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L’odissea dei lavoratori anglo-americani

Poiché, piaccia o no, il mondo angloamericano detta la linea del discorso economico globale, vale la pena sforzarsi di capire cosa succede laggiù nel mondo del lavoro, atteso che prima o poi succederà anche qui dopo che i corifei nostrani di tale mainstream ci avranno talmente stordito di chiacchiere che saremo pure contenti di vederlo accadere.

Pochi giorni fa il dipartimento del Commercio americano ha comunicato dati sulla disoccupazione migliori del previsto (il 6,1% contro il 6,3 previsto) che si collocano ben al di sotto della mitica soglia del 6,5 che la Fed, nel lontano dicembre 2012, fissò allorquando si trattò di comunicare al mondo il segnale che avrebbe scatenato il tapering.

La stessa cosa l’avrebbe fatta la Banca d’Inghilterra, ma quasi un anno dopo. Nell’agosto 2013 aveva detto che una volta ridotta sotto il 7% la disoccupazione, avrebbe riconsiderato la sua politica monetaria.

Quello che pochi ricordano, ma che la Bundesbank molto opportunamente sottolinea in un approfondimento sul tema pubblicato nel bollettino di maggio, è che sia le Fed che la BoE prevedevano che tali soglie non sarebbero state raggiunte prima del 2015, la Fed, e del 2016, la BoE.

Senonché, la realtà, come quasi sempre accade, ha smentito tali previsioni. Dell’America ho già detto, mentre la Gran Bretagna è scesa sotto la soglia nel primo quarto del 2014, con grande sconcerto dei banchieri centrali, che sono stati costretti a modificare la loro forward guidance per evitare che i mercati si spaventassero troppo.

Nel frattempo, trascurando quanto sia inquietante la scarsa capacità previsionale delle banche centrali, il mondo applaudiva. Il successo americano e quello inglese sul fronte della disoccupazione ha generato il solito coro di voci all’unisono che ci hanno convinto che le politiche espansive angloamericane hanno fatto diminuire la disoccupazione – il Grande Mostro – ergo: hanno funzionato.

Il caso inglese, in particolare, è diventato icastico di come una severa politica fiscale, che passa per licenziamenti di massa nel pubblico impiego, sia un ottimo viatico per la crescita occupazionale. Di sicuro l’avrete sentito ripetere in qualche talk show.

Senonché, la realtà, oltre a smentire le previsioni, sovente è anche assai diversa da come ce la raccontano, confermando l’amaro paradosso del nostro tempo economicizzato, dove un’affermazione vera (il tasso di disoccupazione che cala) non sempre corrisponde alla realtà che uno si immagina ciò sottintenda (sono aumentati quelli che lavorano). Succede quando si crede che le statistiche descrivano la realtà, quando invece descrivono soltanto i dati che le loro definizioni sottintendono.

Perché ciò non vi appaia filosofico, leggiamoci tutto l’articolo della Buba, che riprende in parte un altro studio rilasciato qualche tempo fa dalla Bce, anch’esso dedicato al mercato del lavoro Usa.

Dopo aver osservato quanto sia difficile fare previsioni sull’andamento del tasso di disoccupazione, specie basandole sulla presunta crescita del Pi, la Buba nota che comunque tale indicatore – il tasso di disoccupazione – non fornisce indicazioni sufficienti sullo stato di salute del mercato del lavoro perché può accadere che pure se il livello di occupazione rimane lo stesso il tasso di disoccupazione scenda perché  senza lavoro smettono di cercarne uno.

Per comprendere questa affermazione bisogna ricordare che il tasso di disoccupazione viene definito come un rapporto dopo al numeratore ci sta il numero dei disoccupati e al denominatore la somma di occupati e disoccupati, ossia la forza lavoro. Quindi se i disoccupati diminuiscono, diminuisce il tasso.

Il che è perfettamente logico. Ma ricordatevi che i disoccupati non diminuiscono solo perché trovano lavoro, ma anche perché smettono di cercarlo. Se l’anagrafica statistica non censisce più il disoccupato all’interno della forza lavoro (disoccupati+occupati) perché magari il lavoratore non è più iscritto all’ufficio di collocamento, ciò farà scendere il tasso di disoccupazione esattamente come sarebbe successo se il nostro avesse trovato un lavoro.

Per questo viene calcolato il tasso di partecipazione, che è il rapporto fra la popolazione attiva, di solito  i 15-64enni, e la forza lavoro (disoccupati più occupati). Vedete come la rappresentazione statistica differisce dalla realtà di tutti i giorni?

Eppure, con fine espediente retorico, si usa il dato statitistico come se fosse il linguaggio di tutti i giorni e così facendo si confondono i ragionamenti. E se uno dice che è vero che il tasso di disoccupazione è diminuito negli Usa, ma che questo non vuol dire necessariamente che ci sono più persone al lavoro, deve scrivere un post noioso come questo per farsi capire.

I dati d’altronde servono a fare politica, solo che nascondo la loro vocazione dietro la vernice ideologica dell’obiettività scientifica.

Se andiamo a vedere i dati (completi però) relativi al mercato del lavoro americano, che la Buba gentilmente ci mette a disposizione, scopriamo una cosa che sapevamo già: la disoccupazione è calata, per giunta più in fretta di quanto la Fed avesse immaginato, ma il tasso di partecipazione al mercato del lavoro altrettanto.

Su base 100 (anno 2000), l’indice dell’occupazione americana, nei primi del 2014, è ancora sotto al livello del 2007, intorno al 106, nonostante la Fed e la retorica da talk show (televisivo o parlamentare che sia).  Vale la pena sottolineare che il tasso di partecipazione al lavoro degli americani è crollato dal 67% del 2000 a meno del 63% del 2014.

Quindi delle due l’una: o la crescita tanto decantata del Pil di questi ultimi anni ha prodotto una gran quantità di milionari che non ha bisogno di lavorare per vivere, o ha prodotto una gran quanttà di lavoratori che non sono più neanche disoccupati: sono scomparsi e basta. Proprio come il vecchio Odisseo, sono partiti per la loro personale Troia e non si sa se e quando torneranno a Itaca. Il tutto, ovviamente, al lordo della varibile demografica.

Se andiamo a vedere il caso inglese, altro pezzo forte dei talk show nostrani, scopriamo che a differenza di quanto accaduto negli Usa il tasso di partecipazione è aumentato, arrivando a sfiorare il 64%. Quindi effettivamente c’è più forza lavoro. E poiché è diminuito il tasso di disoccupazione, è logico dedurne che siano aumentati effettivamente gli occupati.

E infatti è così, ma con un paio di cavet da non sottovalutare.

Il primo, che la Buba molto malignamente ricorda, è che tale aumento “è molto probabilmente dovuto alla persistente debolezza nella crescita della produttività”. Quest’ultima, secondo le previsioni della BoE avrebbe dovuto cominciare a riprendersi, ma rimane ancora al di sotto del livello pre crisi. Tanto è vero che la crescita del prodotto aggregato, che pure è stata rigogliosa in UK negli ultimi trimestri, ha prodotto un equivalente aumento dell’occupazione, provocando un andamento stagnante del prodotto pro-capite, e quindi, appunto, della produttività.

Per dirla con le parole della Buba “la persistente crescita dell’occupazione in UK è il lato macroeconomico nascosto della debole performance della produttività”. Tanto è vero che l’occupazione ha segnato il suo picco a fine 2013 eppure il prodotto è rimasto all’1,5% sotto il livello pre-crisi.

Anche qui, sembra di sfidare il senso comune, ma se vediamo il secondo caveat tutto si chiarisce.

“Bisogna ricordare – sottolinea sempre più malignamente la Buba – che gran parte della crescita dell’occupazione in UK è dovuta all’aumento del numero dei self-employed, che recentemente quotano circa il 15% del totale della forza lavoro, il 2,5% in più della media degli anni 2000-07”.

L’auto-impiegato, magari un ex dipendente pubblico finalmente costretto a confrontarsi col duro mondo del lavoro produttivo, fa crescere le statistiche dell’occupazione, ma magari produce poco e male.

E non finisce qua: ci sono pure i part time, che ormai sono arrivati al 27% (in crescita dell’1,5%), dai quali non ci si può certo attendere una produzione assimilabile a un full time, ma che comunque fanno statistica occupazionale.

A proposito di full time: il numero di coloro che cercano, senza trovarlo, un lavoro a tempo pieno è quasi raddoppiata, negli anni del “miracolo” inglese.

Il lavoratore inglese, insomma, anche lui novello Ulisse, ha iniziato la sua personale odissea verso la sua Itaca: un posto di lavoro a tempo pieno e, non trovandone, si auto-impiega o si rassegna al part time.

Però l’occupazione cresce. Ai talk show i politici fanno faville. Gi economisti teorizzano, i giornalisti scopiazzano, e tutti sono contenti.

Tranne quelli che lavorano.

L’Italia (im)possibile: aumentare le pensioni diminuendo il debito pubblico

Ad impossibilia nemo tenetur, dice il vecchio brocardo latino. Quindi “nessuno è tenuto a fare cose impossibili”.

Dovrebbe essere tenuto, aggiungo io.

L’antica saggezza latina infatti non vale per l’Italia contemporanea. Dobbiamo trovare soluzioni razionali a problemi assurdi. Tipo: aumentare i consumi, ma anche il risparmio. Diminuire i debiti ma aumentare il credito. Aumentare la spesa sociale ma tagliare il welfare.

E’ assurdo, ma è così. Lo sa chiunque si avventuri nelle politiche economiche le quali, non sapendo che pesci pescare, cercano di dilazionare il redde rationem, sperando che la Bce, la Fed o chi per lei, ci mettano una toppa e tutto torni magicamente a posto.

Io ci spero, ma non ci credo.

Sicché mi son convinto che bisogna aggiornare il brocardo. Siamo tenuti a fare l’impossibile, se vogliamo avere la possibilità di un futuro che non sia quello che immaginano banchieri ed economisti.

Futuro tristissimo, peraltro: un mondo dove regnano l’insaziabile incapienza dei debitori e l’avida aritmetica dei creditori.

Questa riflessione mi ha spinto ad affrontare una prima radicale contraddizione che rappresenta un’altrettanto radicale necessità:

Dobbiamo aumentare le pensioni diminuendo al contempo il debito pubblico.

Bum.

Il Sacro Graal. Oppure l’uovo di Colombo.

Poiché, come ho più volte detto e ripetuto non sono economista né esperto di alcunché, mi contento di tracciare una linea di ragionamento con alcuni dati di contorno. Dopodiché chiedo a voi, che siete molto più bravi di me a fare i conti e a frugare nei cavilli tecnici, di darmi una mano. Se il gioco vi appassionerà potremo insieme farne qualcosa di più di un modesto post.

Perché questo gioco di società? Perché deve essere chiaro a tutti che ne usciremo, dall’impossibilità in cui ci siamo ficcati, solo se ognuno darà un contributo. E le idee e la propria expertise sono già un ottimo inizio. Quindi, per favore, battete un colpo.

Dunque, che sia necessario aumentare il valore delle pensioni in Italia è chiaro a chiunque conosca pure per sommicapi la questione.

In Italia coltiviamo il curioso paradosso per il quale abbiamo una spesa per trattamenti pensionistica gigantesca e una gran parte di rendite miserrime. Parliamo di oltre 270 miliardi nel 2012, in costante crescita sul Pil, al 17,28%, che alimentano circa 16,6 milioni di pensionati che in media percepiscono 16.314 euro l’anno di rendite.

L’Istat ci dice  che il 42,6% dei questi pensionati percepisce un reddito da pensione inferiore a mille euro al mese, il 38,7% tra i mille e i duemila, il 13,2% tra i duemila e i tremila, il 4,2% fra i tremila e i 5mila e l’1,3% oltre i 5mila al mese. Per chi non avesse voglia di fare i conti, l’1,3% di 16,6 milioni equivale a 215.800 persone. Quelli che mezza Italia vuole super tassare (peraltro senza riuscirci).

A fronte di questi incassi abbiamo la circostanza che la pensione sia equiparata al reddito da lavoro dipendente. Di conseguenza che sia soggetta allo stesso tipo di tassazione con tanto di ritenuta alla fonte che l’Inps effettua a titolo di imposta sul reddito delle persone fisiche. Dalla ritenuta sono escluse le prestazioni assistenziali erogate dall’Inps come le pensioni sociali, gli assegni sociali, le prestazioni agli invalidi.

Le aliquote Irpef che i pensionati pagano replicano quelle dell’Irpef sul lavoro, quindi oscillano dal 23% per le pensioni fino a 15mila euro, al 43% per le pensioni superiori a 75mila.

Sappiamo altresì che sul totale di 270 miliardi di pensioni pagato nel 2012, quelle di assistenza pesano il 7,9%, quelle di invalidità il 4% e quelle indennitarie l’1,7. Quindi queste non sono soggette a ritenuta fiscale. Parliamo di circa 36 miliardi che dobbiamo togliere dal nostro monte pensioni perché esentasse.

In sostanza, pure malcontato com’è (sono grato se qualcuno farà calcoli più precisi) abbiamo un monte di spesa pensionistica pari a circa 233 miliardi che produce un gettito fiscale.

Non conosco i dati di questo gettito fiscale nel 2013, però è noto quello del 2012, così come viene riportato dal Bilancio del sistema previdenziale presentato nel giugno scorso dal sito Itinerari previdenziali.

Nel 2012 la spesa pensionistica complessiva, al netto della quota GIAS (ossia dell’assistenza) pari a 31,6 miliardi, era stata di 211,103 miliardi di euro, cresciuta del 3,3% sul 2011 e del 6,2% sul 2010, solo in parte coperte dalla massa dei contributi, pari a 190 miliardi. Su questi 211 miliardi e rotti lo Stato ha incassato di tasse 45,9 miliardi. Credo quindi che non saremmo troppo lontani dal vero se affermassimo che nel 2013 il prelievo fiscale sulle pensioni ha portato circa 50 miliardi.

A fronte di questo incasso fiscale, lo Stato trasferisce all’Inps una quota rilevante di risorse. Di fronte a tutto ciò le previsioni dei vari Def, che vedono in costante crescita la spesa per prestazioni sociali non possono che inquietare.

Questa situazione la potremmo raccontare così: lo Stato spende tanto per le sue prestazioni sociali, pensioni in testa, e al tempo stesso la grande maggioranza di queste rendite sono basse. L’ennesima contraddizione nella quale si agita questo paese.

Detto ciò proviamo il nostro gioco di società. Il miglior modo per far aumentare le pensioni è defiscalizzarle, in tutto o in parte.

Se però lo Stato volesse defiscalizzare queste pensioni, dovrebbe trovare i 50 miliardi di incassi fiscali che gli verrebbero a mancare. E l’unico modo che io vedo plausibile è favorire uno scambio virtuoso fra il patrimonio dei pensionati e il loro reddito.

Provo a delineare la fisionomia di questo scambio.

Bisogna recuperare queste risorse agendo su una delle voci più corpose del nostro bilancio pubblico: la spesa per interessi sul debito, che ormai veleggia intorno agli 80 miliardi di euro l’anno, che equivale a un rendimento implicito di circa il 4% sullo stock di debito che abbiamo accumulato, ossia circa 2.000 miliardi di cui più o meno un terzo all’estero.

Su quest’ultima quota, perciò, paghiamo oltre 25 miliardi l’anno di interessi che, espatriando, non producono alcun effetto positivo sulla nostra macroeconomia, senza contare che una tale esposizione estera ci rende molto sensibili alle oscillazioni dei mercati internazionali, e quindi agli spread. Reinternalizzare questo debito, insomma, ci renderebbe di sicuro più stabili, specie se contrattato a tassi molto bassi.

Servono quindi circa 700 miliardi. Ce li abbiamo?

Gli ultimi dati di Bankitalia ci dicono che la ricchezza finanziaria netta degli italiani a fine 2012 quotava circa 2.775 miliardi. Quindi i soldi ce li abbiamo. E sappiamo anche, sempre perché ce lo dice Bankitalia, che per ragioni storiche una parte consistente di queste risorse è concentrata nella fascia più attempata della popolazione. Quindi sembra del tutto logico che sia questa fascia di popolazione, che poi è la stessa che ha bisogno di vedere migliorata la propria posizione di rendita pensionistica, a partecipare a questo aggiustamento.

Sarebbe sbagliato, però, pensare a un “esproprio”. Nessuna patrimoniale, quindi. La soluzione dovrebbe essere di tipo cooperativo. Ossia bisogna collegare il vantaggio (lo sgravio fiscale) a uno svantaggio, ossia un prestito patrimoniale. Prestito: attenzione, non tassa.

Lo svantaggio sarebbe nelle condizioni del prestito. Ossia nel tasso d’interesse. Quest’ultimo dovrebbe essere collegato al tasso Bce, quindi a zero, e per una durata di almeno venti anni.

In sostanza lo Stato dovrebbe emettere dei “bond Italia”, a tasso zero riservati inizialmente alla popolazione dei pensionati, collegandoli a un beneficio fiscale progressivo, con ampi incentivi a sottoscriverli, ma con libera facoltà di aderire.

In cambio della sottoscrizione, gli anziani avrebbero diritto per tutta la durata dell’obbligazione allo sgravio fiscale corrispondente, che deve essere ponderato al fine di renderlo marginalmente più efficace sulle pensioni più basse. Chi ha di meno, insomma, ma contribuisce, deve avere un vantaggio maggiore di chi ha di più.

In tal modo, dovendo esaurire uno sgravio fiscale di 50 miliardi, pari cioé al totale delle tasse che lo Stato incassa dalle pensioni, io potrei risparmiare la stessa cifra collocando a tasso zero presso gli anziani italiani fino a 1.250 miliardi di euro di bond pubblici. Tale soluzione avrebbe anche il vantaggio di poter reinternalizzare il debito pubblico all’estero, che così tanti patimenti ci ha dato.

I bond verrebbero ripagati al termine del periodo al loro valore nominale, “tassati” quindi solo dell’inflazione del periodo che, essendo molto lungo, è presumibile verrà patita dagli eredi, ma non dal sottoscrittore. La qualcosa potrebbe essere intesa come una sorta di tassa di successione, anche se i titoli di stato ne sono esenti, a quanto mi risulta. Il che, ne converrete, è alquanto curioso. Se eredito venti milioni di euro in Btp, qualcosina dovrei pure darla allo Stato. O no?

Per completare l’opera bisognerebbe creare un mercato di queste obbligazioni, e qui entrano in  gioco le banche, che le renda quindi vendibili, in modo da poter liquidare le somme all’anziano qualora gli occorrano. Vendendoli però si vende il diritto allo sgravio fiscale ad esso connesso. Ciò implica che altre categorie potrebbero godere dell’agevolazione fiscale caricandosene però il costo. In tal modo anche altre persone fisiche o società potrebbero utilizzare i “bond Italia” per migliorare la propria posizione fiscale.

Lo scopo del gioco, come spero sia chiaro, è aumentare le entrate mensili dei pensionati, ma in generale il reddito di chi compra i bond, senza gravare sul bilancio dello Stato, ma anzi andando ad intaccare lo stock di debito che, nel lungo periodo verrà eroso “naturalmente” per la quota sottoscritta dall’inflazione. Quindi anche se nominalmente il debito rimarrà lo stesso, sarà molto diverso da adesso. E soprattutto rimarrà in casa.

Senza contare che restituirebbe ben altra flessibilità al bilancio dello Stato rispetto a quella miserella che i nostri politici tentano di contrattare con Bruxelles. Poiché l’Italia deve rifinanziare circa 250-300 miliardi di euro di debito l’anno, l’operazione potrebbe essere costruite e realizzata nell’arco di un triennio, in modo da digerirla senza troppo scosse.

Mi rendo conto che le mie sono riflessioni approssimative, o, peggio, sballate. E conto sulla vostra benevolenza per precisare, sottolineare e correggere.

Ma quello che ho provato a fare qui è delineare una linea di intervento. Una proposta fuori dalla righe per uscire finalmente dalla logica asfittica dell’avanzo primario, che conduce da nessuna parte e solo a prezzo di grandi fatiche.

L’idea di usare i nostri soldi, che abbiamo accumulato negli anni anche grazie al debito pubblico, per tirarci fuori dai guai, poi, mi sembra l’unica praticabile. Solo che dobbiamo sceglierlo, non ci può venire imposto da uno Stato che, a torto o ragione, ha pochissima credibilità. Dovremmo farlo per noi. Non per lo Stato. Per questo serve un interesse che vada oltre a quello dello Stato che, credo stia a cuori a pochissimi oggi, e anhe vada aldilà del mero interesse monetario.

Ricordarci che siamo una comunità, questo il punto. E sostituire la logica dell’agente economico razionale , che cerca di massimizzare il proprio profitto (finanziario), con quella, meno frequentata ma di sicuro più autentica, di persone che vivono sotto lo stesso cielo.

Fuori dall’econom(an)ia c’è un mondo di cui nessuno ci parla mai.

Voi che dite?

L’età della Grande Stagnazione

Euforico e insieme depresso, il mondo sta sperimentando l’inedito effetto della recessione patrimoniale che ne ha devastato le economie, interrogandosi sul punto dirimente di così tante analisi astruse. Vale a dire: da dove arriverà la crescita che tutti attendono come unico rimedio contro il male dell’indebitamento crescente?

Perché una cosa la crisi ce l’ha insegnata: è impensabile, e vagamente suicida, continuare a pensare di diminuire la massa debitoria contraendo semplicemente la spesa.

I dati mostrano con chiarezza che nei paesi in crisi laddove si è provveduto a diminuire la spesa, a livello pubblico o privato, i debiti sono ancora alti, sia in valore assoluto che in rapporto al Pil, deprimendosi quest’ultimo per via di un’austerità che ha provocato anche gravi danni al mercato del lavoro. Sicchè i vari soloni che almanaccano le masse con l’elencazione dei propri rimedi, alla fin fine concordano: bisogna tornare a crescere.

Ma è sul come che c’è poca chiarezza.

La Bis, nella sua relazione annuale, lo ripete ad ogni dove, ma poi alla fine concede che l’unico rimedio sono le mitiche riforme strutturali, e confessa che il mondo, ormai privo di una bussola efficiente, rischia una stagnazione secolare, pressato com’è dalla montagna di debiti, laddove i crediti corrispondenti sono impegnati in una costante ricerca di rendimenti, suicida anch’essa, e dalle urgenze demografiche, che prefigurano un deciso cambio di paradigma fra i cosìddetti scienziati economici.

Solo che di questo nuovo paradigma ancora non si scorge fisionomia alcuna che non sia stanca riproposizione di formule vuote. Con la conseguenza che ci sono rimaste solo le banche centrali a tenere in vita il moribondo, con massicce flebo monetarie che rischiano, laddove ripetute e insistenti, di far più danni del male alla prossima crisi del paziente.

Da dove ripartire, quindi?

“Il ripristino di una crescita mondiale sostenibile – scrive la Bis – pone sfide considerevoli. Nei paesi colpiti dalla crisi non è realistico attendersi che il livello del prodotto ritorni al trend pre-crisi”. Ciò in quanto “varie economie avanzate stanno ancora riprendendosi da una recessione patrimoniale. Le famiglie, le banche e, in misura minore, le imprese non finanziarie stanno risanando i propri bilanci e riducendo il debito eccessivo”.

Tale processo “è particolarmente avanzato negli Stati Uniti, mentre è ancora a uno stadio precoce altrove, compreso in un’ampia parte dell’area dell’euro. Le risorse devono inoltre essere destinate a nuovi impieghi più produttivi. Al contempo, molte EME (economie emergenti, ndr) si trovano nella fase finale di un boom finanziario, lasciando presagire per il futuro un possibile effetto di freno sulla crescita”.

Per avere un qualche elemento sui cui riflettere, è utile sottolineare che il divario fra prodotto pre-crisi e post-crisi è pari ad esempio al 12,5% circa negli Stati Uniti e al 18,5% nel Regno Unito, mentre è addirittura più ampio per la Spagna, al 29%.

L’esperienza insegna che tornare a vedere il prodotto crescere almeno quanto prima “accade raramente”, dopo una recessione patrimoniale, ossia dopo una crisi che accoppia una crisi finanziaria o bancaria a una crisi congiunturale. E basterebbe ricordare il caso del Giappone degli anni ’90, per averne contezza.

“Nemmeno le prospettive di ripristinare la crescita tendenziale sono brillanti”, avverte la Bis. Anche perché “la crescita della produttività nelle economie avanzate era già in calo prima della crisi e in diversi paesi le forze di lavoro si stanno già contraendo per effetto dell’invecchiamento della popolazione”.

Per capire le implicazioni delle osservazioni della Bis, dobbiamo ricordarci che il prodotto si compone di consumi, privati e pubblici, investimenti, scorte ed export netto. Atteso che la crescita dei consumi è limitata dai debiti, privati e pubblici, e dall’andamento non entusiasmante dei redditi, deflazionati dalla disoccupazione, bisognerebbe spingere sul pedale degli investimenti o delle esportazioni.

Queste ultime, a loro volta, incontrano un limite nella capacità dei consumi esteri, che non sfuggono alla generale stitichezza che affligge il mondo dei consumi, atteso che per vendere la mia merce devo pur sempre trovare qualcuno all’estero disposto a comprarla. Sicché rimangono gli investimenti, che sono veicolo di spesa, per cominciare, e, soprattutto, di occupazione, e quindi, indirettamente, di nuova domanda.

Giocoforza perciò interrogarsi sullo stato di salute degli investimenti internazionali.

A tal proposito la Bis ci ricorda che “gli investimenti sono tuttora inferiori ai livelli pre-crisi in numerose economie avanzate”, anche se ciò “non dovrebbe rappresentare un’importante zavorra per la crescita tendenziale”.

Il deficit degli investimenti è vieppiù elevato nel settore delle costruzioni, specie nei paesi che hanno registrato forti boom immobiliari “e quindi costituisce una correzione necessaria”. E tuttavia “anche la spesa per attrezzature è inferiore alla media pre-crisi”.

Tale andamento, nelle economie avanzate, è stato compensato dall’aumento tendenziale degli investimenti nelle economie emergenti che però, così investendo, si sono infilate in una situazione densa di complessità, legate come sono alla politica monetaria della Fed e ad alcune specificità locali, come quella cinese, a dir poco inquietanti. Basti ricordare che “gli investimenti in Cina” si collocano su livelli prossimi al 45% del Pil, quindi “insostenibilmente elevati”.

Ma in generale è la prospettiva di lungo periodo degli investimenti globali che solleva parecchi interrogativi.

La crescita degli investimenti fissi lordi rimane anemica, specie nei paesi colpiti più duramente. Il gap fra prima e dopo il bust è pari a 14 punti percentuali in Irlanda, 9 in Spagna, 4 negli Stati Uniti e 3 nel Regno Unito. E poiché “è irrealistico attendersi che gli investimenti in rapporto al PIL tornino sui livelli antecedenti la crisi nelle economie avanzate”, rimane da chiedersi la solita domanda: cosa dovremmo fare?

“Poiché i finanziamenti per le imprese non rappresentano un vincolo”, grazie alla inusitata disponibilità di capitali assai ben disposti a essere concessi in prestito, “appare più appropriato ricondurre la debolezza degli investimenti alla lente ripresa della domanda aggregata”.

E quindi il cerchio si chiude. La domanda non tira, appesantita dagli eccessi del debito e dalla paura del futuro, e gli investimenti, malgrado l’abbondante liquidità messa a disposizione dai mercanti del capitale, di conseguenza. E così, girando in tondo torniamo al punto di partenza: cosa dovrebbero fare i cervelloni che governano?

La Bis osserva che la risposta, o almeno una risposta, potrebbe essere su un migliorato aumento di produttività, capace di indebolire quell'”indebolimento tendenziale” che ormai va avanti da un decennio. E quindi, di nuovo, le famose riforme strutturali.

Senonché le politiche dal lato dell’offerta, chiamiamole così, portano con loro il fastidioso dettaglio che comunque serve anche una domanda capace di incontrarla, questa offerta. E così a naso, l’unico risultato plausibile di un così deciso riformarsi strutturalmente altro non pare possa essere che una gigantesca redistribuzione del reddito a favore dei produttori. Quindi una restrizione della labor share, che peraltro sembra assolutamente coerente con lo spirito del tempo. E d’altronde ha anche un senso: in un mondo in cui aumenta la popolazione, diventa più semplice trovare lavoro a basso costo.

E’ questo quel che ci aspetta? Riportare l’orologio della storia agli anni ’50, con un’Europa che replica le politiche migratorie e retributive dell’Italia di quel tempo?

Nessuno ha la risposta, ovviamente. Eppure la domanda insiste a presentarsi, sicché è opportuno darvene conto.

Anche perché l’alternativa, quella che più di tutte molti osservatori usano a mo’ di spauracchio, è quella di una “secolare stagnazione”. Quindi prodotto al lumicino bastante appena a pagare gli interessi su debiti divenuti ormai eterni, con gli spietati ragionieri europei a sforbiciare ogni anno qualcosa per garantire ai creditori il pagamento di quanto è loro dovuto grazie all’improntitudine degli stati.

Redistribuzione o stagnazione.

Ai posteri l’ardua sentenza, diceva il poeta.

L’ascesa dei merca(n)ti dei capitali

Mentre le banche, rese ormai timorose dai rimbrotti e addomesticate dai regolatori, retrocedono, la seconda decade del XXI secolo si segnala per un’altra circostanza storica, fra le tante che contribuiscono a fare del nostro un tempo meraviglioso: l’ascesa dei mercati del capitale. O dei mercanti, sarebbe più giusto dire, visto che costoro altro non fanno che collocare denaro laddove conviene per estrarne altro.

Lo fanno anche le banche, certo, e in particolare quelle che basano sul trading la loro attività di business. Ma la banca, vocazionalmente, è un intermediario che dà credito anche alla sedicente economia reale. I mercati dei capitali, al contrario, vocazionalmente, fanno semplicemente girare i soldi e così facendo hanno ampliato, pur replicandola, la funzione bancaria dell’intermediazione creditizia. E per di più lo fanno senza esser soggetti ai sempre più stringenti controlli regolamentari e seguendo come unica bussola l’interesse dei creditori, che loro affidano le risorse chiedendo sempre più rendimenti in cambio.

E poiché i debiti sono tanti nel mondo, e quindi anche i crediti, ecco che gli asset manager, ossia i mercanti dei capitali, sono diventati una delle categorie più sistemiche delle nostre economie. Tanto che la Bis, nella sua ultima relazione annuale, li ha giudicati meritevoli di un approfondimento che trovo interessante condividere con voi quale utile stimolo di riflessione, oltre che di informazione.

La premessa è che che le banche, dopo la grande paura seguita al 2008, hanno notevolmente ridimensionato la loro attività sul mercato dei capitali. Alcune hanno deciso di tornare a concentrarsi sul settore retail. Altre, dovendosi ricapitalizzare sulla spinta dell’irrigidimento regolamentare, hanno capitalizzato gli utili e quindi ridotto i prestiti. Altre ancora hanno trovato più conveniente dedicarsi ad attività core.

La conseguenza è stata che “l’intermediazione finanziaria per il tramite dei mercati ha guadagnato terreno. La crescita del settore del risparmio gestito ne è un esempio lampante”.

Metteteci pure che molte imprese hanno trovato più conveniente chiedere soldi al mercato, tramite prestiti obbligazionari, piuttosto che alle banche, le quali, oltre ad essere alquanto restie, non riuscivano a collocare i prestiti a un prezzo conveniente per il sottoscrittore, avendo una struttura dei costi di sicuro meno efficiente rispetto ai mercanti dei capitali.

Sia come sia, il fatto è che gli asset manager sono diventati dei pezzi grossi. “Poiché sono responsabili dell’investimento di ampi portafogli mobiliari, gli asset manager possono avere un impatto significativo sul funzionamento del mercato, sulle dinamiche dei prezzi delle attività e, in definitiva, sui costi di finanziamento di amministrazioni pubbliche, imprese e famiglie”.

Sono diventati i nuovi dèi che arbitrano (nel senso di arbitraggio) le nostre sorti. Quindi dovremmo amarli e rispettarli, come insegna la libretta.

Qui ci accontentiamo di conoscerli.

“Le società di asset management (asset management companies, AMC) – spiega la Bis – gestiscono portafogli di titoli per conto degli investitori finali, sia al dettaglio sia
all’ingrosso. Esse investono il risparmio delle famiglie e le eccedenze di liquidità delle piccole imprese, ma anche somme ingenti per conto di investitori istituzionali,
come fondi pensione pubblici e privati, compagnie di assicurazione, tesorerie aziendali e fondi di ricchezza sovrani”.

Nella estrema diversità delle forme contrattuali che legano gli asset manager con i loro clienti, tutte le AMC hanno una caratteristica pressoché comune: “Nella maggior parte dei casi, le AMC non mettono a rischio il proprio bilancio nella gestione di detti patrimoni. Offrono invece, a fronte di una commissione, economie di scala e di scopo sotto forma di competenze nella selezione dei titoli, nell’esecuzione e nel timing delle transazioni, nonché nell’amministrazione dei portafogli”.

Traducendo, si potrebbe dire che non rischiano nulla. Si limitano a far girare i soldi degli altri, a guadagnarci (e a far guadagnare) quando va bene e far perdere (i clienti) quando va male, ma spuntandoci comunque le loro brave commissioni.

Vi sono tuttavia alcune eccezioni che la Bis molto opportunamente ci ricorda.

Quella più vistosa è quella degli hedge fund, che investono assai rischiosamente (promettendo rendimenti adeguati) ma rischiando anche di proprio ed ottenendo remunerazioni sulla base delle performance.

“Una forma nascosta di leva finanziaria riguarda in maniera analoga le rassicurazioni implicite fornite dai fondi monetari sulla preservazione del capitale”. I fondi monetari, per chi non lo ricordasse, sono entità dove usualmente viene parcheggiata la liquidità e una delle componenti più rilevanti del mercato dei finanziamento all’ingrosso (wholesale funding) dove attingono a piene mani i vari sistemi bancari-ombra grazie ai quali i mercanti dei capitali prosperano. Questi fondi monetari vengono percepiti come parcheggi sicuri, e infatti offrono rendimenti assai contenuti. Peccato che l’esperienza abbia insegnato il contrario.

Questo scenario ci aiuta a contestualizzare i dati, che mostrano come dal 2002 al 2012, dove si ferma la seria della Bis, gli attivi del settore (che contempla 500 gestori aggregati) sono quasi raddoppiati, collocando ormai intorno ai 70 trilioni di dollari, un po’ sotto il livello raggiunto nel 2007, prima dell’armageddon, quando crollarono poco sopra i 50 trilioni. La crisi ovviamente non poteva risparmiare questi soggetti che alimentano e nuotano nel mare della liquidità.

A differenza delle banche, però, già dal 2009 le AMC si erano riprese. Le masse gestite avevano già superato i 60 trilioni e da lì hanno continuato a crescere. E soprattutto, è cresciuta la concentrazione di questi soggetti.

La Bis ha calcolato che i primi 20 gestori gestiscono quasi il 30% di questa montagna di soldi. Parliamo quindi di oltre 20 trilioni di dollari nella disponibilità di 20 società private.

“La concentrazione è massima al vertice, dove un ristretto gruppo di operatori domina le classifiche. Molte di queste AMC sono affiliate e/od operano all’interno dello stesso gruppo di grandi istituzioni finanziarie di rilevanza sistemica”. Ossia hanno dietro grosse banche che, improvvisamente, rispuntano come funghi. Lo shadow banking ha sempre bisogno del banking per funzionare, questo è chiaro.

Capite bene che razza di potere rappresentino questi gestori, in un mondo affollato di debitori in costante ansia da roll over come il nostro. E tuttavia, tale potere è ignoto al grande pubblico, come ben si addice una divinità, che si manifesta celandosi.

La Bis sottolinea come tale ascesa presenti vantaggi e svantaggi. Fra i primi la possibilità per chi cerchi credito di disporre di un canale alternativo a quello bancario, e ciò spiega perché il peso relativo dei mercanti di capitale sia cresciuto rispetto alle banche, e poi la circostanza che gli AMC attingano da varie fonti, e non soltanto ai risparmiatori, li espone a minori rischi di rimanere a secco.

Ma lo svantaggio è altrettanto evidente: “Il nesso fra incentivi e obiettivi che influenza le scelte delle AMC può incidere negativamente sulle dinamiche del mercato e sui costi di finanziamento dell’economia reale. I gestori di portafogli sono valutati sulla base dei risultati di breve periodo, e i ricavi sono legati alle oscillazioni dei flussi di
capitali dei clienti”.

Detto in altre parole, i mercanti di capitali esacerbano e aggravano il difetto principale della finanza contemporanea: la visione focalizzata sul breve e brevissimo periodo, oltre ad essere ostaggio di se stessi, come si è visto nel 2008.

Ma sarebbe strano il contrario. Se, vale a dire, un tempo di corto respiro come quello che stiamo attraversando non avesse generato entità che sul breve periodo ritmano la loro attività.

Il risultato è che queste entità sono fortemente procicliche. Detto in italiano vuol dire che vanno bene quando tutto va bene e peggiorano le cose quando tutto va male. E l’aumento della concentrazione può rafforzare tale prociclicità, “esercitando un influsso sproporzionato sulle dinamiche di mercato” arrivando a “produrre effetti sistemici di vasta entità”.

Viviamo in un mondo ricco e pericoloso, questo lo sapevamo già.

Dovremmo ricordarci che sono due facce della stessa medaglia.

Le banche centrali fanno esplodere i debiti delle famiglie

Nella forsennata crescita del credito, che ha finito col rinchiudere il mondo nella trappola del debito, le banche centrali del mondo giocano un ruolo rilevante, per non dire che ne sono direttamente responsabili.

Queste entità, che dall’esplodere della Grande Crisi hanno assurto al ruolo di demiurghi delle nostre società, hanno insieme il merito di aver evitato il tracollo – il redde rationem – e dall’altro di aver creato le premesse per il prossimo, che quando si presenterà sarà assai più problematico (e costoso) da gestire.

A ciò si aggiunganol’effetto disastroso che ha sugli animal spirit dei capitalisti l’idea che il denaro sia gratis – anzi a tassi negativi – e che le banche centrali siano diventati contenitori inesauribili di asset, laddove bilanci ormai tesi all’inverosimile non si sa più bene come né quando potranno tornare alla normalità.

La Bis ha gioco facile, nella sua ultima relazione annuale, a rilevare come dal 2007 al 2013 i bilanci delle banche centrali siano più che raddoppiati, superando quota 20 trilioni di euro a furia di riempirsi di obbligazioni, necessarie sostenere alcuni bilanci pubblici, e riserve. E ha gioco altrettanto facile nel notare che tanta fatica, che pure tutti dicono necessaria a fronteggiare il crack post Leham, ci abbia oggi condotti a vivere in un mondo assai più pericoloso di prima, dove il minimo timore di un aumento dei tassi fa esplodere la paura.

Ma ancor peggio, il gioco del credito facile ha sortito l’effetto opposto a quello che sarebbe stato utile per fronteggiare la drammatica crisi da debito privato che ha distrutto i bilanci pubblici di mezzo mondo: il debito privato, infatti, rimane intollerabilmente alto, quando non sia aumentato proprio in conseguenza dell’azione delle banche centrali, che hanno fatto sprofondare i tassi in territorio negativo in tutte le principali economie.

La normalizzazione, perciò, nessuno sa più bene cosa significhi. Cosa farne di questi 20 trilioni e oltre che gli stati hanno accumulato, e che ormai assomigliano a un gigantesco debito fuori bilancio, è mistero gioioso. E ancor più misterioso è capire come faranno a uscire dalla secca dei tassi a zero, che ormai fa scricchiolare la loro presunta indipendenza e, di conseguenza, la loro credibilità.

Sappiamo però alcune cose, che la Bis molto graziosamente ci comunica: “Un basso livello dei tassi di interesse non risolve il problema di un debito elevato. Può contenere i costi per il servizio del debito per qualche tempo, ma poiché incoraggia, anziché scoraggiare, l’accumulo di debito, amplifica l’effetto dell’eventuale normalizzazione”.

In pratica, quando e se le BC aumenteranno i tassi, poiché nel frattempo i privati si saranno riempiti di debiti a basso costo, l’effetto sulla sostenibilità di questi debiti sarà drammatico. E stavolta gli stati non potranno più metterci una pezza, atteso che devono già fare i conti con la sostenibilità fiscale dei loro bilanci.

Come se non bastasse, complice l’economia asfittica nella quale ci arrabbattiamo tutti, sono spuntate pure “pressioni disinflazionistiche impreviste, che rappresentano una sorpresa negativa per i soggetti indebitati ed evocano lo spettro della deflazione”. Il che costringe i banchieri centrali, BCE in testa, ad inventarsi nuovi strumenti per dare ossigeno ai prezzi, quindi espandendo ulteriormente il credito, ammesso che qualcuno lo voglia.

Quo usque tandem abutere, patientia nostra? direbbe Cicerone.

“Per tutto il tempo che sarà necessario”, potrebbe rispondere un banchiere centrale parafrasando il celebre detto di Mario Draghi.

E infatti le varie forward guidance dicono tutte la stessa cosa: la politica monetaria accomodante durerà finché serve.

Peccato che la Bis non abbia dubbi quando afferma che “l’efficacia della forward guidance in presenza di tassi ufficiali alla soglia zero appare limitata”. Si fa per dire, insomma, piuttosto che dire per fare.

La verità, però, che la Bis teme anche se non lo dice, è che neppure i banchieri sanno come uscire dal cul de sac nel quale si sono infilati. “La transizione sarà probabilmente un percorso complicato e accidentato, indipendentemente da come verrà comunicata; in parte per questi motivi, non va sottostimato il rischio di una normalizzazione troppo tardiva e troppo graduale”.

Come prima e peggio di prima, insomma: questo è il rischio che sta montando sotto i nostri piedi e i cui segnali s’intravedono ormai troppo numerosi per ignorarli. E i paesi anglosassoni, che prima e più degli altri hanno iniziato questa contraddanza, sono i primi che dovranno farci i conti.

Prendete gli Usa. Gli ultimi dati sulla disoccupazione dicono che è diminuita al 6,1%, a fronte di un 6,3%, ben al di sotto del 6,5 che l’ex boss Bernanke aveva indicato come soglia per iniziare il tapering. Ricordiamo tutti il caos che scoppiò a maggio 2013 sui mercati internazionali. Tanto che la Fed si premurò di spiegare che avrebbe tenuto conto di altre variabili, preferibilmente fumose, e lo stesso ha fatto la Banca d’Inghilterra, che ormai parla genericamente di quadro macroeconomico.

Fatto sta che ormai i mercati si aspettano che la Fed inizi a far salire i tassi nel 2015. Ma una cosa è aspettarselo, un’altra è vederlo accadere.

Anche perché nel frattempo la Banca del Giappone ha lanciato la sua personalissima riscossa contro la ventennale deflazione, promettendo urbi et orbi che inonderà il mondo di yen. La conseguenza è stata che la BoJ ha già accumulato asset nel suo bilancio equivalenti al 50% del Pil giapponese, di fronte ai quali il “misero” 20% di Fed, BoE e Bce sembra persino poca cosa.

E parliamo solo delle banche centrali principali, ossai di quelle che dettano la linea.

Se andiamo a vedere in alcuni paesi meno rilevanti, ma non per questo meno sistemici, scopriamo nei numeri l’effetto che queste politiche hanno avuto nei bilanci delle famiglie. Vale a dire coloro che con questi disastri dovranno farci i conti, qualora gli dèi della finanza dovessero nuovamente cadere nel baratro di una crisi di fiducia.

Anche in quest’analisi ci soccorre la Bis. La Banca ha preso in esame alcune economie avanzate, anche se di stazza minore rispetto ai colossi. In particolare: Australia, Canada, Nuova Zelanda, Norvegia, Svezia e Svizzera.

Tutte costoro condividono la circostanza di avere un elevato debito privato e un’inflazione più bassa dell’obiettivo, malgrado tassi nominali che in alcuni casi, come la Svizzera, sono praticamente a zero.

Ebbene, dal 2007 al 2014, il debito delle famiglie, in percentuale del reddito disponibile, è passato dal 155% a oltre il 175%, incoraggiato dai tassi negativi e dal costante aumento del mattone.

Cosa succederà a questi debiti quando i tassi americani cominceranno a salire?

Tutti conoscono la risposta.

Ma nessuno la dice.

 

 

I tormenti dei creditori

Se il mondo è finito nella trappola del debito, come efficacemente rileva la Bis nel suo ultimo rapporto annuale, vuol dire che insieme ai debitori, che sono persone, famiglie, imprese e intere collettività, sono finiti in trappola anche gli abitanti dell’altra metà del cielo, da sempre occultati nel discorso economico, ossia i creditori. Quelli che, rivelando un pudore che la dice lunga su sostrato psicologico del nostro discorso economico, i resoconti ufficiali chiamano risparmiatori, per intenderci.

Costoro dovrebbero suscitare la nostra pena, costretti come sono a subire il tormento sofferto da chi ha troppi soldi, creati per magia da entità alchemiche che si chiamano banche centrali, e non sa dove metterli. E sono convinto che molti italiani, pure se non lo ammetterebbero mai perché ci piace rappresentarci straccioni e finto poveri, questo tormento lo hanno sperimentato e lo stanno sperimentando sulla loro pelle.

Ma cosa volete che siano le poche migliaia di euro di un piccolo risparmiatore rispetto ai trilioni di un fondo pensione?

Sicché dovremmo ricordarci che se è vero che il 2013 è stato un anno eccezionale per i paperoni di tutto il mondo, è altresì vero che tali guadagni sono stati frutto di patimenti altrettanti corposi: gioie e dolori, viene da dire, scrutando  da lontano il flusso emergente di una montagna di spazzatura finanziaria che, dalla marea declinante dei rendimenti,  emerge come un mucchio di cadaveri che si pensava di aver sepolto una volta per tutte, dopo la carneficina post Lehman del 2008.

Già mi pare di sentirli i vostri pensieri: ah magari lo avessi io il problema di dove mettere i soldi, quando ho quello contrario, ossia di dove prenderli.

Ma sono pensieri automatici, frutto di un’epoca automatica nella quale il mainstream suggerisce a ognuno di noi persino cosa pensare, non badateci.

Concentriamoci invece sui tormenti dei creditori perché costoro, che per natura faranno affogare coloro a cui prestano prima di affogare loro (e di conseguenza) ormai sono il vero primo e forse unico potere del nostro esausto mondo, costretto a finanziare ogni anno gigantesche quantità di obbligazioni e quindi obbligato a chinare il capo e a farsi benedire dai possidenti.

Ma questo è il tormento del debitore, che conosciamo tutti bene.

Il tormento del creditore è di natura assolutamente diversa. Anche lui, come il debitore, conosce l’insonnia, ma per opposte ragioni. L’uno calcola la propria incapienza, l’altro è insonne perché nulla cura la sua inesausta fame di rendimento.

Carnivoro perciò, questo animale astruso, ma solo di temperamento, perché poi di bocca buona com’è lo si potrebbe definire onnivoro, come il maiale e l’uomo.

La Bis, sempre prodiga di ragguagli morali nascosti dietro la patina della contabilità, ci racconta che costoro, i creditori, ormai disperano di trovare alcunché capace di dare ostello dignitoso alla loro fortuna numeraria.

Ormai comprano di tutto, purché possano spuntare qualche punto base in più del decennale americano o, peggio ancora, di quello tedesco. La loro fame di rendimento li sta accecando e presto li perderà, sembra di capire, visto che – è sempre bene ripeterlo – il rendimento porta con sé il rischio.

“In questa situazione di elevata propensione al rischio – dice la Banca – le vivaci emissioni di titoli a più basso rating sono state accolte da una forte domanda da parte degli investitori”.

E ricordiamoci pure che “negli ultimi è stato emesso un volume considerevole di debito, sia nel segmento di qualità, sia in quello ad alto rendimento”. Ossia quello più rischioso. Quest’ultimo, giova saperlo visto che qui si fa la storia del debito, è esploso a 90 miliardi di dollari nel 2013, quando prima della crisi non arrivava a 30. Quale migliore nemesi per il creditore che essere costretto a navigare un post crisi peggiore del pre crisi?

Comprendete le ragioni del tormento?

No? Siete ancora invidiosi? Allora ve ne do un’altra.

“Nel mercato dei prestiti consorziali – dice la Bis – i finanziamenti erogati a mutuatari con merito di credito inferiore e alto grado di leva (prestiti leveraged) hanno superato il 40% delle nuove sottoscrizioni per gran parte del 2013 una quota superiore a quella pre‑crisi dal 2005 a metà 2007. La presenza di misure di protezione dei creditori sotto forma di clausole di salvaguardia (covenant) è diminuita sempre più nei nuovi prestiti”.

Meno protezioni, perciò, per queste Moby Dick creditrici che schiumano dollari mentre infiniti Achab debitori cercano di arpionarle per succhiargliene un po’.

La balena-creditrice mi suscita sempre più pena, poi, quando leggo che “l’attrazione degli investitori per le tipologie di prestiti più rischiose ha fomentato anche un aumento delle emissioni di attività come le obbligazioni payment-in-kind e i fondi di investimento immobiliare specializzati in mutui ipotecari (mREIT)“.

Spazzatura finanziaria, appunto, che uno credeva l’esperienza avesse consegnato alla storia e che invece riemerge dalla fossa nella quale era stata interrata nel biennio successivo alla crisi, quando i creditori, ormai tremanti, si rivolsero al Demiurgo che tutto può in cerca di protezione.

A proposito, sapetete come è andata a finire il fly-to-quality di quegli anni verso i sicurissimi bond pubblici americani?

E’ finito benissimo (per gli americani).

Sempre la Bis, Virgilio ideale, competente e sicuro, nei gironi in cui il creditore patisce i suoi tormenti infernali, giusto contrappasso per la sua avidità, tratteggia un box che già dal titolo la dice lunga:  L’ondata di vendite 2013 nel mercato dei titoli del Tesoro Usa.

Già, qual è stato l’impatto dell’ondata di vendite di bond Usa sui portafogli dei poveri/ricchi creditori che tali titoli avevano comprato dopo il crack Lehamn per metterli al sicuro? Dipende da come si contano le perdite, spiega la Bis, che si spinge a confrontare l’ondata di vendite Usa scatenatasi da maggio 2013, dopo l’annuncio improvvido (o subdolamente provvido) dell’ex boss della Fed che presto il tapering sarebbe iniziato, con quella accaduta nel 1994 e poi nel 2003.

Anche in questi due casi a far detonare l’ondata di vendite fu un rialzo dei tassi Usa che evidentemente, ben consci del loro “esorbitante privilegio” ci marciano e non ci pensano due volte a tosare i poveri creditori che hanno affidato loro i loro sudatissimi risparmi.

Ebbene, nel 2013, spiega la Bis, “le perdite ai prezzi correnti di mercato sui singoli titoli durante le turbolenze del 2013 non sono state pari a quelle del 1994 e del 2003. Ma un tratto distintivo dell’ondata di vendite del 2013 è stata la massiccia espansione delle consistenze di debito a seguito della crisi finanziaria”. Quindi le perdite sono state minori, sui prezzi correnti, ma maggiori sullo stock. Ed è facile capire perché: “Fra gli inizi del 2007 e il 2014 lo stock di titoli del Tesoro USA negoziabili in essere è pressoché triplicato, passando da $4 400 a 12.100 miliardi, e al suo interno è aumentata la quota di titoli detenuti nell’ambito del Federal Reserve System Open Market Account”.

Conclusione: “A causa della forte espansione dello stock di titoli del Tesoro USA dalla crisi finanziaria, l’ondata di vendite del 2013 sui mercati obbligazionari ha generato una perdita aggregata maggiore, in termini sia di dollari sia di PIL, rispetto alle turbolenze del 1994 e del 2003. Fra maggio e fine luglio 2013 l’insieme dei detentori del debito statunitense è incorso ai prezzi correnti di mercato in perdite cumulate intorno ai $425 miliardi, equivalenti a circa il 2,5% del PIL. Le perdite aggregate stimate per l’ondata di vendite del 2003
ammontarono a $155 miliardi, pari all’1,3% del PIL, e quelle del 1994 a circa $150 miliardi, intorno al 2% del PIL”.

Se queste piccole storie non vi hanno mosso a compassione per i poveri/ricchi creditori, allora almeno abbiatene per quei poveracci che dei loro tormenti devono farsi carico, dovendone amministrare le fortune e, peggio ancora, dovendo pure render conto.

“Gli intermediari con passività fisse – osserva la Bis – (ad esempio compagnie assicurative e fondi pensione) o i gestori patrimoniali che promettono ai clienti un rendimento fisso, possono reagire a un contesto di tassi bassi assumendo un maggior rischio di duration o di credito. Anche i sistemi di retribuzione nel settore della gestione patrimoniale, che legano il compenso a misure di performance assolute, possono contribuire in modo rilevante a incoraggiare la ricerca di rendimento da parte dei gestori”.

Ecco perciò la tirannide del creditore, direttamente proporzionale al suo tormento, che cresce come una malapianta che avvolge tutti, e sovente neanche ce ne rendiamo conto. Dal grande fondo pensione, che amministra il risparmio previdenziale dell’impiegato, alla banca, che usa chissà come i faticosi risparmi della pensionata, all’asset manager, che smista i milioni del rentier. Tutti insieme appassionatamente.

Aspettando il redde rationem.

 

Le banche siamo noi

Se c’è un’entità che l’italiano medio mal sopporta meno dello Stato, quella è di sicuro la banca. Fateci caso. Provate a dir male di una banca e partiranno applausi. Esattamente come quando parlate male dello Stato.

Siamo quelli di Piove governo ladro, d’altronde, salvo poi pietir favori ai politici quando serve.

Esattamente come facciamo con le banche. Mentre le disprezziamo le imbottiamo di liquidi. Ci turiamo il naso e le patrimonializziamo, per parafrasare un vecchio detto.

In questo curioso sentimento bifronte, che accomuna ora lo Stato, ora le banche, dimentichiamo che siamo sempre noi, quelli che chiedono favori alla politica e insieme prestiti in banca. Salvo poi maledirli perché ci hanno concesso l’uno e gli altri. Vuoi perché ci vergogniamo, vuoi perché ci accorgiamo che quei prestiti non possiamo ripagarli.

La realtà che dovremmo avere il coraggio di riconoscere è che banche, stato e privati sono la laicissima trinità del nostro vivere socieoconomico. Simul stabunt, simul cadent, come dicono quelli istruiti.

Detto con parole mie: parlar male delle banche o dello Stato equivale a parlar male di noi stessi. E non so voi, ma io sono parecchio stufo di quest’esercizio.

Mi son convinto, perciò, che bisogna far pace con lo Stato e con le banche, per far pace con noi stessi, pure a costo di perdonar loro evidenti difetti costitutivi e cercando invece di trovare espedienti migliorativi, ricordando che pure noi, i privati cittadini, ne siamo specchio fedelissimo.

Solo così, forse, può venire fuori qualche buona idea.

Per ragionare, tuttavia, può essere utile conoscere alcuni dati. All’uopo mi servo dell’ultima relazione della Banca d’Italia che dedica un paio di illuminanti capitoli al sistema bancario nostrano che è assai utile sommarizzare.

A cominciare dall’inizio: “In Italia le banche ricoprono un ruolo rilevante nel finanziamento dell’economia”, scrive la BC. Siamo una Repubblica fondata sul lavoro e sulle banche, insomma. Piaccia o no è così.

Tale intreccio fra noi e le banche ci viene plasticamente rappresentato dai numeri. “A fine 2013 il credito bancario a famiglie e imprese era di oltre 1.400 miliardi di euro, pari al 91% del Pil. I prestiti delle banche costituiscono quasi due terzi dei debiti finanziari delle imprese e oltre un terzo della ricchezza finanziaria delle famiglie è investito in depositi e obbligazioni bancarie”.

Quindi abbiamo da una parte che i due terzi dei debiti finanziari delle imprese stanno in pancia alle banche, quindi circa 800 miliardi fra breve e medio termine su 1.260 circa. Dall’altra che oltre 1.300 miliardi di ricchezza delle famiglie è prestata alle banche, sotto forma di depositi (1.047 mld) od obbligazioni bancarie (326 mld) , ai quali si aggiungono altri quasi 280 miliardi che le imprese hanno come attivo che vengono appoggiati alle banche come circolante, depositi a vista e altri depositi.

Se fate due somme, scoprirete che i 1.400 miliardi di prestiti che le banche concedono a famiglie e imprese, corrispondono grossomodo ai crediti che le famiglie e le imprese hanno nei confronti delle banche stesse (circa 1.580 miliardi) e che anzi sono pure inferiori. Quindi le nostre banche sono ricche (e malviste) perché gli italiani sono ricchi (e malvisti), non il contrario.

Perciò le banche hanno patito, negli anni bui della crisi, esattamente come hanno patito molti italiani, chiudendo il 2013 con perdite, per l’intero settore, pari a due miliardi. Ma quello che ha fatto patire le banche non è stato la mancanza di fondi, anche se poi col procedere della crisi i patrimoni si sono erosi a causa dell’aumento delle sofferenze e degli incagli, specie nel settore immobiliare, che pure grandi soddisfazioni aveva regalato ai nostri istituti di credito.

Quello che le ha fatte soffrire è stato il brusco prosciugarsi della liquidità. La morte repentina dell’interbancario post-Lehman. Per questo è arrivata la Bce e ha iniziato a pompare liquidità nel circuito.

Lo stesso patimento che ha sofferto il nostro debito pubblico, sul finire del 2011, che, ci hanno raccontato, rischiava di non trovare più sottoscrittori. Sicchè le banche, coi soldi della Bce, hanno comprato bond pubblici per dare ristoro alla nostra contabilità pubblica, mentre tagliavano i fondi ai privati, che, visti come un tutt’uno sono anche i i loro principali creditori.

In pratica, hanno usato i soldi della Bce per rimanere liquide e i soldi degli italiani per rimanere solide. E gli italiani, molto disciplinatamente, hanno continuato a dargliene. I depositi, infatti, sono cresciuti per tutto il 2013.

Tutto questo mentre lo Stato, grazie alle banche che comprando titoli pubblici contribuivano a raffreddare i rendimenti, sentitamente rendeva grazie e, prosaicamente, ricambiava con corposi interessi attivi sui bond pubblici comprati dalle banche pagati con le tasse dei cittadini.

Ecco la trinità laica al lavoro.

Prima di proseguire nell’analisi, tuttavia è assai utile fornire un altro elemento che fa capire come il processo di finanziarizzazione delle nostre economie non sia in alcun modo un incidente della storia. Piaccia o meno, tutti siamo chiamati a farci i conti.

In Italia, nel 2013, le banche pesavano il 71,3% dell’intero settore finanziario. Solo in Spagna le banche sono più invasive (75,7%). Ma con una differenza: in Spagna le banche sono dimagrite, dal 2001 in poi, quando erano al 77,3%. In Italia è andata al contrario: eravamo al 64,2% e siamo arrivati al 71,3.

L’Italia, quindi, è sempre più bancocentrica.

L’area dell’euro è al 55%, con Francia e Germania rispettivamente al 67% e al 66,6%. Nel Regno unito le banche pesano il 55,6, in calo di un punto dal 2001, mentre negli Stati Uniti appena il 28,2&, dal 26,8 del 2001.

Poi c’è un altro dato: dal 2001 a oggi il peso sul Pil del settore è costantemente aumentato in tutto il mondo avanzato. In Italia nel 2001 il settore finanziario quotava 2,4 volte il Pil, oggi il 3,9. Stavolta siamo fanalini di coda. La Francia sta a 6, dal 4,1 del 2001), la Germania sta a 4,4, dal 4,3 del 2001, l’area euro a 6, dal 4,3 del 2001, mentre il Regno Unito sta a 12,4, quasi il doppio rispetto al 6,1 del 2001. Gli Usa stanno a 4,7, un punto in più rispetto a 13 anni fa.

Il combinato disposto ci dice una cosa molto semplice: la finanza è destinata a crescere di peso nell’economia e in Italia le grandi protagoniste sono le banche.

Faremmo bene a farcele piacere, se vogliamo provare a tirarne fuori qualcosa di buono.

La bolla che arriva dall’Asia

Bella grossa, persino in crescita e vagamente inquietante la bolla asiatica s’aggira, paradossalmente leggera, virando verso l’Occidente indaffarato a far quadrare conti che mai potranno quadrare, incurante perciò, e sostanzialmente immemore, dei guasti che l’Oriente ha fatto e consumato anche in tempi recenti.

L’Occidente, d’altronde, non può occuparsene. Deve vedersela col rischio di una stagnazione secolare, come l’ha tratteggiato la Bis nella sua ultima relazione annuale, che s’aggira sul suo capo invecchiato e sulle sue forze ormai esauste, dove da un parte gli investimenti rallentano, la produttività declina e neanche i consumi si sentono tanto bene, atteso che gran parte della domanda aggregata, quella pubblica, è gravata dall’esigenza di rendere sostenibile la politica fiscale, mentre quella privata è fiaccata dalla disoccupazione e dall’ampia tesaurizzazione che la marea montante degli anziani fa della ricchezza.

L’Occidente, quindi, non se ne occupa. E anzi spera, dimenticando la brutta fine che fa chi di speranza campa, che proprio dall’Asia arrivino forze fresche capaci di rivitalizzare le sue stracche industrie di beni e servizi.

La speranza del secolo asiatico, perciò, ultima chimera del capitalismo terminale dopo quella contrabbandata nei primi Duemila dai Brics, ovvero i sedicenti campioni delle economie emergenti, che troppo presto, ahinoi, hanno mostrato la corda della loro inadeguatezza strutturale. E’ bastata la minaccia della Fed di terminare la bonanza e gli emergenti si son trovati intrappolati nei loro debiti, e pure malamente.

Sicché rimane l’Asia, emergente anch’essa, a ben vedere, eppure chissà perché ancora capace di restituire allo stupefatto Occidente il sogno di una crescita illimitata ed eterna, malgrado l’esperienza avrebbe dovuto insegnarci che tale sogno ha la fisionomia dell’incubo.

L’Asia, e la Cina in particolare, ovviamente, ossia l’altra America, quella coi soldi veri degli americani custoditi nelle riserve e un oceano di bocche da sfamare coi prodotti (e i servizi) dell’Occidente.

Senonché questi paesi, alimentati dalle nostre speranze, hanno finito col diventare pericolosi. Sono all’apice di un ciclo finanziario di espansione il cui picco, una volta doppiato, potrebbe rivelarsi rovinoso, per loro, come è già successo a fine ’90, ma soprattutto per noi tutti, atteso che dalla fine ’90 il mondo si è ulteriormente globalizzato.

E’ sempre la Bis a istruirci, e forse dovremmo ascoltarla.

Per comprenderla però serve un po’ di noiosa teoria economica.

Il concetto di ciclo finanziario, ancora in erba nella vasta prateria della teoria, non è stato ancora pienamente definito ma si basa sull’incorporazione dell’idea che alcune variabili finanziarie, sia di quantità che di prezzo, fluttuino congiuntamente.

I ricercatori della Bis hanno isolato il concetto che esista una connessione assai stretta fra l’andamento degli aggregati creditizi e i prezzi degli immobili. Sicché, monitorando queste grandezze è possibile estrapolare un indicatore che sommarizzi se e come un’economia si trovi in una fase di boom o bust finanziario.

Una rapida espansione del credito, spiega infatti la Bis, specie del credito ipotecario, sospinge verso l’alto i prezzi degli immobili, i quali a loro volta accrescono il valore delle garanzie reali e quindi l’ammontare di credito che il settore privato può ottenere. “È questa interazione di mutuo rafforzamento fra vincoli di finanziamento e percezioni del valore e dei rischi che è stata storicamente all’origine dei più gravi problemi macroeconomici di allocazione delle risorse”, conclude.

I cicli finanziari, così individuati e misurati presentano alcune caratteristiche morfologiche che li differenziano dal normale ciclo economico. Intanto sono più lunghi, estendendosi d’abitudine per circa 15-20 anni a fronte degli uno-otto del ciclo economico. Poi, nei punti di massimo (ossia quando inizia il bust) il ciclo finanziario coincide con una crisi bancaria. Quindi risulta che i cicli finanziario sono interrelati e sincronizzate fra le diverse economia, atteso che la libertà di movimento dei capitali diminuisce gli spread a dà modo ai capitali esteri di allocarsi dove meglio ritengano, salvo poi ritrarsi quando c’è il bust.

Basta teoria, guardiamo la pratica.

La pratica è un insieme di grafici dove la Bis applica la sua econometria per misurare il ciclo finanziario in diversi paesi del mondo.

Viene fuori che alcuni paesi, in particolare Spagna, Grecia, Italia e Portogallo sono in fase di bust finanziario relativamente alla crescita del credito, dei prezzi immobiliari e dell’indicatore finanziario di medio termine già dal 2010, anche se tale bust è rallentato negli ultimi quattro trimestri.

Dimenticavo: per essere sospetti di bolla tutti e gli indicatori devono essere in territorio positivo.

Ebbene, gli unici paesi che sono in pieno boom del ciclo finanziario sono la Cina, dove credito e prezzi degli immobili continuano a salire, e la crescita del prodotto è guidata da un 45% di investimenti pubblici che anche la Bis giudica poco sostenibile, la Turchia, dove tali indicatori sono addirittura aumentati negli ultimi quattro trimestri, la Svizzera, che però di recente ha rallentato, e il Brasile.

Ma soprattutto è la bolla asiatica presa nel suo insieme che spaventa.

Credito e prezzi degli immobili non accennano a diminuire nell’intera area geografica e l’indicatore finanziario, pure se ha rallentato, è ancora in territorio positivo.

In questo contesto i segnali che si sia arrivati al picco del ciclo sono numerosi. “Anche le crescenti insolvenze nel settore immobiliare cinese forniscono indicazioni in tal senso”, nota la Bis.

La sensazione che una certa precarietà circondi l’Asia si rafforza quando andiamo ad analizzare i cosiddetti indicatori di allerta precoce che, ricorda sempre la Bis, per quanto discutibili nella loro conformazione teorica “si sono rivelati sufficientemente affidabili nell’individuazione di andamenti insostenibili del credito e dei prezzi degli immobili in passato”.

Tali indicatori sono costruiti analizzando lo scostamento del rapporto fra credito e Pil di un paese dal trend di lungo periodo e lo stesso scostamento dal trend del prezzo degli immobili. A queste due variabili si aggiunge quella determinata dall’indice del servizio del debito.

La logica è alquanto chiara: tanto credito, prezzi alti, quindi tanto debito privato e relativi interessi da pagare. Tutto ciò espone il settore privato al rischio di tassi, da un parte, e a quello di calo dei corsi immobiliari, dall’altra, che diminuendo il patrimonio, e quindi le garanzie, mette a rischio il servizio del debito. Il meccanismo che abbiamo visto negli Usa dal 2008 in poi, quando il paese aveva già iniziato la fase decrescente del suo ciclo finanziario.

Ebbene, questi indicatori di allerta precoci segnalano un livello estremamente elevato per la regione asiatica, sia lato gap credito/Pil, sia lato prezzi immobili. Più rassicurante l’indice di allerta sul servizio del debito, tranne che per la Cina, che invece ha il livello più alto al mondo. Nel resto dell’Asia l’indicatore è più basso, ma, spiega la Bis “un aumento dei tassi di interesse spingerebbe tali indici a livelli critici anche in varie altre economie”. Nella simulazione basterebbe che i tassi salissero di 250 punti base per innescare l’allarme rosso.

“I dati storici – avverte la Bis – mostrano che a un valore del gap credito/PIL superiore a 10 punti percentuali sono solitamente seguiti nell’arco di tre anni gravi difficoltà del settore bancario”.

Bene: l’Asia, nel suo complesso, è arrivata a 19,9%. La Cina al 23,6.

Come una bolla di sapone, anche quella del credito crescendo s’infragilisce.

Poi scoppia.

 

L’Italia di cui nessuno parla: quella creditrice

L’Italia nascosta, quella celata dalla montagna dei nostri debiti, è quella che meglio dovremmo conoscere se davvero volessimo comprendere perché mai la nostra classe dirigente sia così sollecita verso i nostri creditori esteri.

Le nostre obbligazioni, infatti, esagerate come siamo noi, celano una circostanza che spiega molto bene perché l’Italia abbia così a cuore gli interessi di chi ci presta i soldi. Ossia il fatto che siamo anche noi creditori dell’estero, e per giunta rilevanti.

E poiché cane non morde cane, figuratevi se un creditore si perita di farlo con un collega.

Questa evidenza contabile viene sommersa dai saldi netti della nostra posizione estera, ormai negativa per circa il 30% del Pil, divenendo perciò essa stessa il problema che onnubila le facoltà di analisi dei tanti commentatori che si esercitano d’economia nel nostro dibattito pubblico, almanaccando consigli ed esortazioni da pulpiti che sovente hanno tutto l’interesse a difendere i propri interessi esteri invece di quelli interni, essendo infine collocati all’estero, questi interessi, piuttosto che in Italia.

Così l’Italia nascosta, quella creditrice, diventa un dettaglio del nostro discorso economico, quando invece, a ben vedere, è degna comprimaria, però dietro le quinte, del nostro tormentoso presente. Perché se davvero fossimo come ci rappresentano, queste cronache, già da un pezzo saremmo falliti. E invece reggiamo l’urto della crisi, e anzi, l’Italia creditrice muove significativi passi in avanti, come d’altronde anche quella debitrice. Che però guadagna gli altari della cronaca, al contrario della prima.

Sicché mi è sembrato far opera di riequilibrio raccontarvi quanto siamo attivi verso l’estero, invece di quanto siamo passivi. Riequilibrio informativo, almeno, giacchè quello contabile necessiterebbe di ben altra sollecitudine per essere risolto.

All’uopo mi giovo degli ultimi dati forniti dalla Banca d’Italia sulla nostra posizione estera e di un paio di database messi gentilmente a disposizione dal Fondo monetario internazionale, ossia quello sugli investimenti di portafoglio e sugli investimenti diretti. La lettura incrociata dei dati ci fornisce alcune informazioni utili a comprendere la temperie nella quale siamo immersi, oltre a contribuire a spazzar via la nostra più peculiare caratteristica: una certa pelosa ipocrisia che, coltivata con deciso piglio dalle nostre élite, scivola lenta ma implacabile verso la nostra base sociale, contaminandola con una mefitica aria densa di lamentazioni.

I dati perciò. A fine marzo 2014, ci dice la Banca d’Italia, i nostri compatrioti godevano di attivi esteri per 1.915 miliardi di euro che certo non bastano a compensare i 2.422 di passività, esibendo perciò una posizione netta negativa per 506 miliardi, ma che però restituiscono un’immagine di noi stessi assai diversa da quella di poveracci che spesso ci rappresenta la stampa e che viene riverberata dal dibattito pubblico.

Se scomponiamo gli attivi scopriamo altre informazioni interessanti, che gettano una luce diversa sulla tanto declamata crisi che sta devastando il nostro Paese. Che è circostanza verissima, ma incompleta. Sta devastando parte del nostro Paese, non tutto.

Se risaliamo la serie statistica al marzo 2013, scopriamo ad esempio che i nostri investimenti di portafoglio all’estero, che valevano 795 miliardi, un anno dopo valgono 842, dei quali 454 per azioni detenute oltreconfine (erano 387 un anno prima) e 387 per titoli di debito (in calo rispetto ai 408 di marzo 2013). Il boom dei mercati azionari, insomma, ha portato fortuna ai paperoni italiani che hanno comprato azioni estere.

A far sprofondare il saldo degli investimenti di portafoglio, tuttavia, sono i corposi acquisti di debiti italiani che l’estero ha effettuato nell’ultimo anno. Gli stranieri hanno aumentato il valore della loro esposizione azionaria, passata dai 140 miliardi di marzo 2013 ai 216 del 2014, complice certo il rialzo dei corsi, ma soprattutto la componente obbligazionaria, quella pubblica in testa, che è passata da 941 miliardi a 1.048.

Per capire quanto pesi il debito pubblico acquistato dai non residenti sulla nostra posizione estera dobbiamo servirci di un’altra statistica di Bankitalia, quella sul debito estero, che viene scomposto nei vari settori dell’economia. A livello aggregato i nostri debiti esteri sono aumentati dai 1.911 miliardi del marzo 2013 ai 1.922 di marzo 2014. Gran parte de boom si deve alle amministrazioni pubbliche, il cui debito estero è passato dai 670 miliardi di marzo 2013 ai 752 di marzo 2014. In particolari le obbligazioni di lungo termine sono passate dai 607 miliardi del 2013 ai 683 di marzo 2014. L’estero insomma, è tornato a comprare debito pubblico italiano, ed è facile capire perché: ai tassi attuali sono un ottimo affare.

Giova anche rilevare che tutti gli altri settori hanno diminuito il loro debito estero. Lo Stato, quindi, è l’unico che aumenta la sua esposizione, mentre i privati lentamente retrocedono.

Altrettanto interessante è osservare la voce investimenti diretti all’estero. A marzo 2013 tali attività, che raccontano di quanto gli investitori italiani, imprese in testa, si stiano internazionalizzando, valevano 407 miliardi di euro. Un anno dopo sono 433. E solo la crescita costante di investimenti diretti dall’estero, che per noi sono passività, passati dai 273 miliardi di marzo 2013 ai 300 di marzo 2014, ha leggermente ridotto il saldo netto a un attivo di 133 miliardi a fronte dei 134 del 2013.

Se adesso andiamo sui DB del FMI scopriamo anche altre cose. A fine 2009 l’Italia aveva investimenti diretti all’estero per 486 miliardi di dollari, circa 357 miliardi al cambio attuale, che sono diventati 535 miliardi di dollari a fine 2012, ossia 393 miliardi di euro sempre al cambio attuale, vicini quindi ai 407 miliardi che Bankitalia aveva rilevato nel primo trimestre 2013, quando inizia la sua serie.

In sostanza, le imprese italiane hanno visto crescere il valore dei propri investimenti esteri di circa 80 miliardi di euro fra il 2009 e il marzo 2014. Da questo punto di vista non dovrebbero lamentarsi, al contrario di quanto hanno il diritto di fare i lavoratori italiani, visto che nel frattempo la disoccupazione interna è esplosa. Eppure le imprese, con quelle internazionalizzate in testa, si lamentano a gran voce.

Se guardiamo gli investimenti di portafoglio, la situazione cambia poco.

A fine 2009 gli italiani avevano 1.116 miliardi di dollari investiti all’estero, dei quali circa 264, investiti in Lussemburgo (il 24%) ed è inutile che vi spieghi perché. Parliamo in totale, sempre al cambio attuale di circa 820 miliardi di euro.

A metà del 2013 gli investimenti di portafoglio all’estero si erano leggermente ridotti, a 1.045 miliardi, circa 768 miliardi al cambio attuale. Interessante però notare che era aumentata la quota di fondi finiti in Lussemburgo, ormai arrivata a quasi 350 miliardi di dollari, pari al 33% dell’esposizione. La reazione alla crisi, insomma, è stata portare i soldi là dove fruttano meglio.

Tutto questo mentre lo Stato aumentava il suo debito pubblico di un 20% di Pil, aumentando l’esposizione estera e patendo gravi crisi dello spread.

Non si può certo accusare gli italiani di essere patriottici.

Per completare l’analisi è assai utile osservare le nostre controparti.

I nostri investimenti diretti all’estero si concentrano in Olanda, poi Germania, Spagna, Austria e Francia (in quest’ordine secondo i dati 2012 del FMI), mentre dall’estero gli investimenti diretti in italia arrivano da Olanda, Francia, Lussemburgo, Regno Unito e Germania.

Siamo quindi inseriti nei paesi core, dove gli investitori italiani all’estero hanno tutto l’interesse a stare per non perderci.

Lato investimenti di portafoglio, i nostri investimenti si concentrano in Lussemburgo, Francia, Irlanda, Germania e Stati Uniti (sempre in quest’ordine secondo i dati FMI di giugno 2013), mentre sappiamo già quanto dipendiamo dalla morsa franco-tedesca per i prestiti che ci fanno dall’estero.

Quindi anche lato prestiti di portafoglio, l’Italia creditrice investe nei paesi core, ha tutto l’interesse che i PIGS (Irlanda) stiano in riga e che l’intera costruzione euromonetaria sia salda.

Non c’è da stupirsi che l’Italia creditrice ami l’Euro-pa.

Il mondo nella trappola del debito (e della liquidità)

L’84esima relazione annuale della Bis (Bri, in italiano) arriva in una calda domenica di giugno a preparare un’estate resa ancor più ardente dall’impennata di alta pressione non tanto barometrica – che sarebbe pure tempo suo – ma finanziaria, che ha reso torrido il clima sui mercati internazionali.

Costoro, i mitici mercati, non paghi di aver raggiunto vette storiche, perfette quindi rappresentazioni della straordinarietà delle politiche monetarie che le hanno rese scalabili, ancora in questa metà del 2014 si segnalano per fame di rendimento e quindi di rischio, ignorando, colpevolmente o quasi, che tale appetito sia figlio illegittimo di tale straordinarietà.

Dare soldi gratis, insomma, gonfia di liquidità gli investitori e al tempo stesso abbassa i rendimenti. Con la conseguenza che i soldi gratis non rendono nulla, a meno di non rischiare l’osso del collo.

Ed è proprio su questo crinale, da dove s’intravede il precipizio di una drammatica riprezzatura degli asset, che l’economia mondiale assiste attonita alla sua altrettanto drammatica impennata del debito globale, cui si accompagna finora docile e rassicurante, un’ampia liquidità che le banche centrali promettono docile e abbondante anche in futuro, pur consapevoli come sono – la Bis, in quanto “banca centrale delle banche centrali”, è la principale voce della loro coscienza – che rischiano il collo anch’esse, e con loro gli Stati che le hanno create, qualora arrivasse un’altra recessione.

Sicché ha gioco facile la Bis a invocare una nuova bussola capace di orientare l’economia internazionale e quindi condurla fuori dalle secche del debito, ancora elevatissimo, e della liquidità, altrettanto abbondante e non a caso, che hanno intrappolato i mercati, ma sarebbe più giusto dire gli stati a questo punto, nella camicia di forza di una crescita anemica e spaventevole, perché s’intravede debole anche per gli anni a venire, quando la pressione demografica che grava sul ricco Occidente renderà periclitante la produttività e insieme esorbitanti i costi della sicurezza sociale. “Si parla addirittura di stagnazione secolare”, avverte la Bis, ormai preda della sindrome di Cassandra.

Che fare dunque?

Godersi i rendimenti finché ci sono, suggerisce l’esperienza, che nulla ha che vedere col buon senso. Perché dal crinale il precipizio si vede benissimo e sembra ricordarci il destino che attende noi tutti non appena l’euforia si trasformerà in depressione, con l’incertezza sul quando unica rimasta sul tappeto dell’analisi.

In alternativa rimane solo l’appello alle ormai mitiche riforme strutturali, laddove gli stati dovrebbero esser capaci di capire come sboccare il meccanismo della produttività ormai inceppato, senza peraltro spiegar bene, tale opzione, dove mai tutta questa riconquistata produttività dovrebbe sfogare il suo potenziale di crescita, atteso che poi, pure essendo assai produttivi, c’è sempre qualcuno che deve comprarle le nostre merci.

La risposta dal lato dell’offerta, suggerita dalla Bri, insomma, presuppone una rinnovata propensione al consumo globale, laddove finora, lo dice sempre la nostra Bis, le politiche fondate sulla domanda (a cominciare da quella pubblica) hanno sostanzialmente fallito il loro scopo esplicito – ossia far ripartire la crescita – servendo soltanto allo scopo implicito, ossia salvare le banche e il sistema finanziario, pure se a un costo esorbitante.

E questo è precisamente uno dei punti: il mondo sta sperimentando una terribile e pericolosa trappola del debito.

Il tanto decantato de-leveraging che così tante cronache affolla, a livello aggregato semplicemente non c’è stato. Anzi: i debiti sono aumentati. Sicché da una parte la Bis dice che bisogna smetterla di pensare di usare il debito come un volano della crescita, e dall’altro non può che prendere atto del fatto che non ci riusciamo.

Un bel grafico sommarizza con rara efficacia questa situazione.

Nel 2007 le economie avanzate avevano un livello di debiti (pubblici e privati insieme, escluse le banche) che quotava 135 trilioni di dollari, pari a circa il 250% del loro Pil. Nel 2010, a causa della crecsita di circa il 40% dei debiti pubblici, il totale dei debiti è arrivato a sfiorare il 270% del Pil, e lì è rimasto anche nel 2013.

Se guardiamo ai paesi emergenti, a fine 2007 i debiti superavano di poco i 60 trilioni, la metà circa dei quali concentrati nelle imprese non finanziarie, ma già nel 2010 arrivava ad 85 trilioni, con crescita di tutti i settori per superarli, in larga parte a causa della crescita del debito corporate a fine 2013, superando ormai ampiamente il 150% del loro Pil.

Se guardiamo al mondo nel suo complesso (Arabia Saudita, area dell’euro, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea, Giappone, Hong Kong SAR, India, Indonesia, Malaysia, Messico, Polonia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Russia, Singapore, Stati Uniti, Sudafrica, Turchia e Ungheria), i circa 110 trilioni di fine 2007 sono diventati i quasi 130 di fine 2010 e lì sono rimasti, ormai vicini al 250% del Pil.

In questa generale esplosoni di debiti, quasi ad aggravare le difficoltà di trovare una via di fuga dalla trappola, c’è anche la circostanza che le situazione sono molto diverse da paese a paese. Alcuni debiti sembrano insostenibili, specie pubblici, altri sembrano covare sotto cenere, pensate al caso cinese, altri ancora minacciano di esplodere in tutta la loro virulenza non appena il barometro finanziario cambierà segno.

Dopo l’estate arriva l’autunno, d’altronde.

E questo non serve che ce lo ricordi la Bis.

Leggi la relazione annuale della Bis in italiano