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Viaggio in Italia: fuori dal tunnel dell’eurodebito
Capita, viaggiando in Italia, di infilarsi in lunghissimi tunnel che attraversano ora l’Appennino, ora l’arco dei confini alpini, ora alcune collinose giunzioni fra le nostre belle regioni. Talché, sempre viaggiando, l’osservatore viene talvolta turbato dall’oscurità di questi anfratti che sembrano infiniti, misurandosi nella percezione non più col metro oggettivo della distanza, ma con quello assai più sfumato della sensazione.
In alcuni di questi tunnel poi, dove la manutenzione scarseggia malgrado i miracoli promessi dalle privatizzazioni, la luce è risorsa scarsa e i pochi neon bastano appena a celare muri scrostati e fili penduli, gettando sempre il nostro povero osservatore in uno sconforto cupo. Sarà capitato anche voi, che siete viaggiatori come tutti gli italiani, di chiedervi: ma quando finisce questo tunnel?
Ecco, questa domanda io me la faccio da un trentennio. Ossia da quando, giovane speranzoso, ancora studente ma già curioso osservatore, sentivo risuonare nelle mie orecchie i preoccupati allarmi di barbuti soloni agghindati in doppio petto e cresciuti all’ombra della spesa pubblica sulla sostenibilità del nostro debito pubblico. E la spesa corrente, e la spesa per interessi, e i tagli e i ritagli, e la spesa improduttiva e i clientelismi, blablabla.
Sono cresciuto a pane e rigorismo chiacchierone. Col risultato che ormai che si riesca a uscire dal tunnel del debito pubblico non ci credo più. Vivo una condizione psicologica, credo comune a tanti, di strutturalità della crisi del bilancio pubblico. E come tanti sospetto che servirà un ventennio almeno di spremitura sociale per rimediare ai guasti degli ultimi quaranta anni. Che sono una nostra precisa responsabilità, è bene ricordarlo.
Detto ciò, peggio del tunnel del debito pubblico italiano, c’è solo quello dell’eurodebito pubblico nel quale ci siamo cacciati.
Ricordo bene che negli anni ’90 i tanti entusiasti dell’unione monetaria dicevano che l’ingresso nell’euro avrebbe segnato un nuovo rigorismo, e finalmente risanatore.
Ricordo bene.
E me lo ricordo ancor meglio, indeciso se ridere o arrabbiarmi, quando leggo la parte dell’ultimo report europeo sull’Italia dedicato al nostro squilibrio finanziario principe: ossia il debito pubblico, che insieme alla scarsa produttività, dicono i tecnici di Bruxelles, è la radice della nostra stanca italianità.
Bene, la Commissione sottolinea che il debito affossa il nostro paese per almeno cinque motivi:
1) Serve un alto livello di tassazione per racimolare la somma necessaria a pagare gli interessi sul debito. Per la cronaca sono oltre 80 miliardi nel 2013. “In particolare, l’alta tassazione sul lavoro e sul capitale pesa significativamente sulla crescita”.
2) L’alta spesa per interessi, il 5,3% del Pil nel 2013, “limita lo spazio di manovra per la spesa pubblica produttiva”.
3) “L’alto debito pubblico rende l’Italia più vulnerabile agli shock economici”.
4) “L’alto debito del governo rende l’Italia più esposta agli aumenti dei rendimenti e alla volatilità finanziaria”.
5) “Le elevate esigenze di roll-over del debito, circa il 25% del Pil l’anno, espone l’Italia a un sostanziale rischio di rifinanziamento, in particolare nei periodi di avversione al rischio”.
Difficile trovare qualcuno che, pur nei distinguo, non sarebbe d’accordo con queste osservazioni. Però, vedete, bisogna sempre intendersi sul significato delle parole. Per una questione di ordine, quindi, credo sia utile approfondire almeno i primi due punti, visto che gli altri tre sono una sostanziale ripetizione.
1) Non c’è dubbio che serva un’alta tassazione per recuperare i denari necessari a pagare (anche) gli interessi sul debito. Ma ricordo che abbiamo già visto come l’alta tassazione sul lavoro, ossia il cosiddetto cuneo fiscale, serva innanzitutto a finanziare la ripartizione pensionistica, e neanche basta, visto che la previdenza è in deficit strutturale. Quindi se volessimo dirla tutta, dovremmo dire che serve un alto livello di tassazione per pagare intanto gli interessi sul debito e il costo della previdenza. Ossia per remunerare la rendita finanziaria e quella previdenziale.
2) Ho fatto un salto sulla sedia, quando ho letto che esiste una spesa pubblica produttiva dopo una vita passata a leggere di spesa pubblica improduttiva. Ma a parte questa facezie, vala la pena approfondire, per capire bene perché una quota così elevata di interessi sul Pil ci stia strozzando. I cultori della materia ricorderanno quando nei miracolosi anni ’90 gli interessi sul debito pesavano quasi il doppio di oggi sul Pil. Nella seconda metà degli anni ’90, ci ricorda opportunamente un grafico della Commissione, erano intorno al 10%. Eppure nel ’97 entrammo nell’euro. Perché?
Serve una piccola digressione tecnica, per la quale mi scuserete. Per valutare la sostenibilità di un debito, pubblico o privato che sia, bisogna conoscere il tasso di interesse nominale implicito. Questa variabile si può definire come il rapporto tra la spesa per interessi di un certo anno e lo stock di debito accumulato al 31 dicembre dell’anno precedente. Quindi si prende lo stock di debito si divide per la spesa per interessi e si ottiene il tasso.
La Commissione europea ci dice che nel 2013, per il debito pubblico italiano, tale tasso è stato del 4%.
Trattandosi di tasso nominale, è utile però conoscere il tasso implicito reale, ossia al netto dell’inflazione. Ciò consente di capire il peso effettivo di questa spesa per interessi. E’ chiaro che più è alta l’inflazione, più il tasso implicito nominale si abbassa. E più si abbassa meno impatta la spesa per interessi sulla sostenibilità del debito. Se l’inflazione, per dire, del 2013 fosse stata del 4%, il tasso implicito reale sarebbe stato zero. E se avessimo avuto anche un po’ di crescita del Pil e l’avanzo primario (quello in effetti ce l’abbiamo avuto, anche se in calo), allora gli interessi sarebbero stati negativi e quindi il debito reale sarebbe diminuito.
Nei meravigliosi anni ’90, quelli dell’euforia europea, avevamo tassi impliciti nominali che sfioravano il 10%. Ma avevamo un paio di punti di crescita del Pil, un ottimo avanzo primario (arrivato al 6,5% del Pil proprio nel ’97) e poi una sana inflazione. Alla fine i tassi reali risultavano negativi. E infatti nell’utilissimo grafico elaborato dalla Commissione si vede che il cambiamento annuale del debito/pil, fra il 1995 e il 1998, è stato negativo. Detto in altre parole, il debito calava.
Fra il 1999 e il 2007, quindi agli albori dell’età dell’euro, la spesa per interessi si dimezza. Il miracolo dell’euro, ossia i tassi bassi per tutti, la portano a circa il 5% del Pil, un po’ meno di quella attuale. Ma allo stesso tempo diminuiscono l’avanzo primario, la crescita e l’inflazione.
Questa è l’altra faccia del miracolo dell’euro. E se non aver mantenuto un robusto avanzo primario è di sicuro una nostra responsabilità (il famoso dividendo dell’euro perduto), su crescita e inflazione è ragionevole parlare di responsabilità comune, visto che ormai siamo una comunità di stati.
Mi chiedo peraltro come mai avrebbe potuto dar prova di responsabilità, cumulando avanzi primari, un paese come il nostro cresciuto all’ombra della spesa pubblica. E mi chiedo altresì se, al contrario, poter contare su tassi bassi non sia stato un terribile incentivo a fare quello che abbiamo fatto: ossia indebitarci a rotta di collo, non solo a livello pubblico, ma anche privato. Il nostro personale dividendo dell’euro è stato un aumento dei debiti, non una diminuizione.
Malgrado tutto, però, in quel periodo l’impatto della spesa per interessi sulla crescita del debito rimane negativa. Un po’ meno negativa di prima, ma sempre sostenibilissima.
I guai cominciano nel triennio 2008-10. L’avanzo primario quasi scompare, l’inflazione diminuisce ancora e per giunta la crescita diventa decrescita. Il risultato è devastante: la spesa per interessi rimane sempre intorno al 5% del Pil, ma il peso degli interessi nominali non viene quasi per nulla neutralizzato. Il risultato è che il debito aumenta. Lo scenario è simile a quello del trienni 2011-2013. L’unica differenza è che abbiamo un po’ di avanzo primario, e quindi il peso degli interessi sulla sostenibilità del debito si alleggerisce un po’.
Stante questa situazione, la Commissione non ha dubbi: non basta avere un avanzo primario del 3% fino al 2020 per uscire dal tunnel dell’eurodebito. Ne servirebbe uno di almeno il 5% per non far sorgere dubbi sulla sua sostenibilità. Come ha fatto il Belgio, che fra il 1999 e il 2007 ha tenuto un avanzo primario fisso al 5% del Pil. Risultato: il Belgio ha abbattuto il suo debito dal 117% del ’97 all’84% del 2007.
Noi no. Anzi. Ormai veleggiamo verso il 134%, anche grazie ai corposi contributi che abbiamo versato all’Europa per sostenere i paesi in crisi. Col risultato che dobbiamo fare almeno 80 miliardi l’anno di avanzo primario se vogliamo star sicuri. Anche perché sull’inflazione non c’è da contarci. Anzi. C’è il rischio che i prezzi calino, nella parti basse dell’Europa.
Mentre passeggio dentro il tunnel dell’eurodebito, che mi sembra assai più oscuro e minaccioso del vecchio debito in lire, mi smarrisco in suggestioni ucroniche, laddove accade che nel lontano ’97 i nostri governanti, anziché farci pagare l’eurotassa, dicono: sapete che c’è: per adesso non ci entriamo, in questo benedetto euro. E sapete perché? Perché stiamo andando bene: abbiamo uno straordinario avanzo primario, il nostro debito pubblico è in gran parte in mano ai residenti, e abbiamo anche una sana inflazione che ce lo fa dimagrire ogni anno. Per adesso stiamo bene così. Ne riparliamo fra dieci anni. Magari se ci tenevamo la lira eravamo “costretti” a fare le riforme che con l’euro non abbiamo fatto. E questa è la beffa più dolente: ci hanno detto che con l’euro ci avrebbero raddrizzato la schiena. E invece bastava lasciarci la lira.
La fiamma della mia fantasia dura solo lo spazio di un respiro. Riapro gli occhi e mi rivedo nel tunnel, sempre più buio e minaccioso, rappresentato da una curva che rappresenta uno scenario secondo il quale nel 2020, se siamo bravissimi e superiamo il 5% di avanzo primario (cioé risparmiamo fino alla morte) il nostro debito arriverebbe al 120% del Pil. E sempre se riusciamo a fare una crescita discreta.
E di fronte a tutto questo sento un profluvio di chiacchiere su come distribuire una manciata di miliardi al popolo presi chissà dove. Sento parlare di cuneo fiscale senza parlare di quello previdenziale, e di una spending review che promette bruscolini per oggi e miracoli per domani.
Capisco allora che dal tunnel non usciremo più. Ormai siamo entrati di fatto e di diritto fra i paesi eternamenti debitori. Alla stregua di un paese emergente pagheremo sempre più rendite all’estero, visto che dobbiamo pur piazzarlo da qualche parte questo debito, e dovremo vivere delle nostre risorse naturali, ossia turismo e cultura, ammesso che riusciamo a valorizzarle.
Per un attimo ho quasi paura.
Poi però continuo a leggere il rapporto della commissione e capisco una cosa evidente: sono loro, i commissari di Bruxelles, ad avere paura. Hanno paura dei guasti che noi italiani potremmo provocare se facessimo qualche colpo di testa per uscire dal tunnel dell’eurodebito.
E infatti si premurano di elencare in lungo e largo le nostre connessioni commerciali, economiche e finanziarie con l’eurozona, spiegando che il nostro peso specifico è capace di fare inabissare qualunque progetto comune europeo.
Hanno paura, è evidente.
E fanno bene.
(4/segue)
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Viaggio in Italia: lavorare (per) meno, lavorare tutti
Schiacciata nella morsa degli opposti automatismi, e con un settore bancario sempre più sotto stress, l’Italia è costretta ad affrontare una volta per tutte la radice di tutti i suoi mali che, secondo la Commissione Ue, si può declinare il due paroline: produttività stagnante.
Prima di addentrarci nel significato recondito di questa semplice espressione, vale la pena riportare la diagnosi di Bruxelles. Non tanto perché ci si debba convincere che sia vera. Ma perché serve a capire come ci vedono gli altri e perché ci vedono così.
“La produttività stagnante – scrive la Commissione – è alla radice della perdita di competitività esterna e del peso sulla sostenibilità dell’alto debito pubblico. Ridurre simultaneamente il debito pubblico e migliorare la competitività esterna è molto sfidante perché, mentre la moderazione dei salari nominali può aiutare a migliorare il costo della competitività a breve termine, allo stesso tempo può pesare sulle dinamiche del debito del paese. Quindi una correzione durevole degli squilibri italiani e un aumento della resilienza dell’ambiente economico dipendono dall’evoluzione della crescita della produttività”.
Eccola la cura: aumentare la produttività.
Ma che significa?
Tento un’interpretazione autentica, al lordo degli inevitabili fraintendimenti. Dice, la Commissione, che moderando i salari nominali, ossia diminuendoli o consentendo di farli crescere poco, si può aumentare la competitività esterna. La famosa medicina tedesca. Però quest’automatismo porta con sé lo svantaggio che salari più bassi hanno un effetto deprimente sia sulle entrate fiscali (lo stato incassa meno imposte dirette) che sulla domanda interna (lo stato incassa meno imposte indirette), e, di conseguenza, sulla crescita. Il che aumenta il peso relativo del debito.
L’ennesimo opposto automatismo.
Perciò se pure va bene una certa moderazione salariale, è l’aumento del prodotto (quindi della produttività per risorsa impegnata) che bisogna perseguire, pure a parità delle attuali retribuzioni. Ma è ovvio che se io produco di più allo stesso costo di prima, significa che in pratica è diminuito il salario reale.
Ecco: aumentare la produttività si può tradurre con l’invito a diminuire i salari reali, prima ancora che quelli nominali. Una medicina tedesca in versione italiana. Così facendo aumentiamo la competitività esterna, e quindi favoriamo l’export, senza azzoppare definitivamente la domanda interna.
Ricordate il vecchio slogan lavorare meno lavorare tutti? Bene, la versione attuale è lavorare per meno e lavorare tutti.
Lavoriamo troppo poco, insomma. E per di più in un contesto poco amichevole per il business, vessato da burocrazie, governative e giudiziarie, che fanno assomigliare alla fatiche di Ercole portare a casa qualche risultato. Per tacere della scuola, che sforna capitale umano (quando ci riesce) poco adatto alla competizione globale.
Ora, solo chi abita negli aerei spazi di Bruxelles può credere che sia possibile riformare in tempo ragionevole la burocrazia, la giustizia e la scuola in Italia. Rimediare a guasti che si sono sedimentati negli ultimi quarant’anni richiederebbe ben altro sforzo e ben altra caparbietà di quelli attualmente disponibili sul mercato della politica.
Perciò ai nostri governanti non resta che prendere il toro per le corna e dire la cosa più semplice: dobbiamo lavorare di più guadagnando, se va bene, gli stessi soldi di adesso. Chi almeno un lavoro ce l’ha. Per tutti gli altri, rimane la speranza di un bel minjob all’italiana.
Semplifico un po’, ma il succo è questo.
Se guardiamo ai dati forniti dal rapporto di Bruxelles l’analisi si approfondisce ma il senso non muta.
“La competitività esterna dell’Italia – spiegano – è stata ostacolta dalla crescita del costo unitario del lavoro che ha superato quella degli altri paesi europei. Nel periodo 1999-2012 l’ULC (unit labour cost) è cresciuto del 2,4% l’anno, sopra la media dell’euro-area dell’1,7%. L’incremento dell’ULC è stato guidato dal calo della produttività mentre i salari nominali per addetto sono cresciuti in linea con il resto dell’eurozona”.
Detto in altre parole, il calo di produttività ha fatto aumentare il valore reale del costo del lavoro, mentre il valore nominale cresceva in linea con il resto dell’eurozona. Quindi ci hanno perso tutti: sia gli imprenditori che i lavoratori.
L’analisi si approfondisce se guardiamo all’andamento del tasso effettivo di cambio (REER, real effective exchange rate) basato sul confronti fra i prezzi dei partner e sul confronto fra il valore nominale dell’ULC.
I grafici mostrano che il REER calcolato sui valori nominali dell’ULC vede per l’Italia una crescita costante. Fatto 100 il valore del 1999 il REER è arrivato a sfiorare 120 nel 2009 per poi ripiegare verso 115 dal 2011 in poi. Al contrario il REER tedesco è sceso a 90. Quindi è come se noi avessimo rivalutato il costo del lavoro rispetto alla Germania e la Germania svalutato rispetto a noi.
Se andiamo a vedere il REER basato sui prezzi alla produzione, la situazione è appena un po’ più equilibrata, ma dice molto su quello che è successo dal 2001 in poi. L’indice sul REER italiano, che quotava 100 nel 1999 è sceso a 90 nel 2000, mentre quello tedesco arrivara a 85, e ha seguito l’andamento di quello tedesca, in lieve ripresa dal 2002 in poi, fino a quando le curve non hanno iniziato a separarsi. A ottobre 2013, fra l’indice italiano e quello tedesco c’è una differenza di una decina di punti a nostro (s)favore (nel senso che è più alto il REER italiano). Quindi anche l’analisi del tasso di cambio reale basato sui prezzi mostra che l’Italia ha rivalutato e la Germania svalutato.
Nell’analisi della Commissione tale andamento contrario alla logica (un paese in surplus dovrebbe rivalutare non svalutare il cambio reale) deriva proprio dal calo della produttività, che in fatti in Italia è crollata (1999=100, 2011=95), mentre in Germania è aumentata (1999=100, 2011=110). Ma sarebbe interessante chiedersi se il calo della produttività non sia stato determinato proprio dalla rivalutazione reale piuttosto che il contrario.
Questa domanda non appare fra le riflessioni della commissione. Forse perché somiglia alla celebre disputa sull’uovo e la gallina. Epperò è determinante, giunti a questo punto del viaggio.
Provo a riformulare la domanda: se non fossimo entrati nell’euro, negli anni ’90, la nostra produttività avrebbe subito lo stesso crollo che ha subito?
Ovviamente non lo sapremo mai. Contentiamoci di tenere a mente la domanda che quelli di Bruxelles mai avrebbero potuto fare per ragioni di bottega.
Se queste sono le premesse. La conclusione non può che essere quella iniziale: bisogna stimolarla, questa benedetta produttività stagnante.
A questo punto dovrebbe essere pure chiaro come.
(3/segue)
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Viaggio in Italia: 2014, odissea nello strazio (bancario)
Visitare le banche è una tappa obbligata del nostro viaggio in Italia. Piaccia o no, gli istituti italiani per anni sono stati il nostro fiore all’occhiello, gonfie come sono degli asset dei poveri ( e ricchi) italiani.
Per anni tale supremazia si è esercitata nel prestigio conferito a chi queste banche le gestiva e nell’ammirata occupazione silenziosa delle migliori location disponibili nei centri storici delle nostre belle città.
Si poteva esserne certi: dovunque fosse disponibile un bel palazzetto, prima o poi sarebbe arrivata una banca ad accaparrarselo, per la gioia dei proprietari: chi non affitterebbe o venderebbe a una banca il frutto d’una qualsiasi eredità?
E quando poi, nel terribile 2008, tutti i sinistri scricchiolii delle banche europee furono unti con denaro pubblico, anche stavolta le banche italiane fecero eccezione. A parte qualche mancetta elargita dai Tremonti bond, le banche italiane ressero l’urto.
Senonché, nessuno poteva prevedere che la crisi, iniziata ormai sei anni fa, durasse così tanto. Piano piano, ci avrete fatto caso, le banche hanno iniziato a sgomberare i loro begli attici centrali e stanno ripiegando, nessuno sa bene dove. Il destino delle banche italiane si è fatto incerto e nebuloso, e i banchieri, una volta venerati, messi all’indice e dileggiati. Nessuno sa davvero come finirà.
Quello che sappiamo, perché ce lo ricorda la commissione europea, è che “la crisi ha eroso la resilienza iniziale del settore bancario italiano e ha condotto a una maggiore dipendenza dall’Eurosistema”. Ossia dalla Bce. L’ennesimo risultato dell’eterogenesi dei fini delle manovre dei banchieri centrali europei.
Già. Perché dal 2011 in poi le banche italiane hanno iniziato a perdere la fiducia del mercato dei capitali. E per fortuna (o purtroppo) è intervenuta la Banca centrale con i suoi LTROs.
Le banche italiane, disperatamente assetate, si sono abbeverate senza pudori ai rubinetti di Francoforte. Ancora oggi, o meglio a gennaio di quest’anno, le banche italiane tenevano in pancia 224 miliardi di debiti con l’Eurosistema, il 21% in meno rispetto al luglio 2012, che pesano più o meno un terzo dell’intera somma messa in circolazione da Francoforte.
Man mano che la fiducia degli investitori tornava (e crescevano i depositi dei residenti) le banche hanno pure iniziato a piazzare bond sul mercato, 18 miliardi nel 2012, diventati 27 nei primi dieci mesi del 2013, grazie anche al calo degli spread, ma i rimborsi sono rimasti superiori alle emissioni lorde. E soprattutto la fiducia ha cominciato a scarseggiare sul versante della concessione dei prestiti da parte delle banche italiane alla loro economia. Cioé a noi tutti.
“Diversi anni di recessione hanno messo dura prova i bilanci delle banche italiane e la loro capacità di sostenere la ripresa del economia domestica”, scrive la Commissione. E questo ha condotto a un avvitamento, per cui i debitori della banche si sono visti ridurre i fondi proprio quando ne avevano più bisogno, col risultato che il credit crunch ha fatto esplodere sofferenze e incagli.
I Non performing loans (NPLs), che erano il 5,1% alla fine del 2008 sono arrivati al 16% a settembre 2013, mentre i crediti in sofferenza, per lo più concessi ad aziende operanti nel real estate, sono arrivati a 156 miliardi. In percentuale, tali sofferenze sono cresciute dal 3,6 al 12,6% fra il 2008 e il 2013.
Di fronte a questo sconquasso, la Banca d’Italia ha proceduto a una sua asset quality review fra il 2012 e il 2013, mentre il governo ha approvato, con la legge di stabilità, una norma che consentiva una più ampia deducibilità delle perdite su crediti.
Insomma, la questione bancaria è diventata la grande questione nazionale. Tanto da rendere necessaria anche un’operazione ardita come quella sul capitale di Bankitalia che così tanto ha fatto discutere. D’altronde molto presto all’asset quality review di Bankitalia andrà a sovrapporsi quella condotta dalla Bce che rischia di essere assai più minacciosa di quella italiana, atteso che, come è stato più volte annunciato, verranno “stressati” anche i bond sovrani di cui le banche italiane sono imbottite.
E questo è un altro punto dolente. A fronte di un rallentamento industriale che non accenna a diminuire – il RoE delle banche italiane del primo semestre 2013 è stato dell1,2% a fronte dell1,9 del primo semstre 2012 – e di una frammentazione finanziaria nell’eurozona mitigata ma ancora corposa, i requisiti delle nuove pratiche europee di vigilanza rischiano di stringere ulteriormente la cinghia del credito italiano. Anche le banche italiane infatti, sono assai frammentate.
Da un punto di vista patrimoniale, infatti, le prime cinque banche, che poi sono quelle che finiranno nel mirino della vigilanza Bce, hanno rafforzato i loro requisiti patrimoniali. Mentre lo stesso non può dirsi per le banche che vanno dal 6 al 15 posto della classifica stilata dalla Banca d’Italia, che tuttavia ha concluso i suoi stress test affermando che il sistema bancario italiano, nel suo complesso, è sufficientemente capitalizzato e capace di affrontare anche scenari di stress.
Ma “nel suo complesso” non vuol dire che non possano verificarsi singoli disordini. Anche perché la situazione patrimoniale ottimale delle prime cinque banche deve fare i conti con la questione dell’esposizione sovrana.
Un’altra conseguenza della crisi, a parte l’esplosione dei NPLs, è stato il raddoppio degli acquisti di bond pubblici italiani, finanziato peraltro con i soldi della Bce. Fra gennaio 2010 e novembre 2013 lo stock di debito pubblico in pancia alle banche è cresciuto da 211 miliardi a 416, quindi dal 5,4 al 10,2 del totale degli asset bancari italiani, uno dei più alto dell’eurozona. Il carry trade delle banche italiane ha, in alcuni casi, supportato la profittabilità delle banche. Ma c’è il rischio, chiaro a tutti, di renderle dipendenti dai soldi della Bce, finendo col trasformarle in banche zombie.
Se poi, come si dice si finirà col prezzare il rischio dei titoli di stato, le banche che hanno fatto di questa pratica una delle voci più rilevante di propri bilanci finiranno in notevoli difficoltà. Se dovranno accantonare capitale, dovranno pure trovarlo.
Insomma, il 2014 potrebbe essere un’odissea per le banche italiane, ed è possibile che si scateni la solita ondata di fusioni e acquisizioni. Anche perché, scrive la commissione, “il settore bancario italiano è ancora caraterizzato da un numero di debolezze strutturali”. E “la persistente ma opaca influenza delle fondazioni può alla lunga non essere ottimale”.
Vale la pena concludere con un altro gruppo di dati che spiegano bene perché i nostri cugini europei abbiano così tanto a cuore il destino delle nostre banche. La parolina magica, in questo caso, è: esposizione estera. La nostra NIIP mostra che la Francia ha asset in Italia per circa il 19% del suo Pil, mentre Germania, Lusseburgo e Olanda cumulano il 7% del loro Pil complessivo. “Questo implica che perdite su asset italiani – spiega la Commissione – colpirebbe innanzitutto la Francia e poi gi altri partner”. Fra questi asset c’è anche il nostro debito pubblico, che all’estero quotava 711 miliardi nell’agosto 2013.
Se dagli asset in generale passiamo all’esposizione bancaria, scopriamo che le banche italiane hanno debiti nei confronti di quelle francesi per 250 miliardi, circa il 13% del Pil francese. Banche olandesi, austriache e tedesche sono esposte verso il nostro settore bancario (cioé le nostre banche hanno debiti verso le loro) per una quota oscillante fra il 3 e il 4% dei rispettivi Pil, mentre Giappone e Usa si guardano bene dal prestare soldi alle banche italiane. Il peso relativo dei debiti delle nostre banche nei confronti di quelle americane e giapponesi è nell’ordine di pochi decimali di Pil.
Interessante, tuttavia, anche vedere il dato inverso, ossia l’esposizione delle nostre banche verso i paesi esteri. Qui scopriamo una curiosa non reciprocità: le banche italiane, infatti, avevano crediti nei confronti del settore bancario tedesco per l’11,8% del Pil, mentre nei confronti dei nostri cugini francesi non si va oltre il 2,3%.
Cosa ci dicono questa statistiche? Che ai nostri partner la salute del nostro sistema bancario sta molto a cuore. E che, ne possiamo star certi, guardano all’evoluzione dei nostri istituti di credito con molta attenzione.
I link fra noi e loro raccontano già di un’integrazione a venire che però non sarà facile né semplice ed è probabile possa concludersi con l’espugnazione delle nostre piazzeforti finanziarie.
Odissea nello strazio.
(2/segue)
Viaggio in Italia: nella morsa degli opposti automatismi
E poi a un certo punto mi viene da ridere.
Stavo leggendo con raro masochismo l’ultimo Macroeconomic imbalances dedicato all’Italia della Commissione europea, di cui tutti hanno parlato ma chissà quanti hanno letto. I giornali se la sono cavata con i soliti titoli riciclati sulla bocciatura italiana e l’hanno subito buttata in politica: Saccomanni qua, Renzi là, e il solito balletto di frasi fatte e indignazioni.
Un vero peccato. Perché nelle 68 pagine del rapporto europeo ci stanno un sacco di informazioni che aiutano a capire bene lo straordinario cul de sac nel quale siamo finiti.
Una di quelle situazioni da romanzo nelle quali qualunque cosa fai sbagli.
Solo che non è un romanzo.
Perciò a un certo punto mi viene da ridere. Mi trovo a pagina 44 e leggo “che un calo nella domanda domestica in Italia colpisce negativamente i paesi dell’area euro”. E poco prima, sempre la commissione, aveva ammonito sulla delicatezza dei link finanziari fra banche italiane e del resto del mondo, europeo in particolare.
In pratica l’unione bancaria c’è già. Di fatto, se non di diritto.
Ma quando leggo di quanto sia rilevante la domanda interna italiana per l’eurozona, mi torna in mente tutta la lamentazione europea di venti o trenta pagine prima sulla politica fiscale, secondo la quale dovremmo avere un’avanzo primario di almeno il 5% del Pil per iniziare una traiettoria davvero declinante del debito. E per riuscirci possiamo solo continuare il consolidamento fiscale, che ovviamente ha un effetto assai drastico proprio sulla domanda domestica.
Epperò – che bello, mi dico – è tornata la fiducia sul debito italiano, che comunque è troppo alto, col rischio che il saldo di conto corrente, migliorato grazie al crollo delle importazioni, torni ad affossarsi a causa dei troppi afflussi di capitale dall’estero che infatti sono fondamentali, ma sono pericolosi, perché poi peggiora la posizione patrimoniale netta sull’estero e ci rendiamo vulnerabili ai deflussi, qualora la fiducia dovesse invertirsi. E poi fanno peggiorare il saldo dei redditi della parte corrente.
Ecco che succede: siamo vittime degli opposti automatismi. La versione aggiornata degli opposti estremismi di quarant’anni fa.
Cerco di spiegarmi meglio. Se l’Italia aumenta la domanda interna, peggiora il conto corrente, perché l’Import torna a salire e l’export è stagnante. Se l’Italia diminuisce la domanda interna, come è successo nel 2012-13, migliora il saldo corrente, ma crolla il Pil e di conseguenza il debito diventa insostenibile. E per giunta facciamo danni pure ai nostri vicini.
Allora aumentiamo la domanda pubblica? Manco a parlarne. La commissione Ue dice che dovremmo fare un avanzo primario da quasi 80 miliardi l’anno per pareggiare totalmente la spesa per interessi sul debito senza fare deficit. Come fa la Germania, insomma. E dovremmo farlo almeno fino al 2020 per vedere il debito tornare verso una soglia più commestibile, che comunque è intorno al 120%. E stendiamo un velo pietoso sui vari fiscal compact.
Che rimane? Ah, sì: le esportazioni. La teoria (ormai pratica) degli opposti automatismi prevede che gli attivi di conto corrente compensino, lato Pil, il calo della domanda domestica, e contribuiscano a sostenere i deficit fiscali. Per dirlo in modo più comprensibile, con gli incassi che prendo dall’estero tengo in piedi l’economia nazionale.
Da noi ha funzionato a metà, e solo dal 2012. Il conto corrente è tornato in surplus dello 0,1% del Pil, ma solo perché le importazioni sono diminuite drasticamente. Ma non è che ci abbiamo fatto granché. O meglio, abbiamo acquisito un filo in più di credibilità, godendoci un robusto ribasso dello spread, che però ha finito con l’essere risucchiato dal deficit,rimasto inchiodato al 3% malgrado il calo del costo degli interessi sul debito. E infatti nel 2013 l’avanzo primario è diminuito e il Pil pure.
Peraltro, il calo dello spread ha finito col fare aumentare il deficit sul saldo dei redditi della parte corrente della Bilancia dei pagamenti. Ciò in quanto è aumentata la domanda di titoli di stato italiani dall’estero (a 711 miliardi nell’agosto 2013) e quindi è aumentata la quota di interessi sul debito trasferita all’estero. Ormai tale deficit ha superato stabilmente circa l’1% del Pil. La conseguenza è che il peggioramento del saldo sui redditi si mangia l’attivo sulla bilancia commerciale, che aveva raggiunto il 3% del Pil, prosciugando di fatto il saldo netto sul conto corrente.
Insomma: se va bene fuori va male dentro. Se stiamo bene dentro finisce che stiamo male fuori. E siccome viviamo – letteralmente – con i soldi degli altri (perché non vogliamo usare i nostri), se stiamo male fuori, finisce che prima o poi staremo male anche dentro.
Una barzelletta.
Mi sono fatto una risata. Ho chiuso il fascicolo europeo.
Meglio le comiche.
(1/segue)
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Finisce l’epoca mercantilista dell’eurozona
In un’Eurozona (per non dire Europa) sempre più tedesca, non dovremmo stupirci che la fine (per ora) del modello di sviluppo tedesco export-led conduca alla stessa fine l’intera area euro.
Invece di stupirci dovremmo chiederci come si configurerà il modello di sviluppo (ammesso che ci sia) prossimo venturo, dopo il clamoroso crack di quello pompato dal debito alimentato dai crediti tedeschi, che per tutto il primo decennio del XXI secolo ha guidato il Pil dell’eurozona.
Il caso tedesco mostra con chiarezza che quel paese potrà attingere alle sue scorte (e alle sue rendite) per spingere sul consumo interno e gli investimenti per far risalire il Pil, pure in presenza di un contributo netto dell’export alla crescita del Pil diventato negativo.
Ma i PIIGS, che possono fare?
Guardiamo che dice la commissione Ue.
Nelle sue previsioni invernali, i tecnici di Bruxelles rilevano che ancora nel 2013 il contributo dell’export netto alla crescita del Pil è stato positivo, quasi per l’1%. Peccato gli investimenti siano diminuiti altrettanto. Col risultato che la crescita 2013 è stata pressoché nulla.
Le previsioni 2014-2015 mostrano che i driver del Pil a venire saranno il consumo privato e gli investimenti. Il peso relativo di export netto e spesa del governo è nell’ordine di pochi decimali di punto.
Le previsioni rilasciate ieri dalla Banca centrale europea confermano questo scenario. L’import complessivo, che include quindi anche quello intra eurozona, è previsto nel 2014 rimbalzi del 3,5% rispetto al 2013, quando il suo contributo al Pil è stato nullo, a fronte di un export in crescita del 3,6%. Nel 2015 la crescita di import ed export dovrebbe essere pari (+4,7%) fino a quando nel 2016, quando la Bce prevede un Pil reale in crescita per l’area dell’1,8%, l’import supererà l’export di uno 0.1%.
Le previsioni della Bce somigliano a quelle della commissione anche relativamente al peso specifico delle componenti della crescita: a fare la parte del leone sarnno la domanda domestica, per lo più privata, e gli investimenti.
Si interrompe quindi per l’eurozona, così come è successo per la Germania, l’importanza del peso relativo dell’export sulla crescita. L’eurozona è stata molto germanica, fra il 2010 e il 2013, combinandosi la crescita dell’export dell’area con la notevole contrazione dell’import che più volte abbiamo analizzato.
Ma quell’epoca è finita. L’eurozona nel suo complesso se vorrà crescere dovrà puntare su domanda interna, per lo più privata, e investimenti. Proprio come la Germania.
Quindi la germanizzazione dell’eurozona prosegue. Ma questo non vuol dire che tutti i paesi siano diventati tedeschi.
Al contrario.
Prendiamo casa nostra. Il rilancio (miserello) del nostro Pil dovrebbe dipendere pressoché interamente dalla domanda domestica, che nel 2014 dovrebbe cresce di 0,3 punti e nel 2015 di 1,3. In gran parte tale domanda è privata, visto che spesa del governo si presume ancora negativa per 0,6 punti nel 2014 e positiva per 0,4 nel 2015. Il contributo dell’export netto è previsto in calo dai 0.9 punti del 2013, agli 0,2 del 2014, fino allo 0 tondo del 2015. Qualcosina dovrebbe arrivare dagli investimenti. Insomma, pure per l’Italia lo sprint mercantilista è finito (leggi crescita guidata pompando l’export e comprimendo l’import) ma non abbiamo le minuzioni per fare quello che farà la Germania, ossia pompare la domanda interna. Anzi, ci aspetta altra austerità.
Questo spiega bene perché la nostra crescita sia fra le più basse previste. a meno che, certo, non aumentiamo la competitività riformando il mercato del lavoro e la tassazione delle imprese sul lavoro. Questo spiega la solita polemica sul cuneo fiscale.
Se andiamo a vedere l’Irlanda, che i banchieri centrali giudicano come il miglior risultato ottenuto dalle pratiche di riquilibrio messe in campo dopo la crisi, notiamo che il piccolo paese dovrà basarsi pressoché esclusivamente sull’export netto per avere crescita. Lo stesso vale per la Grecia, che nel 2014 dovrebbe avere una crescita positiva di export netto e investimenti e solo nel 2015 un contributo positivo della domanda interna (ricordo che la Grecia è stata in deflazione per tutto il 2013) e per la Spagna, che solo nel 2015 vede la quota di consumo interno superare quella dell’export netto nel contributo positivo al pil (ma solo perché nel grafico sono incluse le scorte). Lo stesso vale per Cipro, che dovrebbe vedere qualche decimale di crescita solo grazie all’export netto, e per il Portogallo.
Vale la pena fare un passaggio a parte sulla Francia, che abbiamo già visto essere condannata a puntare tutto sulla domanda interna per tenere in piedi il suo prodotto, a fronte di esportazioni nette che contribuiscono negativamente alla crescita e un deficit fiscale che sembra incomprimibile.
Cosa ci raccontano queste previsioni? Che il riequilibrio dell’eurozona è ancora lungi dall’esser completato. I paesi più fragili devono ancora giocare la carta mercantilista (quindi compressione delle importazioni e pressione per esportare di più, tramite aumento della competività), mentre quelli più ricchi, o semplicemente più blasonati come la Francia e, nel suo piccolo l’Italia, possono (o devono) puntare di più sul mercato interno perché non sono abbastanza flessibili per gareggiare con i PIIGS. Per loro, insomma, ma finirà così anche per noi, serve ancora una robusta dose di medicina tedesca per risanarsi e un bel po’ di tempo.
Poi le previsioni ci pongono un’altra questione. Se l’eurozona smetterà di essere mercantilista, almeno nel breve periodo, dovrà decidere che strada intraprendere.
La crescita guidata da consumo interno e investimenti, per non diventare alla lunga inflazionistica o generatrice di nuovi squilibri, deve necessariamente trovare mercati di sbocco. Quindi l’eurozona dovrà provare, volente o nolente, a provare a rilanciare il commercio estero, dovendo fare i conti con una moneta che si è molto rafforzata sia rispetto al dollaro che allo yen.
A meno che non si voglia puntare su un’ulteriore frammentazione dell’eurozona.
In questo caso nulla di più probabile che finirà col frammentarsi l’euro.
State sereni: Vinceremo! (Premio: un altro ’92)
Ecco il circo italiano che riscalda i motori per l’ennesima replica di un copione già scritto. La Commissione europea rilascia le sue valutazioni marzoline sullo stato del nostro Paese. L’Ansa batte la notizia dell’ennesima bocciatura europea, e subito, con maschia prontezza, arriva una nota del nostro governo che dice sostanzialmente che siamo pronti a tutto, e che qualunque sia il da farsi lo faremo in fretta.
Vinceremo!
L’indomani la stampa rilancia l’una e l’altro, ospitando ampie interviste che dicono tutto e niente e autentiche castronerie, come quella scritta dal corrispondente di un giornale italiano secondo il quale solo l’Italia, fra i paesi dell’euro, è finita nel tritacarne della procedura per gravi squilibri, sottolineando che gli altri due paesi incolpati, Croazia e Slovenia non appartengono all’euro e quindi non sono portatori di contagio. Peccato che la Slovenia sia entrata nel’euro nel 2007.
Nulla di strano. L’impeto di drammatizzazioni a mezzo stampa e virili rassicurazioni governative è l’anima del circo e molti di noi, cresciuti nei meravigliosi anni ’90, quelli delle taumaturgiche privatizzazioni&liberalizzazioni, lo sanno bene.
Cosa ci aspetta, dunque?
L’analisi della commissione è ormai stranota: alto debito, scarsa competitività, salari rigidi, correzione degli squilibri esteri solo grazie alla compressione delle importazioni, settore bancario appesantito da sofferenze e incagli e, dulcis in fundo, una crescita al luminicino che appesantisce ulteriormente la sostenibilità del nostro debito pubblico.
Con un’avvertenza: “Gli squilibri italiani hanno effetti di contagio sull’intera euro area”. Con il suo Pil, che vale il 16,5% dell’eurozona, una crescita alla rallentatore italiana fa affossare anche quella europea, mettendo a rischio anche la fiducia. “Allo stesso tempo – scrivono – nel contesto dell’unione monetaria – la bassa domanda e la bassa inflazione nel resto dell’area rendono l’aggiustamento più difficoltoso”.
Anche perché, spiegano, per riuscire davvero a venirne fuori dovremmo mantenere nel tempo “un notevole avanzo primario“. Avendo cura di “monitorare i possibile rischi deflazionari che hanno conseguenza negative per il debito, pubblico e privato”.
Ricetta: intervenire sulla competitività, agire sulla crescita delle retribuzioni e mantenere una costante disciplina fiscale.
In una parola: austerità.
La pronta risposta del governo lascia poco spazio all’immaginazione. Ci siamo già passati.
Nel 1992 l’Italia cambiò faccia. Anche allora, come dicono faranno oggi, furono varate riforme strutturali che cambiarono il volto di questo paese. Si smontò l’economia pubblica, si inizò a parlare di riformare le pensioni, si misero le basi per la vendita degli asset pubblici e venne pure la patrimoniale sui conti correnti. Tutte cose magnifiche. Così il circo ripeté a ogni pie’ sospinto.
Da così tanto riformare ne risultò che mentre nel ’91 il 10% più ricco della popolazione deteneva circa il 40% della ricchezza nazionale, nel ’93 lo stesso 10% se ne era accaparrata il 45%.
Uno studio di Bankitalia del febbraio 2013 mostra anche un’altra cosa. Mentre nel ’91 la ricchezza finanziaria lorda degli under 35 era vicina al 18% del totale, nel ’93 era scesa sotto il 15%. E da allora ha continuato inesorabilmente a scendere (nel 2010, per dire, era sotto il 5%, mentre quella degli over 65 sfiorava il 35%, quando era il 20% nel 1991).
Vinceremo, dunque, la sfida con i terribili commissari europei, percorrendo fieri il sentiero dei provvedimenti d’emergenza grazie al nostro riconosciuto senso di responsabilità.
Alla fine della sfida ci aspetta un meraviglioso premio: un altro bel 1992 in versione XXI secolo.
Penultimo tango a Parigi
Nel cronicario dell’eurozona le vicissitudini francesi occupano quel posto d’onore che ben s’addice a un popolo che balla sempre sul confine fra Italia e Germania, indeciso ogni volta fra il consegnarsi ai disastri contabili dei paesi latini o iscriversi d’ufficio nel club di quelli che contano.
Nello spread vieppiù ampio fra i fondamentali economici e quelli politici della Francia, ormai è chiaro a tutti, si gioca la vera partita del futuro di eurolandia. Se, vale a dire, la commedia dell’euro proseguirà il suo cammino o se finirà come la mitica comunità europea di difesa, che sempre la Francia fece abortire sul nascere nei primi anni ’50, o come il progetto di costituzione Ue, che, la Francia ancora una volta, ha “terminato” a inizio XXI secolo.
Non è certo un caso che la commissione Ue abbia messo anche la Francia nella procedura di squilibrio macroeconomico insieme all’Italia e, per motivi opposti, alla Germania, ponendola ancora un volta nel mezzo. Né di qua, ossia il vizioso incartarsi italiano, né di là, ossia il virtuoso correggersi tedesco. La Francia d’altronde, proprio come l’Italia, è oggetto delle amorevoli attenzioni della Commissione e delle sue In depth review già dal 2012, al contrario della Germania che c’è entrata per troppo surplus e solo di recente.
D’altronde le analisi della commissione lasciano poco spazio alle alternative. Nelle sue previsioni più recenti, quelle invernali, gli economisti di Bruxelles fotografano una situazione di crescita con prospettive migliori delle nostre, ma assai meno di quelle tedesche. E anche nella composizione di tale crescita si nota lo stare in mezzo francese rispetto al profondo sud italiano e il profondo nord teutonico.
Il perché è presto detto. La crescita francese, prevede la Commissione, sarà dell’1% nel 2014 e dell’1,7 nel 2015, ben al di sotto di quella tedesca e ben al di sopra di quella italiana (+0,6% nel 2014 e +1,2 nel 2015). Però, proprio come accade per la Germania, sarà la domanda interna a trainarla, senza avere però dalla sua le risorse che hanno i tedeschi.
La Francia, perciò, è condannata ad avere un deficit fiscale al 4% nel 2014 e al 3,9% nel 2015, a fronte di conti esteri sempre sofferenti, che esibiscono un deficit di conto corrente in crescita (al -2,2% nel 2015).
Rispetto a questi dati persino noi italiani sembriamo virtuosi (conto corrente +1,3% nel 2014, +1,2% nel 2015, deficit fiscale -2,6% nel 2014 e -2,2% nel 2015).
Ciò malgrado, la Francia continuerà a ballare il suo malinconico tango sui boulevard parigini e a godersela. Il consumo privato rimarrà robusto quest’anno a il prossimo. Addirittura nel 2015 è previsto quattro volte superiore a quello del 2013. E anche il consumo pubblico rimarrà sostenuto, pressoché al livello del 2013.
Detto in altre parole: la Francia è condannata a spendere più di quanto non sarebbe saggio, perseverando in un deficit fiscale fuori soglia e allargando il deficit estero, se vuole conservare la sua grandeur politica e la sua ambizione di pari grado col vicino tedesco.
E, a dirla tutta, non sembra che i nostri cugini ballerini si facciamo pregare.
E’ vero che a gennaio scorso è stato annunciato il “Responsability pact”, che dovrebbe normalizzare la deriva della spesa pubblica. Ed è vero altresì che è stata approvata una riforma delle pensioni che eleverà gradualmente l’età pensionabile dai 60 ai 62 anni. Ma il cammino francese verso le tanto decantate riforme è ancora assai lungo. Col risultato che la pressione fiscale è prevista costante al 46% del Pil anche per gli anni a venire e il debito pubblico, in assenza di correzioni significative sul deficit, è previsto in crescita fino al 97,3% nel 2015 (dal 93,9 del 2013).
Né c’è tanto da attendersi dal graduale miglioramento della competitività francese, o dall’auspicato incremento di domanda di beni dall’estero, visto che, come ho detto, all’aumento previsto dell’export corrisponde un quasi altrettanto aumento delle importazioni. Sicché il saldo commerciale non darà sollievo alla bilancia dei pagamenti e neanche al Pil.
L’orchestrina (pubblica) francese, insomma, continuerà a suonare la sua musica finché qualcuno non le dirà di smetterla. Ma l’esperienza insegna che i ballerini francesi non capiscono (o non gradiscono) gli inviti espressi in lingue diverse dalla loro. E tendono a imbizzarrirsi e a rovesciare i tavoli, se si insiste.
Al tempo stesso però i più avveduti sanno che la musica non potrà durare ancora a lungo se i francesi non cambieranno danza.
Il penultimo tango pariginio, ci metterà poco a diventare l’ultimo.
Mangiarsi l’avanzo primario e decrescere (in)felici
I conti nazionali dell’Istat sono sempre un’occasione di riflessione, sempre che uno abbia voglia di scrutarli in lungo e largo.
Vale per la statistica ciò che si dice di tante materie tecniche, ossia che sia disciplina arida e ostica. Epperò, scorrendo in filigrana i dati, e con l’umiltà che ben si conviene a tanta complicazione, nel deserto dei numeri spuntano qua e là piccole oasi di informazione che ci permettono di capire di noi stessi assai più di quanto riportino le cronache, quelle sì aride, di tanta informazione mainstream.
Prendiamo il dato sul prodotto. Ormai saprete perché ve l’hanno urlato chissà quante volte, che il volume della produzione si è contratto dell’1,9% nel 2013, confrontandosi questo calo con l’aumento dello stesso livello (però positivo) del prodotto negli Usa e in Gran Bretagna, in un anno in cui persino il deflazionario Giappone è cresciuto dell’1,6.
Peggio ancora, analizzando la composizione di tale prodotto, scorgiamo che i consumi finali, privati e pubblici, sono calati del 2,2%, gli investimenti fissi lordi crollati del 4,7, e l’export è aumentato di un risicatissimo 0,1%, ai confini dell’errore statistico, salvandosi il saldo commerciale solo grazie alla contrazione del 2,8% dell’import, che rima bene con il calo dei consumi finali.
Fin qui ci sarebbe poco da aggiungere. Salvo il fatto che primeggiamo nella assai trendy moda della decrescita, visto che stiamo sotto, per volume del Pil, al livello del 2000. Se imparassimo ad essere felici, in questa costante decrescita, potremmo pure finirla qua.
E invece non è così. Siamo tristi e arrabbiati. Così ci dicono tutti i giorni.
A bene vedere un motivo di tristezza, o almeno di rimpianto, potremmo trovarlo andando a scrutare il conto delle amministrazioni pubbliche. Scopriremo che delle tante previsioni sbagliate dal governo uscito, quella che fa più male, è quella sull’avanzo primario, che si prevedeva, ancora a fine settembre scorso, arrivasse al 2,4%, e che invece l’Istat inchioda al 2,2%.
Due decimali di Pil sono circa tre miliardi. Una bazzecola viene da dire.
Ma, vedete, il rimpianto non nasce dal fatto che chissà dove andremo a recuperarli questi tre miliardi. Il rimpianto nasce dal fatto che, ancora una volta, non siamo stati capaci di sfruttare la congiuntura positiva sui tassi, il famoso spread calante, per aumentare l’avanzo primario.
Detto in parole semplici: abbiamo speso meno per gli interessi sul debito, ma il risparmio non è bastato a mantenere l’avanzo primario del 2012.
In sostanza, ne abbiamo rosicchiato un pezzo (era il 2,5%, nel 2012) e siamo pure riusciti a decrescere (in)felici.
Sappiamo già che l’avanzo primario può essere definito, e meglio ancora compreso, considerando il rapporto che c’è fra l’indebitamento netto della PA (differenza fra totale uscite e totale entrate) e gli interessi che paghiamo sul debito pubblico. L’indebitamento netto, ossia il deficit fiscale, è quello che dobbiamo riuscire a tenere sempre al massimo al 3% del Pil per non avere scocciature europee.
Sommando algebricamente il deficit e l’avanzo primario, otteniamo esattamente la cifra che paghiamo per gli interessi sul debito. O, per dirla in altro modo, se avessimo un deficit pari a zero (tipo la Germania) il nostro avanzo primario pagherebbe gli interessi sul debito senza bisogno di fare nuovi debiti (ossia deficit) per pagare i vecchi debiti. Ciò in sostanza farebbe diminuire il debito pubblico totale (sempre come sta accadendo in Germania).
Nel 2013 in Italia è successa invece una cosa molto singolare. Gli interessi sul debito sono diminuiti, grazie al calo degli spread, passando dagli 86,474 miliardi del 2012 agli 82,043 del 2013. Quindi un risparmio di 4,431 miliardi. Solo che questo risparmio è stato assorbito interamente dal deficit, che infatti è rimasto pressoché costante (47,321 mld a fronte dei 47,356 del 2012), col risultato che è diminuito l’avanzo primario (da 39,118 mld a 34,722).
Se fossimo riusciti a rispettare le previsioni del vecchio governo, al contrario, quello 0,2% previsto in più di avanzo primario avrebbe potuto essere utilizzato per abbassare il deficit. Quindi sempre di circa 3 miliardi.
Vale la pena rilevare che il deficit è rimasto inchiodato al livello del 2012 innanzitutto per l’aumento delle uscite correnti (che comprendono anche gli interessi sul debito), passate da 752,082 mld a 756,404. In particolare sono aumentate le prestazioni sociali, passate dai 311,11 mld del 2012 ai 319,525 del 2013, e la voce Altre uscite correnti (da 40,359 a 43,211 del 2013) che non si sa bene cosa ci sia dentro. Gli aumenti di queste voci hanno più che compensato il calo delle altre. E persino il crollo degli investimenti (da 48,7 mld a 42,5) non è bastato a mitigare il deficit.
Anche perché se è vero che sono diminuite le uscite complessiva (spese correnti più spese in conto capitale), passate da 800,8 mld a 798,4, è vero altresì che sono diminuite anche le entrate complessive (da 753,5 mld a 751,6) per lo più a causa del crollo delle imposte indirette (da 234 mld a 225), quindi Iva, Imu e accise.
In sostanza, la registrata diminuizione della pressione fiscale, dal 44% al 43,8% del Pil corrisponde in decimali esattamente al calo dell’avanzo primario. O, per dirla diversamente, su aumentiamo le tasse aumenta l’avanzo primario, se le diminuiamo cala. Il deficit sembra inossidabile e davvero non si capisce come dovremmo arrivare ad un avanzo primario di oltre il 5% nei prossimi anni come prevedeva Saccomanni.
L’arida statistica, insomma, ci consegna l’immagine di un paese stremato dalla crisi che sta lentamento prosciugando il suo tesoretto (l’avanzo primario). Con la conseguenza che aumenta il debito pubblico, ormai arrivato al 132,6 del Pil dal 127% del 2012, senza che l’avanzo primario, ottenuto principalmente con l’aumento delle tasse, riesca minimamente ad incidervi.
Di più, i conti nazionale del 2013 gettano una luce sinistra sulle previsioni autunnali del passato governo. Dopo aver sbagliato la crescita prevista, che nel 2014 sarà ben più contenuta di quanto auspicato, e l’avanzo primario, rimane solo il livello dello spread che sembra ancora in linea con quanto scritto dal Tesoro in autunno.
Ma lo spread è l’unica cosa sulla quale il governo può fare ben poco.
L’export non spinge più la crescita tedesca
Quando finisce un’epoca, lunga e duratura come è stata quella della crescita del Pil tedesco trainata dall’export netto, servirebbe un minimo di solennità. E’ vero che i segnali erano da tempo sotto gli occhi di tutti, così come il sorgere della vocazione da rentier della Germania. Ma adesso che l’inversione del ciclo tedesco si è avverata sembra un fatto scontato, quasi banale.
Il mutato destino della cosiddetta locomotiva d’Europa (definizione alquanto generosa, a conti fatti) è finito confinato in un paio paginette contenute nell’ultimo rapporto con le previsioni invernali della commissione Ue. Meno persino di una nota a margine di una storia così gloriosa.
D’altronde, è scritto nella storia, prima ancor che nelle previsioni, che un paese inizia vendendo merci finché non consolida un capitale sufficiente a compensare i saldi commerciali con quelli delle rendite. E la Germania, dopo oltre un decennio durante il quale ha accumulato surplus giganteschi, adesso sembra essere entrata proprio in questa fase.
Le previsioni Ue certificano che il Pil tedesco crescerà nell’ordine del 2% fra quest’anno e il prossimo, trainato però stavolta dai consumi interni e dagli investimenti. L’export, semplicemente, non c’è più.
O meglio, rimane forte e abbondante, addirittura in crescita. Ma altresì è previsto in crescita l’ammontare dell’import. Talché il netto commerciale, nel peso sulla crescita reale del Pil, diventa persino negativo.
Questa piccola rivoluzione è raccontata in un grafico che racconta l’andamento delle componenti del Pil tedesco dal 2005 in poi.
Prima della crisi, il peso dell’export netto sul Pil viaggia fra l’1 e quasi il 2% del Pil. Il consumo privato fra capolino nel 2006 e poi si inabissa per riapparire dopo la crisi, nel 2010.
Quell’anno, che segna la riscossa tedesca, dopo il disastro del 2009, il peso dell’export sul Pil torna positivo per 2 punti, ossia circa la metà del totale della crescita raggiunta. Il resto va a consumi privati, circa mezzo punto, investimenti e consumi pubblici.
Nel 2011 l’export netto cala di oltre la metà e il consumo privato diventa protagonista, mentre gli investiment crescono leggermente.
Nel 2012 scompaiono gli investimeti. L’export netto recupera quote, mentre i consumi privati collassano. La ripresa del Pil non basta a tenere il livello di crescita dell’anno precedente. Il risultato finale è un buon dimezzamento del Pil 2011.
Nel 2013 il Pil tedesco scende ancora. Ed è proprio l’anno scorso che si consuma la rivouzione. Il contributo dell’export a Pil diventa negativo.
Le previsioni Ue ipotizzano una crescita, quest’anno e il prossimo, guidata dagli investimenti e dal consumo privato, mentre la spesa del governo rimane sostanzialmente costante, come è stata nel decennio considerato.
Ecco come la racconta la Commissione: “La crescita annuale (nel 2013, ndr) è stata guidata dai consumi privati e del governo. Gli investimenti continuano a mostrare una debolezza e insieme con l’export netto hanno contribuito negativamente alla crescita”.
Così finisce un’epoca.
Quanto al futuro, “il contributo alla crescita si aspetta rimanga ampiamente immutato per l’export (quindi negativo, ndr) mentre crescerà per la domanda domestica”.
Cosa è successo? “Il consumo privato reale – spiega la Ue – è supportato dai tassi bassi e dalla dinamica contenuta dei prezzi al consumo. Gli sviluppi robusti del mercato del lavoro (ossia aumento delle retribuzioni, ndr) sono alla base dell’aumentata propensione delle famiglie al consumo”. Inoltre, “l’outlook degli investimenti è favorevole e suggerisce una loro ripresa. Gli investimenti in costruzioni dovrebbero muoversi in sincronia con gli investimenti in attrezzature, mentre i vibranti investimenti in abitazioni si prevedono in rallentamento”.
Questo contesto avrà effetti positivi sulle esportazioni, ovviamente, ma soprattutto sulle importazioni che si prevedono crescano “più dinamicamente delle esportazioni, contribuendo così a una limitata riduzione del surplus delle partite correnti. Il saldo di conto corrente, infatti, che è arrivato a un surplus del 7% sul Pil nel 2013 si ridurrà al 6,6 e al 6,4 fra il 2014 e il 2015.
Tutto questo a fronte di dati fiscali a dir poco eccezionali, con il saldo fiscale vicino a zero, quindi senza deficit, e il debito, di conseguenza, in calo costante il rapporto al Pil.
La Germania, insomma, sta voltando pagina. Forse davvero i consumi dei tedeschi inizieranno a trainare l’economia europea fuori dalle secche dell’eurodepressione. O forse la Germania è solo vittima finale designata dell’austerità, che ha prosciugato le sue esportazioni nell’eurozona. E’ presto per dirlo.
Rimane la sensazione di rivedere una storia già vista. La Gran Bretagna, prima della Grande Guerra, campava di rendite e se ne infischiava del suo saldo commerciale costantemente negativo. Grazie alla sterlina comandava le piazze finanziarie di mezzo mondo e con le sue rendite dagli investimenti esteri teneva in piedi la bilancia dei pagamenti. Non a caso era un’alfiera del libero mercato, dopo essere stata mercantilista quando serviva (all’epoca di Cromwell).
La Germania, che ha favorito una politica spiccatamente mercantilista nei primi dieci anni del XXI secolo potrebbe essere avviata sulla stessa strada.
Sempre che l’euromarco resista.
Genealogia del Pil – Il destino statalista dell’Occidente “liberale”
Il Pil, dunque, dal secondo dopoguerra, diventa il dio benefico che elargisce e certifica lo sviluppo delle società occidentali.
Dio riveritissimo, peraltro, che finisce a comune denominatore di qualunque altro indice economico, rapportandosi ogni cosa in relazione ad esso e ignorando (o colpevolmente omettendo) quanto tali formulazioni implichino una crescente responsabilità statale nei processi economici.
Allo Stato tutto si chiede: servizi, reddito, regole e, soprattutto, costosissimi diritti. E gli stati, benigni e paterni, aumentano i loro bilanci che, confluendo nella contabilità nazionale, dilatano il prodotto per la gioia di tutti. Persino dei pagatori di tasse, che spesso neanche si accorgono del giro tortuoso grazie al quale piove loro addosso denaro pubblico che viene poi restituito all’esattore o, per quanto possibile, evaso.
Ed è in questo circuito in cui il vizio e la virtù si mescolano per decenni, che si caratterizza l’economia del ricco Occidente.
Fino a quando il meccanismo s’inceppa negli anni stagflazionari, che preparano quelli liberalizzanti.
I mitici anni anni ’80 di Reagan e della Thatcher.
Quelli del trionfo dell’ipocrisia liberale.
Perché nel tempo in cui trionfavano i teorici del libero capitale in libero stato, la statistica economica consolidava la sua presa sull’economia.
La formula del Pil si precisa e si sviluppa. Il reddito nazionale Y diventa per tutti la somma di consumi (C), investimenti (I), spesa pubblica (G) ed esportazioni nette (NX).
Giova a questo punto abbandonarsi alla tecnica, per capire la profondità del pensiero che ha indotto il paternalismo statale, a cui ognuno ancora oggi si rivolge per uscire dalle ambasce del reddito declinante, a farsi tutore del nostro benessere, fino a immaginare nuovi indici statistici, ancora più pervasivi, cui dare l’incarico di misurare ciò che più ogni altra cosa appartiene allo spirito: la felicità.
Perché stupirsi? La materializzazione del nostro destino passa per la statistica, ormai divenuta la costruttrice di senso dell’economia. Che poi è l’unica cosa che conti davvero, nelle nostre società viziate dal consumo compulsivo e dai beni durevoli.
Il Pil dunque. I manuali ci insegnano che non rappresenta solo il prodotto, ma insieme il reddito di una nazione e la sua spesa. La perfetta trinità economica del nostro tempo, che ognuno prega da mattino a sera sperando così che si rivitalizzi.
L’equazione prodotto=reddito=spesa si può declinare così: il Pil è la somma di tutti i beni e servizi finali di un’economia in un determinato momento. Oppure si può scegliere un’altra formulazione: il Pil è la somma di tutti i beni e servizi finali e non, meno i beni intermedi, in un determinato momento, ossia la somma dei valori aggiunti. O, infine così: il Pil è la somma di tutti i redditi di un’economia in un determinato momento. Ovviamente, qualunque sia la definizione che si scelga, i valori non cambiano, come ben si addice alla moderna aritmetica politica onnicomprensiva.
Onnicomprensiva, ma mai abbastanza. I tanti critici del Pil, infatti, non lamentano la sua attuale composizione per eccesso, come pure autorizzebbe a pensare la nouvelle vague liberale del nostro tempo, ma per difetto. Il Pil, dicono costoro, non misura importanti variabili economiche come l’economia sommersa, il lavoro nero, il mercato dell’usato, il lavoro casalingo e persino l’autoproduzione di beni.
Ma al di là di ciò che non c’è, è quello che c’è che bisogna comprendere.
La C dei consumi, quindi, che viene definita come la somma dei beni e servizi acquistati dai consumatori di una nazione.
Poi la I di investimenti. In questa categoria rientrano gli investimenti pubblici e privati fissi, diversi da quelli in scorte fatti da privati e aziende, in cui rientrano sia quelli non residenziali (macchinari e impianti) che quelli residenziali (acquisiti di nuove abitazioni). Le compravendite di case usate, infatti, non rientra nel calcolo, come non ci rientra tutto il mercato dell’usato.
La G della spesa pubblica viene definita come la somma di tutti i beni e servizi acquistati dallo Stato. In tale spesa non sono compresi i trasferimenti, come le pensioni, né gli interessi sul debito pubblico.
C’è tuttavia un problema. Perché se è vero che alcuni servizi delle amministrazioni pubbliche vengono venduti (pensate alle Ferrovie) altri sono letteralmente fuori mercato (pensate ad esempio alla giustizia). Per misurare quindi il valore del prodotto gli statistici devono sommare il monte retributivo dei dipendenti pubblici e gli ammortamenti dei beni capitali, ottenendo quindi il valore dei servizi al loro costo.
Ciò provoca l’interessante paradosso che un aumento dei costi delle amministrazioni pubbliche, quindi una circostanza che lascerebbe immaginare una certa inefficienza di gestione, porti con sé un aumento del Pil. Se aumentasse l’efficienza, e quindi la Pa costasse di meno, il Pil potrebbe diminuire. Al contrario di ciò che pensano gli odiatori della spesa pubblica, insomma, assumere i famosi forestali siciliani porta con sé un aumento del prodotto.
Se questa cosa vi turba, ricordatevi di puntare il bersaglio giusto: le regole di contabilità (inter)nazionale, non la macroeconomia, che da esse di fatto dipende.
La somma di C+I+G definisce la spesa per beni e servizi da parte dei residenti. Aggiungendo a questa somma anche le esportazioni nette (ossia al netto dell importazioni) arriviamo al nostro prodotto.
Per capire perché sia diventato così importante, basti citare quel che disse Paul Samuelson nel suo celebre libro Economics nel 1948, nel quale il futuro Nobel spiegava (non a caso) l’economia keynesiana.
Il Pil, scrisse “è una di quelle misure aggregate senza le quali chi si occupa di orientare le politiche economiche si troverebbe sperduto in un mare di singoli dati e non sarebbe in grado di stabilire e ragiungere obiettivi economici”. Come dire: il Pil serve al governo a decidere le sorti dell’economia. Ed è proprio sull’irreversibilità dell’intervento pubblico nell’economia che il Pil segna il suo trionfo più duraturo. Persino negli anni in un cui Keynes non era più così di moda, e anzi ampiamente criticato.
Ricordate di sicuro il celebre motto di Reagan secondo il quale “il governo, nell’attuale crisi, non è la soluzione: è il problema”. E come dimenticarlo? Ha dato più lavoro lui ai cosiddetti liberali, quelli che vogliono lo Stato fuori dall’economia, che duecento anni di pensiero economico. Per dire quanto spesso una battuta funzioni meglio di qualunque ragionamento, spiegandosi con ciò il successo di tanti battutari nostrani.
Ma sopra questo slogan campeggiava una straordinaria ipocrisia.
Chi andrà a vedere quanto sia aumentato il bilancio della spesa pubblica (specie militare) durante l’epopea reaganiana? E ancor meno ricorderanno che fu Reagan a nominare alla Fed Alan Greenspan, ossia il futuro guru dell’indebitamento internazionale coatto pompato dai fondi pubblici, ossia i denari della banca centrale. Lo sapete, sì, che i soldi delle banche centrali sono fondi pubblici mascherati? Lo Stato è il prestatore di ultima istanza della propria banca centrale, esattamente come la banca centrale lo è nei confronti del sistema finanziario.
Insomma, gratta gratta, se si scava abbastanza, nel cuore dei liberali trovate degli statalisti arrabbiati, se in buona fede. La gran parte sono lobbisti al soldo del capitale privato, evidentemente alla costante ricerca di fonti di profitto, per il quale l’economia pubblica è una fastidiosa concorrente. Gli anni ’90, per chi li ha vissuti, sono stati ritmati da questo conflitto.
Ma oggidì, conoscete qualche liberale, di quelli che riempiono pagine di giornali o fondano associazioni, che abbia proposto di espungere la spesa pubblica dal calcolo del Pil? Dicono solo che bisogna tagliarla, per pura ideologia. Senza capire che tagliare la spesa pubblica, quando si usa un sistema di calcolo del prodotto che la comprende fra gli elementi che creano reddito, equivale a tagliarsi una mano per risparmiarla.
Il concetto di spesa pubblica improduttiva, salvo casi estremamente specifici, è semplicemente insensato in un mondo in cui qualunque spesa, quindi anche quella pubblica, è reddito. Non capirlo significa non vedere che il problema, se problema è la spesa pubblica, è nel calcolo del prodotto.
Questo mi aspetto dicano gli odiatori professionisti della spesa pubblica per ritenerli credibili. Ma dicono che la spesa pubblica è cattiva per principio, perché generatrice di inefficienze e corruzione. Ma il Pil non guarda da dove arrivino i soldi: si limita a contarli.
Pecunia non olet.
Il nostro breve viaggio sulla genealogia del Pil potrebbe finire qui. Con la celebrazione dell’ipocrisia liberale che dai tempi di Reagan asfissia senza costrutto alcuno, che non sia un’aumentata diseguaglianza e una compressione dei redditi da lavoro, il dibattito economico pubblico.
Ma torna utile tracciare rapidamente dove si sta orientando la fertile immaginazione dei nostri statistici economici, sempre più tesi a fornire a chi governa i numeri utili a decidere destini sempre più ampi ed economicizzati, tristi come la pseudoscienza di cui sono espressione.
Il futuro, dicono i beneinformati, sarà la sostituzione dell’obsoleto concetto della produzione con quello più sofisticato di benessere. Le migliori menti del mondo sono all’opera per definire compiutamente tale concetto, infilandoci dentro tutto ciò che vi rima per simpatia (dalla qualità ambientale, alla salute, alle relazioni sociali) a patto però che tali variabili siano misurabili.
Ed è qui, nell’idea stessa che ogni cosa sia misurabile, che si insinua la dittatura strisciante della materia, che oggi viene volgarmente declinata nelle equazioni economiche, che peraltro hanno il pregevole merito di essere sommamente astruse, quindi incomprensibili abbastanza da poter suggestionare con la loro “credibilità”. La dittatura della materia, che impone l’economia per via scientifica.
Se tutto è materia, e quindi è misurabile, basterà formulare un nuovo indice (al momento il più gettonato è “l’indice di sviluppo umano”) per saziare gli appetiti delle popolazioni. Col magnifico risultato che tutto ciò che in tale indice non sia compreso sarà irrilevante ai fini economici. Ergo: non esisterà.
Ciò spiega bene perché il mondo guardi con simpatia e interesse al Gross national happiness elaborato dal piccolo Bhutan. Il diritto alla felicità, inserito nella costituzione americana dai padri fondatori, trova la sua compiutezza nella statistica elaborata da un mini stato buddista. Quale migliore esemplificazione del trionfo della globalizzazione made in Usa?
Incredibile che solo pochi notino, in questa deriva statistica, il sorgere irrefrenabile del Leviatano.
(3/Fine)
