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Cronicario: La Trumpsuasion riempie la tanica giapponese

Proverbio del 2 febbraio Quando l’uomo pensa, Dio sorride

Numero del giorno 1,4 Perdita in miliardi di Deutsche Bank nel 2016

Poi dice che i cazziatoni non servono. Neanche il tempo di fare ah e bah e viene fuori il vero trend topic di quest’inizio anno: la Trumpsuasion, magari con l’hashtag che fa social.

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I cazziatoni di Mister T infatti, sui quali vi abbiamo già resocontato, si confermano come il miglior acceleratore dei processi economici del 2017 e già mi figuro le Grandi Firme, i titolisti titolati che fanno i titoloni, creare questo trend che il vostro Cronicario preferito lancia oggi in clamoroso anticipo: #Trumpsuasion. Sta per persuasione da parte di Trump di chi non è Trump a fare quello che dice Trump. Ha cominciato con gli americani, che prima non gli davano una lira e poi gli hanno dato il voto. Poi è toccato ai fabbricanti di auto, che gli hanno squadernato bei miliardozzi di dollari sotto il naso non appena Mister T ha iniziato a fare il bullo. E adesso anche i giapponesi, ci racconta la Reuters, ci sono cascati.

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In pratica siccome devono incontrare il regnante il primo ministro Abe, notoriamente persona gentilissima, ha pensato di presentarsi all’appuntamento con la tanica vuota per farla riempire di greggio Usa, visto che proprio l’altro giorno Sua Trumpità aveva cazziato i giapponesi per il loro surplus commerciale nei suoi confronti, casualmente al livello delle Germania, cazziata altresì, e del Messico, minacciato di dazio e reclusione via muro. E siccome quest’anno gli Usa aumenteranno la produzione, grazie agli amici dell’Opec che hanno tagliato la loro, ecco qua l’ideona di Abe: aumentare le importazioni di petrolio dagli Usa e provare a limare il surplus commerciale bilaterale.

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Ora attendiamo di vedere quali saranno gli effetti della Trumpsuasion sulla Germania, accusata nientemeno che di tenere l’euro basso per fregare gli americani. Nel frattempo speriamo che Mister T metta una buona parola anche sulla produttività statunitense che continua a crescere sempre meno del costo unitario del lavoro o che magari inizi a cazziare pure quei burloni dell’Ocse che hanno il coraggio di twittare che il numero dei posti di lavoro dipendenti dal commercio internazionale non è mai stato così alto. La Trumpsuasion è ancora giovane: ma si farà.

Dall’altra parte dell’Atlantico si segnala questa pregnante elucubrazione di Mark Caney, governatore a tempo della BoE ai tempi di Brexit.

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che si sposa a meraviglia con quest’altra.

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E insieme sono un meraviglioso corollario di quest’altro capolavoro, che stavolta dobbiamo al nostro Mago di EZ.

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Chi ha orecchi intenda, diceva il filosofo. E noi di orecchie ne abbiamo tre.

Concludo in bellezza con un dato imperdibile di Eurostat, ossia i prezzi alla produzione che nell’eurozona sono aumentati dell’1,6% su base annua.

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L’inflazione è qualcosa in più di una tenue speranza oramai. Speriamo che Trump non ci metta bocca.

A domani

 

 

 

Cronicario: Mister T cazzia tutti. Ora tocca alla Fed

Proverbio dell’1 febbraio Quando parli, parla a chi capisce

Numero del giorno: 19 Settimane mancanti a eliminazione costo roaming in Ue

Cari fenomeni,

dico a voi, che gongolate dopo aver letto che uno dei migliori amici di Mister T, incidentalmente pezzo grosso del commercio estero a venire di papà Usa, ha accusato la Germania di tenere il cambio basso per sfruttare i partner e gli stessi born in the Usa, costringendoli a comprarsi la Bmw perché il cambio basso gliela rende conveniente, e non perché gli piace di più, dimostrando con ciò davvero di credere che gli americani ci pensino come la mia bisavola prima di spendere i soldi.

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Neanche ci provo a entrare nel merito perché sono vecchio abbastanza da capire che è del tutto inutile: l’economia è già un atto di fede, la teoria economica è roba da talebani. Però vorrei dirvi, cari fenomeni che continuate a gongolare perché papà Usa ha dato una sberla a mammà Germania, notoriamente arcigna, e già vi figurate colpi di scena e retroscena, assedio al bunker di Berlino e tutta la solfa delle grandi occasioni, che la sberla assestata ai tedeschi l’abbiamo presa in faccia anche noi, visto che siamo i secondi esportatori europei negli Usa e l’altr’anno ci hanno portato in casa acquisti netti per più di 25 miliardi di dollari (la Germania ne ha avuti poco meno di 60).

Saldi commerciali italiani extra Ue divisi per paesi

Capisco che l’antipatia per i tedeschi è più forte della ragione. Ma quando il magnifico pettinato

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fa dire che l’euro è sottovalutato, lo dice anche ai nostri esportatori, non solo a quelli tedeschi. Ora si può pure essere convinti che esporteremmo più con la lira che con l’euro. Ma appunto: è un atto di fede talebana. Il contrario del Cronicario, che ama occuparsi di cose divertenti.

Eccone un’altra: nei quattro giorni che il Cronicario si è imboscato, Trump ha aggiunto alla sua già lunga lista di cazziatoni quello alla Germania e quello al Giappone, che casualmente ha un surplus commerciale verso gli Usa più o meno al livello della Germania, entrambe di poco sotto il Messico, già cazziato e minacciato di dazio, che quota 60 miliardi, mentre la Cina, cazziata prima, durante e dopo le elezioni, supera i 300 miliardi di attivo. Inutile dire che Abe ci è rimasto di sasso.

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Figuratevi che ha stragiurato che il governo giapponese non tocca lo yen da anni. Lo fa la banca centrale infatti.

Ma sono dettagli. Quello che conta è che il nostro Mister T, fedele alla sua fama di bullo, ne ha per tutti – dimenticavo: ha anche licenziato una ministra provvisoria della giustizia per la storia dei maomettani indesiderati – e ancora deve imparare le password della valigetta coi missili. Speriamo che diventi più buono col tempo. Ma intanto se fossi la Yellen dormirei preoccupata.

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Stasera infatti, ora italiana, si riunisce il board della Fed. Nessuno si aspetta novità, visto che i tassi li hanno alzati a fine anno, ma chissà che gli esce dalla bocca alla governatora o a chi per lei, specie adesso che il quarto trimestre è andato come è andato (male) e il Pil Usa nel 2016 è cresciuto meno dell’Eurozona.

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Ci manca solo che la Fed faccia capire che vuole tenere fede al suo programma di tre rialzi quest’anno…

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no perché se sale il dollaro non è mica colpa del fatto che la gente vuole dollari perché magari gli piace la filigrana,o si sente più al sicuro, o semplicemente ci guadagna di più. No: dipende dal fatto che tutti gli altri svalutano.

Visto che siamo in piena pop economy, tanto vale concludere con un paio di notizie che dicono molto del nostro tempo. La prima la trovo su uno studio di Credit Suisse che si interroga su dove sia diretta la globalizzazione, visto che ci troviamo in questa situazione:

globalizzazione

La seconda è la risposta alla domanda della banca svizzera, o almeno una risposta, e arriva dalla Fed di New York, che ha presentato la sua Small business survey che contiene un dato sorprendente: Le imprese nonemployer, ossia quelle che impiegano solo il proprietario, quotano quasi l’80% delle imprese Usa. Capito perché la disoccupazione scende?

A domani.

Cronicario: A EZ serve il teletrasporto, a OZ il telecomando

Proverbio del 27 gennaio Il sole non dimentica nessun villaggio

Numero del giorno: 27 Serie originali prodotte su YouTube

Vedo questo grafico e finalmente capisco.

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Per migliorare la vita del cittadino europeo nell’unione economica più bella del mondo non serve il fiscale compact, l’unione bancaria o quella del mercato dei capitali, né tantomeno l’unione fiscale o peggio ancora gli eurobond, che ogni tanto spuntano come i birilli del bowling e subito spianati. Per risolvere i problemi degli eurodotati basta una cosa semplicissima: il teletrasporto.

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Pensateci: è l’unico modo per farci apprezzare le nostre differenze. Col teletrasporto potrei fare la spesa in Spagna, che come vedete dal grafico sopra, costa un 10% in meno della media EZ. Volendo accontentarmi, c’è anche la Macedonia, dove costa tutto la metà. Quindi potrei abitare a Malta o a Cipro, dove l’incidenza della spesa per l’abitazione sul reddito è fra le più basse dell’area, lavorare in Germania, dove gli stipendi crescono sul serio da anni, andare a pranzo a Parigi, cenare in Italia, passare il dopocena a Londra e finire la serata ad Amsterdam. Se fossi un imprenditore potrei prendere a prestito in Germania, investire in Polonia e mettere la residenza fiscale in Bulgaria o in Irlanda. Lo fanno già anche senza teletrasporto? Ah beh vedete: ci stiamo avvicinando.

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Ora non venite a dirmi che il teletrasporto non esiste. Neanche l’Ue esisteva. Siamo stati persino capaci di fare l’euro. Son sicuro che spigolando fra le iniziative innovative finanziate da Bruxelles trovo pure questa. E comunque è più facile fare il teletrasporto che gli eurobond nella meravigliosa terra di EZ. E questo spiega perché al momento siamo un po’ depressi.

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Anche nella terra di OZ, non è che stiano ‘sta meraviglia. L’istituto di statistica ha rilasciato il dato del Pil del IV trimestre che doveva essere il 2,2% in più e invece s’è fermato all’1,9%.

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Questo risultato mesto ha portato gli Usa a chiudere il 2016 con una crescita reale dell’1,6%, in pratica al livello della Germania, a fronte del 2,6% del 2015 che già faceva storcere il naso. Mi figuro Mister T che guance rubizze. Anche perché gli statistici spiegano in plain english, come si dice, che il grosso del danno sulla crescita moscia degli Usa è arrivata dal commercio estero, andato maluccio a causa di un notevole calo dell’export e aumento dell’import, e in parte dalla spesa del governo.

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Di buono c’è che il dato del Pil è solo una stima preliminare e la seconda stima più accurata verrà rilasciata il prossimo 28 febbraio. Quindi il nostro Mister T avrà tutto il tempo per le sue sparate da bullo, come quella chissà quanto falsa (siamo nell’epoca delle vere fake news) secondo la quale dagli Usa potrebbe arrivare un dazio del 20% sulle importazioni, per ora dal Messico e poi chissà.

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Per la cronaca, mi sembra utile farvi sapere che se gli americani si arrabbiano con tutti quelli con i quali fanno deficit commerciali, sono guai per mezzo mondo, noi compresi. Vi fornisco una short list: Cina, surplus verso Usa nel 2016 319 miliardi di dollari, Giappone, 62, Germania 59, Messico 58, Irlanda 32, Corea del Sud 26, Italia 25, India 23, eccetera eccetera.

Questo grafico misura il deficit commerciale Usa a dicembre

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una robetta da 65 miliardi, che su base annua, sempre nel 2016, ha provocato uno sbilancio negativo per oltre 730 miliardi di dollari. Un film che va avanti da qualche decennio, peraltro. Il fatto che adesso ci sia un uomo solo al comando non è detto che basti a risolverlo. Nemmeno se si chiama Mister T. Serve un uomo solo al telecomando.

Buon week end.

Il Cronicario torna mercoledì.

Cronicario: Mister T farà piangere l’Istat

Proverbio del 25 gennaio Il fiore non ha davanti né didietro

Numero del giorno: 115 Percentuale sul pil dei debiti delle imprese cinesi di stato

A quelli che si lamentano perché Mister T fa il bullo coi cinesi, i messicani, i fabbricanti di auto, i paesi del pacifico, i richiedenti asilo maomettani, e vedremo chi altri, vorrei ricordare di chi stiamo parlando.

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Pronto regia? Ho sbagliato foto? E’ un omonimo. Mannaggia a Google…

Scusate. Ecco l‘autentico Mister T.

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Dicevo. A quelli che si lamentano che Mister T fa il bullo, vorrei ricordare che è stato eletto proprio per questo dalla metà più qualcuno dei suoi concittadini. Quindi è con loro che dovreste prendervela più che con lui. Capisco che siano tanti, però vedete, è quel marchingegno, malfunzionante sin dai tempi di Barabba, che si chiama democrazia, che i più forbiti squalificano a oclocrazia ogni volta che perdono le elezioni, sin dai tempi di Polibio. Perciò smettiamola di lamentarci e prepariamoci a prender schiaffoni, perché come si capisce dalla foto (entrambe) il nostro è un attaccabrighe bell’e buono.

Non avrei pensato a tutto questo se in mattinata non fosse uscita l’ultima release Istat sul nostro commercio estero extra Ue che ci dice alcune cosette che dovrebbero farci dormire preoccupati, ora che Mister T abita a Washington. Vi risparmio i dati tendenziale e congiunturali, che tanto lasciano il tempo che trovano. Quel che conta è il succo. E il succo è che nel 2016 l’export ha rallentato, anche se meno dell’import, per lo più a causa del calo delle vendite verso i paesi del Mercosur e dell’Opec. Tutto ciò è conseguenza dell’andamento del prezzo delle materie prime. I paesi esportatori di petrolio hanno speso meno da noi perché hanno incassato meno, noi abbiamo speso meno da loro, e quindi ridotto le importazioni, perché la loro roba era più economica. Tutto questo è terminato nel 2016. E già questo mi turba, visto che il saldo commerciale è l’unica cosa che ci regge in piedi.

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Dove il nostro export annuale è andato bene è stato verso il Giappone (+9,6%), la Cina (+6,4) e dulcis in fundo gli Usa (+2,6) che, lo ricordo ai distratti sono il nostro terzo mercato di esportazione dopo la Germania e la Francia e il primo quanto ad attivi commerciali che genera per la nostra economia.

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Non so a voi, ma adesso quando sento Trump, che vuole affamare i cinesi e se riesce anche i giapponesi, mi scappa una lacrimuccia. E chissà quanto piangerà l’Istat, fra un semestre.

Per chiudere in bellezza questa lunga parentesi sul commercio estero, vi faccio notare che il Giappone, che dopo la Svizzera è il paese che ci porta più soldi, ha chiuso il 2016 con un attivo commerciale, come non gli capitava da una vita.

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Non saranno cattivi come Mister T, ma ci stanno lavorando.

A domani.

 

 

Cronicario: British moment, ma poi passa

Proverbio del 24 gennaio Dare il buongiorno non è ancora segno di amicizia

Numero del giorno: 1.000.000.000.000 Debito per mutui in UK

Comincia così

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con British Telecom che prende una schicchera di quasi il 17% di prima mattina perché i soliti italiani hanno fatto pasticci sulla contabilità. Provo un moto d’orgoglio e mi ricordo delle parole di un nostro illustre concittadino che ci ha pure scritto un libro.

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La Reuters scrive addirittura che BT rischia di lasciare definitivamente l’Italia, in conseguenza dell’accaduto. La Brexit de noantri.

Poi prosegue così.

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Con l’ONS, poverina, che lancia la sua release prevista sui conti pubblici britannici che parlano di deficit in lieve calo a dicembre 2016 sul 2015 e debito pubblico, escluso quello per le banche, a 1.698 miliardi di sterline, ossia l’86,2% del pil, cresciuto di 91,5 miliardi, circa 251 milioni al giorno.

E poi finisce così.

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Non è il risultato di un referendum, ma la risposta della Corte suprema britannica all’istanza del governo di attivarsi da solo il protocollo di uscita dell’Ue. Niet: deve farlo il Parlamento con legge apposita che già qualcuno si è sbrigato a preparare. Intanto il risultato è questo:

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Ovviamente la decisione della corte non c’entra niente. La sterlina era salita parecchio nei giorni scorsi, dopo il discorso della May sull’Hard Brexit e oggi si è sgonfiata un po’. Però questo scivolone mi ha fatto capire una cosa semplice: stavo vivendo un British moment, quello sgonfiarsi di bolle, per lo più mediatiche, che provoca irritazioni o, nei casi più benigni, pruriti occasionali. Di buono c’è che passa subito.

E infatti dopo un po’ della sterlina e dei suoi tormenti parlano solo i politici, ossia nessuno. Mentre le notizie vere mi fanno deragliare altrove. Ad esempio qui.

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Se Trump ha visto questo grafico, dopo aver stracciato il TPP, peraltro già bello che defunto da tempo, accende un fuocherello sotto il NAFTA. E già me l’immagino i messicani.

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Altrettanto interessante per Trump e i suoi accoliti sapere che la produzione di greggio è ripartita alla grande. Ma stavolta l’Opec non c’entra. E’ tutta farina del sacco Usa. Anzi shale. L’Opec incredibilmente rispetta i patti e taglia, e gli Usa aumentano, come da programma. Un giorno qualcuno ci spiegherà come mai i produttori si siano accordati sapendo perfettamente di fare il gioco Usa.

Infine Una notizia che mi sembra descriva assai bene lo spirito del tempo. Secondo qualcuno, l’80% delle banche centrali sta pianificando di comprare più azioni, sostanzialmente per tenere svegli i mercati.

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La trappola del QE, come l’ha saggiamente chiamata qualcuno, si scopre sempre più complessa e difficile da evadere. E forse neanche lo vogliamo.

A domani.

 

Cronicario: Il fantastico mondo dello #Sniffphone

Proverbio del 23 gennaio Non si cava farina da un sacco di carbone

Numero del giorno: -1,1% Calo permessi costruzione residenziali in Italia nel 2016

E allora ditelo che volete essere perculati. Che vi piace questo cosa che uno sgrani il suo rosario di lamentazioni quando vi pensa. Dico a voi, eurofenomeni. Ma veramente state sponsorizzando la nascita dello Sniffphone? Si veramente.

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Non ridete: ora vi spiego. L’Ue, convinta da non so quale ricerca scientifica, ha finanziato un progetto per la realizzazione di un sensore che, collegato al vostro smartphone, sarà in grado di dirvi se siete malati semplicemente analizzando il vostro respiro. Quindi niente cipolle e aglio, per cominciare. E poi preparatevi a far le prove perché l’armata Ue conta di infilarvi lo sniff nel telefono già da agosto 2018. E meno male che qualcuno ce l’ha ricordato. Sennò ce la saremmo perduta, questa perla, nel giorno in cui sempre l’Ue, oggi particolarmente prolifica, ha lanciato un altro hashtag oltre a quello dello #SniffPhone: quello dei #SocialRight.

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Poco fa si è aperta la conferenza sui diritti sociali dell’Ue, con l’obiettivo di going forward together. Certo, come no. Ancora aspetto di avere il sostegno famigliare alla francese, o il sussidio di disoccupazione alla danese. Ma intanto è bello parlarne, anche perché i fatti, quelli veri, non è che siano tutto questo splendore.

Vi do giusto un paio di notizie. Sempre restando in Europa, Eurostat ci fa sapere che il deficit della zona euro è in crescita all’1,7% nel terzo quarto 2016 e addirittura all’1,9% nell’Ue a 28. Non è che sia un ottimo viatico per i diritti sociali. In compenso scende il debito.

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In pratica siamo al 90,1% nel III Q 2016 a fronte del 91,2% del secondo. Ma come vedete dal grafico dentro ci sta il 170% e oltre della Grecia e il 20% scarso del Lussemburgo. Siamo una regione molto unita.

A proposito di Grecia, l’istituto statistico nazionale ci mostra questo splendido risultato ottenuto dal paese.

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Con un avanzo primario superiore al 4% del pil la Grecia smetterà di essere la pecora nera dell’eurozona?

Non provo neanche a rispondermi perché nel frattempo ho cambiato continente, sedotto da Fitch che ha rilasciato un outlook deprimente sulla Cina secondo il quale la crescita stabile mostrata dal paese è il viatico ideale per terremotare la stabilità finanziaria nel medio periodo.

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Il risultato infatti è stato ottenuto con stimolo fiscale diretto o quasi diretto, tramite le imprese controllate dallo stato, che hanno aumentato gli investimenti del 19,1% nel 2016 al 10,7% dell’anno passato. La Cina continua a fare la Cina, evidentemente, come l’Europa continua a fare l’Europa. Noi lo SniffPhone, loro l’acciaio e il cemento. Questo mentre la Reuters, evidentemente invidiosa, fa i conti in tasca ai cinesi e scopre che hanno sforato il target del deficit. Pare stiano al 3,8% mentre il governo pensava di fermarsi al 3%. Manco fossero nell’eurozona.

Forse dovremmo invitarli.

A domani.

 

Cronicario: Nel giorno di Mister T mi do all’agricoltura

Proverbio del giorno Il chiodo che sporge va preso a martellate

Numero del giorno: 35% Uomini italiani che hanno letto un libro nell’ultimo anno

Faccio di tutto per sfuggire all’incoronazione di Mister T, che sta tediando il mondo intero – e mi figuro gli Usa – né più e ne meno che un qualunque evento aristocratico, ma è difficile. Dovunque mi giri, trovo lui: l’uomo del giorno.

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Non c’è modo di sfuggirgli. Le borse devono ancora sgranchirsi e già si leggono cose del genere, mentre illustri pensatori pontificano sui destini dell’umanità ai tempi di Mister T. Ignoro i giornali che trumpeggiano senza ritegno, e mi rifugio fra le nevi di Davos, dove sono certo qualche illuminato sapiente mi svelerà le profondità del suo pensiero facendomi dimenticare per un attimo la tregenda dell’attualità. Ma niente: sento il fiato di Trump sul collo.

Si parla dell’UK, per dire, e leggo Philip Hammond, cancelliere dello scacchiere, spiegare che il referendum britannico non è stato né anti commercio né anti globalizzazione. Mica come l’elezione di Trump, dice l’omino dei sottotitoli nella mia testa. I soliti inglesi diplomatici mi dico.

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Macché: hanno dato di matto pure loro: “La retorica antiglobalizzazione che ha portato Trump al potere negli Usa non è ciò che ha condotto alla Brexit”, dice ancora. Niente populismo, by Jove, siamo inglesi.

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Scappo da Davos, poco prima che il collega tedesco di Hammond, Volfango Schäuble, se ne esca con la notizia che ormai i tedeschi crescono perché hanno imparato a spendere i proprio soldi a casa loro e quindi se ne infischiano dei rischi geo-politici, ossia il secondo nome di Trump: Donal Rischio Geopolitico Trump.

Mentre lascio l’augusto consesso, trovo per strada uno studio di Credit Suisse che si domanda se il 2016 sarà ricordato come l’anno che avrà “rotto” la globalizzazione. In particolare da novembre in poi, dice il solito omino dei sottotitoli nella mia testa, oggi particolarmente stronzo. Lo zittisco e vado oltre, ma mi accorgo sconsolato che non c’è davvero dove andare. “Da oggi le azioni del presidente Trump e non le parole determineranno il destino delle relazioni fra Cina e Usa,” dice un cervellone del PIIE, che ha chiaramente studiato e imitato il nostro impareggiabile Mago di EZ.

A proposito che dicono nelle lande basse di Bruxelles e dintorni? Niente: Peter Praet si/ci tormenta chiedendosi se la stagnazione secolare sia la nuova realtà economica, e così finisce che uno ripensa a Trump che ha promesso di rifare l’America Grande. La Commissione Europea ci ricorda che a marzo scade la consultazione sull’Unione dei mercato dei capitali, e finisce che uno pensa a Trump che già ce l’ha. La Bce ripropone le sue previsioni per il primo quarto del 2017, ma l’unica cosa che ispirano è la mestizia, confrontate con le promesse urlate dalla cima della Trump Tower.

Decido perciò ti rifugiarmi in casa e farmi un po’ di fatti nostri. E mi capita fra le mani l’ultimo bollettino di Bankitalia che espone questa roba:

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E rivedo Trump, in quella righina sottile dove c’è scritto esportazioni totali, che poi sono l’unica cosa che ci tiene in piedi. E mi ricordo che gli Usa pesano una roba tipo il 20% del nostro export. Non c’è niente da fare: Trump.

sempre

Mi deprimo finché non trovo finalmente un’isoletta Trump-free: l’agroalimentare.

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Grazie al TEH Ambrosetti scopro che siamo forti, noi italiani, a maneggiare la zappa. Peccato che in tutti questi anni abbiamo sottratto così tante braccia all’agricoltura, mi dico dispiaciuto. Poi, siccome è venerdì, decido di infischiarmene di Trump e organizzarmi per dare il mio personale contributo alla ripresa nazionale. Domani si va in agriturismo.

A lunedì.

Cronicario: Il mago di EZ sfotte il mago di OZ

Proverbio del 19 gennaio La precisione vale di più della forza

Numero del giorno: 8,6 Aumento % visite di inglesi nell’Ue nel IIIQ 2016 vs 2015

Mi preparo come si deve: pop corn, fischietto e bandierine e mi sintonizzo sul canale dello show. Imperdibile: il Mago di EZ parlerà alla vigilia dell’insediamento del Mago di OZ. Immagino la fila.

fila

Chissà che dirà il re senza corona dell’eurozona. E come la prenderà il Mago di OZ, il re biondo che domani sarà incoronato e che si è divertito a spaventarci mentre studiava da imperatore.

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L’inizio è un po’ moscio, roba da banchieri: tassi, QE, inflazione. Con la promessa che la Bce continuerà a fare tutto ciò che sarà necessario, pure cambiare idea. Tutta la brodaglia tecnica la potete trovare qua.

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Per fortuna esistono i giornalisti che scaldano il teatrino e provano a far litigare Draghi con tutti, dalla May a Mister T. Ma quello è troppo scafato e non ci casca. Risponde che è troppo presto per valutare le politiche dell’una e dell’altro e che non è uso commentare le dichiarazioni, ma i fatti. Di sicuro, dice, in tutti i consessi internazionali c’è un grande consenso sulla necessità di evitare guerre valutarie. E chi vuole capire capisce che il Re dell’Eurotower sfotte quello della TrumpTower. E lo fa da allievo gesuita.

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Dice che la Bce ha fatto il miracolo di raddrizzare l’eurozona, e lo ricorda anche al giornalista tedesco che gli fa la solita domandina scema, del tipo: ma come spiegherebbe ai tedeschi i tassi bassi? Elementare Watson: ricordando che un’eurozona in salute è nell’interesse innanzitutto dei tedeschi, visto che ci fanno la metà e più del loro export. Piaccia o no, e questo è il succo, il Re senza corona la sua magia l’ha fatta, ora tocca al Re incoronando e all’apprendista britannica fare la loro. E solo allora il Mago di EZ risponderà alla domanda su come valuti le loro politiche. Con un no comment, ovviamente.

Il resto della giornata, dopo uno show siffatto, scolorisce. Che volete che sia la notizia, diffusa dall’IEA nel suo ultimo Oil market report che la produzione di shale Usa è cresciuta di 500 barili in un anno? Quelli più svegli lo sapevano già che al taglio della produzione Opec sarebbe seguito, spinto dall’aumento dei prezzi, un aumento della produzione Usa. Questa storia del petrolio riserverà tante sorprese quest’anno.

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Mi fa sbadigliare anche l’ennesima conferma che l’Eurozona migliora ogni trimestre i suoi conti esteri, tanto lo sapevamo già che ormai è diventata il Grande Creditore del mondo. Più interessante osservare quest’altro dato

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I prezzi delle abitazioni nella zona euro sono cresciuti del 3,4% nel terzo trimestre 2016 rispetto allo stesso del 2015 e dell’1,3% rispetto al secondo trimestre. Ma come sempre il diavolo è nei dettagli. Esattamente come accade (non a caso) per l’inflazione, il dato omogeneo nasconde profonde eterogeneità. In Germania rispetto al terzo quarto 2015 i prezzi salgono del 6,2%, e dell’1,2% rispetto al secondo trimestre. In Italia, al contrario, la crescita si ferma allo 0,1% rispetto al secondo trimestre 2016, mentre i prezzi risultano in calo dello 0,9% rispetto al terzo trimestre 2015.  Se son rose, sfioriranno.

A domani.

 

Cronicario: Il nostro problema economico è la maleducazione

Proverbio del 18 gennaio Si esagerano i torti del vicino e si tace dei propri

Numero del giorno: 67% Tasso di occupazione nell’area Ocse

E finalmente alle 12.17 capisco qual è il grave problema del nostro paese: il traffico.

traffico

No, no scusate, ho sbagliato. Il problema del nostro paese è quello che dice Bankitalia alle 12.17, con questo tweet: “Il livello di cultura finanziaria degli italiani è tra i più bassi riscontrati nelle economie avanzate per adulti e studenti”.

Eccolo qua: siamo economicamente maleducati. Delle capre insomma.

Faccio fatica a comprendere come un paese popolato da analfabeti finanziari abbia cumulato una ricchezza finanziaria che, vado a memoria, vale un 4.000 miliardi di euri, e pure se ho qualche sospetto, sono costretto a riconoscere che Bankitalia ha ragione: l’italiano medio conosce appena le quattro operazioni e arrivato alle divisioni inizia a confondersi. Figuratevi calcolare una percentuale. O capire il collegamento fra rischio e rendimento.

checosa

Miracolosamente, siamo anche il paese dove una straordinaria quantità di analfabeti finanziari cumula patrimoni liquidi di minimo decine, se non centinaia, di migliaia di euro, che poi finiscono rapinati dalle banche o dai vari promotori finanziari che, al contrario di loro, sono assai bene educati. Torno a chiedermi come sia possibile. E che succederà se, come auspica Bankitalia e buona parte di noi, saremo tutti educati a calcolare lo yield dopo aver digerito lo spread. Non è che poi diventiamo poveri? O Forse diventano più povere le banche?

Cotante domande durano nella mia testa il tempo che escono i dati sull’occupazione britannica che nel tempo della May(be) (cit.), dell’Hard Brexit (e voglio proprio vederla) e della sterlina che fa su e giù diventano la notizia del giorno. E che notizia. La disoccupazione inglese scende dal 4,8% dal 5,1 di un anno fa mentre il tasso di occupazione sale al 74,5% nel periodo settembre-novembre 2016.

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Come si vede dal grafico, che risale al 1976, l’occupazione si è sostanzialmente ripresa nell’ultimo quinquennio. Ma bisogna pure osservare che all’interno degli occupati ci sono 4,77 milioni di self employed, che pesano il 15% degli occupati totali. E vi faccio grazia dei part time. Così son bravi tutti.

Sempre dall’Europa arriva la conferma da Eurostat che l’inflazione sta risalendo. Su base annuale la crescita è stata dell’1,1% a dicembre 2016 rispetto al 2015 e dello 0,6 su novembre 2016. Ma la curva si spiega meglio

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Se le differenze fra i singoli paesi vi stupiscono, dovete fare subito un corso accelerato sulle frammentazioni europee.

Poi c’è il dato Usa sull’inflazione che è ancora più interessante.

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In pratica l’inflazione per tutti i beni ha raggiunto quella core, ossia al netto di cibo ed energia, superando il 2%. Ciò significa che di fatto il target d’inflazione è praticamente raggiunto e vista l’inclinazione della crescita dei prezzi, la Fed semmai dovrà trovare il modo di non farla salire troppo. E a questo, fra le altre cose, dovrebbero servire i prossimi rialzi dei tassi.

Tutti contenti? ‘Nsomma. Il dato dell’inflazione di dicembre, in crescita dello 0,3% su base mensile, s’incrocia con quello delle retribuzioni orarie che sono cresciute appena dello 0,1% rispetto a novembre, proprio a causa dell’aumento dell’inflazione che si è mangiato il 75% dell’incremento nominale dei guadagni. Su base annuale l’incremento reale orario è stato dello 0,8%. Assai poco eccitante per un paese che basa oltre il 60% del suo pil sulla domanda interna. E vediamo adesso che s’inventa Mister T.

Intanto possiamo osservare che ci troviamo al punto tanto auspicato in cui l’inflazione sale, l’economia ancora zoppica e le banche centrali sono imbottite di asset che diventa sempre più difficile gestire. Fossi in loro comincerei a dar di matto.

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Ma per fortuna i banchieri centrali sono beneducati.

Ps Goldman Sach ha comunicato di aver triplicato i suoi profitti nel quarto trimestre 2016 grazie ai ricavi da trading. Capite perché dovete studiare l’economia?

A domani.

Cronicario: Venite a scoprire i cinesi d’Occidente

Proverbio del 13 gennaio Con la carta non si può avvolgere il fuoco

Numero del giorno: 20.000.000.000.000 Prossima soglia debito pubblico Usa

Davvero non sapevate che c’è pure la Cina occidentale? Esattamente come c’è l’America orientale, (e non è il Giappone). E’ tutta colpa dei planisferi, che confondono. Ma a veder bene Usa e Cina sono come come gemelli eterozigoti: non si somigliano per niente, ma condividono la stessa famiglia: quella che si appoggia ai soldi dello stato.

Penserete che il Cronicario esagera come al solito, che estremizza. Ma vi sbagliate: non è il vostro Cronicario ad essere estremista, sono loro estremi, anche geograficamente, e gli estremi, com’è noto, si toccano. Guardate qua.

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Questo dato ci dice una cosa semplice: il 62% dei debiti del sistema finanziario americano, quindi banche, fondi e quant’altro, ha alle spalle una garanzia del governo, implicita o esplicita. La differenza è su quanto sia chiaro che ha il governo alle spalle – pensate a Fannie Mae o Freddie Mac – o quanto invece sia nascosto. I più bravi ricorderanno quanto la garanzia pubblica pesi sul mercato immobiliare Usa.

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Vi prego di notare che nel 1999, che non è proprio ieri, tale garanzia pesava una decina di punti in meno ma era comunque elevata, siamo oltre il 40%. Quindi non è che no partissero bene, i cinesi occidentali. Ma si può dire con ragionevole accuratezza che la definitiva cinesizzazione d’America è un fatto del XXI secolo, quando le notorie minchiate commesse prima con la bolla dot com e poi con i subprime ha costretto il governo a garantire ogni cosa, pure alcuni fondi monetari.

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Esagero? Vi do un altro indizio.

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Quelli che vedete (spero) sono i miliardi di dollari che la Federal Reserve gira ogni anno al governo per i profitti che fa comprando titoli del governo Usa, grazie ai vari QE, in un meraviglioso girotondo di miliardi. Notate che nel 2007 erano appena 34 miliardi l’anno, nel 2016 sono stati 92, in calo dai 97 del picco 2015 perché nel frattempo la Fed ha cambiato i suoi piani. Ma è sempre un bell’incassare. Dal governo vengono, i dollaroni, e al governo torneranno.

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Ora che avete scoperto che i cinesi stanno pure a Occidente, dovreste voler un po’ più bene a noi europei, che siamo circondati e rischiamo di finire stritolati. Lo sappiamo benissimo, peraltro. Infatti viviamo spaventati: risparmiamo tanto, ma investiamo poco, come ci mostrano gli ultimi dati di Eurostat.

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Voi che fareste se foste circondati?

Io un’idea ce l’ho, ma adesso non posso dirvela.

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Buon week end.

A lunedì.