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Diplomazia dei prestiti esteri: Spagna, ossia il parente povero della Germania

Non vi ruberò troppo tempo. Anche perché si rischia di esser noiosi e ripetitivi a raccontare ancora una volta la storia dei guasti compiuti nel primo decennio del XXI secolo dalle politiche dissennate seguite nell’Eurozona, che hanno creato l’esplosiva dicotomia fra i PIIGS e i virtuosi nordeuropei. Però, vedete, mi ci tirano per i capelli.

Mi ero ripromesso di smetterla, insomma.

Ma poi mi sono capitati fra le mani un po’ di documenti e dati che mi hanno fatto vedere una simpatica sfumatura del copione che ormai conosciamo bene. Quello, vale a dire, che ha visto i ricchi prestare ai poveri nel periodo di grazia, salvo poi lasciarli in mutande in quello di disgrazia.

Mi sono accorto, vale a dire, che questo paradigma trova la sua perfetta esemplificazione nel rapporto che si è venuto a creare fra i due campioni dell’una e dell’altra categoria: ossia la Spagna e la Germania. Ho scoperto che sono parenti, e non l’avrei mai detto. Parenti alla lontana, certo.

Sarà una questione di pesi specifici. Ma, vedete, questi due paesi raccontano esattamente la stessa storia, pure se in controluce. Il successo tedesco e l’insuccesso spagnolo, vale a dire, sono due facce della stessa medaglia. E anche se oggi il caso spagnolo viene presentato come un successo delle politiche di risanamento imposte dall’Europa al pasticcione paese latino, bisognerebbe pure ricordare che il risanamento del conto corrente spagnolo e la prevista crescita del Pil iberico (+1,2% nel 2014, +1,7 nel 2015) porta con sé una disoccupazione del 25% quest’anno e del 23,8 l’anno prossimo (nel 2007 la disoccupazione in Spagna era più bassa di quella tedesca) e un deficit fiscale sopra il 5%. Per tacere delle svariate decine di miliardi che il fondo ESM (pagato anche dall’Italia) ha dovuto prestare alla Spagna per salvare le sue banche.

Per cominciare a raccontare questa storia, vale la pena servirsi dell’ultimo ritrovato del Fmi, ossia il progetto denominato Coordinate portfolio investment survey, un database che misura gli investimenti di portafoglio di un paese verso gli altri, che ha il pregio di rappresentare in filigrana una vera e propria diplomazia del denaro sotto forma di prestiti esteri. Fra i vantaggi dello strumento c’è anche quello di raccontare la storia dal 2001 in poi, quindi giusto agli albori dell’età dell’euro.

A giugno 2013 la Germania aveva investimenti di portafoglio all’estero per oltre 2.800 miliardi di dollari, di cui quasi 800 in azioni e circa 2.000 in obbligazioni. La Spagna appare fra le prime cinque controparti, anche se fanalino di coda, nel settore obbligazioni con circa 145 miliardi di dollari, pari al 7% del totale, dei quali 143 mld a lungo termine. Per darvi un termine di paragone, è quasi lo stesso livello di investimenti in obbligazioni di lungo termine che la Germania ha negli Stati Uniti.

Limito l’analisi a questa categoria perché, come abbiamo visto, è quella più rappresentativa, e porto le lancette dell’orologio al 2001, quando gli investimenti in obbligazioni spagnole a lungo termine da parte dei vari investitori tedeschi superavano di poco i 25 miliardi di dollari. Appena tre anni dopo, nel dicembre 2004, avevano già superato i 100 miliardi.

La Germania si accorge di avere un parente povero e si commuove. Tutti conoscono la generosità dei parenti ricchi.

Due anni dopo, a dicembre 2006, erano oltre 190 miliardi, per arrivare a 228 miliardi a dicembre 2007.

Erano gli anni del miracolo spagnolo, credo ricorderete, quando tutti studiavano la lingua e sognavano di trasferirsi a Barcellona. Ma non ci vuole chissà quale divinità a fare miracoli quando si decuplicano in sette anni gli affussi di capitale estero. Il miracolo semmai servirebbe quando parte il deflusso.

Nel caso della Spagna i guai cominciano dopo il dicembre 2009. Nel corso del 2010 l’esposizione tedesca si riduce a 171 miliardi, che diventano 151 nel 2011 e 139 nel dicembre 2012. Parte il salvataggio delle banche spagnole e, miracolosamente, torna la fiducia. Arriviamo così ai 143 miliardi del primo semestre 2013.

Per vostra conoscenza, ricordo che circa un terzo di tali investimenti era in pancia alle banche tedesche, e una quota di poco superiore a fondi e assicurazioni.

Questo spiega bene perché la Spagna sia in cima ai pensieri (quasi quanto l’Italia) della Germania, come peraltro mostra anche il bollettino mensile della Bundesbank di febbraio, che dedica un ampio paragrafo al miracolo spagnolo (“Distinctive features of unit labour cost developments in Spain“).

Avrete sentito parlare del nuovo miracolo spagnolo no? Quella cosa che se uno fa le riforme può fare altri debiti per pagare quelli vecchi?

Ebbene: il nuovo miracolo spagnolo è uno dei più gettonati sulla stampa. Fatevi un giro e date un’occhiata: la Spagna, scrivono, è un esempio per tutti noi. D’altronde, se la Germania fa miracoli, perché non dovrebbe farli anche il suo parente povero ma risanato dai sacrifici?

Ebbene, nel bollettino della Buba leggo che il nuovo miracolo spagnolo è un crollo verticale dell’ULC, ossia del costo unitario del lavoro, guidato da un robusto aumento di produttività a fronte di salari in moderata crescita.

Traduco per i non appassionati: i salari crescono meno della produttività e quindi il costo unitario (reale) del lavoro diminuisce. Ciò favorisce l’aumento di competitività e la crescita delle esportazioni. Il mercantilismo tedesco in versione spagnola.

In effetti, spiega la Buba, “rispetto al picco raggiunto nel 2009, che era del 35,5% più alto rispetto al 2000 l’ULC è calato del 7,5% mentre quello dell’intera euro area cresceva del 3,25%. La conseguenza di questo aggiustamento è che adesso l’ULC spagnolo è perfettamente allineato con quello dell’eurozona. Come dire: gli spagnoli sono diventati un po’ più tedeschi.

Una convergenza, però, che si è verificata al prezzo di un pesante deleveraging bancario e un altrettanto impegnativo aumento della disoccupazione. E non è neanche detto che basti. L’ULC spagnolo, infatti è diminuito meno della Grecia (-17,25%) e dell’Irlanda (-11,25%) ma più del Portogallo (-3%). E tuttavia è bastato per far aumentare la competitività, che ha favorito l’aumento delle esportazioni e quindi l’aggiustamento del saldo di conto corrente.

Insomma: gli spagnoli si sono scoperti tedeschi, anche se parenti lontani (e poveri), dopo essere stati costretti a bere l’amarissima medicina che i lavoratori tedeschi avevano già sorbito a suo tempo.

Infatti la produttività spagnola è cresciuta del 13,25% dal secondo quarto del 2008 in poi, a fronte del 6,5% dell’Irlanda (altro celebrato miracolo di risanamento) e del 5% del Portogallo, al contrario di quanto è accaduto in Grecia e in Italia, dove la produttività è diminuita nei cinque anni considerati del 4,5% e del 5%. Aggiungo che a fronte di un incremento della produttività a due cifre, i salari sono cresciuti (2008-2013) solo del 7,25%.

Questo giusto per farvi capire quello che ci si aspetta da noi, che non siamo parenti poveri ma abbiamo “esportato” oltre 200 miliardi di debito italiano nelle casseforti tedesche.

Chi volesse approfondire dovrebbe giusto dare un’occhiata ai grafici che mostrano come queste tre variabili (ULC, salari e produttività) siano mutati nei vari settori dell’economia. Mi limito a dirvi che fa il il 2008 e il 2013 l’occupazione nel settore delle costruzioni, cresciuta oltre il 50% dal 2001 al 2007, è crollata di oltre il 60% dal 2008 in poi. Questo per quelli che amano le bolle.

Mi fermo qui con la Buba, perché c’è un’altra cosa che voglio raccontarvi.

Stavolta prendo a prestito da un pregevole paper della Bce (“External and macroeconomic adjustement in the larger euro area countries”) pubblicato poco tempo fa. Anche qui la Spagna la fa da grande protagonista, in coppia con la Germania.

Già dall’inizio gli autori notano che “la presenza di deficit e surplus fra i diversi partecipanti dell’eurozona non è stata generalmente percepita come un problema, visto che, ad esempio, il deficit spagnolo veniva compensato dal surplus tedesco”. Eccoli qui i nostri lontani parenti. Ma non appena a crisi ha fatto capolino “i mercati finanziari hanno manifestato segni di frammentazione”. Cioé sono esplosi gli spread.

Quello che è successo lo sappiamo già, ma vale la pena riportare qualche passaggio. Laddove ad esempio si nota che “con la importante eccezione della Germania, il tasso di disoccupazione è cresciuto a livelli senza precedenti, particolarmente in Spagna”.

Maddai.

Sulla base di queste considerazione gli studiosi hanno messo in piedi il solito modellino matematico che mette insieme Spagna, Germania, Italia, Francia e Olanda. Ve lo risparmio.

Quello che vale la pena rilevare sono le conclusioni relative a possibili scenari post crisi, prendendo come paesi campioni (guardacaso) proprio Spagna e Germania.

Sono state messi come ipotesi quattro diversi shock possibili: un rebalancing guidato dall’aumento della domanda interna tedesca; un aggiustamento costo/competitività dei salari in Spagna, un forte recupero del commercio estero in Spagna e un rimbalzo della fiducia dei consumatori, sempre in Spagna. Uno può dire: a parte che tre scenari su quattro sono in capo agli spagnoli, sta già succedendo tutto questo.

E allora vale la pena concludere con le parole della Bce: “Esplorando i differenti scenari emerge la difficoltà si ottenere insieme il rebalacing interno ed esterno. Fra gli shock considerati solo un miglioramento nella competitività dei salari sembra aiutare insieme il processo di riequilibrio del conto corrente e quello domestico, favorendo la ripresa del commercio netto e dell’occupazione tramite il canale della competitività, ma al costo di un più alto livello di indebitamento delle famiglie”. Ovviamente in Spagna.

Ecco, a questo non avevo pensato, ma non fa un piega. E mi è venuta in mente una storiella edificante che mi sembra la giusta conclusione di questo raccontare.

Dopo aver prestato a rotta di collo al parente povero, il parente ricco, che rivuole i soldi indietro, lo costringe a lavorare il doppio per guadagnare la metà per continuare a fargli credito. Ma poiché  bisogna pur vivere e i debiti si devono pur ripagare, ecco che il parente povero, che è molto dignitoso, finisce più indebitato di quanto non fosse già, sempre perché deve pur mangiare e onorare i debiti, dovendosi contentare di fidarsi del buon cuore del parente ricco, che ha così tanta pazienza e non lo manda a vivere sotto i ponti. I figli del parente povero potranno trovare alloggio sotto l’accogliente tetto del parente ricco, se proprio non trovano di che mangiare a casa loro. Ma certo, dovranno lavorare per lui e alle sue condizioni: mica si vuole incoraggiare il vizio. E che non si dica che i parenti ricchi non sono generosi.

Parenti serpenti: è proprio vero.

(1/segue)

Leggi la seconda puntata.

Il Giappone quantiqualitativo dopo un anno di diluvio monetario

Moriremo tutti giapponesi, sembra di capire, e non dovremmo neanche lamentarci, visto che rischiamo pure di morire cinesi.

Questo pensiero mi sorge come un fungo dopo un nubifragio quando leggo la responsabile del Fmi Lagarde (“China’s Next Transformation: the Key Steps Forward”) dire che “nelle economie avanzate, e particolarmente nell’euro area, si profila il rischio di una bassa inflazione prolungata che ha bisogno di essere appropriatamente orientato, anche attraverso l’uso di politiche monetarie non convenzionali, se necessario”.

E allora mi ritorna in mente, bello com’è, il famoso brocardo di Mario Draghi “Faremo tutto ciò che è necessario per salvare l’euro”. E siccome una delle poche certezze che ho è che due più due fa quattro (al netto di diverse ipotesi aritmetiche), inizio a guardare inevitabilmente alla patria delle misure non convenzionali: il Giappone.

D’altronde se l’eurozona rischia un prolungato periodo di bassa inflazione, per tacere dell’attuale deflazione che interessa i PIIGS, chi meglio dell’ormai ventenne Giappone deflazionario può essere una fonte d’ispirazione?

Di fronte alla BoJ, la Fed e la BoE sono modeste dilettanti in fondo. Le banche anglosassoni solo nell’ultimo quinquennio hanno dovuto alzare un po’ l’asticella. La banca centrale giapponese, al contrario, lo fa da un ventennio, e di recente ha anche creato un neologismo: il quantitative&qualitative easing, laddove le banche americane e inglesi ancora si incaponiscono col quantitative easing “semplice”.

Altrove ho già spiegato come funzioni il modello di politica monetaria immaginato dai samurai giapponesi. Qui provo a darvi qualche numero sulla sua efficacia prendendo a prestito da un intervento di Kukuo Iwata, vice governatore della BoJ all’International centre for the study of east asian development del 24 marzo scorso.

Ma prima vi regalo una splendida sintesi della situazione giapponese, così come esemplificata sempre dalla Lagarde: “In Giappone gli investimenti privati e le esportazioni sono aumentati grazie all’Abenomics (il presidente giapponese che ha ispirato la politica monetaria della BoJ, ndr), ma per sostenere la crescita servono un piano fiscale di medio termine e riforme strutturali”.

Capito l’antifona?

Ma cosa ci dicono le cronache qualiquantitative giapponesi?

E’ passato quasi un anno da quando la BoJ decise di varare il suo QQE. Per non ricordasse i dettagli, faccio un breve ripasso. Il giochetto si basa su due pilastri: il primo pilastro prevede il target d’inflazione fissato dalla BoJ (un puro atto di fede perciò) al 2% da raggiungere nel più breve tempo possibile, con un orizzonte di circa due anni. Il secondo pilastro è costituito dagli strumenti attraverso i quali tale target (uguale a quello della Bce, peraltro) dovrà essere raggiunto.

Il primo passo è aumentare la base monetaria al passo annuale di 60-70 trilioni di yen tramite acquisti di bond pubblici (JGBs). E questo è l’aspetto quantitativo.

Lato qualità, la sfida è cambiare la propensione al rischio del popolo giapponese, notoriamente prudente e vocato all’acquisto di titoli di stato. La BoJ dà l’esempio comprando asset più rischiosi, in particolare titoli di stato anche quarantennali, quote di ETF e JREITs, ossia quote di fondi immobiliari.

Aumentando la base monetaria e acquistando massicciamente asset la BoJ pensa perciò di far scendere il tasso nominale, già al lumicino. Se al ribasso del tasso nominale si affianca una crescita dell’inflazione del 2% “garantita” sempre dalla BoJ, ecco che il tasso di interesse reale (tasso nominale-inflazione) diventa negativo, e pure parecchio. Ciò dovrebbe incoraggiare anche i timidi a prendere a prestito e quindi spendere. Dovrebbe pompare, insomma, la domanda interna per consumi e investimenti, compiendo il miracolo della ripresa moderatamente inflazionaria, che pare sia il Santo Graal dell’attuale mainstream economico.

Vabbé, questo è il piano.

Ma come sta andando?

Cominciamo dall’osservare i tassi, che come abbiamo visto sono la variabile fondamentale. Il periodo preso come riferimento è quello fra gennaio 2013 e gennaio 2014. All’inzio il tasso di inflazione era moderatamente positivo per circa lo 0,7% (a gennaio 2012 era negativo). Il tasso di interesse nominale era poco sopra lo 0%, quindi il tasso reale era intorno al -0,5%. Un anno dopo l’inflazione era intorno all’1,5%, il tasso nominale sostanzialmente immutato, il tasso reale intorno al -1,4%.

L’obbiettivo, insomma, sembra essere raggiunto: il denaro in Giappone è più che gratis: in pratica guadagni prendendo a prestito.

Che effetto ha avuto tutto ciò sugli asset e sulla valuta?

I dati ci dicono che a gennaio 2013 ci volevano un po’ meno di 90 yen per un dollaro. A gennaio 2014 ce ne volevano 105. Una sana svalutazione, quindi, che come nota il nostro banchiere ha di certo favorito le esportazioni.

Lato asset, invece, vale la pena osservare i dati del Nikkei. L’indice di borsa quotava un po’ meno di 11.000 punti a gennaio 2013, mentre era arrivato a superare i 16.000 a gennaio 2014. Attenzione però: gli stessi dati mostrano che da gennaio 2014 a marzo lo yen è risalito, più o meno intorno a 100 da 105, e la borsa è scesa, intorno ai 14.000 punti.

Ma quello che più conta è osservare se ha funzionato il presupposto filosofico del QQE, laddove si ipotizzava che far circolare più ricchezza a costo negativo avrebbe dovuto cambiare la propensione al rischio.

Se guardiamo al totale degli asset delle famiglie fra il 2012 e il 2013 notiamo alcune cose. intanto che il totale degli asset è aumentato: era di 1.517 trilioni di yen nel primo trimestre 2012 e sfiorava i 1.600 trilioni nel terzo trimestre 2013. Interessante però vedere nei flussi finanziari l’effetto del QQE che, lo ripeto, ormai ha un anno di vita.

Purtroppo la tabelle della BoJ arrivano al terzo trinestre del 2013, quindi l’effetto QQE si può apprezzare solo parzialmente, in attesa di avere altri dati, valutando l’andamento dei fussi finanziari fra il secondo e il terzo trimestre del 2013.

Notiamo allora che la crescita dei depositi è rimasta costante (2,1%), in linea peraltro con i sette trimestri precedenti. Si conferma il crollo dei bond (-8,7%), ma anche questo dato è in linea con i trimestri precedenti. Basti pensare che nel quarto trimestre 2011 gli acquisiti di bond erano crollati di oltre 12 punti. Gli nvestimenti delle famigli in azioni sono aumentati del 43,8% e questo ha segnato un’inversione del trend, che era addirittura negativo nel 2011 (-6,3%) e anche quelo in assicurazioni e riserve si è invertito, totalizzando una crescita del 2,8% a fronte dello 0,2 del 2011.

I dati assoluti, tuttavia, ci dicono un’altra cosa. Il grosso degli asset delle famiglie giapponesi sono ancora nei depositi, che totalizzavano 856 trilioni di yen, pari al 53,5% del totale. Le azioni, pure se aumentate, non superano in totale i 135 trilioni di yen, pari all’8,5% del totale degli asset. I giapponesi, insomma, malgrado il diluvio monetario sono ancora abbastanza prudenti.

Se guardiamo lato imprese, vediamo che effettivamente c’è un aumento degli investimenti e un miglioramento dell’outlook. Quindi i calcioni monetari hanno migliorato il clima, anche se ancora siamo lontani da una situazione ottimale.

Cosa possiamo concludere da quest’analisi? Che l’Abenomics, almeno dal punto di vista finanziario, sta portando alcuni risultati, ma l’obiettivo di fare dei giapponesi un popolo di consumatori compulsivi e investitori spericolati è lungi dall’esser raggiunto. Il cavallo ha iniziato a bere, ma ancora non galoppa. E se l’economia non ripartirà a livello globale, e il Giappone non finirà di mettere a posto la sua contabilità, innanzitutto fiscale, il QQE rischia di tramutarsi in quello che probabilmente è: una palude zuppa di liquidità.

Dalla trappola alla palude non è un gran progresso.

Unione bancaria, la Bce segna ma non vince

Quello che doveva succedere, alla fine, è successo. Il compromesso, assai sofferto, fra la posizione sovranazionalista di Bce e Commissione Ue, che ha trovato un inedito alleato nell’Europarlamento, ha segnato un timido gol in zona Cesarini contro la squadra avversaria capitanata dal bomber tedesco Schäuble, ossia l’accordo intergovernativo di fine 2013.

Il gol della Bce ha accorciato le distanze, direbbero i cronisti sportivi. Ma chi parla di pareggio lo fa per amore di bottega: a guardarla con onestà, si potrebbe dire che anziché finire 1 a 0, come era stato alla fine del primo tempo, la partita è finita 2 a 1 per la squadra (tedesca) degli intergovernativi.

In sostanza l’Europa bancaria di marca tedesca ha chiuso con una netta vittoria il lungo negoziato sull’Unione Bancaria. I sostenitori della squadra sovranazionale potranno consolarsi col solito argomento che un accordo è sempre meglio di niente. Ma dovranno sperare nella prossima crisi per costringere gli stati nazionali a mollare la presa sulle loro banche.

Prima di esaminare nel dettaglio i contenuti dell’intesa, vale la pena spiegare perché la Bce, e in particolare il suo centravanti Mario Draghi, abbia celebrato con toni tonitruanti l’intesa.

Da una parte c’è la soddisfazione di aver completato l’accordo sugli altri due pilastri dell’Unione bancaria che mancavano, riuscendo persino ad accorciare il tempo necessario a costruire il fondo dal quale attingere per pagare le risoluzioni bancarie.

Ma il vero valore del gol segnato a fine partita sta nel fatto che sarà la Bce a tenere il dito sul grilletto di una eventuale crisi bancaria. Dall’esito della sua supervisione, infatti, dipende l’attivazione della farraginosissima procedura per arrivare a una risoluzione. E’ chiaro perciò che laddove non arriverà il povero Board del costituendo SRM, arriverà la market discipline. E tanto basterà.

Nel merito, vale la pena illustrare come funzionerà (sempre che il parlamento europeo trasformi in legge l’accordo nell’ultima seduta pre-elettorale di aprile) innanzitutto il meccanismo di risoluzione, il cosidetto SRM (single resolution mechanism).

Il Risolutore potrà lavorare solo sulle banche supervisionate dalla Bce. Le altre banche, quindi quelle non soggette alla supervisione unificata, rimarranno competenza dei singoli stati nazionali e delle loro autorità di risoluzione. In tal caso però per gli stati non sarà possibile attingere alle risorse del costituendo fondo di risoluzione. A meno che lo stato membro non opti per la supervisione unificata. Quindi nel caso, un domani, la Germania volesse ottoporre alle supervisione della Bce anche le sue 417 Sparkassen potrà farlo.

Non ridete.

Se però succede che la risoluzione nazionale preveda l’uso dei denari del fondo di risoluzione, allora l’SRM potrà metterci bocca. Questo, evidentemente potrà succedere qualora lo stato coinvolto non possa o non voglia pagare la risoluzione di una banca. E’ chiaro che i paesi ricchi preferiranno lavari i panni sporchi in famiglia, a differenza di quelli poveri, tenendo l’SRM fuori dai giochi. E questo segna già una prima importante differenza.

Ma l’aspetto più esilarante è il funzionamento del SRM. E’ stato scritto e ripetuto che potrà attuare la risoluzione di una banca nell’arco di un fine settimana. E sarà pure vero. Solo che è impossibile capire quanto tempo servirà prima di arrivare a deciderla, questa risoluzione.

L’SRM, infatti, funziona con un comitato esecutivo e una seduta plenaria. Il primo discrimine è di natura finanziaria. Per le risoluzioni che comportano una spesa superiore ai cinque miliardi, le decisioni devono essere prese in seduta plenaria.

Cinque miliardi per una banca di un paese di peso sono davvero bruscolini. Basta ricordare che la Germania per salvare le sue banche regionali (Landesbanken), dopo il 2008, di miliardi sul tavolo ne ha dovuti mettere quasi 70. Il che dimensiona bene quanto pesino nella realtà i 55 miliardi di cui dovrebbe essere dotato il futuro fondo di risoluzione.

Al contrario, per i paesi piccoli – Cipro ha fatto un botto bancario di “appena” nove miliardi – il board esecutivo e i denari del fondo sembrano addirittura sovradimensionati. E questo è il punto: così come è stata disegnata l’Unione bancaria sembra fatta apposta per funzionare con i pesci piccoli.

Non mi stupisco: fare i forti coi deboli è lo sport preferito dall’eurozona.

Torniamo a noi.

Il Board dei risolutori, nella sue versione esecutiva, oltre al presidente, al direttore esecutivo e ai tre componenti tecnici permanenti, ospita osservatori permanenti della Bce, della Commissione Ue e del Consiglio europeo e delle autorità nazionali di risoluzione. Non è previsto però diritto di veto.

Nella maggior parte dei casi, la Bce notificherà al Board (e a tutti gli osservatori) se una banca sta fallendo, coinvolgendo l’autorità nazionale di risoluzione. Il Board dovrà valutare se dal fallimento di questa banca c’è un rischio sistemico e se c’è una qualche soluzione che possa essere trovata coinvolgendo il settore privato (leggi: bail in). Se così non è, allora il Board prepara uno schema di risoluzione eventualmente pescando nel fondo apposito.

Uno pensa: finisce così?

Macché: da quel momento in poi la palla passa alla Commissione europea, responsabile di valutare gli aspetti discrezionale della decisione del Board. Una volta che la Commissione fa suo il piano (ma può fare obiezioni), la sua decisione finale è soggetta all’approvazione (od obiezione) del Consiglio europeo, quando la quantità di risorse tratte dal fondo viene modificata o non c’è pubblico interesse al salvataggio. Per fare prima però, è prevista la procedura di silenzio assenso.

Non ridete.

Se Commissione o Consiglio obiettano sullo schema preparato del board dell’SRM, allora il Bord deve rimettersi al lavoro e rifarlo. Una volta ottenuto il via libera da tutti, lo schema di risoluzione viene attuato dall’autorità nazionale di risoluzione. Nel caso il piano preveda aiuti di stato (ad esempio in caso di bail out), la Commissione deve dare il suo via libera preventivo.

Quanto al mitico fondo di risoluzione, le banche dei paesi aderenti dovranno alimentarlo fino a 55 miliardi in otto anni e i gestori del fondo potranno anche indebitarsi per avere risorse, ma solo se viene dato loro il via libera dalla sessione plenaria del fondo. Nel periodo che servirà alle banche per rimpinaguare il fondo, verranno creati comparti nazionali. Per decidere del trasferimento dei fondi nazionali al fondo unico servirà però un ulteriore accordo intergovernativo. Quindi la parola finale torna di nuovo al livello nazionale.

Che ve ne pare di quest’Unione Bancaria?

La sensazione è che sarà implacabilmente efficiente con gli stati piccoli e malleabilmente dilatoria con i grandi. Di costoro dovrà occuparsi la Bce, e non certo tramite il board dell’Srm. Ci penserà il mercato a far fallire una banca, assai più rapido ed efficace di qualunque Board costretto da procedure bizantine come quelle che abbiamo visto.

Al bord basterà pure un week end per far fallire una banca.

Al mercato basta un attimo.

Ma che ci fa coi soldi il fondo Esm?

Il 18 marzo è stato il giorno più bello della sua pur breve storia, per l’Esm, il cosiddetto fondo salvastati. Per chi non lo ricordasse l’Esm è la punta di diamante della controffensiva europea contro la crisi. Una sorta di novello San Giorgio, armato di una acuminata lancia da 700 miliardi (ancora in costruzione) che dovrebbe far retrocedere l’attacco del Drago che morde ora questo ora quel paese.

Il 18 marzo, dunque, il nostro Esm conquista due pietre miliari: da una parte la Corte costituzionale tedesca dice che sì, va là, può anche continuare a stare in piedi,  a patto però che non chieda alla Germania più dei 190 miliardi previsti; dall’alta il temutissimo comitato di Basilea ha assegnato alle obbligazioni emesse dall’Esm il livello 1 High Quality Liquid Assets (HQLA), che implica la concessione di un rischio zero, che non richiede quindi alcun accantonamento di capitale.

Il fondo Esm, che ovviamente risiede in Lussemburgo, ha festeggiato con decorosa compostezza le due buone notizie, rilasciando addirittura due note stampa, e poi si è rimesso al lavoro. Quale? Sostanzialmente incassare i contributi degli stati finanziatori, emettere obbligazioni e prestare i soldi agli stati in difficoltà.

A proposito. Ormai l’Esm è diventato grandicello, e dal primo luglio 2013 ha definitivamente preso il posto del fondo EFSF, che potremmo definire simpaticamente come il suo papà. Da allora si è messo ventre a terra ad emettere obbligazioni, attività di cui era stato specialista fino ad allora l’EFSF, che ancora a luglio piazzava un bond a cinque anni per 4 miliardi, ad agosto altri bond a 21 anni per tre miliardi, fino a quando, ai primi di ottobre non è arriva il primo bond targato Esm: titoli a 7 anni per sei miliardi.

Sempre a ottobre, il 31, il fondo incassa dai 17 paesi membri dell’eurozona 15,7 miliardi di euro, ossia la quarta tranche dei trasferimenti previsti, che porta il totale del capitale versato a 64,3 miliardi. Entro il prossimo mese di aprile, spiega il direttore esecutivo del fondo Klaus Regling, il capitale versato arriverà ad 80 miliardi.

Con questa base di capitale versato il Fondo sarà in grado di originare un volume di prestiti di almeno 500 miliardi che, sommati ai 200 miliardi eredita dal papà EFSF, porterà il volume di fuoco complessivo a 700 miliardi, ossia pari al capitale (teorico) dell’ESM.

Se guardiamo un attimo ai fatti nostri, è opportuno rilevare che l’Italia ha il 17,91% del totale delle quote (divenuto il 17,86% dopo l’ingresso della Lituania nell’euro e quindi nel fondo), che implicano una sottoscrizione teorica di oltre 125 miliardi di euro. Di conseguenza entro aprile dovremmo versare all’ESM la nostra quota dei circa 16 miliardi di tranche complessiva. Parliamo quindi di più o meno 2,8 miliardi che portano a oltre 14 miliardi il nostro contributo netto all’ESM a fronte (purtroppo o per fortuna) di nulla.

Non sarebbe peregrino ragionare su un uso diverso di questi fondi, atteso che il fondo, per adesso, non è che sia tanto impegnato: i programmi di assistenza, infatti, sono ridotti al lumicino. E peraltro è gonfio di denaro.

In una nota di fine 2012 leggo del programma di funding dei due fondi per il 2013 e scopro che l’ESM a gennaio 2013 ha anche iniziato un programma di emissione di breve termine per 39,5 miliardi per sostenere la ricapitalizzazione del sistema bancario spagnolo, prima in carico al EFSF e poi trasferita il 29 novembre all’ESM. Le emissioni, da due mesi a tre anni, era previsto si articolassero fra il 2013 e il 2015.

A fine 2013, esattamente il 31 dicembre, il programma di assistenza alla Spagna però è stato dichiarato concluso. Il Fondo ha trasferito all’organismo spagnolo 41,3 miliardi e la Spagna ha dichiarato di non aver bisogno di ulteriore supporto. “Una storia di impressionante successo”, ha dichiarato il direttore esecutivo dell’ESM Regling. che “dimostra come  la strategia di fare prestiti a fronte di forti condizionalità funziona”.

Vale la pena approfondire per capire come lavori il fondo. L’ESM, per finanziare il prestito spagnolo, ha emesso debito a breve termine. Le obbligazioni che ne sono derivate son state trasferite al fondo di ricapitalizzazione costituito dal governo (FROB) che a sua volta le ha girate alle banche oggetto di aiuto. Queste ultime non possono vendere sul mercato queste obbligazioni, ma le possono usare per chiedere liquidità alla Bce, alla Banca centrale nazionale o li possono trasformare in Repo, rivolgendosi quindi al mercato dei capitali. Di fatto si usa il debito (ESM) per consentire a un altro soggetto (FROB) di fare altri debiti (con ESM) con i quali pagare i debiti (delle banche) tramite altri debiti (della BCE). In cambio di quest’apoteosi di debito, lo stato spagnolo fa le riforme strutturali (ossia cerca di diminuire i debiti).

Così va il mondo: si fanno debiti per diminuire i debiti.

E soprattutto questo spiega perché la decisione di Basilea di assegnare rischio zero ai titoli ESM abbia provocato una sobria levata di calici. Se il debito dell’Esm è privo di rischio, tutta la catena di debiti che abbiamo visto può allungarsi senza problemi.

Il grosso delle attività dell’EFSF prevista a fine 2012 consisteva invece nell’assistenza finanziaria a Irlanda, Portogallo e Grecia. Per costoro il fondo prevedeva prestiti per 26,6 miliardi, di cui la gran parte in carico alla Grecia (16,5 mld).

Anche per l’Irlanda, però, come per la Spagna, l’assistenza finanziaria, stavolta assicurata dall’EFSF, è terminata l’8 dicembre 2013. Il fondo ha prestato 17,7 miliardi complessivi . L’Irlanda dovrà restituire i suoi prestiti, a fronte dei quali ha contratto debiti con una maturità fino a 22 anni. E ciò spiega perché il fondo “continuerà a lavorare a fianco dell’Irlanda” anche in futuro.

Rimangono in piedi invece i programmi di assistenza per la Grecia, che a fine 2013 aveva già incassato 133,6 miliardi di aiuti ed è previsto ne abbia almeno altri 10,2, il Portogallo, 21,6 miliardi incassati a frobnte dei 26 previsti, e Cipro, che a settembre 2013 aveva già incassato 4,5 miliardi per ricapitalizzare le banche, la metà dei 9 previsti.

Quanto all’ESM, la gran parte dell’attività prevista per il 2013 (Spagna a parte) è stata quella del rollover di debiti in maturazione per quasi nove miliardi. Vale la pena rilevare che entrambi i fondi si sono serviti in passato, come provider per i servizi di supporto alle operazioni di funding della  Deutsche Finanzagentur, ossia dell’agenzia finanziaria della Repubblica federale tedesca, quindi colei che gestisce per conto del governo il debito a lunga e a breve dello Stato. Adesso gioca un ruolo anche la Banca europea degli investimenti.

Questo lo stato dell’arte.

A fronte di cotato indebitarsi (e breve e a lungo termine) per prestare, che ha dato un gran lavorio (e altrettante commissioni) a diverse banche europee, forti dei finanziamenti che arrivano dagli stati europei , i fondi, e in particolare l’ESM che ormai è l’unico fondo realmente attivo (il vecchio EFSF non può più essere titolare di nuovi prgrammi di assistenza), galleggiano su una marea di liquidità che deve essere investita.

Per capire cosa ne facciano di questi soldi, l’unico strumento disponibile è il rapporto annuale dell’Esm, relativo al 2012, pubblicato nel giugno scorso, dove si possono trovare diverse informazioni, comprese quelle relative al bilancio del fondo. Purtroppo il rapporto risente della relativa giovinezza dell’ESM, e quindi i dati si riferiscono solo al periodo fra l’8 ottobre 2012 (data di inaugurazione del fondo) e il 31 dicembre. Però, in attesa di leggere il rapporto 2013, possiamo già farci un’idea di come i denari messi a disposizione dagli Stati vengano utilizzati.

Ricordo che fra le azioni possibili dell’ESM c’è anche quella di acquistare bond sul mercato primario degli stati in difficoltà. Tali acquisiti, tuttavia, sono sempre condizionati alle famose riforme strutturali.

L’ESM, ricordo anche questo, oltre ad essere un investitore passivo, nel senso che prende a prestito per prestare, è anche un investitore attivo, nel senso che dà a prestito per valorizzare i propri asset. Le policy di investimento sono specificate nel nostro report e sono ovviamente basate su principi di prudenza e discernimento per assicurare insieme capacità di prestito (ossia di indebitamento del fondo) e cura del capitale versato riuscendo persino, questo almeno è l’intento, ad essere neutrale sul mercato.

A fine 2012, quando il rapporto si chiude, il fondo quindi doveva pensare a come gestire i 32 miliardi fino ad allora ricevuti dagli stati. Non proprio bruscolini. Visto l’ambiente di tassi bassi dell’epoca (quello di oggi è pure più basso) il fondo decise di investire in obbligazioni e depositi con istituzioni pubbliche e, la quota residuale non investita, in depositi di conti correnti. Strategia simile è stata seguita per i primi trimestri del 2013, stando a quanto si legge.

Tutto ciò ha un significato molto semplice: il fondo investe solo in roba ultrasicura, con un rating non inferiore a AA+.

Nella tabella che spiega il profilo di rischio delle controparti, leggo che a fine 2012 l’ESM aveva 7,6 miliardi in liquidità, depositi presso banche centrali e depositi postali, 16,5 miliardi in crediti verso banche (rating AA+), 6,2 miliardi investiti in obbligazioni a reddito fisso a tripla A (magari un bel bond statale nordeuropeo) e altri 2,5 miliardi in obbligazioni a reddito fisso  con rating AA+. Il totale fa un po’ più di 32 miliardi.

Alla domanda cosa ci faccia il fondo ESM con i suoi soldi, perciò, potremmo rispondere così: presta i suoi debiti ai deboli e i soldi veri ai forti.

La meravigliosa filosofia dell’eurozona.

Weidmann, ovvero il primato della politica (della Buba)

Leggo ogni volta con piacere le sempre più frequenti esternazioni dei nostri banchieri centrali, in difetto di argomenti di un qualche interesse che provengano da coloro che dovrebbero esser deputati ad occuparsi del futuro comune, quindi i politici, e che invece si occupano pressoché in esclusiva del proprio.

Per dirla in altro modo, finché i politici continueranno a chiacchierare di sé, e il dibattito politico di conseguenza a incardinarsi sull’incarichificio a cui si è ridotta la politica nazionale, tanto vale occupare il tempo leggendo quelli che la politica – nel senso di polis – la fanno sul serio. Si capisce molto di più e si impara pure qualcosa.

Fra i miei banchieri centrali preferiti, per la sua inossidabile antipatia teutonica e il suo piglio franco e ruvido, primeggia Jens Weidmann, governatore della Bundesbank, del quale ogni uscita pubblica è fonte di grande curiosità (e timore) proprio in virtù del suo ruolo di sostanziale azionista di maggioranza della Bce.

Weidmann è quasi garanzia di una robusta polemica, specie in casa nostra. Quindi bisogna leggerlo per capire l’aria che tira e, soprattutto, quella che tirerà.

Ma bisogna leggerlo anche un altro motivo. Il banchiere centrale tedesco, infatti, non  si perita affatto di evidenziare come fondamentale quello che molti osservatori, a casa nostra, lamentano come una grave perdita per il Paese: il primato della politica.

Quest’osservazione si deduce leggendo uno dei tanti interventi pubblicati dal loquace banchiere tedesco qualche settimana addietro (Of dentists and economists – the importance of a consistent economic policy framework) recitato a Karlsruhe, sede della Corte costituzionale tedesca, che proprio in quei giorni stava decidendo sulla sorte della causa contro l’OMT di Draghi che poi, come sappiamo, è finita sul tavolo della Corte di giustizia europea del Lussemburgo.

In questo lungo e articolato intervento Weidmann sottolinea il profondo e duraturo legame che lega (o dovrebbe sempre più legare) economisti e giuristi nell’elaborazione delle leggi, forte dell’ispirazione ordoliberale della sua Bundesbank, alla cui scuola (quella di Friburgo) Weidmann si richiama espressamente.

Peraltro che il potere politico “ufficiale” sia ormai un mero esecutore di decisione prese dai tecnici, giuristi in testa, è chiaro fin dagli albori della Comunità europea, che rivela la sua natura di organismo giuridico, e quindi politico, fin dalla sua istituzione.

In tal senso il primato della politica europea è assicurato dal suo essere sostanzialmente subordinato alla tecnica giuridica ed economica. Non a caso Weidmann cita, in epigrafe al suo intervento, una celebre battuta di Paul Samuelson: “Non mi importa chi scrive le leggi, se posso scriverne i contenuti economici”. O, per dirla con le parole di Weidmann, “per capire quanto possa essere fruttuoso lo scambio di idee fra economisti e giuristi si può esaminare un concetto che ha avuto una grande importanza della politica economica tedesca: quello della regolazione”.

Ed ecco l’eredità ordoliberale, che punta sulla competizione, “non nel senso classico, ma nel senso di una ordinata e protetta competizione”. Ritroviamo in queste parole la radice sempreverde del nostro mercantilismo. Ossia l’importanza dell’intervento dello stato nelle faccende economiche anche se solo per costruire le cornice di regole in cui la competizione deve svolgersi. La cosiddetta economia sociale di mercato, versione omeopatica dei vari socialismi che hanno attraversato il nostro continente negli ultimi centocinquant’anni.

I banchieri centrali, infatti, e Weidmann è l’alfiere di questa categoria, rivendicano con forza il primato della politica sui mercati. Cos’altro è se non politica l’affermazione secondo la quale le banche centrali non devono farsi condizionare dai mercati nelle loro decisioni?

Weidmann ha sottolineato tale punto di vista in un altro intervento, il 14 febbraio scorso, al tradizionale Schaffermahlzeit di Brema, nel corso di uno di quegli incontri che servono per parlare a nuora affinché suocera intenda.

Con l’occasione ha discusso anche della sentenza della Corte costituzionale tedesca sull’OMT, ribadendo le sue critiche alla Bce e avvertendo che la partita non è ancora chiusa e che “sarebbe saggio, per i policymaker, non basare sulle reazioni del mercati le proprie decisioni”.

I mercati, quindi, ossia il grande “avversario” di tutti coloro che rivendicano il primato della politica, scambiandola col primato della marchetta.

Ecco Weidmann ribadire esattamene lo stesso concetto.

E’ un caso?

Solo per i distratti. I banchieri centrali, in particolare quelli europei, lo abbiamo visto più volte, sono la punta avanzata di un progetto egemonico che basa sulla regolazione finanziaria (controllo dei mercati) e la market discipline (controllo di stati e banche commerciali) il suo dipanarsi. L’euro stesso è perfettamente coerente con questo disegno. E l’Unione bancaria un altro passo fondativo, come più volte è stato rivendicato dagli stessi banchieri centrali, di una più perfetta Unione, per dirla con le parole di Draghi.

Ciò spiega pure perché Weidmann abbia tranquillamente dichiarato in un’intervista alla FAZ che una patrimoniale, in caso di difficoltà è il male minore per salvare uno Stato. Vi sembra abbastanza politica, come affermazione?

A me sì. Così come è politico il principio del bail in, e la decisione, peraltro contraria a quella presa dalla politica ufficiale, di stressare i bond sovrani nella fase preparatoria della supervisione centralizzata come annunciato dalla Bce.

Quest’altro primato, che potremmo definire come primato della “buona” politica (in sostanza quella della Buba) sulla politica stessa, ossia su quella degli stessi governi e parlamenti, viene chiaramente delineato sempre nell’intervento di cui abbiamo parlato in apertura, quando Weidmann affronta la questione delle politiche fiscali.

“L’esperienza teorica e storica – dice – mostrano che finanze pubbliche in buona salute sono garanzie di una politica monetaria di successo, specie nelle unioni monetarie. Questa è una ragione per creare regole comuni di politica fiscale”. Senonché, le questioni fiscali hanno a che fare con decisioni redistributive. Il che, sottolinea il banchiere, “richiede una legittimazione democratica”. Sempre in omaggio al primato della politica. In questo caso quella tedesca, come sempre la Corte costituziona locale non ha mancato di rimarcare nella sua decisione sul fondo Esm.

Inoltre, “visto che i parlamenti hanno sovranità fiscale, e quindi far agire uno staff indipendente è difficilmente praticabile, è possibile solo fissare alcuni limiti, ad esempio un tetto all’indebitamento”. Vedi fiscal compact. O la regola del deficit al 3%.

Ma anche qui l’esperienza non conforta il nostro banchiere. La stessa Germania, osserva, ha violato le regole e la Commissione europea si è dimostrata troppo morbida, in passato, ma anche in occasione della crisi. Mentre Weidmann è convinto che “l’euro area può continuare a esistere nel lungo periodo solo se incorpora un principio chiave della regolazione: il principio di responsabilità”.

Ed ecco che tutto torna: il bail in, l’eventuale patrimoniale, i bond sovrani sotto stress, e tutto quello che richiederà la diffusione capillare del principio di responsabilità che, secondo Weidmann, è ciò che occorre all’eurozona per fare il salto di qualità.

“Per restaurare il principio della responsabilità – dice – abbiamo due possibilità: o spostiamo la sovranità fiscale a livello sovranazionale, creando l’Unione fiscale, o rafforziamo la responsabilità dei singoli stati includendo fra le eventualità anche quella che possano fallire senza causare il collasso del sistema“. Al contrario, conclude, l’attuale equilibrio fra responsabilità e controllo è sballato “ed è probabile crei altri problemi nel lungo periodo”.

Gli amanti del primato della politica, perciò, dovrebbero essere estimatori di Weidmann, visto che il banchiere affida una grande responsabilità al potere di governo e parlamenti, limitandosi a ricordare loro che farebbero meglio ad ascoltare economisti ed avvocati, se vogliono fare la cosa giusta. Anche, al limite, far fallire uno stato.

Da questo punto di vista, il primato della politica che Weidmann cerca di affermare è essenzialmente quello della Buba.

Politica perfettissima, quindi.

Infatti non prevede elezioni.

Supercazzole berlinesi con scappellamenti lussemburghesi

Nello splendido mondo del diritto, dove si può dire tutto e il suo contrario, la sentenza della Corte costituzionale tedesca sul fondo Esm, che segue di un mesetto quella sulla legittimità dell’OMT di Mario Draghi si iscrive d’ufficio nell’affollato universo delle supercazzole: c’è scritto di tutto e quindi può piacere a tutti. Ma (per ora) non serve a niente. O meglio: serve a ribadire che la politica Ue è in qualche modo subordinata a quella degli stati nazionali, in particolare di quello tedesco.

Talché ormai non è esagerato parlare di genere: nelle supercazzole dei giudici berlinesi si scrive peste e corna delle decisioni sovranazionali, salvo poi, alla fine dei conti, bocciare chi ad esse si oppone o, come nel caso dell’OMT, passare il cerino ad altri.

E tuttavia, nelle lunghe declaratorie delle Corte berlinese chiunque può trovarci quello che più gli abbisogna: i nazionalisti esasperati, i banchieri della Bundesbank, gli alfieri dell’integrazione europea. I giudici di Berlino hanno una buona parola per tutti. Addirittura, in calce alla decisione sull’Omt, c’è anche il parere di due giudici che, sostanzialmente, accusano la Corte di essersi fatta carico di una decisione che non le competeva. Il che aggiunge un’altra categoria alle già numerose che si abbeverano alla sapienza costituzionale tedesca: quella degli incompetenti.

Se poi avete voglia di spendere un poo’ di tempo e leggere l’ultima supercazzola berlinese, quella sull’Esm, leggerete una roba del genere: “Il Bundestag non può acconsentire ad un garanzia automatica intergovernativa o sovranazionale che non è soggetta a rigorosi requisiti e i cui effetti non sono limitati, e che una volta che è stato messo in moto viene rimosso dal controllo e dall’influenza Bundestag”.

Capito l’antifona? D’altronde già altrove la Corte aveva osservato che “la responsabilità sul budget del Bundestag è in particolare violata dal fatto che il trattato Esm stabilisce un’obbligazione sovranazionale per consentire possibili incrementi di capitale”.

In sostanza, se la Germania un domani dovesse essere chiamata a contribuire a un ricapitalizzazione dell’Esm, prima deve essere autorizzata dal Bundestag che, ricorda la Corte berlinese, è l’unico titolare democraticamente legittimato a spendere i soldi dei tedeschi. La qualcosa, alle orecchie più attente, non può che suonare come un triste de profundis sulle speranze di una politica di bilancio sovranazionale. Se un eventuale ministro del bilancio europeo deve chiedere prima al Bundestag se può spingere il pedale  della spesa capite bene che, di fatto, una eventuale politica fiscale sovranazionale è condizionata al via libera del parlamento tedesco.

Epperò, alla fine di una lunga analisi, la Corte boccia il ricorso, che peraltro riguardava anche il vari trattati “fiscali” e addirittura il sistema Target 2, beccandosi un robusto scappellamento lussemburghese da parte dell’Esm che risiede nel granducato, proprio come la Corte di giustizia chiamata, sempre dalla corte berlinese, a decidere le sorti dell’Omt, sul quale, sempre i igiudici tedeschi hanno scritto peste e corna prima di scappellarsi, stavolta loro, ai giudici sovranazionali.

Conclusione: il fondo salva stati va bene, ma nei limiti dei suoi 700 miliardi finora fissati come capitale di massima, ai quali la Germania potrà contribuire entro i limiti dei 190 miliardi approvati dal Bundestag. Che è un modo elegante di dire che il futuro delle politiche europee è strattamente in mano dei dei politici tedeschi.

Altro che cessione di sovranità.

Il triste fardello della (im) previdenza pubblica

Se ci fosse una classifica dei guasti provocati dall’imprevidenza pubblica, la gestione della previdenza sarebbe la probabile capolista.

Che lo stato italiano sia stato imprevidente proprio laddove occorrevano saggezza e discernimento, da questo punto di vista, è la beffa più terribile del nostro ultimi quarantennio. Dissestare la previdenza, regalando pensioni baby e rendite retributive, è stata una scelta scelleratissima, pure se maturata in un contesto per noi ormai alieno – i primi terribili anni ’70 – che però è stata di volta in volta confermata pure nei non meno terribili anni ’90, quando pure arrivò la riforma contributiva, che però si fece imperfetta e incompleta per non menomare i cosiddetti diritti acquisiti, i cui titolari, manco a dirlo, erano gli stessi che avevano goduto fino ad allora dell’esorbitante privilegio previdenziale.

E neanche allora, nel ’95 quando arrivò la fatidica riforma Dini, si ebbe il coraggio di andare fino in fondo applicando il contributivo per tutti. Macché. Serviva un mezzo fallimento dello Stato per arrivare, con la riforma Fornero, alla scomparsa delle pensioni di anzianità e al contributivo secco.

Eccola qui l’imprevidenza pubblica: fare danni che per ignavia, ingordigia o mero calcolo elettorale, sono stati scaricati sulle generazioni future, alle quali però si chiede equità contributiva, allungamento dell’età pensionabile, contributi effettivamente versati per almeno un quarantennio. Dimentichi di quando bastavano vent’anni e pure meno, se si era dipendenti pubblici, per godersi una bella rendita previdenziale, bassa ma costante (e comunque assai più alta di quanto sarebbe con i parametri di oggi) a quarant’anni o anche prima, magari affiancandoci un bel lavoro in nero e l’affitto, sempre in nero, di una casa costruita abusivamente nel periodo in cui i tetti sorgevano nottetempo.

Ora, io non mi scandalizzerei più di tanto se gli italiani di quarant’anni fa avessero scelto questa deriva e fossero stati capaci allo stesso tempo di garantire tante comodità ai loro figli.

Solo che così non è stato. Ci hanno lasciato solo i debiti e un fardello previdenziale tristissimo da pagare con le nostre tasse che incattivisce e separa i vecchi dai giovani, anziché ricomporli nell’armonia sociale che pure dovrebbe esistere in un paese.

Per questo quando sento parlare di rischio di un conflitto generazionale da uno nato negli anni ’40 provo una certa irritazione.

Detto ciò, il fardello della (im)previdenza pubblica ce lo portiamo appresso e cresce ogni anno, come le malattie non curabili.

Per dimensionare il problema è utile scorrere il conto consolidato delle amministrazioni pubbliche sui primi tre trimestri del 2013. Qui leggo che “il conto degli Enti previdenziali al terzo trimestre 2013 ha registrato trasferimenti dalle Amministrazioni pubbliche per 74.197 milioni, a fronte dei 68.499 milioni del corrispondente periodo del 2012. All’incremento nei trasferimenti hanno contribuito la flessione delle riscossioni contributive per 578 milioni (-0,4%) e l’aumento dei pagamenti per prestazioni istituzionali per 5.196 milioni (+2,4%). Scendendo nel dettaglio degli enti, i trasferimenti dello Stato verso l’Inps sono risultati pari a 75.226 milioni, con un aumento di 5.370 milioni rispetto al corrispondente periodo del 2012”.

In aggiunta, vengo a sapere che “le prestazioni istituzionali dell’Inps hanno registrato un aumento complessivo del 2,3 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2012, dato che incorpora una crescita di oltre il 14% della spesa per ammortizzatori sociali”.

Se andiamo a vedere la tabella scopriamo anche i dati del 2011, sempre relativi a i primi tre trimestri. Ebbene: i trasferimenti dallo Stato all’Inps per ripianare il deficit previdenziale era stati di circa 63,4 miliardi, 11 in meno rispetto al 2013. Questo a fronte di contributi incassati (il famoso cuneo previdenziale) per 158,7 miliardi che nel 2013 sono diventati 156,6. I pagamenti finali degli enti previdenziali (sempre considerando i primi tre trimestri, erano stati 223 miliardi nel 2011, a fronte di 232,7 nel 2013.

Detto in altre parole: il peso della (im)previdenza sociale cresce senza sosta e non pare potrà mai rallentare, atteso che ci sono sempre più anziani e sempre meno giovani.

Un altro modo per raccontarla è andarsi a prendere le tabelle Inps del 2001 e del 2011 (ultime disponibili) e confrontare alcune semplici voci.

Cominciamo dal totale delle pensioni erogate e il loro valore. Nel 2001 c’erano sul tavolo 16,453 milioni di pensioni che valevano (prezzi dell’epoca) oltre 182 miliardi. Nel 2011 i trattamenti totali erano 18,5 milioni e costavano 240,6 miliardi.

In dieci anni, è chiaro, aumenta il numero degli anziani, quindi non bisogna stupirsi. Se analizziano più in profondità i dati, però, qualche motivo di stupore lo troviamo.

Le pensioni da oltre 3000 lordi al mese nel 2001 erano in totale 269.175 e costavano allo Stato 5,9 miliardi (prezzi 2001). Nel 2011, la stessa classe di reddito contava 650.488 persone, per un costo complessivo di 34,5 miliardi (prezzi 2011).

Non mi sembra ozioso chiedersi quanti di questi pensionati, che hanno maturato il loro diritto nel decennio passato, abbiano potuto godere della graziosa eccezione prevista dalla riforma Dini, e quindi abbiano potuto calcolare una quota della loro pensione col generoso sistema retributivo. Lascio ad altri, di certo assai più bravi di me, esercitarsi in queste aritmetiche.

Un altro dato aggregato che fornisce interessanti spunti di riflessione è quello relativo alle classi d’età. Nel 2001 c’erano 638.420 pensionati di età compresa fra i 50 e i 54 anni che costavano alla previdenza pubblica 6,7 miliardi. Oltre a questi c’erano 1,404 milioni di pensionati di età compresa fra i 55 e i 59 anni che costavano 19,1 miliardi. Tutta gente che con le regole attuali sarebbe considerata popolazione attiva.

Per capire come mai tanta gente avesse una pensione così giovane, basta leggere il documento di analisi che accompagna le tabelle del 2001, dove c’è scritto che “l’incidenza dei pensionati di anzianità tra i beneficiari di una sola prestazione è pari al 24,3 per cento tra i pensionati ex dipendenti privati (Inps/Fpld + Inps/Altre gestioni), raggiunge il 27,2 per cento nel comparto dei lavoratori autonomi (Inps/Cdcm + Inps/Art + Inps/Comm) e sale al 41,0 per cento in corrispondenza degli ex dipendenti pubblici (Inpdap)”. Quindi, com’è ovvio che sia, è nel vecchio pubblico impiego che si annidano tanti baby pensionati. “I pensionati di anzianità dell’Inpdap ricevono redditi pari a 8.950 milioni di euro (22,3 per cento del totale di anzianità)”, specifica la nota.

Costoro, sottolinea ancora, a fronte di un importo medio lordo delle pensioni nazionali (dati 2001, ndr) di 13.262 euro registrano un importo medio lordo di 18.033 euro, il 136% della media. Sempre nel rapporto leggo che “per i pensionati di anzianità dell’Inpdap il numero di beneficiari in età inferiore a 50 anni è pari all’8,7%. All’interno di questa tipologia, consistente è anche il numero dei percettori appartenenti alla classe di età 50-54 anni (23,2 per cento), cosicché il peso degli individui titolari di pensioni di anzianità con età compresa tra 55 e 64 anni si riduce al 67,8 per cento del totale della tipologia, contro la quota dell’85,7 per cento registrata per l’insieme dei pensionati di anzianità della stessa età”.

Eccola qua, in cifre nude e crude l’incidenza dell'(im)previdenza pubblica, che può misurarsi nel grande privilegio concesso al mondo pubblico, che ha potuto godere di generose (retributive) rendite previdenziali ancora in giovane età.

Prima di rimproverarmi sottolineando che non parliamo di chissà quali cifre, vi prego di ricordare che un uomo o una donna in piena salute che possa avere una mini rendita media di 18.000 euro l’anno (prezzi 2001) a 50 anni difficilmente starà con le mani in mano o passerà la vecchiaia ai giardinetti. E soprattutto, come diceva Totò: è il totale che fa la somma.

Dieci anni dopo, quindi nel 2011, la classe 50-54 si è ristretta a 221.773 persone (costo 2,5 miliardi), quella dei 55-59 a 696.253 (costo 11,8 miliardi). I 50-54enni del 2001 sono finiti ovviamente nella classe 60-64enni, che infatti contava 2,589 milioni di persone per un costo di 46 miliardi, mentre quella dei 55-59enni è finita in quella dei 65-69enni che adesso conta 3,052 milioni di persone per un costo totale che supera i 46 miliardi e mezzo.

Vale la pena notare che questa classe è quella che costa di più, in valore assoluto rispetto alle altre. E non certo a caso. Un/a 60enne del 2011, nato/a quindi nel 1950 o giù di lì, dipendente pubblico a vent’anni, quando ancora il pubblico assumeva a go go, ha avuto tutto il tempo di andarsene in pensione prima che le riforme previdenziali sortissero i loro effetti, a cominciare dall’abrogazione del 1992 delle famigerate baby pensioni varate dal governo Rumor nel 1973. E negli anni ’50 gli italiani facevano ancora un sacco di figli.

Da allora sono successe tante cose e non voglio più annoiarvi. Rilevo solo che l’Inpdad è finito nel calderone Inps. E l’istituto nazionale di previdenza sociale ha accusato il colpo. I conti Inps, infatti, esibiscono uno squilibrio crescente, anche a causa del corposo disavanzo previdenziale importato proprio dall’ex Inpdap.

E sarebbe strano il contrario.

I nuovi paesi emergenti stanno in Europa

Leggo a un certo punto, sfogliando l’ultimo quaterly report della Bri, che il sistema bancario ombra della Cina ha sfiorato il default nel mese di gennaio. E mi sorprendo a pensare che di questa bufera in arrivo da Oriente nessun metereologo si è premurato di darci avviso.

Al contrario: se ripenso alle cronache di due mesi fa, mi accorgo che l’unica cosa che mi è rimasta in mente è il sostanzioso calo delle spread italiano e la grande crescita dei mercati azionari un po’ dappertutto nelle economie avanzate, compresa la nostra.

Che sta succedendo?

Leggo ancora sul rapporto della Bri che “il disimpegno degli investitori dalle economie emergenti è ripreso a pieno ritmo a cavallo del nuovo anno, per effetto sia della persistente divergenza tra le modeste prospettive di crescita di queste economie e il sentimento di ottimismo prevalente nei mercati maturi, sia della riduzione del flusso di denaro a buon mercato da parte delle autorità monetarie statunitensi”.

Detto in soldoni, le economie emergenti vengono sempre più percepite come pericolose, e quindi è ripreso il deflusso di capitali da questi ad altri. Col risultato che molti di questi emergenti hanno dovuto fare notevoli manovre per salvare cambio e bilancia dei pagamenti e non è nemmeno chiaro se riusciranno a frenare questa emorragia di capitali. Tutto ciò in un contesto in cui la loro esposizione estera è cresciuta esponenzialmente.

La Cina, manco a dirlo, sta in cima alle preoccupazioni dei mercati, vuoi perché l’economia sembra indebolirsi, vuoi perché la costante espansione del credito interno cinese è sempre più guidata dal settore bancario ombra. Negli ultimi 18 mesi il volume di credito erogato da soggetti cinesi non bancari è raddoppiato e ormai quota un quarto del totale del credito erogato nel paese. L’altra faccia di questa espansione creditizia è stata un costante deterioramento della capitalizzazione delle imprese non finanziarie e delle banche, ormai iniziato nel 2010.

Queste preoccupazioni, che dalla Cina si estendono facilmente a molte altre economie emergenti, è ben rappresentata dalla notevole quantità di deflussi registrati sul versante degli investimenti obbligazionari e azionari del primo quarto 2014, che è solo un filo meno intesa di quella registrata fra il secondo e terzo trimestre del 2013, quando la Fed disse inopinatamente (salvo rimangiarselo poco dopo) che presto sarebbe iniziato il tapering, ossia la ritirata delle politiche monetarie alluvionali finora tenute dalla banca centrale americana.

Il tapering tanto temuto, in effetti ancora non è cominciato. La Fed ha diminuito di qualcosa gli acquisti di asset, ma non ha ancora toccato i tassi, che poi è il vero segnale che la ricreazione è finita. Ma siccome ormai gli espertoni delle finanza internazionale hanno capito che aria tira, hanno già da un pezzo cominicato a riorientare i loro investimenti verso lidi più sicuri. L’Europa, ad esempio. O, meglio ancora, alcuni paesi europei che continuano a garantire buoni rendimenti, stando peraltro sotto l’amorevole tutela delle regole Ue.

Detto in altre parole: I PIIGs: sono loro (siamo noi) i nuovi paesi emergenti. Ecco perché l’euro sale e le borse pure.

Questa eventualità non sembra affatto circostanziale, ma strutturale. “Le valute dei mercati emergenti hanno subito un pesante deprezzamento anche dagli inizi del 2014 fino al 3 febbraio, quando si sono stabilizzate”, spiega la Bri, “e i mercati hanno penalizzato i paesi che avevano un forte disavanzo corrente: la lira turca e il rand sudafricano sono state così fra le valute che più si sono deprezzate nei giorni successivi”. “Per contenere questi sviluppi e le loro ricadute, a cavallo fra gennaio e febbraio diverse banche centrali hanno reagito con aumenti consistenti del tasso ufficiale. Queste misure hanno stabilizzato, e di recente addirittura apprezzato, i tassi di cambio. Da parte loro, le autorità russe hanno difeso il rublo attingendo alle consistenti riserve valutarie. La banca centrale russa ha venduto $7,8 miliardi a gennaio, contro i $7 miliardi complessivi venduti a giugno e luglio”.

Insomma, i paesi emergenti hanno provato ad alzare le barricate. Ma la storia ci insegna che provare a frenare i deflussi di capitale estero, una volta partiti, può avere effetti devastanti, anche perché le riserve non sono eterne: “Al momento di scegliere se alzare i tassi di interesse per difendere le rispettive valute, le autorità si trovano di fronte a un dilemma: da un lato, tassi di interesse più alti possono stabilizzare il tasso di cambio; dall’altro, tuttavia, possono altresì minare la macroeconomia”.

Se i paesi emergenti si trovano a dover fronteggiare per l’ennesima volta il dilemma fra squilibrio e depressione, per il momento le economie avanzate si godono la vita.

“Gli investitori alla ricerca di rendimento si sono rivolti ai mercati obbligazionari delle economie avanzate”, spiega la Bri. E questo spiega bene perché “da novembre a metà gennaio le quotazioni azionarie nelle economie avanzate hanno mantenuto una tendenza rialzista, in contrasto con quelle dei mercati emergenti. Sospinti dalle prospettive di crescita positive, gli indici azionari generali di Stati Uniti, area dell’euro e Giappone hanno guadagnato, tra il 1° novembre e il 22 gennaio, rispettivamente il 5, 4 e 10%, consentendo di assorbire senza strappi l’annuncio del tapering del 18 dicembre. L’incremento delle valutazioni è andato di pari passo con forti afflussi di capitali destinati ai fondi azionari, in particolare nell’area dell’euro”. 

Ciò spiega bene perché “i rendimenti sui titoli di Stato dei paesi periferici dell’area dell’euro siano rimasti stabili su livelli inferiori rispetto a quelli di metà 2013”, con l’aggiunta che “l’attrazione esercitata dai titoli di debito relativamente rischiosi (tipo i nostri, ndr) ha contribuito a una rivalutazione del prezzo delle attività più sicure”. Quindi per adesso le economie avanzate vivono una di quelle situazioni per cui vincono tutti: i paesi più fragili come quelli più robusti.

Ma allo stesso tempo in questa bonanza indotta nelle economie avanzate a spese degli emergenti, si individua bene la prossima linea di faglia e chi sarà chiamato a pagare il prezzo del terremoto prossimo venturo qualora, un domani, le condizioni monetarie dovrebbero inasprirsi o dovesse venir meno la fiducia.

Vi fischiano le orecchie? 

Viaggio in Italia: sedotti (dall’estero) e abbandonati

Volge al termine, il nostro lungo viaggio fra gli squilibri italiani che poi, vuoi o non vuoi è un viaggio nella nostra storia, che di questi squilibri veri o presunti è l’origine.

Senonché non viviamo in splendida solitudine. Il limite delle analisi statiche è che prendono in esame un pezzo alla volta: ora le banche, ora la produttività, ora la sostenibilità del debito. Ma il fatto è che viviamo in un contesto in cui tutte queste variabili interagiscono dinamicamente. Talché è sempre frutto di astrazione qualunque considerazione si tragga dai dati. E’ come viaggiare guardando una mappa, invece di mettersi in cammino.

Questo limite si evidenzia in tutta la sua chiarezza quando affrontiamo l’ultima tappa del nostro viaggio: ossia il nostro rapporto con l’estero. La cosidetta sostenibilità esterna.

Abbiamo, noi italiani, con l’estero, un rapporto a dir poco complesso, che va da un amore incondizionato a una sostanziale insofferenza. Ogni volta che andiamo in viaggio in qualche paese europeo, torniamo col magone confrontando il nostro livello di servizi col loro. Salvo poi lamentarci quando sempre da questi paesi ci arrivano le solite lezioncine.

Oscilliamo fra desiderio di autarchia e seduzioni da esterofilia. Difendiamo a spada tratta il nostro made in Italy e allo stesso tempo importiamo qualunque modello culturale o organizzativo, a cominciare dalla lingua, che solo per il fatto di venire dall’estero ci sembra migliore del nostro. E neanche ci accorgiamo di questa contraddizione.

Questa particolarità del carattere nazionale ha la sua perfetta rappresentazione nella nostra bilancia dei pagamenti e nel saldo del nostro conto corrente che, come quasi tutti gli indicatori italiani racconta una storia con un prima e un dopo. Ossia prima dell’euro e dopo l’ingresso dell’euro.

Cos’è stato l’euro, in fondo, o l’Unione europea tutta si potrebbe dire, se non la più raffinata delle seduzioni estere propinata al nostro Paese? Chi è cresciuto negli anni ’90 ricorderà la Grande Seduzione messa in campo dalla classe dirigente italiana, politica, industriale, burocratica, giornalistica, per fare abbracciare al popolo il cambiamento che si preparava. E i pochissimi che paventavano il rischio prima di una grande inflazione mascherata, provocata dal sostanziale squilibrarsi dei prezzi relativi, e poi di una grande deflazione, provocata dagli effetti di tali squilibri, venivano semplicemente dileggiati.

E noi, da bravi italiani, ci siamo cascati.

Sedotti dall’estero, contrabbandato stavolta da una moneta europea, siamo stati altrettanto facilmente abbandonati dall’estero quando il gioco si è fatto duro. E ora dobbiamo cavarcela da soli, per di più dovendo fare i conti con l’estero che ci punta costantemente contro un dito accusatorio.

La storia potremmo raccontarla con le stesse parole della commissione Ue. “Sin dall’adozione dell’euro – scrive – l’Italia è stata soggetta a una significativa erosione della sua quota di export sui mercati. Fra il 1999 e il 2010, il volume delle esportazioni italiane, in media, è cresciuto del 2% l’anno, significativamente al di sotto del 4,2% della media dell’euro-area. Fra il 2010 e il 2013 questo gap si è ridotto. L’export italiano è cresciuto del 2,7, quello dell’eurozona del 3,4”.

Se guardiamo i grafici, notiamo che il grosso dei risultati, fra il 1999 e il 2010 l’ha fatto la Germania, con una media di crescita annuale dell’export del 6%, il triplo della nostra, seguita dall’Olanda, intorno al 5% e dall’UK, poco sotto il 4% e quindi nella media eurozona. I risultati di Spagna, Italia e Francia sono tutti sotto la media.

Dal 2010 al 2013 la crescita dell’export tedesco scende sotto il 4%, e viene superato da quello spagnolo, che quota intorno al 5%, in ripresa come quello di Francia e Italia. Al contrario diminuisce quello di Olanda e UK.

Ma se guardiamo il grafico aggregato che misura la quota di export globale su base 100, notiamo che fra il 1999 e il 2011 solo la Francia ha fatto peggio dell’Italia, visto che ormai l’indice quota poco più di 75 a fronte del circa 80 del nostro. In testa c’è ovviamente la Germania, che svetta verso 110, poco sopra la Spagna e l’Olanda. Vale la pena osservare che dal 1999 in poi la curva per Francia e Italia è tendenzialemte declinante.

Ma cos’è successo alle nostre imprese?

L’Europa la racconta così: “La quota ancora notevole di imprese a medio-bassa connotazione tecnologica dell’export hanno esposto il paese a una forte competizione”. La famosa concorrenza cinese. Ciò ha provocato un cambiamento dell’intero settore industriale italiano. E’ molto diminuita la quota di imprese a bassa tecnologia, che nel ’96 pesavano il 33% dell’export e nel 2011 il 26%, mentre è cresciuta la quota delle imprese a medio-bassa tecnologia, passata dal 18 al 24%. Stabili invece la quota di export delle imprese a medio alta tecnologia e quelle ad alta tecnologia.

Un altro grafico però ci aiuta a capire quanto tali vicissitudini siano state influenzate dai rapporti di cambio. La quota di export extra eurozona, infatti è cresciuta assai più rispetto a quella intraeurozona. E mentre non c’è nessun gap fra il potenziale di domanda estera intercettata fuori dall’euro, il contrario accade fra la domanda potenziale dell’eurozona e la quota effettiva di esportazioni italiane. Quindi se l’export italiano funziona bene all’esterno dell’eurozona e all’interno no, delle due l’una: o agli abitanti dell’eurozona i nostri prodotti piacciono poco, o il problema è di altra natura.

Se chiedete alla Commissione, vi dirà che è colpa della scarsa competitività. D’altronde non potrebbe dire che c’è anche un problema di valuta bilateralmente squilibrata fra i paesi dell’area. O meglio lo dice pure, ma come se fosse una conseguenza e non la causa.

Perché i tecnici di Bruxelles siano così attenti al nostro saldo commerciale si capisce bene scrutando il nostro saldo delle partite correnti. L’Italia ha un deficit strutturale (almeno dal ’96, secondo quanto racconta il grafico della commissione) sia sul conto dei redditi, ossia le rendite e i redditi che paghiamo all’estero, e i trasferimenti. Per chi non lo ricordasse, i trasferimenti possono essere privati (ad esempio le rimesse degli immigrati) o pubblici (ad esempio le imposte indirette versate all’Ue).

A ciò si aggiunga che dall’inizio degli anni 2000 è andata quasi sempre in deficit anche la voce dei servizi che registra ad esempio i trasporti di merci o persone all’estero o i viaggi all’estero. D’altronde con l’euro è diventato più semplice viaggiare e noi italiani amiamo visitare le capitali europee.

L’unica cosa che, di conseguenza, può salvare il nostro saldo corrente, e quindi sostenere la nostra posizione con l’estero, è il surplus commerciale. Detto in altre parole se non miglioriamo la bilancia commerciale falliamo.

In questa semplice constatazione c’è la nostra condanna: siamo condannati a vendere all’estero più merci di quante ne compriamo. E se proprio non siamo capaci di venderne di più, allora dobbiamo comprarne di meno. Sapendo, peraltro, che abbiamo una bolletta energetica obbligata di decine di miliardi di euro.

Prima di approfondire le conseguenze di una situazione estera siffatta, è utile notare l’evoluzione del conto corrente dal 1995 al 2013, visto che la commissione è così gentile da farcela notare.

Nel 1996 il nostro saldo corrente era in surplus per il 3% del Pil. Poco più del 4% era il surplus merci, un po’ meno quello dei servizi, quindi la bilancia merci+servizi arrivava al 5%. Perdevamo circa l’1,5% a causa del deficit sui redditi e un altro 0,5% per il deficit dei trasferimenti. Il saldo finale, quindi, si assestava al 3%

Ma quello è stato l’anno d’oro della serie storica considerata. Il saldo corrente scende costantemente negli anni successivi, tirato giù dal calo del saldo commerciale, che nel 2000 arriva a poco più dell’1% del Pil. La zavorra del deficit dei redditi e dei trasferimenti non cessa di far affondare il conto corrente, il cui saldo, fra il 2001 e il 2002 diventa definitivamente negativo. Nel 2002 anche i servizi vanno in deficit.

Il crollo del saldo corrente peggiora negli anni euroforici della moneta unica e dei tassi bassi. Nel 2006 anche la bilancia delle merci diventa negativa, riusciamo a spuntare solo un minuscolo surplus sui redditi, che evita al saldo di sprofondare sotto il 2%. Ma è un momento.

Nel 2008 va tutto in deficit: merci, servizi, redditi e trasferimenti: si va verso globale deficit del 3% sul Pil che raggiungeremo, superandolo, nel 2010, l’anno orribile dei conti esteri italiani. Pensate che la bilancia delle merci diventa negativa per l’1% del Pil.

La tragedia prosegue nel 2011 e arriviamo ai giorni nostri. Il crollo dell’import registrato fra il 2102-3 resuscita il saldo delle merci, ma in compenso si è allargato il deficit sui trasferimenti e si sta nuovamente ampliando quello sui redditi. La ritrovata attrattività dei nostro debito pubblico sul mercato internazionale provoca un aumento del costo delle rendite che dobbiamo pagare ai percettori esteri.

In pratica quando vendiamo un titolo all’estero è come se vendessimo la corda con la quale ci impiccano. E siamo pure contenti.

La grande stretta degli anni 2012-13 ha riportato il saldo corrente in attivo per lo 0,1% del Pil, ai confini dell’errore statistico. Ma è chiaro che basta una starnuto dei mercati per farci ricadere nel deficit. L’estero ha già mostrato, negli anni terribili della recenti crisi, di essere bravissimo a sedurci e poi abbandonarci. E se non fosse stato per la Bce e le sue operazioni straordinarie, che hanno consentito alle banche italiane di comprare i nostri titoli di stato, saremmo finiti a gambe per aria.

Ciò non vuol dire che i problemi siano stati risolti.

Al contrario.

“Malgrado un graduale deterioramento – spiega la Commissione – la posizione netta degli investimenti italiani all’estero (NIIP, ndr) rimane moderatamente negativa”.

Nel 1999 la nostra NIIP era in deficit di appena il 5% del Pil. Nel 2013 siamo arrivati al 28%. A guidare questo clamoroso crollo sono stati gli investimenti di portafoglio, ossia gli acquisti di nostri bond dall’estero. Negli anni ’90, gli appassionati lo sanno, il debito pubblico era in buona quota in mano ai residenti. Con l’euro è diventato assai più facile piazzarlo all’estero.

L’ennesimo “dividendo” della moneta unica.

Oggi i nostri titoli pubblici piazzati all’estero quotano oltre 700 miliardi, e questo spiega perché siano tutti così preoccupati del nostro futuro.

“L’esperienza italiana fra il 2011-12 – scrive la commissione Ue – mostra che anche una Niip moderatamente negativa può rendere vulnerabile un paese ai deflussi di capitale con shock negativi sull’economia”. Quindi la nostra esposizione estera ci sottopone a grossi rischi da rifinanziamento del debito, che ci rendono così docili nei cofronti dei nostri partner esteri.

Ci aspetta, in sostanza, un costante ammonimento da parte dei nostri creditori, visto che la nostra posizione di debitori sembra ormai cristallizzata. Ma sarebbe buona prassi ricordare ai creditori che devono sempre pregare per la salute del debitore. E noi su questo fronte siamo alquanto timidi.

Eh già: l’estero. Mentre sognamo di avere un pizzico della grandeur francese, o almeno dell’efficienza teutonica, dovremo ricordarci che se ci piacciono tanto gli altri forse vuol dire che ci piace poco quello che siamo. O che non lo sappiamo proprio chi siamo.

Peggio ancora, mi figuro che questo costante innamoramento per l’estero nasconda l’evanescenza del nostro sentirci parte di uno stato. Non sappiamo più cosa significhi essere italiani, e, come pulcini in cerca di imprinting, ci associamo al primo straniero che passa. Ieri la Francia, o la Germania. Oggi l’Europa.

E tuttavia, alla fine del mio viaggio in Italia, forse perché conquistato dal paesaggio, o perché sedotto dalla nostra stessa fragilità, mi rimane una bella sensazione.

Mi sento risanato. Ho capito di avere un sacco di problemi, ma altrettanto che i miei (nostri) problemi sono l’altra faccia dei problemi che gli altri hanno con me (noi). Se noi stiamo male, gli altri rischiano di star peggio a causa nostra.

L’estero, infine, non mi seduce più. Perciò non può più abbandonarmi.

Semmai è il mio turno.

Posso solo rendergli il favore.

(5/fine)

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