Cronicario: Niente tressette con la card di parannanza

Proverbio del 22 gennaio Quando c’è una meta anche il deserto diventa una strada

Numero del giorno: 21 Tasso % di inattività dei 16-64enni in UK nel IIIQ 2018

Capisco subito l’aria che tira oggi nel cronicario quando leggo insieme due notizie che mi fanno l’effetto di un destro-sinistro, cui si aggiunge, a mo’ di uppercut, la terza che mi manda definitivamente al tappeto stecchito.

Sono tempi pericolosi, e ve lo dico da anni. Ma neanch’io potevo immaginare la concentrazione di minchiate che oggi ha fatto saltare tutte le centraline di rilevazione che ho disseminato per il web. Quando è troppo è troppo.

Esagero? Vedi un po’: a metà mattina arriva la notizia che in Turchia il presidente vuole far ripartire massicciamente la produzione di mariagiovanna dopo che – parole sue – “abbiamo distrutto la cannabis a causa di alcuni nemici travestiti da amici”.

Per una di quelle cose che succedono, arriva in contemporanea un’altra notizia stupefacente. Nostrana stavolta, come la tiella patate, riso e cozze: il governo ha scelto Lino Banfi per rappresentare l’Italia nella commissione per l’Unesco.

L’annuncio lisergico arriva nel bel mezzo di una convenscion organizzata dai rettiliani al governo (semicit.) per presentare l’avvio della produzione in serie della mitica card di parannanza. Sarebbe in realtà una post pay modificata, ma non tanto da renderla riconoscibile “perché nessuno si deve sentire discriminato a usarla”, come ha spiegato Vicepremier Uno (o Due, fate voi) alla platea festante, assicurando che si potrà richiederla on line e ritirare alla posta. Immagino opportunamente camuffati per non essere riconoscibili. Sempre perché nessuno deve essere discriminato in quanto percettore di reddito di parannanza.

Ma non è questa la barzelletta. Questa storia ormai non fa più ridere. E neanche il fatto che il nostro beneamato Vicepremier abbiamo detto che presto ci saranno anche 500 mila pensioni di cittadinanza via card. No, la vera novità è che sia stato sottolineato in convenscion che con la post pay ogm “non si potrà giocare d’azzardo”. Niente scopone scientifico per i nonni, perciò, e manco tressette o zecchinetta.

E mo’ chi glielo dice a Nonno Libero?

A domani.

L’assedio cinese ai porti dello Sri Lanka

Come pezzi di un puzzle, i numerosi porti lungo i quali viaggiano le merci che la Cina scambia col resto del mondo iniziano a delineare la fisionomia della Maritime silk road la cui realizzazione Pechino sta perseguendo con grande determinazione, trattandosi di una delle vie commerciali più strategiche dell’economia cinese. Abbiamo già osservato alcuni approdi. Per questo non si può evitare di mostrarne un altro, assai sensibile nello scacchiare internazionale che ruota attorno all’Indo-Pacifico, perché riguarda l’isola dello Sri Lanka, dove la Cina sta tentando di ottenere importanti concessioni territoriali dopo aver conquistato una concessione di 99 anni per l’uso del porto di Hambantota a saldo di alcuni debiti non pagati.

Il copione si sta sostanzialmente ripetendo attorno al porto di Colombo City che fa parte della Belt and road initiave cinese, al centro di un altro maxi prestito da 1,4 miliardi che la Cina ha concesso allo stato quando governava l’ex presidente dello Sri Lanka Mahinda Rajapaksa. Per capire perché Pechino consideri così tanto rilevante Colombo nei suoi piani, basta osservare questa mappa.

 

Attorno al porto si sta sviluppando una vasta area oggetto dei desiderata cinesi, ormai divenuti i grandi banchieri del piccolo stato che la geografia ha trasformato in uno snodo fondamentale del grande gioco che si sta sviluppando nell’Oceano Indiano. Per dare un’idea basta ricordare che di recente i ministro delle finanze di Colombo ha dichiarato che la Cina ha offerto un miliardo a Colombo per dare ristoro alle riserve estere, prosciugate da un esodo di capitali cui certo non ha giovato il recente downgrade patito dallo Sri Lanka, che ha duramente patito gli esiti della crisi del 2008. Qualcuno ha calcolato che lo Sri Lanka debba circa 8 miliardi ai cinesi. E questo debito segna una seria ipoteca politica sul paese, storicamente legato alla politica indiana ma adesso sempre più inserito nell’orbita cinese. Col risultato che anche i porti dello Sri Lanka son finiti a far parte della complessa partita che si sta sviluppando nel quadrante Indo-Pacifico.

Tutto questo accade mentre il paese è impegnato in una difficile partita politica interna dagli esiti assolutamente imprevedibili. Sarà per questo che intanto la Cina si preoccupa di capitalizzare i suoi investimenti. Per adesso coi porti. Poi si vedrà.

 

 

Cronicario: Un piano B si aggira per l’Europa

Proverbio del 21 gennaio Per alta che sia la montagna, un sentiero si trova

Numero del giorno: 133 Debito pubblico italiano in % del pil nel terzo trimestre 2018

Adesso si che sono preoccupato per la Brexit. Ho sentito dire da qualcuno che Lady G ha un piano B, dal che deduco che un piano B si aggira di nuovo per l’Europa.

Dai non scherziamo. Il piano B è una cosa seria. Se il padreterno ne avesse avuto uno non avremmo mai avuto il fisco. Eppoi lo sapete che succede quando un piano B si comincia a interessare dei casi vostri.

Ecco appunto. L’ultima volta che da noi si è parlato di piano B n’altro po’ fallivano le banche (e vi faccio grazie del governo).

Adesso a quanto pare la sfiga del Piano B l’abbiamo passata alla nostra eroica, geniale, insostituibile (nel senso che non riescono a cacciarla) signora May. Pare che costei abbia pronto il suo famigerato Piano B per convincere i riottosi parlamentari che hanno già bocciato il suo piano A ad approvare questo benedetto deal con l’odiatissima Ue. C’è da star sereni, conoscendo la straordinari capacità di negoziato della May(be).

Perciò finirà bene, statene certi. Anche perché il piano B della May ha un asso nella manica.

Dio salvi la Regina.

A domani.

Perché fa più paura una crisi dei paesi emergenti

Con un fine 2018 sottotono e un 2019 pieno di punti interrogativi per l’economia internazionale, si capisce bene perché la Bce nel suo ultimo bollettino abbia ritenuto necessario offrire un approfondimento sullo stato di salute delle economie emergenti. C’è anche un terzo motivo, a ben vedere. “Rispetto a un ventennio fa – recita il Bollettino -, le economie emergenti svolgono, a livello aggregato, un ruolo significativamente più importante nell’economia internazionale, rappresentando oltre la metà del PIL (a parità di potere di acquisto) e dei flussi di capitali lordi a livello mondiale”. Se il blocco Emergente si ammala, insomma, anche le ricche economie avanzate, che con gli Emergenti hanno fatto ricchi affari prima e dopo la crisi, rischiano di rimetterci la salute. “Gli andamenti di tali economie (emergenti, ndr) possono produrre un considerevole impatto sugli altri paesi attraverso una serie di canali, tra cui quello commerciale, quello finanziario e quello della fiducia”.

Certo, oggi è molto diverso da ieri. Dai tempi delle varie crisi che spiravano da questi lidi lontani – si pensi alle crisi asiatiche di fine anni ’90 – questi paesi hanno imparato a costituire riserve e a diminuire i rischi di fragilità. Ma questo non vale per tutti. Quindi è saggio andare vedere i conti dei principali paesi osservando innanzitutto l’equilibrio dei loro conti con l’estero partendo magari dall’andamento dei saldi correnti, che misurano gli scambi dei singoli paesi con l’estero.

Come si può osservare dal grafico alcune situazioni, peraltro di paesi dove nei scorsi ci sono state parecchie turbolenze, sono difficili. E sono gli stessi paesi, Argentina, Sudafrica e Turchia, dove anche le riserve valutarie sono diminuite.

A ciò si aggiunga che molte di queste economie, a cominciare dalla Cina, hanno fatto un notevole ricorso all’indebitamento in dollari e questo “potrebbe rappresentare un rischio per la stabilità finanziaria nel caso di un ulteriore rafforzamento del dollaro statunitense”. Una situazione non certo nuova. “Alla fine degli anni ’90 del Novecento, le condizioni finanziarie più tese negli Stati Uniti tendevano a trasmettersi con maggior vigore alle economie emergenti; tuttavia tale sensibilità si è ridotta alla vigilia della crisi asiatica per poi tornare ad aumentare negli ultimi anni”.

A ciò si aggiunga che “in alcune economie emergenti gli squilibri interni sembrano aver subito un peggioramento, come indicato dalla crescita delle emissioni di debito in valuta locale e dalla riduzione dei margini di manovra”. Questo vale per tutti i settori di queste economie, e in particolare per il settore corporate, dove il debito cinese ormai alle stelle ha un peso specifico rilevante.

Sulla base di queste considerazioni la Bce ha svolto una simulazione per confrontare lo stato macroeconomico attuale degli Emergenti con quello del ’97 ricavandone la conclusione che mentre le economie asiatiche hanno migliorato la loro posizione complessiva “a dimostrazione del fatto che gli insegnamenti della crisi del 1997 sono
stati recepiti”, Argentina e Turchia appaiono più vulnerabili.

Il caso cinese è controverso. Sebbene “si caratterizzi per un avanzo di conto corrente moderato, bassa inflazione, crescita vigorosa, riserve valutarie ampie e livelli ridotti di debito estero”, al tempo stesso “nell’ultimo decennio in Cina si è osservato un rapido aumento della leva finanziaria, fattore che il modello potrebbe non rilevare in modo soddisfacente”. L’esito cinese, insomma, rimane ampiamente incerto. E considerando la dimensione globale nella quale si agita Pechino ciò non può che turbare gli investitori. Che però intanto investono.

 

 

 

 

 

 

Cronicario: Ci salveranno il caro Spread e la carissima Pensione Anticipata

Proverbio del 18 gennaio Non gettare terra nel pozzo che ti dà acqua

Numero del giorno: 46.700.000.000 Avanzo corrente Italia nei dodici mesi a novembre 2018

Le parole del ministro dell’economia, che rima non a caso con Mammamia, risuonano nelle mie orecchie come musica ribelle. Mi rapisce un turbamento, ma m’impongo la misura che s’addice al giorno di Venere.

Quindi rileggo la dichiarazione del ministro a rima incatenata. “L’idea secondo cui i comportamenti virtuosi di finanza pubblica si impongono con vincoli che rendono sempre più costosi i comportamenti devianti è un’idea che non ha funzionato bene. I vincoli esterni comportano a volte un aggravamento del comportamento che si vuole correggere”.

Caspita quanto c’ha ragione, mi dico io che tutto sono tranne che saggio. In pratica è colpa dei vincoli costosi che subiamo se abbiamo una finanza pubblica a pois. Maledetti vincoli. E’ come quando dici al pargolo di non buttare spazzatura per terra, pena sequestro della paghetta, e lui ti diventa trafficante di rifiuti appena gli crescono i peli. Capisco finalmente perché il nostro beneamato governo del cambiamento se ne infischi(ava) dello spread e pretende(va) reddito per (quasi) tutti e pensione per tuttissimi.

E’ colpa dei dannati limiti se siamo diventati quello che siamo. Per fortuna siamo riusciti a mandare al governo degli arditi che se ne frega(va)no. Hanno sfidato lo spread per mandarci in pensione prima. E sapete che c’è?

Se non ci credete è perché siete sobillati dalla propaganda delle forze della reazione, sempre in agguato come i ciclisti controsenso. Guardate qua.

Se leggete fra le righe del grafico (intendo la didascalia) scoprite che a settembre, quando il caro Spread – nel senso affettuoso del termine – infuriava, le nostre passività di portafoglio sull’estero, in sostanza i titoli pubblici italiani che abbiamo venduto ai diabolici capitalisti esteri, sono dimagrite parecchio, facendo perciò dimagrire i nostri debiti col resto del mondo. Se continuiamo così diventiamo creditori netti. Poi certo qualche disfattista potrebbe pure opporre a questo straordinario risultato il fatto che la diminuzione dei debiti, provocata dal valore dei nostri titoli, dipende dal fatto che gli italiani e l’estero(vestito) hanno venduto complessivamente a novembre quasi 14 miliardi di titoli italiani e che questo ha fatto maluccio anche a chi aveva titoli italiani in Italia. Ma a questo punto l’attenzione del lettore sarà già bella che andata, quindi possiamo tranquillamente infischiarcene.

E che dire della previdenza? Conosciamo già i benefici della carissima Pensione Anticipata, sempre in senso affettuoso. Ieri il Decretone del governo ha arricchito di una meravigliosa novità: per andare in pensione anticipata, indipendentemente dall’età anagrafico, basteranno 42 anni e 10 mesi di età contributiva (41 e 10 le donne) fino alla fine del 2026. Viene bloccato, quindi, l’aumento dei requisiti legati alla speranza di vita che avrebbero dovuto essere rivisti ogni due anni a partire da questo. Non sono bloccati gli aumenti per la pensione di vecchiaia (dal 2019 a 67 anni). Ma chissenefrega della pensione di vecchiaia quando c’è la carissima Pensione Anticipata?

Non ci crederete, ma c’è stato persino qualcuno che si è lamentato. Dicono, questi soloni previdenziali (nel senso romano di sòla) che bisogna bloccare anche l’adeguamento dell’età di vecchiaia. Non basta quello dell’età contributiva. Capito? Perché “tutto ciò che va a favore dei lavoratori e accorcia i tempi per andare in pensione – spiega ‘sto fenomeno, per giunta sindacalista -, naturalmente ci vede favorevoli”.

Capite perché governa il cambiamento?

Buon week end.

Cartolina: L’economia degli ereditieri

Proprio come negli anni ’50, in Europa oggi più della metà della ricchezza deriva dalle eredità. Non siamo ancora ai livelli della Belle époque, quando dai lasciti ne dipendeva oltre il 70%, ma con un po’ di applicazione ci arriveremo. Merito anche della demografia avversa, che concentra sempre più nelle mani di sempre meno e per giunta poco prolifici grandi patrimoni frutto dell’arricchimento democratico del secondo dopoguerra. E questo è il problema. A differenza degli anni ’50, infatti, oggi non andiamo verso magnifiche sorti e progressive società popolose, laboriose e illuminate, ma verso cittadelle depresse dalla sazietà e abitate in parte crescente da anziani con la sindrome dell’assedio, dove le uniche economie che prosperano sono quelle dell’intrattenimento e della paura. Il risultato è che sempre meno avranno sempre più, senza che sia chiaro a chi andrà dopo di loro tutta questa roba. L’economia degli ereditieri, nel tempo del Tedioevo.

 

Cronicario: La signora Pensione Anticipata surclassa la signorina Quota 100

Proverbio del 17 gennaio Il destino è un mare senza sponde

Numero del giorno: 825.000.000 Calo surplus commerciale italiano a novembre rispetto al 2017

In attesa che arrivi il Decretone, che verrà approvato dicono oggi, non è tanto quello che c’è scritto che dovete sapere, ma il fatto che un sottosegretario abbia detto che “c’è tutto dentro: quota 100, il reddito di cittadinanza, il Tfs e persino il fondo Alitalia, abbiamo trovato le coperture”.

Se sentite freddino nella parte bassa della zona lombare non state a preoccuparvi: è l’età che avanza insieme col Decretone. Col tempo dovreste avere imparato quanto sia salutare un governo sollecito. E se siete vecchi abbastanza dovreste averci fatto il callo e sapere come finirà.

Detto ciò, in questo invecchiare vagamente doloroso c’è persino una bellezza, che per l’italiano medio, in costante debito di fancazzismo, ha un nome e un cognome preciso.

Si vede che quelli del governo sono ancora dei ragazzi. Perché se avessero qualche annetto in più saprebbero che la signora Pensione Anticipata è la vera protagonista del nostro dibattito politico. La sua incarnazione recente – la signorina Quota 100 – sconta i difetti classici della giovane età: presunzione, supponenza, un filino di arroganza. E soprattutto una sostanziale ignoranza. Per dire: perché mai si dovrebbe andare in pensione a 62 anni (+38 di contributi=100) quando l’età media della signora Pensione Anticipata si abbassa di anno in anno?

Vedete questo piccolo capolavoro? Noi italiani abbiamo una delle età pensionabili teoriche più alte del mondo e insieme una effettiva fra le più basse. Dal 2016, quando i dati di questo grafico sono stati raccolti, si è persino abbassata. E mica andando a dire in giro per il mondo Quota 100 qua e Quota 100 là, attirandosi un sacco di cazziate e parecchio spread. Semplicemente lasciando che la signora Pensione Anticipata facesse il suo corso. Tanto lassù, al governo c’è sempre qualcuno che l’ama.

Volete qualche numeretto più recente? Eccolo qua, fresco fresco dall’Inps. Per uno che nel 2018 è andato in pensione con l’età di vecchiaia (66 anni e sette mesi) 2,2 sono usciti con la signora Pensione anticipata, notoriamente molto socievole, per non dire generosa. Complessivamente, a fronte di 40.250 pensioni di vecchiaia (-30,5% sul 2017) ci sono state 89.421 uscite per anzianità contributiva (-7%). Tra questi pensionamenti anticipati l’età media di uscita è stata di 60,7 anni, in calo rispetto ai 60,8 dell’anno precedente. C’è anche un gruppo nutrito (38.020 persone) che è uscito dal lavoro tra i 55 e i 59 anni. Ciò conferma che la signora Pensione anticipata, oltre ad essere di indole generosa, ha pure i superpoteri, considerando che comunque richiede 42 anni di contributi per gli uomini e 41 per le donne per concedersi.

La signorina Quota 100, perciò, si dia una regolata. La smetta di darsi delle arie. E’ solo una dilettante allo sbaraglio. L’ultima arrivata che gioca a far la star. E ogni riferimento a cose o governi…

A domani.

 

A Gibuti, crocevia degli scambi globali, fra i due litiganti gode la Cina

Se in fin dei conti fosse solo una questione di interessi economici potremmo prestar fede al ministro delle finanze di Gibuti, Moussa Dawaleh, che di recente ha spiegato con parole assai chiare la ragione per la quale il piccolo stato incistato sopra il Corno D’Africa, al centro di rotte commerciali strategiche innanzitutto per il traffico di risorse energetiche, ha visto espandersi massicciamente la presenza di capitale cinese nei suoi investimenti infrastrutturali, ambiziosi quanto rilevanti. Osservare quello che sta succedendo laggiù ci consente di completare la breve ricognizione che abbiamo fatto in questi giorni discorrendo di alcuni snodi strategici della complessa partita che si sta giocando nel quadrante euroasiatico col pretesto di alcuni investimenti portuali, segnatamente a Gwadar, in Pakistan, e a Chabahar, in Iran.

Gibuti, quindi. “Non non diamo esclusive a nessuno – ha detto il ministro africano -. Non si tratta di opporre la Cina all’Occidente. Se riuscirò a ottenere dall’Occidente le stesse condizioni che sto ottenendo da Eximbank (istituzione cinese, ndr), sarò più che felice. Se posso ottenere di meglio di quello che la Cina ci offre, sarò ancora più felice. Non devo solo trattare con un partner. Ma per adesso è la Cina quella che rischia. Forse alcuni amici non sono felici di sentirlo, ma questa è la realtà”. Questione puramente economica, quindi. La Cina presta a Gibuti i denari di cui abbisogna per nutrire la sua fame di infrastrutture, più che comprensibile per un’economia che secondo alcune stime ricava il 70% della sua produzione dal trasporto di merci e quindi dalla logistica, e tanto basta. Se l’Ue, l’America, o i rissosi paesi che ruotano attorno al Corno D’Africa vorranno o sapranno fare di meglio, tanto meglio per Gibuti. Fine della storia.

Ma che non sia così semplice – che non si tratti solo di traffico di denaro ma di influenza politica – lo si capisce anche solo osservando il ritaglio di mondo dove gravita Gibuti che ha la ventura di affacciarsi sullo stretto di Bab el Mandeb, assai noto agli osservatori di cose energetiche per la semplice ragione che ci passano le petroliere (e non solo) destinate a passare il canale di Suez.

Ai quelli meno addentro basterà sapere che ogni giorno quasi cinque milioni di barili passano da qui, circa il 5% del petrolio trasportato per mare (dati 2016) proprio di fronte allo Yemen dove da anni deflagra un conflitto sanguinoso e dimenticato. Circa 1,5 milioni di barili, prodotti in gran parte in Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi e Oman, vengono trasportati da Ain Sukhna sul Mar Rosso a Sidi Kerir sul Mediterraneo nel nord dell’Egitto attraverso l’oleodotto Sumed. La maggior parte delle importazioni europee di petrolio greggio dal Medio Oriente arriva attraverso questo oleodotto. Oltre ad essere una via di transito fondamentale per il petrolio, lo stretto di Bab-el-Mandeb, che sbocca sul Golfo di Aden, è anche fondamentale per le raffinerie del Mar Rosso dell’Arabia Saudita, che sono in gran parte rifornite di greggio prodotto nella regione orientale del Golfo Persico. Raffinerie che adesso, come abbiamo visto, i Sauditi vogliono installare anche a Gwadar,

Tutto questo basta a spiegare perché le vicende di Gibuti stiano molto a cuore al mondo mediorientale. Non solo all’Arabia Saudita e non solo per questioni di petrolio. Nel febbraio scorso è scaduta la concessione che Gibuti aveva rilasciato nel 2006 alla DP World, una compagnia pubblica di Dubai posseduta dallo stato, che lavora come operatore portuale e che in tutto questo tempo ha gestito il container terminal di Gibuti di Doraleh (Doraleh container terminal, DCT), che si trova proprio vicino allo stretto di Bab al Mandeb. Notizia che sarebbe rimasta confinata nella nicchia degli specialisti se non fosse che, poco dopo l’interruzione unilaterale della partnership, il posto della compagnia degli Emirati Arabi Uniti è stato preso da una compagnia cinese, la China Merchants Port Holdings (CMPH), la stessa compagnia che gestisce un porto che lo Sri Lanka ha ceduto alla Cina come pagamento di debiti rimasti insoluti.

La scelta della compagnia cinese come operatore della DCT si spiega anche con la circostanza che la CMPH ha pagato 185 milioni di dollari e possiede il 23,5% della Port de Djibouti SA (PDSA), la compagnia che gestisce il porto di Gibuti che è a sua volta la maggiore azionista della DCT. I cinesi, peraltro, sono notevolmente impegnati economicamente in altre iniziative che coinvolgono Gibuti, fra i quali lo sviluppo infrastrutturale di una zona di libero scambio, il nuovo porto multiservizi e persino una ferrovia che collega Gibuti con l’Etiopia, in particolare con Addis Abeba, costata centinaia di milioni che nessun altro finanziatore voleva spendere per dotare l’area di un collegamento considerato strategico per quanto dispendioso. La Cina ha investito anche per finanziare un acquedotto. Complessivamente per i vari progetti che ha in corso di sviluppo a Gibuti si calcola che la Cina abbia investito tramite le sue varie entità quasi due miliardi di dollari che si aggiungono ai già corposi investimenti che la Cina ha fatto in Africa negli ultimi anni.

Il fatto rilevante è che l’ascesa cinese a Gibuti si inserisce in uno scenario assai complesso dove si confrontano antiche rivalità che coinvolgono i paesi arabi dell’area. Basta ricordare il duro confronto che oppone dal 2017 quattro stati che insistono nell’area – Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein – con il Qatar, accusato di terrorismo, che si è aggravata dopo che quest’ultimo si è avvicinato all’Iran, storico avversario dei Sauditi. La tensione è salita fino al punto che di recente il Qatar ha annunciato la sua uscita dall’Opec dopo una permanenza di decenni motivando la decisione con la scelta di concentrare i propri sforzi produttivi sul gas. Con la conseguenza che Qatar e Arabia Saudita si trovano a esser avversari e a dover condividere una porzione di territorio – la via marittima che collega il Mar Rosso ai mercati europei e al Nord America diventata sempre più instabile. Se all’equazione si aggiunge la Turchia, che è una buona amica del Qatar, che investe massicciamente in Somalia e gioca un ruolo di importanza crescente nell’equilibrio della regione (si pensi alla crisi siriana), ecco che lo scenario diventa improvvisamente favorevole all’arrivo di un terzo che si inserisca a vantaggio proprio fra i litiganti. La Cina appunto.

Il piccolo Gibuti e la grande Cina sembra il titolo di una storia destinata a finire male per gli africani, che molti osservatori temono possano finire nella trappola del debito. Ossia la tagliola finanziaria nascosta dietro la Belt and Road initiative di Pechino che i detrattori dei cinesi usano come argomento costante nelle loro analisi. Prestare ai paesi bisognosi e poi obbligarli a cedere qualcosa. Accuse che Pechino ha sempre respinto con sdegno. Ma lo scenario di Gibuti è molto composito, come si vede, e anche i paesi occidentali fanno la loro parte. La posizione geografica del piccolo stato africano spiega perché al suo interno ospiti basi militari americane, francesi, saudite, giapponesi e, ovviamente cinesi. C’è persino l’unica base militare italiana all’estero. Tutti questi mondi convivono nello spazio ristretto e instabile di uno staterello costiero che insiste lungo una grande arteria della globalizzazione. Questo piccolo miracolo – finché dura – mostra che il piccolo Gibuti forse ha il talento di avere tanti amici, come diceva il suo ministro del dell’economia e di riuscire persino a convincerli a finanziare le sue manie di grandezza. Ma dovrebbe ricordare il proverbio che insegna a temere gli amici assai più dei nemici. E dovrebbe farlo in fretta.

Cronicario: Uscire dalla Brexit? Let May be

Proverbio del 16 gennaio Non tagliare ciò che può legare

Numero del giorno: 1,2 Tasso % inflazione al consumo in Italia nel 2018

A questo punto dovrebbe esser chiaro che Theresa May gareggia con Churchull quanto a capacità di leadership.  Ormai ha persino svaporato la nostalgia della mitica Lady di Ferro. E lo ha fatto indossando i panni, assai più consoni ai tempi, di Lady di Gomma. D’altronde quella aveva a che fare coi minatori dello Yorkshire. Questa al massimo con quelli di Bitcoin.

Robetta digitale, insomma, ma per la quale serve flessibilità, capacità di adattamento e memoria cortissima. Smanettare la politica come fosse Snapchat. Tutte qualità che la nostra eroica prima ministra possiede a profusione, inducendo i suoi detrattori a equivocare. Costoro scambiano per inconcludenza la sua raffinatissima capacità di non far concludere nulla agli altri.

Dote preziosissima nella Gran Bretagna del 2019 dove è chiaro a tutti che nessuno sa cosa fare, ma lo fa con grande convinzione. Come lei, appunto. Lady G, che ormai nel nostro cuore da rotocalco ha superato persino la mitica Lady D – sfido chiunque a governare l’Uk con le scarpette della May –

ha gioco facile con la plebaglia assiepata in Parlamento che ieri, bocciando il suo piano di intesa con l’Ue, le ha regalato una straordinaria vittoria. Nessuno capisce perché non si sia ancora dimessa perché a tutti sfugge che questo è il viatico che condurrà all’esito che tutti vogliono anche se dicono il contrario.

Per questo lei dice che non si dimetterà, mentre si parla già di un nuovo referendum. Perché mai dovrebbe dimettersi dopo un successo del genere? E poi, se si dimettesse, come farebbe l’UK a evitare di fare l’ennesima minchiata? State sereni, cari, fortunati, cugini britannici. Tutto andrà bene, per voi e per noi. Let May be.

A domani.

 

La lenta penetrazione indiana nel centro Asia

La vicenda del porto iraniano di Chabahar, cui abbiamo accennato discorrendo dell’importante accordo fra sauditi e pakistani per la costruzione di una raffineria araba a Gwadar, merita un approfondimento a parte perché ancora troppo poco viene osservato, aldilà dei consessi specialistici, il lento movimento di penetrazione che l’India, grande sponsor del porto iraniano, sta portando avanti ormai da anni per diventare un interlocutore stabile del centro Asia. Ossia di una zona fra le più affollate al mondo, relativamente al numero di interlocutori, e non a caso. Oltre a trovarsi nel mezzo delle principali rotte commerciali euroasiatiche, il centro Asia è anche una notevole cassaforte di risorse naturali. E questo spiega perché sia naturalmente nel cuore dei grandi progetti di infrastrutturazione che stanno fiorendo in questo inizio di nuovo millennio, a conferma del fatto che l’idea della globalizzazione che sta alla base di queste iniziative, è assai più forte di quanto pensino i suoi detrattori.

L’occasione per sbirciare nelle relazioni fra India e centro Asia ce la offre un vertice recente che si è tenuto a Samarcanda, in Uzbekistan, al quale hanno partecipato anche esponenti del governo dell’Afghanistan. E’ stato il primo vertice di questo genere e già per questo merita una menzione. Ma non solo ovviamente. Questo evento è il primo risultato visibile della politica di avvicinamento dell’India al composito mondo centroasiatico che ha subito una notevole accelerazione dopo l’ammissione dell’India all’Ashgabat Agreement, avvenuta nel febbraio 2018. Questo importante e poco conosciuto accordo si propone di migliorare il tessuto infrastrutturale all’interno della regione euroasiatica anche interagendo con altri corridoi regionali, fra i quali l’International North–South Transport Corridor (INSTC) che vede Mosca fra i grandi sponsor.

Questa cartina consente di apprezzare quanto sia vitale per  traffici indiani lo sviluppo di corridoi di trasporto alternativi. E di conseguenza quanto sia importante che il paese sviluppi relazioni sempre più strette con i paesi centroasiatici che da questi corridoi sono attraversati e che forniscono un notevole contributo al traffico merci con le loro materie prime.

Gli esiti dell’infittirsi di queste relazioni sono già visibili. Alcuni paesi, come l’Uzbekistan, alle prese con una importante transizione verso un’economia di mercato sul modello di quanto ha realizzato il Kazakistan, si sono già proposti come la porta d’ingresso dei capitali indiani nell’area centroasiatica, dove già si affollano competitori del livello di Cina, Usa e Russia. Nei prossimi giorni i primi ministri uzbeko e indiano si incontreranno per scrivere insieme l’agenda della cose da fare ed è ovvio che gli aspetti economici saranno in primo piano nei colloqui.

Per l’India si tratta di un passo importante che di fatto inaugura una nuova pagina delle relazioni internazionali nell’area. E di quelle commerciali di conseguenza. Al momento il commercio fra India e centro Asia è ben poca cosa. Alcune stime lo collocano intorno al miliardo di dollari di valore, con un peso specifico sul totale del commercio indiano di poco superiore allo 0,1%, mentre la quota di commercio verso l’India pesa appena il 10% degli scambi del centro Asia. Questi numeri sono la cartina tornasole della difficoltà infrastrutturale che ancora insiste fra le due regioni e da anche la misura di quanto potrebbero migliorare una volta che questi corridoi saranno realizzati.

Lo scenario che si va configurando, di conseguenza, diventa sempre più composito. L’ingresso dell’India nel Grande Gioco centroasiatico – di fatto – è l’ulteriore conferma della presenza di un altro grande player economico – un paese con oltre un miliardo di abitanti – nel complesso mondo multipolare del XXI secolo. L’india dìaltronde si affaccia sull’Oceano Indiano, che ricorda millenni di commercio con l’Occidente, e partecipa alla difficile partita strategica che si sta giocando nel quadrante dell’Indo-Pacifico dove campeggia, lontana ma assai ingombrante,la presenza del gigante statunitense e vicina e ancora più ingombrante quella della Cina. Il mondo sta diventando un luogo sempre più affollato. In tutti i sensi.