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La carta più che il mattone alimenta la ricchezza degli italiani

L’ultima relazione annuale di Bankitalia ci consente di fare il punto sulla ricchezza delle famiglie italiane a fine 2019, prima vale a dire che i bilanci familiari fossero scossi dalla pandemia. Si tratta di una ricognizione utile perché tratteggia, aldilà delle circostanze, alcuni trend che caratterizzano l’identikit economico della nostra società.

Il primo di questi trend ha a che fare col rapporto fra ricchezza finanziaria e ricchezza reale. Fra carta e mattone, potremmo dire. Dai dati emerge che ormai il driver della ricchezza delle famiglie, cresciuta complessivamente dell’1,9% in termini reali nel 2019, è assai più la carta del mattone, Quest’ultimo, infatti, sconta gli esiti di una crisi che sembra interminabile, e che ha condotto a un calo dello 0,5% del valore reale del patrimonio immobiliare nel 2018. Una tendenza confermata anche nel 2019.

Il calo dei prezzi, che in qualche modo ha incoraggiato l’aumento delle compravendite, favorite anche dal livello molto basso dei tassi di interesse, ha eroso ancora la ricchezza immobiliare delle famiglie, ossia quello che era da sempre considerato il punto di forza degli italiani, malgrado sia notoriamente illiquida.

Oggi non è più così. Il mattone gioca sempre un ruolo importante nei bilanci familiari, ovviamente, ma è la finanza a regalare qualche soddisfazione. Nel 2019, infatti, la ricchezza finanziaria è cresciuta del 5,2% grazie al rialzo dei titoli, portando le attività finanziarie al 42% della ricchezza totale lorda, per un valore medio pari a 3,7 volte il reddito disponibile. Un valore elevato, rispetto al confronto con i nostri partner europei, ma molto inferiore a quanto fosse nel 2007, ossia prima delle grande crisi finanziaria e quella dell’euro.

Il grafico sopra di sinistra ci consente di osservare la ricchezza finanziaria in rapporto al reddito, in sostanziale stagnazione dal 2013 a oggi, mentre quello di destra ci da un’idea di come siano investiti questi attivi. In particolare ci comunica un’informazione molto interessante: per le famiglie italiane, se consideriamo la riclassificazione degli attivi filtrati dal risparmio gestito – quindi l’esposizione indiretta delle famiglie a questi attivi – i bond pubblici rimangono un asset importante. I tanti che chiedono agli italiani di comprare più bond pubblici, dovrebbero tenerne conto, anche se la parte del leone la fanno i conti correnti.

Dal 2007 in poi il peso specifico dei depositi, infatti, è cresciuto del 7%, individuandosi in questa crescita un altro trend che sembra ormai consolidato del nostro rapporto con la ricchezza finanziaria. Gli italiani vogliono rimanere liquidi, pure se ciò ha un evidente costo/opportunità che potrebbe persino aumentare in futuro. Queste preferenza per i depositi può dipendere da vari fattori, non ultimo dal fatto che esiste una liquidità diffusa che però non riesce ad esprimere una massa critica meritevole di investimento finanziario. Milioni di conti correnti con piccole somme, piuttosto che conti correnti milionari.

A fronte di ciò nel 2019 le famiglie hanno venduto obbligazioni bancarie, e questo individua un’altra tendenza che prosegue da anni, che ha interrotto la lunga consuetudine delle famiglie con questi strumenti finanziari: una anomalia nel panorama internazionale. Ma sono stati venduti anche altri asset. E questo ha contribuito ad alimentare un altro trend ormai evidente: quello della crescita del risparmio gestito.

La quota del risparmio gestito, infatti, è passata dal 19,8 delle risorse allocate nel 2007 al 31,6% del 2019. Evidentemente le famiglie hanno capito che conviene affidarsi a professionisti dell’investimento, visto che le vecchie consuetudini – ad esempio l’investimento obbligazionario “semplice” – non sono più remunerative. E probabilmente molti hanno capito che il risparmio gestito consente la diversificazione dei rischi. E infatti nel 2019 l’esposizione diretta e indirette delle famiglie verso i titoli esteri è arrivata al 21,1%. Anche di questa tendenza i tanti che invitano gli italiani a investire “patriotticamente” dovrebbero tenere conto.

Ma poiché la ricchezza netta dipende in maniera sostanziale anche dal livello dei debiti, è osservando quest’ultimo che troviamo un’altra tendenza che ormai si può dire faccia parte della nostra storia: il livello basso del debito privato, che però nel 2019 è cresciuto del 3,5%, portandosi al 61,9% del reddito disponibile, molto al di sotto della media dell’EZ (95%), “soprattutto – spiega Bankitalia – in ragione del volume più basso dei finanziamenti per l’acquisto delle abitazioni”. A marzo 2020, infatti, il totale dei debiti verso banche e società finanziarie era di poco superiore a 621 miliardi di euro.

Tutto si tiene, insomma: compriamo meno case, e quindi calano i prezzi del mattone, siamo meno indebitati di conseguenza e questo tiene basso il livello globale dei debiti. Ma questa “virtù” è conseguenza di un “vizio”: non riusciamo a esprimere dinamismo sul mercato immobiliare che è uno dei motori della crescita economica. E molto probabilmente ciò ha a che fare con il livello dei redditi, ancora moderato.

L’altra voce che fa crescere i debiti, ossia il credito al consumo, è in crescita dell’8,6%, proseguendo un’altra tendenza che va avanti dal 2015. Nel 2019 “l’incidenza di questi debiti sul reddito disponibile è stata superiore in Italia rispetto alla media dell’area (12,9 e 10,5 per cento da 9,2 e 11,4 nel 2007, rispettivamente). Ma vale la pena sottolineare che “la quota di questi finanziamenti riferita alle famiglie con reddito basso è diminuita”. Sono insomma le famiglie più ricche a far ricorso a queste pratiche.

Il grafico sopra ci comunica un’altra informazione interessante: la quota di credito al consumo sul totale della popolazione è in calo significativo in tutti i paesi osservati rispetto al 2008.

Ricapitoliamo. Le famiglie italiane sono meno ricche del 2007, con più carta e meno mattone – in valore – nel portafoglio. Questo le espone ai capricci dei mercati finanziari, ovviamente. Più di un terzo di questi asset sono impiegati in depositi bancari, per prudenza o semplice distribuzione orizzontale della ricchezza. Le famiglie sono sempre poco indebitate, ma più di prima, e soprattutto perché hanno meno mutui sulle spalle, e molti sono stati ricontrattati per pagare meno interessi. Il credito al consumo non ha ancora recuperato il livello del 2008.

Che ci dice tutto questo? Che siamo ancora ricchi, ma dipende un po’ dal mercato, un po’ dal fatto che teniamo le redini tirate. E si vede.

La Globalizzazione emergente. Ombre turche sulle strade dello Yemen

La disgrazia più grande dello Yemen coincide beffardamente con la sua più grande fortuna: la posizione che la geografia gli assegnato nella storia.

Oggi che il paese è sconvolto dalla guerra, le epidemie e la fame si sottolinea giustamente la disgrazia, ma sarebbe poco saggio ignorarne la fortuna, perché lo spicchio Sud-Occidentale della penisola arabica, che si affaccia sul  e presiede lo stretto di Bab el Mandeb, proprio di fronte a Gibuti, porta d’ingresso di almeno cinque milioni di barili di petrolio al giorno, è uno di quei punti dolenti – perché molto frequentato – della nostra globalizzazione e giocoforza anche di quella emergente che stiamo provando a delineare ormai da qualche tempo sul nostro blog. Ma per la stessa ragione è un ottimo punto su cui far leva per sollevare il mondo. O almeno provarci. E questo spiega perché in così tanti guardino ossessivamente da quella parte.

Sulla situazione attuale in Yemen, c’è poco da aggiungere. Di recente Ispi ha pubblicato un buon riepilogo dello stato del conflitto che serve anche a conoscere l’elenco aggiornato dei contendenti che si fanno la guerra, e per le più svariate ragioni, da un tempo lunghissimo.

Inutile dilungarsi sui dettagli, basta un semplice riepilogo: lo Yemen adesso si trova sostanzialmente diviso in due parti, a Nord e Sud, in una situazione che ricorda quella antecedente alla riunificazione del 1990, covando per lo più diverse guerre contemporaneamente e tre governi con due capitali.

C’è il governo ufficiale del presidente Hadi, che è filo saudita. Ci sta quello dei secessionisti del Sud, con capitale ad Aden, appoggiati dagli Emirati Arabi Uniti, che prima erano alleati dei Sauditi nella coalizione, nonché storici “influencer” dello Yemen, che si oppone ai ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, che occupano ancora parte del nord, e hanno un governo con capitale a Sana’a. Il governo “legittimo” è l’unico che di capitali non ne ha.

Le cronache che ancora si susseguono, numerose e sempre più barocche nel disegnare l’evoluzione del conflitto, vengono scritte come al solito sulla pelle di una popolazione ormai esausta senza che questo scoraggi altre potenze ad allungare le loro mire su questo spicchio di terra.

Oltre alle potenze classiche, quindi Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita, cui si sono aggiunti negli ultimi anni gli Emirati Arabi, L’Egitto, il Qatar, adesso, secondo alcune fonti che alcuni giudicano però inquinate, anche la Turchia avrebbe iniziato a volgere lo sguardo su questa porzione di mondo che sarebbe logicamente strategico per la visione neo-ottomana di Erdogan, replicando la rischiosa contraddanza con i russi che abbiamo già visto in Libia e quella con l’Iran che abbiamo visto in Iraq del Nord.

In questo percorso la Turchia replicherebbe i percorsi già efficacemente sperimentati altrove: con lo strumento religioso – e in particolare la sua vicinanza al movimento della Fratellanza musulmana -, quello finanziario – la forza economica del Qatar – che peraltro era parte della coalizione Saudita che diede inizio, nel 2015, alla guerra yemenita – nel 2017 con l’inizio della “guerra fredda” fra i paesi del Golfo culminata con l’embargo contro il paese.

In conclusione sulla pelle degli yemeniti si gioca l’ennesima partita a scacchi fra potenze in una sorta di gioco dove tutti sono contro tutti, ma in particolare contro qualcuno. I Sauditi e gli Emirati contro l’Iran, innanzitutto. Ma anche divisi fra loro, con lo Yemen a spaccarsi in due di conseguenza.

Ma ci sono poi gli Emirati contro i Fratelli Musulmani, e perciò sostenitori dei separatisti meridionali yemeniti, che però hanno ottime aderenze coi Turchi e quindi col Qatar, replicandosi in Yemen quel copione di alleanze e scontri che ha disegnato l’attuale cartina delle influenze in Libia e potrebbe ridisegnare quella dell’Iraq.

La cartina sopra pubblicata da Limes è una buona sintesi della situazione. I grandi assenti da questa contesa, Europa e Cina, contribuiscono anche loro, ognuno a suo modo. In Europa i singoli paesi vendono armi ai paesi coinvolti nel conflitto mentre l’Ue invita alla pace. I cinesi esortano anch’essi alla composizione diplomatica del conflitto, ma sicuramente guardano con grande attenzione all’imbocco del Golfo, dove passa anche molto del “loro” petrolio. Peraltro fra le due aree esiste una collaborazione di vecchia data che Pechino, già ben posizionata a Gibuti, non può che voler riattivare.

Tutte queste esortazioni alla pace, per adesso, sembrano non sortiscano altro effetto che moltiplicare le pedine sulla scacchiera e prolungare così, ancora una volta beffardamente, la guerra. Le strade dello Yemen sono intricate e malfrequentate. E conducono a un punto morto.

 

Cartolina. Ci vuole un fisco bestiale

Ci vuole un fisco bestiale, potremmo dire riecheggiando una vecchia canzonetta, perché un’economia nazionale affronti senza cedimenti l’urto virale. E sbirciando fra i resoconti confezionati dalla Bis di Basilea, si capisce meglio chi, fra i tanti paesi colpiti dalla pandemia, ce l’abbia e chi no. Gli Usa, ad esempio. Nessuna sorpresa nello scoprire che in cima alla classifica di chi ha messo soldi sul tavolo ci siano gli americani insieme al Giappone e alla Germania. I primi, com’è noto, non badano a spese, godendo di credito illimitato. I secondi non badano a spese da un ventennio, perché in fondo se lo possono permettere, mentre i terzi, solitamente sparagnini, hanno deciso per l’occasione di spendere parte del mucchio di soldi che hanno messo da parte. Altrettanto non sorprende che in cima alla classifica di chi abbia solo promesso di mettere i soldi sul tavolo ci sia l’Italia. Ci vuole un fisco bestiale per affrontare il Covid, appunto. Il nostro è gracilino.

Cronicario. Un Mes in tre mesi: il risparmio forzoso del coronacoso

Proverbio del 9 luglio La canna secca non vuole la compagnia del fuoco

Numero del giorno: 28.000.000 Italiani che non perso reddito durante lockdown

Dicono, i soliti cervelloni, che, a furia di stare chiusi in casa, questa maledetta primavera abbiamo messo da parte quasi 35 miliardi di euro, che diabolicamente vengono assimilati all’entità dei prestiti MES. D’altronde, dopo il coronacoso, cosa ci rimane per chiudere in bellezza un anno bisestile?

Certo che ce lo chiedono gentilmente. Anzi all’inizio vi strapagano pure, coi vari BTP patriottici. E molti già son convinti. Quasi il 50 dei superliquidi, che non solo hanno messo da parte un MES in tre Mesi, ma avevano già cumulato oltre 120 miliardi di spiccioli negli ultimi tre anni. “Più del piano Marshall”, dicono sempre i cervelloni, così chi ha buone orecchie intenda.

Non avete capito? Traduco: ciabbiamo già li sordi. E in particolare quel 71 e rotti per cento di lavoratori dipendenti che non hanno perso neanche un euro di stipendio durante il lockdown. E stendiamo un velo danaroso su pensionati, redditieri e percettori di rendite varie. Se l’Europa non ci casca, a darci li sordi, potremo finalmente fare da soli, come dice il Primo Minestra.

Poi però meglio che scappa lui.

A domani.

La globalizzazione del dollaro statunitense

“Il dollaro americano domina la finanza internazionale come valuta di finanziamento e di investimento. Sebbene gli Stati Uniti rappresentino un quarto dell’attività economica globale, circa la metà di tutti i prestiti bancari transfrontalieri e titoli di debito internazionali sono denominati in dollari. La preminenza del dollaro come valuta di riserva globale e nella fatturazione commerciale ne motiva ulteriormente l’uso internazionale”.

La citazione che apre questa nuova miniserie del nostro blog appare nelle premesse di un bel paper che la Bis di Basilea ha pubblicato di recente, che ha il pregio di illustrare con dovizia di dettagli i perché e i percome di una delle caratteristiche della globalizzazione del nostro tempo che ormai dura dal secondo dopoguerra, quando si consumò il passaggio di poteri fra l’impero al tramonto, quello britannico, e quello in ascesa, quello Usa, icasticamente rappresentato dal progressivo espandersi del ruolo della valuta americana, cui corrispose uguale e contrario il restringersi della sterlina, non solo nelle riserve internazionali, ma negli scambi commerciali e, soprattutto, nel discorso pubblico.

La moneta internazionale di fatto, se non di diritto, è quella che si usa per contare i soldi in tutto il mondo. Negli anni Venti del XX secolo debiti e crediti internazionali si contavano in sterline. Basta sfogliare qualche cronaca del tempo per averne contezza. Negli anni Venti del XXI si conta in dollari. E non c’è altro da aggiungere in proposito.

C’è molto da dire invece sul modo in cui funziona questo strumento, che ha finito con l’originare non solo il sistema globale dei pagamenti, ossia la dimensione nella quale abitano le banche centrali e le banche commerciali che noi mortali frequentiamo come utilizzatori ogni volta che facciamo una transazione monetaria, ma anche un sistema globale finanziario di straordinaria complessità nel quale il dollaro recita un ruolo da protagonista che tutti noi osserviamo godendone i vantaggi – una certa efficienza ed economicità nelle gestione dei flussi finanziari – e sopportandone gli svantaggi.

Fra questi svantaggi spiccano quelli derivanti dall’essere, il dollaro, la valuta di uno stato non la valuta di tutti, malgrado tutti siano costretti ad usarla. Come ebbe a dire un celebre segretario al Tesoro Usa agli alleati europei ai tempi di Nixon, “il dollaro è la nostra moneta e un vostro problema”.

Da allora sono successe molte cose. Ma non è cambiato molto.

(1/segue)

Seconda puntata: Il sistema finanziario che ruota attorno al dollaro Usa

La lunga marcia del debito rischioso

L’ultima Global financial stability review del Fmi, che disegna la mappa del rischio globale, pur nella complessità delle sue analisi e nella corposità dei contenuti, la si potrebbe sintetizzare in quattro brevi parole: il rischio è aumentato.

Non c’è da stupirsi, ovviamente. Quando ci compiaciamo per gli straordinari rialzi di borsa, al netto ovviamente dei vari scossoni, stiamo semplicemente osservando senza saperlo l’appetito per il rischio all’opera, alimentato da un decennio di politiche monetarie molto incoraggianti, che hanno favorito non semplicemente l’ascesa globale del debito, ma in particolare di quella del debito più rischioso, cresciuto in regione inversa dei rendimenti sul debito più sicuro.

Per dirla diversamente, il calo dei tassi ha spinto la ricerca di rendimento che, per pura fisica finanziaria, passa da una maggiore assunzione di rischi. Ed ecco perché “High-yield bond, leveraged loan, e il private debt markets sono aumentati in modo significativo negli ultimi dieci anni e sono diventati più complessi”. Crescita quindi non solo delle quantità in gioco, ma anche delle qualità. Laddove la qualità di questi strumenti non vuol dire che siano migliori, ma semplicemente più esotici. La complessità cresce in ragione della difficoltà di estrarre rendimenti da un ecosistema che istituzionalmente li scoraggia.

I grafici sopra ci danno un’idea delle quantità. Spicca in particolare la crescita notevole del settore dei prestiti leveraged, di cui abbiamo già discusso, che a fine 2019 arrivava a 5 trilioni di dollari, quattro quinti dei quali nelle economie avanzate. Quanto alla complessità, possiamo farcene un’idea osservando la notevole crescita delle CLOs, che sta per Collateralised loan obligations, ossia gli strumenti finanziari costruiti su questi prestiti.

Notate come i CLOs declinino all’apparire dell’emergenza Covid. E’ l’eterno ritmare della fuga dal rischio che va in scena ogni volta che qualcosa spaventa i mercati.

Se invece volessimo farci un’idea della distribuzione geografica di questo rischio, possiamo osservare il grafico sotto, che misura il segmento delle obbligazioni high-yield, ossia ad alto rendimento, ossia più rischiose, e quello del debito collocato privatamente.

Come si vede, a parte l’esplosione dei volumi, cresciuti fra oltre il 100 e oltre il 200 per cento in un decennio, notiamo la grande crescita di questi mercati negli Usa, ma anche in Europa e in Asia, ossia i luoghi d’elezione delle politiche monetarie espansive.

Il Fmi ci dice anche un’altra cosa: la qualità di chi prende a prestito è diminuita. La categoria dei subprime, insomma, si è universalizzata, e se ne trova riscontro nel lento degradarsi del merito di credito osservato anche altrove.

Ciò che vale come monito, pure se il Fmi la presenta come una nota positiva, è che l’utilizzo della leva finanziaria e la diretta esposizione delle banche è diminuita. Ma di questa esposizione adesso si sono fatti carico gli investitori istituzionali, che hanno fatto scorpacciate di debiti rischiosi per garantirsi un po’ di rendimenti.

Da qui il monito: “In uno scenario avverso grave, le perdite totali delle istituzioni finanziarie non bancari potrebbero essere sostanziali, mentre il rischio del settore bancario sembra essere inferiore”. E con questo dovremmo persino consolarci.

Cronicario. Forum PA, ossia Pension Ahead

Proverbio del 6 luglio La musica è riposo e armonia

Numero del giorno: 540.000 Dipendenti pubblici con almeno 62 anni di età

Il sorpasso, dicono gli scienziati, arriverà nel 2021: finalmente la sigla PA svelerà il suo segreto più recondito, celato negli ultimi cinquant’anni dall’inspiegabile desiderio di associare una retribuzione a un lavoro, retaggio di certo turboliberismo da giungla propalato da sorseggiatori di bevande an-alcoliche dal divano (cit.).

Se non sapete ancora quale sia questo segreto, dovete assolutamente frequentare i Forum PA, che in quest’edizione 2020, proprio alla vigilia del sorpasso, ha finalmente illustrato la metamorfosi in corso di quella che sembrava un acronimo di Pubblica Amministrazione, e che invece ne nasconde un altro: Pensione in Arrivo.

E infatti, grazie anche alla geniale idea di Quota 100, l’anno prossimo riusciremo nel miracolo di avere più pensionati pubblici che dipendenti pubblici. Al momento abbiamo 3,2 milioni al lavoro e 3 milioni in pensione. Ma siccome 1 dipendente su sei ha già 62 anni, e di questi 540 mila individui ben 200 mila hanno pure 38 anni di contributi, ecco che il sorpasso si prepara a diventare un’impennata.

Il 2021 verrà ricordato negli annali come l’apice della PA, finalmente intonata al suo ruolo di garanzia di un reddito senza la seccatura del lavoro, come d’altronde ci si sta premurando di procurare anche a diverse altre persone che non hanno la fortuna di essere anziani.

Dopodiché assisteremo ammirati a un’altra metamorfosi. Dal reddito per tutti, a quello per nessuno. Ma non ditelo all’Inps.

A domani.

La globalizzazione emergente. Cose turche anche in Iraq

Raccontano che in Turchia circoli una mappa nella quale, oltre a un grosso pezzo della Siria, è incluso fra i territori turchi anche la provincia nord dell’Iraq che confina con la Turchia. La porzione di territorio che comprende Kirkuk, Mosul, Salahaddin, Erbil e dove sono annidati i combattenti curdi del PKK, oltre a moltissimi pacifici curdi di cui si occupa un governo locale.

Il caso vuole che questo territorio ospiti anche ricchi pozzi petroliferi nonché un pezzo dell’oleodotto che si collega al porto turco di Ceyhan, e abbia alle spalle una storia che risale agli anni Venti del secolo scorso e che ormai pochi ricordano.

Quella, vale a dire, del duro confronto fra la Turchia e la Gran Bretagna che condusse, nel 1925, all’affidamento a quest’ultima, deciso dalla Società delle Nazioni, proprio di questa provincia che la Turchia rivendicava come parte del suo territorio e che invece fu unita all’Iraq e trasformata in mandato britannico a tempo.

Da allora moltissima acqua è passata sotto i ponti, ma i turchi non hanno dimenticato il passato. Quest’ultimo, anzi, sembra essere divenuto la stella polare della politica estera di Erdogan che sembra oscillare fra revanscimi, nostalgie ottomane oppure etniche e una certa spregiudicata politica di potenza che ha indotto l’esercito turco, dopo aver innalzato la propria bandiera nella Tripolitania libica, a iniziare a bombardare già da diversi giorni, nel silenzio della comunità internazionale, il nord dell’Iraq, col pretesto di voler stanare i combattenti curdi del PKK, terroristi conclamati secondo la comunità internazionale e perciò meritevoli di bombardamenti secondo la vulgata corrente.

Non è la prima volta, ovviamente. Chi segue le cose turche ricorderà che già a metà degli anni ’90 la Turchia lanciò in quei territori l’Operazione Acciaio, con la quale 35.000 soldati entrarono nel nord dell’Iraq sempre per stanare i combattenti del PKK. Dell’epoca si ricorda una dichiarazione dell’allora presidente turco Demirel che invitava a rettificare i confini della Turchia come era nelle intenzioni kemaliste degli anni Venti. E nulla vieta di ipotizzare che i pensieri della classe dirigente turca, Erdogan in testa, siano di nuovo tornati a questo punto di attualità. Cosa c’è di meglio che festeggiare una vittoria – quella libica – con un’altra campagna espansionista?

L’Iraq, d’altronde, è un paese fragile e in questa spregiudicata campagna la Turchia potrebbe replicare la strategia già messa in campo con la Russia in Libia: marciare divisi per ricavare uniti zone di influenza. Solo che al posto della Russia, il “partner” potrebbe essere l’Iran, che non pago di avere una notevole influenza sul territorio iracheno, potrebbe trovare nella lotta ai curdi il movente ideale per una temporanea comunanza di intenti con i turchi.

Questi ultimi hanno dalla loro anche il fatto che nella provincia irachena c’è una minoranza di etnia turca che da un secolo patisce la convivenza con quella araba e curda. Da che mondo è mondo, le minoranze sofferenti sono state sempre uno straordinario pretesto per muovere le truppe. Mentre i curdi sembrano ormai praticamente orfani dell’appoggio statunitense e della comunità internazionale. Come l’Iraq, d’altronde, dove il disimpegno Usa sembra ormai conclamato.

Finora le uniche voci che si sono levate per protestare contro la campagna turca sono quelle del Kuwait, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti che sottolineano preoccupati la comunanza di intenti fra Iran e Turchia in questa porzione di territorio, essendo peraltro, gli ultimi due paesi, impegnati a sostenere, insieme all’Egitto, il “golpista” Haftar in Libia, insieme alla Russia, contro la Turchia, col quale quindi hanno condiviso la sorte non proprio fortunata.

In tal senso l’apertura di un fronte in Iraq – per adesso un bombardamento contro i terroristi, ma poi chissà – peraltro legato a un trattato di amicizia con i turchi fino dagli anni Quaranta, deve sembrare a questi paesi una specie di incubo. Specie che adesso è rimasto praticamente solo l’Egitto a dover sostenere il fronte libico generando già diversi nervosismi dopo la dichiarazione del presidente egiziano di essere pronto a un intervento militare.

L’offensiva militare turca in Iraq, dove Ankara ha alcune basi militari aperte proprio per contrastare la minaccia terroristica, è arrivata praticamente insieme a quella “diplomatica” che, stando ad alcune fonti, la Turchia ha affidato al capo dell’intelligence, spedito in segreto in Iraq per esprimere la “preoccupazione” turca per gli esiti futuri del commercio fra i due paesi. Probabilmente sulla decisione ha pesato il fatto che il nuovo primo ministro sciita Mustafa Al Kadhimi abbia governato l’intelligence irachena per quattro anni prima di diventare capo del governo e fra ex colleghi ci si intende facilmente. Non a caso la sua nomina è stata salutata positivamente dalla Turchia.

Le fonti parlano di un commercio miliardario di beni fra Turchia e Iraq, nonché di rapporti sempre più stretti fra la Turchia e il governo della provincia irachena gestito dal Kurdistan Regional Government (KRG), che però va solo in una direzione, visto che l’Iraq non esporta nulla. E questo spiega perché molte imprese turche avrebbero ottenuto contratti in territorio iracheno in settori strategici come edilizia ed energia. In generale, come mostra anche il caso molto contestato della diga turca di Ilusu, il governo iracheno non sembra avere la forza di opporsi all’esuberanza turca che non si perita di usare le risorse idriche come strumento di pressione.

Queste premesse spiegano perché in molti ormai si chiedano quali siano le intenzioni reali dei turchi ora che si avvicina il secolo dell’accordo che consegnò queste province contestate all’Iraq. Specie oggi che sulle ali della vittoria libica, che mette in ombra non solo le potenze regionali avverse come Egitto e Arabia Saudita, ma anche la Francia che insieme a loro sosteneva Haftar, si inizia a vedere con occhi preoccupati anche a un’altra zona di potenziale conflitto che preoccupa non poco l’Europa: ossia Cipro e il Dodecanneso, con tutto ciò che questo comporta per la Grecia, la vera frontiera mediterranea dell’Unione Europea.

Rimane da chiedersi fino a quando la Turchia potrà mantenere il difficile gioco di equilibri che la vede al tempo stesso partner della Nato, partner di un’unione doganale con la Ue, alleata del Qatar, compagna di scorrerie della Russia in Libia, aspirante terminale delle merci cinesi e del gas russo in Europa e persino aggregatore etnico del centro-asia. Chi troppo vuol rischia di non stringere nulla, insegnano i proverbi. Ma forse la saggezza turca è diversa dalla nostra.

L’anno del record (in euro) dei conti esteri italiani

Poiché avremo prevedibilmente una certa tendenza a deprimerci, mano a mano che le statistiche ufficializzeranno il disastro di questo 2020, vale la pena usare un po’ di tempo semplicemente per ricordare che prima della pandemia, ossia un secolo fa, la nostra economia esibiva il record storico del suo saldo corrente dai tempi della nascita dell’euro.

Tutto questo, vale la pena sottolinearlo, mentre usavamo una valuta che per molti è l’origine di tutti i nostri mali (quali?), ma che evidentemente non ci ha impedito di chiudere la nostra contabilità con l’estero, ché questo misura il saldo corrente, con un attivo di 52,9 miliardi, il 3% del Pil, “il valore più alto dall’avvio dell’Unione monetaria”, come ricorda Bankitalia nella sua ultima relazione.

Il grosso della fatica di questo avanzamento – nel 2010 avevamo un saldo negativo di quasi il 4% del Pil – lo ha fatto il settore esportatore che, malgrado l’euro (o forse proprio grazie all’euro) ha generato un avanzo sulla bilancia dei beni di 56,9 miliardi e un minore disavanzo dei servizi per 1,8 miliardi. Notevole anche il progresso dei redditi primari, ossia i rendimenti dei nostri investimenti esteri, che hanno generato un reddito netto. Una tendenza iniziata nel 2016 che ha rallentato leggermente nel 2019 dopo un triennio di crescita, ma generando comunque 14,9 miliardi di saldo positivo.

E’ utile sapere che il settore turistico ha giocato, sempre nel 2019, un ruolo molto importante, nella nostra bilancia dei pagamenti. La spesa dei turisti esteri in Italia è cresciuta del 6,2%, mentre non riusciamo a colmare il disavanzo dei trasporti, arrivato a 9,8 miliardi.

Ovviamente il persistente andamento positivo del saldo corrente ha migliorato drasticamente la nostra posizione patrimoniale netta sull’estero, che rappresenta il saldo dei nostri attivi patrimoniali esteri e dei debiti patrimoniali che abbiamo con l’estero, che è ancora negativa ma solo per l’1,7% del Pil. Vicina insomma al pareggio. La qualcosa è un segnale di stabilità finanziaria per noi molto importante, vista la sensazione di fragilità che promana dalla nostra situazione fiscale. Per dare un’idea del progresso fatto in questi anni, basta ricordare che dal 2013 abbiamo recuperato 22 punti di pil su questa voce.

Ricordare questi numeri non serve tanto a piangere sul latte versato di un anno ormai passato, ma a capire che, per quanto il contesto sia diventato avverso, e perciò fonte di dati che non sarà piacevole leggere, l’economia italiana ha le gambe robuste abbastanza da riprendere lo slancio dopo il brutto inciampo della pandemia. A patto però di comprendere la lezione che arriva da questi numeri.

La prima cosa che bisogna capire è che gli scambi con l’estero sono per noi importantissimi. Ossia è importante essere non soltanto capaci di permeare l’estero con le nostre produzioni, ma di essere permeabili a nostra volta, esattamente come è successo fino ad ora. Questo vale per le merci, ma anche per i servizi e i capitali.

La seconda cosa sulla quale bisognerebbe almeno meditare riguarda le numerose tentazioni di trovare scorciatoie. Ieri era la moneta sovrana, oggi la cancellazione dei debiti nel sue varie possibili forme. Domani i prestiti più o meno gratis. Finora non sono state le scorciatoie a portare avanti la nostra economia, ma un lavoro intelligente e coraggioso. Abbiamo dimostrato di esserne capaci. Non c’è motivo perché questo cambi. Pandemia o no.

Brexit, conto salato per le famiglie britanniche

Quando, prima o poi, torneremo a parlare di qualcos’altro che non siano virus e pandemie magari ci ricorderemo che fra gli abissi della nostra distrazione si è annidato uno dei processi storici più rilevante del secolo: la Brexit.

Di tanto in tanto arrivano dalle cronache arrivano allarmi più o meno fondati sull’esito dei negoziati che dovrebbero condurre entro la fine dell’anno dal divorzio consensuale oppure, in caso di mancato accordo, a una rottura traumatica delle relazione fra Ue e Uk, che oltre a non avere senso geografico, e tantomeno geoeconomico, non alcun senso storico.

E tuttavia, poiché la ragion politica ha finito col prevalere, tanto vale provare a conteggiare quali saranno le conseguenze per chi abita in Europa, sia in un caso – ossia accordo – che nell’altro, esplorando pure vari scenari intermedi, approfittando di una simulazione preparata da Bankitalia.

La Banca ipotizza alcuni scenari: 1) un accordo di libero scambio che esclude l’imposizione di dazi, ma comunque inasprisce le barriere non tariffarie; 2) il mancato raggiungimento di un accordo e l’imposizione nell’interscambio bilaterale degli stessi dazi applicati dalla UE ai paesi con i quali non sono in vigore specifici accordi commerciali, in base alla “clausola della nazione più favorita” del WTO; 3) una variante del precedente scenario, in cui, in linea con quanto annunciato dal governo nel marzo 2019, il Regno Unito rimuove unilateralmente i suoi dazi sulla maggioranza dei prodotti importati, introducendone solo su specifici beni manifatturieri (tra cui gli autoveicoli) e su alcune produzioni agricole.

Nello scenario 1) il volume complessivo delle esportazioni diminuirebbe del 2% per l’Ue e del 13,3% nell’Uk. Nello scenario 2) del 2,6% e del 19,3%, qualcosa meno nel terzo scenario.

Ma ciò che è più interessante osservare è  l’effetto che la Brexit si stima avrà sulle reddito delle famiglie nei diversi paesi.

“In tutti gli scenari – scrive Bankitalia – la riduzione del reddito disponibile sarebbe eterogenea tra le economie della UE: per i quattro maggiori paesi sarebbe molto contenuta anche in caso di mancato accordo; per l’Italia si collocherebbe intorno allo 0,3 per cento, con variazioni trascurabili fra i tre scenari. Per alcuni paesi – Malta, Lussemburgo e Irlanda – la flessione sarebbe più marcata e maggiore di quella stimata per il Regno Unito, a causa di una limitata diversificazione geografica dei loro legami commerciali e di un intenso interscambio con il Regno Unito in prodotti caratterizzati da
un’elevata elasticità di prezzo, come i servizi”.

Come si può osservare saranno, con l’eccezione di Malta, Lussemburgo e Irlanda,  le famiglie britanniche quelle che pagheranno il conto più salato. La libertà ha un prezzo, d’altronde. I britannici scopriranno il loro.