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Cronicario: Mister T parla e la Germania zitta zitta…
Proverbio del 12 gennaio Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità
Numero del giorno: 37,2 Quota degli investimenti diretti Ue allocati negli Usa
C’è chi parla e muove l’aria e chi sta zitto e produce fatti. Non c’è niente da fare: è così da sempre. Da una parte i chiacchieroni, notoriamente rodomonti e ciarloni, per non dire cialtroni, e poi ci sono quelli che ogni giorno zitti zitti portano a casa la pagnotta. Oggi il copione ha due ospiti d’eccezione, da una parte Mister T, che ieri ha tenuto il mondo con l’ansia per il suo primo discorso inter/nazionale, dall’altro la Germania che oggi ha rilasciato i suoi dati sul Pil nel 2016.
Nulla di straordinario, era già ampiamente previsto. Ma quell’1,9% di crescita in un’Europa stracca, che migliora il già dignitoso 1,7 del 2015, fa notizia assai più delle chiacchiere geopolitico/spionistiche dell’uomo biondo, che ha fatto svegliare i mercati senza sorprese e così li ha condannati a un’altra giornata di noia, con i soliti scribacchini già ad incolpare il bellissimo presidente Usa del suo scarso nerbo economico, giudicato responsabile del calo dei mercati asiatici.
Sicché i mercati orfani di colpi di scena americani, si sono dovuti accontentare di quelli europei, che figuratevi la tristezza. E tuttavia qualche colpetto è arrivato, a parte la Germania, è venuta fuori una produzione industriale nell’Ez in crescita a novembre dell’1,5% su base mensile e del 3,2 su base annuale. Guardate che bella come svetta.
E una volta tanto alla festa ci siamo anche noi italiani, che siamo in media su base annua anche se solo a +o,7 su base mensile. Quisquilie e pinzillacchere. Oggi la notizia del giorno è l’Europa, altro che Trump.
O forse no. Fitch ci ricorda benignamente che a marzo 2017 gli Usa raggiungeranno per l’ennesima volta il debt ceiling, che già in passato aveva fatto penare mezzo mondo. Ossia il debito limite che il governo può caricare sullo spalle dei cittadini che, per la cronaca, ammonta a 20,1 trilioni di dollari, che tradotto significa più di ventimila miliardi.
E noi italiani ci spaventiamo per un paio di migliaia miliardi.
Uno dice, peggio per loro, tanto sono americani. Ennò. La cosa è un filo più complicata. La nostra buona salute dipende sostanzialmente dagli americani, e non tanto perché hanno le bombe e ci difendono dai cattivi – quella era l’epoca della guerra fredda – ma perché gli Usa hanno assorbito il 37% degli investimenti diretti europei, come ci fa sapere gentilmente Eurostat.
Ai presbiti faccio notare che quelli in Cina sono appena il 4,2%. Il cuore (e il portafogli) europeo batte per gli Usa, altroché.
A proposito. Che mi combinano i cinesi? Zitti zitti anche loro, mentre il solito Fitch maligna sui loro debiti pubblici in crescita,
che mi fanno? S’infilano nell’11 round di negoziazioni con Giappone, e Corea del Sud per l’FTA, ossia il free trade agreement che si sta svolgendo a Pechino. Che in tempi in cui il protezionismo impera somiglia anche questa a una notizia che leggerete solo sul vostro Cronicario.
E fosse solo questo. McKinsey ci fa sapere che la Cina è di gran lunga la leader dei micropagamenti gestiti con i wallet virtuali, ossia l’anticamera dell’e-commerce che verrà. Un altro ci dice che sempre la Cina ha aumentato del 40% i suoi investimenti diretti nel 2016, in gran parte peraltro in Ue e Usa. E un altro ancora che sempre la Cina sta pensando a una maxi fusione delle sue compagnie di media per creare un “moderno gruppo di media finanziari”.
Insomma: Il secolo asiatico prende forma, con la Cina che somiglia alla Germania, e non si capisce più se sono gli asiatici a copiare l’occidente o se è l’occidente che finirà col copiare loro. Di sicuro l’infittirsi delle relazioni fra i grandi creditori degli Usa è una divertente evoluzione del gioco globale. Aspettiamo solo che facciano l’unione asiatica. Così finalmente nascerà l’asio.
A domani.
Cronicario: Silenzio, parla mister T
Proverbio dell’11 gennaio A buon pagatore non dispiace dar garanzia
Numero del giorno: 850 Metric tons di carne suina importata dai cinesi nel 2015. Primo esportatore la Germania secondo gli Usa.
Silenzio, che parla Mister T. Non subito, più tardi, ma tenetevi pronti e intanto gustatevi Obama che ha parlato per l’ultima volta facendo addormentare i mercati, rimasti lì a fischiettare, annoiati e vagamente impazienti mentre scaldavano le micce che andranno a friggere non appena sua maestà Trump scuoterà la chioma. Ma intanto si sprecano le congetture e gli auspici visto che tutti si sono accorti che le borse si sono ammosciate.
Che ve lo dico a fare: il mondo ha ripreso il solito andazzo depresso, né di qua né di là. Dopo la sbornia di fine anno ora ha mal di testa e serve un tonico. Quindi forza Mister T: stupisci il mondo con i tuoi effetti speciali.
Perché sennò tocca accontentarsi delle tristezze del cronicario globale, che ci racconta casi umani come quello della sterlina, che continua a scendere, sospinta al ribasso dagli eccellenti dati della bilancia commerciale.
Scherzavo. Nel caso vi fosse sfuggito il deficit del commercio inglese a novembre si è allargato da 2,6 miliardi di sterline a 4,2, con l’import a crescere assai più veloce dell’export e la sterlina a scendere ancora più velocemente.
Per fortuna le banche inglesi si stanno preparando al peggio, come ci fa sapere gentilmente la BoE nel suo ultimo quartely bulletin.
Peggio della sterlina, come valuta, ha fatto solo il bitcoin, che oggi ha perso un altro 5% sul dollato scendendo sotto i 900 dollari dopo che aveva illuso mezzo mondo con il rialzo clamoroso di fine anno. Dicono che sia colpa della banca centrale cinese che ha messo sotto occhio alcuni movimenti sospetti, come dicevano ieri che era colpa dei cinesi se saliva, perché compravano bitcoin per aggirare i controlli valutari. Credete quello che più vi piace, il succo è questo.
Se questa vi sembra una moneta, siete maturi per le fiche del poker.
Per far crescere il buonumore tocca affidarsi all’Istat, che ha rilasciato l’ultimo outlook sull’EZ, dove si prevede un aumento del pil dello 0,4% nel quarto trimestre 2016, che però vede un’inflazione in crescita dell’1,5% nei primi due trimestri di quest’anno. Una buona notizia che minaccia di accorciare la vita del QE.
Oppure se siete palati fini, potete avventurarvi in quest’analisi di Bloomberg che fa piazza puliti di alcuni luoghi comuni sull’andamento delle retribuzioni, almeno relativamente al mercato del lavoro britannico.
Il grafico mostra come dal 2007 la retribuzione mediana del livello basso della scala dei redditi sia cresciuta mentre quella dei top earner sia diminuita. Non vi convince? Godetevi Trump.
A domani.
Cronicario: Parte il countdown per Mister T
Proverbio del 10 gennaio Gli dei non possono aiutare chi non coglie le occasioni
Numero del giorno: 7.257 L’indice FTSE 100 al livello più alto in 33 anni
Meno dieci. Tranquilli non è il conto alla rovescia per andare sulla luna. Al massimo andremo a Washington, dove fra una decina scarsi di soli si insedierà Mister T, forse non il più bello ma di sicuro il più pettinato del reame.
E intanto che rullano i tamburi e si decidono i pezzi grossi del governo Usa, quei birichini dei mercati fanno i capricci: prima piangono poi ridono come quei minorenni che sono, ossia sostanzialmente incapaci di intendere ma assai dotati nel volere. E oggi i mercati vogliono lui: Trump. Almeno quanto non vogliono lei.
O almeno così lei dice, lamentando che i banchieri francesi si son rifiutati di incontrarla dopo che aveva chiesto un prestito per la campagna elettorale. Sicché per il noto sillogismo secondo il quale tutti i banchieri sono stronzi, la Le Pen non è una banchiera, quindi la Le Pen non è stronza, possiamo esser sicuri che infinite mani votanti se ne ricorderanno nel segreto dell’urna.
La cosa divertente è che la signora ha detto che sta cercando banche straniere per finanziare la sua campagna elettorale. Quindi una vittoria della Le Pen sarà l’esito di un complotto del capitale straniero per salvare la Francia e distruggere l’Europa.
Ricordatevela questa che viene buona in tante occasioni.
Trump dicevamo. Intanto delizia tutti riempiendo il governo di miliardari, generali e altri simpaticoni. Poi twitta a rotta di collo. Ieri per dire ha pure ringraziato la Fiat per la decisione di investire negli Usa anziché in Messico. Poi, soprattutto, profuma soldi, il che com’è noto ha potere afrodisiaco sui mercati che infatti applaudono, fra alti e bassi, mentre i democratici rosicano. In ogni caso mancano meno di dieci giorni al decollo di Mister T. Sedetevi e godetevi il paesaggio. Si parte lenti, come sulle montagne russe, e poi chissà. Dipende da quanto regge la pettinatura del Mister. I mercati, si sa, si spaventano facilmente.
Intanto però ci sono un paio di notizie dalla periferia del cronicario globale che meritano la nostra attenzione. La prima è il crollo della lira turca, che prosegue e che già ieri il Cronicario vi aveva raccontato. La situazione è questa.
Uno dice: e chissenefrega dei turchi. Epperò sbaglierebbe: la Turchia è molto più di un’economia pesantemente indebitata. E’ un’economia di confine, in tutti i sensi. Dal tentato colpo di stato la lira ha perduto il 24% sul dollaro, e molto del suo indebitamento è proprio in valuta Usa, quindi una svalutazione così forte non è sicuramente un buon viatico per la sua stabilità finanziaria.
La seconda notizia ha un valore sentimentale, quindi preparate i fazzoletti. Yahoo non c’è più. La compagnia che ha accompagnato le prime mail di quelli più vecchi fra noi cambierà nome e si chiamerà Altaba, un’evoluzione nominale che dice tutto del declino della compagnia, passata dallo schiamazzo festoso di Yahoo! al risuonare fesso di questa newco, che finirà divorata da Verizon, uno dei colossi della telefonia Usa che ha comprato per due spicci – si fa per dire sono sempre 4,8 miliardoni – una compagnia che nei tempi buoni valeva più di 100 ed ebbe anche il coraggio di rifiutare, nel 2008, un’offerta da 44 miliardi fatta da Microsoft, che immagino stia ancora festeggiando lo scampato pericolo. Un pezzo grosso degli anni ’90 sparisce. Ma non dovete sorprendervi. Dipende dal fatto che tornano quelli degli ’80.
A domani.
Cronicario: Il 2017 è l’anno dei nuovi giovani: gli over 50
Proverbio del 9 gennaio Qualunque cosa soddisfi la fame è buon cibo
Numero del giorno: 23 Perdita percentuale della lira turca sul dollaro in 12 mesi
Bentrovati. Volendo riaprire il Cronicario, mi son detto che serviva una rentrée in grande stile, una roba memorabile. E così, pensa e ripensa m’è venuta la brillante idea di dedicare quest’anno nuovo alla categoria sociale che più di tutte merita il riconoscimento e l’attenzione delle nostre cronache incurabili: il nuovo giovane
ossia l’anziano. Ora quando dico anziano non mi riferisco alla nouvelle vague del nostro tempo infantilizzato, per cui diventi anziano dopo gli 80 e sei un giovane uomo fino a 65 anni (salvo che per l’Inps). Mi riferisco a quelli che quando eravamo ragazzi chiamavamo vecchi, ossia gli over 50, e che oggi invece sono sospetti di incipienti primavere. Vi riferisco giusto un paio di notizie che ho trovato sul cronicario globale.
La prima arriva dall’Inps, che nella sua release di oggi su occupati e disoccupati, dove si legge che l’aumento di 19 mila occupati del mese di novembre riguarda solo le donne e gli ultracinquantenni, che evidentemente sono i nuovi giovani disoccupati. La seconda è questa, diffusa dalla Ambrosetti House.
In pratica l’età media di un consigliere di una società quotata, in tutti i segmenti borsistici analizzati, è 57 anni. In pratica l’età d’oro di chi abita nel nostro paese, che evidentemente ha rimediato al calo delle nascite spostando avanti l’età della ragione.
Perfezionare la trovata richiederà solo escludere gli under 50 dalle statistiche dell’occupazione o magari convincerli a diventare lavoratori autonomi e così finalmente ridurre quell’antipatico 11.9% di disoccupati di novembre non dico al 4,1 tedesco o al 3,7 lussemburghese, ma almeno al 9,8% della media euro. A proposito, la situazione è questa.
Se non siete soddisfatti è solo perché non avete una visione abbastanza ampia. Le cose vanno benissimo, se uno la vede dall’alto degli ultimi 100 anni, come ci fa gentilmente notare il World economic forum.
Quindi se non siete felici è perché siete troppo giovani per ricordare. Tranquilli, questa malattia la curano il tempo e il governo, che prima o poi vi farà arrivare una provvidenza, fin quando non conquisteremo la terza età e finalmente finiremo come i giapponesi, dai quali ci separa un’incollatura.
L’unica buona nuova che trovo su caso nostra mi arriva da Bruxelles, che dice di aver sbloccato 360 milioni per le nostre piccole e media imprese. Speriamo di saperli prendere e spendere.
Fuori dalle miserie di casa nostra, ne troviamo peraltro di peggio. La sterlina, per dire, inizia la settimana con un robusto ribasso
che fa impallidire persino quello turco, la cui lira ormai veleggia verso la pizza di fango del Camerun. E poi c’è la Germania, dove l’export aumenta, ma l’import pure, col risultato che ormai i tedeschi non crescono più perché sono bravi a esportare ma perché hanno imparato a spendere i loro soldi. Era ora.
A domani.
Cronicario: Il botto di Mps per gli auguri di Buon Natale
Proverbio del 22 dicembre Non sappiamo se vinciamo o perdiamo, ma possiamo sempre far festa
Numero del giorno: 1,8 Crescita percentuale delle retribuzioni reali in Germania nel III Q 2016
Mi piace un sacco chiudere il Cronicario per le feste col botto di Mps, che in questi giorni ci ha tenuto compagnia e chissà per quanti altri altri – visto che siamo solo all’inizio – ci toccherà sopportarne adesso il ronzio. Perché l’avete sentito il botto no?
Si, questo. Ieri il Parlamento ci ha intrattenuti con la migliore eloquenza possibile per spiegarci i perché e i percome, mentre i fantomatici emiri del Qatar svanivano come ombra sotto il mezzogiorno di fuoco di un aumento di capitale insostenibile per qualunque privato, anche se emiro. E poi Mps faceva sapere di avere soldi per quattro mesi. In sostanza: era ben avviata verso il fallimento.
Ma poi è arrivato il botto. Nazionalizzazione, come la PrivatBank Ucraina, che infatti il vostro Cronicario preferito (essendo l’unico) vi aveva già anticipato per tempo, ricordando le ultime parole famose: #statesereni. Ve l’avevo detto che arrivava Babbo Natale col sacco riempito dalle vostre tasse. E ora chi può attinga. Già mi immagino la file, l’anno prossimo. E state certi che sarà un piacere raccontarvela quest’altra farsa italica.
Nel frattempo il proverbio di oggi del Cronicario, malgrado sia malese, mi sembra il commento migliore a tutta la vicenda nostrana: non sappiamo (e in fondo neanche ci interessa) se vinciamo o perdiamo ma possiamo sempre far festa.
Di fronte a tutto ciò, il resto del cronicario globale impallidisce. Vale la pena però, se amate gli amarcord, fare un salto da Bloomberg, che riepiloga i numeri più interessanti del 2016. Qui ve ne riporto giusto un paio che mi sembrano proprio da Cronicario: alla metà di dicembre il mercato borsistico Usa capitalizzava il 38% del totale delle borse mondiali. Noi italiani pesiamo l’1%. E parliamo pure. La seconda riguarda invece la Cina, che nel 2016 ha speso per acquisizioni in Usa e Europa 163 miliardi, più di quanto abbiamo fatto nei tre anni precedenti. E ora chiedetevi chi comandi nel mondo.
A parte Mps, di casa nostra vale la pena segnalare la nuova release sul commercio estero dell’Istat, relativa a novembre, che segnala export e import in espansione rispetto ad ottobre e rispetto all’anno scorso. In grande spolvero la crescita di esportazioni verso Usa (+15,4%) e Giappone (+14,2%). E poi c’è quest’altra notizia, che rimane ai margini del cronicario globale, ma che qualcuno ha saggiamente osservato.
Bitcoin sta conoscendo la sua ennesima primavera speculativa, che incoraggia le più svariate speculazioni sulle ragioni. Quella di moda in questa fine d’anno è l’indebolimento dello yuan che spinge i cinesi a comprare moneta virtuale. Se vi piace, credeteci pure. Male non fa.
Infine, come lettura post prandiale vi suggerisco l’ultimo bollettino economico della Bce. Ottima per la digestione e l’abbiocco. Ma anche per scoprire come mai malgrado la robusta crescita del mattone i prezzi al consumo siano rimasti fermi. Non ci avevate pensato eh? A questo serve la Bce.
Infine, due parole su di noi. Il Cronicario è ancora un bebé su questo blog ma già ha un gran numero di affezionati, che saluto caramente. Non so se piace il tono semiserio, oppure il fatto che propone informazioni clandestine lette con l’occhio storto del cronista da marciapiede. Quello che so è che qui siamo molto contenti di ospitarlo, e quindi lo faremo anche in futuro, finché un giorno, divenuto grande, magari emigrerà altrove.
Quindi rassicuratevi. Il Cronicario ora chiude per un po’ ma tornerà a gennaio. Quando meno ve l’aspettate.
Buone feste.
Cronicario: La paura fa 20, 30 e 52, ma poi passa
Proverbio del 21 dicembre Parole sdolcinate, delizia degli sciocchi
Numero del giorno: +0,7 Crescita prevista in Spagna nel IV Q 2016
Che giornate, perbacco. Un natale così non si vedeva dai tempi di Gesù di Nazareth, con i governati, i giornalisti e tutta la compagnia cantante a dare letteralmente i numeri seguendo la coda della cometa. Che sarà di Mps? Che sarà di Canale 5? Che sarà del comune di Roma e dell’Unione europea? E poi perché la Banca d’Inghilterra da tre giorni posta racconti dell’orrore sulle crisi inglesi del XIX secolo? Facile: il regalo di quest’anno per noi tutti è economico e popolare
Che se ci pensate a Natale, apoteosi del sovrannaturale, ci sta tutta.
E allora cominciamo col primo spauracchio: il Monte dei Laschi (rectius, Paschi) di Siena. Poco fa il Parlamento ha approvato la norma che consente di accollarci sul groppone 20 miliardi di nuovi debiti per sostenere le banche. Attenzione al plurale. Mps è solo la prima, il 2017 ci porterà il resto. A breve scopriremo se il piano per convincere il mercato a mettere altri soldi nella cassaforte bucata di Mps, che ha avuto anche la gentilezza di farci sapere che ha liquidità solo per quattro mesi, ma in ogni caso il governo sta lì pronto col salvagente. Ma voi che leggete il Cronicario lo sapevate già
Intanto che aspettiamo di sapere quanto ci costeranno le manie di grandezza di Mps e le abbronzature dicembrine dei suoi manager, limitiamoci allo spavento. Il refrain che tutti i politici hanno recitato oggi era una roba tipo: se non salviamo Mps finisce il mondo. La paura inzucchera qualunque medicina. E dovremmo ingollarne parecchi di spaventi a quanto pare. Almeno secondo Bloomberg, che ha postato questa munifica previsione.
Per ripulire i bilanci bancari nostrani delle scorie tossiche che hanno cumulato servirebbero non 20, ma 52 miliardi. Fischia. Da lì ad arrivare a 90, come lo spavento della smorfia il passo è brevissimo.
Senoché gli spauracchi non finiscono qui. Un altro numero, stavolta il 30, si rivela esser la spia d’un improvviso attacco di panico che ha coinvolto il nostro meglio generone: la paura dei francesi di Vivendi.
Il nuovo De Bello Gallico lo combattono i barbari nel suolo patrio e nientemeno che attentando al patrimonio dell’immaginario nazionale con l’arrembaggio a Mediaset. Chi non è cresciuto guardando Drive In non può capire l’angoscia che ha colto la generazione al potere. Ma perché 30, vi chiederete. Facile: 30 è la soglia di azioni che Vivendi deve raggiungere per far partire l’Opa sulla società dei Berluscones. Se qualcuno pensa che i francesi siano spiantati come quel tale che nell’estate dei furbetti voleva scalare il Corriere, guardate questo
Sono gonfi di miliardi, i francesi. E soprattutto sono pieni di idee. Notate che fra le acquisizioni di quest’anno ci sono anche un paio di giganti dei videogiochi come Gameloft e Ubisoft. Il che dovrebbe far capire anche ai distratti cosa ha in mente Vivendi, peraltro grande azionista della nostra Telecom: la tv che fa tutto, anche le pizzette. I Berluscones che idea hanno? Boh.
Stanco di spaventarmi, lascio le vicende di casa nostra ed emigro oltre oceano. E che ti trovo? Bloomberg, sempre per la serie timori e tremori, ci svela che il 2016 è stato un anno nero per gli hedge fund, i grandi distruttori, le locuste della finanza, come ebbero a definirli, che hanno subito deflussi da 80 miliardi che per un’industria che ne vale tremila non è poco ma neanche tanto.
Ma la notizia più divertente l’ho trovata qua. Leggere che Goldman Sach ipotizza che la Fed possa offuscare gli orizzonti di gloria di Mister T metterebbe di buon umore persino un sottoscrittore di bond subordinati. Ve l’immaginate Mister muscolo che si flette sotto l’autorità della Yellen?
Ma allora perché mai quei cervelloni di GS se ne escono con una facezia del genere? Si chiama portarsi avanti col lavoro. Bye bye Janet.
Ma il modo migliore per farsi passare la paura del Natale è leggere questo articolo del WSJ, che rivela come i giovani americani che vivono in famiglia siano ormai arrivati al 40%, la percentuale più elevata degli ultimi 75 anni. Ora, non è che non li capisca i poveri Millenial, schiacciati dai debiti e dai soldi che hanno fatto i loro padri, solo che vorrei dire loro che anche in questo (noi stiamo quasi al 65% ma vabbé) come in altro
noi italiani siamo stati antesignani e anticipatori. Quindi tranquilli. Adesso che avete scoperto quanto è bello vivere con mamma e papà, vi manca solo di scoprire le virtù del debito pubblico, del posto sicuro e, dulcis in fundo, della pensione. E vedrete come passa la paura.
A domani.
Cronicario: I (debiti) cinesi a cinque stelle, noialtri nelle stalle
Proverbio del 20 dicembre Il vuoto da la strada al pieno
Numero del giorno: 80 Percentuale di europei che usa lo smartphone per andare su Internet
Se fossi cinese non avrei dubbi: manderei una mail al figlio del cielo, il primo ministro Li, che proprio in questi giorni ha inaugurato una nuova consuetudine: aprirsi all’ascolto dell’universo mondo, purché parli mandarino e abiti in Cina, per redigere con democratica coscienza il work report del 2017.
In questo rigurgito di democrazia diretta, che fa della Cina un papabile candidato all’universo a Cinque Stelle che noi italiani abbiamo avuto il genio di inaugurare, se fossi un cittadino cinese profitterei della benevolenza del primo di tutti loro per chiedere una spiegazione di questo grafico mirabolante che ho trovato sul WSJ.
Ve la faccio semplice: l’85% del debito corporate cinese, una montagna che galleggia intorno al 150% del pil è stato emesso da imprese che hanno alle spalle governi locali o statali. In pratica sono aziende pubbliche. I privati veri sono appena il 10%, che se ci pensate è un piccolo record. Bene: quasi il 66% di questi debiti sono in pancia alle banche ombra, entità a loro volta a forte ingerenza statale, il 24% di questi bond li hanno comprato le banche (statali) e l’8,8% altre entità governative. Appena l’1,1% di questi debiti è fuori dal perimetro del governo che quindi è in pratica il perfetto creditore di se stesso. La situazione ideale. Il moto perpetuo del debito.
Capisco perché la Cina sia diventata un esempio per tutti noi. L’autentico faro che illumina il sol dell’avvenire. E capisco pure che non possiamo neanche spiegare la circostanza col fatto che sono comunisti. Che dovremmo dire allora degli Usa, che garantiscono più del 60% dei debiti del sistema privato con il governo?
Appunto. Quindi evviva la Cina, a cinque stelle come i suoi debiti. E speriamo che duri perché ci siamo già passati l’anno scorso dai tormenti cinesi e pure all’inizio di questo. E per il prossimo, se il dollaro continuerà a salire non è che le prospettive siano migliori. Poi il fatto che i governi commettono infiniti disastri quando si occupano dell’economia non interessa a nessuno. Anzi: c’è un problema: chiamate il governo.
Da noi per dire. Ieri sera, dopo un’ampio endorsement da parte di quelli che contano (i soldi), il governo ieri sera ha preso 20 miliardi che non ha e li ha messi sul piatto per salvare il sistema bancario più solido del mondo (cit.) quello con le banche che non hanno problemi (ricit.) perché non parlano inglese (aricit.).
Le nostre stelle bancarie, a cominciare da Mps che splendeva nel firmamento da alcuni secoli, sono finite nelle stalle dove di solito abitano i risparmiatori e i contribuenti. Ossia noi. Bentrovati.
Dall’Europa arriva una notizia che basta appena a consolarmi. La prima è che il saldo del conto corrente della bilancia dei pagamenti Ue continua a crescere, per lo più grazie ai servizi. L’attivo dell’EZ, in particolare, riferito sempre al mese di ottobre 2016, sta intorno ai 30 miliardi.
Che significa? In pratica che come area prendiamo dall’estero più soldi di quanti gliene diamo per i vari scambi. Insomma: siamo sempre più ricchi, mettiamo da parte, e intanto ci lamentiamo. Il vecchio trucco per star bene, evidentemente.
Dall’altra parte del mondo, dal Giappone, arriva la notizia che la BoJ non muove paglia, per il momento, perché l’economia va meglio secondo il noto ottimista Kuroda, incidentalmente governatore della banca, che però ammette che l’inflazione è ancora freddina. Al contrario in Germania si intravede un pochino di inflazione sui prezzi di produzione, per la prima volta dal 2013.
Ma per finire serve una perla, e ne ho trovate un paio magnifiche, fra le tante gioie preziose che ci offre Bankitalia, nell’audizione di Salvatore Rossi, DG della banca, in Parlamento. Ecco la prima: “L’informativa alla clientela deve essere snella e scritta con linguaggio comprensibile”. Dal che deduco che Rossi non abbiamo mai comprato un’obbligazione o aderito a una collocazione di titoli in borsa, figuratevi convertire un subordinato. E poi l’altra: “Un eccesso di documentazione trasforma la trasparenza in beffa”.
Dal che capisco qual è il vero segreto che i banchieri si tengono stretti solo per loro: non fidarsi mai delle banche e mettere i soldi sotto la mattonella. Meditate gente.
A domani.
Cronicario: Mps? Macché, la banca del giorno è PrivatBank
Proverbio del 19 dicembre La farfalla conta gli istanti, perciò le basta il suo tempo
Numero del giorno: 1,5 Crescita % annuale del costo orario del lavoro nell’EZ
Beati voi se credete che cervelloni europei stiano dando fondo ai neuroni per cavare Mps (e l’Italia) fuori dai guai. A noi al massimo ci mandano a dire di fare i bravi e di cavarcela da soli. E si capisce perché: ben altri orizzonti occupano i pensieri dei capataz di Bruxelles. Se proprio si deve dare una mano a una banca, l’Ucraina vale cento volte l’Italia, e siete troppo intelligenti per non capire il motivo, quindi il vostro Cronicario non vi offenderà offrendovi una spiegazione.
Qui vi ricordo solo due cose: la prima è che entro giovedì sapremo quanti poveri cristi che si sono fidati del loro bancario convertiranno i loro bond subordinati Mps, che dovrebbero portare fra uno e due miliardi al Monte dei Laschi (rectius, Paschi) , e poi vedremo se si farà sotto qualche cinese o arabo a comprare il resto. Solo alla fine sapremo quanto pagheremo noi contribuenti per tutto ciò che i privati non vorranno comprare. Per poi magari scoprire che fra un anno saremo di nuovo a parlare di Mps, un po’ come succede per la Grecia. O l’Ucraina, appunto.
Adesso che c’entra l’Ucraina? Il caso vuole che proprio mentre Mps iniziava la sua improbabile apertura all’aumento privato di capitale il cronicario globale iniziava a cinguettare sulla banca del giorno. Che non è Mps, sorry, ma PrivatBank, la prima banca dell’Ucraina, il cui governo ha ottenuto il plauso, fra gli altri, dell’ERBD, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, per la decisione di nazionalizzarla “per proteggere i depositanti della banca, sia individuali che business”, nella consapevolezza che “la stabilità a lungo termine della PrivatBank in Ucraina è cruciale per la salute economica del paese”, come ha spiegato il gentile Suma Chakrabati, presidente dell’ERBD. Hai capito PrivatBank…
Mica finiva li. Poco dopo la Commissione Ue twittava allegramente dei suoi accordi sempre con l’Ucraina su praticamente lo scibile economico, dall’energia alle ferrovie, suscitando un altro appassionato plauso, stavolta addirittura dal Fmi. “La decisione di nazionalizzare la PrivatBank è un passo importante nello sforzo di salvaguardare la stabilità finanziaria”, e poi le solite promesse di aiutare, collaborare, eccetera, per ottenere la mitica “crescita forte e sostenibile”. Parola di Lagarde. Che peraltro non finisce di parlare che viene fuori la notizia che proprio lei, miss Fmi, è finita nei guai: i giudici francesi l’hanno trovata negligente. La storia la trovate qui.
Sempre casualmente gli aiuti all’Ucraina arrivano lo stesso giorno in cui l’Ue prolunga di altri sei mesi le sanzioni alla Russia, decise proprio a causa del conflitto ucraino. Ora se vi chiedete perché l’Ucraina può nazionalizzare una banca e l’Italia no, vuol dire che state fuori dallo spirito del tempo, (chessò avete dimenticato che 25 anni fa cadeva l’Unione sovietica) e quindi vi meritate di leggere l’ultima lectio magistralis di Ignazio Visco che oggi è stato laureato honoris causa a Napoli e ci ha regalato, come di consueto, alcune primizie della sua saggezza. Ve ne sgrano un paio per non guastarvi la sorpresa. Uno: “Il singolo numero esercita grande attrazione, ma può generare fraintendimenti”. Due: “Se il quadro macroeconomico dovesse diventare meno favorevole, @ecb è pronta ad ampliare ritmo e durata del QE”.
Siccome il Cronicario stamattina si è svegliato col piglio geopolitoco, mi sembra giusto a questo punto infliggervi due notizie sul petrolio, ossia il lubrificante geopolitico per eccellenza, che ho pescato leggendo le previsioni di Ole Hansen, Head of Commodity Strategy di Saxo Bank sull’anno che verrà. La prima è che l’EIA ha notato un balzo recente di 99.000 barili nella produzione Usa nelle regioni specializzate in shale. Insomma, la curva della produzione Usa, dopo Vienna, rischia di invertirsi, come il vostro Cronicario vi ripete da un bel po’.
La seconda news è che la Libia potrebbe riaprire dei campi petroliferi chiusi da un paio d’anni che pesano un 400 mila barili al dì, più o meno quanto l’Arabia si è impegnata a tagliare a Vienna. Questo aiuta a capire perché l’entusiasmo sulle quotazioni petrolifere inizi a raffreddarsi, al contrario di quello per il dollaro, ancora bello pimpante.
Concludo con Eurostat che ha rilasciato i dati sulla crescita delle retribuzioni in Europa, nel terzo quarto 2016 rispetto a quello del 2015, che sotto Natale fa piacere sapere queste cose.
Per la cronaca, l’Italia ha visto una decrescita delle retribuzioni su base annua dello 0,5%, questo a fronte di una crescita nell’area euro dell’1,5%. C’è di buono che la Commissione Ue ci fa sapere che molti governi, in Europa, sono i datori di lavoro più attivi e le entità economiche più pervasive. Che è fantastico, se ci pensate. Almeno sappiamo con chi dobbiamo prendercela.
A domani.
Cronicario: Mps, Bankitalia parla a suocera perché il governo intenda
Proverbio del 16 dicembre Coloro che salgono sulla stessa barca hanno le stesse aspirazioni
Numero del giorno: 26% Peso dell’industria nell’economia della Germania
Poiché è un venerdì da leoni per i circa quarantamila di noialtri che si sono imbarcati nelle obbligazioni subordinate di Mps, mi sembra doveroso dedicare a loro il Cronicario che chiude questa settimana così ridanciana per le borse e insieme tristanzuola per le loro belle speranze, dopo che la Consob ieri notte ha dato il via libera all’aumento di capitale da cinque miliardi e alla possibilità di conversione dei loro bond bailinabili. A loro rivolgerò un esortazione divenuta celebre.
No, davvero. E se non credete a me, che pure ormai ho una certa esperienza in paraculaggine nostrana, credete a Valeria Sannucci, vice direttore di Bankitalia che stamattina è intervenuta al Rome Investment Forum recitando un compassato intervento sulla necessità di aggiustare e completare l’Unione economica e monetaria europea. Intento nobilissimo e discorso pieno di spunti edificanti, come quando, ad esempio, ha ricordato che, in caso di crisi sistemica, un supporto pubblico temporaneo non solo deve essere considerato, ma favorito. Oppure quando ha sottolineato che l’uso del bail in in caso di rischio sistemico rischia di esacerbare la minaccia alla stabilità finanziaria. Ed eccola qua la parolina magica che apre le porte all’intervento pubblico: stabilità finanziaria. Qualcuno dubita che Mps, in caso di risoluzione, metta a rischio la stabilità finanziaria? No di certo, specie di questi tempi. Ed ecco allora che si prepara il confortevole abbraccio del governo. Prima delle feste, poi, ci sta tutto. Babbo Natale quest’anno passa dritto da palazzo Chigi.
Quindi godetevi il week end, e la prossima volta che l’amico bancario vi propone un titolo che non sapete spiegare a vostro figlio piccolo denunciatelo per istigazione al bail in.
La seconda bella notizia del giorno ce la regala l’Istat e riguarda il nostro commercio estero di ottobre, che segna un aumento congiunturale delle importazioni del 2,7% rispetto a settembre a uno zero bello tondo dell’export, mentre se guardiamo il dato tendenziale, ossia rispetto a ottobre 2015, notiamo che l’export è diminuito del 2,2% e l’import dell’1,6. Se leggete la nota fino in fondo scoprirete che sono aumentati i prezzi all’importazione, e questo è dipeso principalmente dal petrolio, e poi che nei primi dieci mesi dell’anno abbiamo cumulato un avanzo commerciale di 41,6 miliardi che sarebbero stati 63,1 se non avessimo dovuto pagare la bolletta energetica. Che quindi vale circa 22 miliardi. Questo a ottobre, prima che accadesse questo al petrolio
e questo al dollaro, che dobbiamo usare per comprarlo
Ma voi continuate a stare sereni, e godetevi la tredicesima (chi ce l’ha). Il fatto che il nostro avanzo commerciale – ossia l’unica cosa che ci tiene in piedi – rischi di liquefarsi appartiene al novero delle sfighe probabili più che possibili del 2017. C’è sempre la speranza, per dire, che quelli dell’Opec litighino o che i non Opec si rimangino la promessa di tagliare la produzione e che quindi l’IEA, l’agenzia internazionale che stima un deficit fra offerta e domanda a metà 2017 (e quindi un ulteriore incremento dei prezzi) prenda una cantonata.
Ah, dimenticavo, ci sarebbe l’esito del Consiglio europeo di ieri, ma come vi aveva anticipato il vostro Cronicario si è trattato per lo più di uno scambio di auguri e di dossier, uno più complicato dell’altro, dall’immigrazione all’unione bancaria. Si segnala la circostanza che i leader Ue si sono messi a discutere di Brexit dopo che la prima ministra britannica aveva tagliato la corda. Fra l’altro non è che i nostri euroleader abbiano le idee chiare o siano d’accordo…
Concludo con una notizia che allieterà il vostro tempo libero nei due giorni prossimi. Il WEF ci fa sapere che la finanza digitale sta aiutando le popolazioni del mondo a sfuggire alla povertà. Non la finanza, ma il fintech ci fornirà le chiavi per il paradiso, ossia un reddito capiente. Perché, per dirla con le parole di Jane Austin,
e se non ci credete vuol dire che avete un large income ce l’avete. Oppure che abitate in paradiso.
Buon week end.
Cronicario: Le conseguenze antieconomiche della Fed
Proverbio del 15 dicembre Il forestiero è forestiero solo un giorno
Numero del giorno: 358.300 Richieste di asilo arrivate nell’Ue nel III Q 2016
Cominciamo da una cosa facile facile. I primi a pagare il conto del rialzo dei tassi della Fed saranno gli americani che hanno debiti sul groppone. Quindi praticamente tutti: giovani, vecchi e fra un po’ anche i bambini. Nel caso non abbiate dati sottomano, accontentatevi di questo
In pratica, per le famiglie americane siamo oltre i 12 trilioni di dollari di debiti, che significa 12 mila miliardi, due terzi dei quali sono mutui immobiliari, diciamo un otto trilioncini. E che succederà a questi debiti dopo l’aiutino della Fed? Semplicemente questo.
Bloomberg si chiede, chissà quanto retoricamente se i mutui saranno più cari. Ma certo che sì, ciccini belli. Succede quando alzi i tassi di interesse per la gioia delle banche. Vi faccio anche un conto della serva che magari dimensiona il problema. Lo 0,25% di interessi in più su un montante di 12 trilioni (ma i tassi bancari aumenteranno certo assai più) vuol dire un 30 miliardi di interessi in più (di incassi per le banche) su una montagna già alta abbastanza da scoraggiare gli sciatori più estremi.
E questa è la prima conseguenza antieconomica della Fed. Che peraltro promette rialzi ulteriori l’anno prossimo. Addirittura tre. Che moltiplicati per il nostro conto della serva significa aggiungere ogni volta minimo 30 miliardi di dollari di interessi in più sulle spalle dei cittadini indebitati e di profitti per chi dà a prestito.
La seconda conseguenza la vedete qui.
L‘indice che misura la forza del dollaro si è impennato, con tutte le conseguenze del caso per le valute estere, con l’euro ai mini dal 2003, e le valute dei paesi emergenti a capofitto. La terza conseguenza ce la racconta il WSJ, ma il Cronicario la sapeva già: il dollaro forte è un problema per la stabilità finanziaria internazionale. Molti ne sono convinti. E i dati di questi giorni, con le borse insolitamente esuberanti e interi paesi sotto pressione, sembrano confermarlo.
La quarta conseguenza antieconomica della Fed dovrà spicciarsela il nostro beneamato Mister T. però. Se come dice la Yellen i tassi arriveranno all’1,4% a fine 2017 e al 2,1% a fine 2018, il nostro eroe dovrà farsi piacere l’idea di pagare più interessi sul deficit che promette di fare per fare l’America great again. Voi come la vedete la Yellen?
La telenovela dei tassi Fed, per quanto avvincente, non deve però farci trascurare gli altri eventi clou della giornata. Oltre al lancio di Galileo, il satellite che segna l’inizio dell’Unione satellitare europea, in terra come in cielo (cit.), oggi l’Ue era in grande spolvero perché i capi di governo dovevano incontrarsi per gli auguri di natale al Concilio europeo, e con l’occasione parlare di quelle tre o quattro fesserie che giustificano questi incontri: immigrazione, Brexit, difesa comune, unione bancaria, investimenti comuni, e cose così. Tutti dossier che fanno un figurone sotto l’albero. Il vertice è ancora in corso, quindi vi guasterò la sorpresa rivelandovi che non succederà un bel nulla. Scambio di bacetti, selfie e foto di gruppo.
A proposito di migrazione. Eurostat proprio oggi ha rilasciato i dati sui richiedenti asilo che per la prima volta hanno presentato istanza in un paese europeo. Sono più di 350 mila, solo nel terzo trimestre 2016. Fanno circa un milione in attesa.
E sarà pure un caso, ma sempre oggi il Parlamento europeo ha varato una norma che concede ai paesi membri la possibilità di introdurre nuovamente l’obbligo di visto di ingresso per i cittadini non comunitari “in casi di emergenza”, ossia si trovino a dover affrontare “un aumento forte di immigrazione o rischi per la sicurezza”. Quindi quando gli pare. Sarà mica anche questa una conseguenza antieconomica della Fed? Ma no. Magari di Trump.
Fra le notizie che dovete assolutamente conoscere e poi tranquillamente ignorare c’è sicuramente questa, che il Cronicario propone per pura simpatia col titolo.
In pratica la Banca d’Inghilterra waits and see, e la sterlina …
Ancora una conseguenza antieconomica della Fed?
Mah. Nel dubbio mi consolo coi casi nostri, proponendovi due perle made in Istat. La prima spiega in gran parte le ragioni del nostro buonumore.
Da noi si mangia roba buona. E se vi sembra poca cosa, provate a cercare la pancetta o l’olio extravergine nel Midwest Usa.
La seconda mi commuove fino alle lacrime, perché racconta di noi, della nostra storia e delle nostre fissazioni. Anzi, l‘unica fissazione nazionale (insieme con quella della casa): la pensione.
Un dato eloquente è che il 72,6 dei 16,2 milioni di pensionati nel 2015 ha al massimo la licenza media. L’altro che il reddito medio netto di una famiglia con pensionati è appena di duemila euro inferiore a quello di una famiglia che lavora. Capite perché conviene la pensione?
A domani.


































































