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Crusoe ti racconta l’alba dell’economia a 5G
Il nuovo numero di Crusoe ti racconta la rivoluzione del 5G
Questa settimana Crusoe ti racconta della straordinaria rivoluzione che si sta preparando nelle nostre vita quotidiane e che diventerà realtà nell’arco di pochi anni, una volta che lo standard a 5G delle telefonia mobile diventerà operativo. Il mondo delle Telco è in grande fermento e anche gli stati stanno iniziando a fissare le regole d’ingaggio per una tecnologia di trasmissione dati che aumenterà di almeno un fattore dieci l’attuale velocità di connessione, generando di conseguenza nuovi mercati e nuovi servizi. In sostanza si prepara l’economia a 5G.
Anche in questo numero troverai un pezzo che riepiloga i fatti salienti della settimana, una lettura consigliata – Stavolta tocca alla Global prospects della World Bank – e alcuni post brevi con una selezione di notizie curiose.
Chiude il bouquet la Chat con Silvano Fait, @SFait79, un’appassionante chiacchierata che vi porterà a spasso lungo i sentieri della cronaca – dal caso Mps all’arrivo di Trump – del pensiero economico e della storia, offrendovi anche un punto di vista originale sulle previsioni per l’anno nuovo. E’ lunga abbastanza da leggerla poco alla volta. Così vi dura tutta la settimana.
Buona lettura. Ci rivediamo il 20 gennaio.
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Cronicario: Venite a scoprire i cinesi d’Occidente
Proverbio del 13 gennaio Con la carta non si può avvolgere il fuoco
Numero del giorno: 20.000.000.000.000 Prossima soglia debito pubblico Usa
Davvero non sapevate che c’è pure la Cina occidentale? Esattamente come c’è l’America orientale, (e non è il Giappone). E’ tutta colpa dei planisferi, che confondono. Ma a veder bene Usa e Cina sono come come gemelli eterozigoti: non si somigliano per niente, ma condividono la stessa famiglia: quella che si appoggia ai soldi dello stato.
Penserete che il Cronicario esagera come al solito, che estremizza. Ma vi sbagliate: non è il vostro Cronicario ad essere estremista, sono loro estremi, anche geograficamente, e gli estremi, com’è noto, si toccano. Guardate qua.
Questo dato ci dice una cosa semplice: il 62% dei debiti del sistema finanziario americano, quindi banche, fondi e quant’altro, ha alle spalle una garanzia del governo, implicita o esplicita. La differenza è su quanto sia chiaro che ha il governo alle spalle – pensate a Fannie Mae o Freddie Mac – o quanto invece sia nascosto. I più bravi ricorderanno quanto la garanzia pubblica pesi sul mercato immobiliare Usa.
Vi prego di notare che nel 1999, che non è proprio ieri, tale garanzia pesava una decina di punti in meno ma era comunque elevata, siamo oltre il 40%. Quindi non è che no partissero bene, i cinesi occidentali. Ma si può dire con ragionevole accuratezza che la definitiva cinesizzazione d’America è un fatto del XXI secolo, quando le notorie minchiate commesse prima con la bolla dot com e poi con i subprime ha costretto il governo a garantire ogni cosa, pure alcuni fondi monetari.
Esagero? Vi do un altro indizio.
Quelli che vedete (spero) sono i miliardi di dollari che la Federal Reserve gira ogni anno al governo per i profitti che fa comprando titoli del governo Usa, grazie ai vari QE, in un meraviglioso girotondo di miliardi. Notate che nel 2007 erano appena 34 miliardi l’anno, nel 2016 sono stati 92, in calo dai 97 del picco 2015 perché nel frattempo la Fed ha cambiato i suoi piani. Ma è sempre un bell’incassare. Dal governo vengono, i dollaroni, e al governo torneranno.
Ora che avete scoperto che i cinesi stanno pure a Occidente, dovreste voler un po’ più bene a noi europei, che siamo circondati e rischiamo di finire stritolati. Lo sappiamo benissimo, peraltro. Infatti viviamo spaventati: risparmiamo tanto, ma investiamo poco, come ci mostrano gli ultimi dati di Eurostat.
Voi che fareste se foste circondati?
Io un’idea ce l’ho, ma adesso non posso dirvela.
Buon week end.
A lunedì.
La Germania (come la Cina) cambia (forse) modello di sviluppo
Sarà colpa dello spirito del tempo, oppure una naturale evoluzione delle cose, ma l’economia tedesca in questo secondo decennio del XXI secolo sembra avviata verso un sostanziale cambiamento del suo paradigma, basandosi sempre meno sul commercio estero e sempre più sulla domanda interna. In tal senso l’evoluzione tedesca è simile a quella che dovrebbe mettere in campo la Cina, e mai condizionale fu più d’obbligo.
Che questo cambiamento sia in corso lo certifica anche uno studio recente di DB che sottolinea come la buona forma domestica tedesca abbia permesso all’economia di attraversare senza troppi scossoni il sostanziale dimezzamento del commercio internazionale, ossia la principale voce di ricavo per la Germania. “L’economia – scrive DB – è stata capace di gestire il calo crescente del commercio internazionale, che si è più che dimezzato di nuovo nel 2016 in termini reali”. Un andamento che si spiega con tante ragioni, ma soprattutto col grande impatto provocato dal calo della domanda statunitense.
Ciò malgrado l’economia è cresciuta sostanzialmente in linea con gli anni precedenti. DB stima che il Pil 2016 si collocherà intorno al 2%, dopo l’1,6 e l’1,7 dei due anni precedenti. E in effetti i dati diffusi dall’istituto di statistica tedesco confermano che il dato 2016 si colloca all’1,9%.
Tale risultato si deve proprio “alla crescita robusta della domanda domestica”, incentivata da alcuni fattori temporanei, a cominciare dalle retribuzioni reali cresciute di più grazie all’inflazione bassa, circostanza quest’ultima che i dati recenti sui prezzi al consumo indicano come giunta al termine. In ogni caso, questa congiuntura favorevole ha promosso la crescita del consumo privato, aumentato del 2% nel 2016, che, sommandosi al +4% del consumo pubblico ha dato un bel calcione alla crescita dell’economia, compensando la congiuntura negativa della domanda estera, cresciuta solo del 2% a fronte del 5% del 2015. Va ricordato che il grosso della spesa pubblica è dovuta alle necessità dei rifugiati, che ha provocato un aumento della domanda del governo persino superiore a quella che si registrò durante la crisi finanziaria. Un aiuto considerevole è arrivata anche dall’industria delle costruzioni, godendo la Germania di un boom immobiliare che ormai dura da qualche anno.
Le prospettive di domanda estera, vagamente incupite dopo le elezioni di Trump e il forte spirare di venti protezionisti, rischiano di annebbiare anche l’anno nuovo, con la complicazione che le aspettative delle imprese, peggiorate dall’incertezza, rischiano di avere ripercussioni sugli investimenti in macchinari e attrezzature, che com’è noto impattano sulla costruzione del Pil. Non a caso nelle previsioni sia l’export netto che gli investimenti si ipotizza contribuiranno negativamente alla cresciuta del Pil.
Per questo che DB vede un 2017 con crescita in calo, fra l’1,4 e l’1,8, anche in considerazione dell’esaurirsi di alcuni fattori stagionali. Somiglia anche questo rallentamento a quello che gli osservatori si aspettano per la Cina. I due paesi, per quanto assai diversi, sono alle prese con un problema simile: devono spendere le riserve che hanno accumulato, puntando sul consumo interno più che su quello estero. Facile a dirsi. Riuscire è un altro paio di maniche.
Cronicario: Mister T parla e la Germania zitta zitta…
Proverbio del 12 gennaio Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità
Numero del giorno: 37,2 Quota degli investimenti diretti Ue allocati negli Usa
C’è chi parla e muove l’aria e chi sta zitto e produce fatti. Non c’è niente da fare: è così da sempre. Da una parte i chiacchieroni, notoriamente rodomonti e ciarloni, per non dire cialtroni, e poi ci sono quelli che ogni giorno zitti zitti portano a casa la pagnotta. Oggi il copione ha due ospiti d’eccezione, da una parte Mister T, che ieri ha tenuto il mondo con l’ansia per il suo primo discorso inter/nazionale, dall’altro la Germania che oggi ha rilasciato i suoi dati sul Pil nel 2016.
Nulla di straordinario, era già ampiamente previsto. Ma quell’1,9% di crescita in un’Europa stracca, che migliora il già dignitoso 1,7 del 2015, fa notizia assai più delle chiacchiere geopolitico/spionistiche dell’uomo biondo, che ha fatto svegliare i mercati senza sorprese e così li ha condannati a un’altra giornata di noia, con i soliti scribacchini già ad incolpare il bellissimo presidente Usa del suo scarso nerbo economico, giudicato responsabile del calo dei mercati asiatici.
Sicché i mercati orfani di colpi di scena americani, si sono dovuti accontentare di quelli europei, che figuratevi la tristezza. E tuttavia qualche colpetto è arrivato, a parte la Germania, è venuta fuori una produzione industriale nell’Ez in crescita a novembre dell’1,5% su base mensile e del 3,2 su base annuale. Guardate che bella come svetta.
E una volta tanto alla festa ci siamo anche noi italiani, che siamo in media su base annua anche se solo a +o,7 su base mensile. Quisquilie e pinzillacchere. Oggi la notizia del giorno è l’Europa, altro che Trump.
O forse no. Fitch ci ricorda benignamente che a marzo 2017 gli Usa raggiungeranno per l’ennesima volta il debt ceiling, che già in passato aveva fatto penare mezzo mondo. Ossia il debito limite che il governo può caricare sullo spalle dei cittadini che, per la cronaca, ammonta a 20,1 trilioni di dollari, che tradotto significa più di ventimila miliardi.
E noi italiani ci spaventiamo per un paio di migliaia miliardi.
Uno dice, peggio per loro, tanto sono americani. Ennò. La cosa è un filo più complicata. La nostra buona salute dipende sostanzialmente dagli americani, e non tanto perché hanno le bombe e ci difendono dai cattivi – quella era l’epoca della guerra fredda – ma perché gli Usa hanno assorbito il 37% degli investimenti diretti europei, come ci fa sapere gentilmente Eurostat.
Ai presbiti faccio notare che quelli in Cina sono appena il 4,2%. Il cuore (e il portafogli) europeo batte per gli Usa, altroché.
A proposito. Che mi combinano i cinesi? Zitti zitti anche loro, mentre il solito Fitch maligna sui loro debiti pubblici in crescita,
che mi fanno? S’infilano nell’11 round di negoziazioni con Giappone, e Corea del Sud per l’FTA, ossia il free trade agreement che si sta svolgendo a Pechino. Che in tempi in cui il protezionismo impera somiglia anche questa a una notizia che leggerete solo sul vostro Cronicario.
E fosse solo questo. McKinsey ci fa sapere che la Cina è di gran lunga la leader dei micropagamenti gestiti con i wallet virtuali, ossia l’anticamera dell’e-commerce che verrà. Un altro ci dice che sempre la Cina ha aumentato del 40% i suoi investimenti diretti nel 2016, in gran parte peraltro in Ue e Usa. E un altro ancora che sempre la Cina sta pensando a una maxi fusione delle sue compagnie di media per creare un “moderno gruppo di media finanziari”.
Insomma: Il secolo asiatico prende forma, con la Cina che somiglia alla Germania, e non si capisce più se sono gli asiatici a copiare l’occidente o se è l’occidente che finirà col copiare loro. Di sicuro l’infittirsi delle relazioni fra i grandi creditori degli Usa è una divertente evoluzione del gioco globale. Aspettiamo solo che facciano l’unione asiatica. Così finalmente nascerà l’asio.
A domani.
La metamorfosi dell’inflazione
Poiché tutto cambia, perché non dovrebbe cambiare anche la causa dell’inflazione, mi domando mentre scorro un agile paper della Bis (“The globalisation of inflation: the growing importance of global value chains“) dedicato proprio al grande mistero del cambiamento dei prezzi che appassiona le migliori intelligenze da quando l’inflazione è stata scoperta, o meglio, inventata.
Chi si appassiona di storia e teoria economica avrà di sicuro le sue idee, anche se le più popolari sono collegate alla vecchia teoria quantitativa della moneta, nelle sue varie e rinomate versioni, che pure così tanti critici ha collezionato nel corso dei decenni, secondo la quale, e banalizzo, l’inflazione dipende sostanzialmente dalla quantità della moneta. O per dirla con il celebre brocardo di Milton Friedman, l’inflazione è sempre un fatto monetario.
Senonché il mondo è cambiato parecchio da quando l’oro delle Americhe arrivò in Europa facendo saltare l’equilibrio secolare dei prezzi medievali ispirando, già nel XVI secolo, in nuce la teoria quantitativa. E soprattutto sono cambiati i metodi di produzione. La globalizzazione ha reso possibile che un bene viaggi attraverso diversi paesi prima di trovare la sua maturità di bene finale, e la teoria economia recente ha elaborato il modello delle global value chain per provare a descrivere con maggiore precisione gli andirivieni di queste merci che compongono il commercio internazionale. Una teoria che riscrive la storia del commercio internazionale, ma non solo. Minaccia pure di cambiare l’idea che ci siamo fatti sull’origine (e quindi i rimedi) dell’inflazione.
Nella rappresentazione che ne fanno gli autori del paper, Raphael Auer, Claudio Borio and Andrew Filardo, “la crescente interconnessione dell’economia internazionale nel corso degli ultimi decenni sta cambiando le dinamiche dell’inflazione”. In particolare lo studio evidenzia come l’espansione delle global value chain (GVCs), definite come “il commercio transfrontaliero di beni e servizi intermedi” sia un canale importante attraverso il quale l’economia trasmette i suoi impulsi all’inflazione domestica. “In particolare – spiegano – documentiamo in che misura la crescita delle GVC spiega la correlazione empirica stabilita tra l’allentamento dell’economia globale e i tassi di inflazione nazionali, sia tra i paesi che nel corso del tempo”.
L’idea è interessante perché di fatto implica il presupposto che il livello generale dei prezzi – ammesso che questo indice astratto abbia un senso – sia influenzato dall’andamento del commercio dei beni intermedi oltre che da quello dei beni finali, e quindi che la filigrana che unisce fra loro le economie, in un contesto globalizzato, sia assai più sottile di quanto si pensi. In tal senso, anche la rappresentazione contabile del commercio che fa la bilancia dei pagamenti rischia di essere assai rozza, seguendo questa impostazione.
In ogni caso, i risultati dello studio, spiegano ancora, supportano l’ipotesi che la GCV e la competizione diretta e indiretta fra le economie rendano l’inflazione domestica più sensibile all’output gap globale. Questo porta con sé una complicazione, che però riguarda le banche centrali, cui per legge è demandato l’obbligo di controllare l’inflazione. Come possono, queste entità, riuscire nel loro compito se l’inflazione non è più un fatto monetario, o almeno non esclusivamente?
Questo è il problema.
Cronicario: Silenzio, parla mister T
Proverbio dell’11 gennaio A buon pagatore non dispiace dar garanzia
Numero del giorno: 850 Metric tons di carne suina importata dai cinesi nel 2015. Primo esportatore la Germania secondo gli Usa.
Silenzio, che parla Mister T. Non subito, più tardi, ma tenetevi pronti e intanto gustatevi Obama che ha parlato per l’ultima volta facendo addormentare i mercati, rimasti lì a fischiettare, annoiati e vagamente impazienti mentre scaldavano le micce che andranno a friggere non appena sua maestà Trump scuoterà la chioma. Ma intanto si sprecano le congetture e gli auspici visto che tutti si sono accorti che le borse si sono ammosciate.
Che ve lo dico a fare: il mondo ha ripreso il solito andazzo depresso, né di qua né di là. Dopo la sbornia di fine anno ora ha mal di testa e serve un tonico. Quindi forza Mister T: stupisci il mondo con i tuoi effetti speciali.
Perché sennò tocca accontentarsi delle tristezze del cronicario globale, che ci racconta casi umani come quello della sterlina, che continua a scendere, sospinta al ribasso dagli eccellenti dati della bilancia commerciale.
Scherzavo. Nel caso vi fosse sfuggito il deficit del commercio inglese a novembre si è allargato da 2,6 miliardi di sterline a 4,2, con l’import a crescere assai più veloce dell’export e la sterlina a scendere ancora più velocemente.
Per fortuna le banche inglesi si stanno preparando al peggio, come ci fa sapere gentilmente la BoE nel suo ultimo quartely bulletin.
Peggio della sterlina, come valuta, ha fatto solo il bitcoin, che oggi ha perso un altro 5% sul dollato scendendo sotto i 900 dollari dopo che aveva illuso mezzo mondo con il rialzo clamoroso di fine anno. Dicono che sia colpa della banca centrale cinese che ha messo sotto occhio alcuni movimenti sospetti, come dicevano ieri che era colpa dei cinesi se saliva, perché compravano bitcoin per aggirare i controlli valutari. Credete quello che più vi piace, il succo è questo.
Se questa vi sembra una moneta, siete maturi per le fiche del poker.
Per far crescere il buonumore tocca affidarsi all’Istat, che ha rilasciato l’ultimo outlook sull’EZ, dove si prevede un aumento del pil dello 0,4% nel quarto trimestre 2016, che però vede un’inflazione in crescita dell’1,5% nei primi due trimestri di quest’anno. Una buona notizia che minaccia di accorciare la vita del QE.
Oppure se siete palati fini, potete avventurarvi in quest’analisi di Bloomberg che fa piazza puliti di alcuni luoghi comuni sull’andamento delle retribuzioni, almeno relativamente al mercato del lavoro britannico.
Il grafico mostra come dal 2007 la retribuzione mediana del livello basso della scala dei redditi sia cresciuta mentre quella dei top earner sia diminuita. Non vi convince? Godetevi Trump.
A domani.
Alle radici dell’inefficienza produttiva di Cina e India
Una recente pubblicazione di Bankitalia (“La trasformazione strutturale e l’efficienza allocativa in Cina e India“) solleva interrogativi interessanti circa la ragione per la quale queste economie, che pure vengono indicate come uno degli esiti migliori dell’ultimo quindicennio, soffrano di così profonde inefficienze allocative per i principali fattori della produzione, ossia lavoro e capitale.
La ricerca è stata svolta analizzando le trasformazioni strutturali nei due paesi intercorse fra il 1980 e il 2010, un trentennio durante il quale sono intervenuti profondi cambiamenti nel tessuto socioeconomico e nel modo in cui sono state distribuite le risorse produttive. Detto in termini più comprensibili, sono state fatte scelte di politica economica che hanno cambiato notevolmente le condizioni di lavoro e la distribuzione del capitale all’interno del sistema produttivo. Scelte che, con il senno di poi, si sono rivelate assai meno efficaci di quanto si pensi.
Lo studio infatti mostra che “l’inefficienza nell’allocazione dei fattori è molto elevata sia in Cina che in India, ma con alcune specificità: in India l’allocazione del lavoro risulta relativamente più distorta. Il contrario accade in Cina: in questo paese, le inefficienze nell’allocazione del capitale mostrano un trend crescente dalla metà degli anni novanta”. Questa situazione ha avuto come conseguenza che scelte diverse avrebbero potuto generare guadagni di efficienza per l’intera economia stimabili nell’ordine del 25-35% in Cina e del 35-40% in India. Diventa interessante perciò capire quale sia stata l’origine di questa cattiva allocazione delle risorse.
La risposta è alquanto composita, ma un dato ci aiuta a intuire una possibile soluzione. In particolare Bankitalia fa riferimento al confronto del dato indo-cinese con quello Usa, dove una riallocazione più efficiente delle risorse avrebbe condotto a un miglioramento di solo del 5% delle produttività. Ciò vuol dire che il sistema americano è assai meglio organizzato di quello dei due paesi asiatici, visto che nel tempo gli Usa hanno corretto alcune distorsioni storiche, come ad esempio nel mercato agricolo, che risulta inefficiente in India come in Cina, o in quello dei servizi, particolarmente carente in Cina.
La circostanza, infine, che entrambe le economie asiatiche siano fortemente dirigiste non è da sottovalutare. Il fatto che il Cina il 35% del capitale fosse male allocato nel 2010 è una chiara conseguenza della politica massiccia di investimenti che la Cina ha svolto dal 2009 in poi per sopperire al calo di domanda esterna dopo la crisi. Il che sostiene l’ipotesi che la gestione centralizzata delle risorse finanziarie finisca col generare inefficienze allocative. Altresì sorge il sospetto che le cattive allocazioni della risorsa lavoro in India dipenda dalle profonde riforme intervenute dopo il 1991 che già sul finire del 1995 sembravano aver esaurito la loro spinta propulsiva.
In entrambi i casi, sia che il governo decida come spendere i soldi, sia che decida di intervenire sui mercati, ciò che se ne ottiene è una cattiva allocazione delle risorse. Dovremmo dedurne che forse avevano ragione gli antichi, che diffidavano dell’economia manovrata, o almeno che fanno bene gli Usa, dove grosse compagnie pubbliche compensano la notevole presenza del governo nell’economia. O forse laggiù il privato è pubblico. E questo è il vero segreto del loro successo.
Cronicario: Parte il countdown per Mister T
Proverbio del 10 gennaio Gli dei non possono aiutare chi non coglie le occasioni
Numero del giorno: 7.257 L’indice FTSE 100 al livello più alto in 33 anni
Meno dieci. Tranquilli non è il conto alla rovescia per andare sulla luna. Al massimo andremo a Washington, dove fra una decina scarsi di soli si insedierà Mister T, forse non il più bello ma di sicuro il più pettinato del reame.
E intanto che rullano i tamburi e si decidono i pezzi grossi del governo Usa, quei birichini dei mercati fanno i capricci: prima piangono poi ridono come quei minorenni che sono, ossia sostanzialmente incapaci di intendere ma assai dotati nel volere. E oggi i mercati vogliono lui: Trump. Almeno quanto non vogliono lei.
O almeno così lei dice, lamentando che i banchieri francesi si son rifiutati di incontrarla dopo che aveva chiesto un prestito per la campagna elettorale. Sicché per il noto sillogismo secondo il quale tutti i banchieri sono stronzi, la Le Pen non è una banchiera, quindi la Le Pen non è stronza, possiamo esser sicuri che infinite mani votanti se ne ricorderanno nel segreto dell’urna.
La cosa divertente è che la signora ha detto che sta cercando banche straniere per finanziare la sua campagna elettorale. Quindi una vittoria della Le Pen sarà l’esito di un complotto del capitale straniero per salvare la Francia e distruggere l’Europa.
Ricordatevela questa che viene buona in tante occasioni.
Trump dicevamo. Intanto delizia tutti riempiendo il governo di miliardari, generali e altri simpaticoni. Poi twitta a rotta di collo. Ieri per dire ha pure ringraziato la Fiat per la decisione di investire negli Usa anziché in Messico. Poi, soprattutto, profuma soldi, il che com’è noto ha potere afrodisiaco sui mercati che infatti applaudono, fra alti e bassi, mentre i democratici rosicano. In ogni caso mancano meno di dieci giorni al decollo di Mister T. Sedetevi e godetevi il paesaggio. Si parte lenti, come sulle montagne russe, e poi chissà. Dipende da quanto regge la pettinatura del Mister. I mercati, si sa, si spaventano facilmente.
Intanto però ci sono un paio di notizie dalla periferia del cronicario globale che meritano la nostra attenzione. La prima è il crollo della lira turca, che prosegue e che già ieri il Cronicario vi aveva raccontato. La situazione è questa.
Uno dice: e chissenefrega dei turchi. Epperò sbaglierebbe: la Turchia è molto più di un’economia pesantemente indebitata. E’ un’economia di confine, in tutti i sensi. Dal tentato colpo di stato la lira ha perduto il 24% sul dollaro, e molto del suo indebitamento è proprio in valuta Usa, quindi una svalutazione così forte non è sicuramente un buon viatico per la sua stabilità finanziaria.
La seconda notizia ha un valore sentimentale, quindi preparate i fazzoletti. Yahoo non c’è più. La compagnia che ha accompagnato le prime mail di quelli più vecchi fra noi cambierà nome e si chiamerà Altaba, un’evoluzione nominale che dice tutto del declino della compagnia, passata dallo schiamazzo festoso di Yahoo! al risuonare fesso di questa newco, che finirà divorata da Verizon, uno dei colossi della telefonia Usa che ha comprato per due spicci – si fa per dire sono sempre 4,8 miliardoni – una compagnia che nei tempi buoni valeva più di 100 ed ebbe anche il coraggio di rifiutare, nel 2008, un’offerta da 44 miliardi fatta da Microsoft, che immagino stia ancora festeggiando lo scampato pericolo. Un pezzo grosso degli anni ’90 sparisce. Ma non dovete sorprendervi. Dipende dal fatto che tornano quelli degli ’80.
A domani.
E improvvisamente il mondo scoprì il protezionismo
Come dopo un sogno che diventa un incubo, il mondo si è svegliato terribilmente spaventato dal rischio del protezionismo. Dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca la parola è improvvisamente tornata di moda nel dibattito pubblico, accompagnata usualmente da grida di dolore. Ciò che trascurano di osservare, queste appassionate prefiche, è che la crescita delle restrizioni non si è mai fermata a partire dal 2009 e che da tempo gli organismi internazionali, come ad esempio l’Ocse, ne hanno dato conto, mostrandone l’incredibile aumento. L’arrivo di Trump viene da chiedersi se non sia la conseguenza del protezionismo strisciante, piuttosto che la causa.
Sicché in questa temperie fioriscono analisi interessanti, come quella pubblicata qualche settimana dal Peterson Institute che nota come gli importatori Usa siano in gran parte esportatori, e perciò l’imposizione di tariffe o dazi sull’import finirebbe col danneggiare l’export.La qualcosa è sicuramente rimarchevole, solo se si ricordano le recenti dichiarazioni di Trump indirizzate ai fabbricanti di automobili americane all’estero.
Questo grafico riepiloga bene la situazione. In pratica delle circa 2.000 aziende che rappresentano il top 1% degli esportatori, circa il 90% sono importatrici, trovandosi il 36% di loro al top 1% fra gli importatori, e pesando il 66% dell’import globale Usa. Queste aziende, inoltre, esprimono 14 milioni di posti di lavoro. Fra gli importatori, il Top 1% rappresenta 1.300 aziende il 96% delle quali sono esportatrici che muovono il 60% delle esportazioni Usa e impiegano 13 milioni di persone.
Questa connessione viene spiegata in tanti modi, che sostanzialmente si basano sul principio della divisione del lavoro reso celebra da Smith e Ricardo. Importando dall’estero beni si riducono i costi di produzione e così è più facile esportare all’estero i propri. Ed è per questo che da sempre molti economisti insistono sull’importanza dell’eliminazione dei dazi per favorire il commercio internazionale. E questo spiega la paura montante del protezionismo. “Politiche di restrizioni all’import come le tariffe – scrivono gli autori – che intendono aiutare le aziende di una nazione possono finire col danneggiarne i produttori più efficienti per i quali l’importazione è parte di un processo di esportazione e un pilastro della loro strategia di business”. Insomma, gli Usa possono perderci molto più che guadagnarci dall’adozione di tariffe. Ma se questo dice la ragione economica, quella politica, notoriamente focalizzata sul breve periodo, potrebbe essere tentata di scommettere sui vantaggi di breve termine delle politiche autarchiche. E’ già successo 80 anni fa. Quindi può succedere di nuovo.


























