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Se sono le recessioni a provocare la diseguaglianza
L’analisi della diseguaglianza, vero Grande Tema del nostro tempo, continua a riservarci notevoli sorprese. Dopo aver sviscerato le questioni semantiche – di che diseguaglianze stiamo parlando, reddito, ricchezza consumi, eccetera – adesso gli studiosi ci offrono un altro punto di vista che riguarda stavolta la pura metodologia: quella ragione causale che ancora seduce evidentemente gli osservatori di cose sociali, alla disperante e continua ricerca delle spiegazioni ultime, come si diceva una volta.
Ma aldilà del metodo, che richiederebbe troppe pagine per essere discusso, è il merito che si rivela interessante. In un paper pubblicato dalla Bank of England, infatti, si osserva che la diseguaglianza trova un notevole nutrimento nelle crisi. Per dirla diversamente, le recessioni generano molta più diseguaglianza di quanto facciano le espansioni.
Questo se ci pensate somiglia quasi a una rivoluzione copernicana. Siamo abituati a pensare che l’iniquità del nostro tempo derivi dal fatto che i ricchi diventino sempre più ricchi, perché mentre che l’economia cresce e il reddito aumenta, in virtù di chissà quali misteriosi giochi di potere “catturano” una quota crescente della torta a discapito di chi ha di meno. E i dati, sui quali ormai è fiorita una corposa letteratura, confermano questo andazzo. Nel senso che confermano l’aumento della diseguaglianza.

Questo è il dato (e risparmiamoci l’indagine sulla sua costruzione), estratto sulla base dell’osservazione sicuramente accurata di un ampio database di 26 economie analizzate nel corso di un cinquantennio. Altra cosa da sapere: si prende in esame la diseguaglianza di reddito, non di ricchezza, che speriamo a questo punto di aver imparato a distinguere. E come misura si prende l’indice di Gini, che ormai dovremmo conoscere a menadito.
Lo studio, infine, distingue fra recessioni e recessioni finanziarie, accompagnate quindi da crisi bancarie. E questo è utile perché ci permette di sapere un’altra cosa. Una crescita disordinata del credito prima di una recessione, infatti, aggrava notevolmente – la stima è del 40% – gli effetti sulla diseguaglianza rispetto a una recessione non preceduta da surriscaldamento bancario.
Quanto agli esiti dell’osservazione, non c’è molto da dire ma pesa: “Il meccanismo primario attraverso il quale questa amplificazione (della diseguaglianza, ndr) si verifica sembra essere quello dell’entità della recessione”. Insomma: più la crisi è grave, e magari coinvolge un settore bancario con banche sottocapitalizzate – classicamente quella del 2008 – più la diseguaglianza si amplifica. Gli shock finiscono con l’essere subiti più pesantamente da chi ha meno, anziché da chi ha di più e la ripresa che ne conseguenze lascia molte macerie che si stratificano aumentando le disparità.
C’è una terza conclusione che proponiamo a chiunque voglia riflettere senza paraocchi su questo tema. Se a far male sono le crisi, più che la crescita, dovremmo imparare a prevenirle assai meglio di quanto siamo capaci di fare adesso. Sul come fare, si accettano suggerimenti.
Geopolitica ed energia: fra sinestesia e storia
Nei giorni scorsi sono stato invitato a offrire un contributo a un corso su Geopolitica ed Energia che si sta svolgendo presso la facoltà di Scienza politiche dell’Università Roma Tre. Una splendida occasione per ragionare non soltanto su un tema strategico del nostro tempo – d’altronde l’energia nelle sue varie forme lo è stata in ogni tempo – ma anche del modo in cui costruiamo il nostro discorso sulle scienze sociali, che anche su questo blog ho iniziato a esplorare.
Mettere alla prova una metodologia su un campo specifico di osservazione è un boccone appetitoso per ogni studioso, quindi comprenderete bene il mio entusiasmo.
Il video che trovate nel link sotto è il frutto di questa riflessione, che partendo dalla semantica, spiega in pratica cosa vuol dire usare la sinestesia per osservare i fatti di una società e conclude con l’applicazione del metodo a un caso che ho definito di “geopolitica estinta”, ossia la storia dell’oro bianco, meglio conosciuto come sale.
Ce n’è abbastanza per concludere ricordando la legge della conservazione dell’energia, che la fisica ci ha spiegato ormai da alcuni decenni, e domandandosi quanto la nostra capacità di inventare nuove forme di “cattura” e distribuzione dell’energia, che abbonda nel nostro mondo, dipenda dal modo in cui percepiamo e ragioniamo sui problemi concreti.
Per dirla diversamente: ragionando in maniera causalistica, secondo l’insegnamento degli scienziati del Seicento, siamo arrivati sulla Luna e oltre. Dove possiamo arrivare se impariamo a ragionare sinesteticamente?
Ai poster l’ardua sentenza, diceva il poeta.
Buon ascolto.
Geopolitica dell’energia: fra semantica, sinestesia e storia.
Il lento declino delle ragioni di scambio europee
Quando ragioniamo dell’incremento rimarchevole del costo delle risorse energetiche dovremmo sempre ricordarci che questi rincari, che hanno fatto aumentare il valore nominale delle importazioni europee di oltre il 40% rispetto al pre-pandemia, secondo quanto osservato nell’ultimo bollettino delle Bce, hanno finito col determinare un notevole peggioramento delle nostra ragioni di scambio con l’estero.

Ricordiamo che le ragioni di scambio misurano sostanzialmente il rapporto fra esportazioni e importazioni di un paese. Mettiamo per ipotesi che esistano solo due paesi e due beni: petrolio e grano. E che un paese esporti petrolio e importi grano, mentre l’altro paese fra il contrario. Se il prezzo del petrolio aumenta significa che il paese che produce grano dovrà pagare di più le proprie forniture, e quindi il prezzo relativo del grano rispetto al petrolio diminuisce. Ciò significa che il paese che produce petrolio, incasserà più grano per le stesso importo esportato. La sua ragione di scambio migliora.
Se ci riferiamo a una economia nel suo complesso, le ragioni di scambio misurano il rapporto fra il prezzo ponderato delle esportazioni e delle sue importazioni. Se le ragioni di scambio aumentano, il paese avrà, a parità di quantità, un miglioramento dei conti commerciali. Viceversa, un peggioramento.
Questo è quello che è accaduto nell’Eurozona, dove, “le ragioni di scambio sono notevolmente peggiorate a partire dalla seconda metà del 2021, di riflesso al brusco aumento dei prezzi dei beni energetici”. Il grafico sotto ci dice quello che c’è da sapere.

A questi andamenti ha contribuito anche il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro, che poi è la moneta con la quale in gran parte si pagano queste forniture, che ha gravato sulle ragioni di scambio europee, già appesantite dai rincari energetici, alle quali sono evidentemente collegate.
Le ragioni di scambio ovviamente fluttuano, ma stavolta hanno oscillato più del solito. E questo ha prodotto un notevole peggioramento sul livello del reddito dell’area, che di fatto corrisponde a un trasferimento di potere d’acquisto europeo verso altre regioni.
In dettaglio, la Bce ha calcolato che questo trasferimento, nel quarto trimestre del 2021, abbia pesato 1,3 punti di pil dell’area, se si confronta col quarto trimestre dell’anno precedente. Un andamento in parte compensato dai maggiori prezzi alle esportazioni applicati dai paesi europei agli acquirenti esteri.
E’ interessante osservare (grafico sotto) che l’effetto reddito negativo per l’Ue è stato maggiore rispetto a Usa e Uk, per la semplice ragione che queste economie “dipendono in misura minore dalle importazioni nette di beni energetici”.

Ciò ovviamente ha diminuito l’avanzo corrente dell’eurozona, contribuendo al trend di sostanziale pareggio dei conti con l’estero che l’area ha raggiunto di recente, “dopo aver accumulato persistenti avanzi di conto corrente nel corso dell’ultimo decennio”. I vecchi tempi sono finiti, insomma. Meglio saperlo.
Cartolina. Tante care cose (turche)

E’ sicuramente colpa della primavera se ad aprile l’inflazione annua in Turchia ha sfiorato il 70 per cento. Il preannuncio di bella stagione scalda i cuori, com’è noto. E quindi anche i prezzi, che nel nostro tempo hanno molto a che vedere con sentimenti. A cominciare, ovviamente, da quelli buoni. Come quelli del governo turco, per dire, che una arida propaganda accusa di aver destabilizzato la lira turca a furia di ripetere che bisogna abbassare i tassi per combattere il carovita. E poiché il governo ha ragione per principio, allora è proprio colpa della primavera, se i turchi dovranno faticare un po’ di più per mettere insieme il pranzo e la cena. Con l’estate però le cose miglioreranno: il governo sa perfettamente cosa fare. Non appena si arriverà al 100 per cento d’inflazione scatterà il piano segreto: dimezzare il costo dei pasti. Riducendoli a uno solo.
Le piattaforme digitali e la nascita del diritto globale
Un bell’intervento del vice direttore generale della Banca d’Italia ci ricorda un grande tema del nostro tempo sul quale si ragiona sempre troppo poco: quello del rapporto fra sviluppo tecnologico e sviluppo del diritto internazionale.
Un tema che si è reificato con la nascita delle grandi piattaforme digitali che operano sulla rete, che sono globali per vocazione, evolvono a ritmi molto accelerati e generano una costante tendenze all’arbitraggio, non solo fiscale ed economico, ma giuridico tour court. Il diritto internazionale non riesce ovviamente ad evolvere né alla stessa intensità, né velocità.
E questo apre uno scenario che molto facilmente si può popolare di mostri, nel senso latino di monstrum, ossia creature straordinarie, che però non sono unicorni o grifoni, ma entità che abitano la cloud mentre forniscono servizi di qualsiasi tipo, magari persino emettendo una moneta.
“In futuro, è ragionevole attendersi che l’interconnessione e l’interdipendenza si svilupperanno anche tra piattaforme diverse grazie alla crescente interoperabilità tra architetture informatiche differenti facilitata, ad esempio, dalle API”, spiega il nostro oratore.
Non so voi. A me l’idea di sistemi digitali che si interconnettono e diventano interdipendenti a livello globale, mi fa sorgere una domanda forse scontata ma che richiede una risposta chiara: chi ci difende da queste entità qualora ne sorga la necessità? In quale regime giuridico operano?
Attenzione a sottovalutare il problema. Avere un ecosistema legale che protegge i diritti, a cominciare da quelli dei consumatori, è una necessità fondante per qualunque economia che funzioni. Trascurare questo dettaglio, significa generare un far west digitale che genera enormi profitti all’inizio ma che rischia di rovinare alla fine. Si rischia insomma di uccidere la gallina dalle uova d’oro.
“La governance delle piattaforme è spesso frammentata e difficile da ricondurre ad unità perché condizionata da nuove forme di interdipendenza finanziaria, operativa e reputazionale tra i vari partecipanti, pur in assenza di uno specifico rapporto di tipo giuridico o economico”, sottolinea ancora. Comprereste, alla lunga, un’auto usata da uno di questi soggetti?
Questo spiega perché i regolatori, a cominciare dalle banche centrali fino alle diverse autorità di vigilanza, siano alle prese con un sostanziale ripensamento dei loro sistemi di monitoraggio per provare a capire in che modo questo sviluppo tecnologico impatti sulla stabilità globale, sia finanziaria che monetaria.
Il fatto che alcune di queste piattaforme gravitino attorno al sistema dei pagamenti non può lasciar tranquilli chi questo sistema lo deve in qualche modo gestire e rendere sostenibile. C’è in gioco molto più che la semplice governance di processi. Siamo di fronte a una domanda precisa che promana da queste entità e ha a che fare con il ruolo che la moneta ha finito con l’incarnare nella nostra società: quello di bene collettivo emesso in larga parte da soggetti privati, ma vigilato a livello pubblico.
Il problema, quindi, è che “stiamo invece marciando velocemente verso un mondo dove: la componente digitale favorisce e valorizza l’interazione e l’interdipendenza di una pluralità di soggetti posti in connessione tramite modalità nuove (smart contract, software as a service, etc.); le transazioni possono essere effettuate e registrate ricorrendo a modelli di governance decentralizzata come la DLT/blockchain; la tecnologia “lega” le componenti oggettive (strumenti, infrastrutture tecniche e organizzative) e soggettive (le diverse tipologie di operatori coinvolti) degli ecosistemi in nuovi prodotti e servizi, espressione “sintetica” di ciascun contributo”.
Il mondo, per dirla più semplicemente, sta evolvendo da un’infrastruttura analogica basata su un paradigma di governo semplice – Tesoro, Banca centrale, intermediari finanziari commerciali – verso un’infrastruttura digitale dove l’insieme dei “fornitori tecnologici”, come li chiama il nostro banchiere, quindi chi opera nell’hardware, nel software e nelle reti, “condiziona dell’ecosistema, attraverso la resilienza della componente infrastrutturale, sia la sua governance”. E quando sono troppi a governare processi complessi, è chiaro che i rischi aumentano. Innanzitutto per gli incubent.
Che fare quindi? Adeguare il diritto: sicuramente. Facile a dirsi, ma difficile stare al passo dell’innovazione. E’ chiaro che servirà uno sforzo ampio per studiare contromisure. E in tal senso, le misure di regolazione finanziaria, che sono più elastiche rispetto a quelle emanate dai parlamenti sono uno strumento utile.
Ma prima di ogni cosa bisogna investire sulla consapevolezza. Non solo degli specialisti. Il punto di caduta di questa innovazione rimane il consumatore, ossia chi utilizza le piattaforme. Un buon modo per aumentare la resilienza del sistema, probabilmente, è riuscire a sviluppare l’expertise di ognuno di noi in chiave prudenziale. E’ un vaste programme, come direbbe qualcuno. Per questo conviene iniziare subito.
L’ultima evoluzione del central banking: la moneta digitale per il popolo
Nella storia della ricchezza che ho iniziato a scrivere, e della quale vi darò notizia su queste colonne dopo l’estate, uno dei capitoli centrali nell’analisi dell’età moderna sarà dedicato alla nascita del central banking e al ruolo fondamentale che ha interpretato per la costruzione di quella che chiameremo l’età dell’abbondanza. Ossia il tempo in cui la ricchezza non è stata più limitata dalla disponibilità materiale, ma è stata moltiplicata proprio grazie alla costante violazione di questi limiti. L’esempio più noto è quello della moltiplicazione del denaro.
Come abbia fatto il central banking a compiere questa sorta di miracolo lo scoprirete leggendo il libro. Intanto contentiamoci di sapere una cosa: nello svolgere questo ruolo la banca centrale è riuscita a generare fiducia innanzitutto proponendosi come obiettivo quello della difesa del valore della moneta, che nei secoli passati era stato strumento di svariate scorrerie ad opera dei sovrani emittenti.
Difendendo il valore della moneta, e quindi le promesse dei contratti, la banca centrale non ha solo generato un capitale fiduciario, che si rivelerà determinante nel processo di creazione ed accumulazione della ricchezza tramite il canale del credito, ma ha consentito a masse crescenti di cittadini di risparmiare in modo razionale. Usando un’iperbole, potremmo dire che la banca centrale è stata la prima autentica banca che ha lavorato (anche) per il popolo.
Capirete perciò perché ho letto con un certo interesse un intervento pubblicato qualche giorno fa che già dal titolo “CBDCs for the people” evoca questa vocazione – antica quanto misconosciuta – del central banking: l’essere appunto uno strumento che favorisce l’arricchimento del popolo.
Chi è abituato a considerare queste entità come strumenti della plutocrazia, al servizio di chissà quali oscuri disegni, storcerà il naso. Ma chi invece abbia la pazienza di studiarle, e di conoscerne la storia, scoprirà che questa iperbole non è poi così esagerata. Solo chi ragiona a somma zero non riesce ad accettare l’idea che facendo il gioco dei potenti si possa fare anche quello degli umili. E la banca centrale, in qualche modo, ha fatto proprio questo.
Ne riparleremo, appunto. Ma intanto contentiamoci di capire perché una central bank digital currency (CBDCs) può rivelarsi uno strumento per il popolo, come suggeriscono i nostri due oratori. E poi proviamo pure a trarne qualche conseguenza.
Molte delle cose che i due relatori hanno sottolineato le sapevamo già. Chi segue il blog regolarmente si sarà fatto una certa cultura sul significato e le motivazioni di una moneta digitale di banca centrale. Ma alcune cose vale la pena sottolinearle. Ad esempio il dato, riportato dalla Banca Mondiale, secondo il quale nel mondo 1,7 miliardi di adulti non hanno un conto corrente. Una cifra che sembra un’enormità, se considerate che dal conteggio sono esclusi i minori.
Questa informazione è doppiamente rilevante. Intanto perché porta con sé la possibilità che uno strumento di banca centrale possa facilitare la vita economica di questi soggetti, abilitandoli a forme di pagamento ulteriori rispetto al solo contante fisico, il cui uso peraltro declina da quando è cominciata la pandemia. Ciò ha effetti evidenti sulla capacità di questi soggetti di esprimere una domanda. Dando per scontato che i soldi, fisici o digitali, bisogna averli prima di spenderli, la facilità di spesa può aiutare a far circolare meglio, e in maniera più trasparente, le risorse in questione.
E qui entrano in gioco le banche centrali. O meglio, rientrano in gioco, visto che forniscono la valuta, oggi fisica domani digitale. Ma non solo: gestiscono il sistema dei pagamenti, nazionale e internazionale. E uno dei problemi dei cittadini “non bancati” è che contribuiscono molto poco a questo sistema.
In tal senso le monete digitali di banca centrale potrebbero servire a superare alcune barriere finanziarie che devono affrontare questi soggetti, ai quali – ma non solo – il titolo dell’intervento evidentemente si riferisce. Non da sole, magari. Ma possono aiutare. Collegando ad esempio diversi sistemi di pagamento, e quindi facilitando la circolazione del denaro.
Non solo. Il riferimento – non a caso – è sulle politiche sociali. Una CBDC è uno strumento perfetto per far arrivare direttamente denaro al popolo senza passare dal sistema bancario. Quindi sono uno strumento squisitamente politico. E per questo richiederà un impegno politico. Ad esempio favorendo l’alfabetizzazione informatica del popolo che la CBDC è chiamata a servire. E poi ci sono le questioni di privacy, ovviamente. La banconota è naturalmente anonima. La CBDC non necessariamente.
Su queste materie sono al lavoro le banche centrali, che da anni stanno svolgendo un notevole lavoro di analisi per individuare soluzioni possibili. L’obiettivo dell’inclusività porta naturalmente con sé quello dello sviluppo. E questo ci conduce al tema principale: il ruolo che le banche centrali hanno giocato nel crearele condizioni per il grande boom iniziato con la rivoluzione industriale. Ci sarà tempo per parlarne.
La teoria dell’eccesso di risparmio alla prova della realtà
Un approfondimento contenuto nell’ultimo World economic outlook del Fmi ci consente di fare il punto su una questione annosa che ci ha intrattenuto anche di recente per la semplice ragione che ormai fa parte a pieno titolo dell’infrastruttura di pensiero che regge il nostro discorso economico: il famoso global saving glut, che potremmo tradurre come eccesso di risparmio, all’origine, secondo questa teoria, del secolare ribasso del tasso naturale di interesse.
Per non ripetere cose già dette altrove, limitiamo la nostra osservazione a quanto proposto dal Fmi, che ha svolto un’analisi sulla questione usando i dati relativi a una quarantina di economie, avanzate ed emergenti. Prima però di andare a vedere i risultati, vale la pena osservare alcuni dati relativi all’andamento dell’indebitamento delle famiglie nel corso del 2020, che con la questione dell’eccesso di risparmio, a bene vedere, ha molto a che vedere.

Il grafico sopra è riferito solo alle economia avanzate, ma ci comunica già diverse informazioni. La prima che vale la pena sottolineare è quella relativa all’aumento dei debiti nella fascia più povera della popolazione, che si osserva per Usa (oltre il 10%), UK e moderatamente in Germania, mentre risulta essere diminuita in Francia e Italia.
Se guardiamo al secondo decile di reddito, la diminuzione per questi due paesi è ancora più pronunciata, mentre l’aumento dei debiti prosegue negli Usa, anche se più lentamente, accelera in Germania e UK. Dal quinto decile in poi, i debiti delle famiglie americane iniziano a diminuire. Spicca, nel decile più ricco, il caso italiano, dove i debiti sono aumentati del 20%. Quindi gli italiani più ricchi si sono indebitati massicciamente, esattamente come hanno fatto gli americani più poveri.
Un’evidenza che ci dice molto su queste economie. E che ha molto a che vedere col tema di cui stiamo discorrendo, visto che secondo la teoria l’eccesso di risparmio è frutto della diseguaglianza che, concentrando sui decili più alti le risorse, mette questa porzione di cittadini nella condizione di esprimere una domanda di asset che “spinge” i più poveri a indebitarsi e al tempo stesso fa declinare il tasso naturale di interesse.
Vediamo adesso cosa aggiunge l’analisi del Fmi a questa cornice teorica. Il primo punto è che il global saving glut non sarebbe un fenomeno limitato solo agli Usa, come fu in origine sottolineato dall’inventore di questa teoria, ma è un fenomeno globale.


I due grafici sopra confermano che sia nelle economie avanzate – con gli Usa a primeggiare – che in quelle emergenti, i più ricchi (Top 10) esprimono una quota rilevante del risparmio nazionale, mentre il 50% più povero ha un risparmio negativo.
Notate che l’osservazione è condotta a partire dalla metà degli anni Novanta. E se guardiamo alle economie avanzate, notiamo subito che la linea del top 10 europeo è sostanzialmente piatta, così come quella del bottom 50, con ciò somigliando al bottom 50 statunitense. Mentre la linea del top 10 Usa cresce nella seconda metà degli anni Dieci e poi si stabilizza.
Quindi se aumento di diseguaglianza c’è stato, almeno nella capacità di risparmio, deve essere intervenuto nelle fasce centrali. Nelle economie emergenti invece si osserva con chiarezza un aumento dei risparmi nei top 10, ma al tempo stesso (almeno in Cina) un andamento stabile del risparmio dei bottom 50. Insomma: non è molto agevole trarre conclusioni da queste osservazioni. Tantomeno slogan.
Il Fondo tuttavia sottolinea che “le famiglie ricche intorno al mondo possono essere state importanti contributori dell’eccesso di risparmio”, e poiché “una voluminosa letteratura” individua in questo eccesso uno dei driver del ribasso del tasso naturale di interesse, le due cose possono essersi combinate, con l’aggravante di un crescente eccesso di risparmio dei paesi emergenti esportatori che si è aggiunto a quello dei ricchi cospirando contro il povero tasso naturale.

Il grafico sopra mostra il deficit di conto corrente (current account CA) degli Usa, che solo in parte viene finanziato dai risparmi dei top 10, e quindi deve essere finanziato dall’estero, che infatti globalmente ha un CA positivo. Questo significa maggior debito per gli Usa, che vivono il paradosso di essere larghi produttori di risparmio e ancor più grandi consumatori di debito.
Adesso sarà interessante osservare cosa sarà di questa teoria, una volta che i tassi di interesse torneranno a salire, come sembra ormai inevitabile. Dopo tanta letteratura, un bagno di realtà farà bene a tutti. Specie a chi la scrive.
Non si ferma la corsa dei prezzi in Turchia
Gli ultimi dati diffusi dall’istituto turco di statistica confermano che la corsa dei prezzi nel paese rischia sempre più di finire definitivamente fuori controllo. L’inflazione, infatti, è aumentata del 7,25% ad aprile rispetto a marzo e quasi del 70% rispetto ad aprile 2021. Si conferma, insomma, l’accelerazione crescente osservata negli ultimi mesi, che ovviamente è stata aggravata dal contesto internazionale.

In questa situazione diventa sempre più difficile frenare il surriscaldamento dell’economia, anche perché il governo per adesso non sembra voler recedere dal proposito di tenere fermi i tassi. Una politica che ha favorito la svalutazione della moneta e quindi l’aumento dell’inflazione, in gran parte importata. La Turchia, infatti, è un’economia priva di risorge energetiche e in gran parte basata su un’industria di trasformazione, quindi molto sensibile agli andamenti inflazionistici globali.
Se guardiamo ai singoli settori, questa configurazione risulta evidente osservando come si sono distribuiti i rincari.

Come si può osservare, l’inflazione ha superato il 100% annuo nel settore dei trasporti, notoriamente energivoro. Ma anche il cibo, ovviamente, che più di altri in questo periodo ha subito notevoli rincari a livello internazionale. Su base mensile infatti è proprio su questo settore che si registra l’incremento più significativo.

Ovviamente il contesto internazionale gioca un ruolo importante nell’andamento dei prezzi in Turchia, esattamente come accade in molte economie. Ma i fattori interni, che già hanno scoraggiato notevolmente anche i prestatori esteri, sono ben più rilevanti. La Turchia, infatti, è l’unico paese dell’Ocse a mostrare tassi di inflazione così elevati. E non sembra che la corsa dei prezzi si fermerà tanto facilmente.
Cartolina. Mangino riso

Se Maria Antonietta fosse ancora fra noi direbbe la parola definitiva sull’ampio dibattito che si sta sviluppando sui notevoli problemi provocati dalla guerra agli approvvigionamenti alimentari, che pesano come un macigno sui paesi poveri. Col mais aumentato dell’80% in due anni, il grano raddoppiato e il sorgo anche di più, questi paesi rischiano letteralmente di morire di fame, visto che già la soffrono. A meno che non ascoltino il consiglio di Maria Antonietta rediviva – oggi la sua celebre (e probabilmente falsa) battuta riecheggia nei ragionamenti di tanti – che guardando il grafico dei prezzi non avrebbe dubbi. I poveri non hanno pane? Mangino riso.
Coi tassi Fed aumentano anche i rischi per il mattone
Guardare indietro per indovinare cosa ci stia davanti è un vecchio metodo degli osservatori di dinamiche sociali costantemente alle prese con i dilemmi provocati dall’incertezza. Giocoforza fare questo vecchio gioco quando si è alle prese con un cambio di paradigma come quello del central banking, ormai da un ventennio “liberato” dalla variabile che più di tutti giustificava la sua esistenza – il controllo dei prezzi – per la semplice ragione che sembrava si controllassero da soli, e adesso di nuovo nel turbine dell’inflazione.
Ed ecco di nuovo la domanda farsi strada: cosa succederà adesso che la Fed ha annunciato e iniziato ad attuare un rialzo sostenuto e progressivo di tassi? E per rispondere, torna il vecchio metodo: vediamo cosa è successo prima.
Questa camminata all’incontrario ce la offre la Fed di S.Louis, che ha pubblicato un ottimo approfondimento sui passati episodi di restrizione monetaria. O meglio, sugli effetti che hanno provocato sull’economia.
Ovviamente la Fed non si limita ad alzare i tassi e vedere che succede. La Banca è dotata di un modello previsionale che parte dall’ipotesi – ovvia – che l’aumento del tasso di riferimento aumenterà altri tassi fondamentali per l’economia, come quello sui mutui, sui prestiti automobilistici o quello sulle carte di credito. Insomma: i tassi che regolano la vita di tutti i giorni.
Ne consegue che la decisione della Fed si trasmette – o si dovrebbe trasmettere – sulle scelte di consumo delle famiglie esercitando una pressione al ribasso. Ma non solo sulle famiglie: vengono coinvolti anche le spese di investimento delle aziende. Facciamola semplice: un aumento del costo del credito rende quasi tutto più costoso, in un’economia che deve molta della sua salute al livello crescente dei debiti.
Da qui la scelta di osservare cosa sia successo nei sei episodi precedenti di rialzo dei tassi, che vengono riepilogati nella tabella sotto.

Per limitare il livello dell’osservazione, gli economisti della Fed di S.Louis hanno osservato l’andamento di solo tre variabili: i consumi reali di beni durevoli, gli investimenti reali residenziali e il tasso di disoccupazione. Le tre grandezze sono state rappresentate da altrettanti grafici, in ognuno dei quali una linea tratteggiata verticale indica il trimestre in cui il FOMC della Fed ha alzato i tassi di riferimento, mentre il periodo di osservazione viene esteso dai quattro trimestri antecedenti all’inasprimento agli otto successivi. La linea nera rappresenta i tassi di crescita della variabile osservata o il livello di disoccupazione, mentre l’area ombreggiata l’intervallo di tolleranza dei risultati. Adesso andiamo a vedere le singole curve.

Il grafico sopra rappresenta la domanda di beni durevoli (auto, mobili, elettrodomestici, ecc) negli intervalli di tempo prima e dopo l’aumento dei tassi. Nell’anno prima dell’aumento dei tassi, la domanda di questi beni era cresciuta fra il 6 e il 10%, per rimanere sostanzialmente invariata nei primi tre trimestri dopo l’aumento per poi decelerare nei periodi successivi. Vale la pena sottolineare che l’intervallo di tolleranza è molto ampio, quindi queste tendenze vanno considerate con prudenza.

Il grafico sopra racconta dell’andamento degli investimenti immobiliari. Il grafico lascia ipotizzare una maggiore sensibilità di questa componente della domanda agli andamenti dei tassi. Due trimestri dopo l’aumento, infatti, la curva ha cominciato a schiacciarsi avvicinandosi allo zero dopo l’ottavo trimestre. Notate che si è ridotto anche l’intervallo di tolleranza. Il che lascia sospettare che si tratti di una tendenza alquanto solida.

La disoccupazione era in calo prima del rialzo dei tassi e ha continuato a diminuire anche dopo per circa sei trimestre per stabilizzarsi in quelli successivi. Alla fine del periodo la disoccupazione era in media del 5,2%, un punto in meno rispetto alla media prima dell’aumento dei tassi. Insomma: sembra quasi che il tagli abbia giovato. O, più probabilmente, che il mercato non ci abbia fatto caso.
Da queste sommarie osservazioni, sembra di poter ricavare che l’unico settore che potrebbe scontare un rallentamento al termine del ciclo di rialzi annunciato dalla Fed sia quello immobiliare. Considerando i suoi andamenti recenti – crescita degli indici a doppia cifra in alcune città Usa – non è detto che sia un male. Almeno a voler rimanere ottimisti.
