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Cronicario: Il 2017 è l’anno dei nuovi giovani: gli over 50

Proverbio del 9 gennaio Qualunque cosa soddisfi la fame è buon cibo

Numero del giorno: 23 Perdita percentuale della lira turca sul dollaro in 12 mesi

Bentrovati. Volendo riaprire il Cronicario, mi son detto che serviva una rentrée in grande stile, una roba memorabile. E così, pensa e ripensa m’è venuta la brillante idea di dedicare quest’anno nuovo alla categoria sociale che più di tutte merita il riconoscimento e l’attenzione delle nostre cronache incurabili: il nuovo giovane

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ossia l’anziano. Ora quando dico anziano non mi riferisco alla nouvelle vague del nostro tempo infantilizzato, per cui diventi anziano dopo gli 80 e sei un giovane uomo fino a 65 anni (salvo che per l’Inps). Mi riferisco a quelli che quando eravamo ragazzi chiamavamo vecchi, ossia gli over 50, e che oggi invece sono sospetti di incipienti primavere. Vi riferisco giusto un paio di notizie che ho trovato sul cronicario globale.

La prima arriva dall’Inps, che nella sua release di oggi su occupati e disoccupati, dove si legge che l’aumento di 19 mila occupati del mese di novembre riguarda solo le donne e gli ultracinquantenni, che evidentemente sono i nuovi giovani disoccupati. La seconda è questa, diffusa dalla Ambrosetti House.

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In pratica l’età media di un consigliere di una società quotata, in tutti i segmenti borsistici analizzati, è 57 anni. In pratica l’età d’oro di chi abita nel nostro paese, che evidentemente ha rimediato al calo delle nascite spostando avanti l’età della ragione.

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Perfezionare la trovata richiederà solo escludere gli under 50 dalle statistiche dell’occupazione o magari convincerli a diventare lavoratori autonomi e così finalmente ridurre quell’antipatico 11.9% di disoccupati di novembre non dico al 4,1 tedesco o al 3,7 lussemburghese, ma almeno al 9,8% della media euro. A proposito, la situazione è questa.

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Se non siete soddisfatti è solo perché non avete una visione abbastanza ampia. Le cose vanno benissimo, se uno la vede dall’alto degli ultimi 100 anni, come ci fa gentilmente notare il World economic forum.

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Quindi se non siete felici è perché siete troppo giovani per ricordare. Tranquilli, questa malattia la curano il tempo e il governo, che prima o poi vi farà arrivare una provvidenza, fin quando non conquisteremo la terza età e finalmente finiremo come i giapponesi, dai quali ci separa un’incollatura.

L’unica buona nuova che trovo su caso nostra mi arriva da Bruxelles, che dice di aver sbloccato 360 milioni per le nostre piccole e media imprese. Speriamo di saperli prendere e spendere.

Fuori dalle miserie di casa nostra, ne troviamo peraltro di peggio. La sterlina, per dire, inizia la settimana con un robusto ribasso

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che fa impallidire persino quello turco, la cui lira ormai veleggia verso la pizza di fango del Camerun. E poi c’è la Germania, dove l’export aumenta, ma l’import pure, col risultato che ormai i tedeschi non crescono più perché sono bravi a esportare ma perché hanno imparato a spendere i loro soldi. Era ora.

A domani.

Inizia l’epopea dell’economia a 5G

Oscurata dall’aria di festa, dai tormenti bancari e dal tono festoso delle borse, è passata parzialmente inosservata la pubblicazione sul sito dell’Autorità garante per le telecomunicazioni del documento che annuncia l’avvio di un’indagine conoscitiva “concernente le prospettive di sviluppo dei sistemi wireless e mobili verso la quinta generazione (5G) e l’utilizzo di nuove porzioni di spettro al di sopra dei 6 Ghz”. In sostanza, il futuro delle telecomunicazioni mobili, che nell’arco di pochi anni saranno le telecomunicazioni tout court.

Lo studio si è reso necessario, nota l’Agcom, perché l’evoluzione tecnica e regolamentare ha creato un ambiente caratterizzato da “nuovi servizi che richiedono
una sempre maggiore capacità di banda e una migliore copertura del territorio”. “Le nuove reti 5G – sottolinea – dovranno infatti supportare lo sviluppo del mondo di “Internet delle Cose” (IoT), incluse le comunicazioni di tipo M2M (Machine-to-machine) e i nuovi servizi che si stanno sviluppando in diversi e importanti settori, tra cui l’automotive, i trasporti, la manifattura e l’industria, l’energia, la sanità, l’agricoltura e il media &entertainment”.

L’indagine si inserisce in un importante percorso internazionale: nel novembre dello scorso anno la Conferenza mondiale delle radiocomunicazioni ha infatti avviato gli studi per identificare le bande – oltre i 6GHz – per lo sviluppo dei sistemi mobili avanzati, mentre la Commissione europea ha recentemente lanciato il suo Action Plan 5G, che prevede una road map finalizzata alla definizione di una tempistica comune per il lancio in Europa del 5G, con l’obiettivo di raggiungere entro il 2025 le principali aree urbane.

L’indagine dell’Agcom durerà 180 giorni, al termine dei quali, quindi alla fine della primavera di quest’anno, ne sapremo di più. Ciò che sappiamo sin d’ora è che alcune delle frequenze sulle quali dovrebbe girare il 5G in Italia sono occupate dal digitale terrestre, da canali cui di recente sono state rinnovate le concessioni. Quindi l’Italia rischia di ritardare l’appuntamento con il 2020, quando L’UE vorrebbe accendere il 5G in almeno una città per ogni stato nel territorio dell’Unione. Ma il percorso è irto di ostacoli e per quanto facciano gola agli operatori i 225 miliardi annui di ricavi previsti da questa tecnologia entro il 2025, non è detto che si riesca.

Rimane il fatto che la corsa per il 5G è cominciata e si riescono appena ad intravedere le straordinarie possibilità che si apriranno per le aziende e i consumatori sotto forma di nuovi servizi. Ogni innovazione crea un mercato che prima non c’era. Pensate a quello che è successo nella vostra vita quando siete passati dalla comunicazione a 2G sui telefonini d’inizio millennio, al 4G LTE che usate oggi, che vi consente di guardare, fra le mille altre cose, una partita di calcio sul vostro device e ha permesso lo sviluppo impensabile della sharing economy. La tecnologia 5G consentirà di moltiplicare per un fattore di almeno dieci l’attuale velocità di connessione, e di far parlare fra loro infiniti device mobili: telefoni, ma anche sensori. Tutto ciò incorpora una nuova geopolitica del business, e un cambiamento del paradigma di spesa dei consumatori, che si potranno segmentare, ad esempio, non più in base al consumo dei dati ma in base alla velocità di accesso alla rete, come si ipotizzava all’epoca dell’Internet 2 su rete fissa.

Tutto ciò accadrà nei prossimi cinque-dieci anni. Non capita spesso di poter assistere in diretta a un cambiamento epocale. Nel nuovo numero di Crusoe, che uscirà il prossimo venerdì 13 gennaio daremo un’occhiata ai contorni di questa rivoluzione. Ma sarà solo l’inizio. Il resto dovremo scoprirlo insieme. Buona lettura.

La Chat di Crusoe con @alienogentile: Mps e il legame fra banche e stato

La settimana scorsa Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Andrea Boda @alienogentile (A)

C Buongiorno Andrea, Mps sta ancora in prima pagina sui giornali ed entro pochi giorni sapremo come andrà a finire questa faccenda. Tu come la vedi?
A Buongiorno. Provo un sentimento prevalente di fastidio, con un sottofondo di preoccupazione: il governo pare abbia pronto un decreto che prevede la disponibilità di 15 miliardi per coprire gli aumenti di capitale non optati dal mercato. E nel caso del Monte non credo che il mercato vorrà sottoscrivere l’aumento. Una buona copertura potrebbe venire dalla conversione dei bond subordinati. Una conversione definita “volontaria” ma che io chiamerei “spintanea”…
C In questo caso sarà interessante vedere come si farà questa conversione. Non c’è il rischio che il bail out, uscito dalla porta, rientri dalla finestra?
A Il mercato festeggia il subentro del denaro pubblico nell’opera di sostegno del sistema, ma in qualità di contribuente non è che sia molto contento…direi che siamo alla ricerca, palesemente, di una forma non integrale di bail-in e pertanto in qualche modo sarà anche un bail-out. Ma il tempo stringe, la Bce ha dichiarato esplicitamente che a Mps mancano poco più di 20 giorni prima di esaurire la liquidità
C Insomma, la questione della stabilità finanziaria fa piazza pulita delle preoccupazioni regolatorie. In tal senso le voci tedesche riportate dalla stampa che invitano l’Italia a rispettare le regole somigliano a quelle che arrivavano da Bruxelles ai tempi della legge di stabilità. Siamo noi in difficoltà o è il sistema di regole che non regge?
A Il nostro paese ha una difficoltà genetica verso le regole. Se le nostre banche hanno collocato bond subordinati ai correntisti e titoli di loro emissione non quotati a semplici risparmiatori è grazie ad una vigilanza quantomeno distratta. D’altra parte -pur godendo del vantaggio competitivo di raccogliere capitale a condizioni di favore – molte nostre banche sono andate in difficoltà a causa dei crediti deteriorati, che si è scoperto derivano da concessioni fatte con logiche di relazione. Le banche sono nella strana condizione di essere creditrici del loro vigilante, vista la straordinaria quantità di titoli di Stato nei loro portafogli. Il connubio Stato-banche è dunque difficile da spezzare e qualunque forza esterna che cerchi di imporre regole si scontra con questa situazione.

Per leggere il resto della Chat devi essere abbonato a Crusoe. Tutte le informazioni le trovi qui. 

Spintarella Bce allo stimolo fiscale per il 2017

E alla fine è arrivata pure la Bce. La passione per gli stimoli fiscali, dopo aver mietuto vittime all’Ocse, il Fmi e persino nella Commissione, fa breccia anche a Francoforte, che ne accenna nel suo ultimo bollettino economico, pure se col tono compassato e vagamente criptico del banchiere centrale.

“La fiscal stance generalmente neutrale – scrive – riflette una composizione subottimale fra i paesi dell’area, come già osservato dalla Commissione”. La circostanza, vale a dire, che la spinta fiscale sia neutra nell’insieme dell’EZ, dipende dal fatto che “un notevole numero di paesi deve fare un passo in avanti verso le riforme strutturali per essere coerenti con gli obiettivi del patto di stabilità”, mentre d’altro canto “altri paesi hanno superato gli obiettivi del patto e hanno spazio fiscale da poter utilizzare”. In tal senso, sottolinea, “la dichiarazione dell’Eurogruppo ricorda che gli stati possono utilizzare la loro posizione di budget favorevole per rafforzare ulteriormente la loro domanda domestica e la crescita potenziale”: Quindi, chi ha denaro da spendere è bene lo faccia già dal prossimo anno.

Ma il seguito è ancora più interessante. “Uno strumento fiscale appropriato – sottolinea ancora – favorirebbe il raggiungimento degli obiettivi di politica fiscale a livello aggregato dell’area dell’euro”. E qui la Bce richiama il rapporto dei cinque presidenti del 2015, dove si sottolineava che un meccanismo che favorisca la condizione del rischio dovrebbe essere un punto d’arrivo di un processo di convergenza fra gli stati che però ancora sembra lontana dal verificarsi.

Sicché “in assenza di un tale strumento i budget nazionali rimangono lo strumento essenziale per supportare l’attività economica”. Per questo l’Eurogruppo ha sottolineato che “c’è spazio per maggiore scelte growth-friendly”, ossia stimolo fiscale. La Bce evita commenti. E, si sa, chi tace acconsente.

Cronicario: Il botto di Mps per gli auguri di Buon Natale

Proverbio del 22 dicembre Non sappiamo se vinciamo o perdiamo, ma possiamo sempre far festa

Numero del giorno: 1,8 Crescita percentuale delle retribuzioni reali in Germania nel III Q 2016

Mi piace un sacco chiudere il Cronicario per le feste col botto di Mps, che in questi giorni ci ha tenuto compagnia e chissà per quanti altri altri – visto che siamo solo all’inizio – ci toccherà sopportarne adesso il ronzio. Perché l’avete sentito il botto no?

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Si, questo. Ieri il Parlamento ci ha intrattenuti con la migliore eloquenza possibile per spiegarci i perché e i percome, mentre i fantomatici emiri del Qatar svanivano come ombra sotto il mezzogiorno di fuoco di un aumento di capitale insostenibile per qualunque privato, anche se emiro. E poi Mps faceva sapere di avere soldi per quattro mesi. In sostanza: era ben avviata verso il fallimento.

Ma poi è arrivato il botto. Nazionalizzazione, come la PrivatBank Ucraina, che infatti il vostro Cronicario preferito (essendo l’unico) vi aveva già anticipato per tempo, ricordando le ultime parole famose: #statesereni. Ve l’avevo detto che arrivava Babbo Natale col sacco riempito dalle vostre tasse. E ora chi può attinga. Già mi immagino la file, l’anno prossimo. E state certi che sarà un piacere raccontarvela quest’altra farsa italica.

Nel frattempo il proverbio di oggi del Cronicario, malgrado sia malese, mi sembra il commento migliore a tutta la vicenda nostrana: non sappiamo (e in fondo neanche ci interessa) se vinciamo o perdiamo ma possiamo sempre far festa.

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Di fronte a tutto ciò, il resto del cronicario globale impallidisce. Vale la pena però, se amate gli amarcord, fare un salto da Bloomberg, che riepiloga i numeri più interessanti del 2016. Qui ve ne riporto giusto un paio che mi sembrano proprio da Cronicario: alla metà di dicembre il mercato borsistico Usa capitalizzava il 38% del totale delle borse mondiali. Noi italiani pesiamo l’1%. E parliamo pure. La seconda riguarda invece la Cina, che nel 2016 ha speso per acquisizioni in Usa e Europa 163 miliardi, più di quanto abbiamo fatto nei tre anni precedenti. E ora chiedetevi chi comandi nel mondo.

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A parte Mps, di casa nostra vale la pena segnalare la nuova release sul commercio estero dell’Istat, relativa a novembre, che segnala export e import in espansione rispetto ad ottobre e rispetto all’anno scorso. In grande spolvero la crescita di esportazioni verso Usa (+15,4%) e Giappone (+14,2%). E poi c’è quest’altra notizia, che rimane ai margini del cronicario globale, ma che qualcuno ha saggiamente osservato.

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Bitcoin sta conoscendo la sua ennesima primavera speculativa, che incoraggia le più svariate speculazioni sulle ragioni. Quella di moda in questa fine d’anno è l’indebolimento dello yuan che spinge i cinesi a comprare moneta virtuale. Se vi piace, credeteci pure. Male non fa.

Infine, come lettura post prandiale vi suggerisco l’ultimo bollettino economico della Bce. Ottima per la digestione e l’abbiocco. Ma anche per scoprire come mai malgrado la robusta crescita del mattone i prezzi al consumo siano rimasti fermi. Non ci avevate pensato eh? A questo serve la Bce.

Infine, due parole su di noi. Il Cronicario è ancora un bebé su questo blog ma già ha un gran numero di affezionati, che saluto caramente. Non so se piace il tono semiserio, oppure il fatto che propone informazioni clandestine lette con l’occhio storto del cronista da marciapiede. Quello che so è che qui siamo molto contenti di ospitarlo, e quindi lo faremo anche in futuro, finché un giorno, divenuto grande, magari emigrerà altrove.

Quindi rassicuratevi. Il Cronicario ora chiude per un po’ ma tornerà a gennaio. Quando meno ve l’aspettate.

Buone feste.

 

Imprese e famiglie pagano il conto della riforma dei fondi monetari

Poco osservata, ma assai interessante, è la singolare evoluzione di alcuni fondi monetari statunitensi, oggetto di una riforma che da ottobre 2015 scorso ha cambiato sostanzialmente le regole del gioco, il loro costo e soprattutto chi debba farsene carico. Questa storia è utile raccontarla perché rivela come le minuzie della regolazione definiscano gli andamenti microeconomici, che a loro volta intonano quelli macro. L’economia è figlia innanzitutto del diritto, anche se tendiamo generalmente a dimenticarlo.

La ricognizione che vi propongo oggi l’ho trovata nell’ultimo quarterly report della Bis ed è assai meno esotica di quanto appaia a prima vista. Il succo, peraltro, è molto semplice: le riforme di regolazione decise dalla Sec negli Stati Uniti per i fondi prime monetari hanno provocato un’emorragia di fondi destinati al sistema bancario per circa 130 miliardi, il che ha avuto un effetto notevole sul costo dei finanziamenti in dollari per le banche che sono finite a secco. Basta molto poco a provocare uno shock, come si può osservare.

Prima di proseguire, è utile ricordare che i fondi monetari furono fra le vittime illustri del panico del 2008 quando, probabilmente per la prima volta nella storia, alcuni di loro si trovarono di fronte a grandi richieste di disinvestimento che finirono col provocare grossi guai ad alcuni di loro e costrinse il governo a garantire per tutto il sistema. Ciò può in parte spiegare perché la Sec abbia deciso di cambiare alcune regole per queste entità che investono in obbligazioni pubbliche e private e sono uno dei pilastri dello shadow banking. La Sec ha stabilito che i fondi debbano adottare una struttura a valore patrimoniale netto, li ha autorizzati a imporre commissioni antidiluizione (liquidity fee) e a sospendere i rimborsi in caso di aumenti (redemption gate) significativo dei deflussi. La Bis ci ricorda che “i fondi prime del mercato monetario sono una fonte importante di finanziamento a breve in dollari per le banche del mondo intero”.

Questa riforma, entrata in vigore a ottobre 2015 ed evidentemente poco gradita dagli investitori, ha avuto un effetto assai visibile sugli afflussi verso questi fondi che si sono contratti in dimensione di quasi il 75%. I loro patrimoni sono diminuiti di oltre 1.000 miliardi, mentre crescevano dello stesso importo i patrimonio dei fondi monetari che investono esclusivamente in titoli pubblici o pronti contro termine, probabilmente in ragione del fatto che queste entità non sono soggette alle nuove regole.

Sia come sia, “la rapida contrazione delle masse in gestione ha spinto i fondi prime a tagliare i finanziamenti alle banche del mondo intero, con una riduzione particolarmente elevata per le banche in Canada, Francia e Giappone. Da ottobre il credito fornito da questi fondi alle istituzioni finanziarie di ognuno di questi tre paesi è sceso nel complesso di circa 130 miliardi di dollari, pari a non meno di una flessione del 70% del finanziamento in dollari a breve termine ottenuto tramite gli FMM prime”. Inoltre i fondi hanno dovuto accorciare le scadenze delle loro obbligazioni, provocando, il combinato disposto, l’effetto di un marcato aumento dei costi della raccolta bancaria a breve termine in dollari, per fortuna contenuto rispetto a quanto registrato all’epoca della grande crisi, ma comunque rilevante, specie per le imprese e le famiglie che si sono trovate a pagarne il conto. In particolare quelle che avevano preso denaro a prestito a tassi collegati ai Libor. Che adesso almeno sanno chi devono ringraziare.

Cronicario: La paura fa 20, 30 e 52, ma poi passa

Proverbio del 21 dicembre Parole sdolcinate, delizia degli sciocchi

Numero del giorno: +0,7 Crescita prevista in Spagna nel IV Q 2016

Che giornate, perbacco. Un natale così non si vedeva dai tempi di Gesù di Nazareth, con i governati, i giornalisti e tutta la compagnia cantante a dare letteralmente i numeri seguendo la coda della cometa. Che sarà di Mps? Che sarà di Canale 5? Che sarà del comune di Roma e dell’Unione europea? E poi perché la Banca d’Inghilterra da tre giorni posta racconti dell’orrore sulle crisi inglesi del XIX secolo? Facile: il regalo di quest’anno per noi tutti è economico e popolare

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Che se ci pensate a Natale, apoteosi del sovrannaturale, ci sta tutta.

E allora cominciamo col primo spauracchio: il Monte dei Laschi (rectius, Paschi) di Siena. Poco fa il Parlamento ha approvato la norma che consente di accollarci sul groppone 20 miliardi di nuovi debiti per sostenere le banche. Attenzione al plurale. Mps è solo la prima, il 2017 ci porterà il resto. A breve scopriremo se il piano per convincere il mercato a mettere altri soldi nella cassaforte bucata di Mps, che ha avuto anche la gentilezza di farci sapere che ha liquidità solo per quattro mesi, ma in ogni caso il governo sta lì pronto col salvagente. Ma voi che leggete il Cronicario lo sapevate già

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Intanto che aspettiamo di sapere quanto ci costeranno le manie di grandezza di Mps e le abbronzature dicembrine dei suoi manager, limitiamoci allo spavento. Il refrain che tutti i politici hanno recitato oggi era una roba tipo: se non salviamo Mps finisce il mondo. La paura inzucchera qualunque medicina. E dovremmo ingollarne parecchi di spaventi a quanto pare. Almeno secondo Bloomberg, che ha postato questa munifica previsione.

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Per ripulire i bilanci bancari nostrani delle scorie tossiche che hanno cumulato servirebbero non 20, ma 52 miliardi. Fischia. Da lì ad arrivare a 90, come lo spavento della smorfia il passo è brevissimo.

Senoché gli spauracchi non finiscono qui. Un altro numero, stavolta il 30, si rivela esser la spia d’un improvviso attacco di panico che ha coinvolto il nostro meglio generone: la paura dei francesi di Vivendi.

Il nuovo De Bello Gallico lo combattono i barbari nel suolo patrio e nientemeno che attentando al patrimonio dell’immaginario nazionale con l’arrembaggio a Mediaset. Chi non è cresciuto guardando Drive In non può capire l’angoscia che ha colto la generazione al potere. Ma perché 30, vi chiederete. Facile: 30 è la soglia di azioni che Vivendi deve raggiungere per far partire l’Opa sulla società dei Berluscones. Se qualcuno pensa che i francesi siano spiantati come quel tale che nell’estate dei furbetti voleva scalare il Corriere, guardate questo

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Sono gonfi di miliardi, i francesi. E soprattutto sono pieni di idee. Notate che fra le acquisizioni di quest’anno ci sono anche un paio di giganti dei videogiochi come Gameloft e Ubisoft. Il che dovrebbe far capire anche ai distratti cosa ha in mente Vivendi, peraltro grande azionista della nostra Telecom: la tv che fa tutto, anche le pizzette. I Berluscones che idea hanno? Boh.

Stanco di spaventarmi, lascio le vicende di casa nostra ed emigro oltre oceano. E che ti trovo? Bloomberg, sempre per la serie timori e tremori, ci svela che il 2016 è stato un anno nero per gli hedge fund, i grandi distruttori, le locuste della finanza, come ebbero a definirli, che hanno subito deflussi da 80 miliardi che per un’industria che ne vale tremila non è poco ma neanche tanto.

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Ma la notizia più divertente l’ho trovata qua. Leggere che Goldman Sach ipotizza che la Fed possa offuscare gli orizzonti di gloria di Mister T metterebbe di buon umore persino un sottoscrittore di bond subordinati. Ve l’immaginate Mister muscolo che si flette sotto l’autorità della Yellen?

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Ma allora perché mai quei cervelloni di GS se ne escono con una facezia del genere? Si chiama portarsi avanti col lavoro. Bye bye Janet.

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Ma il modo migliore per farsi passare la paura del Natale è leggere questo articolo del WSJ, che rivela come i giovani americani che vivono in famiglia siano ormai arrivati al 40%, la percentuale più elevata degli ultimi 75 anni. Ora, non è che non li capisca i poveri Millenial, schiacciati dai debiti e dai soldi che hanno fatto i loro padri, solo che vorrei dire loro che anche in questo (noi stiamo quasi al 65% ma vabbé) come in altro

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noi italiani siamo stati antesignani e anticipatori. Quindi tranquilli. Adesso che avete scoperto quanto è bello vivere con mamma e papà, vi manca solo di scoprire le virtù del debito pubblico, del posto sicuro e, dulcis in fundo, della pensione. E vedrete come passa la paura.

A domani.

La svalutazione non salva le economie più indebitate

Ora che l’anno finisce e quindi si fa un po’ di contabilità, può essere istruttivo fare i conti in tasca ai soggetti che più di altri, nell’anno che verrà, determineranno, esattamente come è accaduto quest’anno, il clima dei mercati internazionali: i mercati emergenti. Chi segue le cronache finanziarie ricorderà la fine del 2015, che somiglia a questa: rialzo tassi Fed e milioni di buon auspici che sbiadirono con il crollo del borse di gennaio innescato dai cinesi. L’anno bisestile si presentò in tutto il suo fulgore. Cosa ci garantisce che il 2017 sarà diverso? Praticamente niente.

Al contrario, gli ingredienti per una riedizione ci sono tutti, salvo il più importante: il panico. La vera differenza fra ieri e oggi è che i mercati sono allegri, specie dopo l’arrivo di Trump. E quasi tutti scommettono sulla prima conseguenza visibile della sua presidenza, conseguenza anche dell’azione della Fed: il rafforzamento del dollaro.

E qui che casca l’asino, come dice il proverbio. Sappiamo già che un dollaro forte è fonte di numerosi squilibri reali e potenziali nel sistema finanziario internazionale. E sappiamo pure che molte cose stanno avvenendo nei bassifondi della finanza proprio a causa del rafforzamento del bigliettone, che ormai dura da diversi mesi pure se ha conosciuto un’impennata negli ultimi. Quello a cui si pensa meno è alle conseguenze che potrebbe avere sui paesi che, proprio a causa di questo rivalutarsi del dollaro, subiscono una svalutazione della loro moneta. O meglio, qualcuno ci ha pensato.

Nel suo ultimo Quarterly report la Bis ha allegato una ricerca che tratta proprio di questo. E’ utile ricordarla partendo dalla presentazione che ne ha fatto Hyun Song Shin, capo della ricerca della banca di Basilea, domandandosi in che misura il deprezzamento della moneta potrebbe fungere da ammortizzatore degli stress di mercato. “Tradizionalmente  – osserva – si ritiene che, a parità di condizioni, il deprezzamento della moneta generi espansione in quanto è associato a un aumento delle esportazioni nette e del prodotto. Si tratta di quello che a volte viene chiamato “canale commerciale”. Tuttavia, se il debito in valuta estera induce un rallentamento della crescita a fronte di un deprezzamento, creando così vulnerabilità, i tassi di cambio operano anche attraverso il canale finanziario”.

Che significa? Leggete ancora che dice il nostro economista. “L’intensità del canale finanziario dipende dalla sensibilità dei bilanci nazionali ai tassi di cambio, mentre la solidità del canale commerciale dipende dalle reazioni del commercio ai tassi di cambio. Gli autori (del paper, ndr) riscontrano che, per quanto riguarda le EME, il canale finanziario compensa ampiamente il canale commerciale. La compensazione è invece minore per le economie avanzate, dove domina il canale commerciale di tipo tradizionale”. Quindi per le economie avanzate eventuali squilibri sul canale finanziario sono capaci di annullare i benefici che possono derivare sul canale commerciale dalla svalutazione. Detto in altre parole, non è detto che una svalutazione aiuti i conti nazionali, se il paese ha squilibri finanziari, magari sotto la forma di debiti esteri in valuta straniera che diventa più cara.

Nel dettaglio, “per 13 EME su 22, la somma del tasso di cambio ponderato sul debito estero (DWER) e delle elasticità del NEER è positiva, il che significa che un apprezzamento equivalente di entrambe le misure di tassi di cambio sarebbe espansivo, contrariamente a quanto generalmente si pensa. Sia il canale commerciale sia quello finanziario sono più preminenti in Asia che in America latina. E il canale finanziario è più forte nelle EME che detengono più debito in valuta estera”. Provo a tradurre: per alcune economie emergenti, l’apprezzamento del cambio può avere effetti espansivi sia sul canale commerciale che finanziario, mentre non è detto che la svalutazione svolga gli stessi effetti sul canale commerciale se il paese detiene debito estero, proprio perché il canale finanziario è prevalente in questi paesi.

Non so a voi, ma a me è venuta subito in mente la Cina, che si segnala per il suo debito crescente buona parte del quale in dollari e la cui valuta sta soffrendo il rafforzamento del dollaro. Perciò a fine anno fate una cosa molto semplice: tenete le dita incrociate.

 

Cronicario: I (debiti) cinesi a cinque stelle, noialtri nelle stalle

Proverbio del 20 dicembre Il vuoto da la strada al pieno

Numero del giorno: 80 Percentuale di europei che usa lo smartphone per andare su Internet

Se fossi cinese non avrei dubbi: manderei una mail al figlio del cielo, il primo ministro Li, che proprio in questi giorni ha inaugurato una nuova consuetudine: aprirsi all’ascolto dell’universo mondo, purché parli mandarino e abiti in Cina, per redigere con democratica coscienza il work report del 2017.

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In questo rigurgito di democrazia diretta, che fa della Cina un papabile candidato all’universo a Cinque Stelle che noi italiani abbiamo avuto il genio di inaugurare, se fossi un cittadino cinese profitterei della benevolenza del primo di tutti loro per chiedere una spiegazione di questo grafico mirabolante che ho trovato sul WSJ.

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Ve la faccio semplice: l’85% del debito corporate cinese, una montagna che galleggia intorno al 150% del pil è stato emesso da imprese che hanno alle spalle governi locali o statali. In pratica sono aziende pubbliche. I privati veri sono appena il 10%, che se ci pensate è un piccolo record. Bene: quasi il 66% di questi debiti sono in pancia alle banche ombra, entità a loro volta a forte ingerenza statale, il 24% di questi bond li hanno comprato le banche (statali) e l’8,8% altre entità governative. Appena l’1,1% di questi debiti è fuori dal perimetro del governo che quindi è in pratica il perfetto creditore di se stesso. La situazione ideale. Il moto perpetuo del debito.

motoperpetuo

Capisco perché la Cina sia diventata un esempio per tutti noi. L’autentico faro che illumina il sol dell’avvenire. E capisco pure che non possiamo neanche spiegare la circostanza col fatto che sono comunisti. Che dovremmo dire allora degli Usa, che garantiscono più del 60% dei debiti del sistema privato con il governo?

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Appunto. Quindi evviva la Cina, a cinque stelle come i suoi debiti. E speriamo che duri perché ci siamo già passati l’anno scorso dai tormenti cinesi e pure all’inizio di questo. E per il prossimo, se il dollaro continuerà a salire non è che le prospettive siano migliori. Poi il fatto che i governi commettono infiniti disastri quando si occupano dell’economia non interessa a nessuno. Anzi: c’è un problema: chiamate il governo.

Da noi per dire. Ieri sera, dopo un’ampio endorsement da parte di quelli che contano (i soldi), il governo ieri sera ha preso 20 miliardi che non ha e li ha messi sul piatto per salvare il sistema bancario più solido del mondo (cit.) quello con le banche che non hanno problemi (ricit.) perché non parlano inglese (aricit.).

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Le nostre stelle bancarie, a cominciare da Mps che splendeva nel firmamento da alcuni secoli, sono finite nelle stalle dove di solito abitano i risparmiatori e i contribuenti. Ossia noi. Bentrovati.

Dall’Europa arriva una notizia che basta appena a consolarmi. La prima è che il saldo del conto corrente della bilancia dei pagamenti Ue continua a crescere, per lo più grazie ai servizi. L’attivo dell’EZ, in particolare, riferito sempre al mese di ottobre 2016, sta intorno ai 30 miliardi.

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Che significa? In pratica che come area prendiamo dall’estero più soldi di quanti gliene diamo per i vari scambi. Insomma: siamo sempre più ricchi, mettiamo da parte, e intanto ci lamentiamo. Il vecchio trucco per star bene, evidentemente.

Dall’altra parte del mondo, dal Giappone, arriva la notizia che la BoJ non muove paglia, per il momento, perché l’economia va meglio secondo il noto ottimista Kuroda, incidentalmente governatore della banca, che però ammette che l’inflazione è ancora freddina. Al contrario in Germania si intravede un pochino di inflazione sui prezzi di produzione, per la prima volta dal 2013.

Ma per finire serve una perla, e ne ho trovate un paio magnifiche, fra le tante gioie preziose che ci offre Bankitalia, nell’audizione di Salvatore Rossi, DG della banca, in Parlamento. Ecco la prima: “L’informativa alla clientela deve essere snella e scritta con linguaggio comprensibile”. Dal che deduco che Rossi non abbiamo mai comprato un’obbligazione o aderito a una collocazione di titoli in borsa, figuratevi convertire un subordinato. E poi l’altra: “Un eccesso di documentazione trasforma la trasparenza in beffa”.

meraviglioso

Dal che capisco qual è il vero segreto che i banchieri si tengono stretti solo per loro: non fidarsi mai delle banche e mettere i soldi sotto la mattonella. Meditate gente.

A domani.

La ricetta Bce per l’EZ: lasciar fare alla Bce

Poiché l’eurozona è un caso di scuola, per come è nata e come si conduce, non dovete stupirvi nel notare la gran quantità di studi e ricerche che nell’ultimo ventennio, e in particolare da quando è esplosa la crisi, sono stati dedicati all’annosa questione di come farla funzionare. Fra i tanti ne ho scovato uno recente che vale la pena sottoporvi per la semplice ragione che proviene dagli economisti della Bce, la cosa più europea che conosco, e poi perché ha una ricetta semplicissima per far procedere le cose: lasciar lavorare la Bce, almeno nel breve periodo, fino a quando non saremo in grado, noi europei, di dotarci di istituzioni funzionanti.

Il paper si intitola “Macroeconomic stabilization, monetary-fiscal interactions, and Europe’s monetary union” e non va considerato nulla di più di quello che è: un’esercitazione accademica per provare a quadrare il cerchio di un’area economica che ha una banca centrale senza avere uno stato. Tale caratteristica, che è stata la vera innovazione istituzionale rappresentata dall’eurozona, è insieme la croce e la delizia degli eurodotati, e di conseguenza il punto di partenza di qualunque analisi che si proponga di arrivare a soluzioni capaci di restituire una crescita decente a un territorio così vasto e così benestante e che malgrado la sua ricchezza (o forse proprio a causa della sua ricchezza) non riesce a emergere dalle secche di una stagnazione strisciante.

“L’eurozona ha attraversato un periodo prolungato di attività economica debole e inflazione molto bassa”, notano gli autori, che sottolineano come ormai sia conoscenza comune, più volte reiterata dagli stessi banchieri centrali, che la politica monetaria da sola non basti a risolvere il problema. E poi come di recente abbia preso quota l’idea che a questo livello di tassi serva una politica fiscale accomodante per stimolare la crescita.

Ed ecco perché il paper ipotizza una strategia a doppio binario che mette insieme le cose. L’idea è semplice e si compone di due elementi distinti. Il primo è l’introduzione di un nuovo strumento finanziario, una sorta di eurobond non soggetto a default, emesso da un fondo dell’ez (tipo l’Esm per intenderci). Per asset non soggetto a default, gli autori intendono uno strumento che, emesso all’interno di una strategia di intervento politico, possa essere convertibile in moneta alla pari – in pratica monetizzato – analogamente a quanto avviene per le riserve in deposito presso la Bce. Emettendo questi asset, il Fondo potrebbe acquistare debito pubblico nazionale, sotto precise condizionalità. Inoltre, “il fondo, soggetto a un controllo democratico, potrebbe disporre di una limitata abilità fiscale uniforme fra gli stati membri, ad esempio un piccolo sovrappiù sull’Iva” e potrebbe anche spuntare qualche ricavo da signoraggio dalla Bce. Notate l’inciso sul “controllo democratico”.

Il secondo elemento della strategia è che gli stati dell’eurozona devono essere messi in grado di ristrutturare, se necessario, il proprio debito pubblico in maniera ordinata, potendo contare sull’assistenza del Fondo come acquirente di ultima istanza e come fornitore di risorse anche per il Risolutore unico dell’Unione bancaria (SRM) nel caso sia necessario sostenere il sistema bancario in crisi dopo la ristrutturazione del debito sovrano, sfruttando il meccanismo unico di copertura di depositi per evitare corse agli sportelli.

“Si potrebbe sostenere – riconoscono gli autori – che un’istituzione che emette debito non soggetto a default già c’è, ossia la Bce, e che la soluzione più semplice sarebbe che questa istituzione agisse come descritto. Infatti un mix di policy, dove si combinano tassi bassi e espansione della base monetaria per comprare debito pubblico nazionale, come implementato dal public sector purchase programme, insieme con un accomodamento fiscale rimale un’opzione sensibile sul breve termine. Nel paper – concludono – noi spieghiamo come la struttura istituzionale che include il fondo appare preferibile nel medio lungo termine”.

Provo a tradurre: intanto che c’è lasciate lavorare la Bce. Poi si vedrà.