Cronicario: L’Italia ha un asso nella manica: l’estinzione

Proverbio del 13 giugno Quando giunge il tempo del raccolto il pigro riflette

Numero del giorno: 16 Aumento % dell’import di vino italiano in Cina 

Poi uno dice il genio italico. Guardo l’ultima release Istat sulla nostra popolazione e finalmente capisco che abbiamo un asso nella manica che ci permetterà di superare il problema della disoccupazione, del debito pubblico e della ricerca di parcheggio: l’estinzione.

Dobbiamo sparire e, incredibile a dirsi, ci stiamo riuscendo senza virus letali, ma per pura intelligenza sociale. Ogni anno perdiamo popolazione e se non ci fossero gli immigrati, che provano a contrastare la nostra tendenza naturale saremmo ancora meno di quello che siamo. Non ci credete? Guardate Istat.

Insomma, siamo in piena deflazione della popolazione che a differenza di quella monetaria non si cura con la Bce. Anzi non si cura proprio. E perché dovremmo? Con noi spariranno la fila alla posta e quella al casello, le liste d’attesa in ospedale e soprattutto il più grande dei nostri problemi.

Molti, leggendo Istat, scopriranno poi con stupore che siamo tornati ad essere migranti, ma gli amici del Cronicario lo sanno già da un pezzo, mentre tutti reagiranno con sconcerto alla notizia che ospitiamo più di 200 nazionalità estere, che pesano l’8,3% della popolazione, con un maggioranza relativa di rumeni.

Ma siccome abitano qua sono diventati come noi. Si estingueranno anche loro: diamogli tempo. E finalmente, quando saremo praticamente estinti avremo risolto tutti i nostri problemi.

Ma visto che il tema di oggi è l’estinzione intelligente, mi sembra giusto mettervi a parte di un’altra pratica alla quale assistiamo da diversi anni e che ormai, perciò, si è molto raffinata: l’estinzione del credito bancario.

Ora non fatevi ingannare dalle cifre, che parlano di un aumento ad aprile dello 0,2% su base annua di prestiti alle imprese e del 2,4% alle famiglie. L’estinzione si apprezza in tutto il suo splendore se si guardano i prestiti nel 2008 e quelli di adesso.

Ecco: prendetelo come un anticipo del futuro.

A domani

 

L’Eurozona è ancora il Grande Creditore

Sapevamo già che l’Eurozona era diventato il Grande Creditore globale, dopo aver letto su un’analisi pubblicata alcuni mesi fa da una banca su dati 2015. Adesso la Banca d’Italia, nell’ambito della sua relazione annuale, mostra con chiarezza che il primato della zona euro non solo si è confermato nel 2016, ma si è addirittura rafforzato, come si può osservare da questo grafico.

Il surplus della zona euro “grazie soprattutto a quello tedesco” è nuovamente salito, nota via Nazionale, portandosi al 3,4% del pil dell’area. Sorte analoga ha avuto il Giappone che “sospinto dal miglioramento delle ragioni di scambio” ha visto crescere ancora il suo saldo di conto corrente, “ritornando sui livelli precedenti la crisi finanziaria globale”. L’eurozona, al contrario, si trova per la prima negli anni recenti nella situazione di Grande Creditore.

Negli anni pre crisi, quindi il 2006 e il 2007, infatti, l’area euro era solo lievemente eccedentaria, e nel periodo 2010-12 ha avuto un saldo corrente positivo appena più grande. La vera rivoluzioni avviene a partire dal 2013. Da quel momento in poi gli attivi crescono con gradualità, arrivando al livello attuale. Se si considerano i saldi esteri come una delle fonti di ricchezza di un’area, non è esagerato dire che l’eurozona è uscita più ricca dalla crisi subprime e del debito sovrano.

Al contrario la Cina, nel 2016, ha visto dimagrire i suoi attivi correnti fino all’1,8% del pil, un punto in meno rispetto al 2015. Ciò a causa non solo di un peggioramento dell’interscambio commerciale, ma anche della maggiore spesa per servizi, fra le quali si segnala la spesa turistica che, secondo via Nazionale, potrebbe nascondere una discreta fuoriuscita di capitali.

La Cina d’altronde nel 2016 ha dovuto affrontare un drastico calo delle riserve, una roba da 315 miliardi, che ha talmente accelerato a fine anno da costringere le autorità, che evidentemente sospettavano fughe di capitali, nei primi mesi di quest’anno a intervenire sul mercato domestico e offshore. Il paese peraltro ha visto crescere notevolmente le sue attività sull’estero. Al robusto dimagrimento delle riserve del biennio 2015-16, circa 800 miliardi in tutto, ha corrisposto un aumento degli attivi del settore privato. Per circa la metà questo aumento è stato determinato dagli investimenti diretti all’estero che ormai pesano il 20% delle attività estere totali.

Un altro interessante aggiornamento degli squilibri globali riguarda i paesi emergenti esportatori di petrolio. Grandi Creditori fino al 2014, hanno iniziato a perdere sulle partire correnti (-1,7% del pil) a causa del calo petrolifero. La conseguenza è stata che hanno dovuto attingere alle proprie riserve (146 miliardi di diminuzione complessiva) o rivolgersi al mercato internazionale per prestiti. Al contrario gli altri paesi emergenti che importano petrolio, hanno goduto dei ribassi petroliferi e di migliori ragioni di scambio che hanno consentito loro di tornare ad accumulare riserve (171 miliardi in più rispetto al 2015)

Rimane sostanzialmente immutata invece la situazione degli Usa, storicamente debitori verso l’estero. Il disavanzo 2016 si è fermato al 2,6% del pil, il più rilevante fra quelli osservati. Al Grande Creditore – l’eurozona – si oppone sempre più un Grande Debitore, gli Usa, che poi è il principale destinatario dei flussi finanziari che sempre l’eurozona destina all’estero. E’ bene ricordarlo quando si osservano le cronache della politica internazionale.

Cronicario: Produciamo meno produciamo tutti

Proverbio del 12 giugno Si guarisce dalla mattia non dalle cattive abitudini

Numero del giorno: 11,6 Decremento % delle partite Iva rispetto al 2016

Produciamo meno, produciamo tutti. Eccolo qua il nuovo comandamento italiano che potremmo inaugurare leggendo fra le righe l’ultima release sulla produzione industriale pubblicata stamattina. Ad aprile la produzione cala dello 0,4% rispetto a marzo? Pazienza, su base annua è cresciuta dell’1%. L’1% è poco se lo confrontiamo con gli anni precedenti?

Pazienza, quello che conta è il buonumore. E a me si è allargato il cuore quando ho letto che se non non fosse stato per la pasqua e i vari ponti di aprile forse avremmo prodotto qualcosina di più, ma sai che barba, che noia, che fatica.

E tuttavia ci sono degli stakanov pure da noi. Per dire: i minatori. L’attività estrattiva è cresciuta dell’11,8% su base annua. Sono andati forti anche il tessile e l’abbigliamento, mentre è andata peggio per fabbricazione di computer e nacchinari elettrici.

A proposito, si è fatto tardi. Prima di salutarvi, vi sottopongo l’ennesima suggestione britannica: il calo della spesa per consumi che per la prima volta negli ultimi quattro anni è calata.

Producono meno (Pil a +0,2% nel primo trimeestre) e spendono meno.

Sono usciti dall’Ue. Vorranno mica entrare in Italia?

A domani

 

Tormenti e speranze dell’economia extra Ue

Siamo arrivati a metà del 2017 ma il quadro generale dell’economia internazionale non è dissimile da quello che chiudeva il 2016. Questi primi sei mesi dell’anno si sono caratterizzati per l’alto tasso di vicende politiche, circostanza che accompagnerà anche i prossimi sei mesi del 2017, e una sostanziale conferma delle politiche economiche che i principali paesi hanno seguito per tutto l’anno scorso. L’economia internazionale si sta lentamente trascinando fuori dalla crisi, e l’Europa, sta facendo la sua parte. Ma le situazioni rimangono complesse, aggrovigliate in problemi che non riescono a trovare una soluzione per la semplice ragione che i problemi affondano nella radice delle società.

Poiché è difficile, per non dire impossibile, avventurarsi in previsioni sul futuro prossimo, è molto più utile riepilogare lo stato dell’economia internazionale giovandoci dell’esame più recente che abbiamo a disposizione, ossia la relazione annuale della Banca d’Italia sul 2016, pubblicata la settimana scorsa, che contiene un interessante capitolo dove si fa un quadro sintetico dello stato dell’arte nelle principali economie del pianeta fuori dall’Europa che, inevitabilmente, sono destinate a influenzare anche le future politiche europee. Un’ottima introduzione che consente di capire meglio l’evoluzione della nostra economia, della quale però ci occuperemo la prossima settimana.

Il resto dell’articolo è disponibile su Crusoe, una newsletter che si può leggere solo abbonandosi. Tutte le informazioni le trovi qui.

Il nuovo numero di Crusoe: Come va l’economia fuori dall’Europa

Questa settimana Crusoe offre una ricognizione degli andamenti economici nelle principali economia fuori dall’Europa. Un modo per guardare un po’ oltre il nostro solito limitato orticello, consci del fatto che in un’economia globalizzata come la nostra, i confini degli stati sono di fatto un’astrazione quando parliamo di vicende economiche. Chi pensa che conoscere gli andamenti della Cina o del Brasile non ci riguardi, ignora quanto il sistema finanziario e quello commerciale abbiano avvolto in una rete strettissima i continenti. Per questa ricognizione ci siamo serviti dell’ultima relazione annuale di Bankitalia, che contiene anche le considerazioni finali del governatore Visco, che abbiamo pubblicato in stralci nelle nostre “Parole Famose”. Una lettura molto utile e densa di informazioni da conoscere, a cominciare da quelle sulle sofferenze bancarie, in un momento in cui si parla di nuove banche da salvare (le venete).

Come lettura della settimana, abbiamo proposto l’ultimo Global prospect della Banca Mondiale, uscito pochi giorni fa. Conclude la nostra newsletter la selezione delle principali notizie della settimana e le notizie invisibili, quelle che trovi solo su Crusoe. Buona letture.

Ci rivediamo il 16 giugno.

Cronicario: La vispa Theresa alla fine l’han presa

Proverbio del 9 giugno Ciò che piace al capo non sempre piace ai giovani

Numero del giorno: 6.270.000.000 Deficit previsto per l’Inps nel 2017

Com’è che dice la poesia? La vispa Teresa gridava l’ho presa, l’ho presa, e invece alla nostra povera Theresa May è finita che han preso lei, e scusate la rima baciata internazionale.

Se la sono proprio cucinata bene i perfidi albionesi (o albionici? boh), insomma i suoi connazionali, che prima hanno cavalcato la Brexit e l’han fatta diventare primo ministro e poi le hanno in pratica votato contro, per nulla sedotti dalle sue fiammanti scarpette rosse

e dando anzi un sacco di voti a un socialista barbuto.

No, scusate, ho sbagliato foto. Era lui:

Ma d’altronde i socialisti son sempre

Ora potremmo discutere a lungo del cattivo gusto di un popolo che preferisce un vecchio barbuto a una old lady in scarpe rosse, ma mica ho dimenticato che il Cronicario parla di cose serie… Sarà pure venerdì, il padre di tutti i riposi, ma badiamo al sodo su queste righe. Perciò beccatevi un po’ di numeri gentilmente offerti da Bloomberg. Prima quelli del nuovo parlamento britannico, che già saprete a memoria però una rinfrescatina non fa mai male.

E poi fatevi due risate con la sterlina, che a distanza di un anno dal tonfo della Brexit (correva il giugno 2016) ne fa un altro. Questo è il calo rispetto all’euro.

Verso il dollaro va giù uguale.

Visto che la vispa Theresa a sberle l’han presa (riscusate la rima), e non si può concludere la settimana con una notizia triste, ecco la buona nuova che ho trovato grazie ai buoni uffici Istat: L’occupazione è migliorata. Addirittura il tasso di disoccupazione dei 15-34enni è sceso al 22,7%.

Eh già: andiamo alla grande. Date un’occhiata a questo.

L’occupazione che cresce di più è quella degli over 50, che, invecchiando e non potendo più godersi una sana e consapevole pensione anticipata per colpa (o per merito) della legge Fornero ingrossano le fila degli occupati. Ah, non si può dire? Vabbé.

Ci vediamo lunedì.

 

 

 

 

Cartolina: La minoranza rumorosa

La fonte (la Commissione Ue) rende sospetto il sondaggio (il sostegno popolare all’euro), diranno molti. E il problema sta tutto qua. Questi molti in realtà sono pochi ma molto rumorosi: percuotono le tastiere sui social network, rintronando il web, e urlano ai comizi o nelle tv, che li ospita per amore di spettacolo, lanciando anatemi contro la moneta unica, che nelle loro possenti elucubrazioni è fonte di ogni male. Però, pure se la fonte rende sospetto il sondaggio, come dirà questa minoranza rumorosa, rimane il fatto che suona credibile osservare che almeno uno su quattro, fra gli eurodotati ai giorni nostri, odi l’euro, probabilmente perché vorrebbe più denaro e crede che, scambiando l’euro con un altro conio, questo miracolo avverrebbe. Nessuno può dire a queste persone che si tratta di pensiero magico senza essere accusato d’ogni nefandezza. Perché questa minoranza, oltre ad essere rumorosa, è anche assai permalosa e dotata di invidiabili certezze. Ma a ben vedere il problema non sono questi contrari che, sempre secondo il sondaggio, non sono mai stati più di uno su tre. Il problema sono i favorevoli. Che non lo sono abbastanza.

Cronicario: L’Eurozona ci è, l’UK ci fa

Proverbio dell’8 giugno Non si insegna a nuotare al pesce

Numero del giorno: 45,41 Quotazione in dollari del petrolio a NY alle 15.20

Bum bum, fa Supermario sfoderando certi numeroni sulla crescita dell’eurozona che quasi quasi ci invidiano all’estero. Guardate qua le agenzie di stampa, con tanto di crocette: ++Bce rivede al rialzo pil eurozona, +1,9% nel 2017 ++, che peraltro fa il paio con Eurostat che poche ore prima che la Bce svolgesse le sue previsioni, faceva i suoi conti sul primo trimestre 2017.

E che ci dice Eurostat? Che il primo trimestre abbiamo spuntato un +0,6%, mentre su base annuale, ossia rispetto al primo quarto 2016, siamo arrivati proprio a +1,9%. Come dire: il presente viene dal passato e porta con sé in grembo il futuro.

E che altro ha detto il nostro Mago di EZ? Che la crescita sale, sì, ma l’inflazione che rallenta all’1,5 quest’anno e addirittura fino all’1,3 nel 2018. Ma che succede? Le solite cose: il petrolio, che oggi è sceso ancora, ma anche i salari che sono cresciuti poco, l’economia che tira ma non quanto dovrebbe e perciò s’ammoscia.

In questo festival dell’ovvio, dove la decisione di prolungare il QE per quest’anno e poi si vedrà il prossimo, si segnala la notizia che la Bce non dice più di essere disposta a tagliare ancora i tassi perché, dice Supermario, ormai il rischio deflazione è scomparso e per giunta i dati “indicano una crescita solida e ben diffusa”.

Insomma: l’Eurozona ci è.

Dall’altra parte della Manica intanto l’UK fa sul serio insomma. Oggi votano e stanotte sapremo chi vince anche se le previsioni dicono lei.

Chi vivrà vedrà. Intanto l’UK ci fa.

A domani

 

La nuova rivoluzione culturale cinese: quella statistica

Nel lungo percorso che la Cina ha iniziato per trasformarsi da command economy, come la chiama la Fed, a market economy gioca un ruolo tanto fondamentale quanto poco osservato l’adeguamento dell’armamentario statistico che sottintende alle rilevazioni che il resto del mondo deve valutare per prendere le decisioni. Per dirla in altro modo, la globalizzazione della Cina passa pure per l’adeguamento dei suoi standard statistici, e non è un problema da poco.

Proprio la Fed di S.Louis se ne occupa in un post recente che si pone proprio la domanda se i dati statistici forniti dalla Cina siano coerenti con quelli internazionali, o se, come molti sospettano, così ancora non sia. La conclusione è che le statistiche cinesi non sono ancora affidabili. Ma più che questo risultato, in parte scontato, è interessante comprenderne la ragione, perché ci insegna molto sul senso, il significato e lo scopo delle rilevazioni statistiche.

Come premessa giova ricordare, come molto opportunamente fanno gli economisti autori della ricerca, che dal 1978, quando la Cina iniziò la sua lunga marcia verso il mercato, il pil cinese è passato dal 2,3% dell’economia globale a circa il 18%, con ciò mutando una volta per tutte l’occhio degli osservatori internazionali. Quando un’economia pesa così tanto, ha perfettamente senso interrogarsi sui suoi consumi, gli investimenti e così via, ossia aver bisogno di quelle informazioni che compongono la statistica dell’economia di mercato.

Gli autori dello studio hanno esplorato i metodi di rilevazione del  Chinese National Bureau of Statistics che, dicono, ha sicuramente migliorato la qualità del proprio lavoro rendendo le statistiche cinese migliori di molti di altri paesi emergenti. “Tuttavia – scrivono – a causa della complessità dell’economia cinese e dalle sfide poste dal passaggio da command economy a market economy, le statistiche cinesi rimangono inaffidabili”.

Sbaglierebbe chi pensasse che questa scarsa affidabilità sia conseguenza di un disegno del governo. Il punto saliente è che lo scopo della rilevazione statistica è molto diverso se si ha a che fare con un’economia pianificata rispetto a un’economia di mercato, e i nostri autori lo spiegano molto bene. L’ufficio cinese di statistica, NBS, fu creato, ricordano gli autori, per raccogliere i dati su agricoltura e produzione nelle aziende produttrici controllate dal governo (state-owned enterprises). “In una command economy – osservano – lo scopo principale di un ufficio statistico è tracciare la produzione fisica per assicurare che l’attività economica incontri i suoi obiettivi prefissati di produzione, in modo da consentire allo stato la corretta allocazione di materie prime”. In sostanza, poiché lo stato deve pianificare le quantità da produrre e sulla base di queste le necessità di materie prime, un ufficio statistico serve solo a rendicontare che ci sia corrispondenza fra le quantità pianificate contandole fedelmente, insieme ai sistemi di produzione che trasformano gli input in output. La statistica, come è nella sua natura, serve uno scopo che è squisitamente politico: non vive nell’iperuranio.

In un’economia di mercato, al contrario, “l’ufficio statistico segue più ampiamente l’attività economica, basandosi sul concetto di variabili come il PIL, l’occupazione e la disoccupazione, per ottenere misure macro-economiche”. Non si tratta quindi di contare (per controllare) le quantità fisiche dei processi produttivi, ma di immaginare nuove variabili coerenti con un’economia che ha (in teoria) una logica di funzionamento diversa da quella pianificata.

Sul finire degli anni ’70 la Cina iniziò la sua lunga transizione verso l’economia di mercato, consentendo agli individui di possedere un’azienda e creando zone economiche speciali dove indirizzare i loro investimenti. Ne è venuto fuori un settore privato, che prima semplicemente non c’era, e che “è cresciuto più velocemente di quanto l’NBS fosse attrezzato a fare”. Alcuni di questi neonati business man non riportarono dati, secondo alcuni economisti, fino all’inizio degli anni ’90. L’economia privata cinese era autenticamente sommersa.

Nel 1993, la Cina entrò nel sistema di conti nazionali adottato dalle Nazioni Unite che utilizza l’approccio convenzionale del valore aggiunto per calcolare il Pil. Ma proprio concetti come valore aggiunto erano difficili da digerire per generazioni di burocrati addestrati alla command economy. “Capirli e adottarli richiede tempo”, scrivono i nostri economisti rappresentando con queste poche semplici parole il tormento di un cambio di paradigma economico che da quasi trent’anni impegna la Cina.

Ora ci saranno pure i casi di falsificazioni fraudolente dei dati, specie in alcune aree rurali, come riportano alcuni osservatori, ma il problema più  autentico è che la Cina sta affrontando una nuova rivoluzione culturale. Solo che invece del libretto rosso di Mao usa un manuale di statistica.

Cronicario: Anche l’Ocse dà i numeri, ma l’Ue non si batte

Proverbio del 7 giugno La cattiveria ritorna a chi l’ha fatta

Numero del giorno: 1,2 Incremento % vendite al dettaglio in un anno in Italia

E dopo la Banca d’Italia una settimana fa e la Banca mondiale tre giorni fa, oggi tocca all’Ocse dare i numeri. Mi sottopongo giudiziosamente all’ennesimo diluvio di previsioni, analisi, frizzi, lazzi e botti che compongono il Global economic outlook di giugno, giusto in tempo per prepararsi alle ferie. E soprattutto mi seduce il claim scelto per intitolare questa release: Better, but not good enough.

Ora dovrei pure raccontarvelo questo Outlook, ma, come diceva qualcuno, ho perso le parole. E perciò vi beccate un post semimuto, che tanto tutto quello che c’era da dire l’ha detto Ocse: va meglio, ma non abbastanza bene.

Ora vi starete chiedendo cosa dicono di noi, ma sono sicuro che ve l’aspettate: è più o meno quello che ci dicono di solito. Cresciamo poco, siamo poco internazionalizzati, abbiamo troppo debito pubblico, bla bla bla. Ve la faccio breve:

Ne avete abbastanza? Sapeste io. Ormai me li sogno di notte questi grafici e tabelle. E mi risveglio sempre bagnato di sudore freddo. Specie quando osservo l’ultima tabella qua sopra che, all’ultima riga, mi preannuncia una crescita dei tassi di interesse sui decennali dal minimo dell’1,5% del 2016 al 2,7% del 2018.

Visti i presupposti abbandono Ocse, che a parte i numeri non dà più emozioni – ossia l’oggetto del vostro Cronicario – e finisce che prima inciampo nel mercato immobiliare britannico, che continua a rallentare

poi in Eurostat che diffonde dati molto interessanti sulla spesa militare europea, che certificano l’incredibile primato della Grecia.

Mi spuntano vari domandine in testa. Ma perché mai Eurostat un mercoledì qualunque di u qualunque mese di giugno se ne esce con questa informazione? Scorro il cronicario globale e trovo la risposta.

La Commissione Ue ha pubblicato un paper sul futuro della difesa europea, il nuovo Sacro Graal degli unitaristi riuniti, che contiene perle imperdibili come questa:

Questo confronto farebbe capire a chiunque chi comanda e perché. Ma quando la Commissione dà i numeri nessuno la batte.

A domani.