – osserviamo che la domanda di petrolio supererà il 100 milioni di barili al giorno nel prossimo decennio per rimanere sostanzialmente stabile in quello successivo. Ma ciò che cambierà sarà la composizione interna di questa domanda. A un calo della domanda dei paesi avanzati, Usa e Europa in testa, farà da contraltare l’aumento dei consumi dei paesi emergenti, con quelli asiatici a guidare la classifica. In particolare questi ultimi vedranno la loro domanda crescere dai 32 milioni di barili/giorno attuali ai 39 milioni del 2040. E anche l’Africa, quasi raddoppierà – dai 4 milioni ai 7 del 2040, la sua domanda.

Ciò significa in sostanza che la sicurezza energetica sarà molto più un problema asiatico che occidentale, in un mondo dove la potenza egemone è anche la prima produttrice di risorse energetiche.

Questa situazione va a impattare in una geografica degli scambi petroliferi ancora – questa sì – legata alle rotte tradizionali, fra le quali primeggia quella che passa per lo stretto di Hormuz, celebre collo di bottiglia tornato d’attualità dopo gli attentati subiti dagli impianti petrolieri sauditi nel settembre scorso.

Dallo stretto passa, secondo alcune stime, un terzo del petrolio trasportato via mare e che in buona parte prende la rotta verso l’Asia, Cina in testa. Sempre l’IEA nel suo WEO sottolinea proprio questo punto osservando che “il mondo dipende ancora fortemente dall’approvvigionamento di petrolio dal Medio Oriente”.

La regione mediorientale, infatti, “rimane di gran lunga il maggiore fornitore netto di petrolio ai mercati mondiali, nonché un importante esportatore di GNL. Ciò significa che una delle rotte commerciali più trafficate del mondo, lo Stretto di Hormuz, mantiene la sua posizione di arteria cruciale per il commercio globale di energia. In particolare per i paesi asiatici come Cina, India, Giappone e Corea che fanno molto affidamento sul carburante importato”. Nello scenario si prevede che l’80% del commercio internazionale di petrolio, nel 2040, finirà in Asia, “spinto in gran parte dal raddoppio delle esigenze di importazione dell’India”.

La criticità dello stretto di Hormuz sono talmente note che nel tempo alcune monarchie del Golfo hanno tentato di sviluppare percorsi alternativi via terra. L’Arabia Saudita si è garantita uno sbocco verso il Mar Rosso con la East-West Pipeline, detta anche Petroline che corre da Abqaiq, a sud di Dahran a Yanbu, alle coste del Mar Rosso. Ha una capacita’ di trasporto di 4,8 milioni di barili a giorno, circa la meta’ della produzione petrolifera del regno. In caso di crisi puo’ essere potenziata per garantire un flusso maggiore.

Gli Emirati Arabi hanno lanciato da tempo un oleodotto che porta a Fujairah nel golfo dell’Oman con l’obiettivo di raggiungere gli 1,8 milioni barili a giorno pari a circa il 70% della produzione complessiva. Ma probabilmente il progetto più ambizioso è il rifacimento dell’oleodotto che collega il Kurdistan iracheno con il confine turno, la Kirkuk-Ceyhan oil pipeline.

Proprio quest’opera è stata al centro di recenti colloqui fra autorità irachene e turche. L’opera vorrebbe portare ad almeno un milioni di barili giornalieri la quantità di greggio trasportabile, a fronte dei 300 mila che l’attuale infrastruttura è capace di trasportare. E chiaramente l’idea piace molto alla Turchia, che rafforzerebbe così il suo ruolo di hub del trasporto petrolifero.

La Turchia, infatti, pur non essendo un esportatore di petrolio funge da importante snodo di transito per i greggi stranieri con il porto di Ceyhan, dove viene caricato il petrolio trasportato sui gasdotti Baku-Tbilisi-Ceyhan e Kirkuk-Ceyhan. Si stima che nel 2019 siano stati trasportati oltre 1,1 milioni di barili al giorno sono stati esportati da Ceyhan attraverso queste due infrastrutture.

Pur ipotizzando che tutte e tre queste linee di carico funzionino a pieno regime, non si riuscirebbe tuttavia a compensare i volumi di traffico che “devono” passare dallo Stretto, che rischia perciò di strangolare l’Asia qualora per una qualche ragione fosse ostacolata la navigazione.

A questo si aggiunga un’altra considerazione. L’indebolimento del peso specifico dei produttori tradizionali toglie a questi ultimi risorse fiscali nel momento in cui ne avranno disperatamente bisogno, dovendo portare avanti i progetti di trasformazione economica necessari a far diminuire la loro dipendenza dalla produzione di risorse energetiche.

In sostanza, il gioco del petrolio, come possiamo provare a immaginare guardando le previsioni, sembra orientarsi tutto a vantaggio della potenza egemone – gli Usa – divenuti centrali non solo per la quantità di produzione ma anche per il sostanziale controllo delle rotte marittime, stretti compresi, e a svantaggio delle potenze emergenti. La Cina, innanzitutto, la cui sicurezza energetica dipende in larga parte dai trasporti marittimi, e la Russia, che rischia di veder diminuire il suo peso specifico sul mercato e quindi le sue entrate fiscali.

Su questo scenario, inoltre, pesano diverse incognite. E questo forse è il rischio maggiore.

Cronicario: L’importanza di essere Popolari

Proverbio del 16 dicembre La collera comincia con la pazzia e finisce nel pentimento

Numero del giorno: 1.505 Incidenti stradali mortali in Italia nel primo semestre 2019

Ora non state a contare quanto ci costerà l’ennesimo salvataggio bancario – 900 milioni o su di lì – perché il punto saliente è un altro: viviamo in un paese dove è facile essere salvati dal governo, che come una buona mamma e un buon papà mette mano al portafoglio per salvare i figli discoli e vagamente disfunzionali. Purché siano Popolari, ovviamente.

Oddio, serve anche essere un po’ banchieri, a dirla tutta. Ma per la semplice ragione che sono molto popolari: infatti tutti gli prestano soldi. Prendete la nostra Popolarissima di Bari. Bankitalia ci racconta che alla banca fanno capo poco meno di 600.000 clienti, tra cui oltre 100.000 aziende; a queste ultime è riferibile circa il 60% degli impieghi (intorno a 6 mld). I depositi ammontano a 8 mld, di cui 4,5 mld inferiori a 100.000 euro e come tali protetti dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD). Quindi i baresi meno popolari, nel senso che non li conosce nessuno a parte la Popolare, hanno depositi superiori a 100 mila euro per 3,5 miliardi.

Ma sono gli stessi geni che hanno comprato azioni per 550 milioni fra il 2014-15 “per lo più sottoscritti da clientela al dettaglio”, dice Bankitalia e prestiti subordinati per 290 milioni, “di cui 220 milioni a clientela al dettaglio”. Cioé obbligazioni che fanno una brutta fine in caso di liquidazione. Perché il miracolo delle banche territoriali è che le fregature te le danno direttamente sotto casa, mica c’è bisogno di andar lontano.

In questo essere così popolari è incluso anche il fatto che il governo ti salva, perché prima degli italiani vengono i risparmiatori, specie se sono bravi a farsi spennare. E poi come si fa a spiegare a quei 4,5 miliardi di depositanti sotto i 100 mila che la banca è finita a gambe per aria e chissà quando rivedranno i loro depositucci?

Anche qui, basta leggere Bankitalia: “Il FITD dovrebbe effettuare rimborsi a favore dei depositanti protetti per un importo complessivo di euro 4,5 mld circa, a fronte di una dotazione finanziaria che a dicembre 2019 sarà pari a 1,7 mld. Ciò implicherebbe l’esigenza di attivare integralmente il finanziamento per 2,75 mld. sottoscritto nell’agosto 2019 dal FITD con un pool di banche e finalizzato a fornire prontamente al Fondo risorse per i rimborsi. Per la restituzione del finanziamento potrebbe essere necessario il ricorso a contribuzioni straordinarie a carico del sistema bancario, che determinerebbero perdite significative”.

Insomma, se la banca finisce a gambe all’aria ci perdono gli azionisti, gli obbligazionisti subordinati, i depositanti sopra i centomila, mentre quelli sotto i 100 mila, per essere soddisfatti, stresserebbero le altre banche, visto che ci perderebbero loro. Metteteci dentro i 2.700 posti di lavoro, il rischio contagio, l’economia debole e avrete confezionato la ricetta perfetta. Il nome della pietanza lo sapete già.

Ma siccome lo stato non può fallire, come hanno subito sottolineato le associazioni dei consumatori felici, ecco che adesso possiamo essere felici di aver assorbito – come contribuenti – una banca che fa questi spendidi numeri:

E se dopo tutto questo non avete ancora capito quale sia il segreto del successo in Italia, non avete speranze. Vi rimane solo la disperazione.

A domani.