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Il fantasma dell’inflazione spaventa le banche centrali

Ci è voluta nientemeno che una pandemia per tornare a parlare di rischio inflazione, che deve sembrare persino una cosa molto concreta se molti banchieri centrali – di recente se ne è occupato il capo economista della BoE – sono tornati a ragionare di cose che sembravano ormai archiviate dalla storia.

Quest’ultima, com’è noto, non si ripete, ma tende a somigliarsi. E poiché mai come nell’ultimo anno banche centrali e governi hanno aperto i rubinetti per equilibrare lo slump di produzione, redditi e quindi consumi, ecco che improvvisamente torna a fare capolino il pensiero che forse abbiamo esagerato.

Nei pensieri è tornata a fare capolino l’idea che la straordinaria quantità di risorse finanziarie pompate nel sistema globale sia come benzina che potrebbe improvvisamente incendiarsi qualora – per colmo di paradosso – le cose dovessero iniziare a marciare bene. Da qui le straordinarie difficoltà che hanno gli analisti a prevedere gli andamenti futuri dell’inflazione, che il grafico sotto esemplifica perfettamente.

“Nelle sue ultime previsioni di febbraio – spiega l’economista inglese – , si è ritenuto che ci fosse a una possibilità su tre di inflazione inferiore allo zero, o superiore al 4%, nell’orizzonte temporale di due anni”. Che è come dire che i previsori sono indecisi fra la notte e il giorno.

Un’incertezza “comprensibile”, secondo il nostro relatore, visto l’effetto straordinario che la pandemia ha avuto sull’economia. Nel Regno Unito il calo del pil è stato dell’8% nel 2020, il doppio di quello globale, deprimendo l’output gap e quindi l’inflazione.

La questione, alla quale solo il tempo potrà dare una risposta, è capire se l’enorme stimolo offerto sarà sufficiente oppure no per invertire il trend depressivo dell’economia. E se, nel caso, si dovesse persino andare fuori dai target di inflazione stabiliti, con grave nocumento per la credibilità delle banche centrali. Non a caso molte hanno già fatto capire di aspettarsi livelli di inflazione elevati per qualche tempo.

Il dibattito sull’inflazione, peraltro, è un’ottimo esercizio per riepilogare lo stato dell’arte della nostra visione del mondo, che tali politiche di stimolo ha praticamente imposto contando sul fatto che l’inflazione si fosse addormentata.

Quest’ultima convinzione trova il suo fondamento nella considerazione che la pressione inflazionistica fin dagli anni ’70 ha iniziato a declinare, passando dal 10% al 5% negli anni ’90 per scendere al 3% nel 2000 e intorno al 2% negli anni Dieci.

Da qui alla narrazione dell’inflazione scomparsa il passo è stato brevissimo. Anche perché neanche la corposa reazione dei governi alla crisi del 2008 sembra abbia invertito questa percezione. Addirittura, nel lungo periodo il trend dei prezzi delle principali economie è stato sempre al di sotto del target del 2%.

Il peso della Grande Recessione del 2008 ha alimentato questa narrazione. E il confronto con la Grande Depressione del ’29 alimenta la convinzione che il livello di attività globale sia ancora ben lontano dall’esprimere un output gap capace di rianimare i prezzi.

Da qui la riesumazione della stagnazione secolare, che individua in alcuni fattori strutturali di lungo periodo – demografia piuttosto che calo del tasso naturale di interesse – l’andamento lento dell’economia che ha effetti anche sui prezzi, essendo venuta meno l’antica relazione della curva di Phillips.

Il punto saliente è che tutto questo apparato di storielle, che finora ha guidato l’azione dei policymaker, rischia di finire nel cestino della storia qualora l’inflazione ripartisse sul serio. Per le banche centrali, che hanno gonfiato i loro bilanci come mai prima, si parla di 10 trilioni di dollari di asset pari al 13% del pil, diventerebbe molto difficile giustificare le loro politiche.

Il punto interessante – o dolente a seconda dei punti di vista – è che la moneta di banca centrale non si  è tradotta in maggiori spese nell’economia. “Nei dieci anni prima della crisi Covid – spiega – il denaro di banca centrale (“narrow money”) a livello globale è aumentato di oltre il 150%, mentre la spesa monetaria a livello globale è aumentata di meno del 50%”. Ecco il carburante che attende di bruciare.

Se guardiamo ad altre diverse misure della moneta, prendendo come punto di osservazione il denaro creato dalle banche commerciali, si osserva che quest’ultimo è cresciuto di circa l’85%, quindi un ammontare più vicino a quello speso. Ciò significa che si è abbassato il moltiplicatore monetario, espresso dal rapporto fra il denaro in circolazione e il denaro di banca centrale.

Un altro elemento della stagnazione secolare? Forse, più semplicemente, l’effetto di una prolungata manipolazione della moneta che con la crisi Covid ha raggiunto l’apice di tutti i tempi.

Per questo sarà interessante osservare il futuro. Se l’inflazione dovesse tornare a salire, vorrebbe dire che i banchieri centrali avevano ragione. Ma se ciò dovesse disancorare le aspettative e farla risalire sopra i target sarebbe una vittoria di Pirro. Questo i banchieri lo sanno perfettamente. E ovviamente lo temono.

La questione energetica cinese. La grande sete di petrolio

Dunque il mondo dovrà fare i conti con l’ipoteca della domanda cinese di energia, che ha a che fare non solo con la quantità di emissioni – tema assai sentito dalle anime belle – ma anche con la gestione delle rotte energetiche sulle quali transitano le forniture energetiche, nientemeno che vitali per Pechino.

Abbiamo già osservato cosa significhi questo per il carbone, che rimane tuttora la principale fonte energetica dei cinesi. Ma vale la pena fare la stessa analisi anche per il petrolio.

La sete cinese di petrolio non è meno impellente della fame di carbone. Ormai da anni la Cina primeggia nel mondo per importazioni di greggio ed è seconda solo all’insaziabile gigante Usa quanto a volumi di consumi. Anche se i valori assoluti celano consumi pro-capite più simili a quelli africani che a quelli occidentali. La Finlandia – per fare l’esempio citato dal Paper Bofit che ha ispirato questa serie – ha un consumo pro-capite che è tre volte e mezzo quello cinese.

Ciò non vuole dire che le importazioni petrolifere cinese siano meno strategiche. E per comprenderlo basta osservare che la gran parte dei consumi di petrolio derivano dal settore dei trasporti. Mentre il carbone serve alla produzione, il petrolio muove – letteralmente – l’economia cinese. E la dimensione raggiunta da questo movimento è facilmente intuibile se si osserva che fino al 1995 la Cina era addirittura esportatrice netta di greggio. Un quindicennio dopo, a mutazione già completata, la produzione cinese equivaleva le importazioni. Era il 2009.

Oggi la produzione interna basta a coprire solo il 30% del consumo cinese: più o meno 4 milioni di barili prodotti al giorno a fronte di 14 milioni consumati, con appena 26 milioni di barili di riserve – all’incirca il 2% delle riserve globali – che implicano una capacità di resistenza senza forniture che non arriva a una settimana.

A fronte di questo scenario, le importazioni sono aumentate al ritmo del 10% annuo negli ultimi tempi, e dal 2017 la Cina è il primo importatore al mondo.

Si capisce perché mettere in sicurezza le rotte energetiche sia poco meno che vitale per i cinesi. Le previsioni peraltro ipotizzano che la dipendenza dall’export crescerà ancora in futuro. E questo spiega parzialmente perché Pechino abbia investito così massicciamente su raffinazione e capacità di stoccaggio: per sfruttare al meglio le congiunture favorevoli dei prezzi, come si è visto in occasione della crisi del Covid 19.

Tanta sete di greggio non può essere certo soddisfatta da una sola fonte, ed ecco perché la Cina intrattiene relazioni con tutti gli attori del mercato della produzione.

Come si vede dal grafico, i maggiori fornitori sono l’Arabia Saudita (nel 2020 il 16% del totale delle importazioni cinesi di petrolio) e la Russia (il 15%). Quest’ultima ha visto crescere le sue esportazioni grazie all’apertura, fra il 2011 e il 2018 dell’East Siberia Pacific Ocean pipeline (ESPO)

Ma il rapporto con i Sauditi si è infittito, di recente, con la sigla di diversi accordi con i produttori. Rimangono ancora robusti i legami con gli altri produttori, compresi l’Iran e il Venezuela, sebbene entrambi siano complicati dalle sanzioni Usa.

Importante sottolineare il notevole peso specifico raggiunto dal settore della raffinazione, la cui capacità produttiva è sostanzialmente triplicata negli ultimi due decenni. Una notevole accelerazione si è avuta a partire dal 2015, quando il governo ha iniziato a consentire alle raffinerie private di importare petrolio. Il risultato è stato che adesso la Cina produce circa il 16% dei prodotti raffinati nel mondo: circa 13 milioni di barili al giorno.

Due terzi di questa produzione rimane robustamente in mano alle aziende statali. Al tempo stesso la Cina è diventata esportatrice netta di prodotti raffinati, anche se volumi ancora limitati (circa il 5% del totale), con gran parte dei compratori allocati in Asia, con Singapore e Hong Kong a fare da porta di uscita di prodotti che finiscono, fra gli altri, nelle Filippine, in Australia, Corea del Sud e Vietnam.

In sostanza, la debolezza cinese – il bisogno di importare – ha generato una piccola forza – la capacità di esportare prodotti raffinati – che a lungo andare può diventare strategica nella regione di riferimento cinese. Ciò che non ti uccide, ti rende più forte. Anche nel mercato dell’energia.

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Cartolina. La rivolta dei rendimenti

La notizia finanziaria di questo inizio d’anno è senza dubbio la ripresa dei rendimenti a lungo termine, che improvvisamente sembrano essersi risvegliati dopo che l’amorevole cura delle banche centrali li ha tenuti a lungo dormienti e, soprattutto bassi. L’evento ha sconvolto molte certezze e suscitato nuovi pensieri. Per la prima volta nei sussurri dei banchieri centrali è apparso l’accenno a forme di controllo della curva di rendimenti, che peraltro il Giappone, da sempre all’avanguardia, pratica da anni. Anche perché la rivolta dei rendimenti – conferma che ancora funziona la logica dei mercati, per cui se vuoi i miei soldi in prestito me li devi pagare e non il contrario – viene interpretata come una fiera insubordinazione. C’è ancora la pandemia, eccetera eccetera. Sicché si preparano nuovi rimedi, per riportare gli animal spirit là dove devono rimanere: nello zoo della pianificazione economica. Perché il mercato è bello. Purché faccia quel che gli si dice.

Oro, grano e finanza straordinaria tengono a galla l’economia russa

Nell’anno peggiore della storia economica internazionale recente la Russia è riuscita a rimanere a galla con notevole fatica solo in ragione di alcune partite straordinarie di finanza pubblica e dell’andamento soddisfacente delle esportazioni di oro e grano, che hanno compensato, anche se solo parzialmente, il crollo di export di risorse energetiche.

Quest’ultimo è stato il principale fardello che ha affossato del 21% il valore delle esportazioni russe nel 2020, secondo una ricostruzione pubblicata da Bofit. E sempre qui leggiamo che l’export di greggio è diminuito del 13%, mentre il gas naturale “solo” dell’8%. Che sembra poca cosa a patto di trascurare l’enormità dell’export energetico russo in tempi normali.

Ma per sua fortuna la Russia ha tante risorse, che in qualche modo hanno funzionato da ammortizzatore. Nell’anno peggiore della storia economica recente, la Russia ha riscoperto il valore di esportazioni molto ottocentesche, e tuttavia tremendamente attuali, come oro e grano.

Il primo, ha visto raddoppiare il valore delle sue esportazioni, anche grazie al rialzo dei prezzi, portando a +10% l’export di metalli preziosi del paese. Quanto al grano, l’export di cibo è cresciuto del 20%, un progresso determinato proprio dal grano e poi dagli oli vegetali, che ha avuto come contropartita un aumento del costo del cibo all’interno del paese, costringendo il governo a imporre le quote sulle esportazioni e anche dei dazi su alcune esportazioni.

Curiosamente, il forte calo delle domanda interna provocato dalla pandemia e dalle svalutazione sofferta dal rublo ha ridotto le importazioni russe di beni solo del 5%, con la parte peggiore vissuta dai prodotti chimici (-12%) e da quelli farmaceutici (-30%).

Complessivamente, il saldo della bilancia delle merci esibisce un attivo di 90 miliardi, somma algebrica di 330 miliardi di beni esportati e di 240 di beni importati. E’ utile ricordare che l’Europa a 27 pesa circa un terzo sia dell’import che dell’export russo, la Cina pesa il 15% delle esportazioni e il 24% delle importazioni, mentre i paesi dell’Unione euro-asiatica pesano circa il 10% dell’import e dell’export. La Russia, almeno quanto al commercio, è assai più europea che asiatica.

Dal punto di vista fiscale Mosca è riuscita a cavarsela con una perdita di entrate fiscali di appena il 3% rispetto all’anno prima, ma solo in virtù di un’operazione straordinaria decisa la primavera scorsa, quando la proprietà della banca statale Sberbank fu trasferita dalla banca centrale (CBR) al governo, cui andarono anche i proventi dell’operazione che la Central bank of Russia realizzò con la vendita. Senza questa vendita, spiega Bofit, il calo di entrate fiscali sarebbe stato il doppio, quindi il 6%.

Ovviamente il calo delle entrate fiscali è stato determinato in larga parte dei minori introiti energetici. A ciò si aggiunga che la spesa pubblica, per fronteggiare l’epidemia, è cresciuta del 14%, portando il rapporto di quest’ultima sul pil al 40%, livello osservato solo durante la crisi del 1998 e del 2009.

La spesa sociale, escluse le pensioni, è aumentata del 40%, con quella per il supporto per le famiglie cresciuta di 2,5 volte. Le spese per la salute sono cresciute del 30%.

L’anno è stato chiuso con un deficit del 4%, che sembra poco solo perché ha preso il posto di un notevole surplus. Il debito totale del governo è arrivato al 18% del pil, mentre gli asset liquidi del National welfare fund sono arrivati all’8% del pil.

La situazione è migliorata gradualmente nella parte finale dell’anno. Le prospettive del 2021, tuttavia, sono ancora alquanto incerte. Non solo per la Russia, ovviamente.

I tassi negativi sono qui per rimanere

Chi fosse interessato a capire come stia mutando la costituzione economica delle nostre società, dovrebbe dedicare qualche ora a leggere un bel paper di un’ottantina di pagine pubblicato di recente dal Fmi che riepiloga un decennio (quasi) di tassi negativi imposti da alcune banche centrali che hanno inaugurato quella che senza tema di esagerazioni si può definire un’epoca.

Fatto storico, dunque, i cui esiti non possono essere esauriti da un paper, per quanto corposo, anche perché in larga parte – come lo stesso studio ammette – sconosciuti. Per farvela breve, ma approfondiremo nei giorni a venire, gli autori concludono che i tassi negativi hanno funzionato. Ma certo, bisogna intendersi cosa si intenda con funzionare.

Su questo il dibattito rimane apertissimo e parafrasando il poeta, saranno i posteri a dare l’ardua sentenza. Ma intanto è utile sapere cosa ne dicano gli autori.

Intanto che “la trasmissione della NIRP (negative interest rate policy, ndr) è stata efficace nei tassi del mercato monetario e in quelli bancari, contribuendo significativamente alla caduta dei rendimenti di lungo termine”. Quindi se lo scopo della NIRP era questo, allora sì: ha funzionato.

Ciò non ha impedito una crescita generalizzata dei volumi di prestiti bancari senza finora che la profittabilità, dicono sempre gli autori, si sia deteriorata troppo. Pure se, ammettono, questo probabilmente riflette solo effetti di breve termine. A lungo andare, insomma, i danni potrebbero esserci eccome.

La NIRP, inoltre, “ha probabilmente supportato la crescita e l’inflazione”, replicando in qualche modo il meccanismo incorporato in qualunque tagli dei tassi. Ma soprattutto. “rimane una questione aperta fino a che punto i tassi di interesse potrebbero diventare negativi prima di compromettere seriamente l’intermediazione finanziaria o indurre altri effetti collaterali negativi”. Affermazione – ne converrete – meravigliosa che dice tutto quel che c’è da sapere circa la consapevolezza dei nostri policy maker. Ai posteri l’ardua sentenza, appunto. Intanto noi abbiamo tracciato la rotta.

Ignoriamo gli effetti di lungo termine, né sappiamo quanto tempo ancora possiamo continuare a “ingannare” il mercato imponendo tassi negativi che inevitabilmente impattano sui rendimenti. Però sappiamo che “le banche centrali non dovrebbero privarsi di questo strumento e tenerlo della loro cassetta degli attrezzi”. Questo perché “se i mercati interiorizzano che i tassi possono essere tagliati fino a sotto lo zero, lo spostamento è capace di indurre un declino nei rendimenti di lungo termine”, che evidentemente sono il problema.

Quindi se lo scopo della NIRP era quello di abbassare i rendimenti – desiderio che evoca la keynesiana eutanasia dei rentier – allora si: i tassi negativi funzionano. Per questo “presto o tardi molte banche centrali potranno essere forzate a considerare questo strumento, anche se ci sono effetti materiali avversi”.

Quindi questo è il punto: i tassi negativi, vera novità del nostro evo economico, sono stati utili, pure se ancora non sappiamo a quale costo, e lo saranno anche in futuro, nonostante i rischi che incorporano. Sono qui per restare. Sarà interessante scoprire che tipo di società ne verrà fuori.

Il secolo asiatico. La dominanza cinese del carbone

Un altro modo per raccontare l’epopea del secolo asiatico potrebbe essere notare l’incredibile paradosso di una Cina che sfida l’egemonia tecnologica statunitense proponendo al mondo il suo 5G e che al tempo stesso continua ad alimentare in larga parte la sua fame energetica col carbone, in perfetto stile XIX secolo.

Pure se il cielo sopra Pechino non sembra più grigio come in passato, più che altro perché i politici hanno promesso di schiarirlo con le loro buone intenzioni, ancora oggi la Cina è la prima consumatrice e produttrice di carbone.

Nel decennio fra il 2008 e il 2018, infatti, la produzione è cresciuta annualmente del 2%, e un anno dopo, nel 2019, era arrivata al 4%. Perché le buone intenzioni sono una bella cosa, ma le necessità dell’industria alla fine vincono, specie se per un’economia emergente che deve sfamare un miliardo e più di persone.

Così, sempre nel 2019, la Cina la prodotto quasi la metà del carbone mondiale e ne ha consumato praticamente altrettanto. Fino a un decennio fa le sue riserve le consentivano di essere una esportatrice netta, ma ormai non più. Circa l’8% del suo consumo viene importato. Un terzo di queste importazioni arriva dall’Indonesia, un altro terzo dall’Australia e il resto dalla Mongolia e dalla Russia. Col che risulta chiaro quali siano le relazioni economiche che la Cina deve coltivare per tenere accesa la sua gigantesca macchina produttiva.

Le riserve cinesi, peraltro, rimangono fra le più ampie al mondo. Pesano circa il 13% del totale, l’equivalente di quelle europee e australiane. D’altronde dal carbone dipende ancora il 60% dell’energia cinese, in calo rispetto al 70% di dieci anni, ma ancora largamente prevalente. Basti considerare che oltre il 66% della produzione di elettricità dipende dal carbone, così come l’83% dei riscaldamenti.

Questa gigantesca caldaia, costruita negli anni a suon di sussidi e burocrazia, è probabilmente il fardello più pesante per l’economia cinese e la questione climatica globale per la semplice ragione che il sistema è costruito per andare a carbone e servirà moltissimo tempo per de-strutturarlo.

Un esempio: i gestori delle rete elettriche sono obbligati a comprare quote prestabilite di energia prodotta a carbone e ogni impianto di produzione a carbone ha un certo numero di ore di produzione obbligate per legge. Tutto ciò ha consentito la sopravvivenza di impianti obsoleti e antieconomici, rallentando il passaggio verso le energie rinnovabili.

Nulla più del carbone svela il paradosso cinese di un’economia che cerca di modernizzarsi – si pensi al Made in China 2025 – e poi si alimenta come si usava fare due secoli fa. Pechino oggi, come la Londra di ieri. Il Secolo Asiatico è figlio di una antica nostalgia.

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La pandemia non frena la globalizzazione

Un sondaggio svolto da Bankitalia sulle imprese italiane conferma una tendenza già osservata altrove circa gli esiti che la pandemia ha generato sui processi di globalizzazione, per il momento poco rilevanti. Le pratiche di reshoring, ossia di reinternazionalizzazione dei processi produttive fino ad oggi svolte all’estero, rimangono residuali.

Questa considerazione va inquadrata all’interno di una tendenza che ormai da anni sta generando il rallentamento dell’internazionalizzazione. Quindi di quelle che sono lo strumento attraverso il quale essa procede: ossia le global value chains (GVC), vessate da dazi e barriere, nonché da un clima culturale che ricorda sempre più gli anni ’70, uno dei momenti più bassi della globalizzazione nella storia recente.

In quegli anni infatti, ricorda Bankitalia, il contesto era “caratterizzato da elevate barriere al commercio, una bassa frammentazione del processo produttivo e una contenuta integrazione dei paesi emergenti nell’economia mondiale”. Erano gli anni della stagflazione, fra le altre cose.

Successivamente si è andato verso un mondo dove ha prevalso “un processo produttivo suddiviso in numerose mansioni, localizzate geograficamente in paesi anche molto distanti, un basso livello di barriere al commercio e un maturo grado di integrazione delle economie emergenti, in particolar modo della Cina”.

Più di recente “le tensioni geopolitiche hanno ulteriormente contribuito a frenare i processi di integrazione internazionale, per effetto della maggiore incertezza sulle politiche commerciali”. Da qui il dibattito, vagamente inconcludente, su globalizzazione si/no, che ha finito col fornire ossigeno ai populismi incardinati su varie primazie che hanno finito con l’indebolire ulteriormente il commercio internazionale. In sostanza molti paesi hanno provato a segare l’albero sul quale erano seduti.

L’arrivo della pandemia ha suscitato nuovi interrogativi circa l’esito de-globalizzante della crisi sanitaria e la possibilità che potesse favorire processi di reinternazionalizzazione dei processi produttivi, che molta parte dell’opinione pubblica – sedotta dal pensiero facile che più fabbriche dentro casa significa maggior benessere – auspicava e che alcuni politici hanno sponsorizzato riproponendo pensieri e pratiche del più vieto mercantilismo.

Ma a quanto pare le aziende non hanno abboccato. “Le evidenze internazionali suggeriscono che, in seguito allo shock pandemico, la maggior parte delle imprese non abbia ancora avviato una strategia per riportare le proprie attività nei paesi di origine”. Queste indagini, svolte negli Usa, in Svezia e in altri paesi hanno concluso che meno del 15% delle aziende multinazionali starebbe considerando la possibilità di riportare le produzioni nei paesi di origine, mentre circa il doppio potrebbe rilocalizzare alcuni impianti in paesi vicini.

Anche Bankitalia ha svolto un sondaggio, e gli esiti sono alquanto chiari: “Anche in Italia le imprese non hanno radicalmente modificato le proprie strategie di integrazione nei mercati internazionali”.

“Più specificatamente, oltre il 60% delle imprese con impianti all’estero non aveva ridotto la propria presenza internazionale negli ultimi tre anni, né intendeva ridurla in prospettiva; parimenti, il 78% delle imprese con fornitori esteri non intendeva diminuirne il numero. Tale evidenza sottolinea la particolare importanza per la partecipazione alle GVC del cosiddetto “capitale relazionale”, in cui le imprese internazionalizzate investono sostenendo un costo fisso elevato, non recuperabile quando tali relazioni cessano”, spiega la Banca.

“Per quanto riguarda la chiusura degli impianti all’estero – aggiunge -, benché una quota non trascurabile di imprese internazionalizzate (5,7%) abbia dichiarato di voler prendere in considerazione questa strategia nel prossimo futuro, negli ultimi tre anni solo un esiguo numero ha effettivamente scelto di riportare produzioni estere all’interno dei confini nazionali (1,9%)”.

Si rassegnino gli alfieri delle produzioni in casa. La specializzazione dei lavori e l’internazionalizzazione delle competenze sono componenti essenziali del calcolo economico. E finché le imprese saranno libere di calcolare e decidere, l’internazionalismo avrà vita lunga. A meno che non si vogliano limitare le libertà economiche, quindi. Cosa piacerebbe a molti. Ma per fortuna non (ancora) alla maggioranza.

 

Cartolina. Smart working, smart income

Non è troppo lontano dal vero chi afferma che lo smart working è un privilegio da benestanti. Laddove il benessere, a prescindere dal semplice livello del reddito, che pure ha il suo peso relativo, dipende anche dal fatto che gli smart worker fanno lavori tipici in quelle che J.K. Galbraith chiamava società affluenti. Attività quindi che richiedono ingegno, istruzione di alto livello, competenze informatiche. Da cui derivano i redditi elevati. Detta semplicemente, i lavori “affluenti” sono naturalmente candidati a diventare smart, a differenza di quelli “poveri”, che richiedono e richiederanno sempre – si pensi a un barista o a un operaio – la presenza. Poi certo ci sono gli smart worker che non sono né particolarmente istruiti, né ingegnosi, ma che stanno a casa ugualmente pagati solo perché hanno un contratto e un datore di lavoro che glielo consente. Questi, più che ricchi, sono fortunati. E forse è anche meglio. Per loro.

La pandemia aumenta la diseguaglianza dei redditi in Italia

Poiché si inizia a fare la conta dei danni provocati dalla pandemia, peraltro ancora lungi dall’essere terminata, vale la pena sfogliare un bel paper della Banca d’Italia che tratta di una vicenda annosa – la diseguaglianza dei redditi nel nostro paese – ma aggiornandola.

In sostanza si propone di osservare come la pandemia abbia impattato su questa nostra caratteristica, in gran parte determinata dalla struttura del nostro mercato del lavoro, che a sua volta dipende in larga parte non solo dal nostro livello di istruzione, ma anche dalla conformazione del nostro settore produttivo.

Vale la pena fare questi conti perché il governo, proprio per frenare gli effetti devastanti della pandemia, e quindi assicurare un reddito a tutti quei lavoratori rimasti chiusi in casa nelle terribile primavera del 2020, ha dovuto aprire i rubinetti della spesa corrente, che secondo i calcoli della Commissione europea contenuti nelle previsioni di autunno ha quasi sfiorato gli 829 miliardi di euro l’anno scorso a fronte dei 748 del 2019.

Questa ottantina di miliardi è servita proprio a colmare l’abisso della disuguaglianza di redditi che la pandemia ha approfondito a un livello senza precedenti. Ma è chiaro che tale misura straordinaria è stata solo un tampone. I danni prodotti dalla pandemia, che ancora non smette di infierire su un tessuto economico sempre più indebolito, rischiano di mutare drasticamente, peggiorandolo, il divario fra i redditi, e poiché non è pensabile che il governo continui ad allargare i cordoni della borsa, è necessario capire che tipo di mondo ci attenderà alla fine della pandemia. E anche a questo serve il lavoro degli economisti della banca.

Per le loro analisi gli studiosi si sono serviti dei dati dell’ultimo quarto 2019 contenuti nell’Italian Labour Force Survey (ILFS) che contiene le informazioni sul livello dei redditi, incrociandoli con altri strumenti statistici e ipotizzando alcune congetture. Quindi ha preso in esame le varie misure adottate dal governo.

Sulla base di queste premesse, il lavoro ha dedotto che il lockdown, come era facile immaginare, ha colpito più duramente le famiglie più povere, per le quali è più elevata la possibilità di essere impiegate nei settori non essenziali e che hanno meno possibilità di lavorare da casa. Non a caso la quota di famiglie impiegate nei settori colpiti dal lockdown è più elevata nel primo quintile di reddito, quindi quello più basso.

Al contrario, le famiglie che hanno potuto lavorare da casa sono quelle che stanno nel quintile più alto.

Peggio è andata per i giovani con contratti temporanei, che hanno primeggiato nella triste classifica dei posti di lavoro perduti.

A fronte di questa situazione, Bankitalia ha stimato che in assenza di interventi del governo la disuguaglianza sarebbe cresciuta significativamente, con l’indice di Gini a crescere del 4% nel primo semestre del 2020 dal 34,8% di fine 2019. Ciò principalmente a causa della perdita media di reddito che, in assenza di interventi del governo, avrebbe raggiunto il 17% per i lavoratori temporanei e autonomi.

Nel breve termine gli incentivi hanno funzionato, “almeno parzialmente”, dice la Banca: l’abisso della disuguaglianza non si è allargato quanto avrebbe potuto. L’indice di Gini, infatti, si è stabilizzato al livello di fine 2019.

Questo non vuol dire che la situazione non possa peggiorare in futuro. “Rimane cruciale – sottolinea il paper – monitorare la capacità del mercato del lavoro di riassorbire i lavoratori”. Perché certo non è pensabile che il governo possa continuare a sussidiarli a lungo. E se si ricorda che alla complessità contribuisce anche il blocco dei licenziamenti che prima o poi dovrà essere revocato, si capisce perché il nuovo premier abbia sottolineato l’importanza della politica economica dei prossimi mesi. Perché l’aumento della diseguaglianza, che tutti dicono di voler evitare, è proprio dietro l’angolo.

 

La globalizzazione emergente. La via panturca del gas

Poiché da quando i cinesi hanno riesumato le vecchie vie della seta è diventato vezzo comune utilizzare i beni primari come strumento di osservazione delle relazioni economiche internazionali, vale la pena concedersi una breve digressione su una di queste vie che ormai da tempo ha guadagnato il podio della cronaca per gli importanti risvolti che ha per il mercato energetico: quella del gas.

Lo spunto ce lo forniscono un paio di fatti di cronaca accaduti di recente. Il primo è stato l’annuncio dell’avvio della collaborazione a tre fra Turchia, Azerbaijan e Turkmenistan che dà vita a un meccanismo permanente che sembra fatto apposta per rinverdire certe nostalgie turaniche, o per meglio dire, panturche, che ben si sposano con lo spirito rievocativo insito in tutte le narrazioni che coinvolgono le varie vie della seta. Peraltro i tre paesi, oltre alla prossimità geografica, condividono quella etnica e linguistica, che certo aiuta a rinsaldare fra loro quella collaborazione sempre definita come “fraterna”.

Il secondo fatto di cronaca che completa il primo è il passaggio nel parlamento azero del memorandum d’intesa fra azeri e turkmeni, già annunciato in passato, per le esplorazioni energetiche congiunte nel Caspio, che come è stato osservato da più parti segna la riapertura del Grande Gioco del gas in un’area (e una risorsa) a dir poco strategica per il futuro dell’Europa e della Cina, entrambi forti importatrici di gas che viene estratto (anche) in Asia centrale e passa (anche) dalla Turchia.

Le due cose insieme ci consentono di individuare in quella che potremmo chiamare la via panturca del gas una delle variabili della partita per la fornitura delle risorse energetiche che potrebbe finire col coinvolgere anche l’Iran, anch’esso grande produttore di gas, ma mal collegato alla grande rete delle forniture internazionali.

Questa via panturca dovrebbe consentire il passaggio del gas dal Caspio fino all’Adriatico utilizzando due infrastrutture, una già attiva e l’altra da tempo immaginata ma mai realizzata sia per i costi che per i disaccordi fra azeri e turkmeni che la ritrovata armonia panturca, di sicuro promossa dalla Turchia e dalla recente conclusione del conflitto fra armeni e azeri, ha risvegliato.

L’infrastruttura già esistente è il Southern gas corridor, concepito per far arrivare gas in Europa (e in Turchia) senza utilizzare le rotte russe.  E’ un network lungo 3.500 km diviso in tre tronconi: la South Caucasus Pipeline (SCP), la Trans-Anatolian Pipeline (TANAP) e la Trans-Adriatic Pipeline (TAP). Il progetto coinvolge sei paesi, fra i quali il nostro, oltre a Georgia, Grecia, Albania, Turchia e Azerbaijan e ha un costo previsto di 45 miliardi.

La seconda infrastruttura è il Trans-Caspian Gas Pipeline (TCGP).

Lette da questa angolazione, l’annuncio del patto “tripartito” fra i tre paesi somiglia all’inizio di una cooperazione regionale capace di orientare verso quest’area geografica la partita che si sta giocando sul gas e che l’Occidente dovrebbe tornare a guardare con attenzione. In caso contrario non è difficile capire chi lo farà: Russia e Cina.

La prima, che ha già notevoli interessi nel settore del gas, replicando il copione di competizione/cooperazione con la Turchia può facilmente rientrare in partita, magari utilizzando l’Iran come cavallo di Troia. Aldilà delle ipotesi, si può già osservare che la Gazprom ha ricominciato ad importare gas turkmeno già dal 2019, dopo una sospensione durata tre anni.

La Cina, che diventa sempre più vorace di anno in anno, è un sicuro mercato di sbocco per un gas – quello del Caspio – che fino a poco tempo fa, anche a causa della rivoluzione Usa dello shale, sembrava fuori mercato. La Cina sazia la sua fame energetica in gran parte con forniture dal Medio Oriente, che fornisce circa il 51% della domanda cinese, a fronte di un 14% che arriva dall’Asia centrale. Ma già si osservano movimenti di questi paesi verso Pechino – il Kazakhstan ha deciso di concentrare le sue esportazioni di petrolio verso la Cina a spese dell’Europa – per la semplice ragione che il mercato cinese è quello del futuro.

Anche per il gas, le esportazioni centro-asiatiche verso Pechino coprono circa il 15% del consumo cinese di gas che le previsioni ipotizzano raggiungerà i 610 Bcm l’anno entro il 2035, a fronte degli attuali 330, per arrivare a 690 entro il 2050, sullo scia del processo di de-carbonizzazione che Pechino ha promesso di realizzare. Musica per le orecchie dell’Asia centrale, che è imbottita di gas che deve essere ancora estratto. E questo semmai è il problema.

Al momento infatti le forniture sono assicurate dalla Central Asia-China Gas Pipeline (CAGP), che collega il Turkmenistan allo Xinjiang, la porta d’accesso cinese della Belt and Road initiative.

Questo gasdotto trasporta 55 Bmc l’anno, con la prospettiva di arrivare a 85 attraverso la cosiddetta linea D che collegherà il Turkmenistan alla Cina passando dal Kyrgyzstan, Tajikistan and Uzbekistan.

Ed ecco che la via panturca del gas potrebbe trovare il proprio naturale completamento: una parte che arriva fino in Italia, e l’altra che arriva fino in Cina, con le ex repubbliche sovietiche a prosperare sulle forniture dei due polmoni produttivi dell’Eurasia. La partita è aperta. E i giocatori sono già sul tavolo.