Categoria: Annali

La lenta erosione dell’offerta di lavoro in Italia

L’ultima relazione annuale di Bankitalia ci consente di raccogliere parecchie informazioni su una delle due gambe che consentono al mercato del lavoro di camminare, ossia l’offerta di lavoro. Quindi la quantità (e la qualità) dei lavoratori che offrono i propri servizi nella speranza di incontrare una domanda da parte delle imprese. È evidente che un’offerta carente è problematica quanto una domanda carente. Perciò è importante che un’economia disponga di un’offerta di lavoro adeguata, oltre ad essere in grado di occuparla per limitare la disoccupazione.

In statistica queste grandezze vengono misurate dal tasso di attività, che è il rapporto tra la forza lavoro (occupati+disoccupati) e la popolazione in età lavorativa, quello di occupazione, che è il rapporto fra il totale degli occupati e la popolazione in età lavorativa, e quello di disoccupazione, che è il rapporto fra le persone in cerca di lavoro e la forza lavoro. Utile ricordare questi concetti perché ci consentono di comprendere meglio la tabella proposta da Bankitalia, che è articolata per classi di età.

Ad esempio: è ovvio che i tassi di attività e di partecipazione più elevati si osservino nella classe dei 25-54 anni, mentre di solito la disoccupazione tende a concentrarsi nella coorti più giovani della popolazione. Complessivamente fra il 2017 e il 2018 il tasso di partecipazione in Italia è cresciuto, ma questo aumento è dovuto in larga parte all’incremento di partecipazione della classe dei 55-64enni (+1,5%), più elevato della somma della crescita degli occupati fra i 15-54enni (+1%). Non è un fenomeno isolato. Si tratta di una tendenza iniziata col nuovo secolo e conseguenza delle varie riforme pensionistiche che hanno ritardato l’età del pensionamento. “Dal 2000 a oggi – scrive Bankitalia – il tasso di partecipazione nella classe di età 55-64 anni è quasi raddoppiato (dal 30 al 57%), ed è aumentato di poco meno anche quello degli individui di età compresa tra i 65 e i 74 anni (dal 5 al 9%)”.

Ciò ha contributo alla crescita della partecipazione, che nel 2018 è arrivata al 65,2% (+0,2% sul 2017), “il livello più elevato dal 1977”. Una crescita distribuita fra uomini e donne e più concentrata nel centro-nord, dove “maggiore è l’incidenza sulla popolazione in età da lavoro degli occupati più anziani, direttamente interessati dall’innalzamento dell’età di pensionamento”.

Senonché l’arrivo di Quota 100 potrebbe arrestare questa crescita di partecipazione, se non proprio invertirla, anche perché a questa norma si è aggiunta anche quella che sospende fino al 2026 l’adeguamento biennale delle aspettative di vita per la pensione anticipata. “Nel complesso – scrive via Nazionale – le nuove norme consentono l’anticipazione della pensione minima fino a cinque anni”: Bankitalia stima che la piena adesione a Quota 100 abbasserebbe la partecipazione fino a 0,6 punti percentuali entro il 2020.

Si è detto che il pensionamento anticipato servirà a trasformare tanti disoccupati in occupati. Ma è una solo speranza. “Sulla base delle evidenze disponibili per i paesi dell’area dell’euro e per l’Italia, è poco probabile che l’uscita anticipata di alcune coorti di lavoratori più anziani possa avere ricadute significative sulla domanda di lavoro per gli individui di altre classi di età nel settore privato”. Quanto al pubblico, dipenderà dalle decisioni che verranno preso per il turnover reale e dai tempi per espletare i concorsi. Nel frattempo la partecipazione è destinata a diminuire. E non soltanto per Quota 100. Anche il Reddito di cittadinanza potrebbe svolgere un effetto dissuasivo sull’offerta di lavoro.

Sempre Bankitalia nota come “il sussidio, la cui generosità decresce significativamente all’aumentare del reddito da lavoro, potrà scoraggiare l’accettazione o la prosecuzione di rapporti di lavoro precari e non particolarmente remunerativi”. Secondo le stime della Banca, i lavoratori 15-64enni che guadagnano meno o almeno quanto potrebbero incassare col RdC “rappresentano fino allo 0,5% del totale” degli occupati. Per giunta, il “disincentivo all’occupazione si concentrerebbe in segmenti con prospettive occupazionali già limitate (persone giovani, con impieghi precari e nel Mezzogiorno), che risentirebbero ulteriormente di prolungati periodi di inattività”. Senza considerare che potrebbe incentivare forme di lavoro irregolare.

Il problema si aggrava se si osserva che all’erosione quantitativa dell’offerta di lavoro, si aggiunge quella qualitativa. Per averne un’idea possiamo guardare a quella che Bankitalia chiama “Brain drain”, la famosa “fuga di cervelli”. Fino ad oggi l’incremento della partecipazione al lavoro, iniziato dal 2011 – dopo la legge che allungava l’età lavorativa – è riuscito a bilanciare il calo dei residenti in Italia, iniziato nel 2015 e ormai in piena accelerazione. Anche nel 2018 la popolazione è diminuita di 90.000 unità (-0,2%) nonostante il contributo netto dato dal saldo migratorio di circa 190.000 persone. Ciò in quanto le uscite dal paese hanno registrato “il massimo storico dal 1981”, ossia da quando sono iniziate le rilevazioni.

Questa emigrazione, che solo nel 2018 ha coinvolto 120.000 persone (5.000 in più rispetto al 2017), nel periodo fra il 2007 e il 2018 ha provocato un saldo migratorio netto negativo per 492.000 unità. Il fatto che dovrebbe farci riflettere è che “le uscite hanno coinvolto i giovani e i laureati in modo ancora più significativo rispetto agli anni precedenti la Grande Recessione: tra i primi la percentuale è passata dallo 0,1 nel 2007 a circa lo 0,5 nel 2017, tra i secondi dallo 0,2 allo 0,4”. A emigrare non sono solo i meridionali, ma anche gli abitanti del centro e del nord.

Questo drenaggio di capitale umano ha alcuni effetti negativi per il nostro tessuto economico. Alcuni studi osservano che questi flussi in uscita, specie quelli di giovani, rischiano di ridurre il potenziale di fare impresa di un paese. I risultati di uno di questi mostrano che “l’impatto dell’emigrazione sulla creazione di nuove imprese è negativo, soprattutto per quelle con soci o manager al di sotto dei 45 anni e nelle aree del Paese con una struttura demografica più giovane. Per giunta “la relazione negativa tra emigrazione e imprenditorialità riguarda ogni area del Paese e tutti i settori, sia quelli a basso valore aggiunto sia quelli più avanzati; incide negativamente anche sulla creazione di start up innovative”.

Insomma, pensionamenti anticipati dagli esiti incerti, sussidi che “spiazzano” retribuzioni di mercato, emigrazione. Il combinato disposto di questi fenomeni agisce con profondità sulla nostra offerta di lavoro, che a quanto pare soffre per un pregiudizio molto diffuso nel nostro paese secondo il quale basta far crescere la domanda di lavoro per far funzionare l’economia. Ma è un pregiudizio che alla lunga rischia di far danni. Non è solo la domanda a creare l’offerta. Vale anche il contrario.

Cronicario: Svegliarsi con 93mila euro di debito e stare sereni

Proverbio del 17 giugno Legifera con severità, giudica con clemenza

Numero del giorno: 2,4 Crescita % costo orario manodopera nell’EZ nel IQ 2019 su IQ2018

Puntuale come una cambiale (in fondo è una cambialona) arriva l’aggiornamento mensile di fabbisogno e debito di Bankitalia che ci regala una gioia dopo l’altra: non solo cresce il debito pubblico – che come sanno i geni è ricchezza privata (cit.) – ma aumenta anche il prelievo fiscale, che è futura ricchezza privata (semicit.).

In questo fiorire di ottime notizie, che vanno a guastare le festa a quei cattivoni dell’Ue che minacciano di metterci in punizione, arrivano stonati i cori delle associazioni dei consumatori che, avendo frainteso la natura del debito pubblico “a cui si deve essere restituita la dignità” (cit.), come ha ammonito l’ex ministro Pamplona assurto ad altri incarichi, si lamentano di una situazione di debito crescente…

..che scarica sulle spalle di oltre 25 milioni di famiglie circa 93 mila euri pro capite di debiti.

Adesso non state a preoccuparvi. Intanto bisogna sapere dove risiede questo debituccio.

Quindi notare che per circa il 70% sta già a casa nostra. E fra di noi ci si capisce. Una mano lava l’altra e via dicendo. Se guardate bene scoprirete persino che una bella fetta di questo debito ce l’hanno Bankitalia e poi banche e assicurazioni, dove tenete il vostro gruzzoletto. In sostanza i soggetti che hanno più della metà di questo debito pubblico sono gli stessi dove tenete i vostri spiccioli.

Ma #statesereni.

A domani.

La lunga marcia dell’Hi tech cinese

Alcuni giorni fa Huawei, racconta il Wall street Journal, ha deciso di rivolgersi a un tribunale texano chiedendogli di valutare con un giudizio sommario la costituzionalità del provvedimento del governo Usa che vieta alle agenzie federali e ai suoi contractor di utilizzare la tecnologia cinese per ragioni di cybersicurezza. Una sostanziale estromissione di Huawei dal mercato Usa, cui è seguita poco dopo la decisione di Google di militare al gigante tecnologico (e telefonico) cinese l’accesso alla sua versione di Android. Aldilà del merito giuridico, il tribunale dovrebbe pronunciarsi dopo l’estate, questa diatriba contiene in nuce tutti gli elementi della singolar tenzone che la Cina e gli Usa stanno combattendo che ha in palio nientemeno che la supremazia nell’Hi tech. O quantomeno una competizione autentica su un settore che finora ha visto le compagnie americane primeggiare senza autentici concorrenti. L’Europa, infatti, brilla per la sua assenza nel settore più strategico della contemporaneità.

Molti, che guardano ai cinesi come sostanziali produttori di paccottiglia, si stupiranno nello scoprire quanto sia cambiata l’economia cinese negli ultimi dieci anni. Basta un semplice grafico per osservarla.

Questo è l’esito dell’ennesima lunga marcia che la Cina ha compiuto per trasformare la sua economia da “fabbrica del mondo”, come la definisce Ispi in un suo recente rapporto dedicato alla sfida tecnologica fra Usa e Cina, a potenza hi tech, in predicato di primeggiare su tecnologia strategiche come il 5G e l’intelligenza artificiale.

Come è stato possibile tutto questo? Vale la pena saperlo perché ci ricorda un principio molto semplice ma spesso trascurato nel nostro dibattito pubblico: si va lontano se si sa dove si vuole arrivare. Al contrario, non va da nessuna parte – e noi italiani lo sappiamo fin troppo bene – chi non ha alcuna visione del proprio futuro.

I cinesi, al contrario, una visione ce l’hanno, e da tempo. Già nel 1978 le autorità discutevano della necessità di realizzare un modello di crescita innovativo e sostenibile. Proprio quell’anno fu convocata la prima National Science Conference dove Deng Xiaoping esortò i cinesi a ricordare che scienza e tecnologia erano forze produttive strategiche e la chiave per la “quarta modernizzazione” della Cina. Fu in quel periodo che si implementò lo sfruttamento delle “terre rare”, oggi divenute altamente strategiche nell’Hi tech, e delle quali la Cina è grande produttrice.

Da allora moltissima acqua (e soprattutto investimenti) è passata sotto i ponti. Dal 2000 la Cina si è segnalata per la notevolissima crescita, non solo economica ma anche degli investimenti in R&D. Aumentano ogni anno il numero di cinesi che concludono PhD in materie scientifiche e con loro crescono le pubblicazioni al ritmo del 20% l’anno. Tutto ciò non poteva che far salire la Cina nelle classifiche dedicate allo sviluppo hi tech. “La Cina – scrive Ispi – oggi è in prima linea in una trasformazione globale della geografia dell’innovazione mondiale e mira a affermarsi come un importante hub sia per la generazione di conoscenza che per la produzione di innovazione”. E tuttavia la Cina non avrebbe ancora sviluppato quella che gli studiosi chiamano una “learning economy”, ossia una economia dell’apprendimento dove tutti gli attori sociali contribuiscono a un progresso che si alimenta con la volontà di imparare. In sostanza, la Cina, secondo questi osservatori, soffre a causa del principio che l’ha resa celebre: la pianificazione centralizzata.

Ma se pure questo può essere uno dei talloni d’achille dell’incredibile sviluppo cinese, rimane il fatto che è la strategia per il futuro prossimo è stata già pianificata nel piano “Made in China 2025“, che di sicuro è parecchio sfidante, non solo per cinesi, ma soprattutto per gli Usa, visto che in quel documento sono indicati una serie di settori nei quali la Cina vuole giocare un ruolo dove finora gli Usa primeggiano. E probabilmente proprio dalla pubblicazione di questo documento, un paio d’anni dopo la Bri, che dobbiamo partire per spiegare l’escalation Usa. Anche perché gli ultimi anni non sono trascorsi invano. La Cina ormai ha praticamente eguagliato l’Ue a 28 per le performance in ricerca e sviluppo e sta sotto gli Usa, ancora primi. La sua spesa annua per R&D, ancora al 2% del pil, è settata al 2,5, quindi più del 2,4% dei paesi Ocse. Soprattutto è in prima linea insieme con Giappone e Corea del Sud nelle diverse tecnologie che incorporano l’Internet delle cose. I tre paesi insieme valgono il 36% delle invenzioni collegate a questo settore di frontiera.

Se guardiamo al capitale umano, anche qui i cinesi hanno fatto progressi notevolissimi. Fra le economie del G20 Shanghai e Hong Kong primeggiano per studenti in matematica e scienze, come mostrano i Pisa test Ocse.

A fronte di questa offerta crescente di studenti in settori strategici, c’è anche un nutrita domanda di queste competenze che favorisce quindi la creazione di un circolo virtuoso. “La Cina – scrive Ispi – ha una visione prevalentemente positiva dell’impatto sociale della scienza e della tecnologia, con oltre l’80% degli intervistati che ha un atteggiamento più positivo vista rispetto alla percentuale in Germania, Francia e Italia”. Ovviamente tutto ciò ha un impatto anche sulle pubblicazioni scientifiche, che in Cina ormai sono fiorenti.

Bastano questi pochi elementi per sostanziare il senso del grande cammino percorso dai cinesi da quel lontano 1978. “Dagli anni ’80 e ’90, – sottolinea Ispi – le importazioni cinesi erano molto più ad alta tecnologia rispetto alle sue esportazioni e in una certa misura questo è ancora vero al giorno d’oggi”. Ma fino a quando? Il caso Huawei mostra che ormai la Cina è un forte esportatore anche di alta tecnologia e rende comprensibile le ragioni del nervosismo Usa. “Gli attuali sviluppi della guerra commerciale – conclude Ispi – mostrano che il vero motivo dietro la guerra commerciale non è solo o principalmente il deficit commerciale bilaterale degli Stati Uniti nei confronti della Cina, ma piuttosto il trasferimento di tecnologia che la Cina ha conquistato attraverso il suo peculiare modello di specializzazione, cioè l’elaborazione di input ad alta tecnologia che sono stati importati e poi esportati”.

Insomma: sono bastati quarant’anni per trasformare un paese agricolo e in via di sviluppo in una potenza emergente dell’hi tech che ha saputo sfruttare le regole della globalizzazione per “rubare” conoscenza ai suoi partner commerciali, Usa in testa, specializzandosi nella produzioni di beni intermedi o nei processi finali di assemblaggio e da lì iniziando una carriera di produttore primario. I concorrenti non piacciono a nessuno. Specie quando minacciano di vincere la sfida.

(2/segue)

Puntata precedente: Quello che c’è da sapere sulla sfida hi tech fra Usa e Cina

 

 

Cartolina: L’emersione dell’Asia (cinese)

C’era una volta l’Oriente dominato dal Giappone, l’unica delle economie asiatiche considerata, sui tavoli che contano, come avanzata. C’era una volta perché adesso non c’è più. Sono bastati pochi lustri e l’Oriente emergente è finalmente emerso, e adesso si colloca a pari merito fra i due grandi blocchi che, nella struttura delle catene del valore, sono dominati da Germania e Usa. Non più vaso di coccio, ma convitato di pietra, secondo a nessuno per importanza strategica e quanto agli esiti del commercio internazionale. Il fatto che che il Giappone si sia rimpicciolito e la Cina sia diventata il doppio più importante vuol dire solo una cosa molto semplice. L’Asia emergente a guida giapponese è tramontata. L’Asia emersa è quella cinese.

Cronicario: Faremo la Flat tax quando saremo ricchi come il Lussemburgo

Proverbio del 13 giugno L’uomo nobile tarda a parlare e agisce rapidamente

Numero del giorno: 25.000 Crescita occupati in Italia nel IQ 2019 rispetto IVQ 2018

Stamattina mi son svegliato e finalmente ho capito la portata del progetto del governo del cambiamento, colpevolmente celato in un profluvio di dichiarazioni che solo un occhio superficiale potrebbe giudicare squinternate, se non addirittura fantasiose.

Ed eccolo qui, il progetto: farci diventare tutti ricchi. D’altronde: cos’altro dovrebbe fare un governo del cambiamento? L’illuminazione mi giunge improvvisa mentre odo un soave usignolo con le fattezze da VicePremier dire che “la flat tax può evitare di essere iniqua mettendo un tetto, perché se si devono abbassare le tasse, le dobbiamo abbassare per il ceto medio. Non si deve andare oltre i 60.000, massimo 70.000 euro l’anno”.

Proprio così. Quello che si prepara per noi è un paese dove il ceto medio avrà un reddito di “60.000 massimo 70.000 euro l’anno”. Uno stracazzo di boom economico ci aspetta, altroché. E infatti ce lo avevano anche annunciato, se ve lo ricordate. Dico che si prepara, il boom, perché al momento il ceto medio italiano sta ben lontano dai 70.000 euro di reddito. E tanto per farvi capire l’impresa che ci attende, cui ottempereremo eroicamente, eccovi un dato che ho tratto dagli archivi del Mef.

I dati ci dicono che i contribuenti italiani che hanno redditi “al massimo fino a 70.000 euro” sono complessivamente più del 93% del totale, dai quali perciò arriverà il grosso del gettito fiscale. Gli sfortunati ricconi che non avranno la flat tax, saranno si e no un centomila e rotti. In pratica la flat tax varrà per tutti, malgrado in Italia il ceto medio, secondo quanto classificato da Ocse, si collochi in una quota di reddito compresa fra i 12 mila e i 32 mila euro di reddito l’anno.

Uno dice: ma allora perché il soave VicePremier non limita intanto la flat tax al massimo a chi guadagna 32 mila euro?

E’ chiaro che anche a voi manca la prospettiva, ma adesso vi illumino. Il dato del ceto medio italiano è riferito al passato. Il governo del cambiamento guarda al futuro. Quindi le parole del VicePremier, che sicuramente conosce a menadito questi dati, vanno interpretate così: Faremo la Flat Tax quando il ceto medio italiano sarà ricco almeno (e dico almeno) quanto quello del Lussemburgo, grazie al deficit che moltiplica la crescita.

A domani.

La crisi ha fatto nascere imprese più robuste in Italia

Se non fosse ormai un luogo comune dire che le crisi nascondono opportunità, sarebbe la degna morale di una storia raccontata nell’ultima relazione annuale di Bankitalia, dove si osserva fra l’altro l’incidenza della spesa per ricerca e sviluppo nel nostro paese nel confronto con la media l’Ocse. Un tema strategico, come d’altronde quello dell’istruzione, del quale non si discorre mai abbastanza. Pochi dovrebbero dubitare che il futuro sarà segnato dallo sviluppo tecnologico, e quindi dalla necessità avere lavoratori istruiti abbastanza da cavalcarlo. E tuttavia mentre si fa un gran discorrere di investimenti in opere pubbliche, inseguendo chimerici moltiplicatori, chissà perché considerati più robusti quando implicano ferro e cemento, poco si ragiona su come si potrebbe favorire ciò sembra destinato a far la differenza in futuro: l’innovazione.

DI buono c’è che alla carenza del discorso pubblico pare supplisca una certa iniziativa privata, che malgrado tutto ancora resiste in Italia. Eroicamente, vien da dire. Se ne trova traccia proprio nel breve approfondimento pubblicato da via Nazionale, che potremmo raccontare partendo dalla fine, che poi è il succo della faccenda. In Italia negli anni peggiori della crisi, fra il 2008 e il 2013, sono nate società che sono risultate più lungimiranti, almeno relativamente alla quota di investimenti che hanno espresso in beni immateriali, e più produttive, capaci perciò di affrontare con maggiore resilienza le avversità creditizie e quindi sostanzialmente più robuste.

Partiamo da una premessa. “Nella media dei paesi Ocse – scrive la Banca – l’incidenza delle spese in ricerca e sviluppo, software e altri prodotti della proprietà intellettuale sul totale degli investimenti è quasi raddoppiata negli ultimi vent’anni, fino a raggiungere il 20 per cento, sostenendo l’innovazione tecnologica e la crescita”.

Come si può osservare dal grafico sopra, in Italia gli andamenti sono stati diversi. C’è stata una sostanziale stagnazione degli investimenti sin dalla metà degli anni ’90. Solo nella seconda metà del primo decennio del 2000 la curva inizia ad inclinarsi positivamente, pure senza raggiungere la media Ocse. Questa circostanza è stata determinata dal fatto che “alla crescita degli investimenti in capitale immateriale (complessivamente pari al 20 per cento tra il 2007 e il 2018) si è associata la caduta di quelli in capitale fisico (circa il 25 per cento)”. Quindi una brutta notizia, ossia il calo degli investimenti in capitale fisico, ha fatto emergere quella buona, ossia l’aumento di investimenti in capitale immateriale.

Questi ultimi sono cresciuti non solo relativamente ma anche in valore assoluto. E tale aumento, spiega Bankitalia facendo riferimento a uno studio svolto sui bilanci delle società italiane, “è interamente attribuibile alle imprese nate in quegli anni (2008-2013), a fronte di un calo tra le aziende già presenti sul mercato”.

In particolare, sottolinea Bankitalia, “tra il 2008 e il 2013 le start up, pur rappresentando meno del 15 per cento del campione analizzato, hanno contribuito per oltre il 50 all’accumulazione di capitale immateriale”.

Queste nuove imprese sono risultate “essere mediamente più produttive, con un minore rapporto tra capitale e prodotto, e più orientate verso gli immobilizzi immateriali sia nel confronto con i valori osservati per le imprese già esistenti sia rispetto a quelli prevalenti tra le start up nate prima della crisi”. In sostanza queste aziende sono più orientate verso il capitale non fisico, con la ulteriore conseguenza che hanno sofferto meno la stretta creditizia negli anni difficili che ha “determinato una più accentuata selezione a favore di nuove imprese dotate di una tecnologia ad alta intensità di beni immateriali”. La minore necessità di capitale è dipesa da una capacità di autofinanziamento più elevata, “frutto da un lato di una minore domanda di capitale complessivo per unità di prodotto” e dall’altro “di una maggiore profittabilità dei loro investimenti”.

Insomma, sono nate aziende adatte a vivere in un ambiente sostanzialmente diverso da quello antecedente alla crisi. E lo mostrano anche i dati sulla natalità delle imprese del periodo che “sono diminuiti meno di quelli delle altre tipologie di aziende”, come si può osservare nel grafico sotto.

La conclusione di Bankitalia è chiara: “Le coorti di aziende nate durante la crisi hanno però continuato a sostenere l’accumulazione di beni immateriali, ponendo le basi per un rilancio dell’innovazione tecnologica e della crescita”. E questo per una paese che, ancora nel 2018, ha visto diminuire la spesa in ricerca e sviluppo (in rapporto al PIL risulta pari all’1,5 per cento, circa la metà di Germania e Francia) è una buona notizia. Una delle poche. La circostanza poi che “le imprese italiane hanno accresciuto la loro spesa in ricerca e sviluppo dell’1,8 per cento, un tasso superiore a quello di università e altre istituzioni pubbliche” ci dice un’altra cosa. Un settore privato dinamico, assai più che uno stato interventista, fa la differenza. E di molto.

 

Cronicario: I predatori del trilione perduto (senza patrimoniale)

Proverbio del 12 giugno L’uomo morale si adatta alle circostanze della vita

Numero del giorno: 0,069 Tasso interesse Bot annuale venduti oggi in asta

La migliore del giorno, ma che dico del giorno, della settimana, ma che dico della settimana, del 2019, non la sento dai soliti VicePremier, che uno se l’aspetta, ma dal capo di una grossa banca col cognome che fa provincia che argomenta così: “Serve un progetto per valorizzare la massa da 1 trilione di euro degli asset pubblici attraverso l’utilizzo in maniera intelligente del risparmio privato, una delle forze dell’Italia, altrimenti sarà inevitabile che questo nei prossimi anni sarà utilizzato per fare la patrimoniale”.

E’ una dichiarazione meravigliosa, ne converrete. Ci dice due cose insieme. La prima è rischiamo una patrimoniale, ma lo sapevamo già. La seconda, che lo stato ha beni per un trilione di euro, che nel caso vi sfugga sono circa 1.000 miliardi. Lo sapevate?

M’inerpico curioso in un mostruoso documento di 1.120 pagine della Ragioneria dello Stato, ma per fortuna mi fermo alle prime decine e poi lo trovo. Il Trilione perduto, dico. E non solo quello.

Incontro pure il gemello diverso del Trilione di attivi: il bisTrilione (ormai quasi tris) ritrovato delle passività, che nel caso il grande banchiere l’abbia dimenticato è l’altra parte del bilancio dello stato. Che dite abbiamo un problema? Vi do un indizio. Il saldo peggiora col passare del tempo.

Ora siccome sono una persona semplice, vorrei che qualche esperto di birignao bilancistico mi spieghi come si fa dire che bisogna fare un’operazione per attrarre il risparmio degli italiani, utilizzando come collaterale – di questo dovrebbe trattarsi, o no? – degli attivi che sono già pesantemente esposti a un passivo di quasi il triplo. Un po’ come chiedere un mutuo sulla casa che ha già tre ipoteche sopra. Così, a naso, lo Stato, per attrarre questo risparmio “che sennò finisce inevitabilmente in una patrimoniale”, dovrà offrire tassi di interesse succulenti, che poi comunque dovranno essere ripagati con le tasse dei sottoscrittori.

Quindi usare i risparmi degli italiani per ripagare i debiti degli italiani, ma senza fare la patrimoniale anzi convincendo pure gli italiani, con la volenterosa collaborazione di banche, gazzettieri, nani e ballerine, che è un affare. Anzi: la cosa giusta da fare. Non è meraviglioso? Se fossi un VicePremier ci farei un pensierino.

A domani.

Cronicario: Una rottamazione ci salverà

Proverbio dell’11 giugno Il cammino del viaggiatore è tracciato dagli astri non dalle dune

Numero del giorno: 0,9 Calo % spesa reale della famiglie nel 2018

Allora: abbiamo il Primo Minestra che assicura “l’impegno del Governo a concordare con i partner europei un percorso credibile di riduzione del debito, nel segno della sostenibilità sociale e senza attuare manovre recessive”.

Poi c’è il ministro Mammamia, quello che si occupa (e non a caso) di economia che fa pure meglio: “Il Governo è determinato a centrare gli obiettivi adottando la dove necessario le iniziative adeguate per il loro raggiungimento”. Stime più aggiornate che “lasciano intendere che a consuntivo i saldi di finanza pubblica saranno sostanzialmente minori, pur a legislazione invariati, di quelli stimati in precedenza e risulteranno di conseguenza coerenti con quanto previsto dal braccio preventivo del patto di stabilità e di crescita”.

Ma soprattutto abbiamo Lui, VicePremier Unoemezzo: “Eviteremo la procedura di infrazione garantendo la crescita, il diritto al lavoro e il taglio delle tasse. Non ci sarà nessuna manovra correttiva e nessun aumento di tasse”.

Avendo la fortuna di essere governato da siffatti fenomeni, attendo spavaldo e speranzoso la prossima mossa del cambiamento, che, manco a dirlo, arriva a stretto giro. La commissione Bilancio della Camera riapre i termini della rottamazione delle cartelle esattoriali. C’è tempo fino al 31 luglio per chiudere quel debituccio, che sarà pagabile in 17 rate. Speriamo in minibot.

Dagli amici mi salvi Dio…

A domani.

Non tutti i poveri assoluti hanno diritto al reddito di cittadinanza

L’ultima relazione annuale di Bankitalia contiene un breve approfondimento che ci consente di fare le prime osservazioni sugli esiti concreti, molto istruttivi, del reddito di cittadinanza. La banca ha svolto un parallelo fra l’istituto dei reddito di inclusione (ReI) e il reddito di cittadinanza (RdC) che ci consente di osservare diverse peculiarità del nuovo strumento di contrasto alla povertà, uno dei quali è particolarmente interessante. Per dirla con le parole di Bankitalia “la platea dei potenziali aventi diritto all’RdC coincide solo in parte con quella degli individui classificabili come poveri assoluti”. Come dire: non basta essere poveri per avere il RdC. Il che sicuramente sorprenderà molti, anche al governo.

Come si può osservare sul grafico di destra, fatto 100 il numero dei poveri assoluti, la quota di quelli eleggibili per il RdC, a livello nazionale, arriva a 59. Il 35% non ha i requisiti reddituali o patrimoniali, mentre il restate 6% non ha i requisiti di residenza. Se disaggreghiamo il dato nelle tre macroaree che compongono il paese abbiamo che al Nord il disallineamento fra poveri assoluti e percettori potenziali di RdC è ancora più ampio. Questi ultimi, infatti, sarebbero solo il 45% dei poveri, mentre al centro si arriverebbe al 57% e al Sud al 72%. Ciò malgrado, Bankitalia riconosce che il RdC migliora la situazione della popolazione con fascia di reddito più bassa. In caso di applicazione piena della norma, la povertà assoluta scenderebbe dal 7,3% al 4,4 della popolazione. Ma comunque rimarrebbe.

A determinare la differenza notevole fra Nord e Sud nell’impatto del Rdc concorrono innanzitutto il maggiore costo della vita a Nord rispetto al Sud, e poi la maggiore presenza di cittadini stranieri. Quanto al primo punto, è utile ricordare che la qualifica di povero assoluto “si basa sui livelli di consumo familiare dichiarati in indagini statistiche”. Quindi è evidente che un livello più elevato dei prezzi determina un minore livello di consumi e quindi “statisticamente” un numero più elevato di poveri. Ciò a fronte del fatto che l’accesso al RdC è condizionato da requisiti di reddito, patrimonio e residenza.

La maggiore presenza di stranieri a Nord, inoltre, rende meno pervasiva la penetrazione del RdC in queste regioni perché la norma ha previsto un requisito più stringente rispetto al ReI per avere diritto al sussidio (dieci anni di residenza in Italia anziché due). Quindi un immigrato che vive al nord da meno di dieci anni e che risulta povero non avrà diritto al sussidio. Ciò ha provocato l’esclusione “dalla platea degli aventi diritto di circa 90.000 nuclei che avrebbero avuto invece diritto al ReI (l’8 per cento del totale)”. A ciò si aggiunga che “la più elevata presenza di stranieri nel Centro Nord (dove rappresentano circa la metà degli individui che si collocano nel primo decimo della distribuzione del reddito disponibile equivalente) accentua la concentrazione dei nuclei beneficiari dell’RdC nel Mezzogiorno (53 per cento, contro il 40 del ReI)”.

Se guardiamo ancora al confronto fra ReI e RdC, emergono altre peculiarità. Innanzitutto emerge che “la spesa complessiva nelle stime del Governo, che ipotizzano un’adesione alla misura parziale da parte dei potenziali aventi diritto, è pari a regime a 7,2 miliardi, all’incirca il triplo di quanto previsto per il ReI”. La spesa complessiva sarebbe arrivata a 10,3 miliardi se tutte le circa due milioni di famiglie, pari a 5,3 milioni di persone, avessero fruito del diritto. Per il ReI si stimavano 1,1 milioni di nuclei familiari per 3,1 milioni di individui con una spesa complessiva di 3,3 miliardi. A fronte di queste stime, a fine maggio, secondo gli ultimi dati Inps le domande di sussidio erano arrivate a 1,252 milioni, con un tasso di rifiuto pari al 26%. Quelle accolte al momento sarebbero 674.000 con un importo medio di 540 euro.

Il RdC, inoltre, prevede anche un beneficio maggiore di quello del ReI, con un valore teorico – i famosi 780 euro al mese – che “si colloca in prossimità della soglia di povertà relativa stimata dall’Eurostat per il 2016, un livello più elevato nel confronto internazionale”. In Spagna, Francia e Germania provvedimenti simili al RdC raggiungono percentuali sulla soglia pari rispettivamente al 63, 50 e 39%. Quindi quando si dice che anche in altri paesi esistono strumenti analoghi al RdC bisognerebbe anche ricordare quanto eroghino. Anche perché c’è sempre il rischio di “spiazzare” l’offerta di lavoro. A tal proposito, scrive Bankitalia, “i conseguenti effetti di disincentivo all’offerta di lavoro potranno essere solo attenuati dal previsto potenziamento dei Centri per l’impiego”.

Altra caratteristica utile da sottolineare è che “nel confronto con il ReI, l’RdC è relativamente meno generoso per i nuclei con minori rispetto a quelli con soli adulti: la scala di equivalenza adottata al fine di riproporzionare il beneficio per tenere conto dell’ampiezza familiare prevede infatti maggiorazioni più basse per gli ulteriori componenti del nucleo, specie se minori”. Insomma: la famiglie che hanno più figli in minore età sono relativamente meno avvantaggiate. Il motivo? Facile: “L’applicazione all’RdC della stessa scala di equivalenza adottata per il ReI avrebbe innalzato la spesa del 43 per cento; il mantenimento del costo complessivo della misura avrebbe richiesto un abbattimento del massimo beneficio mensile ottenibile da un single a 680 euro”. In fondo si fanno sempre meno figli in Italia. Chissà perché.

Quello che c’è da sapere sulla sfida hi tech fra Usa e Cina

L’onda lunga delle guerra commerciale fra Usa e Cina esercita una potente fascinazione sulle opinioni pubbliche capace di occultare questioni complesse che pure hanno contribuito non poco a motivarla. Difatti, come appare chiaro agli osservatori più attenti, i dazi sono solo uno strumento di un confronto che ha che fare nientemeno che con il ruolo che la Cina vuole e può giocare sullo scacchiere internazionale. Un ruolo che inevitabilmente interferisce con la potenza statunitense che nell’ultimo trentennio è cresciuta sostanzialmente senza rivali e che adesso si scopre improvvisamente assediata. La pax americana seguita alla caduta del muro di Berlino ha germinato un multipolarismo in erba che gli Usa, a torto o a ragione ritengono evidentemente pernicioso e in contrasto con i loro interessi.

Se andiamo a vedere le questioni critiche sulle quali si confrontano Usa e Cina, scopriremo assai più di una semplice questione di dazi. Ci sono questioni territoriali – valga come esempio la tensione crescente sul Mare Cinese Meridionale e la sfida sull’Artico – ma soprattutto ci sono questioni più sottili che impattano sulla filigrana del nostro tempo, fra i quali primeggia la sfida per il primato tecnologico, che ormai ha finito col diventare politico. Come nota Ispi in un recente rapporto dedicato proprio all’analisi di questo difficile e determinante confronto, la questione tecnologica ha finito con l’incarnare una sfida sul modello di organizzazione politica del mondo. Da una parte l’ordine liberale, o sedicente tale, con gli Usa nel ruolo di alfiere (pure se coi dazi), dove lo stato partecipa al discorso economico, anche in maniera piuttosto invasiva, ma esiste ancora un settore privato “libero” di agire. Dall’altra il sistema cinese, ancora denso di incognite, ma del quale si sa che è il partito a determinare nei dettagli l’agenda della politica economica. L’ordine incorporato in questi sistemi economici, viene raccontato come la premessa di un ordine politico dove si confrontano la promessa di libertà dell’Occidente e quella dispotica, pure se nella forma soft della modernità, dell’Oriente. Uno schema facile da comprendere, forse troppo. L’eterno conflitto fra Oriente e Occidente è assai probabile si scioglierà in un matrimonio all’insegna di una sorta di libero dispotismo, con la tecnologia a svolgere il ruolo di nostro guardiano-liberatore, peraltro pagato felicemente da consumatori entusiasti perché iperconnessi.

Ma se davvero sarà così, allora diventa sempre più strategico cavalcare l’innovazione e si capisce perché gli Usa, che fino ad oggi l’hanno gestita – e basta solo internet per capirlo – oggi vivano con crescente irritazione i successi cinesi sul 5G, fino a mettere praticamente fuori legge le compagnie cinesi scacciandole dal loro mercato e quindi da quelli europei. D’altronde la crescita tecnologia della Cina è stata sorprendente, come ricorda il rapporto Ispi nella sua introduzione. Bastano giusto un paio di elementi per dare l’idea, poi approfondiremo. “La più grande di tutte le start-up – nota Ispi nella sua introduzione – è il braccio finanziario di Alibaba (Ant Financial), con un valore stimato di oltre 150 miliardi di dollari Usa. Delle prime cinquanta aziende unicorno (start-up del valore di 1 miliardo di dollari Usa o più), 26 sono cinesi e 16 americane. L’Europa non sta nella lista”.

“In termini di crescita, inoltre, mentre le aziende tecnologiche statunitensi sono cresciute del 26% tra il 2017 e il 2018, le loro Le controparti cinesi sono cresciute del 33%. Questo divario tra Oriente e L’Occidente sta diventando sempre più ampio e non sarebbe saggio ignorarlo”.

Non lo ignoriamo infatti. Proviamo a conoscerlo meglio.

(1/segue)

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