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Sudafrica: l’ultimo dei Brics è il primo alla resa dei conti
E’ proprio vero che gli ultimi saranno i primi. Prendete il Sudafrica, che la vulgata di questi anni ha assimilato ai quattro Bric originari, aggiungendo un “S” al celebre acronimo, divenuto da allora Brics.
Ebbene: il Sudafrica è il primo della lista fra i candidati al ruolo di ex speranza dell’economia mondiale.
Nel suo ultimo staff report il Fmi nota impietosamente che fra i grandi paesi emergenti, il Sudafrica è proprio quello che ha patito il rallentamento più vistoso della sua crescita, pagandola con un aumento della sua già elevata disoccupazione, che ormai quota il 25% (il 34% se si considerano anche quelli che ormai non cercano più lavoro) e un costante ampliarsi dei suoi deficit fiscali e di conto corrente, che lo rendono estremamente vulnerabile ai malumori degli investitori internazionali.
“Una liquidità abbondante ha finora provveduto a finanziare questo deficit – nota il Fmi – ma lo stop di afflussi di capitale che si è verificato a maggio 2013 ha mostrato quanto le vulnerabilità interne siano capaci di amplificare gli shock esterni”.
Vulnerabilità che già dal 2012 hanno iniziato a fare capolino, rivelando tensioni a lungo nascoste nel settore minerario, che poi è uno di quelli sui quali si basa l’economia nazionale. Economia peraltro gravata da un profondo livello di diseguaglianza, cresciuta anche dopo il 1994, malgrado la crescita del prodotto abbia proceduto al livello del 3,3% l’anno di media, che l’indice di Gini esemplifica con un robusto indice a quota 63.
“Dichiarazioni recenti del governo suggeriscono un rinnovato impegno per le riforme strutturali, ma l’effettiva implementazione finora ha ridotto le aspettative”. Insomma: si sono fatti pochi progressi, malgrado il 2013 non sia stato un anno facile per lo stato sudafricano.
D’altronde anche gli anni buoni lo sono stati meno che per le altre economie emergenti. Dal 2009 in poi la crescita media del prodotto è stata del 3%, a fronte del 5% delle altre economie emergenti e del 3,7% degli esportatori di petrolio. Ad appesantire la crescita, secondo il Fmi, la crescita debole dei partner commerciali del Sudafrica e le difficoltà nel mercato del lavoro, che hanno messo in evidenza debolezze competitive e delle infrastrutture di trasporto, vero “collo di bottiglia” dell’economia nazionale.
A fronte di ciò, la domanda interna è cresciuta consistemente più del reddito, spinta in particola dagli investimenti pubblici, che hanno pesato circa il 40% sulla crescita del Pil nel periodo 2009-13, grazie anche ai tassi negativi dei tassi sui repo della banca centrale, e, in generale, il livello bassissimo dei tassi d’interessi.
Nel settore privato, l’ampia disponibilità di credito a tassi accomodanti, spesso resi disponibili grazie all’uso di strumenti non garantiti, ha sostenuto il consumo privato, al contrario di quanto è accaduto per gli investimenti delle imprese che, nonostante la condizioni creditizie favorevoli, hanno investito poco. L’aumento di credito alle famiglie ha innalzato al 76% la quota di debiti sul reddito disponibile, dal 30% del 2002, diventando un altro elemento di “vulnerabilità sociale”.
“Alti tassi e debole crescita dei redditi – nota il Fondo – possono mettere sotto pressione la capacità delle famiglie di ripagare i debiti” a fronte di banche che non brillano per stato di salute, nel confronto internazionale e che finora hanno piazzato all’estero molte obbligazioni a breve termine per rimanere in piedi.
Vale la pena ricordare che, prima del 2008, ci fu un boom nella concessione di crediti mutuari, cresciuti in media del 22% l’anno. Al rallentamento, verificatosi dopo il 2008, ha corrisposto un incremento della concessione di credito non assicurato, tipicamente prestiti personali, che sono quadruplicati dal 2007 al 2013.
Capite da soli le conseguenze che ciò può avere sulla stabilità finanziaria. Basta solo un dato: il credito non assicurato ora pesa il 12% dell’esposizione creditizia totale delle banche, con una crescita annua del 25%, a fronte del 36% rappresentato da mutui. Il boom di mutui, peraltro, ha sostenuto una crescita rigogliosa del corsi immobiliari, che sono più che triplicati nel corso dei primi anni 2000, per poi calare del 15% dopo il 2008.
Le contraddizioni sono esplose nel 2012, quando il prodotto si è ridotto del 2,5%.
La banca centrale ha ridotto i tassi repo di un altro 0,5% malgrado l’inflazione fosse già arrivata nella parte superiore del range del 3-6% fissato nel target. L’ulteriore accomodamento monetario non è servito però a restituire fiducia al mercato: nel primo quarto del 2013 il prodotto segnala un altro calo dello 0,9%.
In questa situazione “l’abbondante liquidità globale” della quale ha potuto godere il Sudafrica per sostenere la sua crescita a credito (o debito) si è rivelata essere un ulteriore problema da gestire, in tempi di tapering. I forti afflussi di capitale, attratti dagli alti rendimenti locali, hanno finito col far precipitare il Sudafrica nel top list dei paesi con deficit elevati di conto corrente (il 6,3% nel 2012), mentre la moneta nazionale, da inizio 2012, si svalutava del 23%. Il FMI stima che tale deficit dovrebbe collocarsi nel range 2-4%, per essere in equilibrio con i fondamentali, mentre il cambio dovrebbe svalutarsi di un altro 10-15%.
In questa situazione non resta che esportare, o contrarre significativamente la domanda interna.
La prima opzione è resa complicata dalla struttura del mercato dei lavoro e dei prodotti. La seconda da un consuetudine che ha visto proprio nella domanda interna, specie pubblica, il driver della crescita. La situazione, perciò, è in una classica fase di stallo.
“Le vulnerabilità esterne – osserva il Fondo – sono esacerbate da una situazione di funding che peggiora e dall’abbassarsi delle riserve”. E anche sul livello delle riserve, il Sudafrica ha fatto peggio degli altri emergenti che, al contrario, le hanno rafforzate quando i tempi hanno cominciato a volgersi al brutto. “Il Sudafrica – nota il Fondo – può esere più esposto degli altri paesi emergenti ai deflussi di capitali esteri”. E con questi numeri è facile capire perché.
Se si considera poi che il 36% dei bond pubblici emessi sono in mano agli stranieri (dal 13% nel 2008) e che il debito estero è arrivato a quotare il 32% del Pil, si avrà il quadro completo delle difficoltà che il paese è chiamato a gestire.
Lato fiscale, la politica espansiva del governo ha portato il deficit al 5% del Pil negli ultimi quattro anni, peggio ha fatto solo l’India, con la conseguenza che il debito è cresciuto dal 15 al 42% del prodotto, be al di sopra della mediana del debito degli altri emergenti. Ciò ha reso più pressanti le esigenza del governo di finanziarsi, aggravando, in ultima istanza, la dipendenza del paese dai capitali esteri, come dimostra anche il dato sull’aumento della quota di debito detenuta dagli stranieri.
Insomma: il mondo inizia a chiedere il conto. E il Sudafrica si sta scoprendo sempre più impreparato a pagarlo.
Non è l’unico, certo.
E’ solo il primo.
La fredda guerra della Russia: il passato presente
Alla fine di questa lunga cavalcata fra i marosi dell’economia russa spero sia chiaro perché gli istituti internazionali guardino con preoccupazione all’Orso russo, pur consapevoli che il paese sia iscritto al ristrettissimo club dei paesi troppo grandi per fallire.
Tutto ciò dovrebbe rassicurarci?
Fino a un certo punto.
Nel Grande Gioco la Russia c’è già entrata oltre cent’anni fa, all’epoca della prima globalizzazione, quella fondata sulla base aurea, che durò dalla fine del conflitto franco-prussiano del 1870 al 1914, quando la Grande Guerra fece finire il primo Mercato Mondo, come lo ha efficacemente definito Geminello Alvi nel suo Secolo americano.
Ieri, come oggi, la Russia dovette pagare un biglietto assai salato per entrare nel club.
Ivan Vyshnegradsky, ministro delle finanze russo fra il 1887 e il 1892, che voleva a tutti i costi far entrare il suo paese nel gold standard, spiegava la necessità di accettare la pesante deflazione fiscale e monetaria alla quale stava esponendo il paese con una massima: “Dobbiamo esportare, anche a costo di morire”.
Come oggi, d’altronde: la Russia deve esportare o morire, come ha illustrato l’analisi sommaria dei saldi del conto corrente degli ultimi anni.
L’ingresso nel gold standard, così pervicacemente voluta dalle élite zariste e in particolare da Sergej Witte, che siglò da ministro delle finanze la riforma monetaria del 1897, significò per la Russia accesso sicuro al vasto mercato dei capitali che l’impero inglese, e più tardi la Francia e la Germania, elargivano a piene mani a tutti coloro che si uniformassero allo standard finanziario internazionale. All’epoca l’oro. Oggi il credo globalizzante e le riserve in dollari, o magari in euro.
Witte peraltro ambì per tutta la vita a costituire una lega franco-tedesca-russa, come tanti oggi. Inutilmente, ieri come oggi.
I sacrifici russi giovarono alla bisogna. La Santa Madre, ieri come oggi, fu accolta a braccia aperte dal club dei finanzieri che gestivano l’haute finance.
Il bilancio statale passò dai 965 milioni di rubli del 1892, ai 6,6 miliardi di rubli del 1904. Nel 1916 i debiti russi verso l’Inghilterra erano superiori ai 400 milioni di sterline, a prezzi dell’epoca, cifra persino superiore di quasi cento milioni di quanto l’Inghilterra doveva al suo sponsor nordamericano. Poi c’erano altri 200 milioni di sterline di debito accumulato nei confronti dei francesi i quali, molto generosamente, avevano dirottato verso la Russia oltre 11 miliardi di franchi di investimenti diretti nel ventennio fra il 1894 e il 1914, per consentire alla barbara Russia di diventare moderna.
Debito estero fino a sfinirsi, perciò, e a preparare la temperie della rivoluzione, quando la Russia, distruggendo il rublo e i suoi debiti usando l’inflazione, recise i suoi legami col vecchio Mercato Mondo.
Ma anche allora, fino a un certo punto.
Nel primo dopoguerra, nella grande euforia degli anni Venti, bastò ad Armand Hammer l’esser figlio del dottor Julius, fondatore del partito comunista americano, per trovare ospitalità nelle braccia della Santa Madre, pure nella sua versione bolscevica. Hammer divenne addirittura il rappresentante della Ford, in Russia, dopo aver ottenuto la concessione esclusiva sulle miniere d’asbesto, fino a diventare il rappresentante in Russia di ben trentasette corporation nordamericane interessate, ieri come oggi, a fare affari con i russi.
Negli anni della NEP, dopo che la Russia stabilizzò il rublo, nel 1923, Wall Street prese, nell’economia russa, il posto della Francia. Finanziava i comunisti come i francesi finanziavano gli zar.
Fino a quando gli anni dello stalinismo e il secondo dopoguerra non fecero calare sul mercato globale la cortina di ferro.
D’altronde era l’epoca dei controlli sui movimenti dei capitali, delle economie represse e della diplomazia di Yalta.
Serviranno quarant’anni per uscire dalle secche di questa repressione finanziaria, che aveva finito col condurre le economie occidentali nella trappola della stagflazione, spinta dagli shock petroliferi, e quella russa nella ruggine dei piani quinquennali e dell’abulia sociale. E quindi Reagan, la Thatcher, Gorbaciov. Eltsin. E, infine Putin, che scuote l’Orso russo e lo libera dalla gabbia di ferro della guerra fredda solo per infilarlo in quella dorata del nuovo Mercato Mondo. Putin perciò è il gran generale della fredda guerra della Russia, e non a caso.
Ed eccoci tornati al punto di partenza.
Gli anni della guerra fredda, semplice parentesi della fredda guerra che la Russia ha sempre dovuto affrontare con l’Occidente, avido delle sue ricchezze e sempre disposto a pagarle con i suoi prestiti, grazie ai quali la Russia impara a vestirsi all’Occidentale.
E quindi il presente che racconta di nuovo di debiti esteri crescenti, squilibri finanziari e valutari, rischi di disordini e uno scenario di guerra guerreggiata.
La Crimea, già oggetto di desiderio e di una guerra a metà del XIX secolo che finì malissimo per la Russia, e oggi nuovamente al centro di una lite, dove il motivo politico e quello economico si confondono, rivelando con ciò l’unitarietà della loro natura.
Natura ingannatoria, mistificata dalle statistiche che subodorano rapporti di forza inesprimibili, perché ciò che muove le passioni deve esser celato.
E ciò che rimane celato, in questa penosa rimasticazione contemporanea della storia, è quella che sempre Alvi definisce “la profonda ineconomicità della Russia”. Il suo essere ontologicamente altro, come gli stessi russi affermano nelle dichiarazioni pubbliche, rispetto all’ossessione occidentale per il calcolo utilitaristico, che ha generato statistiche, capitali fittizi e persino l’economia stessa.
L’anima russa, estesa e sognante, gioca il gioco dell’economia perché è il suo modo, da almeno due secoli, di provare ad essere ciò che non è.
Ma quando il gioco si fa duro, i russi smettono di giocare.
Fanno saltare il tavolo.
E’ già successo.
Perciò può succedere di nuovo.
(5/fine)
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La fredda guerra della Russia: un paese in riserva
Può resistere perciò la Russia al dimagrimento del prodotto e al deflusso di capitali esteri?
Un modo per provare a intuire una risposta può esser quello di monitorare l’andamento delle riserve valutarie.
Variabile statistica assai astrusa, la quantità di riserve di un paese viene osservata assai poco dai non addetti ai lavori, malgrado la teoria dell’economia internazionale spieghi quanto sia rilevante ai fini dell’equilibrio, innanzitutto valutario.
Eppure tutto quello che c’è da sapere su quello che sta accadendo alle finanze russe ce lo racconta quest’indicatore statistico, che giusto gli asset manager che trafficano in valute controllano con maniacale attenzione.
Nel primo decennio del XXI secolo la Russia ha accumulato quantità ragguardevoli di riserve valutarie. All’inizio della sua epopea, al 31 dicembre del 2002, le riserve russe quotavano meno di 40 miliardi di dollari, di cui quasi quattro in oro e oltre 44 in valuta estera. La banca centrale non specifica, essendo segreto fra i meglio custoditi, quale valuta estera, ma ci si può arrivare per deduzione ricordando la quantità di volte che i russi, in questi dieci anni, hanno detto di voler maggiormente diversificare le proprie riserve denominate in dollari.
Cinque anni dopo, a fine dicembre 2007, le riserve russe erano decuplicate: 478,7 miliardi di dollari. Anni durante i quali si consuma l’epopea dei Brics, definiti come la speranza nascente dell’economia internazionale per masse di popolazione da occidentalizzare al modico prezzo degli attivi delle loro bilance commerciali.
Il grande flusso del nuovo mercato mondo prevedeva un flusso crescente di scambi che, presumendosi incessante, avrebbe fatto crescere senza limiti la domanda di beni energetici, di cui la Russia continua ad essere ricca, e di nient’altro a ben vedere, atteso che l’Ocse, nel suo ultimo survey report, dipinge l’industria russa come obsoleta, costosa e fortemente inquinante, oltre ad essere sostanzialmente un’impresa di stato.
Cinque anni per decuplicare la riserve, vuol dire anche insaziabilità dell’Occidente, cui corrisponde una sostanziale inesauribilità di risorse finanziarie. Da dove arrivano tutti questi soldi che l’Occidente elargisce ai suoi fornitori di gas del Levante o di paccottiglia manifatturiera asiatica?
Rispondere vuol dire arrivare alle radici stessa della fredda guerra: guerra di numeri, statistiche e denaro fittizio, o capitale fittizio per dirla con le parole di Marx e di Schumpeter. E che la Russia accettando le regole del Grande Gioco abbia gettato le premesse della sua sconfitta lo dicono, ancora una volta le statistiche.
A fine 2013 la Russia aveva all’estero appena 50 miliardi di dollari di investimenti di portafoglio a fronte degli 8.000 miliardi nordamericani. Un Davide contro un Golia, senza neanche la mazzafionda.
Ma poiché la fredda guerra non ammette sconfitti, così come una volta venivano definiti coloro che ne uscivano rovinati, ecco che il destino che si prepara per la Russia sarà altro, con tutta probabilità. Non la rovinosa sconfitta, che rovinerebbe altresì l’Europa e pure qualche banca americana, ma la definitiva inclusione.
La durata delle riserve russe, in tal senso, è la migliore unità di misura possibile del conto alla rovescia che separa l’orso russo dalla definitiva clausura.
A fine 2007, perciò, le riserve russe erano decuplicate. E la crescita rigogliosa, irrefrenabile e avida, dura per buona parte del 2008, fino al secondo trimestre.
Poi il mondo conosce lo sconvolgimento del crack dei subprime americani. Atto di guerra anch’esso, ma involontario, pressoché auto inflitto da una finanza in cui l’istinto del profitto finisce sempre col declinarsi in quello del suicidio.
Serve una prova di quanto la Russia sia “nordamericana”? Eccola: le riserve internazionali russe, che a metà giugno erano 568 miliardi collassano nel grande armageddon dell’estate 2008 che assesta il primo colpo a una storia di successo come era stata quella delle riserve russe, e nel terzo trimestre le vede diminuire di una dozzina di miliardi.
Ma il peggio viene in autunno: i russi per tenersi in piedi iniziano a bruciare riserve. La fine di Lehman Brothers sconvolge il mondo tutto. A fine anno le riserve diminuiranno di oltre 140 miliardi, fermandosi a 426 miliardi, meno di quanto fossero due anni prima.
Ma il mondo è attonito e tutto viene considerato eccezionale. Erano gli anni post Lehman, quando anche la grande Germania perdeva cinque punti di Pil. Gli studiosi coniarono il termine Grande Recessione per paragonare quel momento alla Grande Depressione degli anni ’30, pur distinguendola. Chissà perché poi.
Le riserve russe continuano a calare anche nel 2009, nel primo trimestre, quando poi la potenza di fuoco della Fed mise sul tappeto risorse finanziarie come mai si era visto nella storia. Così, grazie agli Usa, le riserve Russe ricominciano a salire: 383 miliardi nel primo trimestre, diventano 439 a fine anno, poi 480 nel 2010, 516 nel 2011, 537 nel 2012.
Poi arriva il 2013, anno sfortunatissimo per i russi. Ancora ad aprile le riserve quotavano 533 miliardi di dollari, ma a maggio la Fed suona il campanello, e nel mondo finisce la ricreazione.
La dichiarazione di Bernanke costa alla Russia 15 miliardi di riserve, e soprattutto innesca un calo che non si è più fermato. A fine 2013 le riserve arrivano a 509 miliardi, da ottobre 2013 ne ha bruciato per 15 miliardi, all’incirca corrispondenti ai deflussi registrati dalla Bri.
Quindi la crisi Ucraina. Nel primo trimestre 2014 le riserve sono passate da 509 a 486 miliardi: circa 23 miliardi in un trimestre, e ancora l’invasione non era cominciata. In meno di un anno e senza guerra la Russia ha consumato quasi il 10% delle sue riserve, e ciò malgrado (o di conseguenza) il rublo è sempre più debole e i tassi sempre più alti.
Parte il conto alla rovescia. E il mondo, col suo migliore sorriso di circostanza, neanche se ne accorge.
(4/segue)
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La fredda guerra della Russia: la bilancia dei patimenti
L’esplosione del consumo privato finanziato a debito coi soldi dell’estero non poteva che avere un costo sociale per la Russia, che ha visto aumentare, poco osservati e ancor meno discussi, i suoi patimenti.
Gli unici che ci è consentito misurare, tuttavia, sempre grazie alle statistiche, è il costo dei pagamenti di rendite che la Russia deve versare all’estero per finanziare il suo stile di vita. Per farlo possiamo guardare all’andamento del saldo di conto corrente della bilancia dei pagamenti della Federazione.
Bilancia dei patimenti, sarebbe più giusto chiamarla.
Nel 2008 il current account mostrava un surplus di quasi 99 miliardi di dollari. L’esplodere della crisi lo ha più che dimezzato, facendolo crollare a 44 mld. Quindi la ripresa, che la riportato il saldo a 92 miliardi nel 2011, e da lì un’altra costante crisi: scende a 73 miliardi nel 2012 e a meno della metà, circa 33 a fine del 2013.
Quali sia la ragione di questo andamento, possiamo capirlo scorrendo le singoli voci del conto corrente. Se guardiamo i dati dal 2005 in poi notiamo che l’attivo di conto corrente dipende esclusivamente dal saldo commerciale, ovvero l’export di beni, che poi nel caso russo sono i beni energetici che portano con sé la scomoda controindicazione di essere correlati all’andamento dei corsi delle materie prime. Il saldo dei servizi è costantemente negativo, così come quello dei redditi. Altre informazioni possiamo trarle osservando la dinamica dei saldi.
Nel 2005 il saldo commerciale quotava 115 miliardi di attivo. Nel 2013 è stimato a 177, in calo rispetto ai 192 del 2012. In nove anni, quindi, il saldo commerciale russo è migliorato di circa il 54% a prezzi correnti.
Nel 2005 il saldo dei servizi mostrava un deficit di circa 10 miliardi. Nel 2013 il deficit dei servizi è arrivato a 59 miliardi, in crescita rispetto ai 46,5 del 2012: quasi sei volte il dato del 2005.
Nel 2005, il saldo dei redditi che, lo ricordo, misura la differenza fra quanto rendono gli investimenti esteri ai russi, e quanto rendono agli investitori esteri gli investimenti in Russia, misurava circa -17,5 miliardi di dollari. Nel 2013 il deficit era arrivato a 66,2 miliardi, quasi quattro volte tanto. Perché, vedete, i debiti esteri costano cari, specie se magari denominati in valuta straniera, e bisogna pur pagare gli interessi.
Cosa ci dice l’analisi (superficiale) dei tre saldi: che la crescita del surplus commerciale è stata assai meno robusta di quella del deficit sugli altri due saldi. Si potrebbe dire che aumentare i debiti esteri, per comprare più merci e servizi dall’Occidente, non abbia fatto gran bene all’economia russa. Avranno pure comprato casa a Londra o una bella squadra di calcio, ma a che prezzo?
Se rivolgiamo il ragionamento dal lato del debitore a quello del creditore, scopriamo l’elementare verità della fredda guerra nella quale si sta infilando il mondo globalizzato: nessuno può permettersi di fare a meno della Russia, se si vuole continuare a far marciare la carovana della globalizzazione.
Gli studiosi della pipeline dovrebbero perdere un po’ di tempo per costruire le dollarline, ossia il flusso costante di scambi merce-denaro-merce che vede i prodotti del sottosuolo russo diventare flusso finanziario e poi nuovamente merce, importata dai principali partner commerciali russi, fra i quali, ancora una volta, primeggia l’Italia.
Le statistiche ci raccontano della quota rilevante sui nostri saldi commerciali delle importazione russe di prodotti italiani, seconde sole a quelle dell’America del Nord e dei paesi del Mercosur, rappresentandosi con ciò l’eterno dilemma dell’Italia, ma in fondo dell’intera Europa, fra l’Oriente e l’Occidente.
Se analizzassimo i flussi degli scambi di beni, oltre a quelli finanziari, scopriremmo che le importazioni russe alimentano le economia dell’Europa, almeno tanto quanto le esportazioni di gas russo la riscaldano. Questo rapporto morganatico fra Europa e Russia, un rapporto di secondo letto regolato da un contratto, è stato ben rappresentato dal discorso tenuto a braccetto dal presidente Usa Obama e dalla cancelliere Merkel sulla crisi ucraina, che invece rappresentano il matrimonio ufficiale dell’Occidente europeo con l’estremo Occidente nordamericano.
Con i russi si fanno affari, non alleanze, mentre con gli statunitensi l’uno e l’altro sono il pane e il companatico del nostro stare al mondo.
E’ un’eredità della storia che difficilmente potrà erodersi. E seppure il sogno neoimperiale di Putin dell’Unione euroasiatica possa risultare geopoliticamente comprensibile, il rischio, nell’epoca della fredda guerra, è che finisca anch’esso nel tritacarne della statistica e dei flussi di portafoglio.
Sembra dunque saggio abbastanza chiedersi se la Russia sarà il detonatore di una generale resa dei conti del dare e dell’avere internazionale, eventualità temutissima dalla finanza globalizzata, oppure se alla fine tutto rientrerà nei ranghi, declassandosi il conflitto a normale scaramuccia.
Nell’evo della fredda guerra ciò equivale a chiedersi quanto potrà resistere la Russia senza un afflusso regolare di capitale dall’estero.
Sempre la Bri, nelle sue statistiche di dicembre, nota che a differenza di quanto accade alla Cina, che continua ad attirare capitali dall’estero, malgrado il suo sistema finanziario sia periclitante e le sue banche ombra sempre più infestate dai crediti inesigibili, la Russia sta continuando a sperimentare deflussi di capitali: altri 11 miliardi in meno nell’ultimo trimestre del 2013, circa il 6% del totale, come d’altronde sta capitando anche all’Ungheria, l’ennesima relazione pericolosa dell’eurozona, in particolare dell’Austria, col turbolento mondo dell’est.
Ebbene: l’emorragia di capitali esteri sta lentamente erodendo l’unica vera arma di difesa di cui la Russia dispone, ossia l’ammontare internazionale di riserve.
Piano, piano, la Russia sta entrando in riserva.
(3/segue)
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La fredda guerra della Russia: l’armata dei debiti
Se dev’esser guerra di statistiche, la fredda guerra che la Russia ha scambiato con la guerra fredda dei tempi sovietici, allora non dovremmo trascurare nessun documento dell’economia ufficiale per comprendere per cosa si combatta e come.
Leggere la fredda guerra sulle carte delle banche e delle bilance dei pagamenti, non più sui planisferi. E scorrere, ad esempio, le ultime statistiche consolidate della Banca dei regolamenti internazionali, quelle relative a dicembre 2013, prima dell’infiammarsi della crisi ucraina, come notano preoccupati gli estensori.
Qui leggiamo che l’esposizione delle banche russe verso le banche estere sfiora i 242 miliardi di dollari, ai quali bisogna aggiungere 150 miliardi di dollari di esposizione per crediti e garanzie commerciali o sui derivati. Un dato allarmante che dà sostanza alle dichiarazioni di un banchiere centrale tedesco, Adreas Dombret, che rilevando l’esposizione internazionale dell’Ucraina, tutto sommato contenuta, notava che quella russa, al contrario, era capace di originare contagi destabilizzanti del quadro europeo.
Allarme più che giustificato.
Il contagio russo, se mai dovesse deflagrare la guerra dei numeri, si abbatterebbe innanzitutto sulla Francia, partner dei russi fin dai tempi degli zar.
Le banche francesi hanno prestato con molta generosità e a fine 2013 si trovavano quasi 50 miliardi di esposizione verso le banche russe.
Queste ultime hanno visto quintuplicare i propri asset dal 2005 in poi, passando da circa 10 trilioni di rubli a 50 trilioni, la metà dei quali sono in pancia a banche controllate dallo Stato. Così come sono controllate dallo Stato circa l’80% delle imprese più rilevanti. Il che colloca la Russia al terzo posto della classifica delle economie statalizzate, dove primeggia la Cina, seguita dagli Emirati Arabi. E la banca centrale russa, che dovrebbe guardare con attenzione al comportamento delle banche nazionali, è la prima azionista della Sberbank, che detiene circa la metà dei depositi retail e un terzo degli asset del sistema bancario.
Di fronte a questa situazione di intrecci incestuosi, troviamo terza nella classifica dei prestiti alle banche russe l’Italia, con 29 miliardi di dollari, di poco sotto al secondo grande prestatore cui i russi dovrebbero riconoscenza, vale a dire gli Stati Uniti, che hanno prestato circa 30 miliardi di dollari. Un’inezia di fronte alla mole di investimenti nordamericani nel mondo. Eppure basta a comprendere perché nessuno abbia veramente voglia di tirare la corda. Né gli Stati Uniti, che pure fanno la voce grossa, né l’Europa, dove troviamo anche la Germania, che pure totalizza una ventina di miliardi di prestiti ai russi.
Ma questi numeri non descrivono con sufficiente precisione quale sia la portata dei rischi per le fragili economie europee. La Russia, infatti, è a sua volta interrelata con altre economie dell’Europa orientale, esattamente come l’Ucraina, i cui 27 miliardi di esposizione sono per un buon quarto frutto della generosità delle banche austriache e per altrettanto di quella delle banche italiane, contandosi in circa il 90% a carico di banche europee.
Queste ultime risultano pesantemente esposte nei confronti dell’area geografica denominata “Paesi dell’Europa centrale e orientale”, della quali la Russia è il pezzo più rilevante. E le banche italiane, in particolare, hanno crediti per oltre 170 miliardi, primi assoluti della graduatoria dei prestatori, visto che Francia e Germania insieme ne totalizzano meno di 200. Quindi ci sono i paesi Baltici, anch’essi ormai inseriti a pieno titolo nella cornice finanziaria tessuta dalla Russia nei tempi buoni dei Brics.
Per questo, sempre il Fondo Monetario internazionale, stavolta nel suo ultimo Global financial stability report nota che “i rischi geopolitici in Russia e in Ucraina hanno avuto finora ricadute limitate nei mercati globali. Finora l’impatto è stato limitato ai mercati regionali: si è innescato un aumento del rischio di credito sovrano russo e ucraino (i famosi CDS, ndr), una forte svalutazione del rublo e della grivna e un aumento dei rendimenti obbligazionari locali. Tuttavia i paesi della CSI e in misura minori i paesi baltici (ormai stabilmente nell’orbita dell’eurozona, ndr) hanno forti legami con commercio, rimesse, investimenti diretti esteri”.
Ecco il contagio, finora potenziale, che assume la forma minacciosa di un’improvvisa avversione al rischio che faccia schizzare verso l’alto i rendimenti dei decennali nordamericani, la vera arma di distruzione di massa del nostro evo economico, provocando a cascata una catena di downgrade capace di terremotare il mercato dei credit default swap, a cominciare da quelli accesi sul debito sovrano russo, che, sebbene finora contenuto, trova nel debito estero lordo della Russia un potente detonatore capace di far saltare il faticoso equilibrio della contabilità russa.
Un rialzo dei tassi americani, pure previsto e prevedibile in epoca di tapering – gli analisti stimano che la Fed metterà mano sui tassi dalla seconda metà del 2015 – avrebbe effetti deleteri su tutte le economie emergenti cresciute a debito o dipendenti dalla bilancia commerciale, come è stata quella russa negli ultimi dieci anni.
Se ne già avuto un assaggio nel maggio 2013, quando l’allora governatore Bernanke disse che presto avrebbe invertito il ciclo espansivo della politica monetaria americana. Sui mercati dei bond dei paesi emergenti, Russia in testa, iniziò una correzione violenta dei cambi e degli asset, solo parzialmente rientrata nel mese successivo, quando sempre la Fed spiegò che la fine della bonanza monetaria era ancora lontana.
Ma la retromarcia servì solo in parte. Le valute di tutte i paesi emergenti rimangono ancora sotto pressione e di recente la banca centrale russa ha dovuto alzare i tassi a breve al 7,5% per attrarre valuta dall’estero ed evitare un rovinoso sudden stop nella bilancia dei pagamenti.
Anche qui, le statistiche della banca centrale russa ci dicono che dal dicembre 2011 al dicembre 2013 il debito estero lordo è aumentato di quasi 200 miliardi di dollari, dai 538,8 ai 732,04 miliardi, raddoppiandosi quasi quello del governo, passato dai 34,7 miliardi a 63,4. Degli oltre 240 delle banche ho già detto, ma sono i 437 miliardi di quelli che la statistica chiama altri settori a raccontare la storia più interessante.
Il peso relativo dei prestiti al settore privato, quindi innanzitutto le famiglie e le imprese, è passato dai 227,8 miliardi del 2011 ai 266,2 del 2013.
Questo dato ci racconta molto della società che fu sovietica e che oggi, grazie all’ingresso nel club dei paesi globalizzati, ha scoperto la gioia del credito (altrui) per i finanziare i consumi (propri).
I Russi hanno iniziato, prendendoci gusto, a farsi prestare soldi dall’estero per finanziari i propri sfizi, oltre che gli eccessi dei propri satrapi. Quale migliore controprova della metamorfosi culturale subita dalla Russia nell’ultimo ventennio?
Il Paese che dice di opporsi alla cultura statunitense, quanto se non più di altri, ha attinto e attinge tuttora alla generosità dei creditori per finanziare il suo tenore di vita.
E gli piace.
(2/segue)
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La fredda guerra della Russia
Nell’evo estremo che stiamo vivendo, in cui ogni cosa è economica, e quindi o è misurabile col metro della moneta o non è, la forma stessa dei conflitti assume quella algida del calcolo e si sostanzia in atti economici.
Purgato da quarant’anni di guerra fredda, il mondo oggi sperimenta la fredda guerra delle statistiche, che non risparmiano nessuno, a cominciare dagli stati che pure tali strumenti statistici hanno preteso per dare fondamento oggettivo, e quindi universale, alla loro volontà di potenza. Basta sfogliare La politique des grandes nombres di Alain Desrosières, per comprendere dove e quando è cominciata quest’epopea.
E poco importa che l’estremo numerico, ché altro non è il calcolo statistico, abbia esili fondamenti congetturali. Usare il calcolo in chiave assolutistica, proprio perché nessuno può dubitarne, è stato il capolavoro del Leviatano. E perciò L’invenzione dell’economia, come la chiama Serge Latouche in uno dei suoi libri, lo strumento più efficace per colonizzare l’immaginario dell’uomo, trasformato d’imperio in Uomo economico, quindi freddo calcolatore privato della sua naturale multidimensionalità.
Un robot da accademia con l’ossessione del guadagno.
Tale forma parossistica di feticismo si è estesa come una peste dall’individuo alla società, fino a conformarla, mascherandosi all’inizio con l’equivoco tipicamente marxista che voleva il processo economico ulteriore rispetto a quello politico, quando anche una superficiale ricognizione dell’origine stessa di tale invenzione, quella economica appunto, basta a comprendere che l’economia sia politica sin dal suo sorgere.
L’economia ha servito la politica fornendole un linguaggio. La lingua dell’economia in tal senso, con la sua hybris matematica a significare l’ambizione scientifica di regolare la realtà, è innanzitutto una retorica. E la retorica è l’arte di condurre e vincere una controversia. Quindi una tattica di guerra.
L’economia, perciò, così come è stata disegnata, serve alla guerra, come peraltro è sempre servita sin dai tempi del mercantilismo, cent’anni prima di Adam Smith.
E’ caratteristico del nostro tempo, tuttavia, che la guerra stessa sia divenuto un atto puramente economico, condotto con scaramucce finanziarie. A differenza del passato, quando i moventi economici concorrevano alle ragioni dei conflitti, ma non li esaurivano, oggi l’impeto di Marte dei popoli, ormai addomesticati dalle carneficine di massa, viene soddisfatto dalle sanzioni economiche che punzecchiano gli stati laddove fa male: nel portafoglio.
Anche questo si è sempre fatto. Ma oggi, nel mondo che conta, si fa esclusivamente questo. Bombe ai paesi disgraziati. Sanzioni a quelli che partecipano al Grande Gioco. L’ennesima spaccatura verticale, disegnata sul crinale del potere economico, fra gli stati del mondo.
Perché stupirsi, quindi, se la crisi Ucraina, che ha riacceso vecchie ostilità e trascorsi abiti mentali fra l’Occidente di marca nordamericana e l’Oriente di marca russa, venga declinata col linguaggio dell’economia?
La Russia è rientrata a pieno titolo nel Grande Gioco, diversamente da quando il suo ruolo di superpotenza era affidato agli armamenti. Oggi nessuno più si chiede quante armate abbia la Russia. Semmai quante riserve abbia o quanti debiti russi girino per il mondo.
All’epoca della guerra fredda una catastrofe economica in Russia avrebbe riguardato solo i russi e i loro satelliti, come in effetti è stato persino fino al 1998, quando la Federazione ripudiò i suoi debiti. All’epoca i sismografi economici internazionali segnarono una fibrillazione significativa, ma meno di quelle provocate dalla crisi del Messico del ’95 o da quelle della crisi asiatica del ’97. La Russia era ancora i margini del Grande Gioco. Già ricca, come peraltro è sempre stata, dei suoi beni naturali, ma ancora barbara, selvatica. Inconvertibile.
Oggi non è più così. La Russia è entrata nel Wto nel 2012, suscitando grandi speranze fra gli studiosi del commercio internazionale. La Russia, perciò, è entrata a pieno titolo nella Globalizzazione. E’ diventata addirittura uno dei Brics, quando uno studioso della Goldman Sachs, ai primi del XXI secolo, coniò questa nuova categoria di economie emergenti. La Russia, insomma, sta nel salotto buono. Non più impero del male, ma partner. La Russia quindi è un’opportunità.
Ma la Russia è anche un problema.
Oggi un default della Russia avrebbe conseguenza peggiori della mitica bomba H su molti paesi d’Occidente. Perciò il riaccendersi di tali vecchie ostilità dovrà esaurirsi nella fiamma fredda della guerra del nostro tempo: quella dei numeri e delle statistiche. Quella dove si fanno le sanzioni (economiche) ad personam. Quella che si dichiara con algide stime internazionali, come quella del Fondo Monetario internazionale di qualche tempo fa, laddove si è ridotta la crescita del Pil russo prevista per il 2014 a uno misero 0,2%, con la voce contrita di un chissà chi, ma gallonato, che già avvertiva circa l’inevitabilità della recessione. Fondo monetario peraltro impegnato in una missione proprio in Russia nei giorni terribili della crisi.
La Russia va osservata, perciò. E anche compresa. Ma non è possibile se non ci arma di pazienza e non si ricomincia daccapo.
Più o meno da centocinquant’anni fa.
(1/segue) Leggi seconda puntata
L’Italia (im)possibile: Il matrimonio fra ricchezza privata e debito pubblico
Sarà colpa del caldo che ormai m’affligge, o forse del mio lungo peregrinare nei guai dell’Italia, che mi ruba ore di sonno e mi provoca gastriti. Comunque sia mi accorgo, a un certo punto, che sono stanco.
Sono stanco del continuo girarci intorno. Dall’arrabbattarmi con statistiche mezze farlocche e grafici bugiardi che alla fin fine raccontano tutti la stessa cosa: che abbiamo l’aritmetica politica contro.
Questo lo dice la logica e anche una conoscenza approssimativa dell’essoterismo economico, come quella di cui dispongo io. E se mi piace pensare (sperare) che tutto andrà bene è solo perché sono cresciuto a pane e film americani, dove – fateci caso – c’è sempre un momento in cui qualcuno dice a qualcun altro che andrà tutto bene.
Ma se guardate la fredda guerra che stiamo combattendo col metro asciutto del banchiere – leggetevi (tutta però) l’ultima relazione di Bankitalia per averne contezza – l’unica cosa che rimane è uno sconforto amaro.
Possiamo pure credere, sull’onda dell’entusiasmo, che il nuovo che avanza in politica guarirà con tocco taumaturgico le nostre piaghe, trentennali a dir poco. Ma dovremmo aver imparato che tanto alla fine ci presenteranno il conto e che tutti, chi più chi meno, saremo chiamati a pagarlo.
A chiunque ne dubiti, ricordo solo che siamo stretti nella morsa degli opposti automatismi, per cui se curiamo il settore interno sbilanciamo l’estero, e se curiamo l’estero affamiamo l’interno. Il tutto con la camicia di forza dell’euro e un debito pubblico (e vi faccio grazia di quello privato) che ci costringerà ad avere avanzi primari nell’ordine del 5% del Pil, perché oltre a quella dell’euro abbiamo anche la camicia di forza dei vari fiscal compact.
In questa situazione siamo di fronte a un’alternativa: rassegnarci o ribellarci.
E mi accorgo, forse perché sono stanco, che non mi piace nessuna delle due.
Sono troppo giovane per rassegnarmi e troppo vecchio per ribellarmi.
Immerso come sono in questo dilemma, diciamo generazionale, mi ricordo dell’insegnamento greco, che spingeva a rifiutare i dilemmi, comunque cornuti.
Sicché decido di sparigliare. Sposto il punto di vista.
E così facendo mi accorgo che bisogna porsi problemi impossibili per provare a immaginare soluzioni possibili.
La trita realtà, che possiamo raccontarci in tanti modi ma tanto non cambia, avendomi stancato, mi costringe perciò a iniziare un altro viaggio. Stavolta però ai suoi confini.
Ai confini della realtà, perciò. Come nella gloriosa serie di telefilm degli anni ’60, dove stavolta però è la (pseudo)scienza economica a diventare fantascienza.
Qui, in questa zona inesplorata, l’impossibile diventa possibile. In questo luogo, forse, si può celebrare il nuovo matrimonio che, ne sono ragionevolmente convinto, potrebbe rimetterci i piedi. Ossia quello fra ricchezza privata e debito pubblico: la controstoria futura della nostra storia passata.
E mi scuso già da ora per i miei limiti, non essendo io né economista né esperto di alcunché, ma solo modesto narratore di vicende socieconomiche e quindi incapace per insipienza a dar risposte concrete e a condirle con numeri e previsioni.
Conto perciò sul contributo di voi che siete più bravi di me, per capire innanzitutto se le mie fantasticherie hanno un senso e, se del caso, a tradurle in qualcosa che sia spendibile in un serio dibattito pubblico.
Diversamente sarà stato solo tempo trascorso insieme, spero con vicendevole soddisfazione. Che di questi tempi in cui nessuno si cura più di nessuno, sarebbe già un ragguardevole risultato.
Nel mio viaggio ai confini della realtà, mi accorgo che i vecchi strumenti non bastano e che ne servono di nuovi. Ma altresì che, come ogni matrimonio che si rispetti, quello fra ricchezza privata e debito pubblico deve basarsi sul sentimento, prima ancora che sull’interesse, essendo quest’ultimo, tuttavia, ospite scomodo ma impossibile da non invitare alla celebrazione che inizio a figurarmi. Siamo abituati a far di conto, purtroppo. E già mi immagino il ragioniere tal dei tali, o il dottor plurimasterizzato a considerare tassi attivi e passivi, vantaggi e svantaggi intrisi di numerarietà, mentre credo che dovrebbe ognuno esser disposto a perderci qualcosa purché ci si guadagni tutti.
Ma so bene che l’idealismo non nutre lo spirito animale del nostro tempo, e perciò vado oltre. Serve un incentivo.
Perché mai un cittadino, o un’impresa, dovrebbe accettare di comprare debito pubblico italiano oggi? O, per dirla in altri termini, perché dovrebbe accettare il matrimonio fra la sua ricchezza e il nostro debito?
La risposta più facile è: l’interesse. Quindi il rendimento del suo investimento, come insegnano i manuali, che ignorano richiami più ancestrali come il patriottismo o l’amore del bene comune.
E interesse sia, allora.
Ma l’interesse coincide necessariamente col tasso omonimo, o ce ne puo essere un altro?
Certo che ci può essere. L’interesse può anche essere quello di avere, anziché un incasso monetario tassato al 26%, uno sgravio fiscale che abbassi l’imposta personale sul reddito.
Compro titoli di stato per pagare meno tasse sul reddito.
Uso lo stock di ricchezza per migliorare il flusso di reddito. E in questo modo rilancio i consumi e gli investimenti senza appesantire il deficit fiscale. Se poi la studiassi bene potrei persino trovare un escamotage per ricomprarmi un pezzo di debito estero, che ormai quota il 27% del totale dello stock di obbligazioni pubbliche, al netto delle quote detenute da autorità monetarie o da fondi di investimenti esteri che gestiscono risorse di residenti.
Perché no, mi dico: io un pensierino ce lo farei. E sinceramente non vedo altre vie d’uscita alla nostra situazione. Dopo il divorzio fra debito pubblico e ricchezza privata, un nuovo matrimonio, stavolta fra ricchezza privata e debito pubblico, mi sembra non soltanto giusto, ma inevitabile.
Ma non deve essere vessatorio. Nessuno si sposa sotto costrizione. Tutti coloro che discutono di patrimoniale dovrebbero ricordarselo.
Un matrimonio su basa su fiducia e rispetto, oltre che su patti chiari, se vuole trasformarsi in un una lunga amicizia.
Mi accorgo allora che serve uno strumento nuovo.
Più che il fiscal compact, serve un fiscal bond.
Io però non sono in grado di costruire questo strumento, né di accordarlo per fargli suonare una musica suadente.
Qualcuno è interessato a farlo? O magari ha idee migliori? Sono più che felice di ascoltarlo e ospitarlo qui, per quel poco che vale questo blog.
Ricordate però: non serve la (pseudo)scienza economica: occorre fanta-scienza.
La fantasia al potere, dicevano una volta.
(1/segue, sempre se qualcuno mi aiuta)
Il riequilibrio americano pagato dalla Cina (e dai petrolieri)
Nelle cronache dal rebalancing che hanno caratterizzato la seconda stagione del nostro blog, merita il posto d’onore il racconto di come si sia evoluto lungo il 2013 il principale degli squilibri globali, ossia quello generato dagli Stati Uniti.
Il Grande Squilibrato, che piaccia o meno guida il processo di globalizzazione, e quindi degli squilibri che si sono accumulati nei primi anni del XXI secolo per condurci alla Grande Recessione iniziata nel 2008.
L’America perciò è il luogo dell’eterno ritorno delle cronache economiche e finanziarie del nostro tempo e quindi, inevitabilmente, il posto dove dobbiamo puntare lo sguardo per capire come e se davvero il processo di riequilibrio troverà il suo completamento.
Per raccontarla, questa storia, mi sono servito dell’ultima relazione annuale della Banca d’Italia, che ha il pregio di sommarizzare efficacemente cosa sia successo alle bilance dei pagamenti dei principali paesi nell’anno passato e dove, non certo a caso, gli Usa sono i grandi protagonisti.
“Nel 2013 l’entità degli squilibri globali ha continuato a ridursi”, scrive Bankitalia. “Si sono ridimensionati sia gli avanzi di parte corrente della Cina, del Giappone e dei principali
paesi esportatori di greggio, sia il disavanzo statunitense”. Il grande debitore, quindi, ha ridotto a spese dei grandi creditori il suo squilibrio esterno, mentre “fa eccezione l’area
dell’euro, il cui avanzo è cresciuto ancora, sospinto da un recupero delle esportazioni extra area e da un andamento debole delle importazioni, frenate dalla flessione della domanda interna dei paesi periferici”.
Gli squilibri interni all’eurozona, insomma, seppure migliorati, si sono ampliati nei confronti del resto del mondo, confermandosi l’area dell’euro un problema globale.
I numeri ci dicono che negli Stati Uniti il deficit del conto corrente della bilancia dei pagamenti è sceso al 2,3% del Pil, a quota 379 miliardi, “il valore più basso da 15 anni”. A contribuire, il crollo del deficit energetico, diminuito del 20%, pari a 59 miliardi in meno, avvenuto malgrado l’aumento della domanda interna, e l’aumento del conto dei servizi, che ha pesato circa un terzo. Parte di questi guadagni sono stati erosi dall’aumento del deficit della bilancia dei beni, senza la componente energetica, mentre è diventato marginale il contributo della voce redditi, che comunque è rimasto positivo, essendo l’America uno dei pochi paesi al mondo dove fare debiti finanziari produce profitti.
Questa notazione merita un approfondimento, che ci dice molto su come gira il mondo. Nel 2006 gli Usa registravano sul conto dei redditi un saldo positivo pari a 43 miliardi. Dopo l’esplosione della crisi, cui sono seguite le politiche espansive della Fed con relativo crollo del tassi, il saldo dei redditi, nel 2011, è arrivato a quotare 232 miliardi di attivo, contribuendo a far calare il disavanzo corrente di circa un punto di pil.
Tale miracolo si è composto di due voci: da una parte il calo dei tassi ha fortemente ridotto gli interessi passivi che gli Usa pagano sul loro debito, che per circa tre quarti è composto da titoli di stato detenuti da stranieri. Dall’altra sono aumentati i rendimenti delle attività che l’America spunta nei suoi investimenti esteri, grazie anche alla ripresa dell’attività economica che si registrò nel 2010. D’altronde quando emetti passività praticamente a costo zero, è facile fare utili.
Ma attenzione: “Con la normalizzazione dell’intonazione della politica monetaria statunitense, verrebbero gradualmente meno sia l’effetto del primo fattore sia parte del sostegno fornito alle economie nel resto del mondo dalla liquidità immessa sui mercati dalla Riserva federale”. Un’altra conseguenza non intenzionale che provocherà l’exit strategy.
Ecco il punto: il deficit di conto corrente che quotava 457 miliardi nel 2011, il 2,9% del Pil, ora è a quota 379, il 2,3%.
A fronte di ciò, evidentemente qualcuno ha dovuto pagare il conto. Cina e Giappone, innanzitutto, che hanno visto asciugarsi il loro disavanzo vis-à-vis nei confronti degli Usa, ma soprattutto i paesi esportatori di petrolio, nei confronti dei quali il disavanzo corrente si è ridotto di quasi il 40%, riducendosi a poco più di un quarto di quanto non fosse nel 2008.
Sicché l’America è tornata a sedurre gli investitori esteri, di sicuro spaventati, come lo furono nel 2010, dalle possibili turbolenze che ha innescato la Fed a maggio 2013, quando annunciò l’imminenza del tapering. Gli afflussi netti di capitale infatti, per lo più concentrati in titoli di stato (+6,4% rispetto al 2012 a quota 525 mld) sono arrivati a 906 miliardi, lontani certo dai 1.333 del 2010, quando il mondo curò la sua paura comprando Treasury a rendimenti insignificanti.
I capitali esteri, nota Bankitalia, in particolare quelli asiatici, sono usciti nella prima parte dell’anno per rientrare nel secondo semestre 2013, stavolta come investimenti diretti, di sicuro più remunerativi dei bond americani.
Tali afflussi sono per lo più di provenienza privata, mentre quelli provenienti da autorità estere, quindi governi e banche centrali, sono tornati al livello del biennio 2010-2011, all’incirca al 30% del totale.
Quindi, ancora una volta, sono i privati e non gli Stati a prestare la fetta più grossa agli Usa.
Lato petrolieri, il loro avanzo corrente è sceso dal 10,4 al 7,4% del Pil dal 2012 al 2013, con pesanti flessioni in Arabia Saudita e Libia e un vero crollo per la Russia, dove gli introiti petroliferi si sono più che dimezzati rispetto al 2012.
Ma è l’Asia il posto più interessante dove guardare. Mentre la ripresa ha beneficiato le economie asiatiche di recente industrializzazione, l’avanzo del Giappone si è ridotto allo 0,7% del Pil, per lo più a causa dell’aumentata costo dell’energia dopo il disastro di Fukushima, che si è mal combinato con la pesante svalutazione dello yen voluto dal governo e dalla banca centrale.
E poi c’è la Cina. Lontana ormai i tempi (era il 2007) in cui cumulava avanzi di conto corrente pari al 10% del Pil, nel 2013 la Cina deve accontentarsi di un qualunque 2,1%, guidato al ribasso dal calo delle esportazioni e dall’aumento delle importazioni di beni, materie prima in testa, necessarie ad alimentare le politiche di stimolo fiscale alla domanda, e dei servizi, che nel 2013 hanno totalizzato un saldo negativo quadruplo rispetto al 2010.
Insomma: com’era prevedibile che sarebbe stato, la Cina si sta mangiando i suoi attivi per sostenere la crescita del prodotto, conscia che un rallentamento potrebbe essere letale per tutta la costruzione arzigogolata della sua fragile economia.
Allo stesso tempo, la Cina non può smettere di comprare valuta (indovinate quale). Nel 2013 ha accumulato 513 miliardi di dollari di riserve, che comunque sono la metà rispetto ai massimi del 2009-11. E il perché è presto detto: la banca centrale deve intervenire massicciamente sul mercato valutario per raffreddare il renminbi (indovinate verso quale altra valuta).
“Gli acquisti – nota Bankitalia – sono avvenuti per quasi due terzi nell’ultimo quadrimestre dell’anno, arrestando l’apprezzamento del renminbi che nel 2013 è proceduto a un ritmo analogo a quello del 2012 (il 5,1%)”. Dal che Bankitalia deduce che “le autorità cinesi appaiono ancora poco propense a lasciare alle forze di mercato la determinazione del cambio”.
Difficile dar loro torto. Se il renminbi fosse in balia del mercato è facile capire che sarebbe un mezzo terremoto per l’economia cinese.
Insomma: nel 2013 il Grande debitore ha diminuito i suoi debiti guadagnandoci pure, confermandosi debitore sui generis: l’unico al mondo che le sue cambiali le fa pagare ai suoi creditori.
E io pago, direbbe Totò.
Peccato non abiti in Cina.
L’anno d’oro dei paperoni italiani
L’anno orribile alle nostre spalle non deve esser stato così orribile, o almeno non per tutti, se le attività finanziarie delle famiglie italiane sono cresciute in valore del 2,1%, arrivando a quotare il 3,6% del reddito disponibile.
In media, ovviamente.
Sicché mentre continuo a sfogliare l’ultima relazione di Bankitalia, che così tante verità sussura nelle orecchie di chi voglia ascoltarle, mi sorge il dubbio che siamo tutti vittima di una rappresentazione artatamente drammatizzata della nostra realtà, dove trovano ostello solo uggie e depressioni, ritmate dall’onnipresente crisi, mentre molti, all’ombra di cospicui conti correnti o portafogli zeppi di carta valevole, nel disgraziatissimo anno che abbiamo superato, col suo prodotto declinante e la sua finanza pubblica in bilico, prosperino assai bene. E buon per loro, ovviamente.
Ma perché allora non raccontarla tutta questa storia?
Mi dico che dev’essere un vezzo del carattere nazionale farla sempre peggio di come sia, oppure svalutare le nostre peculiarità più belle solo perché magari le disgrazie hanno buona stampa, a differenze delle fortune. O forse perché ci piace raccontarci tristi e disgraziati, mentre sorseggiamo l’aperitivo delle cinque attrezzati di tutto punto con lo smartphone all’ultimo grido.
Sicché mi dico pure che non è prova di scarsa discrezione ficcare il naso nelle tasche altrui, ma semplice restituzione di realtà a un Paese che ha smesso di pensare a come usare i suoi soldi in un modo che sia altro da farci altri soldi.
La ricchezza finanziaria, perciò, croce e delizia delle famiglie italiane (e delle imprese), che si trovano invischiate nel fastidioso (e invidiabile) problema di dover gestire masse di attivi che a fine 2013 sfioravano i 3.900 miliardi di euro che, al netto di debiti per altri 900 circa, quotano una rispettabile ricchezza numeraria netta di quasi 3.000 miliardi. Per la precisioni sono 2.975,535 miliardi.
Parlo di ricchezza finanziaria perché quella totale, che quindi include i beni reali, ha sofferto per il calo del mattone, che anche nel 2013 ha patito, dopo aver goduto a inizio secolo di rialzi spettacolari. Sicché la ricchezza totale, sempre a fine 2013, è diminuita rispetto al 2012 da 8 volte a 7,9 volte il reddito disponibile. Ciò, malgrado il corposo rialzo che abbiamo visto della quota finanziaria di tale ricchezza. Ciò per dire quanto sia rilevante il mattone a casa nostra.
Limitiamoci alla finanza, perciò, che ha già tante cose da dirci.
La ricchezza finanziaria lorda è arrivata a quotare, sempre in media, 3,6 volte il reddito disponibile, superando persino il livello del 2007, quando era 3,5 volte il reddito, come se la crisi fosse stata solo un brutto sogno.
Circostanza comune, peraltro. E’ accaduta la stessa cosa in Francia (da 2,94 a 3,17), in Germania (da 2,78 a 2,79), al contrario della Spagna, che ancora deve recuperare (da 2,86 a 2,79). Mentre nell’area euro il trend è consolidato (da 3,14 a 3,27).
Se poi depuriamo delle passività la ricchezza, scopriamo, sempre nel confronto intereurozona, che godiamo ancora dell’invidiabile privilegio della più bassa quota di debiti finanziari sul reddito disponibile, pari al 65%, persino in calo rispetto al 2012, a fronte dell’85% franco-tedesco e del 116% spagnolo, ben al di sotto della media euro del 95%.
Vale la pena rilevare, tuttavia, che dal 2007 i debiti li abbiamo peggiorati (erano il 57% del reddito), al contrario di quanto è accaduto in Spagna, che erano al 131%, ma in coerenza con quanto è accaduto nell’intera euroarea (dal 95 al 98%).
E ciò malgrado, la nostra ricchezza finanziaria netta quota 2,76 volte il reddito disponibile, ben oltre la media euro di 2,17 e sopra anche Francia (2,12) e Germania (1,94). Certo, le statistiche sono ingannatrici, e bisogna pur tener conto del numero di abitanti e dei valori medi e mediani. Però l’indicazione è chiara: i soldi, come sistema paese, ce li abbiamo. E sono pure aumentati.
Nel 2013 il saldo finanziario delle famiglie è arrivato al 2,5% del Pil, superando quota 30 miliardi, in crescita rispetto ai 18 del 2012. Per chi non lo ricordasse, il saldo finanziario misura la differenza fra il flusso dei risparmi e quello degli investimenti. Quindi un saldo finanziario positivo significa che si è investito più di quello che si è disinvestito.
Come li utilizziamo è un altro paio di maniche.
Quindi è scrutando la dinamica degli impieghi che s’arguisce la fisionomia di un popolo e di un’epoca.
Scopro così che nel 2013 siamo diventati un filo più amanti del rischio, ma solo perché siamo molto più attenti ai rendimenti. Sono aumentati gli investimenti in azioni e nelle varie forme del risparmio gestito. Da bravi capitalisti, gli italiani danarosi vogliono trarre il massimo dalle proprie provvidenze, in forme di rendite. Anche perché il governo le ha pure tassate più di prima e perciò bisognerà pure rischiare qualcosa di più per cavarci una qualche soddisfazione.
E perciò a soffrire deflussi sono innanzitutto i titoli di stato (non c’è più lo spread di una volta) e anche le obbligazioni bancarie.
Ma ciò non vuol dire che siamo diventati degli spregiudicati gambler. Al contrario. Una rilevante percentuale di questi soldi è investita in attività liquide, quindi circolante e depositi. Parliamo del 30,9% del totale del malloppo, in decisa crescita rispetto al 27,3% del 2007. In valori assoluti parliamo di circa 1.047 miliardi di depositi, ai quali bisognerebbe aggiungere circa 273 miliardi di risparmio postale e soldi liquidi, carta commerciale e altre amenità.
Ma è cresciuta di più la quota di ricchezza investita in attività più rischiose, arrivata al 31,4%, dal 29,2 del 2007.
E già qui si individua una interessante linea di faglia che appassionerebbe un sociologo: i più ricchi cercano il rischio, i più poveri si aggrappano al conto alla posta. I primi guadagnano, gli altri no. Risultato: aumenta la disuguaglianza.
I dati del 2012, sempre di Bankitalia, sottolineano che il 10% più ricco ha portato la sua quota di ricchezza al 46,6% dal 45,7 del 2010, a dimostrazione (qualora fosse necessario) che le crisi servono a far ricchi i più ricchi. E sono proprio costoro, i più ricchi, quelli che si possono permettere di giocare al rialzo, dando la caccia al rendimento.
“Le famiglie più abbienti sono i principali investitori in attività rischiose e detengono oltre due terzi del totale di azioni, obbligazioni emesse dal settore privato, risparmio gestito e titoli esteri”, scrive Bankitalia.
Per darvi un’idea di che cifre stiamo parlando, sappiate che le consistenza di azioni a fine 2013 quotavano oltre 916 miliardi di euro, i titoli obbligazionari 624 miliardi, dei quali appena 184 bond statali (in calo di quasi 40 mld fra 2012-13), e 308 miliardi di fondi comuni.
I soldi fanno soldi, dice il proverbio.
E anche la relazione annuale conferma un dato che ci era noto: “Il valore mediano della ricchezza netta dei nuclei con capofamiglia di età superiore a 64 anni registra una
dinamica di lungo periodo più favorevole rispetto a quella dei nuclei con capofamiglia di età inferiore a 35 anni”.
Detto in parole semplici: la ricchezza è concentrata nella fascia più anziana della popolazione.
Il 2013, perciò, è stato un anno d’oro per i paperoni italiani, che sono diventati più ricchi di prima. E di nuovo: buon per loro. Ma possibile che non si riesca a fare nulla di meglio coi soldi che farne altri?
A fronte di ciò leggo con divertito sconcerto che sono aumentati, nella generale crisi del credito, i prestiti garantiti dal quinto dello stipendio, “una forma di finanziamento meno rischiosa per gli intermediari (le banche, ndr)”.
Sicché i ricchi si arricchiscono e i poveracci cedono il quinto.
D’altronde non ho mai detto che questa fosse una storia a lieto fine.
La fine dell’indipendenza delle banche centrali
Al culmine dell’età delle banche centrali, come ebbe a definirla un bel libro di Curzio Giannini del 2004, scopriamo che è iniziato il loro inesorabile declino.
Dieci anni dopo un paper della Bis (“The exit from non-conventional monetary policy: what challenges?”) sommarizza tale tramonto questionando su quella che poi è la peculiarità delle banche centrali, ossia la loro capacità di essere indipendenti dai governi e dai mercati. E questo fa piazza pulita di un dogma – quello della credibilità, appunto – finora mai messo in discussione per la semplice circostanza che farlo avrebbe significato indebolire il presupposto stesso delle banche centrali e, in ultima analisi, l’intero costrutto che su di loro si basa per far circolare il credito.
La fine dell’indipendenza delle banche centrali, insomma, strette nella morsa delle esigenze fiscali dei governi e dell’insaziabilità dei mercati, fa scricchiolare la fede nella loro credibilità, che in un regime di fiat money è ciò che rende le banche centrali ciò che sono: custodi della stabilità.
Senza indipendenza non può esserci credibilità. E senza credibilità non può esserci credito, ossia ciò che le banche centrali alimentano virtualmente senza limiti.
Senza indipendenza viene strappato il velo di Maya grazie al quale queste entità venivano percepite, rivelandosi per ciò che sono: la punta avanzata dell’intervento pubblico in economia, da una parte, e i recettori di ultima istanza di tutta la spazzatura finanziaria generata dall’intervento privato nell’economia.
Sicché oggi, dopo una crisi devastante, troviamo banche centrali con i bilanci gonfi di asset, che finiscono col farle somigliare a un gigantesco debito (pubblico) fuori bilancio che gli stati hanno acceso per socializzare debiti altrettanto giganteschi del settore privato.
Questo infingimento globale viene perpetuato per dare sostanza – ossia liquidità – al circuito economico, sperando che chissà come la macchina imballata dell’economia globale si rimetta in marcia.
Il rito viene celebrato ogni volta che una banca centrale accende una speranza, inevitabilmente costosa. Il banchiere centrale parla, promette più soldi, le borse salgono, i governi si rilassano, i cittadini sperano. Ma poiché la costituente della crisi che stiamo vivendo è spirituale – ossia non materiale – tale infingimento è per sua natura destinato a perpetuarsi senza fine, pena il redde rationem: la resa dei conti.
Ossia quello che tutti vogliono evitare.
Ed è per questo che la Bis mostra di essere così preoccupata. “L’uscita (dalle politiche monetarie straordinarie, ndr) avrà successo solo se le banche centrali rimarranno libere dalla dominanza fiscale e da quella finanziaria”. Ossia se riusciranno, sostanzialmente, a infischiarsene della realtà.
Capite bene di che razza di atto di fede sto parlando.
Il fatto è che la crisi ha mostrato come falsi i tre dogmi principali che hanno retto il central banking negli ultimi trent’anni. Ossia che le operazioni di mercato aperto non cambino i prezzi relativi degli asset; che il tasso a breve sia l’unico strumento di politica monetaria a disposizione delle BC per perseguire i propri obiettivi di politica economica; che la liquidità delle banche commerciali sia un problema irrilevante, se le banche hanno i bilanci in ordine.
La realtà post-2008 ha fatto piazza pulita di queste teorizzazione astratte, rendendo chiaro un’evidenza che a me, uso a fare i conti della serva piuttosti, è evidente a naso: “Il bilancio della Banca centrale conta”, per dirla con le parole del paper. “Gli acquisti su larga scala di bond e asset hanno abbassato i tassi a lungo, la netta separazione fra le operazione di mercato aperto delle BC e la gestione del debito dei governi si è offuscata e le banche adesso fanno molta più attenzione alla liquidità dei loro bilanci”.
In sostanza, la favoletta del central banking, che vedeva le BC come entità sostanzialmente sovrannaturali – ha mostrato la sua fallacia alla prima seria prova dei fatti. Con l’aggravante che “a causa dell’allungamento della maturità degli asset delle BC le decisioni prese durante la crisi avranno conseguenze più durature e incerte nel tempo”.
La constatazione perciò che “nello scorso decennio i bilanci delle banche centrali siano cresciuti quasi dovunque più di quanto ognuno avrebbe mai pensato” diventa la questione centrale delle BC e del loro rapporto col futuro dell’economia.
Prendiamo la Bce. Francoforte ha concentrato la sua azione con prestiti a medio termine alle banche, tramite i quali le banche hanno comprato titoli di stato, “supportando un profittevole carry trade che ha aiutato le banche a ricapitalizzarsi“. La BoE, la BoJ e e Fed hanno comprato direttamente bond per far scendere i tassi nazionali, ma di fatto “riallocando tutti i portafogli internazionali di bond e quindi influenzando i tassi di cambio”.
“Altrettanto importante – spiega – come le BC abbiano alterato la dimenzione e gli scopi del loro bilancio per rispondere alle condizioni economiche e finanziarie creando aspettative nel settore privato su quello che le BC faranno in futuro”. E infatti le BC sono state costrette a elaborare la dottrina della forward guidance per tenere calma la bestia dei mercati.
Con l’aumentare dei bilanci delle BC, è aumentata anche la liquidità delle banche commerciali, che si sono imbottite di riserve. Negli Usa, ad esempio, all’eccezionale espansione di bilancio della Fed (oltre il 20% del Pil) ha corriposto un livello di riserve delle banche commerciali che ormai quota il 25% del totale dei depositi, mentre nel 2008 erano quasi a zero. Comprensibile che le banche siano diventate prudenti sul versante della liquidità, visto i disastri che si sono verificati nell’autunno del 2008.
Ma la domanda è: un livello di riserve così elevato può creare problemi allorquando la BC deciderà di normalizzare la politica monetaria?
Quanto agli acquisti di bond a lungo termine, che la Fed aveva sperimentato in precedenza solo durante la seconda guerra mondiale, questa pratica ha creato un link difficile da gestire fra gli obiettivi di politica monetaria e la gestione del debito da parte dei governi.
“Nel dopoguerra molte banche centrali erano coinvolte nella gestione del debito dei governi, ma non erano indipendenti”, nota il paper. Col che si capisce bene che, di fatto, non lo sono più neanche adesso.
La lezione degli anni ’80, quando gli stati ingolfati dalla stagflazione iniziarono formalmente a separarsi dalle loro BC, sembra sia andata definitivamente perduta. A meno che non si voglia credere davvero che la Fed non tenga conto del governo quando decide le sue operazioni di acquisto di bond.
O che, almeno, non tenga conto dei mercati.
“Abbassare i tassi a lungo termine (comprando bond pubblici, ndr) ha contribuito a ricondurre i prezzi degli asset nelle economie core a livello pre-Lehman, o ancora più in alto”. La domanda stavolta è: l’uscita dalle politiche non convenzionali sarà in grado di evitare conseguenza negative in futuro su questi asset?
Una risposta rassicurante esiste: l’aumento di ricchezza (finanziaria) determinata dalle politiche espansive delle BC avròà effetti sulla domanda globale, senza considerare che una valutazione più elevata degli asset renderà possibile accendere debiti più elevati, se li si usano come collaterali.
L’aspetto rassicurante, perciò, porta con sé l’ipotesi che ci sia un crescita costante di domanda, ovvero di debito.
Ma il problema, con questa risposta rassicurante è che “la recente recessione è durata troppo a lungo”. “I prezzi degli asset sono cresciuti, ma gli effetti benefici sulla crescita reale che avrebbe dovuto conseguirne non si è ancora materializzata” e questa “sconnessione è preoccupante”. “Stiamo creando una bolla destinata a sgonfiarsi”, si chiede (un po’ retoricamente) l’autore.
Oltre ai rischi di bolla, che aumentano sempre più, c’è un altro rischio che si alimenta al ritmo del forsennato turbinare delle emissioni numerarie delle BC: il rischio di esposizione ai tassi di interesse.
“Al centro di questo rischio c’è il debito in Treasury detenuto al di fuori della Fed, cresciuto dai 3 trilioni del 2007, con un rendimento medio del 5%) a otto trilioni (con un rendimento medio dell’1% a metà 2013″. Un aumento dei tassi può avere effetti devastanti su questi asset.
Di fronte a tutto ciò i banchieri centrali dicono ormai da anni di voler uscire dalle politiche non convenzionali, ma in realtà non riescono a smetterla di usarle. Le Fed ha ridotto gli acquisti di bond, ma in compenso la Bce ha armato il bazooka. Col risultato che non solo i bilanci aumentano, ma anche la maturità delle scadenze.
Le BC sono sempre più pesantemente coinvolte nelle politiche dei governi e dei mercati, anche se dicono convintamente il contrario. Anche perché “è impossibile quantificare come reagirebbe il mercato dei bond a vendite da parte delle banche centrali”. Anche qui non serve essere esperti per saperlo: reagirebbe come reagisce ogni mercato quando si vende massicciamente: con un calo. Quindi perdita sui corsi e aumento dei rendimenti, ossia il contrario di quello che le BC dicono di voler perseguire.
Conclusione: le BC non possono smettere di comprare bond statali (Fed) perché ormai sono troppo interconnesse con le tesorerie dei governi, né possono pensare di venderli, perché aumenterebbero i tassi. Sicché assistiamo a dichiarazioni che prevedono tassi a zero molto a lungo, e insieme a bilanci che si gonfiano sempre più per riuscirci.
“C’è una grande incertezza sul quando e quanto velocemente le BC potranno ridurre il loro possesso di bond”.
E in tale incertezza che emerge con prepotenza l’unica certezza: le BC non possono più decidere senza tenere conto del governo e dei mercati. “L’allarme dell’ex vice presidente della Fed sull’aumento delle minacce all’autonomia delle banche centrali vanno prese molto seriamente”.
Altro che indipendenti.
