Categoria: cronicario

Cronicario: L’instancabile petroyuan ispira i giovani lavoratori italiani

Proverbio del 30 marzo Parole sdolcinate delizie degli sciocchi

Numero del giorno 1.669 Sportelli bancari chiusi in Italia nel 2017

Zitto zitto il Petroyuan di Shangai, ossia il giovanissimo future sul petrolio in yuan, presunto spauracchio del Petrodollaro di New York e Londra, ha concluso oggi la sua prima settimana di vita non solo in buona salute, ma anche prendendosi qualche soddisfazione sugli anziani Brent e WTI. Stamattina la quotazione del future cinese ha superato quello dei signori del barile, probabilmente perché i trader internazionali si sono lasciati sedurre dai vantaggi fiscali promessi dai cinesi a chi fa capolino a Shangai, e quindi hanno comprato più contratti.  O forse perché una vocina maliziosa e vagamente interessata ha fatto circolare la notizia che i cinesi starebbero preparando il terreno per concludere il loro primo acquisto di petrolio direttamente in yuan, che suona come l’annuncio dell’ormai imminente l’invasione aliena del Petroyuan nei mercati finanziari globali.

Se ricordate che qualche mese fa i cinesi hanno aperto un sistema di pagamento con i russi per  regolare i flussi monetari bilaterali in yuan e rubli, e ci mettete dentro che la Russia è ancora la prima fornitrice di petrolio dei cinesi, potete persino arrivarci da soli alla conclusione su chi accetterà l’eventuale primo pagamento in yuan di petrolio, finendo di scombinare un mercato già frizzantino a causa del petroyuan.

Esatto. E da qui in poi lasciate spazio alla fantasia, se proprio non avete di meglio da fare durante il pontone pasquale. Ad esempio ricordando che fra i grandi fornitori dei cinesi c’è l’Angola, che magari qualche yuan se lo intasca volentieri e soprattutto c’è l’Arabia Saudita, che hai visto mai…Ma, fantasie a parte sappiate che la rivoluzione del future cinese procederà silenziosamente nottetempo anche mentre voi mangiate la colomba, la pastiera o quello che vi piace, perché il petroyuan non si fermerà certo per una bagattella come le vacanze di pasqua. Lunedì mattina sarà di nuovo pronto a scombinare la pasquetta dei trader distratti, perché il future cinese sul petrolio non riposa mai. Un po’ come accade ai giovani europei che secondo quanto ci racconta Eurostat lavorano in gran parte – ovviamente quelli che lavorano – durante il week end.

Ora a parte il dettaglio che quelli che lavorano sono praticamente dei superstiti

fa un certo effetto scoprire che un bel 40% dei giovani lavoratori del nostro paese lavorano nel week end. Peggio di loro solo i greci. Ne deduco che i nostri giovani sono maturi per la competizione con i cinesi, ed era pure ora. Manca solo che vengano pagati in yuan. Ovviamente non convertibile.

Buona vacanze. Anche a chi non le fa.

Ci vediamo dopo Pasqua.

Cronicario: Per lavorare al MEF serve l’inglese, ma la scuola se ne infischia

Proverbio del 28 marzo Se vuoi imparare qualcosa ascolta i bambini

Numero del giorno: 1,4 Crescita pil prevista nel 2018 da Prometeia

Visto che dovete fare un governo, che uno s’immagina serva a qualcosa, vorrei farvi sapere, cari signori della politica, che il MEF, ossia il ministero dell’economia e finanze che qualcuno di voi andrà ad occupare ha indetto un concorso per 400 funzionari ai quali si richiede, oltre alla laurea, anche la conoscenza dell’inglese.

Ora va bene la laurea: ci mancherebbe altro che un funzionario del MEF non abbia studiato almeno una ventina d’anni. Quello che fa specie è che si pretenda la conoscenza di una lingua che il sistema scolastico pubblico non è stato in grado di insegnare.

In pratica il 40% della popolazione italiana conosce almeno una lingua, e sorvoliamo sul come la conosca. E pure ipotizzando che sia l’inglese, il bando del MEF sancisce una chiara discriminazione aggravata dal fatto che in settant’anni di istruzione pubblica non siamo stati neanche in grado di insegnare agli italiani a parlare bene l’italiano, figuriamoci l’inglese. Con la conseguenza che chi ha potuto si è pagato i corsi privati e ha svoltato. Gli altri si sono arrangiati cantando Let it be e speriamo che se la cavano a orecchio, visto che, oltre alla scuola carente, siamo cresciuti pure sotto il tallone di ferro della consorteria dei doppiatori, che impedisce tuttora al pubblico italiano di godersi un film o una serie tv in lingua originale – che di certo avrebbe giovato all’apprendimento linguistico – con i sottotitoli come accade in gran parte del mondo, avanzato ed emergente. Per dire mi è capitato di vedere in Nordafrica un film in inglese sottotitolato in francese e arabo. Poi vai a stupirti che laggiù parlino più lingue di noi.

Di buono c’è che qualche progresso l’abbiamo fatto.

Nella scuola primaria, dice Eurostat, più di nove bambini su dieci studiano una lingua straniera. Magari sarà un’ora a settimana, ma vabbé: è il pensiero che conta. Perciò non state a preoccuparvi, cari politici. Non sforzatevi a pensare di farci studiare l’inglese dall’asilo, visto che l’italiano è una lingua morta che non basta manco per il ministero. Male che vada il concorso al MEF lo vinceranno gli alunni delle elementari. Fra trent’anni.

A domani.

 

 

I consigli del Maître: Le banche cinesi internazionali e l’Opec plus

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

La globalizzazione delle banche cinesi. La settimana scorsa abbiamo parlato delle rotte della globalizzazione, che sono quelle degli oceani lungo le quali viaggia la stragrande maggioranza delle merci che si muove vorticosamente da Oriente a Occidente, e viceversa. Oggi parliamo di globalizzazione finanziaria, che è l’altra faccia di quella di beni e servizi. E osserviamo un grande cambiamento che si è verificato in Asia, in particolare nella cosiddetta Asia emergente, dove dall’esplodere della crisi finanziaria c’è stato un sostanziale passaggio di testimone fra le banche europee, fino ad allora grandi protagoniste dei prestiti esteri ai questi paesi, a quella giapponese e soprattutto cinesi. Per le giapponesi si tratta di un ritorno di fiamma, visto che erano loro le grandi protagoniste degli anni ’90 almeno fino a quando la crisi asiatica esplosa nel ’97, aggravando le difficoltà nelle quali le banche giapponesi si agitavano già dall’esplosione della bolla di fine anni ’80, che le ha costrette a una fuga precipitosa. La vera novità sono le banche cinesi, che proprio dall’Asia hanno iniziato a muovere i passi verso la parte di globalizzazione che ancora le vede in fasce: quella finanziaria.

La Bis calcola che la Cina abbia circa 2.000 miliardi di prestiti esteri e che il sistema bancario cinesi paese è il sesto nella classifica dei paesi creditori. Un buon inizio.

Divergenza monetaria o trivergenza? La Bce ha pubblicato di recente il suo bollettino economico dove fra le altre cose mostra l’intonarsi dei rendimenti del decennale europeo, e in particolare quello tedesco, a quello statunitense. Circostanza strana solo che uno pensi che mentre la Fed ha da poco effettuato il suo ennesimo rialzo, la Bce ha ribadito che i tassi rimarranno fermi a lungo.

Sembra proprio che gli Usa generino una certa attrazione verso i paesi europei talché la cosiddetta divergenza monetaria, espansiva l’EZ restrittivi gli Usa, sembra che esista solo nella letteratura economica. La divergenza diventa trivergenza se guardiamo ai rendimenti del decennale giapponese, che rimane ostinatamente a zero, in conseguenza probabile delle politiche messe in campo dalla BoJ che fra le altre cose puntano proprio a tenerlo a quel livello. In tal modo sembra che il Giappone sia immune all’attrazione Usa. Ma è davvero così? E fino a quando?

L’EZ ha un problema: i redditi. Un grafico contenuto nell’ultimo bollettino della Bce ci mette di fronte al problema che l’EZ deve affrontare per incardinare al meglio il suo futuro: quello dell’andamento dei redditi.

Per usare le parole della Bce, “dal momento che i redditi dei lavoratori dipendenti rimangono il motore principale della crescita dei consumi privati, questa continuerà ad essere sostenuta dall’incremento dei redditi reali”. E a tal proposito serve anche ricordare come si compone il pil dell’EZ.

Come vedete, se i redditi non crescono, finiamo col dipendere sempre più dalle esportazioni nette, con tutto ciò che ne consegue in un tempo in cui il commercio estero viene messo a rischio da un clima internazionale poco propizio. E questo ci conduce al vero problema: il lavoro.

Lo sgambetto Usa all’Opec Ormai è chiaro a tutti che l’aumento della produzione petrolifera da parte degli Usa ha praticamente vanificato il taglio deciso dall’Opec, che ormai si avvia a diventare Opec plus con la Russia– si vocifera anche dell’ingresso dell’Azerbaijan nel cartello – per far fronte al crollo delle quotazioni petrolifere. L’effetto è chiaramente visibile da questo grafico estratto dal bollettino Bce.

Resta da vedere che conseguenze avrà questa politica sugli equilibri internazionali, in uno scenario dove si intersecano fenomeni complessi – come la vicenda del nucleare civile saudita al centro dei colloqui del principe Salman con Trump, e questioni finanziarie, come la quotazione del petroyuan partita proprio questa settimana. Il mondo si sta trasformando e le politica del petrolio gioca la sua partita.

Cronicario: Disoccupati o no, all’estero si va solo in vacanza

Proverbio del 27 marzo Chi non ha un passato non ha un futuro

Numero del giorno: 16,1 Incremento % profitti corporate cinesi a inizio 2018

Ora dategli torto, a quei giovani disoccupati europei che non hanno la minima intenzione di andare all’estero a cercare lavoro. Fategli la paternale, che ai tempi vostri – anzi a quelli del nonno – ogni scusa era buona per riempire la valigia di cartone di calzini col buco e semi di basilico ed emigrare. Vorrei vedere voi, oggi a vent’anni, cresciuti a pane e telefonini, con le coccole tipiche delle famiglie allargate, a fare i bagagli e partire per chissà dove, specie in un mondo dove albeggiano idee geniali come quella del reddito di paranza, meglio se vicino casa.

E infatti non emigrano, come registra con statistico disappunto Eurostat, che proprio oggi ha pubblicato questa rappresentazione edificante dei nostri giovani disoccupati.

Come vedete i nostri ragazzi italiani sono meno choosy (cit.) degli olandesi e dei danesi, ma comunque stanno intorno al 60%, quindi più media Ue che è del 50%. E scusate se è poco. La qualcosa mostra un’inconfutabile tendenza alla stanzialità della maggior parte della popolazione che vanifica decenni di Erasmus e di corsi di lingua.

Sempre per aggiungere contrizione alla nostra pena, osservo che i disoccupati pronti a traslocare in un altro paese all’interno dell’Ue sono meno del 10%, mentre fra gli occupati oltre l’80 fra i meglio istruiti e più del 90% fra quelli meno istruiti non ci pensa minimamente a trasferirsi altrove.

E tutto ciò ci conduce all’amara conclusione: all’estero, disoccupati o no, la gente ci vuole andare solo in vacanza.

Ora se neanche dieci anni di crisi sono bastati a curarci da questo pernicioso attaccamento alle nostre latitudini, meglio metterci una pietra sopra e prepararsi al peggio. Che arriverà, statene certi. E non perché io gufo, ma perché arrivano chiari segnali da Francoforte che la bonanza monetaria volge al termine. Oggi due pezzi grossi del board hanno detto, l’uno di aspettarsi che dopo settembre finiscano gli stimoli monetari. L’altro che è ragionevole che il mercato prezzi un rialzo dei tassi nella seconda metà del 2019. E cosa succederà quando i tassi torneranno a livello normale?

Nel frattempo Supermario avrà lasciato il Reno e noi chissà che governo avremo.

Quindi godetevi la vacanza, visto che Pasqua è vicina. Mi raccomando all’estero.

A domani.

Cronicario: Mister T trasforma il 1 maggio: dalla festa del lavoro a quella del dazio

Proverbio del 23 marzo Se gli uomini litigano, anche i cani si azzuffano

Numero del giorno: 5 Numero % delle imprese italiane altamente digitalizzate secondo Istat

Ora che vediamo agire Mister T nella sua forma migliore, che i lettori del Cronicario conoscono da tempi non sospetti, non dovremmo affatto stupirci per la circostanza che l’entrata in vigore dei dazi abbia finito con lo scatenare il caos nelle borse e nel mondo felpato delle relazioni internazionali. A parte la scontata reazione della Cina, che ha promesso dazi per tre miliardi su 128 prodotti made in Usa, è quella dell’Ue la più ardita, visto che senza mezzi termini qualche pezzo grosso (il premier belga Charles Michel) ha parlato di “pistola puntata alla tempia”, a significare l’atteggiamento vagamente gangsteristico dell’inquilino della Casa Bianca. D’altronde si sa che Mister T è un cattivone. E’ cattivo al punto da infischiarsene se la sua politica protezionista rischia di far regredire quel poco di crescita globale che a fatica si fa strada fra i debiti.

Quello che non si sapeva, ma non si finisce mai d’imparare, è che fosse anche subdolo al punto da fissare la scadenza dell’esenzione dall’Ue dai dazi al primo maggio, ossia la nostra amatissima festa del lavoro. Che a pensarci bene è una raffinatissima perfidia.

“Entro il prossimo primo maggio il presidente deciderà se continuare ad esentare questi Paesi dalle tariffe, in base allo stato delle discussioni”, ha fatto sapere la Casa Bianca, facendo marameo alla bella commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstroem che aveva sottolineato su Twitter come “queste discussioni tra alleati e partner non devono essere soggette a scadenze artificiali”.

Sicché la scadenza resterà: a partire dalle 17.30 di oggi fino al 1 maggio siamo daziesenti. Dopodiché dipende da quanto saremo bravi. Perché Trump fa Trump, come dicono l’anagrafe e i fini analisti del nostro Paese. E Mister T fa Mister T.

A lunedì.

 

 

I consigli del Maître: Le rotte e i vincitori della globalizzazione

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Da dove passa la globalizzazione. Nel gran parlare che si fa della globalizzazione, si dimentica sempre di sottolineare come praticamente questo processo si sviluppi nella pratica e in cosa consista. Ci sono molti modi per raccontare le rotte della globalizzazione, ma uno di solito poco frequentato è quello che mette in evidenza le rotte commerciali, ossia le linee di trasporto attraverso le quali ogni giorno si spostano milioni di tonnellate di merci di ogni tipo. Gli esperti ci dicono che la stragrande maggioranza di questo traffico merci passa dal mare. Ossia dagli oceani. Ecco quali sono le rotte principali.

Noterete che gran parte delle rotte dei container, tramite i quali avviene gran parte della spedizione merci, passano dal mare meridionale della Cina, una delle zona più calde del pianeta della quale si parla molto poco al di fuori dei circuiti specializzati. Eppure laggiù si sta consumando un confronto silenzioso altamente strategico per il futuro della globalizzazione, con la Cina a far la voce grossa, visto che rivendica la sovranità su una parte ampia di questo mare, e i paesi vicino che protestano, con il supporto degli Usa che ogni tanto fanno vedere da quelle parti le loro portaerei. Una storia da seguire con grande attenzione.

Chi ha guadagnato dalla globalizzazione. Un articolo pubblicato dalla Bis, la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, monitora con chiarezza che i soggetti economici che più di altri hanno tratto giovamento dalla globalizzazione sono le grandi imprese multinazionali, che hanno potuto sfruttare tutti i vantaggi, fiscali e regolatori e perfino statistici, per gonfiare i propri ricavi e la loro ricchezza finanziaria.

L’articolo ci fa sapere altre informazioni assai utili. La prima è che quest’oceano di liquidità che ha gonfiato le casse delle multinazionali contribuisce a tenere distesa la situazione nei mercati monetari, da una parte, e poi serve non solo  a finanziari i governi ma anche le stesse banche. Le multinazionali non sono diventate solo più ricche: sono diventate sistemi e quindi più potenti.

I numeri dell’economia digitale Usa. Nel gran parlare che si fa dell’economia digitale si omette sempre di ricordare quanto sia difficile quantificare il suo impatto nell’economia tradizionale, ossia sulla produzione globale. Per questo è molto istruttiva la lettura di un paper del Bureau of economic analysis Usa dedicato proprio al peso specifico di questo settore nell’economia americana. Se ne traggono alcuni interessanti elementi. Il primo lo vediamo da questo grafico:

Come si può osservare, l’economia dei bit ormai ha un peso specifico rilevante nella composizione del pil, pari al 5,9%, che equivale a 1.102 miliardi di produzione in dollari correnti. Ma il secondo grafico aggiunge un altro elemento.

Il contributo all’occupazione di questa economia è alquanto modesto: parliamo di 5,9 milioni di posti di lavoro, il 3,9% del totale dell’occupazione. Quindi devono essere molto produttivi. Al contrario di quelli del governo, che occupano il 18% dei posti lavoro e sviluppano meno del 15% del pil.

Bitcoin? Macché: banconote! L’odore (o il colore) dei soldi batte la tecnologia. Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Bis, sono aumentati i pagamenti elettronici, ma con essi sono cresciuti anche quelli che utilizzano le vecchie banconote, che evidentemente non passano mai di moda.

E’ interessante osservare altresì che questa crescita è andata di pari passo con quella dell’aumento di richiesta di banconote di grosso taglio.

E questo andamento è cresciuto con l’incedere della crisi. Si potrebbe pensare che tutto ciò sia determinato dall’economia illegale. Ma forse il dato del Giappone, che ha registrato un notevole aumento della domanda di banconote, dovrebbe farci riflettere. Il Giappone è il paese più anziano del mondo. Forse la demografia, che nel caso di una maggioranza relativa di anziani implica il prevalere delle consuetudini, spiega molto di questi andamenti. Dovremmo considerarlo.

 

 

Cronicario: Blackrock ci sottopesa? Ci salveranno gli stiliti

Proverbio del 20 marzo Il povero è uno straniero in patria

Numero del giorno: 1.891.000 Contratti a tempo determinato attivati in Italia nel IV Q 2017

Uno dice: attenti ai mercati. Eh, capirai, rispondono gli impavidi: mica c’abbiamo bisogno dei mercati, noi che abbiamo eletto un parlamento di geni. Che poi se dovessimo credere a quello che si legge sui giornali su questi geni al lavoro – ma non c’è pericolo – dovremmo esodare in massa. Comunque: a quanto pare gli onorevoli eletti al momento se ne infischiano dei mercati. E fanno bene, dice l’orda che li ha votati e che se ne frega addirittura altamente dei mercati e del fatto – mediamente perché lo ignora – che abbiamo all’estero un cinqueseicento miliardi di debito pubblico, malgrado la Bce, per via QE, ne abbia scaricato una quota di tutto rispetto (a vantaggio delle banche a quanto pare) nel bilancione di Bankitalia, che poi sempre debito nostro è, anche se non si dice.

Ora uno può pure disinteressarsi dei mercati, specie quando c’è una Bce che ancora regge il moccolo al nostro indebitarci, che infatti procede indefesso. Ma prima o poi i mercati finiscono con l’interessarsi a noi e succede, come è successo oggi, che un pezzo grosso dei mercati – che non ci crederete ma esistono davvero – decide di “sottopesare” i nostri titoli pubblici. Sottopesare non vuol dire che sono dimagriti i titoli, ma che occupano meno spazio nel suo portafoglio.

Ora uno se ne può anche infischiare di Blackrock, perché i mercati – si sa – sono a dir poco odiosi, e il pueblo unido jamàs serà vencido o come si dice oggi. Rimane il fatto che ogni anno dobbiamo rinnovare un duetrecento miliardi di debito che serve, fra l’altro, a pagare gli stipendi anche a molti di quelli che odiano a buona ragione i mercati. Ora se uno guarda all’andamento del mitico spread sembra che tutto taccia.

Ma chi conosce i mercati lo sa quanto sono infidi. Basta che ti distrai e bum: ti ritrovi qua.

Sicché capirete perché noi modesti osservatori viviamo con una certa trepidazione la deriva vagamente lisergica della nostra vicenda politica. Visto che ormai si sono esaurite tutte le possibili combinazioni del gioco “chi si allea con”, e pur sperando che si prendano tutto il tempo necessario a fare un governo, ho il sospetto che alla fine il futuro che ci aspetta sia quello illustrato con rara efficacia oggi da un giovane barese di 27 anni, divenuto d’improvviso uno stilita.

Raccontano che, dopo una lite con la famiglia, che gli rimproverava il suo stato di disoccupato, il giovane afflitto sia andato a rifugiarsi in cima a un traliccio, immagino perché qualcuno gli abbia raccontato che in Italia ormai si lavora solo a termine

Il giovane barese, che chissà quante volte era stato licenziato quest’anno, avrà pensato che da lassù espierà di sicuro i suoi peccati e anche quelli dei suoi genitori, che chissà quante volte l’hanno rimproverato per esser stato licenziato quest’anno, e per sovrammercato anche i nostri, come vuole la la vulgata dei santi abitatori di colonne. Che dirgli, a questo giovane stilita? Possiamo consolarlo spiegando che speriamo che il suo esempio venga seguito. Così i nostri geni al lavoro nel parlamento potranno fare un governo per dare a tutti un traliccio di cittadinanza, nel caso non ce ne fossero già a sufficienza, e risolvere così d’incanto tutti i nostri problemi: con la Bce, la commissione Ue, BlackRock e i malnati mercati, che ricordano un po’ i genitori che rimproverano ai figli la disoccupazione. Siamo tutti giovani baresi.

A domani.

Cronicario: E se vi prude il commercio, grattatevi con la Brexit

Proverbio del 19 marzo Se apri gli occhi al cuore vedrai cose invisibili

Numero del giorno: 2,2 Perdita % del settore delle costruzioni europeo a gennaio

Non ci crederete, ma il commercio estero tiene ancora e chissà per quanto, se lo zio Trump continuerà a solleticarlo nelle parti basse. Rimane il fatto che a gennaio ci siamo beccati una lieve perdita congiunturale pure se reggiamo botta su base annua.

Sembriamo persino migliorati, se considerate che a gennaio 2017 il deficit commerciale era di 575 milioni, invece degli 87 di gennaio 2018. E tuttavia non è davvero il caso di festeggiare. La bolletta energetica di gennaio sta intorno ai tre miliardi e rimane il punto maggiore di preoccupazione per chiunque debba tenere in piedi la baracca. E il perché si può facilmente intuire guardando questa tabella.

In pratica tutti i guadagni del mese non sono bastati a pagare il costo dell’energia. Abbiamo un buco enorme da dove la barca Italia imbarca acqua. Anzi: petrolio.

Questo problema, per il quale nessuna delle nostre sopraffine intelligenze ha una soluzione, mi provoca un certa ansia che peggiora appena leggo i dati Eurostat, sempre sul commercio estero ma dell’Eurozona e dell’Ue.

L’EZ ha spuntato 3,3 miliardi di surplus, a fronte di una perdita di 1,4 miliardi a gennaio 2017. In grande spolvero il commercio intra-euro, cresciuto dell’8,8%. Questa la situazione dei paesi.

Ma più che questo, dovete vedere quest’altra tabella.

Lo vedete, sì, chi è il primo partner dell’Ue a 28?

Esatto. E se a questo aggiungete pure che l’Ue a 28 presto diventerà a 27… A proposito: proprio oggi il negoziatore per l’Ue Michel Barnier ha detto che è stato trovato un accordo “sulla maggior parte delle questioni” per la definizione del divorzio fra Ue e UK. Manca ancora un’intesa sull’Irlanda e poco altro, ma il grosso è fatto. Se il commercio estero vi procura un certo prurito fastidioso, provate a grattarvelo con la Brexit. Magari peggiora.

A domani.

Cronicario: Una base per il nuovo governo: il reddito di paranza

Proverbio del 15 marzo Chi parte per un viaggio torna diverso

Numero del giorno: 2.280.000.000.000 Debito pubblico italiano a gennaio

Diciamolo va: questa cosa del reddito di cittadinanza ormai è squalificata. Se n’è parlato tanto ma non ci ha capito niente nessuno, salvo arguire tutti che non si farà mai. Ma poi diciamolo: ma voi lo vorreste davvero un reddito in cambio di niente?

Non ci credo dai. In fondo da qualche parte nel nostro cuore siamo anche un po’ svizzeri, come insegna il Canton Ticino. Come che c’entra la Svizzera?

Eh già: non solo hanno fatto il referendum per istituire questo benedetto reddito, ma hanno anche detto no.

Non vi stupite: hanno fatto lo stesso bocciando la proposta di togliere il canone tv.

Ora il punto rimane: questo benedetto reddito di cittadinanza è uno degli inciampi costante di qualunque discussione fra i politici quando pensano a come fare un governo, malgrado ormai sia chiaro che è come il sole che non ci credono manco loro. Per dire, oggi un pezzo da novanta della Lega ha detto che è ben disposto a mettersi seduto a discutere con i 5S, a partire da quello che hanno in comune

fino anche a parlare del reddito di cittadinanza, “ma alla leghista”. Variazione sul tema che fa il paio con la sottolineatura più gettonata dall’ex maggioranza, ossia che in fondo in fondo il reddito di cittadinanza fa il paio con quello di inclusione. Diciamo che è una versione allargata, va. Ed ecco allora che tutti insieme appassionatamente si trovano a discutere del Grande Tema, che è il reddito – leggi: fare arrivare soldi al popolo – che ha il potere magico di coagulare il Partito Unico del Deficit.

Perciò, cari politici, se proprio volete trovare un accordo, capace di salvare capre e cavoli, e soprattutto la vostra faccia, mi permetto un suggerimento. Non parlate più di reddito di cittadinanza. Da oggi in poi si chiama reddito da paranza. E chi non capisce, si informi.

A domani.

I consigli del Maître: Il governo che non c’è e il duopolio cinese di Internet

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il governo che non c’è. Il 2018 sarà un anno positivo per la nostra economia, o almeno dovrebbe esserlo, stando alle previsioni effettuate da Ref ricerche, che individua nell’effetto di trascinamento del pil 2017 un’eredità statistica che porta a circa lo 0,5% la crescita acquisita per quest’anno.

Se l’inflazione dovesse migliorare, il pil nominale potrebbe trarne giovamento e così la sostenibilità dei nostri conti pubblici. Rimane il fatto che la nostra crescita resta lenta e ci sono molte criticità nel nostro mercato del lavoro che si ripercuotono sulla domanda interna. Il costo unitario del lavoro è decresciuto dello 0,3% per l’intera economia e questo ha congelato i redditi e perciò limitato le possibilità di sviluppo della domanda interna. Per affrontare questa complessità serve un buon governo, non un governo tanto per fare. E viste le prospettive, forse non è esagerato dire che per noi il governo migliore è quello che non c’è.

I dazi di Trump. La settimana si è conclusa con l’annuncio tanto atteso dei dazi che l’amministrazione Trump imporrà su acciaio e alluminio, per tanti ma non per tutti. Esclusi (poer ora) Canada e Messico, forse in ragione del fatto che con loro il presidente vuole ridiscutere il trattato Nafta, e saranno esclusi anche gli altri paesi che, stando a quanto ha detto il presidente, si comportano lealmente con gli Usa, sia sul versante economico che quello militare. Fatti i dovuti conti, sembra che rimanga solo la Cina, a dover pagare dazio, che infatti dice subito che non rimarrà a guardare. E d’altronde la Cina è pur sempre il primo produttore di acciaio al mondo dopo l’Ue, che però è anche una forte importatrice.

Rimane il fatto che il precedente di Trump, che ha tirato in ballo la sicurezza nazionale e la perdita di posti di lavoro (54 mila nell’industria dell’acciaio e 40 mila in quella dell’alluminio) per giustificare la scelta di mettere i dazi, rischia di non rimanere isolato. E rimangono altrettanto incerte le conseguenze che tale atteggiamento potrà avere sul commercio internazionale. La storia ci fornisce qualche indicazione. L’ultima volta che gli Usa provarono a daziare l’acciaio, stavolta l’idea fu del presidente Bush ed era il 2002, la Ue reagì con fermezza costringendo gli Usa a una rapida retromarcia. Altri tempi certo. Oggi potrebbe finire molto peggio.

Gli studenti Usa subprime La Fed ha diffuso i dati al quarto trimestre 2017 dei debiti delle famiglie Usa, che ormai hanno superato il livello del 2008. Fra i vari trend si conferma quello crescente del debito degli studenti, che ormai sfiora il 10% del totale, pari a oltre 13 trilioni, superando quindi i 1.300 miliardi.

Il problema è che circa l’11% di questa cifra, quindi circa 140 miliardi sono andati in default o hanno ritardi nei pagamenti superiori ai 90 giorni. I più giovani, insomma, mai come prima nella storia, si trovano a dover fare i conti con una situazione finanziaria che renderà molto difficile la loro vita adulta. Senza considerare l’effetto che questa montagna di obbligazioni può avere sulla stabilità finanziaria. La Fed ha lanciato l’allarme, ma questi allarmi di solito non li ascolta nessuno.

 Il duopolio cinese di Internet. Il protezionismo del governo fa bene ai giganti cinesi di Internet, che, non a caso, sono sostenitori del Presidente Xi, al suo secondo mandato e in predicato di rimanere a vita nel suo incarico, visto che il partito comunista cinese ha cambiato la costituzione proprio per rimuovere il limite dei due mandati.

La storia, che viene analizzata da Bloomberg, ci consente di apprezzare in che modo il progresso tecnologico stia diventando uno straordinario mezzo di conservazione del potere come mai prima nella storia. Oggi chi controlla la rete può offrire al governo un supporto e una quantità di informazioni che nessuno nel passato si sarebbe mai sognato di possedere. E questo dovrebbe metterci sull’avviso, specie quando questa evoluzione riguarda regimi che stanno pericolosamente sbandando verso l’autocrazia. Ma ovviamente non sarà così.