Categoria: Annali
Gli italiani vogliono un futuro anni ’70? Basta che se lo paghino
Questo articolo è stato pubblicato mercoledì 19 giugno sull’inserto economico del Foglio.
L’infinito dibattito sulla patrimoniale in Italia ormai si traveste con la sua maschera più presentabile, ossia il costante alludere al risparmio degli italiani. “Una forza dell’Italia”, lo ha definito di recente il capo di Intesa, Carlo Messina, aggiungendosi alla lunghissima fila degli estimatori della ricchezza finanziaria privata del nostro paese. Una semplice ricerca sul web alla chiave “risparmio degli italiani” restituisce una fila sterminata di dichiarazioni, dal governo in giù. E non da oggi. Oggi semmai di nuovo c’è che il risparmio degli italiani è l’ospite fisso del dibattito politico. Il presidente della Consob, Paolo Savona, ha sottolineato nella sua prima relazione annuale, venerdì scorso, che “il risparmio degli italiani sostiene il debito pubblico”, deducendone per conseguenza che quest’ultimo potrebbe arrivare anche al 200 per cento del pil. È un clamoroso paradosso che il presidente dell’autorità di Borsa dia un messaggio contrario al suo mandato perché in controtendenza con la possibilità di fare rifiatare un mercato azionario asfittico: storicamente il mercato del debito distrae e drena risorse che potrebbero essere destinate al settore privato, ovvero alla Borsa, e Savona – a quanto pare – vorrebbe che continuasse così.
Gli economisti del Fondo monetario internazionale, nel febbraio scorso, hanno pubblicato un paper che ipotizzava la creazione di una moneta elettronica che replicasse il conio di quella analogica, capace non solo di condurre gradualmente all’eliminazione del contante ma di portare i tassi di interesse sui depositi bancari in territorio negativo. Un modo per far girare “spintaneamente” le risorse del settore privato nell’economia e scoraggiare la tesaurizzazione. Echi geselliani in un mondo sempre più terrorizzato dal risparmio inoperoso. O meglio, dal risparmio che non opera secondo i desiderata dei governi. Perché, a ben vedere, il punto è tutto qua. I governi, o per meglio dire le classi dirigenti, dopo aver favorito per decenni la crescita della ricchezza privata, adesso rivendicano il diritto di dire ai privati cosa debbano farci con i loro soldi.
Sempre Savona, nel suo discorso, ha auspicato “un’azione congiunta di settore privato e pubblico italiano per attivare investimenti aggiuntivi nell’ordine di 20 miliardi di euro, utilizzando risparmio interno”. Una proposta arrivata poco dopo quella del capo di Intesa di trovare un modo per mobilitare i mille miliardi di asset nel bilancio dello stato per attrarre il risparmio degli italiani. Idea che trascura la circostanza che nello stesso bilancio ci sia un passivo quasi tre volte superiore. Ma tant’è. La parola patrimoniale non si può dire. Chiunque la pronunci viene immediatamente scomunicato. Si va perciò verso formulazioni più anodine, tecniche, ma dal sottotitolo chiaro: ti chiedo i soldi ma ti do qualcosa in cambio. Ma cosa vogliono in cambio gli italiani?
Il problema è tutto qua. E la risposta non può arrivare (o almeno non solo) dal semplice calcolo economico. Le vicende del nostro paese, che somigliano a quanto sta accadendo altrove, ci dicono una cosa precisa: gli italiani vogliono più sicurezza. Quindi anche più sicurezza economica. E poiché il governo sottolinea il fatto che vuole garantire questa sicurezza. “Spero che l’Ue non mi impedisca di dar da mangiare agli italiani”, ha detto sempre Salvini, allora la politica deve rendere chiaro che la sicurezza ha un costo, e quella economica non fa eccezione.
Nel 2001 gli americani accettarono di scambiare libertà, sotto forma di minori diritti civili, per avere più sicurezza temendo nuove aggressioni terroristiche e approvarono il Patriot Act. Nel 2019 gli italiani possono decidere – se il governo o l’opposizione rendono loro chiara la domanda – di rinunciare a un pezzo della loro libertà economica, ossia a parte dei loro risparmi, in cambio di maggiore sicurezza economica. La politica lo proponga, rinunciando una volta per tutta alla finzione demagogica di fare credere che sia possibile avere la botte piena della ricchezza privata e la moglie ubriaca di debito pubblico, e chieda i voti su questo. Almeno scopriremo come vota la democrazia del portafogli.
Un Patriot Act economico concepito in questi termini dovrebbe essere capace di realizzare quei sogni che sembrano appartenere alla maggioranza degli italiani. Quindi un posto di lavoro garantito a vita. Affitti a equo canone. Una bella flat tax, ovviamente, come in Ungheria. Magari dimezzare l’Iva, che scoraggia i consumi, e un bel piano di condoni, fiscali ed edilizi, perché c’è sempre qualcuno che ha bisogno. E dulcis in fundo la pensione a sessant’anni o anche prima, in una meravigliosa riedizione degli anni Settanta che molti rimpiangono e promettono, senza però rendere chiaro il costo economico e sociale di queste promesse. A cominciare dal fatto che un bilancio pubblico che assorbe risparmio privato fa concorrenza al settore produttivo e finisce con l’indebolirlo, proprio quanto auspicato paradossalmente dal presidente dell’autorità di Borsa.
In cambio di questo ritorno al passato, visto che possiamo permettercelo, cediamo parte del nostro risparmio allo stato, in una sorta di riedizione retail del vincolo di portafogli, che così abbatte il suo debito facendo insieme felice l’Europa e gli italiani. Smetteremmo anche di prestare all’estero un risparmio che servirebbe assai meglio al nobile scopo di farci felici in patria, come sembra di capire leggendo il recente discorso di Savona e le dichiarazioni di Salvini & CO. che vorrebbero trasformarsi in gestori dei nostri risparmi sull’onda del sovranismo economico.
È probabile che politiche del genere, tempo un trentennio, ci riportino dove siamo oggi, con una ricchezza finanziaria che è il doppio del debito pubblico. Ma potremmo sempre cavarcela con un altro Patriot Act. Salvo che, per allora, non avremo imparato l’inesistenza dei pasti gratis. Ai pochi che obietteranno che la perdita della libertà economica finisce sempre col coincidere con quella della libertà politica, si può rispondere, parafrasando un celebre libro di Von Hayek, che la via della schiavitù è lastricata di buone intenzioni. E che alla maggioranza piace.
Cronicario: Il governo taglia l’aumento delle tasse
Proverbio del 25 giugno Per chi le cose nel momento giusto ogni giorno vale tre
Numero del giorno: 1.440 Prezzo in dollari dell’oncia d’oro, al massimo da sei anni
Per chi si fosse sintonizzato solo adesso: va tutto bene. Il governo del cambiamento sta procedendo spedito verso il sol della governabilità a venire che, come ci ha ricordato uno dei VicePremier, è l’unica garanzia contro il temutissimo governo dei tecnici che potrebbe persino sapere quello che fa e perciò interrompere un’emozione.
Ma state sereni, siamo ancora lontani da certe derive. Me ne convinco leggendo alcune illuminate dichiarazioni del ministro dell’economia, che rima (e non a caso) con Mammamia, che, fra le altre cose, assicura la ferma volontà del governo “di tenere il deficit basso e continuare con l’obiettivo di diminuzione del debito non attraverso l’innalzamento delle tasse ma attraverso più basse spese correnti”.
La migliore comunque è arrivata dopo. A chi gli chiedeva se, come giurato e spergiurato, nella prossima finanziaria arriverà l’gognatissimo taglio delle tasse, il ministro della (fanta)economia ha detto: “Certamente fa parte dei nostri obiettivi”. Ci sarebbe quella cosetta da una ventina di miliardi di Iva, che sempre tasse sono. Ed è qui che si può apprezzare il genio del governo del cambiamento. Infatti il mi(ni)ster ha spiegato che in “il parlamaneto l’ha approvato e perciò fa parte dell’attuale legge dello stato”. Aggiungendo però che “stiamo lavorando per evitarlo”. Quindi si tagliano quest’anno le tasse aumentate l’anno scorso.
Questo si che è un cambiamento.
A domani.
Lo spread fra interessi e crescita che fa lievitare il debito italiano
L’allarme lanciato dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco circa la sostenibilità del nostro debito è una buona occasione per provare a chiarire uno dei meccanismi più perniciosi che operano dall’interno del bilancio pubblico e che è all’origine della crescita “automatica” dell’indebitamento. Quello che i tecnici chiamano snowball, che potremmo tradurre con “palla di neve”, anche se forse sarebbe più corretto parlare di slavina, visto che lo snowball, autoalimentandosi, rischia di abbattersi proprio come una valanga sui nostri conti pubblici.
Visco ha accennato al problema sottolineando che “l’Italia è l’unico paese in cui il tasso di interesse sul debito pubblico, cioé l’onere, supera il tasso di crescita: è un problema”. Talmente che Bankitalia, nella sua ultima relazione annuale, ha ritenuto opportuno dedicare alla questione un approfondimento che vale la pena qui riepilogare.
L’anno scorso, scrive Bankitalia, il differenziale fra l’onere medio del debito pubblico italiano e la crescita nominale del prodotto ha originato un peggioramento del debito pubblico pari all’1,5% del pil. Questo incremento che si è praticamente “mangiato” l’avanzo primario pari all’1,6%. Questo spiega perché, in assenza di una crescita nominale, quindi al lordo dell’inflazione, pari almeno all’onere medio del debito pubblico, e lasciando da parte per un momento le altre componenti che provocano l’aumento (o la diminuzione) dell’indebitamento, è praticamente impossibile venire fuori dal lento strangolamento della nostra contabilità pubblica.
Detto altrimenti, per far diminuire il debito pubblico è necessario che il tasso di crescita del pil nominale sia superiore a quello del costo medio del debito pubblico. Concetto quest’ultimo che a molti risulta astruso ma che si può semplificare con un esempio: quando prendo a prestito del denaro per svolgere un’attività devo essere sempre in grado di ricavare da questa attività non solo quanto mi serve per ripagare il capitale, ma anche gli interessi sul capitale. Quindi se il mio debito ha un costo annuo mettiamo del tre cento, dovrei essere in grado di ricavare dalla mia attività un rendimento pari o superiore per ripagarlo. I debito italiano costa più di quanto riusciamo a guadagnare (pil). Una situazione che alla lunga rischia di diventare insostenibile. Da qui l’allarme di Visco.
I numeri del nostro bilancio confermano questa dinamica. Bankitalia ha raccolto il consolidato delle amministrazioni pubbliche, dal quale si evince, fra le altre cose, che nel 2018 abbiamo pagato 65 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico, quasi il 4% del pil.
E il grafico sotto consente di apprezzare quanto questo livello esorbitante di interessi – peraltro in netto calo dal 2013 grazie alle politiche della Bce – pesi sulla dinamica del nostro debito pubblico.
L’istogramma azzurro del grafico di sinistra, che misura il contributo crescita, non riesce a compensare il peso degli interessi sul debito e, cosa ancora più grave, l’anno scorso non è bastata neanche l’aggiunta dell’avanzo primario.
Il grafico ci dice anche un’altra cosa. Nel 2012 il differenziale fra costo degli interessi e crescita nominale, che nel 2018 si è collocato all’1,2%, era circa il 6%. Da allora c’è stato un notevole miglioramento, ma l’Italia nel 2018 rimaneva l’unico paese, insieme con la Grecia, dove il differenziale fra onere medio del debito e crescita era positivo. Gli altri paesi, grazie a una maggior crescita e minore spesa per interessi, si trovavano nella situazione opposta, come si può vedere dalla tabella sotto.
In sostanza, all’Italia, fra il 2015 e il 2018, è mancato un punto di pil di crescita nominale per disinnescare l’aumento inerziale del debito. Fermare la “palla di neve” che minaccia la nostra contabilità pubblica. Purtroppo non è andata così. E questo malgrado il robusto dimagrimento della spesa per interessi.
Il problema è che le prospettive non sembrano migliori. Al contrario. Il calo dell’onere medio del debito, che dovrebbe collocarsi intorno al 2,8% dopo essere arrivato al 2,9% nel 2018, si associa a una diminuzione assai più robusta della crescita prevista nelle ultime stime dell’Ue, che porta il differenziale addirittura all’1,5%. Saremmo l’unica economia europa, senza neanche più la Grecia, ad avere un differenziale positivo.
Per questa ragione la Commissione europea aveva stimato che fosse necessario un avanzo primario superiore al 2% l’anno. La qualcosa suona vagamente improbabile considerando il clima politico nel quale si agita la maggioranza di governo. In questo contesto suona drammaticamente concreta la possibilità dell’apertura di una procedura di infrazione. Il binomio niente austerità e poca crescita ha un esito praticamente obbligato: maggior debito. E questo dovrebbe esser chiaro a tutti. Almeno, a quasi tutti.
Cronicario: Io so dove sono le coperture ma non ve lo dico
Proverbio del 24 giugno Giudica il mondo con la bilancia dell’innocenza
Numero del giorno: 150.099 Numero di domande per Quota 100 arrivate all’Inps
Allora: abbiamo una ventina di miliardi abbondanti di clausole Iva da disinnescare giusto? Poi dobbiamo fare la flat tax (e che, non fai la flat pax?) – e sono secondo le ultime stime social del VicePremier SoTuttoIo, evoluzione naturale del VicePremier Unoemezzo, un 10-15 miliardi. Quindi ci sono gli investimenti ad alto moltiplicatore che chissà quanto ci costano (e che, non fai gli investimenti produttivi? la crescitaaaaa). E poi ci sarebbe quell’agevolazione, quella deduzione, quell’incoraggiamento, quel sostegno. Tutta roba assolutamente necessaria, questo e quell’altro, senza dimenticare quell’altro ancora.
Ecco, di fronte a tutto ciò, a un’Europa minacciosa, a mercati schifiltosi (ma comunque cari), crescita da paralitici rimane appesa nell’aria la tremenda domanda: dove sono le coperture per queste qualche decina di miliardi di spese?
Lo so che voi – ma neanche io, figuriamoci – non vi occupate di queste quisquilie e pinzillacchere, che è roba da ragionieri che non sanno volare sul tappeto volante dei minibot o di chissà cos’altro ferve nella ripida immaginazione del governo del cambiamento. Epperò senza coperture, come insegnano i carpentieri, entra acqua dai tetti. E figuratevi che capita a un bilancio statale.
Perciò capirete che persino gli informatori nazionali, quelli che parlano coi politici credendo persino a quel che dicono, a un certo punto abbiano fatto la suddetta domanda (e le coperture?) a un sottosegretario del cambiamento, che ha risposto così: “Le coperture della flat tax? Non le dico altrimenti Xxxx me le ruba…”. Xxxx è un altro Vicepremier, ma di complemento (di Due) che appartiene pure al partito avverso/alleato. Al quale il nostro eroico sottosegretario, immagino per far capire quanto sta sul pezzo chiede le “coperture del salario minimo”, misura che in una certa forma “è dannosa per le imprese” ed è stata bocciata “da tutto il mondo economico”.
Io la so, la copertura, ma non ve la dico.
A domani.
Il peso insostenibile del ritardo digitale in Italia
Poiché tutto si tiene, non dovremmo stupirci che al livello di istruzione ancora carente nel nostro paese corrisponda un notevole ritardo digitale che ha effetti deprimenti sul nostro mercato del lavoro e sulla produttività delle imprese. E stendiamo un livello pietoso sulla qualità dei nostri servizi. Gli italiani sono molto indietro, come ci ricorda Bankitalia nella sua ultima relazione annuale, e il confronto con gli altri paesi europei è scoraggiante.
Peggio ancora, si va nelle direzione opposta di un miglioramento. “Nel 2010, scrive la Banca – in Italia il settore dell’economia digitale contribuiva per il 5,7 per cento al valore aggiunto del totale dell’economia, un livello inferiore al 6,5 per cento della media europea. Tale quota in Italia è diminuita al 5 per cento nel 2017, in controtendenza rispetto alla Germania e alla media dell’Unione europea”.
La prima conseguenza che deriva da questo stato di cose, che suona vagamente paradossale in un paese che primeggia per l’uso di smartphone, è che “l’impiego delle nuove tecnologie nelle diverse attività economiche è basso”. Siamo bravissimi a farci i selfie e postarli sui social, meno a usare la tecnologia per migliorare la qualità della nostra vita. Bankitalia ci fornisce alcuni dati di confronto molto istruttivi. “Nel 2018 solo il 10 per cento delle aziende italiane ha realizzato almeno l’1 per cento del fatturato attraverso il commercio elettronico, contro il 17 della media europea e il 20 in Germania. Rimane inferiore in Italia, seppure meno distante dagli standard internazionali, la quota di imprese che utilizzano servizi di cloud computing (23 contro 26 per cento nella media
UE). In Italia la presenza di robot industriali (2,6 robot ogni 1.000 addetti) risulta superiore rispetto alla Francia e alla Spagna, ma resta discosta dai valori raggiunti in paesi con una specializzazione produttiva simile (4,5 robot per 1.000 addetti in Germania)”.
Il ritardo digitale non riguarda solo le imprese, ovviamente. Sempre perché tutto si tiene.
“Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni – sottolinea Bankitalia – , nel 2018 solo il 33 per cento della popolazione italiana ha utilizzato strumenti digitali nello svolgimento delle proprie mansioni; nella media Ue la percentuale è pari al 42 per cento”. E non finisce qui. “È bassa anche la diffusione di competenze digitali nella popolazione: solo il 41 per cento degli adulti possiede abilità digitali di base, 15 punti in meno rispetto alla media UE”. Non è per nulla sorprendente che “il gap interessa tutte le fasce di età ed è particolarmente ampio tra gli individui che non hanno terminato il ciclo di studi superiori”.
Cosa provoca tutto ciò? Semplice: “Il basso fabbisogno di competenze digitali nel mercato del lavoro e la scarsa dimestichezza della popolazione con le tecnologie digitali interagiscono influenzandosi a vicenda: da un lato, gli individui possono trovare infatti poco conveniente acquisire capacità scarsamente richieste dalle imprese, dall’altro, la difficoltà di reperire forza lavoro con competenze adeguate può scoraggiare l’adozione di processi produttivi innovativi da parte delle aziende”.
Il costo del ritardo digitale non è soltanto quello che paghiamo oggi. Ma soprattutto quello che pagheremo domani. “A causa dei ritardi nella trasformazione digitale, l’Italia rischia dunque di perdere un’occasione che potrebbe consentirle di recuperare competitività”. E di questo non parla mai nessuno.
Cronicario: E dopo la Cassa ci mangiamo la cassata
Proverbio del 21 giugno Il petto dei saggi è la tomba dei segreti
Numero del giorno: 21.000.000.000 Bolletta petrolifera italiana nel 2019 nelle stime dell’UP
Ora che la Cassa depositi e (soprattutto) prestiti ha annunciato che verserà al governo del cambiamento, come da costui gentilmente richiesto, il resto del dividendo che aveva messo da parte per i tempi magri, non ci resta che prepararci alle cose belle che si stanno organizzando per noi, plasticamente illustrate nella meravigliosa lettera che il Primo minestra ha mandato a quegli insensibili della commissione Ue.
Peraltro non è che non ci stiamo provando a rispettare i patti. Per dire: il nostro ha ricordato che “per il 2020 il governo ha ribadito che intende conseguire un miglioramento di 0,2 punti percentuali nel saldo strutturale di bilancio. In linea con la legislazione vigente, il programma di stabilità prevede un aumento delle imposte indirette pari a quasi l’1,3% del pil, che entrerebbe in vigore nel gennaio 2020”.
Nel senso che è previsto l’aumento dell’Iva, ma al condizionale, quindi rassicuratevi. Ma nel caso ve lo foste dimenticato, ecco cosa ci aspetta l’anno prossimo se il governo del cambiamento di aliquote non trova una ventina di miliardi per cambiare le clausole di salvaguardia.
Paura? Non temete, perché a metà mattinata è planato su di noi Capitan Italia, meglio noto come Vicepremier Unoemezzo, che col suo scudo scacciaspread ha detto: “”I soldi ci sono, basta volerli usare”. E soprattutto: “Non ci sarà alcuna manovra correttiva”. E infine: “La Ue non impedirà la crescita dell’Italia”.
Così finalmente è diventato chiaro cosa ci aspetta, dopo che ci siamo mangiati la Cassa.
Poi caffé e ammazzacaffé. Giusto in tempo per l’inizio della Quaresima.
Buon week end.
Cartolina: Lavorare meno, ma con Dignità
Non basta la forza della legge, a quanto pare, a garantire un lavoro dignitoso. Ciò che la dignità imposta per decreto ha realizzato, col contributo dell’ennesimo rallentamento ciclico, è la diminuzione dal 51 al 48 per cento della probabilità di rimanere occupato per chi aveva iniziato un rapporto di lavoro a termine nei dodici mesi precedenti. “Al calo – scrive Bankitalia nella sua relazione annuale – avrebbero contribuito, in parti uguali, il peggioramento delle condizioni cicliche e i nuovi vincoli”. Il vincolo della Dignità per decreto ha generato un nuovo diritto. Quello di lavorare meno.
Cronicario: Ci estingueremo, ma con la flat pax
Proverbio del 20 giugno L’eccesso di nettare è un veleno
Numero del giorno: 42,1 Quota % italiani 20-34enni sovra-istruiti rispetto alla loro occupazione
Siccome le ottime notizie abbondano nel nostro meraviglioso paese, oggi mi voglio rovinare e ve ne dico due insieme. Anzi: crepino l’avarizia e i vincoli Ue: ve ne dico persino tre. La prima è la migliore: finalmente ci stiamo estinguendo.
Ci stiamo mettendo un po’ troppo, è vero. Però le ultime dall’Istat sono rassicuranti. Il capo dell’istituto giura che stiamo vivendo una crisi demografica che ricorda quella del 1917-18, quando oltre alla guerra contribuì a sterminarci pure la spagnola, che non era un commissario Ue (ancora non c’erano: nostalgia canaglia) ma un’influenza. Oggi che ci sono pure i commissari Ue speriamo di far meglio. E infatti ce la stiamo mettendo tutta. Per dire: nel 2018 sono nati circa 439 mila bambini, 140 mila in meno rispetto al 2008. Ciò malgrado solo il 5% degli intervistati dichiari che di avere figli proprio non ha voglia. Dal che uno potrebbe pensare che l’altro 95% non veda l’ora. Senonché poi si scopre che il 45% delle donne fra i 18 e i 49 anni (dato 2016) non ha figli.
La lenta estinzione dell’italica stirpe – ormai è chiaro a tutti – è il modo più intelligente che abbiamo trovato per non ripagare il debito pubblico, visto che le speranze di abbatterlo con la crescita del pil – e questa è la seconda buona notizia – sono ridotte al lumicino. Sempre Istat, nel suo rapporto annuale, dice che è probabile che nel secondo trimestre la crescita sarà negativa. Col che finalmente penetriamo il senso profondo di certi annunci del nostro beneamato governo.
Ma siccome le gioie non finiscono mai, ci pensa il nostro VicePremier Unoemezzo a mettere la ciliegina sulla torta della nostra dolcissima estinzione. Gli bastano due paroline magiche ormai capaci di evocare gioia e felicita: flat tax. “Noi vogliamo abbassare le tasse, soprattutto con la flat tax per famiglie monoreddito, partite Iva, artigiani, piccoli imprenditori. Per redditi fino a 65mila euro ci sarà l’aliquota del 15%, fino a 100mila euro del 20%”.
Ora non voglio ripetere cose che già sapete. Ma ricordarle si.
In pratica se si adottassero le aliquote promesse, il governo avrebbe davvero fatto il miracolo di far estinguere il prelievo fiscale ancor prima di noi. Il che, ne converrete, è meraviglioso: potremo spendere i nostri ottocento e passa miliarducci l’anno senza più avere la seccatura di preoccuparci delle entrate. E soprattutto finalmente si realizzerà la profezia contenuta nel sacro contratto di governo.
Con la flat tax, finalmente trasformata in flat pax finalmente ci estingueremo felicemente. RIP.
A domani.
Perché non basta l’economia a spiegare il declino demografico
Un bel paper pubblicato di recente dal NBER dedicato al declino demografico che ormai da oltre un secolo interessa l’Europa, prova finalmente a portare l’attenzione su fattori diversi da quelli economici che, “pur se necessari” non vengono giudicati sufficienti a spiegare quella “transizione demografica” che ci ha condotti dove siamo adesso: ossia abitanti di società destinate a un invecchiamento che sembra irreversibile.
Per i lettori di questo blog non sarà una sorpresa scoprire che i fenomeni culturali – ossia l’evoluzione delle norme sociali – contribuiscono almeno parimenti alla scelta di avere o non aver figli. E d’altronde è noto da tempo agli specialisti che l’approccio economicistico, che tende a spiegare tutto in termini di costo/opportunità, conviva più o meno felicemente osservato, con quello socio-antropologico che dà invece priorità all’evoluzione del contesto. Molto salomonicamente, gli autori del nostro paper liquidano la controversia sottolineando come “le influenze culturali ed economiche hanno giocato entrambi un ruolo importante ruolo nella transizione della fertilità”. Con ciò regalando finalmente una parvenza di scientificità al buon senso comune.
Detto ciò, è interessante osservare quali possano essere alcune determinanti di queste “influenze culturali”. Mentre molto si scrive e si dice su quelle economiche – gli incentivi monetari a fare o non fare figli – poco si discute della forza delle idee che sono capaci di impattare quanto e forse più del semplice incentivo economico in una decisione così importante. Nel nostro piccolo abbiamo provato a far emergere questo curioso paradosso discorrendo di come Francia e Germania, che pure condividono una notevole prossimità geografica, oltre che culturale, abbiano demografie completamente differenti. E questo malgrado lo stato tedesco non manchi di incentivi economici alle famiglie.
Il nostro paper, analizzando un dataset che spazia dal 1830 al 1970 si dedica proprio all’importanza delle influenze culturali e si focalizza su quelle che sono provenute dall’area di lingua francese, giudicata una delle determinanti del cambio comportamentale che ha contribuito alla transizione demografica. Sembra proprio che, per colmo di paradosso, la Francia, uno dei pochi paesi europei ad avere un saldo demografico quasi positivo, sia sta la “mamma” del declino della fertilità che piano piano si è contagiato agli altri paesi.
Le famiglie francesi infatti, secondo quanto riportato, hanno visto declinare in modo permanente il proprio livello di fertilità “fino ai livelli moderni” già da prima del 1830. Sono state antesignane, insomma. Anche se tale “modernità” non si è diffusa con la stessa rapidità dappertutto. I dipartimenti bretoni, ad esempio, più lontani dalla cultura media francese raggiungeranno i livelli media di fertilità solo nel 1905.
Rimane aperta la questione sul perché la Francia abbia sperimentato con così largo anticipo il declino demografico. Nel paper vengono ricordati i fattori politici e culturali, culminati nella rivoluzione francese. Rimane il fatto che quando il declino iniziò ad apparire evidente, nella seconda metà del XVIII secolo, “molti osservatori contemporanei lo attribuirono a un cambiamento degli standard morali”.
Vale la pena riportare, se non altro perché sembrano scritte oggi, le elucubrazioni di Jean Baptiste Moheau che nelle sue Recherches et considérations sur la population de la France del 1778 notava come “i francesi stanno facendo meno figli che in passato perché la gente è più interessata ai propri egoistici interessi ed è meno disposta a sopportare l’alto costo di avere figli, e al tempo stesso non sente più l’obbligo morale di riprodursi per dovere religioso e civile”. Dovere religioso e civile, notate bene. L’affievolimento del senso civico-religioso, quindi, come contraltare dell’emersione della propria individualità. Confina con la nota di colore l’annotazione di uno studio, sempre citato nel paper, secondo il quale “la sottoscrizione all’Enciclopedia di Diderot, risultava, nel 1831, correlata negativamente con la fertilità nei vari dipartimenti”.
Ma è più interessante osservare che “il declino della fertilità si è verificato molto prima e inizialmente in modo più ampio nelle comunità culturalmente più vicine ai francesi, mentre la transizione della fertilità si diffuse solo più tardi a quelle società che erano più distanti da questa frontiera culturale”. Distanti innanzitutto linguisticamente. Ad esempio in Belgio, le comunità francofone vallone hanno visto declinare la propria fertilità assai prima di quelle di lingua olandese. Le lingue d’altronde, sono una determinante fondamentale delle relazioni economiche e ciò malgrado questo contributo viene totalmente ignorato nell’analisi economica, che tende a ragionare come se tutti parlassero inglese. E non è il solo, ovviamente.
Come ogni generalizzazione, ovviamente, anche quelle del paper vanno prese con le pinze, e valgono come elemento di dibattito non certo come verità acquisite. E tuttavia vale la pena discorrerne, se non altro per compensare certe analisi monoculari che riducono la decisione di avere figli a una semplice scelta di portafoglio. In particolare, vale la pena osservare che “in media, società con maggiore livello di istruzione, minore mortalità infantile, maggiore urbanizzazione e più alta densità della popolazione avevano livelli più bassi di fertilità durante il 19 ° e il 20 ° secolo”. Il benessere, si potrebbe dire, sembra scoraggi la natalità. Sempre per colmo di paradosso.
Nell’analisi degli economisti, che viene sviluppata in un modello, le scelte di fertilità vengono compiute tenendo conto dei costi intrinseci e dei benefici, ma anche “delle norme diffuse nei gruppi culturali vicini”. Sicché “la transizione da alta a bassa fertilità è il risultato dell’innovazione sociale e delle influenze sociali”. Una di queste innovazione è stato l’affievolimento dello stigma “associato al controllo della fertilità all’interno del matrimonio”, sottolineano. Quindi in sostanza, l’affievolimento di una prassi di natura anche religiosa, come gli stessi economisti osservano.
Insomma, la transizione demografica è in qualche modo legata alla secolarizzazione delle nostre società. Quest’ultima, d’altronde, ha favorito il suo arricchimento, visto che è associata all’emersione della borghesia e del capitalismo, che a sua volta ha generato le idee (francesi ma non solo) che hanno condotto al calo della natalità. Forse il capitalismo morirà di vecchiaia. Ma questa conclusione non fa parte del paper. Per due economisti è un po’ troppo.
C’è sempre più estero negli investimenti finanziari delle famiglie italiane
Fra le tante informazioni utili che si possono leggere sfogliando l’ultima relazione annuale di Bankitalia, vale la pena segnalare quelle raccolte attorno a una questione che pare stia diventando sempre più strategica nella gestione del dibattito pubblico, ossia la ricchezza delle famiglie italiane. Da quando le cattive condizioni della finanza pubblica sono diventate un tema d’interesse internazionale infatti – ossia da quasi un trentennio – i salvadanai degli italiani sono l’argomento preferito dei politici. Quasi che gli uni compensassero l’altra, e chissà se un giorno non sarà davvero così.
In attesa di scoprirlo, è interessante sapere cosa ne pensino gli interessati, ossia le famiglie, e quindi osservare le loro scelte di investimento, che sono un ottima cartina tornasole per provare a indovinare dove si diriga la fiducia degli italiani.
Cominciamo da un’osservazione generale. “Tra le principali economie dell’area dell’euro, l’Italia è il paese che nel
2018 ha registrato il maggiore calo delle attività finanziarie nel portafoglio delle famiglie”, sottolinea Bankitalia, specificando che “la perdita di valore delle attività finanziarie, pari nell’anno al 4,4 per cento e a oltre 190 miliardi è stata recuperata per meno della metà con l’aumento dei corsi nei primi mesi del 2019”.
La performance peggiore che si è registrata nel nostro paese dipende da vari fattori, ovviamente, interni ed esterni. Ma ciò che è emerso è che nella seconda parte del 2018 le famiglie hanno ridotto gli investimenti in attività finanziarie per circa il 20% del totale, per un importo pari a 37 miliardi. Sono cresciuti i depositi a vista e gli acquisti di polizze assicurative a rendimento minimo garantito. Al contrario sono state vendute azioni e sono diminuite anche le quote di fondi comuni sottoscritti.
E’ interessante osservare che “nonostante la volatilità dei prezzi, sono tornati a crescere gli acquisti di titoli di Stato che garantiscono rendimenti alti ai risparmiatori che li mantengono in portafoglio fino alla scadenza”. La tabella sotto riepiloga lo stato degli attivi nel 2018 nel confronto con l’anno precedente. Come si può osservare la quota di titoli pubblici è passata dal 3 a, 3,3%.
L’aspetto più interessante, tuttavia, è l’accresciuta propensione delle famiglie a sottoscrivere quote di fondi comuni e previdenziali diversi dal Tfr. Nel 2018 queste quote hanno raggiunto il 31% del totale, a fronte del 17 del 2017. “Questi strumenti hanno consentito ai risparmiatori di diversificare maggiormente i rischi del portafoglio, anche attraverso più ampi investimenti sui mercati internazionali”. E questo è un punto saliente. “Sebbene le attività verso residenti rimangano largamente prevalenti, – spiega Bankitalia – le attività verso non residenti registrano un aumento rilevante, dall’11 al 24 per cento del portafoglio finanziario”.
La conclusione a cui arriva Bankitalia, ossia che le famiglie spostano sempre più all’estero i propri risparmi, si ricava riclassificando gli attivi secondo un metodo econometrico (look through) che permette di conoscere le attività sottostanti ai prodotti del risparmio gestito. Si tratta di uno strumento che ha qualche limite, ma che comunque consente di osservare con maggior finezza i flussi lordi degli investimenti, andando a vedere su quali asset i gestori indirizzino i loro acquisti.
Bankitalia ha svolto un confronto fra i dati del 2014 e quelli del 2018 (tabella sotto) che ci consente di avere alcune informazioni.
La prima, più evidente, è che c’è stato un calo rilevante del peso del comparto obbligazionario, 14 punti percentuali, in parte guidato dalle obbligazioni bancarie, pure se le obbligazioni rimangono la componente prevalente (65%) del portafoglio delle famiglie. “Il calo delle obbligazioni – spiega la Banca – è riconducibile ai titoli di Stato italiani e alle obbligazioni bancarie; è invece aumentato il peso delle obbligazioni estere, in particolare di quelle emesse da società non finanziarie”. Quanto a queste ultime è emerso che tramite il risparmio gestito le famiglie hanno investito in obbligazioni emesse da imprese non finanziarie Usa e francesi.
Insomma, pure se la voglia di Btp è tornata timidamente ad affacciarsi nele preferenze della famiglie, quella di investire all’estero è stata assai più robusta. Prima l’Italia è facile a dirsi. Comprare prima l’Italia è un po’ più difficile a farsi.



























