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Il fantasma della deflazione si materializza (per ora) fra i Pigs

Dunque i nostri banchieri centrali dicono che non c’è nessun rischio deflazione in Europa, e segnatamente nella zona euro. E anzi assicurano che qualora dovessero percepire questo rischio faranno tutto ciò che è necessario per evitarlo.

Non c’è nulla che più spaventi i banchieri della temutissima sindrome giapponese.

Poi però arriva Eurostat che pubblica i dati di gennaio 2014.  Viene fuori che l’inflazione annuale dell’eurozona, calcolata a gennaio 2014, è ferma allo 0,8%, stesso livello di dicembre. Ma che un anno fa, quindi a gennaio 2013, era il 2%. Più del doppio.

Peggio ancora, viene fuori che l’inflazione mensile di gennaio 2014 è stata negativa per l’1,1%.

A livello di Unione europea, la situazione cambia poco. L’inflazione annuale a gennaio 2014 è stata dello 0,9%, in calo rispetto all’1% di dicembre 2013. Mentre il dato riferito a un anno prima segnala un +2,1%. Quindi anche nell’Ue nel suo complesso, l’inflazione si è più che dimezzata. L’inflazione mensile di gennaio, è stata negativa per lo 0,9%.

Mentre mi chiedo come valuteranno questi dati i nostri banchieri, scorro l’intera nota di Eurostat e trovo altre informazioni che dicono molto di più del semplice dato aggregato.

La prima informazione è che la frammentazione dei prezzi dell’eurozona si è ulteriormente polarizzata. I paesi in crisi, a furia di disinflazionarsi, vedono materializzarsi il terribile fantasma della deflazione. Nei paesi forti, al contrario, il livello di prezzi si avvicina al livello previsto dalla Bce. Anche se rimane sottotono, almeno è positivo.

Il che ci conduce all’estremo paradosso per il quale i paesi più indebitati vedranno i loro debiti, privati e pubblici, farsi più pesanti, proprio a causa del calo dei prezzi, al contrario di quanto accade per i paesi meno indebitati, ai quali l’inflazione regala un po’ di sollievo. Come se non bastassero gli spread.

Prendiamo gli estremi: Grecia e Germania.

In Grecia l’inflazione annuale registrata a gennaio è stata negativa per l’1,4%.

In Germania, lo stesso dato riporta un’inflazione positiva per l’1,2%.

Che tale dato, per quanto parziale, esprima una tendenza, tuttavia, lo si rileva guardando ai tassi di inflazione degli altri paesi della zona. Cipro, per dire, registra un’inflazione negativa per l’1,6%, in Portogallo l’inflazione è aumentata di un risicato 0,1% , In Irlanda e Spagna dello 0,3. In Italia dello 0,6. La media Ue, come ho detto è del +0,8%.

Se andiamo a vedere i paesi “sani”, troviamo l’Olanda perfettamente in media, il Belgio all’1,1%, il Lussemburgo all’1,5% come l’Austria, e la Finlandia all’1,9%, come la Gran Bretagna. L’unica eccezione è la Slovenia (+0,9%), ma sappiamo che lì il peggio deve ancora venire.

Nel paradosso del nostro tempo, per il quale una moderata inflazione è un bene, il mercato europeo si scopre vieppiù frammentato anche relativamente a questo “beneficio”.

Ma c’è un’altra circostanza di cui è saggio tener conto. La deflazione dei Pigs, di fatto, viene importata dagli altri paesi che ne sono controparte negli scambi. Esattamente come succede quanto c’è inflazione. Quindi, se la pressione al ribasso sui prezzi dovesse continuare, neanche i paesi più forti si salveranno.

Guardiamo sempre alla Germania. L’istituto di statistica ha rilasciato il dato dell’inflazione sui prezzi dei beni importati che, sempre a gennaio 2014, ha visto l’indice decrescere del 2,3% rispetto a gennaio 2013. Si conferma così una tendenza già emersa e novemebre e dicembre 2013, quando il ribasso dell’indice, sui corrispondente mesi del 2013, era già stato del -2,9 e -2,3%.

Ovviamente di tale tendenza risentono anche i prezzi all’export tedeschi, che, sempre agennaio 2014, sono diminuiti dello 0,8% rispetto a gennaio 2013.

La disinflazione/deflazione, insomma, si autoalimenta in tutta l’area euro, anche grazie alla moneta unica che impedisce gli aggiustamenti di prezzo tramite il cambio.

Un altro elemento interessante, si vede scrutando i grafici preparati dall’Eurostat, è che dal gennaio 2010 la forbice fra l’inflazione nell’area euro e quella dell’intera Ue è andata via restringendosi. Oramai i due dati camminano sostanzialmente appaiati. Segno evidente che la tendenza deflazionaria (o disinflazionaria, come preferiscono definirla gli esperti) sta uscendo fuori dai confini dell’eurozona e sta contagiando tutta l’Europa.

Se dalla visuale parziale, perché provvisoria, di Eurostat ci spostiamo a una visione più di sistema, la sensazione che il fantasma della deflazione agiti rumorosamente le sue catene sulle nostre teste non diminuisce. Anzi.

Il documento più aggiornato che ho trovato sull’argomento è quello contenuto nelle previsioni invernali della commissione Ue pubblicate pochi giorni fa, dove l’argomento dell’inflazione occupa molto spazio.

In particolare, il rapporto ospita un box, dove si analizzano le tendenze disinflazionarie nell’eurozona che hanno iniziato a manifestarsi fin dalla fine del 2011. “L’ultimo quarto del 2013 tuttavia – sottolinea la Commissione – ha sorpreso per il ribasso dell’indice HICP, caduto allo 0,8%”.

L’Indice HICP, lo ricordo ai non appassionati, è l’indice armonizzato per i paesi europei dei prezzi al consumo. Si riferisce alla spesa monetaria per consumi finali sostenuta esclusivamente dalle famiglie. Si tratta quindi di un indicatore molto eloquente circa la reale voglia dei cittadini consumatori di spendere i propri soldi, visto che a una minore domanda di beni finali corrisponde, per la nota legge della domanda e dell’offerta, un calo dei prezzi. E poiché la deflazione di solito si verifica quando i consumatori rimandano gli acquisti perché pensano che i prezzi diminuiranno in futuro, ecco che monitorare questo indice può essere molto utile ai fini dell’analisi.

Per darvi un’idea di cosa sia successo nell’eurozona negli ultimi sette anni, basti sapere che l’indice in questione è diventato negativo nella seconda metà del 2009 e tale è rimasto per un anno intero. Eppure neanche allora si parlò tanto di deflazione quanto se ne parla adesso.

Perché?

L’indice, sempre per la cronaca, risalì dal 2010 in poi arrivando al 3% a fine 2012, quando, senza una ragione chiara, ha ricominciato a declinare. Per completare lo schema, è utile sapere che prima della crisi, alla fine del 2008, l’indice era arrivato al 4%.

La Commisione perciò si propone di analizzare se tale ribasso sia da considerare temporaneo o se nasconda una tendenza deflazionaria di fondo, che prima o poi spingerà la Banca centrale a fare “tutto ciò che è necessario”, anche se non è ancora chiaro cosa.

Nell’analisi della Commissione, parte della recente caduta dei prezzi è da imputarsi a fattori temporanei, legati all’aumento della tasse indirette e di alcuni prezzi amministrati, collegati alle misura di austerità varate in alcuni paesi in crisi. Detto in altri termini, il consolidamento fiscale ha sottratto denari dalle tasche dei cittadini facendo diminuire la domanda globale. Quindi l’indice che misura la spesa monetaria per consumi finali non poteva che diminuire.

Ma oltre a questi fenomeni transitori (chissà quanto transitori, poi, visto che la fine dell’austerità sembra assai di là da venire) ci sono anche fattori ciclici che devono essere considerati. “Fattori ciclici e strutturali – scrive la commissione – relativi alla fragile ripresa e all’andamento del costo del lavoro possono spiegare molto”.

La crescita del costo del lavoro infatti (e parliamo dell’intera eurozona) è diminuita all’1% nel terzo quarto del 2013 a fronte della crescita del 2,1% dello stesso periodo di un anno prima. La spinta deflazionaria, insomma, si alimenta col calo dei salari che, scrive la Commissione “ci si può aspettare continui nei prossimi trimestri”.

Per i PIIGS, poi, la situazione è ancora più complicata. “La disinflazione nei paesi fragili – osserva – può amplificare la sua magnitudo, infatti il declino relativo dei tassi di inflazione coincide con il sostanziale sforzo di riforme strutturali che ha posto espressamene come obiettivo le rigidità di prezzi e salari”. Ossia si è proposta di flessibilizzarli.

Di fronte a questo scenario suonano particolarmente allarmanti le conclusioni della Commissioni, che pure prova a rassicurare tutti scrivendo che “il rischio di deflazione è basso”.

Certo, se per deflazione si intende una protratta e significativa caduta dei prezzi nell’intera eurozona, il rischio si può definire basso. Ma, vedete, è tutta una questione di capirsi sulle definizioni. Perché la Commissione scrive di aspettarsi comunque “un protratto periodo di bassa inflazione nei prossimi trimestri”. E poi aggiunge che “anche in assenza di una deflazione vera e propria, un’inflazione persistentemente sotto il target Bce non sarebbe senza rischi per i paesi membri al range più basso di dispersione dell’inflazione”.

Che poi sarebbero i PIIGS, appunto, ossia quelli dove i prezzi stanno lentamente franando.

“Un protratto periodo di inlfazione molto bassa – conclude – aumenta il valore reale dei debiti, pubblici e privati, provocando un aumento dei tassi reali e rendendo il processo di aggiustamento di questi paesi più difficile e il deleveraging più sfidante”.

Ve lo dico in altre parole: anche non ci sarà la deflazione vera e propria (nell’intera area), è facile che il fantasma farà capolino nei paesi disgraziati, dove la caduta dei prezzi rischia di provocare il solito avvitamento: più austerità, più debiti, più austerità, più debiti, eccetera eccetera.

Talché la deflazione, a ben vedere, è davvero l’ultimo dei problemi.

Nel senso che gli ultimi di solito sono i primi.

Cura irlandese (e cartolarizzazioni) per l’eurozona

Sarà perché l’Eurostat rilasciava i dati 2013 della produzione industriale, ma improvvisamente la lettura di un recente intervento di Yves Mersch, banchiere della Bce, nella quale mi stavo intrattenendo è diventata interessante. L’andamento declinante della nostra contabilità europea rimava perfettamente con ciò di cui discorreva Mersch a Dublino qualche settimana fa. Tema quantomai attuale: far ripartire la crescita nell’eurozona (Reviving growth in the euro area, Institute of International European Affairs, Dublin, 7 February 2014).

Lo so che ne parlano tutti, per non dire che ne parlano e basta. Ma la questione, anzi il coacervo di questioni che la crescita porta con sé, dovrà pur essere affrontata, prima o poi. E leggere Mersch risulta utile perché aiuta a capire le coordinate del problema, a dimensionarlo e a sapere cosa frulla nella testa dei nostri banchieri centrali che, in ultima analisi, piaccia o meno, sono diventati gli autentici timonieri dell’eurozona.

La domanda dunque è: come possiamo far ripartire una crescita sostenibile nella zona euro? La prima risposta è che “possiamo aspettarci solo una risposta limitata dalle politiche di stimolo della domanda”. Quindi i teorici della spesa pompata da debito faranno bene a disilludersi.”La politica monetaria rimarrà accomodativa per tutto il tempo necessario, ma non può risolvere i problemi: può solo comprare tempo”.

Il tempo è denaro, notoriamente, e per sua natura la Banca centrale ne fornisce in quantità illimitata.

Nel frattempo ci sono alcune cose che dovremmo sapere. Primo: la crescita pompata dal debito (debt-fuelled) degli anni pre-crisi non sarà più possibile: “Non ci possiamo aspettare di vedere un ritorno alla crescita di domanda aggregata del passato”, dice. Questo comporta che dobbiamo “guardare alla capacità produttiva potenziale dell’economia nel suo complesso”.

Vista deprimente, comunque, perché “la situazione non è incoraggiante”, dato che nelle stime della Commissione Ue tale crescita potenziale è passato dal 2,2% del periodo 2000-2007 a un miserello +0,9% nel quinquennio 2008-12.

A guidare la contrazione, spiega Mersch, è stata innanzitutto quella degli investimenti, la cui quota globale è diminuita del 15% nell’eurozona dal picco raggiunto nel 2008. Tale calo ha conseguenze chiare anche sul futuro della crescita.

Ciò viene riscontrato anche dalla debolezza del mercato del lavoro. Basti ricordare che il tasso dei disoccupati di lungo periodo è raddoppiato, dal 3 al 6%. La terza gamba della crescita, ossia i fattori totali della produzione “che essenzialmente catturano i progressi tecnologici di lungo periodo”, nella definizione di Mersch, sta messa un po’ meglio di come stanno capitale e lavoro, ma la situazione è comunque difficile perché “si trova in una situazione di trend declinante”. Tanto per cambiare viene da dire.

Tutto ciò per dire che all’eurozona serve una cura da cavallo. Se vi fischiano le orecchie non è colpa mia.

La cure di Mersch si basa essenzialmente su due direttrici: quella finanziaria, che passa dalla “riparazione” del mercato dei capitalei, frammentato prima dalla crisi e poi dalla mancanza di fiducia, e quella “reale”, ossia mercato del lavoro e dei prodotti.

La prima via, quella finanziaria, trova nell’Unione bancaria il suo pilastro costitutivo, come abbiamo visto più volte ripetere dai nostri banchieri centrali. Ma poi ecco che Mersch tira fuori un altro asso dalla manica che, ventilato qua e là nei mesi passati, sembra essere diventato uno dei probabili passaggi obbligati della Banca centrale europea: il rilancio delle cartolarizzazioni, il cui mercato europeo  “si è virtualmente essiccato negli anni recenti”.

Sappiamo tutti che l’uso selvaggio e incontrollato di cartolarizzazioni è stato uno dei fattori scatenanti della crisi del 2008, in particolare nel mercato americano, che questi strumenti ha inventato e diffuso negli ultimi decenni. Per non dire poi che, in fondo, le cartolarizzazioni non sono altro che un modo di far circolare debiti nell’ipotesi assolutamente teorica che ciò serva a distribuire il rischio, annullandolo.

E tuttavia ai mali estremi, rimedi estremi, sembra dire Mersch, secondo il quale “vedo nelle cartolarizzazioni un importante strumento per consentire alle banche di gestire il rischio di credito associato alle piccole e medie imprese”. Perché quelle grandi dovrebbero rivolgersi sempre più al mercato del capitale, nelle rosse aspettative del nostro banchiere.

Per non fare gli sbagli del passato Mersch conta sui progressi della regolazione, fatti sulla scorta del disastro subprime americano. Forte anche del fatto che il tasso di default europeo degli Abs, fra il 2007 e il primo quarto del 2013 è stato intorno all’1,4% a fronte del 17,4 americano. Come dire: siamo più bravi e prudenti.

Ma ovviamente è il lato delle riforme strutturali quello che più interessa il nostro banchiere, il quale, visto che parlava a Dublino, non si è peritato di additare l’Irlanda come una buona pratica per l’efficienza con la quale ha superato la crisi (?)

Detto in altri termini, bisogna partire da un dato: “Il 45% degli investimenti fissi in Europa è concentrato in settore dove il governo ha una significativa influenza regolatoria e ciò implica che riforme strutturali possano generare un balzo significativo di investimenti” anche nelle economie deboli.

Inoltre, dati i trend demografici europei, servono chiare riforme previdenziali e del mercato del lavoro che consentano di prolungare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro: quindi lavorare di più e in numero crescente, anche favorendo i flussi transfrontalieri. Le Germania cerca lavoratori, se interessa, visto che le previsioni Ocse la prevedono in declinante crescita sotto l’1% entro il 2020 proprio a causa della sua situazione demografica.

E di nuovo, “l’Irlanda e un esempio molto concreto di sistema funzionante”. Le riforme del mercato del lavoro hanno fatto riassorbire due punti di disoccupazione (dal 14 al 12% fra il 2012 e il 2013), ma soprattutto “l’Irlada sta implementando il giusto tipo di politiche che miglioreranno la crescita in futuro”. Talché l’Irlanda, che ha ancora diversi problemi, come riconosce lo stesso Mersch, sembra il campo ideale dal quale estrarre suggerimenti per gli altri paesi fragili, visto che l’Europa, dal 1990, si trova in una situazione in cui le necessarie riforme aspettano ancora di essere realizzate.

Ci hanno provato con l’euro, ma a quanto pare la frusta monetaria non è bastata.

Ora magari proveranno con le buone maniere.

Le imprese europee sedotte (dal debito) e abbandonate (coi debiti)

E’ una storia amorosa, con i suoi risvolti di tradimenti e abbandoni, quella che si è consumata nell’ultimo decennio fra le imprese e le banche europee. E come tutte le storie amorose del nostro tempo, si dibatte fra il sogno di un lieto fine e una realtà da fine assai triste, dove i crediti elargiti con graziosa generosità del passato sono diventati debiti vieppiù inesigibili. Il che toglie molto romanticismo a tutta questa vicenda.

A leggerla poi, questa storia, dall’ultimo bolletino della Bce qualunque sentimento amoroso evapora. C’è solo la triste e incolore realtà dei bilanci a farla da padrona. E i bilanci, come i creditori, sono implacabili. Perciò per provare a renderla intellegibile, ho pensato di dividerla in due atti: la seduzione e l’abbandono.

Atto primo: la seduzione. Il corteggiamento parte silenzioso nel 2001. L’integrazione monetaria, come ogni primavera, allenta il buon senso. L’eurozona, fresca di matrimonio, si abbandona a un consumo febbrile di liquidità. La cavalcata del credito, che viene elargito incurante di ogni fondamentale a chicchessia dura un settennio intero, alla fine del quale, all’inizio del 2007, i prestiti delle imprese finanziarie, quindi banche in testa, alle imprese non finanziarie, arrivano a sfiorare i 500 miliardi di euro, un po’ meno della metà totale della montagna di debito privato raggiunto dal settore corporate europeo. L’indebitamento corporate procede senza freni per tutto l’anno. Nell’ultimo quarto i prestiti alle imprese raggiungono quasi quota 600 miliardi su un totale di debiti di oltre 1.400. Il debitore corporate europeo raggiunge il suo picco. La calda estate del credito europeo, però, prepara l’autunno.

Atto secondo: l’abbandono. Nel 2008 inizia la contrazione. Ancora contenuta nel primo trimestre, quando il totale dei debiti scende sotto i 1.400 miliardi, di cui quasi 600 di provenienza bancaria, si fa pronunciata nel secondo, quando il totale crolla a 1.200 e i prestiti bacanri a 500. Alla fine dell’anno il totale è sceso intorno ai 900 miliardi e la quota bancaria a poco più di 400. Il de-leveraging prosegue tumultuoso nel 2009, l’anno orribile dell’eurozona, al termine del quale il totale del credito concesso alle imprese scende addirittura sotto i 400 miliardi e i prestiti bancari diventano addirittura negativi.

L’abbandono è senza pietà, come vuole la prassi amorosa. Nel primo trimestre del 2010 i prestiti bancari diventano negativi per 100 miliardi e rimangono assenti sostanzialmente per tutto l’anno. Le banche si guardano bene dal prestare alle aziende che, per trovare di che vivere, devono sperimentare altre vie, emettendo azioni, titoli di debito o gestendo i crediti commerciali. Ciò malgrado le imprese europee non vengono risparmiate dal gelido inverno del credito.

Atto terzo: come finisce un amore. I dati del bollettino della Bce, aggiornati ai primi due trimestre del 2013, mostrano una curva di credito circolante ormai ridotto al lumicino, sotto i 400 miliardi, con il credito bancario che zavorra il totoale con quasi -200 miliardi. Le banche hanno altro da fare che prestare i soldi alle aziende. Più facile e meno rischioso comprare titoli di stato.

E ciò malgrado la Bce nota con una certa soddisfazione gli effetti benefici di tale de-leveraging. “Il rapporto fra debito delle imprese non finanziarie e il Pil ha continuato ad aumentare anche dopo lo scoppio della crisi, toccando il livello massimo del 105% nel 2009-2010 (..). Sebbene si osservi solo una lieve correzione nell’insieme dell’area, il quadro di riduzione della leva societaria appare più preciso a livello nazionale e per settore di attività”.

Già, la famosa frammentazione della zona euro. Prima che si frammentassero gli spread, la frammentazione era quella del credito. Nel senso che all’interno dei singoli stati ci sono state profonde differenze nell’elargizione del credito. Una cosa in comune però ce l’hanno, gli stati: fino al 2000 i debiti delle aziende europee erano contenuti. Poi l’indebitamento è esploso.

Ma non dite che è colpa dell’euro.

In Irlanda, per dare un’idea, il settore corporate è passato da poco meno il 100% di debito corporate sul Pil al 226% del picco. Ora le aziende irlandesi sono al 218%. “Nel secondo trimestre del 2013 le società (in alcuni paesi, ndr) hanno registrato progressi nella riduzione degli elevati livelli debito/pil”, nota la Bce. Ma rimangono ancora elevati in paesi fragili, come Portogallo e Cipro, dove la crisi ha fatto crollare il prodotto e quindi i debiti corporate sono rimasti a un livello assai superiori della media euro.

La buona notizia, visto che bisogna pur trovarne almeno una quando finisce un amore, è che si è ridotta la quota di debito a breve utilizzata per finanziare quello a lungo, passata, nell’area, dal 33% del 2000 al 24% del 2013. “Da questo punto di vista – nota la Bce – le società sembrano essere relativamente ben protette a fronte di brusche variazioni delle condizioni di fnanziamento di breve termine”. Sempre che si finanziano a tassi fissi e non variabili, visto le probabili future tensioni sui tassi. Anche perché in paesi come la Finlandia e l’Estonia oltre l’80% di questi prestiti, sia a breve che a lungo, sono stati contratti a tasso variabile.

Insomma: la nostra storia d’amore si conclude come da copione: con un bel divorzio.

Difficile capire però chi pagherà gli alimenti.

Il tabù (previdenziale) nascosto nel cuneo fiscale

Se c’è una cosa sulla quale sono tutti d’accordo in Italia è che bisogna abbassare il cuneo fiscale. Fateci caso: ogni volta che scatta l’espressione “cuneo fiscale” le teste ondeggiano contrite, gli occhi si riempiono di sdegno, le voci si alterano, a rivendicare questo quasi primato italiano, che zavorra il nostro costo del lavoro.

Ne segue la tiritera sulla competitività, i blabla sui poveri redditi italiani falciati da una tassazione ingiusta, sull’assurdo che quello che va in tasca al lavoratore medio costi il doppio al povero datore di lavoro, per arrivare poi al capolavoro di una legge di stabilità ingiuriata da tutta Italia perché dopo tanto discorrere è arrivata a mettere in tasca ai lavoratori qualche decina di euro in più. L’anno.

Stanco di dibattiti inconcludenti, e consapevole che il nuovo governo si giocherà le sue carte migliori proprio sul cuneo fiscale (gli imprenditori rumoreggiano), mi sono armato di santa pazienza e ho provato a capirci qualcosa. E per capirci qualcosa è buona norma partire dalle definizioni.

Quella di cuneo fiscale potremmo sintetizzarla così: per cuneo fiscale s’intende la somma delle imposte (dirette, indirette, contributi previdenziali) che pesano sul costo del lavoro, sia per quanto riguarda i datori di lavoro, sia per quanto riguarda i dipendenti e i liberi professionisti.

Traduco: chi lavora deve pagare le imposte dirette e indirette allo Stato e in più deve versare i contributi all’Inps o ad altra cassa previdenziale. Il totale di queste detrazioni (che quindi corrisponde al mitico cuneo fiscale) viene sottratto al reddito lordo. Quindi più è elevato il cuneo, più basso è il reddito netto.

Per capire ancora meglio dobbiamo ricordare che al cuneo partecipano sia i lavoratori che i datori di lavoro. Secondo le ultime rilevazioni Istat che ho trovato, che risalgono al 2010, il totale del cuneo fiscale in Italia pesa in media il 46,2% sul reddito lordo. Quindi 100 euro di reddito lordo provocano entrate per lo Stato sotto forma di imposte dirette e indirette e contributi per 46,2 euro.

Questa percentuale viene pagata per 25,6 punti dai datori di lavoro e per 20,6 punti dai lavoratori. Quindi abbassare il cuneo fiscale potrebbe/dovrebbe essere una situazione che fa piacere a tutti. Ma è chiaro che molto dipende da come si distribuiscono gli eventuali tagli.

Si può privilegiare, ad esempio, la quota di imposte e contributi a carico delle imprese (ad esempio agendo su Irap e aliquote contributive) o si possono provare a limare le imposte a carico del lavoratore (ad esempio l’Irpef o la sua parte di aliquote contributive). Il governo, insomma, può decidere chi, fra imprese e lavoratori, godrà dei maggiori benefici dall’eventuale taglio. Ma prima ancora il governo dovrebbe fare una scelta di sistema.

Abbiamo visto, infatti, che il cuneo si compone di imposte dirette e indirette e contributi previdenziali. Finora sembra che dietro la generica petizione di principio che bisogna abbassare le tasse sul lavoro, si sia finito per creare (volutamente?) l’equivoco che il lato del cuneo sul quale si può e si deve agire sia quello delle imposte dirette o indirette.

Mentre la parte previdenziale del cuneo è rimasta in ombra. Anzi, sembra quasi un tabù.

Di sicuro è molto più popolare parlare di riduzione dell’Irpef o dell’Irap. Ma la verità, che è scritta nei numeri, è che il peso delle imposte contributive (sono imposte anche i contributi, meglio sottolinearlo) è assai rilevante sul cuneo italiano.

Uno studio recente della Commissione Ue, basato su dati Ocse, (Tax burden on labour), conferma che il cuneo fiscale italiano è fra i più alti d’Europa e nota che la somma fra i contributi pagati dal lavoratori e quelli pagati dall’impresa pesa, sui cosiddetti salari bassi (quelli che non superano il 67% delle retribuzione media) circa il 70% del totale del cuneo. Quindi, sulla media di circa il 47% di cuneo fiscale italiano, circa 32 punti sono contributi e 15 punti sono imposte dirette o indirette.

Vale la pena rilevare che di questi 32 punti di cuneo previdenziale, circa 25 sono a carico delle imprese e il resto sulle spalle dei lavoratori. E ciò spiega perché le imprese chiedano a gran voce che si riduca il loro carico contributivo. Sempre perché la competitività, blablabla.

Se questo è il quadro, rimane addirittura incomprensibile il motivo per il quale il nostro dibattito pubblico sul taglio del cuneo fiscale si concentri sulle imposte dirette e indirette, mentre non si accenna alla parte che pesa di più: i contributi.

Perché?

Per cercare una risposta sono andato a rileggermi gli ultimi dati disponibili sulla spesa previdenziale. Rispetto ai dati del 2010, che già avevo analizzato, ho trovato quelli del 2011 sul sito dell’Istat. Qui leggo che la spesa per prestazioni sociali, che per un buon 85% è rappresentata dal pagamento delle pensioni, nel 2011 è arrivata a 299,032 miliardi, a fronte dei quali l’incasso da contributi sociali (parte rilevante del nostro cuneo fiscale) è arrivato a 229,002: quindi c’è tuttora un deficit sulla previdenza che vale oltre 70 miliardi.

E da dove si prendono questi 70 miliardi? Dalle altre imposte, dirette e indirette, ossia dalla cosiddetta fiscalità generale. Il che significa ancora meno risorse per il taglio delle imposte dirette e indirette. Il cuneo previdenziale, di conseguenza, ha un peso relativa persino superiore a quello finora considerato.

Quindi ci troviamo nella situazione che non solo dobbiamo sopportare un cuneo fiscale fra i più gravosi d’Europa, ma non possiamo neanche tagliare i contributi perché dobbiamo pagare una cifra spropositata di prestazioni sociali. Anzi dovremmo persino aumentarli, visto che i contributi incassati non bastano a coprire il deficit.

Per la cronaca, i dati 2013 mostrano una spesa per prestazioni sociale in costante crescita. I quasi 300 miliardi del 2011 sono diventati 320. Quindi grossomodo 260-270 miliardi sono pensioni.

Ci possiamo permettere di pagare quest’enormità alla rendita sottraendola al reddito?

I numeri ci dicono che è il cuneo previdenziale la vera zavorra del costo del lavoro. Chiamarlo fiscale è solo un grazioso mascheramento utile a sviare l’attenzione dal problema di fondo: se, vale a dire, possiamo continuare a pagare le pensioni che stiamo pagando.

Il buon senso sembra suggerire che le pensioni siano insostenibili oggi, non domani.

Avrete notato che ormai i politici hanno una risposta standard alla domanda se serva o no una riforma delle pensioni. “Scherziamo?”, rispondono indignati, “sono stati fatti tanti interventi e abbiamo il sistema più sostenibile del mondo”.

In questa risposta c’è una mezza verità. La sostenibilità del sistema pensionistico italiano di cui parlano i politici è quella futura, ed è stata costruita sulle spalle di chi lavora oggi e che domani, ammesso che maturi i requisiti, avrà una pensione misera.

Della sostenibilità presente della previdenza italiana nessuno si occupa e anzi se ne nascondono i guasti.

La verità è che di tale sostenibilità presente continuano a farsene carico i lavoratori e i datori di lavoro, che, come abbiamo visto pagano un salatissimo cuneo previdenziale per finanziare il sistema della ripartizione previdenziale, senza che neanche sia sufficiente. Quindi anche il resto della collettività paga un prezzo ai rentier previdenziali.

Se fossero sinceri, i nostri politici dovrebbero rispondere diversamente. “Abbiamo riformato le pensioni per rendere sostenibile il futuro”, dovrebbero dire. “Ma adesso dobbiamo occuparci di rendere sostenibile quanto di disastroso si è fatto in passato”.

Ma queste parole non le sentirete mai.

Chi ha avuto ha avuto.

Genealogia del Pil – Il trionfo della volontà (statale)

In mano ai regnanti moderni, l’aritmetica politica, che più tardi diverrà economia politica tout court, si rivela arma migliore del cannone per dominare i popoli e vessarli (con le imposte).

La politica di potenza degli stati europei trova negli astrusi calcoli degli economisti il lievito ideali per freddi sogni di gloria pesati sulla bilancia del commercio, che tanto più è florida tanto più conferma tali astruserie.

L’economia perciò è politica, sin dal suo sorgere. E solo un occhio ingenuo potrebbe sfogliarne i testi senza tener conto che tutti costoro, i primi economisti e anche i secondi, in un modo o nell’altro furono e sono legati al declinarsi periclitante della potenza statale e ai suoi sussidi, siano essi cattedre, consulenze o munifiche sponsorizzazioni per alti fini di ricerca.

Petty, perciò, fu solo il primo di molti e non sarà l’ultimo.

Occorse tuttavia una lunga strada, e sempre peggiori guerre, per arrivare a quello che oggi conosciamo come Pil, dovendosi aggiungere a queste guerre anche le inspiegabili (eppure commentatissime) depressioni nelle quali l’economia internazionale talvolta indulge.

Nel corso del secolo XIX si gettarono le basi dell’evoluzione contabile del prodotto nazionale. Dall’epoca di Adam Smith, che escludeva dal computo del reddito nazionale le professioni e i servizi, si passò a quella di Alfred Marshall, inglese anch’egli e matematico di formazione, che iniziò a discorrere sul finire del secolo, dell’opportunità di inserire nel calcolo del prodotto anche coloro i quali non producevano nulla che fosse smithianamente misurabile. Ossia che generasse valore aggiunto. Il cantante, per dire, o l’avvocato, che nella visione di Smith non producevano ricchezza, pur rappresentando un valore economico, ma la consumavano.

Nell’Inghilterra di Smith, infatti, erede della tradizione fisiocratica, solo l’agricoltura produceva valore, aggiungendosi a quest’ultima il lavorio dell’industria, del commercio e dei trasporti. Si era agli albori della rivoluzione industriale, d’altronde, e ceti emergenti chiedevano di essere rappresentati, persino nella contabilità.

Che la trovata di Marshall corrispondesse a una precisa visione del mondo inglese, e più tardi americana, è chiaro agli studiosi di questa materia. Basti ricordare che la definizione di prodotto netto elaborato dalla Russia sovietica fosse assai più simile a quella di Smith, che di Marx sulla questione era stato grande ispiratore, che non a quella di Keynes. Così come  è chiaro che l’impero inglese, facendosi vieppiù potente, necessitasse di rappresentare la sua volontà di potenza anche nell’arido campo della statistica economica.

E quale miglior modo se non aggiungendo al calcolo del reddit0 anche i servizi? Gonfiandosi il reddito si mostrano i muscoli, né più né meno di come facciano certe bestie gonfiando il petto.

Ecco che l’ombra del Pil, l’indice che tutto comprende, segna il definitivo affermarsi del trionfo della volontà degli stati.

Riducendo tutto a contabilità, lo Stato allarga insieme la sua volontà di controllo e la base imponibile. Che poi significa assegnarsi d’imperio il diritto a decidere chi debba guadagnare e in che quantità il soldi esatti dalle tasse.

Ma questo trionfo della volontà statale, che verrà chiamato pudicamente “politica redistributiva del reddito” vedrà la sua epifania solo nell’America di Roosvelt per europeizzarsi, ovviamente, tramite l’Inghilterra nel secondo dopoguerra grazie al decisivo influsso di Keynes.

Il New Deal, ha scritto qualcuno, fu la variante americana di quello che i fascismi fecero in Europa: spesa pubblica a sostegno del reddito, banche sotto tutela statale, protezionismi e dazi. Peraltro con meno efficacia economica di quanto i fascismi europei avevano ottenuto, se si confrontano – per dire – i dati macroeconomici americani con quelli nazisti.

Ma fu sotto il New Deal che l’intervento dello Stato nell’economia fu finalmente digerito e assimilato. Ne abbiamo visto tanti esempi, nel corso del nostro viaggio, e abbiamo anche scoperto come certe pratiche nate in quel periodo siano ancora assolutamente attuali.

Ebbene:  il Pil, anche se pochi lo sanno o lo ricordano, completa l’arsenale americano messo in campo dal governo per sconfiggere la depressione degli anni ’30. Diede un calcio di incoraggiamento al prodotto: ampliandolo.

Ciò che l’economia depressa degli anni ’30 non poteva più garantire, il reddito, l’avrebbe garantito lo Stato. Ma perché ciò fosse visibile occorreva che tale progresso “economico” fosse misurabile e misurato.

Il nuovo araldo del principe fu individuato in un erudito economista ebreo nato in Bielorussia ed emigrato negli Stati Uniti poco più che ventenne: quale sintesi esemplare dell’epopea novecentesca del Capitale.

Il suo nome era Simon Kuznets.

Pochi ricordano questo una volta celeberrimo economista insignito del Nobel nel 1971. Nella sua lunga carriera, cominciata nei primi anni ’30, quando entrò nel NBER, si occupò di talmente tante cose e per così tanti soggetti che raccontare la sua biografia diventa defatigante.

Ai nostri fini, tuttavia, ci interessa un periodo particolare della storia di Kuznets: quello che si consumò fra il 1931 e il 1934, quando assunse la responsabilità di coordinare il progetto che il NBER stava svolgendo per il Dipartimento del Commercio americano, che era alla disperata ricerca di un nuovo indice capace di rappresentare al meglio le esigenze di crescita dell’America di Roosvelt.

Cercavano un indice capace di registrare i progressi del’economia, sedotti dal pensiero magico delle aspettative che si autorealizzano. Quanto più l’indice avesse raccolto e fotografato, tanto più il New Deal sarebbe stato non più un sogno, ma una solida realtà.

La volontà dello Stato, di conseguenza, non poteva né doveva farsi limitare dalla statistica. I pudori dei miti economisti, condannati a doversi guadagnare il pane, dovevano necessariamente farsi da parte.

Nel 1934 il 33enne Kuznets presentò al Congresso americano il suo primo calcolo del Pil, inaugurando la lunga e felice vita a quest’indicatore. Mai certo avrebbe potuto immaginare che sarebbe diventato una divinità, questo indice, anche perché ben ne conosceva i limiti e le complicazioni, come pure provò a spiegare ai burocrati del ministero guadagnandoci solo un prematuro divorzio.

Si ripete, anche per Kuznets, il destino del saggio che pensa d’istruire il regnante, dimenticando che l’istinto animale del sovrano mal si accorda con le aeree astrazioni del pensiero razionale, giudicandole infine manifestazioni invertebrate di una volontà di potenza ancora immatura. E forse è davvero così.

Kuznets, insomma, a un certo punto abbandona il suo Pil, quasi rinnegandolo, come si conviene ad ogni studioso che, ricercando, abbia scoperto di aver dischiuso un vaso di Pandora. Fugge terrorizzato dall’icona totalitaria che aveva contribuito a creare giudicandola ben lungi dal poter rappresentare la ricchezza di una nazione. “E’ difficile capire – scriverà – perché il prodotto netto di un’economia debba includere non solo il flusso dei beni ai consumatori finali ma anche il costo aumentato delle attività governative”.

Difficile da capire per lo studioso, ma non per l’economista politico, genìa ormai in predicato di potenza. E non sarà certo un caso che a chiudere il cerchio statistico saranno ancora una volta gli economisti inglesi, figli di Petty ma soprattutto di Keynes.

Forti dell’eredità di Keynes,  tutta una generazione di economisti inglesi confeziona la nuova equazione del reddito (Y), dove innanzitutto la spesa statale G entra di diritto nel computo, aggiungendosi a C (consumi) e I (investimenti).

Coevo di Kuznets, Colin Clarke era inglese infatti. Chimico di formazione, quindi in origine scienziato puro come Marshall e perciò facile alle seduzioni dell’oggettività, scopre la sua vocazione più autentica con la tavola degli elementi del reddito, che compone in un indice sostanzialmente simile a quello del collega americano.

Il suo sforzo era teso a aggregare in un’unica variabile tutte le informazioni di un sistema economico in un determinato periodo di tempo. Il tutt’uno scientifico che promette, una volta conosciuto, l’eldorado di una felicità alla portata di tutti, di cui è sostanzialmente compito dello Stato occuparsi.

Ed ecco “Le condizioni del progresso economico”, come si intitolò il più celebre lavoro di Clarke pubblicato nel 1940.

E un anno dopo, gli ultimi dioscuri della contabilità nazionale, Richard Stone e James Meade, contribuirono, meritandosi per l’occasione un Nobel qualche decennio dopo, a un testo fondamentale pubblicato dal Tesoro inglese (guarda il caso). Il libro si intitolava “An analysis of the source of war finance and an estimate of the national income and expenditure in 1938 and 1940”.

La novità di quel testo fu che per la prima volta il bilancio statale entrò a far parte della contabilità nazionale.

Ecco l’economia di guerra che genera l’economia del dopoguerra che così tanta fortuna ha portato ai politici europei, a cui fu finalmente concesso di distribuire i soldi delle tasse secondo personalissime visioni del mondo.

Fino a quando l’economia del  dopoguerra degenera in una nuova economia di guerra, ossia basata su un indebitamento crescente che finisce con lo scaricarsi sui bilanci statali direttamente o per il tramite delle banche centrali. Ma questa è già cronaca.

Prima di arrivarci è utile ricordare che è l’eredità keynesiana a generare il sistema normalizzato della contabilità nazionale. Il lavoro di Stone è la base del national account americano.

Secondo questa visione del mondo alla crescita del prodotto contribuiscono le imprese, le famiglie, la pubblica amministrazione e il resto del mondo.

Gli economisti costruiscono lo strumento, il politico lo suona e la statistica scrive lo spartito. Inizia il concerto della contabilità nazionale che, per funzionare, come abbiamo visto, deve essere quanto più internazionale possibile. La parzialità mal si addice a chi tenda all’assoluto.

Nel 1953 viene pubblicata la prima versione del System of national account, che l’Onu pubblico in versione finale nel 1968. Per colmo di ironia, nell’anno della sedicente grande rivoluzione, si aggiornava il sistema della grande omologazione: la contabilità nazionale dei paesi del blocco occidentale.

Sette anni dopo , nel 1975, fu codificato dall’ufficio statistico dell’Onu il Sistema di statistiche demografiche e sociali, sempre grazie al determinante contributo di Stone, che si vide assegnare il Nobel nel 1984.

Più tardi, nel 1993, quando ormai il processo di omologazione era in fase di avanzato consolidamento un trust di cervelloni dell’Onu, del Fmi, dell’Ue dell’Ocse e del Wto, aggiornò il sistema di contabilità nazionale.

E così arriviamo all’alveare statistico dei giorni nostri che tutti abitano senza neanche saperlo né conoscerlo, celebrando il trionfo della volontà.

Statale.

(2/segue)

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Lezione norvegese sulla sovranità

I sovranisti nostrani, nostalgici ormai residuali di qualcosa che non abbiamo mai davvero conosciuto, dovrebbero guardare alla Norvegia quale esempio preclaro di come un piccolo paese possa cavarsela assai bene nel difficile mondo globale, avendo dalla sua risorse naturali e una classe dirigente degna di questo nome.

Diranno, i nostri sovranisti, che il nostro paese, pur difettando di petrolio e gas, di cui invece abbonda la Norvegia, avrebbe pure tante altre risorse a cui attingere. E che il problema nostro, a ben vedere, è la classe dirigente, a cominciare dai politici.

Il problema però è che una classe dirigente non si improvvisa, ma è un retaggio della storia. Né tantomeno si seleziona col suffragio, come dimostrano le nostre terribili cronache politiche. La Norvegia, per arrivare al punto in cui è ci ha messo duecento anni, e non è stato un percorso facile. Vale la pena raccontarlo in breve attingendo da un discorso tenuto da Øystein Olsen, governatore della Banca centrale norvegese, tenuto in occasione del bicentenario della costituzione nazionale.

Nel 1799, quando Malthus si trovò a viaggiare in Norvegia, registrò nel suo diario una società pressoché agricola, dove la popolazione sopravviveva combattendo ogni giorno con la fame, mentre i ricchi lamentavano l’alto costo dei beni che dovevano importare per condurre una vita rispettabile. Quando poi, all’inizio del secolo XIX, scoppiarono le guerre napoleoniche, andò ancora peggio: il paese fu sottoposto a un blocco navale, subì carestie ed epidemie, col risultato che fra il 1809 e il 1813 la fame divenne un’emergenza tanto pressante che il numero della popolazione diminuì.

Successe allora che il re Federico VI fece quello che si prova a fare di solito quando finiscono i soldi: si stampano. Per sostenere la spesa pubblica diede lavoro ai torchi, il che, combinandosi con la scarsità materiali dei beni acquistabili provocò la prima grande iperinflazione della storia norvegese. Nel 1813 la moneta nazionale arrivò a svalutarsi di quasi il 90% rispetto alle valute principali del tempo.

I torbidi che ne seguirono, condussero alla convocazione della prima assemblea nazionale nella cittadina di Eidsvoll, dove i 112 rappresentanti di un popolo alla fame scrissero la nuova Costituzione che l’Assemblea approvò nella primavera del 1814. Che poi è rimasta la stessa di oggi.

In una temperie densa di grande speranze a voglia di libertà, il popolo si riappropriò del suo diritto all’autodeterminazione, forte delle influenze che i 112 legislatori avevano tratto dai loro viaggi all’estero, dove avevano appreso i rudimenti della filosofia inglese e delle recenti rivoluzioni americane e francesi.

Il risultato fu la fine della monarchia assoluta e l’introduzione della separazione dei poteri, a cominciare da quelli sulla moneta. Christian Magnus Falsen, uno dei costituenti più in vista a quel tempo, disse che non poteva esistere Stato che non contemplasse un sistema monetario funzionante. Un altro, Wedel Jarlsberg, convinse i costituenti sull’importanza che una nazione abbia la sua banca nazionale.

Così si arrivò alla formulazione dell’articolo 75 della Costituzione che affidò al Parlamento norvegese “la responsabilità di supervisionare gli affari monetari del Reame”. E questo spiega bene perché la Norvegia sia fuori dall’euro.

Lo Storting, il parlamento norvegese, delegò alla banca centrale tale supervisione nel 1816. Col che si sottrasse al Re il potere di decidere le sorti della moneta. E, per rimarcare la separazione dal potere politico, la sede della banca centrale fu fissata a Trondheim, ben lontano dal governo di Christiania. La valuta fu stabilizzata agganciandola a uno stock di argento. E tuttavia ci vollero anni prima di tornare alla normalità. Solo nel 1842 furono emesse le prime banconte pienamente convertibili in argento. Nel frattempo, intorno al 1825, ci fu anche un periodo di significativa deflazione.

Dalla metà del XIX secolo la moneta norvegese conobbe una certa stabilità, salvo che nel periodo della Grande Guerra, che tale è rimasta fino ai nostri giorni, malgrado lo scenario internazionale sia sostanzialmente mutato. Nel 1814, ricorda il nostro banchiere, l’Europa dominava il commercio, oggi il baricentro si è spostato in Asia, con la Cina che ha superato gli Stati Uniti per quota di bene commerciati con l’estero. Ciò malgrado la Norvegia rimane un paese monetariamente stabile e fiscalmente responsabile.

Dalla sua la Norvegia ha la fortuna di galleggiare su un mare di petrolio e gas. Ma anche su questo, la classe dirigente fa la differenza.

I politici norvegesi, infatti, sono riusciti a mettere a valore le loro risorse naturali, destinandone i proventi a un fondo pubblico (Government Pension Fund Global (GPFG) ) i cui rendimenti vengono utilizzati per stabilizzare la spesa pubblica quando necessario. Dopo la crisi del 2008, fra il 2009 e il 2010 ad esempio, il governo ha attinto ai rendimenti del fondo per fare spesa pubblica senza gravare sul deficit. Ma già nel 2011 la spesa finanziata dai rendimenti del fondo è scesa sotto il totale del cash flow ottenuto dagli investimenti.

Ma tale circostanza era accaduta anche in passato. Dai dati presentati dal banchiere centrale si evince che dalla fine degli anni ’90 fino al 2005 la spesa attinta dal fondo è stata sempre superiore ai rendimenti. Solo nel 2006 la massa critica di risorse gestita dal fondo, di cui si occupa la Banca centrale, ha orginato rendimenti superiori alla spesa, consentendo perciò una sua rapida e notevole capitalizzazione. Sicché, nel 2013, il fondo capitalizzava oltre 5 trilioni di corone dalle poche centinaia di miliardi del 1998.

Interessante anche notare come il rendimento del fondo sia notevolmente cresciuto dall’esplodere della crisi finanziaria. E l’andamento stabile della corona ha pure consentito di eliminare le perdite derivante dal cambio. Nell’ultimo quarto del 2013 il rendimenti cumulati hanno superano i 1.800 miliardi di corone. Il grosso degli asset è investito sul lungo periodo, su carta e sempre più in mattone.

I nostri sovranisti, insomma, troveranno di che argomentare, studiando il caso norvegese, dimostrazione chiara di come una gestione assennata del bene pubblico sia persino capace di creare giovamento alla popolazione. Ma dovrebbero ricordare che una classe dirigente ha molto a che fare con la popolazione che la esprime.

Guardiamo le banche. All’epoca della costituzione di Eidsvoll non c’erano banche private in Norvegia, col risultato che gli uomini d’affari dovevano andare in Danimarca o in Germania per procacciarsi i prestiti di cui avevano bisogno. I costituenti allora incaricarono la Norges Bank, ossia la banca centrale, che divenne la fonte primaria di erogazione creditizia fino a quando, nella seconda metà del XIX secolo non si tramutò in prestatore di ultimo istanza del neonato sistema bancario privato.

L’innovazione ebbe conseguenze. Le banche private iniziarono a far circolare allgramente il credito (la storia è sempre la stessa) fino a che non si creò un’enorme bolla sul mercato immobiliare. Il risultato fu una crisi bancaria, che nel 1899 esplose con tutta la sua virulenza nella capitale. Per capire la gravità dell’accaduto, basti sapere che ci vollero più di cento anni perché i prezzi reali delle casi di Oslo tornassero ai livelli pre-crisi. E sappiamo già che tali livelli non sono rassicuranti neanche adesso.

Adesso la Norvegia sta lavorando sul versante della regolazione e della risoluzione ordinata dei fallimenti bancari, sul modello di quanto sta faticosamente tentando l’eurozona. E i precedenti non lasciano immaginare che facilmente questi uomini del Nord si faranno convincere a entrare nella nostra unione bancaria.

La storia, come vedete, dimostra che da soli si può far bene in economia, e anche meglio degli altri, a dispetto di chi dice che servono grandi aggregati territoriali per competere nella globalizzazione.

A patto però di esserne capaci.

La distruzione durevole dei consumi italiani (ed europei)

Bisogna pur dirlo che il 2013 è stato un anno orribile per le importazioni italiane. Se davvero si voleva distruggere la domanda interna, come è stato detto e scritto, la missione può dirsi compiuta. Non si dica perciò che i nostri governanti sono inetti. O almeno, non completamente.

Il crollo dei consumi, della quale il -5,5% registrato dal saldo delle importazioni nel 2013 è una delle tante cartine tornasole, è per giunta il sintomo di un malessere profondo e minacciosamente permanente, guidato com’è dalle materie prime, dai beni durevoli, che nel periodo gennaio-dicembre 2013 sono crollati del 7,9% rispetto allo stesso arco di tempo del 2012, e dai beni strumentali, in calo del 2,8%. Tutta roba che ha a che fare molto con la produzione e con la voglia di fare investimenti.

La voce energia, poi, è crollata del 15,6%. La qualcosa è di sicuro una buona notizia per la nostra bolletta, che comunque rimane di tutto riguardo, ma rivela una volta di più il nostro debito di attività.

Gli unici beni importati in crescita sono quelli non durevoli. Il che mi fa pensare a un consumo schiacciato sul presente, senza prospettiva che non sia il suo immediato e finito soddisfacimento. Compriamo magari una bottiglia di vino francese, invece di un macchinario tedesco, e ci beviamo su aspettando tempi migliori. O, per dirla con i numeri dell’Istat, aumenta la domanda di importazioni di articoli in pelle (+16,% a dicembre 2013) ma crolla quella di macchinari elettrici (-13,2). E considerate che il dato congiunturale di dicembre ha registrato un corposo aumento di importazioni (+3,6%).

Per giunta leggo che nel corso del 2013 le nostre esportazioni sono rimaste stabili (-0,1%), per non dire negative. Laddove questo saldo è ciò che residua dalla differenza fra le aumentate esportazioni nella zona extra Ue (+1,3%) e il calo sofferto nei paesi Ue (-1,2%).

Dal che viene facile dedurre che è l’insieme dei consumi europei ad essere durevolmente bloccato, non soltanto quello italiano. E non solo per colpa dei Piigs. Sono anche i paesi ricchi che strozzano i loro consumi interni, malgrado gli abbondanti surplus commerciali.

Per avere una visione d’insieme, inoltre, è utile osservare i flussi con l’estero a far data dal dicembre 2011. La curva delle esportazioni risulta sostanzialmente piatta, intorno ai 32 miliardi nel corso del triennio. Quella delle importazione cala invece costantemente: dai 32 miliardi del 2011 ai 30 circa di dicembre 2013.

Tale circostanza legittima un’altra deduzione. Se la nostra crescita del prodotto interno dovrà basarsi molto sull’export, come prevede la nota vulgata mercantilista del nostro tempo, ed essendo le esportazioni, anche a causa del cambio fisso all’interno e della sua onerosità all’esterno, alquanto rigide, a meno di improbabili rilancio delle domande interne di qualcun altro, l’unico modo per avere un export crescente passerà per un’ulteriore contrazione delle importazioni. Leggi: ulteriore distruzione dei consumi.

Lo dicono i numeri. Nel corso dell’anno, scrive l’Istat l’avanzo commerciale “raggiunge i 30,4 miliardi di euro al netto dei prodotti energetici” senza i quali sarebbe stato di 85 miliardi. Quindi delle due l’una: o contraiamo la bolletta energetica, e sarebbe bello sapere come, o il resto delle importazioni. Il rilancio delle esportazioni extra eurozona con un euro che costa sempre più caro all’estero è alquanto problematica. Mentre all’interno dell’eurozona, come abbiamo visto, prevale la contrazione degli scambi.

Se la bolletta energetica confermerà la sua rigidità, perciò, per salvare il nostro avanzo commerciale (e il nostro Pil) non potremo che continuare, durevolmente, a distruggere i nostri consumi interni.

Salvo tornare all’autarchia.

Il sogno della Buba: privatizzare le perdite per “socializzare” i guadagni

Non so voi, ma io son cresciuto sentendomi ripetere che da un cinquantennio, nelle cose economiche, non si fa altro che privatizzare i guadagni e socializzare le perdite. Ciò spiega perché sia cresciuto con una certa propensione all’irritazione che si riaccende ogni volta che vedo i miei redditi tassati oltremisura perché, a furia di socializzarle, queste perdite, ci stiamo perdendo tutti.

Privatizzare i guadagni e socializzare le perdite, a ben vedere, è stato il leit motiv della politica economica dell’Occidente contemporaneo. E se uno volesse dirla tutta, e uscire dall’ipocrisia, dovrebbe anche riconoscere che tale principio non ha funzionato solo per i grandi salvataggi bancari, ma è valso a tutti i livelli della società, dalle banche alla previdenza, passando per le imprese e il mercato del lavoro. Tutti, salvo rarissime eccezioni, hanno munto, chi più chi meno, la mammella pubblica. E chi dice il contrario sospetto sia un ipocrita, voglio sperare in buona fede.

Dal dopoguerra in poi, il neonato mercantilismo europeo ha spostato quote crescenti di ricchezza dal bilancio dello Stato ai soggetti privati della società. E anche questo non serve essere storici dell’economia per saperlo. Basta guardare come e quanto è cresciuta la spesa pubblica in rapporto al pil nel tempo. Una scelta assolutamente coerente con i bei tempi andati e con la logica dei due blocchi, e di certo incoraggiata dagli anni ruggenti del dopoguerra, quando gli stati avevano tutto da ricostruire e una gran voglia di farlo.

Finché l’economia girava, ossia per un ventennio circa, il costo di tale trasferimento è stato compensato dalla crescita del prodotto. Ma poi, aumentando i diritti (e le corrispettive elargizioni) e con essi l’appetito delle popolazioni, la privatizzazione dei guadagni ha fatto crescere il costo della socializzazione delle perdite. Sono esplose  le spese statali. Con la conseguenza che è diventato sempre più difficile e costoso finanziarle.

La crisi del 2008, da questo punto di vista, ha toccato l’apice della socializzazione delle perdite. Salvare le banche imbottite di debito privato sostanzialmente insolvente, che avevano ampiamente privatizzato guadagni per un settennio, ha costretto gli stati e le loro banche centrali a caricarsi di una quantità inusitata di debiti mai visti in tempo di pace. E questo ha provocato una reazione. Fra i cittadini, che hanno dovuto pagare di tasca propria tali salvataggi, subendo durissime politiche di austerità. Ma anche fra gli stati.

Sicché ora vuole affermarsi un altro principio: privatizzare le perdite e socializzare i guadagni. Che detto così sembra fantastico ai nostri cittadini arrabbiati e ai nostri stati indebitati. Ma solo perché di questa rivoluzione copernicana si vede solo una parte, non tutto l’insieme.

Privatizzare le perdite e socializzare i guadagni: quale altro obiettivo si pone la battaglia per il bail in portata avanti dalla Bundesbank e ormai anche da quasi tutta l’Unione europea? Con l’avvertenza che i guadagni equivalgono a meno spese per i pagatori di tasse, non più soldi in tasca, e a una maggiore (presunta) stabilità finanziaria.

Ecco però che appena l’opinione pubblica sente parlare di bail in, vuoi perché tutto ciò che proviene dalla Germania in questo periodo storico puzza di fregatura, vuoi perché si pensa con terrore al proprio gruzzoletto, scattano, rabbiosissime, le polemiche.

Prima di arrabbiarsi però sarebbe saggio farsi una domanda: le perdite future delle banche devono essere pagate dalle nostre tasse o da chi ha interessi in quelle banche?

Prendetevi un po’ di tempo per rispondere e pensateci su. Perché questa è la domanda del futuro sulla quale si stanno accapigliando gli stati europei, che sta sotto la vicenda dell’Unione bancaria, e sotto quella ancor più delicata: ossia la possibilità che uno stato faccia default, o che si arrivi a prelievi forzosi per evitarlo. Tutti discorsi che vedono la Bundesbank in prima linea, e quindi, comprensibilmente, diventare il ricettacolo di un coacervo di antipatie. Fra i tanti difetti, la Buba ha pure quello di essere tedesca.

Ma che questa sia la vera domanda del nostro tempo, dovrebbe essere chiaro a tutti.

Proverò quindi, nel mio piccolo, a chiarire i termini della questione. Per farlo mi servirò di un recente intervento di Andreas Dombret, banchiere centrale della Bundesbank, dal titolo “Lo stato come un banchiere?”, recitato il 28 gennaio scorso a Francoforte presso l’Institute of monetary and financial stability.

Il punto focale è che viviamo un certa confusione, dice Dombret. Stato e mercato, per il tramite delle loro banche, sono sempre più interconnessi, e poiché entrambi hanno sofferto una crisi di fiducia, dal 2008 in poi, il risultato è che l’economia non decolla. Lo stato banchiere, vuoi perché direttamente esposto verso le banche, vuoi perché le banche hanno aumentato l’esposizione verso il debito sovrano, è un fattore di freno dell’economia, dice Dombret, oltre che una seria minaccia alla stabilità finanziaria.

“Il collegamento fra stati e banche – osserva – è diventato una sfida per la stabilità finanziaria, malgrado ciò sia la conseguenza di misure adottate proprio per assicurarla”. Un simpatico paradosso. Ma “confondere la linea fra il rischio sovrano e il rischio bancario – sottolinea – deforma l’economia di mercato e il nostro modo di pensarla”.

Ristabilire i confini richiede perciò “una maggiore connessione fra rischio e responsabilità”, perché “se lo stato si accolla una significativa quota di perdite in caso di default di una banca, le banche sono incoraggiate a prendere su di sé più rischi”. Il caro vecchio moral hazard.

Come se ne esce? “La mia opinione – dice – è che la soluzione debba essere trovata nel restituire allo stato il compito di disegnare le regole nelle quali il settore privato opera. Questo significa tornare al ruolo dei padri fondatori dell’economia sociale di mercato”. Ecco l’ordoliberalismo, la teoria fondativa della Bundesbank, potremmo dire.

Come si vede, in campo c’è una specie di rivoluzione culturale, che poi è insieme un salto nel passato e nel futuro. E nel futuro immaginato da Dombret c’è spazio per ciò che prima non sembrava possibile: ossia che le banche possano fallire senza che ciò comporti, se non in ultima istanza, il ricorso ai soldi pubblici.

Ciò richiede credibilità. Deve esistere, quindi, un modo per minimizzare i costi del salvataggi, da una parte, e deve esistere un sistema di norme che regoli i fallimenti.

Il primo punto, spiega Dombret, si può ottenere con la regolazione. Quindi le norme di Basilea III che, innalzando i requisiti di capitale per le banche, le rende automaticamente meno profittevoli, e quindi meno esposte al rischio. Il capitale costa di più di un bond subordinato, e quindi produce meno profitto, si potrebbe dire.

Il secondo punto è l’Unione bancaria. Il meccanismo di risoluzione, unito al fondo di salvataggio, che prima o poi verranno approvati (vedremo come), ma soprattutto il meccanismo di sorveglianza, già operativo e che ha già disegnato con molta chiarezza la visione delle cose della Bce. Per dirla con le parole di Draghi di qualche settimana fa: le banche devono poter fallire, se vogliamo restituire credibilità al mercato.

E qui torniamo alla domanda iniziale: chi deve pagare?

Il principio del bail in, nella visione della Bundesbank ma anche della Bce, scarica i costi dei salvataggi prima sugli azionisti, poi sugli obbligazionisti, quindi sui correntisti non assicurati. Quindi un’applicazione su larga scala di questo principio condurrebbe a un sicuro allontamento dei risparmiatori dalle banche, a meno che non siano disposti a correre il rischio di perdere i propri soldi.

E’ un male? Non lo so. So soltanto che spesso la pressione degli azionisti di una banca per avere profitti crescenti è stata una molla potente per incoraggiare il moral hazard, specie per le banche troppo grandi per fallire. Se costoro, che hanno guadagnano quando i tempi erano buoni, saranno chiamati a pagare si verificherebbe una chiara privatizzazione delle perdite.

Il principio del bail out scarica invece i costi dei salvataggi genericamente sul bilancio dello Stato. Socializza le perdite. E, in quanto tale, toglie ossigeno fiscale alla contabilità nazionale. Per salvare una banca, tanto per dire, si può esser costretti a tagliare altri servizi.

Se il problema lo poniamo in questi termini, il sogno della Buba (e della Bce) assume un altro significato.

Potrebbe persino diventare interessante.

Genealogia del Pil – L’araldo di Cromwell

Se il destino di una qualunque cosa è scritto nel suo genoma, come vorrebbe certa scienza riduzionista, allora potrebbe dirsi senza tema di smentite che il destino di tirannia alla quale ci ha condannato il Pil era implicito nel suo stesso definirsi come grandezza statistica. Ciò che il Pil implica, il pensiero ad esso sotteso, è di per sé dispotico.

Talché non a caso questa grandezza è divenuta il denominatore comune (si misura tutto in rapporto al Pil) di un qualunque ragionamento economico contemporaneo. Anche se forse è troppo generoso qualificarlo così, trattandosi non di economia ma di econometria. E il fatto che molti confondano queste due discipline è la misura più evidente del degrado del nostro discorso economico, ridotto a coacervo di equazioni astruse in virtù delle quali i governi esercitano i loro dispotismi mascherati. Rappresentazioni pressoché inintellegibili della società servono a giustificare chiarissime decisioni politiche.

D’altronde perché stupirsi: il Pil, in quanto indicatore, incarna perfettamente lo spirito mercantilistico del nostro tempo proprio per il suo includere fra le sue costituenti gli assi portanti del mercantilismo: l’intervento pubblico e le esportazioni. Attenzione: con ciò non intendo che sia insensato. Voglio solo dire che bisogna saperlo e averne consapevolezza, sennò non si capisce tutto il resto.

Non si capisce, ad esempio, perché negli anni ’30, quando il Pil fu inventato, persino l’Unione sovietica si convertì a tale statistica totalitaria. L’unica differenza fra il Pil americano (e quindi europeo) e quello sovietico era che quest’ultimo si chiamava NMP (net materiale product) e che non comprendeva i servizi nel computo del prodotto ma, molto sovieticamente, solo il prodotto industriale. Falce e martello, perciò, con preferenza per il martello.

Ma non ci affrettiamo, perché tanta strada è stata fatta per arrivare a questa novella divinità – il Pil – che tutti celebrano, ora con timore ora con reverenza, spesso ignorandone senso e genealogia, per pura adesione spirituale e luogocomunista. E anche qui, non a caso. E’ inerente alla divinità suscitare atti di fede.

Abbiamo già visto come la contabilità nazionale, della quale il Pil è un prodotto di punta, trovi il suo fondamento in una serie di convenzioni statistiche frutto di accordi internazionali. La radice del nostro presente risale addirittura al 14 dicembre 1928, quando la Società delle Nazioni approvò la convenzione internazionale sulle statistiche economiche.

I vari paesi aderirono nel corso degli anni ’30. Poi, dopo la guerra, arrivò l’Onu che emendò quella convenzione arrivando alla base condivisa dalla quale germinerà il nostro europeo Sec. E questo, anche se in breve, dà conto della radice omologante della contabilità e della ragione principale per la quale è stata concepita: il controllo e la comparabilità. Ossia l’anticamera dell’omologazione.

Anche qui: non dico che sia insensato. Lo scopo di questo breve viaggio è aumentare la consapevolezza dei processi che conducono alla rappresentazione condivisa che chiamiamo Mondo. Facendosene un’idea si può decidere se criticarli o meno. Non si può cambiare ciò che nemmeno si conosce.

Ma prima di raccontare come si sia arrivati alla definizione del Pil e alla sua conformazione, è utile fare un passo ancora più indietro, alle origini addirittura di quella miracolosa disciplina che si chiamava Aritmetica politica, l’antesignana delle nostre econometrie e statistiche economiche che danno sostanza alla contabilità nazionale.

Come ogni cosa che riguardi la sostanza dell’economia moderna, al fondamento dell’aritmetica politica ci sono fatti di guerra. E l’epicentro di tali innovazioni, non a caso, è l’Inghilterra del XVII secolo.

I manuali attribuiscono a sir William Petty l’aver iniziato i primi tentatativi di calcolo del reddito nazionale. Ma sarebbe poca cosa questo sforzo, se non si capisse perché mai un gentiluomo inglese di quattrocento anni fa abbia voluto cimentarsi con una tale astruseria. Petty condivide il merito di tale innovazione con Giovanni Grand, suo collega nella Royal Society che sempre Petty fondò per dare sostanza scientifica alle sue elucubrazioni.

Ma rimane la domanda: perché lo fece?

Siamo negli anni di Cromwell, il condottiero “democratico” che guidò la rivolta dei “parlamentaristi” contro i “realisti” di re Carlo I, fino a farne decretare l’esecuzione. Cromwell, nella cui epoca l’Inghilterra varò il celeberrimo Navigation Act, fra le altre cose, decise una spedizione militare contro gli irlandesi, che avevano approfittato dei torbidi londinesi per sottrarre, nel 1641, ampi territori alla Corona. E Cromwell poteva pure essere avverso alla Corona, ma era pur sempre un inglese.

La spedizione fu fruttuosa, nel senso che fece strame degli irlandesi, che ancora ricordano Cromwell come un incubo.

Quando si finì di sparger sangue si pose il problema di cosa fare delle tante terre coltivabili sequestrate agli indigeni. La risposta fu ovvia: furono assegnate ai finanziatori della spedizione, ai soldati che avevano combattuto e ad alcuni coloni. All’uopo fu scritto l’Act for the settlement of Ireland.

Questa spartizione di spoglie rese necessario l’intervento di un valido contabile per valutare correttamente il bottino. Ed ecco che arriviamo a Sir Petty, che nel 1652 fu spedito in Irlanda con l’incarico di stabilire il valore dei terreni confiscati, atto propedeutico all’assegnazione ai nuovi proprietari, ma soprattutto al calcolo delle imposte che costoro avrebbero dovuto pagare al Regno.

Fu in quest’occasione che Petty maturò il suo interesse per la socio-economia. L’esperienza irlandese lo condurrà, nel 1662, alla pubblicazione del suo primo libro, il Treatise of taxes and contributions, cui seguiranno, nel 1665 il Verbum Sapienti, il Political Arithmetick e Political Survey (1672) e più tardi il Quantulumcunque concerning money. Fu Petty, per dire della sua importanza nella nostra piccola ricognizione dell’econometria, ad avere l’idea che si potesse calcolare il valore di una terra attualizzando il fusso degli affitti futuri.

E’ con Petty, insomma, che nasce l’economista-econometrista, che diventa una sorta di araldo del principe, grazie al quale l’autorità spreme ricchezza dai cittadini.

L’economia moderna, perciò diventa lo strumento ideale per far sprigionare la potenza dei re e la contabilità nazionale, di conseguenza, un fatto eminentemente politico. Vi parrà strano guardando i fatti con gli occhi di oggi, ma i molti aritmetici politici che succedettero a Petty, quelli che oggi chiamiamo statistici, subirono persecuzioni e le loro opere roghi, qualora i loro calcoli finissero invisi al sovrano.

La gloriosa evoluzione della contabilità nazionale segnò l’inizio dell’epopea degli stati moderni, fino a quando, nel Novecento, si arrivò alla formulazione degli standard internazionali di cui discorriamo oggi.

Ed è nella temperie del primo dopoguerra, gli anni Venti e soprattutto gli anni Trenta americani, che mette radici il Pil.

Ma questa è un’altra storia.

(1/segue)

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Il banco paga il conto del casinò/o sloveno

Terra di terme, suadenti declivi montuosi e fortunati casinò, la dolce Slovenia, una volta ricca, sente il crescente rimbombo dei tamburi dei creditori farsi spazio verso la Lubiana.

Qui nella capitale, una volta famosa per il suo barocco sposato con l’art nouveau, e oggi per essere l’epicentro di una crisi finanziaria, il vociare preoccupato dei banchieri internazionali si manifesta nel consueto balletto che vuole una crisi economica diventare politica e quindi di nuovo economica. E da lì degenerare nell’epica del salvataggio, che come ogni epica sottintende bugie e verità, eroismi e vigliaccate, speranze e disperazioni, componendosi tutte queste dialettiche solo grazie ad abbondanti dosi di lacrime e sangue. L’epica del salvataggio, per sua stessa conformazione, è particolarmente menzognera. O quantomeno distratta.

Si parla tanto di bail in, a significare che i fallimenti bancari domani li pagherà chi ha avuto la dabbenaggine di prestare i suoi soldi a una banca. Ma pochi sanno che la Slovenia il suo piccolo bail in già l’ha fatto, sottraendo 400 milioni a vari obbligazionisti subordinati nell’ambito del vasto piano di ricapitalizzazione bancaria richiesto, sempre a gran voce, dai soliti creditori. Certo, è vero che il conto più grosso l’ha pagato lo Stato, ossia i cittadini, che ha versato 2,1 miliardi di euro cash nelle sue tre banche oltre ad altri 900 milioni di euro di bond governativi scontabili, oltre ad essersi accollato 300 milioni di sofferenze (NPLs).

L’asset quality review “indipendente” sullo stato degli attivi bancari deciso dalla Slovenia a fine 2013, affidato a Deloitte, Ernst&Young e a Oliver Wyman, i cui risultati sono stati pubblicati a metà dicembre scorso, ha evidenzato una carenza di capitale da 4,8 miliardi di euro, di cui, appunto, 3,7 a carico delle tre banche statali, 700 milioni a banche private domestiche e 400 milioni a tre sussidiarie di banche estere.

Quest’accenno di via crucis, tutt’altro che concluso come vedremo, mostra che Lubiana, prima ancora che della Slovenia, è ormai la capitale dell’eurozona così com’è: un tremendo casinò, dove chi ha avuto adesso deve ridare secondo l’implacabile legge dell’interesse composto, e al tempo stesso un casino, quindi luogo di perdizione e/o confusione, come l’intende l’accezione comune (e quindi volgare) del termine e quindi letteralmente diabolico. In quanto tale ha perfettamente senso che il conto lo paghi il banco. Quindi il paese.

L’epica slovena è ben riassunta nell’ultimo staff report pubblicato dal Fmi a gennaio già dalle prime pagine. “Intorno al periodo di adozione dell’euro nel 2007 – scrive – la Slovenia ha vissuto un boom del settore degli investimenti e delle costruzioni finanziato dall’estero che mascherò le sue debolezze strutturali. La crisi finanziaria globale ha causato un blocco dei finanziamenti esteri e una notevole caduta del Pil. Dopo una breve stabilizzazione nel 2010, la recessione è ripartita nel 2011 e l’economia si è contratta per otto trimestri consecutivi. Complessivamente il Pil reale è caduto dell’11% dal suo livello di picco pre-crisi, la più grossa perdita di prodotto fra i membri dell’eurozona dopo la Grecia”.

Potremmo finirla qua e risparmiarvi il resto, che già conoscete, visto che il copione è quello di sempre. La caduta dell’attività economica ha devastato le banche, che si erano riempite di debito privato estero, aggravando ulteriormente la recessione e facendo esplodere le sofferenza bancarie e il de-leveraging. Di conseguenza è esploso il debito pubblico, che prima della crisi viaggiava a un rassicurante 22% del Pil, arrivato al 55% a fine 2012. Il banco, appunto, è stato chiamato a pagare il conto dei debiti, con un deficit fiscale arrivato al 4% nel 2013 e uno spread a 200 punti, non sulla Germania però, ma sull’Italia.

L’allarme, che ha condotto alla solita cura di disindebitamento forzato, crollo dell’import, aumento della disoccupazione e relativo crollo del costo del lavoro (-6% solo nel 2013), ha permesso alla Slovenia di collocare un bond a tre anni con uno spread di 465 punti sulla Germania. Ed ecco che l’epica diventa cronaca.

E la cronaca ci racconta del conto corrente della BdP sloveno che torna miracolosamente in surplus, “ma solo grazie al calo dell’import”, spiega il Fondo, seguendo le dinamiche che ormai conosciamo bene. Senza che ciò però migliori le prospettive per il piccolo paese. Perché è vero che la competitività è aumentata, pure se al prezzo di un costo unitario del lavoro crollato a quota indice 96, quando era 100 nel 2008. Ma è vero altresì che le banche slovene sono ancora in mezzo al guado, con una percentuale di sofferenze che supera il 24,5%per le banche pubbliche e addirittura al 38,3 per il settore corporate, e prospettive di crescita ancora a dir poco esitanti, con una crescita che dovrebbe tornare positiva solo nel 2015, eurozona permettendo.

Nel frattempo i bilanci delle banche continuano a deteriorarsi. Gli asset sono diminuiti del 6,3% nel 2012 e di un altro 3,4% nel 2013 e solo l’aver attinto a piene mani ai fondi generosamente elargiti a basso costo dalla Bce ha permesso alle banche slovene di rimanere faticosamente in piedi. Nella contabilità generale dei prestiti ottenuti a Francoforte, la Slovenia si colloca subito dopo il Portogallo, con una quota di prestiti che sfiora l’8% del totale degli asset bancari.

A questo punto il banco non poteva che intevenire mettendo un bel pacco di fiche sul tavolo. Gli avventori del casinò ormai rumoreggiavano. D’altronde a fine 2012 la Slovenia aveva accumulato un debito estero sul pil pari al 116%.

Sicché nel 2012 fu fondata la BAMC, un’agenzia pubblica soggetta al controllo della Court o Audit e del Parlamento, guidata da un board dove siedono “noti esperti esteri” al quale è stato dato il diritto di emettere fino a 4 miliardi di euri di bond garantiti dal governo tramite i quali ristrutturare il settore corporate e le banche. La prima mossa del BAMC è stata comprare 4,6 miliardi di asset ballerini dalle banche statali in crisi, pagandoli a prezzo di realizzo, quindi cira 1,6 miliardi, e non si esclude debba ripetere l’operazione in futuro, visto che le autorità stanno pensando di estende la durata del BAMC ancora per un decennio. Questo per dire quanto si pensa durerà il casino/ò sloveno.

D’altronde è difficile fare diversamente. Il settore corporate sloveno “è uno dei più indebitati dell’euroarea”, scrive il Fondo, eredità del passato, quando e banche finanziava a rotta di collo qualunque cosa. Con la conseguenza che molte imprese si trovano oggi in grave difficoltà pure solo a rendere sostenibile il pagamento degli interessi. anche qui, è facile prevedere che il conto dovrà pagarlo il banco, visto che la strategia multiapproccio ipotizzata dal Fmi prevede iniezioni di liquidità, ristrutturazione dei debiti e trasferimento di azioni delle imprese in crisi alle banche pubbliche, salvo poi attivare i soliti piani di privatizzazione.

Ma non basterà certo questo. Accanto alla graduale fuoriuscita dello stato dall’economia, il Fmi incoraggia a fare progressi rilevanti (leggi consolidamenti) sul fronte fiscale, riformare il mercato del lavoro e le pensioni e darsi una robusta svecchiata, al fine di attirare una quota crescente di investimenti diretti dall’estero che, secondo il Fondo, sono la migliora fonte possibile di lavoro.

Finirà, insomma, che la Slovenia, a furia di giocarci, dovrà pure vendersi i casinò.