Etichettato: the walking debt
Se il dollaro alza la voce gli Emergenti tremano
“Le giravolte delle oscillazioni del tasso di cambio del dollaro USA, negli ultimi decenni, hanno provocato notevoli cambiamenti nell’attività economica globale”, scrive la Bis nella sua ultima Rassegna trimestrale, che contiene un capitolo che prova a quantificare come le altalene sul mercato valutario siano capaci di provocare terremoti nei paesi più esposti.
Non che sia una novità. Chiunque ricordi cosa accadde alle economia più fragili, a cominciare da quella messicana, quando nei primi anni ’80 il dollaro si apprezzò significativamente, sa bene quanto e chi paghi il prezzo se la valuta americana alza la voce. Questa evidenza è rimasta costante negli anni, e lo abbiamo osservato più volte.
L’ultimo articolo pubblicato dalla Bis conferma questa consuetudine economica della contemporaneità, figlia della conformazione finanziaria globale, a sua volta espressione dell’egemonia statunitense nel mercato finanziario e valutario, per tacere delle altre. Per dirla con le parole della Banca: “La forza del dollaro è stata sistematicamente associata a prestazioni economiche peggiori nelle economie emergenti (EME)”.
Di nuovo l’articolo aggiunge una stima, estratta sulla base di un database di osservazione estratto da 21 paesi emergenti, dei danni che un apprezzamento del dollaro è capace di provocare. E certifica che questi danni colpiscono soprattutto la capacità di investimento di questi paesi oltre alla loro capacità di esportare. Due cose evidentemente collegate.
Questi effetti sono tanto maggiori quanto più i paesi sono esposti ai capricci del credito globale: o perché godono di ampi investimenti esteri, o perché hanno molti debiti denominati in dollari. Circostanze queste ultime assai comuni, come ci ricorda l’ultimo outlook diffuso da Ocse.
Questi paesi, in pratica, è come se avessero una pistola monetaria puntata alla tempia. In pratica è noto a tutti, ma la teoria solo di recente ha iniziato a farci i conti.
Il paper della Bis, in particolare, inserisce la variabile del dollaro in un’analisi di tipo “growth-at-risk” (GaR). Questo tipo di ricognizioni utilizzano le variabili macro per fare previsioni sugli andamenti futuri della crescita e in gran parte sono arrivate alla conclusione che condizioni finanziarie più rigide e una crescita disordinata del credito sono tutti fattori di rischio per un’economia. Queste analisi non consideravano la forza del dollaro, fra queste caratteristiche. Il paper della Bis colma questa lacuna e offre delle stime, che come tali vanno considerate, ossia come indicatori di tendenze.
In particolare viene esaminato il link fra la crescita ciclica delle EME e il tasso di cambio effettivo del dollaro, non il tasso di cambio bilaterale. I risultati sono abbastanza univoci: “Un ampio apprezzamento del dollaro smorza in media la crescita del PIL reale. Un dollaro più forte ha effetti negativi soprattutto sul GaR degli investimenti reali e smorza anche il GaR delle esportazioni reali. Inoltre, il dollaro colpisce le EME più fortemente delle piccole economie avanzate (EA)”. Dulcis in fundo: “Gli apprezzamenti di altre valute sicure non hanno effetti negativi simili sulla crescita delle EME”.
I canali tramite i quali il dollaro trasferisce i suoi effetti nelle economie censite sono diversi e non serve qui ricordarli. E’ sufficiente guardare il grafico a seguire per farsene un’idea abbastanza chiara.
Meglio spendere le ultime righe per quantificare questi effetti, che vengono stimati in 0,3 punti delle previsioni ogni apprezzamento del dollaro dell’1% e nel doppio per le GaR.
Aldilà delle stime, chi volesse osservare la pistola fumante non avrebbe che da guardare ai disordini primaverili sui mercati generati dalla pandemia. Il dollaro, nei primi tre mesi dell’emergenza, si apprezzo per circa il 10%. Tale impennata si accompagnò a un robusto deflusso dai bond EME, con relativo allargamento degli spread. Quando nel corso dell’estate il dollaro iniziò a deprezzarsi, i flussi di fondi tornarono sui bond emergenti e gli spread si normalizzarono.
Ieri come oggi, insomma, il dollaro si rivela uno strumento molto potente per i paesi EME. Nel bene, ma soprattutto nel male.
Ecco perché la pandemia farà più male alle economie avanzate
Recenti osservazioni svolte dall’Ocse e dalla Bis di Basilea forniscono interessanti spunti di riflessioni che contribuiscono a spiegare perché perché nelle economie avanzate la ripresa post pandemia appare assai più lenta e problematica rispetto a quanto si stima accadrà nelle economie emergenti, Cina in testa.
A far la differenza sarà sostanzialmente la composizione dei settori economici. Quelli più sbilanciati verso i servizi sono quelli che risulteranno maggiormente penalizzati, al contrario di quelli a maggior vocazione manifatturiera. “Gli effetti della crisi Covid – scrive infatti la Bis – sono stati avvertiti in modo disomogeneo tra i settori e l’output delle industrie di servizi potrebbero rimanere per qualche tempo ben al di sotto del trend pre-Covid”. Al contrario “le prospettive per alcune economie, come la Cina, sono più positive”.
Questa considerazione diviene evidente se andiamo a vedere come l’Ocse fotografa l’impatto del Covid nei diversi settori economici.
L’organizzazione parigina, infatti, nota che “la produzione nei settori dei servizi più colpiti inizialmente è rimasta debole, aumentando la probabilità dei costi persistenti della pandemia. Attività in strutture ricettive, servizi di ristorazione, eventi e attività ricreative e trasporti, in particolare i servizi di trasporto aereo, continuano a essere influenzate da requisiti di distanza fisica e chiusura delle frontiere”.
La ripresa è stata lenta anche nel settore dei servizi amministrativi e di supporto, come ad esempio per gli agenti di viaggio. Un po’ meglio è andata per i servizi professionali e tecnici, che tuttavia continuano a risentire della debolezza della domanda, al contrario di quanto accaduto per le vendite all’ingrosso e retail, che hanno recuperato i livelli pre pandemici.
Tutto ciò spiega perché per molte aziende – l’analisi Ocse prende in esame il Belgio e l’UK – la situazione rimanga difficile, come illustra il grafico sotto.
L’analisi di Ocse fa il paio con quella della Bis. “Le economie con grandi industrie di servizi orientati al cliente potrebbero crescere più lentamente nel breve termine, anche dopo scontato il rigore delle misure di contenimento e della gravità dell’epidemia”. Al contrario, l’outlook per alcune economia “come quella cinese” rimane “più positivo”.
Anche la Bis, come l’Ocse sottolinea la necessità di ulteriori misure di stimolo. Ma anche qui con l’avvertenza che “potrebbero non essere sufficienti per riportare l’attività economica al trend pre-Covid”. Il danno potrebbe essere permanente insomma. E quindi anche le sue conseguenze.
La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo
E’ consuetudine diffusa fra gli studiosi, specie di formazione storica, considerare come due periodi distinti il grande movimento di globalizzazione iniziato dopo il conflitto franco-prussiano del 1870, e idealmente concluso con la guerra del 1914, e l’altra globalizzazione iniziata nel secondo dopoguerra che dura fino ad oggi. La tesi che qui si sostiene è che ci troviamo all’interno di una lunga globalizzazione che dura da 150 anni, pure se in maniera multiforme, che affonda le radici nella prima metà del secolo XIX, quando le rivoluzioni politiche ed economiche hanno approfondito il processo di internazionalizzazione iniziato secoli prima con l’apertura delle rotte atlantiche.
La prima guerra mondiale, che chiameremo prima guerra globale, è la conferma che la grande internazionalizzazione che si fa cominciare convenzionalmente nella seconda metà del XIX secolo è proseguita anche negli anni del conflitto, pure se in una forma diversa da quella “pacifica”, e anche nel ventennio successivo, malgrado la frattura delle relazioni internazionali che toccò l’apice negli anni ‘30 del secolo XX. Frattura che infatti condusse a un altro conflitto globale che si concluse con la divisione del mondo in due blocchi, corrispondenti a due diverse globalizzazioni, spesso interlacciate per il tramite di conflitti locali, che furono lo scenario visibile della terza guerra globale per fortuna “fredda”.
Queste due internazionalizzazioni concorrenti trovarono il luogo della loro composizione negli organismi internazionali, che si svilupparono vigorosamente proprio a partire dal secondo dopoguerra sul modello della Società delle Nazioni del primo dopoguerra, non certo a caso. Gli organismi internazionali infatti sono l’espressione compiuta dell’internazionalismo che suggella lo sviluppo dei principi che hanno caratterizzato questo secolo e mezzo, risultando come l’autentica novità della storia e una profonda innovazione nei modelli di globalizzazione: l’idea nazionale e democratica, che proprio in questi anni viene internazionalizzata, eredi naturali della rivoluzione francese, e quella economica, derivata da quella rivoluzione industriale britannica.
Le due globalizzazioni del secondo dopoguerra si sono fuse nella globalizzazione attuale, di marca americana, che affonda le sue radici nel mondo della Belle Époque. Possiamo vederlo osservando alcune innovazioni emerse in quel periodo che caratterizzano ancora oggi le nostre società. Ne abbiamo scelto tre, come semplice saggio: l’invenzione della bicicletta, dello star system e l’innescarsi della tendenza, non a caso definita secolare, del declino dei tassi di interesse, cartina tornasole di una economia sempre più politica, ossia manovrata dai governi, che proprio nel XIX secolo fa crea le sue premesse.
L’idea di questo saggio è che siamo giunti al termine del lunghissimo XIX secolo, espressione con la quale si vuole evocare il Lungo XIX secolo teorizzato da Eric Hobsbawm e declinato in una splendida trilogia di alcuni decenni fa, e Il Lungo XX secolo a cui Giovanni Arrighi dedicò un volume un trentennio fa. Di entrambi l’autore è debitore, insieme ovviamente a molti altri citati nel testo, e con loro condivide il pensiero che spesso i secoli siano molto più lunghi di quanto dica il calendario. Ma mentre lo storico inglese teorizza la fine del XIX secolo nel 1914, e da qui fa partire Il secolo breve concluso nel 1991 e il sociologo italiano ritrova gli schemi del XX secolo nella storia europea moderna, qui si sostiene che il XIX secolo sia stato assai più lungo di quanto pensasse Hobsbawm, e che il XX secolo non sia stato affatto lungo, né breve. Per certi versi potremmo dire che il XX secolo non sia mai cominciato. Almeno se consideriamo un nuovo secolo come una epoca nuova.
Da questo punto di vista, alcuni eventi recenti lasciano pensare che il XX secolo stia iniziando adesso e che questo nuovo secolo abbia concrete possibilità di mutare la sostanza di quella che è stata la caratteristica saliente del lunghissimo XIX secolo: l’invenzione dell’ordine politico liberaldemocratico e dell’economia politica. L’avvento della Nazione Globale potrebbe condurci verso un nuovo assolutismo.
Questo post è l’abstract di un saggio che ho iniziato a scrivere e che verrà pubblicato nei prossimi mesi. Alcuni aggiornamenti verranno proposti qui sul blog.
Ogni contributo è benvenuto.
Buona lettura
La globalizzazione emergente. La pace nel Golfo isola la Turchia
L’annuncio che l’Arabia Saudita avrebbe riaperto il confine col Qatar, diffuso alla vigilia del vertice del Gulf Cooperation Council del 5 gennaio che ha deciso la distensione fra i paesi del Golfo, a vantaggio apparente del Qatar ha reso chiaro agli osservatori che i paesi arabi della regione hanno deciso di superare la disputa che ormai da anni oppone gli stati che ruotano attorno alla penisola araba.
Una decisione di real politik, probabilmente favorita dal crescere delle difficoltà finanziaria di questi paesi, in parte provocate dalla pandemia, in parte dall’andamento erratico del prezzo delle risorse energetiche, fotografato proprio di recente dalla Fed di New York.
Ma una decisione favorita anche dagli ultimi accordi promossi dall’amministrazione Usa, che hanno avvicinato gli Emirati Arabi ad Israele, e successivamente anche il Bahrain, e che hanno dato il via anche alla normalizzazione dei rapporti diplomatici con Israele anche di Marocco e Sudan. Fatti che hanno alimentato anche congetture più o meno fantasiose circa l’intenzione di Israele di mettere un freno all’influenza turca nella regione.
Vero o falso che sia, la distensione fra i paesi del Golfo rischia di non essere una buona notizia per Ankara, che dopo il sostanziale successo in Libia e nella disputa attorno al Caspio, rischia oggi di veder evaporare la sua influenza nell’area (e non solo) qualora venisse meno il suo principale finanziatore, ossia il Qatar (non a caso fra le richieste al Qatar c’era anche quella di chiudere una base turca), col quale ha costruito una solida alleanza ordita grazie anche ai buoni uffici dei Fratelli Musulmani, che i Sauditi salafiti vedono come il proverbiale fumo negli occhi.
D’altronde il Qatar, come d’altronde l’Arabia Saudita, non può permettersi ancora di largheggiare. A metà dicembre Fitch ha chiaramente auspicato una normalizzazione dei rapporti fra il Qatar e i suoi vicini, ricordando tuttavia come “l’alto debito pubblico rimarrà un peso per il rating sovrano del paese”. Si stima che il debito sul pil arriverà al 76% nel 2020 dal 60% del 2017, pure se si ipotizza che il paese lo riporterà al 64% quest’anno attingendo alle sue cospicue riserve per ripagare le obbligazioni in scadenza. A tal proposito, per quanto definiti “opachi”, quanto alla reale consistenza, le stime di Fitch quotano intorno al 137% del pil (240 miliardi di dollari) il valore degli asset esteri netti del paese in pancia alla Qatar Investment Authority (QIA).
Ma questi numeri non tengono conto delle “contingent liabilities”, ossia le garanzie che il Qatar ha offerto a diversi soggetti economici, a cominciare dalle banche locali, che hanno asset pari al 200% del Pil. Queste banche sono molto esposte all’interno, in particolare verso il settore immobiliare, e hanno cumulato esposizioni estere che adesso ammontano al 70% del pil (dato 2019). A ciò si aggiunga che Fitch stima nel 38% del pil il debito delle entità non bancarie, ma riconducibili al governo.
Al tempo stesso l’agenzia osserva che una graduale pacificazione dell’area potrebbe servire a sviluppare l’economia “non oil” sulla quale il Qatar, ma anche l’Arabia Saudita, si gioca il futuro prossimo. Come esempio basta ricordare che la chiusura degli spazi aerei sauditi ha costretto la Qatar airways a lunghi giri per articolare le sue rotte. Nel frattempo però i corposi impegni di bilancio hanno portato il governo in deficit fiscale.
D’altronde, proprio i rischi geopolitici esplosi nel 2017 con l’isolamento del Qatar da parte dei suoi vicini avevano indotto l’agenzia di rating a declassare il rating del piccolo paese. I torbidi sul mercato dell’energia hanno fatto il resto. Il governo ha dovuto posporre i propri piani di investimento, fra i quali quelli per lo sviluppo dell’industria del gas naturale liquefatto, che è la principale del paese. E questo, in mancanza di una chiara ripresa della domanda di energia o di un consolidamento fiscale, rischia di peggiorare la contabilità qatariota.
Ecco perché il riavvicinamento fra i paesi del Golfo e la fine della guerra fredda interna viene salutata con favore. Ed ecco perché continuare a sponsorizzare un partner “pesante” come la Turchia, che fa politica estera senza badare a spese, rischia di risultare un fardello troppo gravoso per il piccolo e ricco stato del Qatar.
Non tutto si può spiegare o determinare in funzione dell’economia, ovviamente. Però è buona regola tenerne conto. E i paesi del Golfo sembra l’abbiano capito.
Il decennio d’oro dei risparmiatori europei
Una ricognizione molto istruttiva contenuta nell’ultimo bollettino della Bce è un’ottima cura per la pandemia di luoghi comuni che affligge il nostro dibattito pubblico dal 2008, quando la Grande Recessione ha innescato nelle nostre società una vulgata che racconta di un notevole impoverimento collettivo che i dati mostrano essere vagamente esagerata. O quantomeno poco informata.
I dati in questione sono quelli dedicati all’andamento dei fondi pensione dell’eurozona, che nel decennio hanno mostrato una crescita notevole.
Ma che rimane poca cosa se la si confronta con quella registrata dalle altre categorie di asset che compongono il composito mondo delle istituzioni finanziarie non monetarie (non-MFI financial sector) nel vocabolario della Bce. Ossia tutte quelle entità che pur facendo girare i soldi – e anche parecchi – non sono tecnicamente banche perché non emettono moneta.
All’interno di questa categoria ci stanno le compagnie di assicurazione, i fondi di investimento e le OFIs, che sta per Other financial intermediary. Il grafico sotto misura gli andamenti di queste istituzioni dal 2008 al 2019. La scala sinistra misura gli asset in valore, la destra gli incrementi in percentuale.
I due grafici letti insieme raccontano tutto quello che c’è da sapere sugli andamenti di queste entità.
La crescita dei fondi pensione è stata ragguardevole dal 2008 in poi – gli asset sono quasi raddoppiati arrivando a quasi 3 trilioni, con un peso sul pil dell’area passato dal 13% del 2008 al 25% del 2019. Poca cosa rispetto al valore dei fondi delle pensioni private Usa, che ormai quotano il 140% del pil. Ma comunque importante. Queste entità raccolgono il risparmio previdenziale di 75 milioni di europei, che non sono proprio una minoranza fortunata. Ma una sostanziale maggioranza relativa.
Il secondo grafico ci racconta come si siano evolute le diverse classi di asset, organizzate per entità. Vale la pena notare il notevole aumento degli asset dei fondi di investimento, che spesso vengono alimentati proprio dal risparmio previdenziale. Quest’ultimo inoltre è un forte investitore anche nel mercato obbligazionario.
Complessivamente l’evoluzione del risparmio europeo – senza considerare quello allocato nelle banche – è molto positiva. Da poco più di venti trilioni, nel 2008, si è arrivati a circa 40 nel 2019. Niente male per un decennio di crisi.
Lo smart working rimarrà fra noi anche dopo la pandemia
Un breve quanto interessante paper pubblicato dal NBER ci comunica un’informazione molto utile su una delle tante questioni nascoste che sottostanno allo smart working, che si è diffuso pandemicamente insieme al Covid. E’ bene appuntarsi, questa nota, perché domani, quando il virus sarà solo un brutto ricordo, è assai probabile che lo smart working rimarrà fra noi, in versione riveduta e corretta, quale lascito – uno dei migliori si spera – di questo periodo orribile.
D’altronde sarebbe difficile tornare indietro. La pandemia ha mostrato che molta parte della nostra vita negli uffici, non per tutti certo, ma per molti, può essere tranquillamente svolte fra le mura domestiche, con evidenti vantaggi per i lavoratori, che possono organizzare meglio le proprie settimane, l’ambiente, che potrà godere di minor congestioni, e, dulcis in fundo, per i datori di lavoro.
Questi ultimi sono di solito quelli meno considerati. La consuetudine ci fa credere che siano loro i primi – e gli unici – a rimetterci, rinunciando alla prestazione in presenza, che potremmo definire il prezzo minimo che un qualsiasi lavoratore paga in cambio del suo diritto alla retribuzione. Se il lavoratore viene pagato senza venire in ufficio è del tutto ovvio che un normale datore di lavoro coltivi qualche dubbio sulla convenienza di questo contratto.
Ma questo sentire, frutto di epoche lontane, ha senso economico solo in quelle prestazioni lavorative – che sono ancora un’ampia maggioranza – nelle quali la presenza è la pre-condizione della prestazione. Per le altre, pensate ad esempio al vasto mondo dei servizi, rinunciare alla presenza in ufficio può rivelarsi persino conveniente per i datori di lavoro, che si accorgono d’improvviso come sia migliorata la propria contabilità dei costi.
Ed ecco che il paper NBER, che quantifica i consumi elettrici delle famiglie e delle imprese durante il lockdown, ci viene in aiuto. Indagine limitata, ovviamente, e per giunta solo agli Stati Uniti. E tuttavia sufficiente a sollevare domande – chi paga il costo dello smart working – e questionare antiche consuetudini. Il grafico sotto è più che eloquente.
Volendo quantificare, lo studio ha calcolato che gli americani hanno speso sei miliardi di dollari in più di consumi elettrici nelle abitazioni nel periodo fra aprile e luglio del 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019. Dal che si deduce che le imprese abbiano risparmiato questi soldi. Almeno in buona parte, visto che una quota non calcolabile di questi consumi li hanno effettuati gli americani rimasti a casa senza lavoro.
In percentuale, nel secondo quarto del 2020 i consumi residenziali sono aumentati del 10%, a fronte di una diminuzione del 12% di quelli commerciali e addirittura del 14 di quelli industriali. Nelle 10 grandi aree metropolitane, i consumi residenziali sono stati ancora più elevati, conseguenza della circostanza che la percentuale di smart worker è stata circa 10 punti percentuali più elevata della media nazionale. Ciò significa che le aziende di queste aree hanno risparmiato anche di più.
Questi risparmi vanno aggiungersi ad altri. Basta ricordare solo alcuni dei costi che un’azienda deve sostenere per la presenza in sede dei propri dipendenti. I buoni pasto, per fare un esempio minimo. L’affitto di una sede, come caso limite. E basta osservare gli andamenti del settore immobiliare commerciale e direzionale – collassato durante i lockdown a differenza di quello residenziale – per capire come questi costi non siano affatto banali.
Lo studio sottolinea anche un’altra questione che solleva qualche dubbio sulla correlazione positiva fra smart working e ambiente. “Lavorare e studiare da casa – spiega il paper – ha un costo, soprattutto per chi vive in grandi case di periferia. Queste case, in media, non sono efficienti dal punto di vista energetico come scuole ed uffici. Questa riduzione dell’efficienza energetica diurna controbilancia parzialmente il risparmio energetico associato alla riduzione del pendolarismo”.
A conti fatti, pure al netto dei costi, lavorare da casa piace ai lavoratori e conviene in qualche modo pure alle imprese. L’ambiente magari ne gioverà meno, ma non ha mai avuto voce in capitolo. Queste poche osservazioni rafforzano, se possibile, il ragionevole convincimento che alla fine della pandemia lo smart working resterà fra noi.
Cartolina. Alle prime luci dell’ombra
Cresciuta all’ombra di un credito disordinato e insieme pianificato, dicono che la Cina adesso abbia deciso di mettere un freno al suo fiorente settore bancario ombra, che tante preoccupazioni ha suscitato, arrivando a misurare fino al 60 per cento del pil. Che la Cina abbia di mettere ordine nel suo disordine, suscita una certa letizia nel mondo, che associa questa assennatezza al ruolo di crescente importanza globale della potenza emergente che condurrà il paese – e questo è l’auspicio – a convertire la sua moneta. Ossia a una piccola rivoluzione finanziaria. Una conversione – che da fatto tecnico diviene squisitamente politico – con la quale la Cina celebra la sua adesione alla religione del Secolo. Per uno squisito paradosso, le prime luci del capitalismo, regolato e internazionalista, iniziano a dissipare l’ombra del capitalismo di stato cinese, proprio mentre nel resto del mondo sembra accada il contrario. La Cina, forse, un giorno vedrà la luce. Il resto del mondo chissà.
La ricchezza americana corre lungo le autostrade
In un paese come il nostro, dove la cultura del trasporto appartiene a una nicchia di appassionati e l’importanza della logistica viene costantemente sottovalutata, non dovremmo mai stancarci di ripetere un vecchio proverbio cinese che suggeriva a chi volesse diventar ricco di costruire una strada. O, per dirla con le parole della modernità, se si vuole sviluppare un’economia, sia nel suo mercato interno sia all’esterno, è necessario disporre di un sistema evoluto di trasporti, nelle sue diverse modalità, che aumenti la crescita favorendo lo sviluppo di piattaforme logistiche efficienti. Che vuol dire diminuire i costi di trasferimento di uomini e cose e quindi anche le ragioni di scambio.
Si tratta di considerazioni ovvie che non avrebbero bisogno di essere ripetute, ma che vale la pena ricordare quando si trovano storie molto interessanti come quella raccontata in un recente paper pubblicato dal Nber, dedicato all’analisi del contributo dello sviluppo delle autostrade per l’economia americana.
Basta un dato, ricavato dal modello sviluppato dagli autori, per dare l’idea di cosa stiamo parlando: senza il sistema delle Interstate Highway System (IHS), una ragnatela di oltre 211.000 miglia, gli Usa avrebbero avuto un pil reale inferiore di oltre 619 miliardi, circa il 3,9%. Un quarto di questa perdita sarebbe dovuta al diminuito accesso ai mercati internazionali.
Questa premessa, che in qualche modo anticipa le conclusioni, ci consente di apprezzare meglio il grafico sotto, che illustra l’andamento di della spesa in infrastrutture per il trasporto in diversi paesi e il suo andamento nel tempo.
Il grafico di destra ci comunica un’informazione interessante la spesa per gli investimenti per le infrastrutture è cresciuta regolarmente per tutta la prima metà del decennio del XXI secolo, per iniziare il suo declino nella parte finale del periodo, quando si consuma la tragedia della Grande Recessione. Le medie raccontano che i paesi Ocse, fra il 1995 e il 2015 la spesa per infrastrutture è stata all’incirca del 2% della spesa globale del governo.
Quindi la spesa per infrastrutture cresce mentre si sviluppa la grande internazionalizzazione del commercio cominciata con l’ingresso della Cina nel Wto. Chiedersi se venga prima l’investimento nelle infrastrutture o l’aumento degli scambi è come domandarsi se venga prima l’uovo o la gallina o, per ricordare un vecchio koan, quale sia il battito di una mano sola. Ciò che conta è il fatto: l’internazionalizzazione e lo sviluppo delle infrastrutture, e quindi dei sistemi di trasporto, camminano a braccetto.
Anche su questo l’esame del caso americano ci fornisce un altro spunto di riflessione. Analizzando il contributo di alcuni segmenti della rete autostradale ai processi di internazionalizzazioni commerciale, viene fuori che c’è una “interazione tra infrastrutture di trasporto nazionali e commercio internazionale”.
Se costruisci una strada diventi ricco appunto. Non si ripete mai abbastanza.
Alle origini del trading algoritmico nel mercato valutario
All’inizio, quando ancora il significato della parola algoritmo non presumeva chissà quali esoterismi, gli Execution algorithms che operavano nel mercato valutario (FX) erano poco più che programmini che si limitavano a spezzettare un ordine in un numero x di ordini più piccoli – i cosiddetti “child orders” – che venivano eseguiti a intervalli di tempo che variavano in ragione delle esigenze dei negoziatori, invece che tutti contemporaneamente. Questo ovviamente nell’ipotesi che la strategia di trading non prevedesse, come accade a volte, di impostare contemporaneamente ordini di vendita e di acquisto nel book di negoziazione.
Quel mondo è finito ormai da tempo. La rivoluzione hi tech ha provocato una notevole diffusione di queste tecnologie, che nel frattempo si sono evolute nell’ingegneria e nella capacità di calcolo, pure se, come nota la Bis nel suo rapporto dedicato al tema, “non sono ancora dominanti nel mercato valutario”. Tale progresso è stato guidato dalla progressiva “elettrificazione” degli scambi, iniziata nei mercat dell’equity e da lì transitata verso il mercato FX.
Fra il 2010 e il 2019 gli ordini eseguiti con sistemi elettronici sono passati dal 50 al 70% del totale. Da qui all’uso di algoritmi, grazie anche ai progressi effettuati sul versante della regolazione, il passo è stato brevissimo.
In questi dieci anni, ossia da quando i “child orders” hanno iniziato a girare sui mercati, gli algoritmi sono arrivati a pesare fra il 10-20% delle contrattazioni spot globali, circa 400 miliardi di controvalore al giorno. Ma ciò che conta è che i programmi si sono evoluti. Sono diventati adattativi e hanno imparato a rispondere in tempo reale alle oscillazioni dei mercati, divenendone perciò essi stessi protagonisti. Ed è in questa evoluzione che si annida il rischio.
Il rapporto ne elenca alcuni, ma quello più interessante da sottolineare è quello inerente alla natura stessa di questi meccanismi: il cosiddetto “self-reinforcing feedback”. La natura pro-ciclica, potremmo dire col linguaggio degli economisti. Oppure, più semplicemente, che tendono a replicare – aggravandola – una tendenza del mercato. Anche in ragione del fatto che chi usa queste strategia di solito è un grosso calibro, del mercato. Non è certo un caso che queste tecnologie si siano diffuse nell’ultimo decennio, connotato da una notevole volatilità nei mercati FX: “il forte aumento dell’utilizzo di algoritmi FX a marzo 2020, quando la volatilità del mercato ha raggiunto massimi pluriennali a causa del Covid-19, suggerisce che gli EA rimangono uno strumento utile per gli utenti anche durante i periodi di aumento della volatilità”, dice la Bis. Ma potremmo anche sospettare che siano questi strumenti a favorire la volatilità.
A tal proposito vale la pena spendere due righe sulle banche centrali, alcune delle quali – cinque sulle quindici monitorate dalla Bis – è risultato facciano uso di questi algoritmi. Ciò per i motivi più svariati che trovate elencati nel grafico sotto.
Una di queste banche centrali – non sappiamo purtroppo quale – ha dichiarato che gli gli algoritmi per quasi il 90% del volume complessivo delle sue operazioni. Due, più moderate, si fermano intorno al 30%, mentre le ultime due si limitano al 10%. Non sappiamo quali siano queste banche, ma solo che operano nei mercati avanzati. Meglio ricordarlo.
(2/fine)
Puntata precedente: La rivoluzione algoritmica investe il mercato valutario
Un network di prestatori, ma un solo “salvatore”
Un recente bollettino pubblicato dalla Bis fornisce ulteriori informazioni sul funzionamento del sistema di swap fra banche centrali e Fed, che abbiamo già osservato in diverse occasioni e che anche in questa crisi ha dato notevole prova di sé, consentendo a centinaia di miliardi di dollari di viaggiare agevolmente lungo tutto il mondo per contenere le frizioni finanziarie provocate dalla pandemia.
Detta semplicemente, il sistema, che si articola lungo un network di 14 banche centrali oltre alla Fed nel ruolo di primum inter pares, essendo l’emittente della valuta utilizzata per gli swap, consente letteralmente di tenere in piedi l’architettura finanziaria che regge l’economia internazionale. Questi “salvatori” fanno arrivare ossigeno ai mercati quando lo stress lo fa venire meno. Quindi liquidità che evita pericolosi “grippaggi” del motore finanziario globale.
L’ultimo che abbiamo scampato è quello generato dalla crisi Covid, nella prima metà di quest’anno, quando il costo di prendere a prestito dollari andò alle stelle. Circostanza molto pericolosa per gli equilibri globali, denotando la difficoltà di procacciarsi a prezzi sostenibile la valuta che serve a regolare molte prestazioni.
L’attivazione delle linee di swap, che arrivò a un picco di 449 miliardi di prestiti a maggio, consentì di rilassare notevolmente le condizioni globali dei finanziamenti in dollari. “Al tempo stesso – sottolinea il Bollettino – l’uso delle linee di swap ha generato un forte aumento dei flussi bancari transfrontalieri globali, in particolare delle attività transfrontaliere delle banche situate negli Stati Uniti”. Un chiaro segnale “di un improvviso aumento della domanda globale di liquidità in dollari, un sintomo di un sistema sotto stress. In effetti, la Fed ha fornito uno “grande scoperto di dollari” per sostenere il sistema finanziario globale in dollari.
Che è come dire che il “salvatore” in effetti è la Fed, le altre banche centrali (BC) sono cinghie di trasmissione del sistema, per usare una vecchia espressione, così come a loro volte lo sono le banche commerciali per le BC, visto che i loro bilanci di fatto riflettono “in chiaro” l’operare degli swap. Per dare un’idea, basti considerare che i flussi bancari trans-frontalieri sono aumentati di circa un trilione, un terzo del quale grazie all’azione di banche locate negli Usa.
Stando ai calcoli della Bis alla fine di marzo ben 358 miliardi di dollari attinti dagli swap erano stati “risucchiati” dalle banche giapponesi, europee e britanniche, rispecchiandosi tali “tiraggi” nell’aumento di debiti delle loro affiliate negli Usa. Una situazione che si è normalizzata nel giugno scorso, quando le tensioni si affievolirono insieme all’uso degli swap. “Tutto ciò suggerisce uno stretto legame tra le posizioni bancarie transfrontaliere e l’uso di linee di swap in dollari”, come suggeriscono la Bis e insieme il buon senso.
D’altronde, non potrebbe essere diversamente, in un mondo che conta in dollari. Il “grand dollar overcraft” illustrato dalla Bis – “un maxi scoperto denominato in dollari” potremmo tradurre approssimativamente – è inerente alla costruzione del nostro mondo dove opera un “sistema finanziario globale fortemente dipendente dall’uso del dollaro”.
In questo sistema fortemente gerarchizzato, le banche commerciali trovano nella banca centrale il loro prestatore di ultima istanza, e a loro volta le banche centrali trovano nella Fed la Grande Prestatrice di ultima istanza quando lo stress non è sopportabile dalle line di resistenza nazionali. Un meccanismo che si può osservare all’opera nello schema semplificato sotto che esemplifica un passaggio di swap fra la Fed e la BoJ.
Il “grand dollar overcraft – spiega la Bis – riflette il ruolo critico della Fed come backstop per il sistema finanziario globale basato sul dollaro”. O, potremmo dire con linguaggio diverso, il ruolo fondamentale della Fed come strumento strategico dell’egemonia finanziaria degli Usa nel mondo. Chi pensa di poter sfidare questa egemonia deve iniziare da qui.



















