I consigli del Maître: Le sofferenze bancarie italiane e quelle tedesche

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Le sofferenze di Visco. Si è molto parlato dell’invito del governatore della Banca d’Italia Visco a correggere in maniera sostanziale il nostro bilancio pubblico, contenuto nelle lunghe considerazioni finali recitate lo scorso 31 maggio all’assemblea di Banca d’Italia, come è tradizione. Pochi si sono soffermato su alcuni dati molto interessante contenuti nel documento che fanno riferimento allo stato delle sofferenze bancarie.

Come si può osservare dal grafico, le sofferenza sono in calo, pure se elevate e comunque abbiamo passato periodi peggiori. Ciò che fa la differenza è il contesto nel quale queste sofferenze sono inserite. Oggi i governi hanno ridotti spazi di manovra, vuoi perché in sede europea sono state approvate nuove norme che limitano parecchio la capacità di intervento, vuoi perché di nostro abbiamo poco spazio fiscale. Ma di che cifre stiamo parlando? Visco riporta che alla fine del 2016 i crediti deteriorati iscritti nei bilanci, al netto delle rettifiche di valore, erano pari a 173 miliardi, pari al 9,4% dei prestiti complessivi. Visco sottolinea che l’ammontare di circa 350 miliardi, spesso citato sulla stampa, si riferisce al valore nominale delle esposizioni e non tiene conto delle perdite già contabilizzate nei bilanci”. Dei 173 miliardi di crediti deteriorati netti, 81 miliardi, il 4,4 per cento dei prestiti totali, riguardano crediti in sofferenza, a fronte dei quali le banche detengono garanzie reali per oltre 90 miliardi e personali per quasi 40. Vi sono poi 92 miliardi di altre esposizioni deteriorate, già svalutate per circa un terzo del valore nominale. Viene anche sottolineato che “tre quarti delle sofferenze nette sono detenuti da banche le cui condizioni finanziarie non impongono di cederle immediatamente sul mercato”, mentre quelle in capo a banche in difficoltà che possono essere costrette a disfarsene rapidamente “ammontano a circa 20 miliardi”. Ma è importante sottolineare che “i valori ai quali i crediti in sofferenza sono iscritti nei bilanci sono in linea con i tassi di recupero effettivamente osservati negli ultimi dieci anni. Se fossero venduti ai prezzi molto bassi offerti dai pochi grandi operatori specializzati oggi presenti sul mercato, che ricercano tassi di profitto molto elevati, l’ammontare di rettifiche aggiuntive sarebbe dell’ordine di 10 miliardi”. In sostanza, se questi 20 miliardi in bilico fossero venduti ai prezzi di mercato, le banche titolari dovrebbero soffrire una perdita da 10 miliardi che probabilmente, essendo già in crisi, le manderebbe al tappeto.

Le sofferenze possibili dei tedeschi. Moody’s ha rilasciato uno studio molto interessante sul sistema bancario europeo e giapponese confrontandolo con quello americano. Tema: la divergenza degli andamenti bancari al divergere della politica monetaria. Tema attualissimo, visto che la biforcazione dei tassi Usa da quelli euro giapponese ormai dura da più di un anno e sta iniziando a svolgere i suoi effetti.

Come si osserva le banche Usa hanno tutto da guadagnare dal rialzo dei tassi. Hanno una bassa quota di asset a reddito fisso, rispetto alle colleghe europee e una minore sensitività, sul lato dei debiti, ai cambiamenti del tasso di interesse, mentre ce l’hanno molto elevata sul lato degli asset. Tutto questo impatta sul ROE, ossia il ritorno sugli asset che quota il doppio, ad esempio, rispetto alle banche tedesche. E sono proprio queste ultime quelle che soffrono di più. Adesso perché i tassi sono bassi. Domani, quando verranno rialzati, e Moody’s ipotizza da metà 2019, perché alcuni di loro, e in particolare le casse di risparmio e le banche cooperative, rischiano di pagare un prezzo salato per il funding che supererà il vantaggio che avranno sul lato degli asset dall’aumento dei tassi attivi. Non sono sole. Anche alcune banche francesi e svizzere sono in questa situazione. Quelle italiane non lo sappiamo. Moody’s non le considera. Forse perché non parliamo inglese.

Attenzione all’export. L’Istat di recente ha rivisto al rialzo il dato del Pil del primo trimestre 2017, praticamente raddoppiandolo rispetto alla prima stima diffusa il 16 maggio 2016. Su base trimestrale il dato è stato portato allo 0,4%, su base annuale all’1,2%. Pochi si sono soffermati ad osservare in che modo le diversi componenti che formano l’aggregato abbiano contribuito alla sua formazione. E invece è un’informazione utile da conoscere per poter calibrare le politiche economiche. Istat spiega che “la domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito per 0,3 punti percentuali alla crescita del PIL (0,3 i consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private (ISP), 0,1 la spesa della Pubblica Amministrazione (PA) e -0,1 gli investimenti fissi lordi). Anche la variazione delle scorte ha contribuito positivamente alla variazione del PIL (0,4 punti percentuali), mentre l’apporto della domanda estera netta è stato negativo per 0,2 punti percentuali”. Quest’ultimo dato è un campanello d’allarme che non si dovrebbe sottovalutare. Come era stato previsto da molti, una crescita della componente interna viene pagata da un calo della componente estera. Si dirà che l’importante è che il totale sia positivo. Ma non bisogna ignorare il segnale. L’export è stato il nostro cavallo di battaglia finora. E forse dovremmo porci come obiettivo il far crescere gli investimenti capaci di migliorare i nostri saldi esteri, oltre al semplice perseguimento della crescita della domanda interna. Siamo l’Italia, non la Germania che ha attivi da spendere.

L’Europa cinese. Senza troppa enfasi sugli organi di informazione, l’1 e il 2 giugno si è svolto un summit a Bruxelles fra la Ue e la Cina, ennesimo momento di avvicinamento fra i due continenti dove si è trattato di questioni complesse, fra le quali lo status di economia di mercato della Cina. Questioni che non possono essere sottovalutate, specie in un mondo che si dice multipolare e che sta assistendo alla nascita di una nuova superpotenza che sta proprio sul fianco dell’Europa. Eurostat ci ricorda quanto siano profondi e pervasivi i legami fra l’Europa e i cinesi.

Notate che la Germania è uno dei pochi stati europei ad avere surplus sul conto delle merci nei fronti dei cinesi. L’europa cinese, vuoi o non vuoi, deve parlare pure un po’ di tedesco.

Cronicario: Ma l’Alitaglia arriva in Qatar?

Proverbio del 6 giugno La luna e l’amore quando non crescono calano

Numero del giorno: 32 Manifestazioni di interesse per acquisto Alitalia

Oggi siamo tutti qatariani. La Guerra del Golfino ha germinato una pletora d’illustri, tutti a mettere in guardia che il Qatar qua, il Qatar là, con l’inevitabile chiosa che “se l’accusa di sostenere il terrorismo fosse vera”…

Nell’attesa che ce lo spieghino – qualcuno con sommo sprezzo del ridicolo ha pure chiesto un’indagine dell’Onu – meglio ricordarci che i nostri chiarissimi amici del Qatar “hanno dato a noi tanto e hanno avuto totale rispetto del management, dei creativi e ci hanno supportato finanziariamente”. A noi sarebbero quelli di Valentino, come spiega l’ad che magnifica i suoi azionisti di controllo mentre il ministro Del Rio auspica che la guerra del Golfino non pregiudichi l’operazione in cottura che prevede l’integrazione fra Meridiana e Qatar Airways, che già aveva turbato i sonni di Vito Riggio dell’Enac. che giusto oggi parlava di “tema di grande delicatezza” eccetera eccetera.

Certo, sarebbe proprio un peccato che proprio adesso che “l’economia italiana accelera trainata dai consumi e dalla crescita dei settori dei servizi”, come dice Istat, venga fuori questa roba del Golfo…

Ma a proposito di aerei, proprio oggi si viene a sapere che ci sono ben 32 manifestazioni di interesse per Alitalia, la qualcosa è di per sé una notizia stupefacente. Addirittura 32 possibili compratori per una compagnia che ha dimostrato di avere un talento invidiabile nel bruciare denaro.

Non mi sfugge invece il fatto che chiunque si comprerà l’Alitalia dovrà imporle una robusta cura dimagrante. Anzi, il vostro Cronicario preferito è pure in grado di rivelarvi il nuovo nome della ex compagnia di bandiera:

Sta a vedere che finiscono in Qatar.

A domani.

Se le banche UK perdono il passaporto

Il nuovo governo che sarà scelto dai britannici dopo le elezioni del prossimo 8 giugno si troverà di fronte a uno scenario sostanzialmente definito quanto ai tempi di codifica della Brexit – che si prevede divenga operativa alla fine di marzo del 2019 – mentre rimane sostanzialmente oscuro il quadro negoziale che si andrà a comporre una volta che il nuovo governo Uk si siederà al tavolo con l’Ue. Si prevede che la prima riunione arrivi già questo mese, ma sarà interessante capire quali saranno gli orientamenti del nuovo governo britannico sul tipo di intesa per la quale si andrà a negoziare.

La vicenda riguarda in primo piano il popolo del Regno Unito, com’è noto, ma anche noi che con loro abbiamo notevoli interessi in comune. Noi italiani meno di altri, come di recente ha mostrato Bankitalia in uno dei suoi bollettini economici, ma comunque rilevanti sia sul versante commerciale che finanziario. In teoria si possono immaginare quattro tipi di scenario per l’UK: aderire allo spazio economico europeo, partecipare a una unione doganale, siglare intese bilaterali oppure non fare nessun accordo. In questo caso varrebbero le regole del WTO che prevedono l’applicazione di tariffe bilaterali sulla base della clausola di nazione più favorita. Senonché, spiega Bankitalia in un approfondimento contenuto nella sua ultima Relazione annuale, “la lettera di notifica del governo britannico, nell’indicare quale obiettivo per il Regno Unito il mantenimento di un rapporto speciale con la UE attraverso il raggiungimento di un accordo bilaterale di ampia portata sul commercio di beni e servizi, esclude tuttavia l’ipotesi di una partecipazione allo spazio economico europeo o all’unione doganale. Restano pertanto aperte solo le ultime due possibilità sopra descritte”. Ricordo ai meno appassionati che lo spazio economico europeo è costituito dagli Stati membri della UE insieme a Liechtenstein, Norvegia e Islanda, ed estende a questi tre paesi il mercato unico dell’Unione e le sue quattro libertà fondamentali (libera circolazione di merci, servizi, capitali e persone). L’unione doganale, a sua volta, è un fondamento essenziale della UE e del mercato unico. Il principio fondamentale è non esistono dazi alle frontiere interne della UE, mentre alle importazioni dall’esterno si applica una tariffa doganale comune. All’unione doganale della UE partecipano anche Turchia, Andorra e San Marino.

Il Consiglio europeo, il 29 aprile scorso, ha recepito la notifica di recesso del governo britannico, e ha adottato gli orientamenti di base che compongono il mandato affidato alla Commissione per negoziare l’uscita. E mentre la priorità dell’UK è quella di arrivare a un accordo commerciale, quella dell’Ue è quella di arrivare a “un’uscita ordinata dalla UE, definendo tra l’altro garanzie reciproche per salvaguardare i diritti dei cittadini europei e britannici interessati dal recesso e la liquidazione di tutte le obbligazioni finanziarie per il Regno Unito derivanti dal periodo della sua appartenenza all’Unione”.

Ma il problema è il futuro, incerto di suo e ancor di più a fronte del cambiamento del quadro di regole che finora ha retto le relazioni fra Ue e Uk. Bankitalia osserva che finora il referendum non ha sortito gli effetti temuti sull’economia britannica, che ha probabilmente beneficiato degli allentamenti monetari. Non c’è stata nessuna crisi di fiducia e la svalutazione, che c’è stata e robusta, ha finito con il favorire le dinamiche inflazionistiche. Secondo la BoE i prezzi al consumo accelereranno al 2,8% nel quarto trimestre di quest’anno. Rimane il problema che definire il quadro di regole avrà necessariamente un impatto sull’interscambio di merci e servizi che sarà differente a seconda del contesto che si andrà a definire. Bankitalia fa un esempio. “Se si ipotizzasse ad esempio l’adozione da parte del Regno Unito di un sistema di tariffe identico a quello applicato dalla UE nei confronti dei paesi terzi, le esportazioni britanniche, tenendo conto della composizione settoriale dell’interscambio commerciale, sarebbero assoggettate a un dazio medio del 3,9 per cento”.

Ma soprattutto “il recesso del Regno Unito potrebbe avere un impatto estremamente significativo nel settore dei servizi finanziari, particolarmente rilevante per l’economia britannica”. Un mancato accordo, infatti, condurrà alla revoca del cosiddetto passaporto unico, in base al quale le banche autorizzate a operare in uno stato membro lo sono anche in tutti gli altri dell’Ue. E poiché oggi molti gruppi bancari operano a Londra attraverso le proprie filiali, con la perdita del passaporto unico ognuna di queste filiali dovrà contrattare singolarmente con gli stati membri per proseguire la propria operatività. “Un’altra questione rilevante per la piazza
finanziaria londinese – sottolinea – riguarda eventuali pressioni per lo spostamento dell’attività di compensazione degli strumenti finanziari denominati in euro, attualmente eseguita in larga parte, soprattutto per i derivati over-the-counter, presso controparti centrali insediate nel Regno Unito”. Insomma, vengono messe in discussione banche e finanza, il cuore pulsante dell’UK. E’ questo che c’è in gioco con la Brexit. Assai più che il commercio di beni.

 

Cronicario: Scoppia la guerra del Golfino

Proverbio del 5 giugno Lo stolto, pur di non rischiare, non tenta mai nulla

Numero del giorno: 2,7 Crescita pil prevista da Banca mondiale nel 2017

Ditemi voi se si può iniziare un lunedì mattina, che uno parte già rincoglionito dopo l’ennesimo ponte, con questa roba:

Che, che che? Si il Qatar tuttodunotratto ha fatto incazzare mezzo Medio Oriente. Se guardate una mappa dell’area vi fate un’idea più chiara.

No lo vedete il Qatar? Spetta..

Ecco ora lo vedete: è quello spuntone di sabbia che si affaccia sul Golfo Persico, già teatro di grandi e magnificenti guerre di fronte alla quale il ban sul Qatar impallidisce di vergogna. La guerra del Golfo si è ridotta a quella del Golfino.

Senonché c’è poco da ridere. A parte il fatto che i poveri qatariani rischiano di rimanere a stomaco vuoto, visto che il Medio Oriente fornisce il 49% delle importazioni di cibo, buona parte del quale dal confine Saudita, ora chiuso,

lo spuntone laggiù è uno dei paesi più ricchi del mondo, nonché notevole esportatore di materie prime e dotato di un fondo sovrano a dir poco pingue che ha un qualche interesse anche dalle nostre parti.

Che ne sarà di noi? Si chiedono gemendo e contriti gli osservatori made in Italy. Probabilmente nulla. Peraltro stamattina il petrolio è salito di un’anticchia, salvo poi tornare dov’era e per giunta calare. Perciò quest’argomento lo consegnamo al cazzeggio degli sedicenti analisti e andiamo oltre. C’è vita fuori dal Golfino.

Ad esempio se andiamo giusto un filo più a Oriente troviamo la nostra amatissima Cina, fresca di litigio con l’Ue sulla questione MES, ossia lo status di economia di mercato che Bruxelles avrebbe dovuto riconoscerle, dove qualcuno osserva una crescere dei deflussi nel mese di aprile.

 

Sarà mica che gli investitori tornano a riprezzare il rischio cinese? O, più probabilmente, hanno di meglio da comprare. Per dire, c’è quella roba che si chiama Bitcoin che sta arrivando al record di tutti i tempi scrivendo un nuovo capitolo del lunghissimo libro dedicato alle sòle finanziarie iniziato – grossomodo – con la mania dei tulipani scoppiata in Olanda nel XVII secolo.

Ma d’altronde pure da noi c’è poco da ridere. La borsa cala dell’1% mentre scrivo e si litiga sulla questione dell’Ilva, con le varie cordate a disputarsi il cadavere. Ma la vera notizia arriva dal MEF. Nei primi quattro mesi del 2017 le entrate fiscali sono aumentate del 2,2% rispetto allo stesso periodo del 2016. Una robetta da quasi 125 miliardi. Ed ecco un’altra cosa che in Italia cresce sempre, come le pensioni.

A domani.

Dal 2012 The Walking Debt ha regalato oltre 1.000 articoli e diversi libri a tutti coloro che hanno avuto la cortesia di seguirci. Adesso stiamo lavorando al progetto Crusoe e vi chiediamo di continuare a seguirci partecipando alla sua crescita e al suo sviluppo. Sostenere Crusoe significa sostenere l’idea di informazione basata sul rapporto con le persone e senza pubblicità. Per sostenerci basta molto poco, e si può fare tanto. Tutte le informazioni le trovi qui.

C’è troppa globalizzazione o troppo poca?

Nel tempo in cui la globalizzazione, intesa come internazionalizzazione delle risorse e dei commerci, finisce all’indice, accusata com’è di terribili nefandezze, è interessante leggere un approfondimento che l’Istat ha dedicato alle nostre imprese esportatrici che ha il pregio di provocare domande, assai più che fornire risposte. Queste ultime qualcuno le troverà facendo leva sulle proprie convinzioni – fonte purtroppo di tanti luoghi comuni – oppure coltivando il dubbio, che poi dovrebbe essere l’esercizio preferito di chi è interessato a comprendere piuttosto che a pontificare.

Il tema è interessante perché il nostro export, pure se ancora sottotono rispetto ai primi anni 2000 (vedi grafico), è stato di fatto il settore che ha consentito la tenue ripresa degli ultimi anni e la sostanziale tenuta dei nostri conti esteri. Osservare quindi come la crisi abbia mutato le dinamiche delle nostre imprese esportatrici è un ottimo esercizio per capire come questo mutamento sia servito a dare sostanza alla nostra ripresa.

Istat premette che le dinamiche della crisi “hanno favorito un generale consolidamento delle condizioni economico-finanziarie del sistema, a seguito di un processo di selezione che ha prodotto una ricomposizione del tessuto di imprese a favore di quelle finanziariamente più solide”. Inoltre “la capacità di vendere sui mercati esteri ha rappresentato un fattore fondamentale sia per la sopravvivenza, sia per la competitività delle imprese italiane. Con il perdurare della crisi, tuttavia, oltre alla capacità di esportare, per le imprese è divenuto cruciale sia intensificare gli scambi con l’estero (una quota elevata di fatturato esportato è indicativa di
una minore dipendenza dal mercato interno) sia, soprattutto, stimolare una evoluzione nelle forme di partecipazione ai mercati internazionali. Con riferimento a quest’ultima circostanza, in particolare, l’adozione di forme di internazionalizzazione più complesse – che ad esempio contemplino un’ampia diversificazione geografica dei propri mercati o affianchino all’attività di export anche quella di import – si è accompagnata a performance generalmente migliori in termini di creazione di occupazione e valore aggiunto”.

Cosa significa? Qualche premessa metodologica è necessaria per comprendere l’analisi. Istat ha classificato le imprese esportatrici misurando il loro grado di sostenibilità delle condizioni di redditività, solidità e liquidità, e poi ha monitorato l’andamento di questi indicatori al variare delle forme di internazionalizzazione che le imprese si sono date, “esaminando in particolare se a determinati cambiamenti nelle modalità con cui le imprese partecipano ai mercati esteri abbiano corrisposto mutamenti nell’articolazione geografica e merceologica della loro attività internazionale, alla ricerca di una domanda (interna ed eventualmente
estera) perduta”. Per dirla con semplicità, lo scopo dell’analisi era quello di osservare le performance aziendali in correlazione col grado di globalizzazione raggiunto.

La classificazione ha consentito di identificare tre tipologie di imprese: quelle in salute, quelle fragili e quelle a rischio, la cui quota relativa è ovviamente mutata nel tempo. Quando si verifica il collasso del commercio degli anni 2008-9 le imprese in salute, che erano in maggioranza, perdono il loro vantaggio iniziale e anzi diventano imprese esportatrici a rischio. Nella seconda fase della recessione, quando la domanda estera riprende a trainare e quella interna si indebolisce, aumentano le imprese esportatrici in salute e vengono riassorbite quelle a rischio. Alla fine del periodo osservato, le aziende più internazionalizzate in salute superano in quota quelle a rischio “fornendo un’ulteriore conferma dell’importanza della partecipazione ai mercati esteri per la solidità e la competitività delle imprese italiane nei difficili anni della seconda recessione”.

Nel biennio successivo, quindi fra il 2014 e il 2016 la domanda estera rallenta e tuttavia le imprese più robuste si dimostrano capaci di sovra-performare le loro esportazioni. Tale risultato è legato “anche alle strategie delle imprese in termini di
diversificazione dei mercati di destinazione e dei prodotti esportati. In particolare, all’aumentare del numero di aree di sbocco delle esportazioni si associa un netto miglioramento dello stato di salute economico-finanziaria”. In pratica, “tra le imprese esportatrici che presentano il massimo grado di diversificazione geografica, un’impresa su due gode di un buono stato di salute economico-finanziaria”. Più l’impresa diventa global, come la definisce Istat, meno si trova esposta alla fragilità.

Diventa perciò interessante osservare questa popolazione di imprese. Istat osserva che “le unità internazionalizzate alla fine della seconda recessione sono poco più di 240 mila, impiegano quasi 5 milioni di addetti e producono oltre 360 miliardi di valore aggiunto”. E’ anche utile sapere che “tra queste, la forma di partecipazione più frequente agli scambi internazionali è di tipo “passivo”: la classe più numerosa (poco più di 100 mila unità, il 42,2 per cento del totale) è infatti quella delle imprese che svolgono esclusivamente attività di importazione, ma queste spiegano complessivamente un quinto degli addetti e del valore aggiunto”. Questa tabella riepiloga il censimento svolto da Istat.

L’istituto ricorda che “all’aumentare del grado di complessità delle forme di internazionalizzazione si associa, in media, un aumento della dimensione, della
produttività del lavoro, del grado di apertura e di diversificazione produttiva e geografica”. Nel 2014 le imprese più “global” rappresentavano il 77,4% dei 369,5
miliardi di esportazioni generati da tutte le imprese esportatrici considerate. Mediamente esportavano più di 27 prodotti in quasi 32 paesi appartenenti a più di sette aree del mondo. Nello stesso anno queste imprese ricavavano in media dalle
vendite oltre confine quasi il 40% del proprio fatturato totale.

Alla fine del periodo “più di 190 mila unità (il 78,2%) hanno mantenuto invariata nei due anni la propria modalità di internazionalizzazione. Poco meno di 30 mila (il 12,2%) si sono spostate verso forme più articolate, a fronte di circa 23 mila unità (il 9,6 per cento) passate a modalità meno complesse. Nel periodo considerato si è verificato quindi un generale spostamento netto verso forme più complesse di partecipazione ai mercati esteri”. Le imprese italiane esportatrici più dinamiche, insomma, sembrano aver imparato la lezione impartita dalla crisi. La sintesi è visibile da questo grafico. Le imprese con forme di internazionalizzazione più complesse e articolate hanno funzionato meglio. L’esperienza perciò mostra che gli imprenditori dovrebbero chiedere più globalizzazione, non meno. Rimane da capire se lo stesso vale per i lavoratori. Ma questo è tutto un altro discorso.

Dal 2012 The Walking Debt ha regalato oltre 1.000 articoli e diversi libri a tutti coloro che hanno avuto la cortesia di seguirci. Adesso stiamo lavorando al progetto Crusoe e vi chiediamo di continuare a seguirci partecipando alla sua crescita e al suo sviluppo. Sostenere Crusoe significa sostenere l’idea di informazione basata sul rapporto con le persone e senza pubblicità. Per sostenerci basta molto poco, e si può fare tanto. Tutte le informazioni le trovi qui.

Il nuovo numero di Crusoe: Il lavoro e il reddito degli italiani

Il capitolo quattro e cinque del Rapporto annuale Istat trattano del mercato del lavoro e della distribuzione del reddito nel nostro paese. In sostanza tratteggiano il quadro economico nel quale si agitano le famiglie italiane, articolate secondo la suddivisione in gruppi che abbiamo visto nel numero della scorsa settimana. I due capitoli contengono una mole notevolissima di informazioni, che abbiamo pensato fosse utile semplificare estraendo i passaggi più interessanti e riducendola ai suoi elementi essenziali, in modo da offrire nel numero speciale di questa settimana una sorta di lettura ragionata che conclude il lungo approfondimento dedicato a questo documento. Buona lettura.

Ci rivediamo il 9 giugno.

Cartolina: Un americano a Pechino

C’è stato un tempo nel quale i cinesi giravano in bicicletta perché ignoravano le gioie del Capitale e del consumo compulsivo. Quest’ultimo allignava in Occidente, sebbene l’Oriente fin dai tempi della storia, fosse famoso per la sua opulenza e le sue ostentazioni. Poi la storia è cambiata e adesso i cinesi stanno in coda dentro chilometri di automobili, proprio come noi, e, autentica novità, hanno imparato meglio dei maestri occidentali a spendere senza ritegno. Tant’è vero che in trent’anni hanno triplicato i loro debiti privati rispetto al pil; che poi, essendo cinesi, è facile che questi vizi privati siano pubblici. In questa meravigliosa evoluzione la Cina si è lasciata alle spalle non solo le altre economie emergenti, assai più sparagnine, ma anche il Giappone, autentico avanguardista dell’Occidente, l’Europa e soprattutto gli americani. Costoro anzi hanno la minor quota di debito privato dell’Occidente. Forse perché adesso abitano a Pechino.

Cronicario: L’Istat rivede il Pil e quello raddoppia

Proverbio dell’1 giugno Il nemico dell’uomo è la sua lingua

Numero del giorno: 3,9 Tasso di disoccupazione in Germania ad aprile 2017

E siccome ci avviciniamo all’ennesimo ponte di questo fortunato 2017, l’Istat ci ha fatto il migliore dei regali possibili. Ha rivisto il dato del Pil del primo trimestre che era, lo ricorderete, lo 0,2% in più del trimestre precedente. E sarà il fatto che l’ha visto di nuovo, ma quello, per uno di quei miracoli della statistica, è raddoppiato: è arrivato allo 0,4%.

Ora siamo tutti chiaramente più felici. Quel sorriso improvviso che vi ha increspato l’incazzatura, intorno alle 10.15 del mattino, quando Istat ha diffuso la nota, adesso lo sapete cosa l’ha provocato. Vi stupirete, ma la notizia ha avuto un’immediata eco internazionale. Non vi sentite strani. Tutti hanno iniziato a vedere rosa. Anzi verde.

L’istituto francese di statistica, cui dobbiamo queste pregevole sintesi cromatica starà di sicuro preparando un aggiornamento della mappa, visto che su base annuale siamo già arrivati all’1,2%, persino più della Francia.

E’ interessante osservare le grida di giubilo che si sono levati negli ambienti governativi. Una sorpresa così bella non arrivava dai tempi della nascita di Babbo Natale. Alcuni volenterosi hanno persino costruito una disegnino per farci capire quanto siamo fortunati ad avere il governo che abbiamo.

Il sottotitolo è che dovremo pure sperare di tenercelo.

Ora, siccome è giovedì pre ponte e sempre l’Istat doveva scaricare le ultime cartucce, ci ha pure lanciato una release dedicata al mattone dove dice che le compravendite immobiliari sono cresciute col botto nel 2016. L’ultimo trimestre dell’anno scorso esibisce un aumento del 10,3 rispetto allo stesso trimestre 2015 pure se a fronte di un calo del 2,1% sul terzo trimestre 2016. In totale, il numero delle compravendite 2016 è stato superiore del 17% rispetto al 2015. E qui ci fermiamo perché di troppe buone notizie si può morire.

Anche perché c’è altro che bolle in pentola che devo assolutamente dirvi prima di liquefarmi mentre attraverso il ponte col sole a picco. E la prima cosa che dovete sapere è che Mister Weidmann, il boss della Buba e prossimo (papabile va) boss della Bce, ha detto amabilmente che è ora di finirla con i tassi rasoterra. Dov’è la notizia, diranno i più svegli: molti tedeschi, e Weidmann è un capofila, non fanno altro che ripetere questa cosa. Però, siccome c’è il ponte e poi mi liquefaccio fino a lunedì, mi sembra gentile offrirvi uno stimolo di riflessione prendendo spunto da un illuminante report di Moody’s sul sistema bancario di alcuni paesi. Il nostro non c’è perché non parliamo inglese.

E cosa dice l’agente di rating? Che intanto le banche soffrono per i tassi bassi. Ma poi, una volta che verranno alzati soffriranno ancor di più. “Germany’s savings and co-operative banks, France’s mutualist groups and Switzerland’s cantonal and regional banks would be more exposed to a reversal of interest rates”. Mica devo tradurre no?

Infine, vi saluto con una spiegazione Made in Eurostat del perché noi e i cinesi siamo condannati a piacerci, che cade a fagiolo visto che siamo in pieno summit, oggi e domani, a Bruxelles con i figli dell’Oriente.

Non siete ancora convinti? Ne riparliamo dopo.

A lunedì.

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Visco riscrive la storia delle sofferenze bancarie

La narrazione pubblica dedicata alle sofferenze bancarie si è arricchita di un nuovo capitolo dopo la pubblicazione delle ultime considerazioni finali del governatore di Bankitalia. Capitolo importante, vuoi perché mette ordine sulla questione delle cifre in gioco, che così tanto inchiostro hanno fatto versare ai commentatori e agli analisti di cose finanziarie, e vuoi perché la racconta dall’inizio e ipotizza anche una fine, pubblicando anche un interessante serie storica che mostra (vedi grafico) come la situazione delle sofferenze bancarie di oggi sia persino migliore di quanto non fosse nella seconda metà degli anni ’90. Circostanza utile da ricordare per la semplice ragione che mostra come si possa uscire da un situazione difficile senza strapparsi troppi capelli, a patto però di avere le idee chiare e una strategia intelligente. E questo semmai è il problema.

La nuova narrazione di Visco parte da alcuni dati di fatto. Dopo l’esplodere della prima crisi finanziaria, quella del 2008, “il sostegno finanziario fornito dai governi alle banche è stato in molti paesi considerevole” “A conti fatti ci si accorse che “alla fine del 2011 l’impatto sul debito pubblico degli aiuti ammontava al 48 per cento del prodotto in Irlanda, all’11 in Germania, al 7 nei Paesi Bassi e in Belgio. In Italia l’incidenza era pari allo 0,2 per cento del Pil, riflettendo la ridotta esposizione delle banche ai prodotti di finanza strutturata che avevano dato origine alla crisi finanziaria”. Ed è a questo periodo che risale la vulgata secondo la quale le banche italiane si erano “salvate” dalla crisi perché non parlavano inglese. Un modo simpatico per dire che non erano esposte ai prodotti tossici, per lo più made in Usa, che avevano inquinato le altre banche europee.

Senonché, dopo la crisi dei subprime è arriva l’altra, quella iniziata nel 2010, denominata del debito sovrano che ha messo in discussione il funzionamento dell’area monetaria e ha visto esplodere la crisi greca. “Le difficoltà sul mercato dei titoli di Stato si estendevano alle banche, il cui merito di credito veniva assimilato a quello dei rispettivi paesi; la conseguente restrizione dell’offerta di credito contribuiva
all’avvio di una nuova fase recessiva; emergevano timori di reversibilità della
moneta unica”. Così la ricorda il governatore.

Le politiche di austerità, decise in conseguenza, e “l’assenza di un bilancio comune” che “impediva un’azione sovranazionale che compensasse il forte impulso pro-ciclico delle politiche nazionali” determinarono un rapido peggioramento delle condizioni economiche. Sempre pro memoria, “in Italia le condizioni macroeconomiche si deterioravano rapidamente, ben oltre le proiezioni nostre e dei principali organismi internazionali. Per il biennio 2012-13, a gennaio del 2012 prevedevamo un calo del prodotto dell’1,5 per cento (dello 0,4 in uno scenario meno sfavorevole); in estate la
stima della riduzione passava al 2,2 per cento; a consuntivo si registrava una
diminuzione del 4,5 per cento”.

Fu questa seconda sberla a fare esplodere il problema delle sofferenze. In quel momento l’Italia avrebbe dovuto comportarsi similmente a come avevano agito gli altri paesi europei dopo la crisi del 2008. Ma non se lo poteva permettere. “Alla fine del 2011 le sofferenze nette delle banche italiane erano pari al 2,9 per cento del totale dei prestiti. Un intervento “di sistema” sui crediti deteriorati, con un importante contributo pubblico sulla falsariga di quanto era avvenuto in altri paesi, non appariva giustificato, né possibile”. Non appariva giustificato perché nessuno si aspettava un crollo come quello registrato: “Le previsioni macroeconomiche formulate nel corso del 2012 erano ben più favorevoli dei risultati poi conseguiti”. E più avanti “un intervento dello Stato sui crediti deteriorati non appariva compatibile con le condizioni di finanza pubblica”.

La situazione peggiorò rapidamente con l’aggravarsi della crisi: “Il conseguente aumento dei fallimenti d’impresa e della disoccupazione ha alimentato la crescita delle sofferenze nette, che raggiungevano il 4,8 per cento dei crediti nel 2015”. Ma già dal 2013, quando i mercati dei titoli di stato si era stabilizzato, sarebbe stato auspicabile “la costituzione di una società di gestione degli attivi bancari deteriorati con supporto pubblico”, che però “è stata tuttavia impedita dagli orientamenti in materia di aiuti di Stato assunti dalla Commissione europea a metà del 2013”. Non è colpa nostra, insomma, ci disegnano così.

Adesso l’ipotesi bad bank è tornata d’attualità. Sarebbe una “una misura potenzialmente utile, a condizione che il prezzo di trasferimento degli attivi non sia distante dal loro reale valore economico, che l’adesione allo schema da parte degli intermediari avvenga su base volontaria, che le caratteristiche dei piani di ristrutturazione delle banche partecipanti siano ben definite ex ante”. Purché si decida in fretta.

Rimane la questione dei numeri. Visco riporta che alla fine del 2016 i crediti deteriorati iscritti nei bilanci, al netto delle rettifiche di valore, erano pari a 173 miliardi, pari al 9,4% dei prestiti complessivi. Visco sottolinea che “l’ammontare di circa 350 miliardi, spesso citato sulla stampa, si riferisce al valore nominale delle esposizioni e non tiene conto delle perdite già contabilizzate nei bilanci; esso non è
pertanto indicativo dell’effettivo rischio che grava sulle banche”.

Visco ricorda altresì che “dei 173 miliardi di crediti deteriorati netti, 81 miliardi, il 4,4 per cento dei prestiti totali, riguardano crediti in sofferenza, a fronte dei quali le banche detengono garanzie reali per oltre 90 miliardi e personali per quasi 40. Vi
sono poi 92 miliardi di altre esposizioni deteriorate, già svalutate per circa
un terzo del valore nominale”. Il che sembra ridurre di molto il problema. E questo probabilmente è uno degli scopi della narrazione. Infatti viene anche sottolineato che “tre quarti delle sofferenze nette sono detenuti da banche le cui condizioni finanziarie non impongono di cederle immediatamente sul mercato”, mentre quelle in capo a banche in difficoltà che possono essere costrette a disfarsene rapidamente “ammontano a circa 20 miliardi”. Ma è importante sottolineare che “i valori ai quali i crediti in sofferenza sono iscritti nei bilanci sono in linea con i tassi di recupero
effettivamente osservati negli ultimi dieci anni. Se fossero venduti ai prezzi molto bassi offerti dai pochi grandi operatori specializzati oggi presenti sul mercato, che ricercano tassi di profitto molto elevati, l’ammontare di rettifiche aggiuntive sarebbe dell’ordine di 10 miliardi”. In sostanza, se questi 20 miliardi in bilico fossero venduti ai prezzi di mercato, le banche titolari dovrebbero soffrire una perdita da 10 miliardi che probabilmente, essendo già in crisi, le manderebbe al tappeto. E questa è la morale della nuova narrazione sulle sofferenze bancarie. Rischia di venire fuori la necessità di altri salvataggi in stile Mps. Tenete stretto il portafogli.

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Cronicario: Se mio nonno aveva tre palle era Visco

Proverbio del 31 maggio Ogni occhio ha il suo sguardo

Numero del giorno 1,4 Stima preliminare Istat inflazione a maggio

E’ giorno di messa cantata, pure se canta solo uno e gli altri lo adorano in religioso silenzio, come si addice al monologo annuale del papa del dio denaro: il governatore della Banca d’Italia.

Papa, poi, che esagerazione. Da quando c’è la Bce, al massimo fa il cardinale. Epperò l’assise rimane perché siamo amanti della tradizione e c’è gente che fa le carte false ogni anno (o al limite i bilanci) per essere invitata ad ascoltare, misurandosi l’importanza protocollare dai centimetri di distanza dal leggio del governatore.

Esaurite le questioni di forma, e assodato che l’adunanza di Bankitalia concorre col primo maggio  e il 25 aprile a definire l’identità del paese, ho scorso in lungo e largo le illuminate Considerazioni Finali (maiuscolo, mi raccomando) provando a misurare la mia piccola intelligenza col gigantesco metro del dominus di via Nazionale, un indirizzo che è già un destino. Ne sono uscito sfinito, ma almeno e ne ho tratto alcune perle che dovete assolutamente conoscere.

Perla numero 1: “Negli ultimi sei anni gli interventi di politica monetaria mirati a
contrastare la crisi finanziaria, quella dei debiti sovrani e i rischi di deflazione
hanno inciso profondamente sulla dimensione e sulla struttura del bilancio
della Banca d’Italia. L’attivo è aumentato di oltre 440 miliardi, raggiungendo
i 774 miliardi. Il portafoglio di titoli detenuti per fini di politica monetaria è salito da 18 a 245 miliardi. Il rifinanziamento alle banche è aumentato di 157 miliardi”. Che vuol dire? che i debiti della Banca d’Italia stanno sostenendo il bilancio dello stato e quello delle banche. Nulla di strano: si chiama QE, quantitative easing.

Di buono c’è che in conseguenza della perla numero 1, Bankitalia ha restituito sotto forma di utile sui titoli 2,2 miliardi, oltre a 1,3 miliardi di imposte. Se vi sembra strano che i debiti di una banca sostengano quelli di un governo e alla fine generino utili per il governo stesso, vuol dire che siete poco addentro ai misteri gioiosi del central banking.

Ma non preoccupatevi: si vive benissimo anche senza.

Perla numero 2. “La politica monetaria non può da sola garantire il ritorno a una crescita stabile e sostenuta. I problemi strutturali delle economie nazionali vanno
affrontati accelerando i necessari interventi di riforma. Dove il debito è particolarmente elevato deve proseguire con decisione il consolidamento
dei conti pubblici, orientando la composizione del bilancio in modo più favorevole alla crescita; dove è più contenuto, è possibile sostenere la domanda interna, in particolare con investimenti in infrastrutture, evitando un livello eccessivo della posizione netta sull’estero, tale da fornire argomenti a sostegno di interventi di protezione commerciale”. E qua Visco parla a noi – quelli del consolidamento – e ai tedeschi, che fanno incazzare gli americani con i loro attivi commerciali e li spingono al protezionismo. La perla numero 2 porta con sé un corollario altresì imperdibile: “Agli attuali ritmi di crescita il Pil tornerebbe sui livelli del 2007 nella
prima metà del prossimo decennio”.

Perla numero 3. “Per il biennio 2012-13, a gennaio del 2012 prevedevamo un calo del prodotto dell’1,5 per cento (dello 0,4 in uno scenario meno sfavorevole); in estate la stima della riduzione passava al 2,2 per cento; a consuntivo si registrava una diminuzione del 4,5 per cento. Al risultato contribuivano la decelerazione del
commercio internazionale e il crollo della fiducia nelle prospettive dell’area dell’euro, che amplificavano gli effetti della stretta creditizia e della correzione di bilancio”. Morale della perla: le previsioni del tempo sono più accurate di quelle degli economisti.

Perla numero 4. “Dal 2008 l’incremento del rapporto tra debito e PIL è stato essenzialmente determinato dalla dinamica sfavorevole di quest’ultimo. Se il prodotto fosse cresciuto in termini reali al tasso medio, pur contenuto, degli anni compresi
tra l’avvio dell’Unione economica e monetaria e l’inizio della crisi finanziaria e
se l’aumento del deflatore fosse stato in linea con l’obiettivo di inflazione della
BCE, per il solo effetto di un denominatore più elevato il rapporto tra debito
e prodotto sarebbe oggi analogo a quello del 2007”. Lo so che vi risulta criptico, ma adesso Visco ce lo spiega meglio. Più avanti infatti dice che se ci fosse “un tasso di crescita annuo intorno all’1 per cento, l’inflazione al 2 per cento e un saldo primario (ossia al netto degli interessi) in avanzo del 4 per cento del Pil, sostanzialmente in linea con il quadro programmatico del governo, ciò consentirebbe di ricondurre il rapporto tra debito e prodotto al di sotto del 100 per cento in circa dieci anni”.

No. Era Visco

A domani

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