Categoria: cronicario

La moneta cinese diventa fuorimoda

Il tormento della Cina, che ormai il mondo guarda con sospetto, rima perfettamente con quello della sua valuta, ennesima Grande Speranza dei capitalisti d’Occidente, che nella sua convertibilità vedevano la promessa di cospicui flussi di capitali capaci di alimentare il mostro sempre più affamato della finanza internazionale.

Senonché la felice narrazione secondo la quale la Cina avrebbe contribuito con i suoi flussi di capitale alla prosperità comune, ha subìto un paio di robusti scossoni che son cresciuti d’intensità man mano che crescevano i dubbi sulla capacità dell’economia cinese di garantire i tassi di crescita ai quali il mondo si era abituato. E così sul gigante orientale è apparsa la nube nera della sfiducia, che, assai prosaicamente, si è manifestata in un costante prosciugarsi dei flussi creditizi. La siccità ha colpito la Cina più che altrove, e le decisioni delle autorità cinesi hanno sicuramente portato il loro contributo.

Non stupisce perciò che Bankitalia abbia dedicato un breve approfondimento all’andamento della valuta cinese, in predicato d’assumere un ruolo sempre più internazionale eppure adesso in calo di popolarità. Forse perché i mercati si sono ricordati che dietro una moneta ci sta un’economia e quella cinese del nostro tempo suscita assai meno entusiasmo di una volta.

E tuttavia, la lunga coda di successi dello Yuan ha svolto i suoi esiti positivi, almeno fino  a quando, l’agosto scorso, non avvenne il primo scossone – la svalutazione – che da allora ha finito col cumulare un calo del 4,8% rispetto al dollaro alla metà di maggio. Ciò non ha impedito, tuttavia, che nel 2015, “circa il 30 per cento delle transazioni transfrontaliere della Cina siano state regolate in renminbi (da un valore nullo nel 2010), a scapito del ruolo del dollaro”, come scrive Bankitalia. Bisogna intendersi però sul significato. Per transazione transfrontaliera si intendono i pagamenti effettuati e ricevuti dalle banche cinesi in favore dei propri clienti. Quindi i dati, raccolti nel grafico, dicono soltanto che circa 700 miliardi di dollari di transazioni di questi intermediari sono stati regolati in valuta cinese. Una quota rilevante per le banche cinesi, ma una goccia nell’oceano dei regolamenti internazionali. “Il peso del renmimbi nelle transazioni commerciali e finanziarie globali (meno del 3% del totale) appare tuttavia ancora contenuto rispetto alla dimensione economica del paese”, osserva Bankitalia. E secondo le stime del FMI alla fine del 2014 appena l’1,1% del totale delle riserve internazionali era denominato in valuta cinese.

Perché il problema rimane lo stesso: la convertibilità. Dallo scorso autunno le banche centrali estere sono state autorizzate a convertire liberamente il renmimbi in altre valute sul mercato interbancario. Ma questa mossa di apertura delle autorità cinesi è stata tattica ed era funzionale all’ammissione dello Yuan nel paniere degli SDR, che il Fmi ha concesso sul finire dell’anno scorso completandosi l’esame d’ammissione dell’economia cinese all’università delle economie globali con la revisione delle quote di partecipazione allo stesso Fondo.

Senonché poi è arrivato il secondo scossone. I buoni uffici del Fmi non sono serviti a frenare la crisi di fiducia d’inizio 2016, con la conseguenza che “il renminbi si va affermando soprattutto come mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali della Cina con i paesi della regione Asia-Pacifico”, ma la luna di miele con gli investitori internazionali, che intanto hanno attivato diversi centri off shore autorizzati a scambiarsi valuta cinese, si è bruscamente interrotta.

“In Europa – ricorda Bankitalia esistono attualmente sei mercati offshore del renminbi: Londra, Francoforte, Lussemburgo, Parigi, Zurigo e Budapest, di cui gli ultimi due ancora in fase di avvio”. Il centro più importante, tuttavia, rimane quello di Hong Kong. Ma queste piattaforme, aperte per incoraggiare le transazioni con la Cina, “sono peraltro ancora poco spesse, soggette a elevata volatilità”. Inoltre gli scossoni non sono passati inosservati. I depositi denominati in renmimbi detenuti in questi centri sono calati bruscamente: “Sulla piazza di Hong Kong la consistenza si è ridotta del 20% nei dodici mesi terminanti in febbraio, scendendo a 800 miliardi di renminbi, pari a circa 110 miliardi di euro. Anche l’interesse degli investitori esteri qualificati ha subito una battuta d’arresto, probabilmente per le più incerte prospettive sulla direzione futura del cambio”.

Perciò adesso toccherà alle autorità cinesi decidere se tornare ad alimentare l’entusiasmo per la loro valuta o lasciarli raffreddare come di fatto sta già accadendo. “E’ verosimile che le autorità cinesi procederanno con cautela sul fronte delle liberalizzazioni e che i mercati offshore continueranno a svolgere un ruolo importante nel processo di integrazione finanziaria della Cina con il resto del mondo”, conclude Bankitalia. E’ verosimile perciò che il Renmimbi continuerà a vivere i suoi tormenti.

Come sono cambiati i creditori dello stato italiano

Contrordine: il petrolio low cost danneggia l’economia

Nel confuso succedersi di ragionamenti che provano a dar senso a ciò che non ce l’ha, non mi stupisco più di tanto nello scoprire che ciò che fino a pochi mesi fa era stato giudicato una panacea per l’economia internazionale – il calo del petrolio – oggi viene osservato come una preoccupante fonte di problemi. Col senno di poi potevano anche immaginarlo: in un’economia che bordeggia la depressione completando spaventata l’abisso del cosiddetto New Normal, ogni spinta deflazionista aggiunge attrazione gravitazionale verso il basso. E il petrolio non poteva certo fare eccezione. Siano i corsi di borsa, o i rendimenti obbligazionari, le materie prime o quel che volete voi, ogni qual volta una classe di asset si deprime rischia di contagiarsi agli altri.

Nel caso in ispecie, l’alert lo ha lanciato di recente la Bce, nel suo ultimo bollettino economico, dove ha dedicato un box all’analisi delle implicazioni globali sostanzialmente negative del basso costo del petrolio, che fa da controcanto ai tanti che le banche centrali hanno rilasciato da inizio del 2015 per dire che il petrolio low cost era una manna dal cielo, salvo magari per gli effetti sull’inflazione, ma a quella ci avrebbero pensato loro con il QE.

Un po’ di storia recente aiuta a inquadrare il problema. Dalla metà del 2014 i prezzi del petrolio hanno iniziato a collassare raggiungendo, ai primi del 2016, il livello più basso degli ultimi dieci anni. Dal giugno del 2016 al gennaio del 2016 il prezzo del Brent, che è uno dei benchmark dei prezzi petroliferi, è diminuito di 82 dollari al barile, circa il 70%. Da allora il barile ha recuperato circa 17 dollari e i future vedono solo timidi rialzi all’orizzonte.

Il punto saliente dell’analisi della Bce è che nel frattempo sono cambiati i driver che hanno determinato questo calo. Mentre nella prima parte del periodo il calo fu guidato dall’abbondanza dell’offerta, almeno secondo la ricostruzione della Bce, mentre nella seconda fase a guidare il calo è stato l’indebolimento della domanda. combinandosi i due movimenti hanno avuto effetti sia a livello microeconomico che a livello macro.

L’abbondanza di offerta, infatti, è stata provocata dalla massiccia attività di investimenti in alcuni settori innovativi come lo shale oil, che fra le altre cose ha determinato un pesante aumento dell’indebitamento delle imprese di settore (anche se questo la Bce non lo dice). Ma ciò che conta è che il presunto effetto benefico, determinato dal trasferimento di ricchezza dal paesi produttori a quelli importatori – che nella convinzione comune avrebbero dovuto aumentare la domanda aggregata in virtù della loro maggiore propensione alla spesa – adesso si è invertito. “Dalla seconda metà del 2015 il driver del calo del petrolio è la domanda debole – spiega – e questo suggerisce un impatto meno positivo sull’economia globale”. E il fatto che la spesa degli importatori possa essere favorita da questo calo non è detto che compensi “l’effetto globale di una domanda più debole”.

Per supportare questo ragionamento è stato costruita una simulazione, secondo la quale un 10% di calo dei corsi petroliferi guidato da un eccesso di offerta aumenterebbe il Pil mondiale fra lo 0,1 e lo 0,2%, mentre lo stesso declino, guidato però da un calo di domanda, diminuirebbe il Pil di più dello 0,2%. “Se ipotizziamo che il 60% del calo iniziato nel 2014 sia stato guidato dall’offerta e il resto dalla domanda, il modello suggerisce che l’impatto combinato di questi due shock sarebbe vicino a zero per il pil mondiale o leggermente negativo”. Il che sarebbe comico, se non fosse tragico. O il contrario, se preferite.

Peraltro l’esperienza di questi anni, aggiunge ancora, “potrebbe aver danneggiato le aspettative che ipotizzavano un impatto positivo del basso costo del petrolio sull’economia”. Forse perché “l’impatto avverso del calo del petrolio sui paesi esportatori appare esser stato piuttosto grave, ed è stato accompagnato da ricadute negative su altre economie di mercato emergenti” e al tempo stesso “la ripresa della domanda in diversi paesi importatori di petrolio causata dai prezzi del petrolio più bassi è stato finora piuttosto limitata”. Ciò perché non è accaduto, come era stato ipotizzato, che il maggior reddito si trasformasse in consumo. Il modello, evidentemente, non prevedeva che quella maggiore disponibilità fosse risparmiata o venisse utilizzata per pagare i debiti. “Per esempio – osserva ancora – un aumento dei risparmi personale in alcuni paesi potrebbe essere collegata al bisogno di deleveraging che può aver spinto le famiglie a risparmiare di più”.

Al tempo stesso alcuni governi dei paesi esportatori, che hanno risparmiato risorse diminuendo i sussidi, hanno utilizzato questi risparmi non per stimolare la domanda, ma per consolidare la situazione fiscale. E gli esempio potrebbero continuare.

Vale la pena intrattenersi solo sull’ultimo, che riguarda gli Usa, che per stazza economica e geopolitica si può dire faccia la differenza. Ebbene, negli Usa “uno dei più grandi importatori di petrolio”, i benefici per il consumo derivanti da un costo del petrolio “sono stati più piccolo di quanto inizialmente anticipato e largamente controbilanciati dalla drastica caduta negli investimenti energetici” che sono crollati del 65% generando un impatto avverso significativo sul Pil (vedi grafico). Tuttavia, in termini netti, conclude, l’impatto del calo petrolifero è stato “modestamente positivo”.

Se pensate che sulla convinzione che il petrolio low cost avrebbe giovato all’economia gli stati (e i privati) ci hanno costruito i bilanci, presenti e futuri, queste osservazioni della Bce dovrebbero restituirci una maggiore consapevolezza del tempo in cui viviamo. Un tempo bugiardo.

Il risparmio italiano paga il conto del QE europeo

Un recente approfondimento, contenuto nell’ultimo bollettino economico della Bce, ci aiuta a mettere a fuoco alcuni effetti indiretti delle politiche monetarie adottate dalla banca centrale. L’analisi si propone di osservare l’effetto dei bassi di interesse sui ricavi netti da interesse per le famiglie. Scorrendola scopriamo alcune cose – molte delle quali era facile immaginare – e ne possiamo dedurre altre.

Partiamo da un principio generale che è alquanto ovvio: una politica di bassi tassi di interesse favorisce i debitori e svantaggia i creditori. I primi perché possono prendere a prestito risparmiando, i secondi perché devono contentarsi di dare a prestito ai tassi che offre il mercato, ricordando che un maggior rendimento è sempre associato a un maggior rischio.

Questa prima considerazione ci permette di dare il giusto valore al dato aggregato diffuso dalla Bce. “I guadagni da interesse delle famiglie sono diminuiti del 3,2% del reddito disponibile dall’autunno del 2008”. Tale dato aggregato si può osservare in un grafico che illustra da una parte il net interest income, ossia il saldo fra gli interessi attivi e passivi della famiglie europee, e dall’altro la scomposizione per paesi di queste due voci di interessi. Va sottolineato che quest’analisi “esclude gli effetti dei tassi più bassi veicolati dagli investimenti su fondi pensione e assicurazioni sulla vita dei capital gain sui bond di lungo termini e l’equity”.

Cosi si vede, il net interest income è rimasto sostanzialmente stabile in questi ultimi anni, come è logico che sia atteso che si tratta di un saldo fra gli incassi degli interessi attivi e il pagamento degli interessi passivi, che hanno seguito lo stesso trend declinante man mano che la Bce implementava le sue politiche. Ma questo dato trascura un piccolo dettaglio: i risparmiatori hanno dovuto affrontare più rischi di quanti ne affrontassero prima, pure a fronte di guadagni declinanti. Il 2% di interest earning sul reddito disponibile realizzato a fine 2014, insomma, oltre a non avere precedenti almeno a far data dal 2002, incorpora un rischio sicuramente maggiore di un investimento che garantiva il 2% dieci anni fa.

Il secondo grafico entra nel cuore del QE. Le famiglie italiane hanno visto diminuire di quasi il 5% sul reddito i guadagni da interessi attivi. Al contempo il calo dei pagamenti sugli interessi passivi – e quindi il risparmio su tale voce di costo – è inferiore al 2%. Il saldo, quindi, è stato ampiamente negativo. Ciò dipende dalla conformazione dei bilanci delle famiglie italiane che sono poco indebitate, rispetto alla media europea, e hanno, sempre in media, rilevanti attivi finanziari. In sostanza, la tosatura dei creditori ha funzionato assai bene da noi più che altrove. E il caso spagnolo, che sta nella situazione opposta alla nostra, lo spiega bene. Laggiù le famiglie hanno risparmiato quasi il 5% sugli interessi passivi e hanno perso poco più del 3% sugli interessi attivi.

Tutto ciò ha provocato che “il net interst income del settore delle famiglie è rimastp stabile in Francia e Germania, ma meno in Italia e Spagna”. Altri due grafici, che misurano la quantità di attivi e passività delle famiglie nei principali paesi motivano questi andamenti.

Quello che vale per il settore privato, tuttavia, vale anche per il settore pubblico, del quale la Bce non parla nel suo approfondimento. E’ evidente, tuttavia, che l’Italia, sempre per restare in casa nostra, che è una grande debitrice a livello pubblico ha avuto sicuramente più giovamento dai tassi bassi rispetto ad altri paesi. Le famiglie quindi possono consolarsi pensando che la tosatura che hanno subito ha avuto come contraltare la circostanza che lo stato abbia dovuto spendere meno per servire il proprio debito pubblico. La Banca d’Italia, nella sua ultima relazione annuale, ha quantificato questo risparmio in circa 30 miliardi di euro negli ultimi tre anni.

Complessivamente, tuttavia, il giudizio della Bce è positivo. “Nonostante i minori incassi da guadagno per interessi, i tassi bassi continuano a supportare il consumo”, Inoltre, “poiché la media euro del net interest income per le famiglie è rimasta stabile, i tassi bassi hanno principalmente redistribuito risorse dai risparmiatori ai debitori netti”. E poiché i debitori hanno una maggiore propensione al consumo, ciò ha dato spinta alla domanda aggregata.

Insomma, i risparmiatori siano lieti. Chi ha pagato il conto, lo ha fatto nel comune interesse.

La migrazione dai poveri ai ricchi degli investimenti esteri

La buona notizia è che gli investimenti diretti esteri, secondo quanto rilevato dall’Ocse in un rapporto di un mese fa, sono aumentati del 25% nel 2015 rispetto a un anno prima. La brutta notizia è che questa transumanza di fondi, quantomai benvenuta in un contesto di carenza di investimenti, ha in parte poco a che vedere con la produzione, quanto piuttosto con operazioni finanziarie, alcune delle quali per eludere il fisco.

La brutta notizia ne contiene un’altra, che bella non è: l’aumento degli investimenti diretti ha riguardato in grande parte i paesi più avanzati. Sono stati questi ultimi, in sostanza i destinatari dei maggiori afflussi. Segnatamente si tratta principalmente di Irlanda, Olanda, Svizzera e Stati Uniti. In generale, i paesi del G20 hanno visto crescere gli afflussi diretti del 25%, mentre l’incremento registrato per tutti i paesi Ocse è stato dell’81% nel 2015 rispetto al 2014.

Al contrario i paesi non Ocse, quindi i paesi emergenti, hanno subito deflussi per il 13%. In conseguenza di questo calo, la quota di investimenti diretti di questi paesi sul totale è diminuita da un terzo a un quarto. Si conferma, insomma, la fuga di capitali produttivi da economie che vengono improvvisamente percepite come rischiose. Questi capitali ritrovano la strada di casa, si potrebbe dire, in un movimento che somiglia molto a un arrocco.

I dati disaggregati ci raccontano altre sfumature. L’aumento del 25% degli investimenti diretti registrati nel 2015 equivale a 1.730 miliardi di dollari, il livello più alto registrato dal 2007, ma ancora inferiore di circa un sesto rispetto al periodo pre crisi, visto che all’epoca gli afflussi quotavano quasi 2.100 miliardi. A tale risultato si è arrivati seguendo un trend crescente che è partito dal 2012.

Il picco di afflussi si è avuto nel primo trimestre grazie al record registrato negli Stati Uniti (200 miliardi) e poi a Hong Kong. Ma questi movimento di denaro sono “il risultato di ristrutturazioni finanziarie e societarie piuttosto che investimenti produttivi. Ad esempio, l’aumento globale è stato in gran parte dovuto a movimenti transfrontaliero di M&A progettati per ridurre gli obblighi fiscali delle imprese statunitensi”. Movimenti simili si sono osservati anche in altri paesi e questo basta a comprendere che non è la produzione lo scopo di questi investimenti, ma la riorganizzazione aziendale. Insomma: non arrivano nuovi posti di lavoro. Semmai risparmi sulle tasse.

Fra i paesi non Ocse che sfuggono alla regola dei deflussi, si segnala l’India, dove gli afflussi sono aumentati del 30%, confermando questo paese come uno dei pochi scampati alla fuga dagli emergenti. Basta considerare che in Sud Africa sono diminuiti del 69%, del 29% in Indonesia, del 23% in Brasile e del 7% in Cina. In Russia i deflussi sono arrivati al 63%. Il calo è da attribuirsi in gran parte al mancato reinvestimento degli utili da parte delle aziende che li hanno originati.

Questi deflussi di investimenti diretti si associano a quelli registrati sul versante degli investimenti di portafoglio e al congelamento dei crediti bancari. I ricchi riportano i soldi a casa. E i poveri? Si arrangino.

Le illusioni perdute dei giovani americani

Sedotti e abbandonati, si potrebbe dire mutuando dal celebre film di Germi. Oppure, per i palati più fini, potremmo ricordare le Illusioni perdute di Balzac, meravigliosa epopea di un giovane di belle speranze nella Parigi del XIX secolo che finisce assai tristemente. In entrambi i casi, non sbaglieremmo. I giovani americani, all’inizio del XXI secolo, stato stati sedotti dall’esplosione di benessere indotta dal boom, per essere subito dopo abbandonati nella vasta miseria della disoccupazione, una volta che l’economia dei capitali fittizi ha presentato il conto. Perdute le illusioni, questi ragazzi, che magari hanno trascurato di migliorare la loro professionalità perché il mercato assumeva senza chiederne troppe, si sono ritrovati senza reddito e senza quelle competenze che oggi, lo stesso mercato, richiede a gran voce, giudicandole necessarie per i lavoratori del futuro.

In questa doppia menzogna – un benessere che si rivela fittizio e un malessere che si dice solo provvisorio – che connota tutta la vicenda del primo decennio del XXI secolo e buona parte del secondo, risiede l’insegnamento che non dovremo mai dimenticare e che invece, regolarmente, obliamo: i soldi facili danno l’illusione della ricchezza, ma poi presentano il conto. E a pagare non sono mai i più forti, ma quelli più deboli.

Vi parrà strano, ma queste riflessioni sono il frutto di un interessante paper diffuso di recente dalla Bce che ha un titolo assai evocativo che comincia con una domanda: “Una generazione perduta?”. Domanda retorica, si potrebbe dire, e tuttavia meritevole di avere una risposta. che la banca centrale si premura di trovare in una lunga disamina dell’ultimo decennio raccontato attraverso la lente di di un database dedicato alle famiglie estratto dal Census statunitense. Lettura meritevole, fra le altre cose, perché le illusioni dei giovani americani non sono soltanto le loro. “Gli episodi di boom e bust che hanno interessato il mercato immobiliare, come quelli avvenuti in Irlanda, Spagna e negli Stati Uniti, durante gli anni 2000 possono influenzare la composizione delle qualifiche professionali delle economie locali”, scrivono i ricercatori. Ovviamente peggiorandole, aggiungo io, memore dei tanti allarmi diffusi anche di recente secondo i quali i boom finanziari finiscono sempre con l’erodere la produttività, e quindi scavare la fossa del ciclo economico prossimo venturo. La miglior esemplificazione di come l’oggi spogli il domani, esercizio peraltro assai diffuso nelle nostre società opulente.

Come accada tutto ciò è presto detto. “La rapida accelerazione dei prezzi immobiliare – spiega la Bce – tende ad essere accompagnata da un’espansione di industrie che si basano su lavoratori poco qualificati come quella delle costruzioni o dei servizi retail. L’aumento dei ricavi per questi lavoratori (che il boom genera, ndr) può deprimere gli incentivi dei giovani ad acquisire un’educazione più formale. D’altro canto, una crescente ricchezza immobiliare riduce il costo effettivo dell’istruzione per i proprietari di casa, aumentando la probabilità di investire in educazione in presenza di un tasferimento intergenerazionale fra i genutori che possiedono casa e i loro figli”. QUando però si verifica il boost, tali effetti si invertono.  Quindi molti lavori low skilled, che perdono il reddito possono essere incoraggiati a tornare a studiare, ma al tempo stesso il costo dell’istruzione aumenta a causa del peso del debito che le famiglie hanno incorporato nei tempi di vacche grasse. Il combinato disposto di queste tendenze contraddittorie può avere un rilevante costo sociale.

I dati raccolti negli Usa infatti mostrano che nel 2006 i giovani (22-30 anni) era più probabile avessero un’instruzione superiore piuttosto che un’istruzione universitaria nelle regioni dove i prezzi delle case erano saliti di più dal 2001 in poi. Senonché la stessa coorte di persone, analizzata nel 2011, mostra come la probabilità di avere un’istruzione universitaria era ancora meno probabile e insieme che “i meno istruiti era più probabile fossero disoccupati a causa del bust”.

“L’evidenza – sottolinea – suggerisce che le variazioni dei prezzi delle case hanno un effetto asimmetrico sulla formazione di abilità professionali, per cui gli investimenti nella scuola si riducono durante il boom, mentre aumentano i ricavi per il lavoro non qualificato”. Al tempo stesso la formazioni di abilità “si riduce ulteriormente quando i mercati calano a causa del diminuire della ricchezza immobiliare”. Sicché “cicli di boom-bust nel mercato delle abitazioni possono avere un impatto negativo duraturo sull’occupazione attraverso il canale della riduzione di formazione di abilità”.

Questa “cattiva allocazione di talento”, come la chiama la Bce mostra che i boom/bust sul mercato immobiliare “possono avere significative conseguenze distributive negative”. Effetti quindi, che tendono a persistere.

E’ sempre triste perdere le proprie illusioni.

Bitcoin for dummies: L’abbraccio totalitario della Blockchain

Dopo i vari libri che ci hanno istruito sulla “Bitcoin revolution”, non poteva mancare un testo sulla “Blockchain revolution”, di cui trovo traccia su un notiziario, a dimostrazione del fatto che questa tecnologia, al di là di quali saranno i suoi esiti sociali, sta già dando lavoro a migliaia di persone, e quindi è entrata prepotentemente nella nostra realtà.

Ciò ne fa un fenomeno meritevole di essere seguito e approfondito, e per questa ragione questa serie di articoli è destinata a proseguire anche in futuro, anche se sotto una diversa forma che esuli dal suo scopo iniziale, ossia illustrare a quelli meno addentro il senso e il significato di Bitcoin/bitcoin, affrescandone a volo d’uccello le complesse articolazioni che sono tecniche, politiche, economiche, finanziarie ma, soprattutto sociali.

Proprio quest’ultimo libro sulla Blockchain revolution ne è una plastica rappresentazione. L’auspicio degli autori è che la “catena di blocco” “vada ben oltre la finanza”, arrivando a configurare una tipologia di relazionarsi totalmente diverso rispetto al passato, basato sulla logica della disintermediazione.

In fondo, anche questo  molto logico: se la blockchain non è altro che un database validato in chiaro da una rete di computer divisi in nodi, cosa impedisce che ciò che vale per lo scambio di una criptovaluta non possa valere anche per scambiarsi altri beni o altri servizi?

In sostanza le spire della Blockchain possono arrivare ad avvolgere ogni cosa e si sono già evolute piattaforme – che in alcuni casi coinvolgono i governi – dove si usa la Blockchain per attivare quelli che sono stati chiamati Smart contracts. L’idea di fondo è quella che abbiamo già espresso: due adulti consenzienti, sotto l’egida dell’occhio automatico e moralmente neutro della rete, possono scambiarsi ogni cosa senza bisogno di un terzo che certifichi in qualche modo la regolarità della transazione. Per questo gli autori auspicano che questa tecnologia esca dal recinto della finanza e si espanda, come un’infezione benigna, praticamente dappertutto.

Come ogni totalitarismo, anche quello della Blockchain promette libertà, democrazia e progresso. Come ogni totalitarismo il tutto viene condito con le migliori intenzioni, a cominciare da quella della trasparenza assoluta.

Ogni epoca produce il suo totalitarismo, evidentemente.

La nostra, che vive e prospera grazie alla tecnologia, non fa eccezione.

(15/fine)

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L’Ocse avvisa l’UK: Brexit costerà tre punti di Pil

Poiché si avvicina la data del referendum nel quale i britannici dovranno decidere se rimanere o uscire dall’Ue era del tutto logico aspettarsi la fioritura di analisi e studi dedicati a tratteggiare la fisionomia di un possibile giorno dopo. Ciò a dimostrazione che l’ipotesi Brexit spaventa molti almeno quanto incuriosisce altri.

Una delle analisi più allarmanti l’ha presentata alcune settimane fa l’Ocse rilasciando uno studio che prova a quantificare gli effetti dell’uscita dall’Ue per l’economia britannica e per le tasche dei cittadini, in un arco di tempo che si estende fino al 2020 e poi si allunga per un altro decennio.

Lo studio è stato presentato dal segretario generale dell’organizzazione, Angel Gurria, proprio alla London School of Economics, riconosciuto tempio del pensiero economico, sempre perché in economia, come in politica, la forma è sostanza.

Il succo è presto detto: “Un’uscita dell’UK dall’Ue colpirebbe immediatamente la fiducia e aumenterebbe l’incertezza. Ciò condurrebbe a un abbassamento del Pil del 3% entro il 2020”, che equivale a un costo di 2.200 sterline l’anno per ogni famiglia. In sostanza, spiega Ocse, l’uscita dall’Ue equivarrebbe a una “tassa permanente” sulle famiglie inglesi “per le generazioni a venire”. “Invece di finanziare i servizi pubblici – ha aggiunto Gurria – questa tassa sarebbe una perdita secca pura, senza alcun beneficio economico”.

L’analisi si spinge anche oltre. Un grafico illustra chiaramente i due scenari ipotizzati fino al 2030. Il primo, quello base, quota questa “tassa di uscita” arrivare fino a 3.200 sterline entro il 2030. Il secondo, quello più pessimistico, la vede arrivare fino a 5.000. Ciò in quanto “essere fuori dall’Ue danneggerà ulteriormente il commercio, gli investimenti diretti e la produttività”, sempre secondo il nostro studio. In termini di Pil, lo scenario ottimistico ipotizza una perdita di circa il 2,7% al 2030, mentre quello pessimistico la quota addirittura al 7%. Lo scenario centrale si limita a un -5%. Ben oltre, insomma, la quota di trasferimenti che al momento l’UK garantisce all’Ue e che si stima nell’ordine dello 0,3-0,4% di Pil l’anno in futuro.

Peraltro il risparmio derivante da questi mancati trasferimenti sarebbe più che compensato dal calo di entrate fiscali derivanti dalla riduzione del Pil. L’analisi stima che entro il 2019 il deficit fiscale britannico sarebbe più alto dello 0,9% del Pil.

Lo studio infine sottolinea che rimanere nell’Ue consentirebbe all’UK di godere degli effetti benefici sul Pil che potrebbero derivare dagli sviluppi del mercato unico, specie adesso che si va verso l’unione del mercato dei capitali.

Insomma, le conseguenze economiche Brexit, per citare il titolo dello studio Ocse che ne richiama uno assai più celebre, sono assai chiare. E sono politiche.

Il vento della crisi riporta gli Emergenti agli anni ’90

Due cose in particolare attirano la mia attenzione mentre leggo un lungo articolo che ho trovato su un articolo che un bollettino economico della Bce dedica alla crisi degli Emergenti. La prima è già nelle premesse. “Le EME – scrive la Bce – continuano a essere soggette a rischi avversi. Un ulteriore rallentamento generalizzato e pronunciato nelle EME potrebbe avere un notevole impatto negativo sulle prospettive dell’economia mondiale”.

La seconda la trovo a metà dell’articolo, quando, nell’analizzare rischi e vulnerabilità di questi paesi, la Bce presenta una serie di grafici che paragonano lo stato dei conti di alcune di queste economie con quello che esibivano negli anni ’90, decennio funestato dalle crisi dei paesi in via di sviluppo (all’epoca si chiamavano ancora così). E allora mi sorge il sospetto che la situazione possa essere peggiore di quanto si immagini. Evocare i disastri degli anni ’90 mi sembra il miglior viatico per renderli di nuovo possibile. Tanto più in un contesto di grande pessimismo.

E tuttavia i numeri parlano chiaro. Se guardiamo ad esempio il dato dei saldi di conto corrente, si può osservare che il Brasile del ’98 sta allo stesso livello di deficit del Brasile 2015 intorno al -4% e l’Indonesia si trova in uno stato simile. Il Messico del ’94, che aveva un deficit corrente di quasi il 6% stava sicuramente peggio del Messico 2015, che ne esibisce uno al 2%. E potremmo persino rassicurarci osservando la Thailandia, che ha un surplus corrente del 6% a fronte del deficit dell’8% del ’97.

E tuttavia se cambiamo voce, osserviamo che lo stesso paese negli anni ’90 aveva un surplus fiscale di oltre il 2%, che servì molto poco quando scoppiò la crisi estera, a fronte del deficit dell’1% di oggi. La vera differenza è che oggi la Thailandia ha più riserve, calcolate in circa 2 volte il debito estero, mentre nel ’97 erano inferiori. Ma le riserve, si sa, in caso di crisi si bruciano rapidamente.

E’ proprio l’ammontare di debito estero è la cosa che dovrebbe preoccupare di più, atteso che molto di questo debito è denominato in valuta straniera e quindi assai sensibile al clima internazionale. Vale la pena perciò osservare che la Malesia ha un debito estero superiore al 60% del Pil, addirittura più di quanto ne aveva la Thailandia nel ’97, quando ci fu la crisi e quasi il doppio di quanto ne avesse nel ’97. La Turchia è arrivata al 50%, assai più dell’Indonesia del ’97. Il Brasile sta più o meno al livello del ’97, e la Corea del Sud più di quanto ne avesse allora.

Questa rapida ricognizione motiva più che ragionevolmente i timori della Bce e dei tanti osservatori che in questi mesi tormentati hanno reagito alla crisi degli emergenti portando via i soldi e finendo di conseguenza con l’aggravare la loro crisi. Per fortuna, “rispetto ai periodi precedenti le crisi del passato, molte EME appaiono oggi
in condizione di resistere meglio agli shock esterni”, osserva la banca centrale. Il che dipende sostanzialmente dall’accumulo di riserve che hanno raccolto nel passato decennio. Ma “ciò nonostante, l’aumento del debito estero osservato negli ultimi anni (in particolare come conseguenza dell’indebitamento in dollari USA) potrebbe rendere le EME vulnerabili di fronte a un protratto deterioramento delle condizioni finanziarie internazionali”.

Si parla di uno stock di debito estero che somma nel complesso 5.000 miliardi dollari, in decisa crescita dai 3 trilioni del 2010. Un debito che corrisponde in gran parte ad esposizione bancaria, ma al contempo si alimenta delle notevoli emissioni obbligazionarie che le imprese non finanziarie hanno generato tramite le proprie affiliate estere. “Alla luce di ciò, il deprezzamento delle monete delle EME, anziché favorire un assorbimento degli shock, potrebbe esacerbare le fragilità di bilancio, rappresentando un fattore di rischio per le prospettive dell’economia nazionale”.

Dulcis in fundo, “sono cresciuti gli squilibri interni e in alcuni paesi si è ridotto lo spazio di manovra delle politiche”. In particolare, “con l’aumentare dei finanziamenti denominati in valuta estera, il credito interno ha conosciuto un’espansione significativa. Il debito aggregato delle amministrazioni pubbliche, delle famiglie e delle imprese delle EME è cresciuto di circa 50 punti percentuali di PIL da fine 2007, in gran parte per effetto dell’incremento del credito al settore delle società non finanziarie”. E, giusto per la cronaca, “l’aumento maggiore si è avuto in Cina“.

Al netto degli scongiuri e delle somiglianze con gli anni ’90, rimane un dato di fatto: “Le EME sono un’importante fonte di domanda estera per l’area dell’euro”. La quota di esportazioni nominali europee verso questa zona si è stabilizzata intorno al 15% del totale e “all’interno dell’area, vari paesi presentano ampie esposizioni (vedi grafico) verso la Russia”.

Incidentalmente, anche l’Italia, che è esposta in media per il 15% del suo export verso questi paesi. La Germania, che sfiora il 20%, esibisce l’esposizione commerciale maggiore verso la Cina. E questo spiega perché “un’ulteriore moderazione dell’attività
economica nelle EME inciderebbe sulla domanda esterna e sul prodotto dell’area dell’euro”. Perché i paesi emergenti rischieranno pure di bissare il disastro degli anni ’90. Noi però di seguire a ruota.

I successi del QE: I debiti americani tornano al livello del 2008

Chi volesse la prova dell’efficacia delle politiche monetaria statunitensi, dovrebbe dare un’occhiata all’ultimo quaterly report rilasciato dalla Fed che monitora l’andamento dei debiti delle famiglie americane. Basta un semplice dato: Il debito aggregato è cresciuto ancora nel primo quarto del 2016, raggiungendo la rispettabile cifra di 12,25 trilioni di dollari, l’1,1% in più dell’ultima quarto 2015. Siamo ancora sotto il picco del 2008 (12,68 trilioni), ossia dell’epoca che ha preceduto la crisi, ma appena di un misero 3,3%: nulla che non si possa recuperare entro un paio di trimestri. Il che dimostra senza ombra di dubbio che il QE ha funzionato esemplarmente. Se almeno lo scopo era quello di far aumentare i debiti.

Oltre all’andamento crescente dell’indebitamento delle famiglie americane, che si può vedere qui, è interessante osservare anche come sia composta questa montagna trilionaria. A tal fine si può osservare quest’altro grafico che monitora i diversi settori familiari.

La prima cosa che si nota è la notevole crescita del debito studentesco, che non sorprenderà chi si occupa di queste faccende ma che è utile ricordare. Ormai i debiti dei giovani studenti hanno raggiunto il 10% del totale, quindi si parla di oltre 1.200 miliardi di dollari, persino superiori al 9% dei prestiti per le automobili. La massa debitoria collegata ai mutui quota il 68% del totale, poco inferiore al livello del 2008. Nel dettaglio, i debiti per mutui sono arrivati a 8,37 trilioni, 120 miliardi in più rispetto all’ultimo quarto 2015.

Un’altra informazione utile da osservare è il tasso di delinquency, che la Fed giudica migliorato. In percentuale, al 31 marzo 2016 il 5% della massa debitoria era in ritardo sui pagamenti, quindi parliamo di circa 613 miliardi, 436 dei quali erano in condizioni critiche: vuol dire che il ritardo aveva raggiunto i 90 giorni.

Se guardiamo al dato di delinquency riferito agli studenti, scopriamo che l’11% dell’aggregato, che vale 1,26 trilioni ed è ancora cresciuto nel primo quarto 2016, era in questa condizione, con ritardi pari o superiori ai 90 giorni, migliorato di uno 0,5% rispetto all’ultimo quarto 2015. In sostanza le “sofferenze” degli studenti Usa sono più del doppio della media. C’è poco da stupirsi: l‘odissea economica dei Millennials Usa è un altro meraviglioso regalo dei tempi del QE.