Etichettato: the walking debt

L’Ue è servita al commercio italiano quanto a quello tedesco

Seducente come può esserlo solo una congettura controfattuale, un paper della Banca di Francia prova a stimare il costo della non Europa, ossia la perdita per il commercio e il benessere che i paesi europei avrebbero subito qualora non si fosse sviluppata la cornice istituzionale che conosciamo oggi come Unione europea. Come tutte le simulazioni, va presa col dovuto beneficio d’inventario. Ma al netto di ciò, le conclusioni a cui arrivano gli economisti francesi meritano di essere illustrate e discusse perché fanno mostrano una disarmante evidenza: l’Ue è convenuta ai commerci italiani almeno quanto a quelli tedeschi, mentre ha influito meno per il nostro livello di benessere rispetto alla Germania.

Al tempo stesso di osserva che i benefici commerciali sono stati minori per la Francia, che quindi avrebbe diritto a lamentarsi un po’ di più, e ancora meno per il Regno Unito. Risultato interessante in tempi di Brexit.

Per apprezzare queste conclusioni, tuttavia, tocca inerpicarsi lungo le colline dell’analisi sviluppata dalla Banca, se non altro per comprenderne la robustezza. Si parte ricordando che sono passati quasi venticinque anni da quando è stato realizzato il mercato unico (single market program, SPM) al quale si decise di dare il via nel 1987 per arrivare nel 1993 alla sua costruzione istituzionale. “Viviamo in un’era – scrivono gli autori – dove un possibile scenario futuro è quello della frammentazione del mercato unico, azzerando uno dei più profondi e prolungati processo di liberalizzazione commerciale della storia”. In tal senso la Brexit e i ripensamenti su Schengen vengono interpretati come segnali che validano questo scenario. Perciò “può essere un buon momento per rivisitare i guadagni che l’Ue ha raggiunto grazie all’integrazione commerciale iniziata nel 1957 e quale sarebbe il costo del tornare indietro”. Le stime sono state in qualche modo favorite dall’evoluzione delle tecniche econometriche che nel 1988, quando il costo della non Europa fu stimato per la prima volta, non erano ancora disponibili. Ciò ha consentito di elaborare diversi scenari di “disintegrazione” della Ue ancorati ai diversi regimi commerciali che si andrebbero a delineare, oltre che gli effetti che la Brexit avrà sugli altri paesi in termini di guadagni commerciali.

La prima conclusione è che l’Ue non fornisce solo una profonda integrazione commerciale. Aldilà e oltre le tariffe il mercato unico ha favorito gli scambi commerciali fra gli stati membri accrescendoli del 109% in media per i beni e del 58% per i servizi. “I benefici per il benessere associati derivanti dall’integrazione commerciale dell’UE sono stimati a 4,4% per il paese europeo medio”.

Come abbiamo visto però entrambi i guadagni si son distribuiti in maniera diseguale. Per stimare in numeri i guadagni per il commercio derivanti dall’Ue viene sviluppato un modello che contempla diversi scenari. Nel primo si ipotizza che l’Unione venga rimpiazzata da accordi regionali (Regional trade agreement, RTA). Nel secondo, peggiore, che gli accordi fra i paesi europei vengano disciplinati dalla regola della nazione maggiormente favorita in uso nel WTO. Questa tabella riepiloga alcuni esiti.

Notate che una percentuale superiore al 100% nella prima riga dei totali, implica che l’Ue ha stimolato le importazioni dal paese di origine. Se prediamo i casi Germania e Italia,  osserviamo che la prima arriva a 146% totale, mentre l’Italia a 145%, con l’import dall’interno al 226% per la Germania e addirittura al 239% per l’Italia e l’extra Ue rispettivamente al 93 e al 95%. Italia e Germania, fra le grandi economie europee, sono quelle che guadagno di più in questo scenario.

Se guardiamo adesso al livello generale del benessere, vengono elaborati due scenari che però conducono a una conclusione simile: “Tutti i paesi membri hanno ottenuto inequivocabilmente considerevoli guadagni di benessere dall’UE così com’è. Il guadagno medio varia dal 2,3% all’8,2%”. Noi italiani stiamo nella parte bassa della forchetta.

Tralasciamo gli scenari ulteriori mentre è utile osservare quest’altro, ossia quello derivante dall’uscita unilaterale in un contesto in cui l’Ue ancora esiste, in uno scenario di RTA. “Nel complesso, le perdite derivanti dalle uscite unilaterali sembrano marginalmente più grandi delle perdite derivanti dall’eliminazione completa dell’UE, specialmente per i piccoli paesi”.

 

Vale la pena anche dedicare un po’ di attenzione alla stime del costo della Brexit, sia per il Regno Unito che per gli altri ex partner. “I risultati – scrivono – mostrano sostanziali perdite di benessere per il Regno Unito da -0,8% a -2,9% del Pil a seconda dello scenario e delle ipotesi di modellizzazione. Le perdite sono maggiori in uno scenario post-Brexit governato dalle regole del WTO. E’ interessante notare che circa l’80% delle perdite proviene dall’uscita dal mercato unico. Quindi non sono correlate alla re-installazione di dazi o tariffe, che rimangono a zero nello scenario di un accordo RTA standard. Brexit impone anche perdite ad altri membri dell’Unione europea, ma questi sono generalmente un ordine di grandezza inferiore a quello del Regno Unito. Il Pil diminuisce dallo 0,2% allo 0,6% per il paese medio dell’UE. L’Irlanda, a causa dei suoi stretti legami geografici e storici con il Regno Unito rappresenta un’eccezione con perdite paragonabili a quelle del Regno Unito”. Per l’Italia la perdita oscilla fra lo 0,1 e lo 0,2%, per la Germania fra lo 0,1 e lo 0,3.

In conclusione, il costo della non Europa è alquanto elevato per i singoli paesi dell’Ue. “Smantellare l’Ue, in parte o completamente, avrebbe notevole effetti negativi sul benessere”, sottolineano gli economisti francesi che sottolineano di aver lavorato su conseguenze di lungo periodo e non di breve. Purtroppo come diceva qualcuno, nel lungo periodo saremo tutti morti. E nel breve non è detto che prevalga il buon senso.

 

Cronicario: E anche oggi la Cina dice Yi (stavolta al Fmi)

Proverbio dell’11 aprile Non si conosce il valore dei denti finché durano

Numero del giorno: -0,3 Calo % prezzi case in Italia nel IVQ 2017 rispetto al 2016

Non so voi, ma io mi sto ammazzando di pop corn mentre mi gusto in salotto il teatrino sinoamericano che recita a soggetto La Grande Guerra Commerciale, che agita i sonni di mezzo mondo proprio alla fine del primo trimestre 2018. Mezzo mondo che poi dovremmo essere noi europei, visto che siamo letteralmente nel mezzo di questa Grande Guerra, e spuntiamo begli attivi commerciali dai nostri cugini americani. A proposito…

Non lo sapevate eh? Eccerto, solo il vostro Cronicario qui vi dice quello che serve sapere, pure sboccato com’è. E infatti dovete sapere che il verdetto su questa indagine che noi italiani vale un export di poco più di venti milioni di dollari – una lenticchia nel mare dell’import Usa, arriverà duro e implacabile e di sicuro ne preannuncia altri.

Ne riparliamo a fine maggio insomma, quando scopriremo anche che fine farà la momentanea sospensione dei dazi all’Ue su acciaio e alluminio.

Vengo al punto. Ricorderete che ieri il presidente cinese Xi, parlando dal forum di Boao ha detto che sì: abbasserà i dazi sulle importazioni di auto, rispondendo così all’ennesima cazziata via social di Mister T(weet). e poi che sì: aprirà a sua economia in lungo e largo. E infine che sì: vuole commerciare con chiunque, pure a patto di perderci qualche tallero. E perciò sì: allargherà anche le maglie della sua rete finanziaria per consentire ai non cinesi di iniziare a farsi le ossa nei mercati finanziari cinesi. I mondialisti di tutto il mondo ringraziano.

Passa la nottata e al risveglio le agenzie battono forsennate le dichiarazioni di Miss Fmi, meglio conosciuta come Madame Lagarde. che dice due paroline due sui brutti tempi che stiamo vivendo:

1) Il protezionismo è un fallimento collettivo. I dazi non risolvono gli squilibri commerciali. I paesi dovrebbero innanzitutto fare politiche fiscali per contenere le spese e correggere i bilanci pubblici e privati.

2) Il debito, pubblico e privato, è arrivato a 164 mila miliardi che non so bene con quanti zeri si scriva. Mai vista una roba del genere in tempo di pace, e adesso avete anche scoperto perché questo blog si chiama The Walking Debt dal 2012.

Manco il tempo di digerire la soddisfazione che la Cina si rifà viva. E dice di nuovo Yi. Scusate: dice di nuovo sì. Stavolta per bocca del nuovo governatore della banca centrale cinese che dettaglia le apertura di credito della futura Cina capitalista dove le società cinesi e straniere opereranno in un ambiente con le stesse condizioni. Sì: fermo questo e altro ancora. Addirittura alla fine dell’anno ci sarà il collegamento fra le borse cinesi e il London Stock Exchange.

Che volete di più?

A domani.

 

Cronicario: La Cina dice Xi a Mister T(weet)

Proverbio del 9 aprile L’uomo saggio non sa molte cose. Chi sa molto non è saggio

Numero del giorno: 0,8 Incremento costo del lavoro in Italia nel 2017

Allora ero rimasto a ieri, quando il ministero degli esteri cinese diceva per bocca altrui che non avrebbe più rivolto la parola agli Usa, quando oggi d’improvviso mi son caduti gli occhi sulle dichiarazioni che il Figlio de Cielo Xi Jinping ha rilasciato al Forum di Boao, che non è una nuova marca di bagnoschiuma, ma una pregevole località cinese che si candida a diventare la Davos asiatica senza la vista sulle Alpi, ma in compenso con un ottimo affaccio sul Mare Cinese Meridionale, che la Cina considera il suo Mare nostrum ed è un filino più strategico delle Alpi per il futuro della globalizzazione. E chissà perché.

Quindi ieri ero rimasto al ministero degli esteri che diceva essere “impossibile avviare negoziati commerciali e gli attriti sono responsabilità degli Usa”. E già mi figuravo gli sfracelli per noi europei che sull’export verso gli Usa ci campiamo mica male.

Quando tutto d’un tratto il davosiano Xi, molto applaudito nella sua versione alpina,

ha fatto una delle sue migliori performance mondialistiche che quasi quasi risalgono le borse. Almeno per oggi. Ma per apprezzarla serve una premessa. Anzi, una promessa. Che ovviamente non poteva che provenire da lui: Mister T.

Ora il nostro Mister T. stavolta in versione Twitter, deve a tal punto aver ispirato il presidente cinese che nel suo discorso al forum asiatico il Figlio de Cielo ha detto Xi. Scusate: ha detto sì. La Cina allenterà i limiti agli investitori stranieri nel settore dell’auto e taglierà “significativamente” i dazi all’import di veicoli. Ma mica solo questo. Xi ha promesso più apertura dei mercati, ambiente più attrattivo per gli investimenti esteri, protezione effettiva della proprietà intellettuale e ampliamento delle importazioni. Questo per confermare che la porta della Cina “non sarà chiusa, ma aperta di più”.

E mica solo alle automobili. La Cina ha annunciato misure nel 2017 che avrebbero portato gli investitori stranieri ad aumentare le quote nei settori finanziari, come banche e assicurazioni, e ora “garantiremo che queste misure si materializzino”. Mister Tweet sarà di sicuro soddisfatto. I cinesi anche.

Indovinate chi paga.

A domani.

 

I prezzi immobiliari dell’eurozona iniziano a surriscaldarsi

L’ultimo rapporto annuale della Bce contiene un approfondimento sull’andamento del mercato immobiliare che vale la pena scorrere perché fa il punto su uno dei settori più strategici della crescita presente, e soprattutto futura. Il 2017 è stato un anno buono, si potrebbe dire semplificando, perché ha confermato un’espansione ciclica iniziata già da qualche anno che si sta svolgendo sotto l’egida di prezzi che, nell’aggregato dei paesi EZ, crescono in maniera frizzante iniziando a mostrare segnali di sopravvalutazione. Non siamo ai livelli pre crisi, ma il trend sembra accelerare di anno in anno.

Tale accelerazione, tuttavia, non sembra preoccupare la Bce, che nota come “pur registrando un’accelerazione tendenziale fino a oltre il 4 per cento nel terzo trimestre del 2017, la crescita nominale dei prezzi degli immobili residenziali è rimasta al di
sotto della sua media storica e ben al di sotto dei valori precedenti la crisi”. A guidare l’andamento dei prezzi è stata ovviamente la forte domanda “sostenuta in
misura crescente dall’aumento del reddito delle famiglie” supportata anche dall’aumento dei prestiti per l’acquisto delle abitazioni che ha superato il 3% su base annua a fine 2017. A ciò si è aggiunto il calo dell’indebitamento delle famiglie, arrivato al 58% del pil nel terzo trimestre 2017.

Più credito, meno debito e più reddito sono la trinità magica che ha permesso al mercato immobiliare, e in particolare a quello residenziale, di trovare la strada per una ripresa robusta che però si caratterizza per una notevole eterogeneità all’interno dell’area. Ciò che vale per il tutto, insomma, non vale per l’ognuno.

Nel corso del 2017, infatti, nell’ambito della sua funzione macroprudenziale, ossia di osservatrice degli equilibri macro in chiave preventiva, ha rivolto alcune raccomandazioni mirate propri a far fronte ad alcune criticità che stavano emergendo in alcuni paesi che hanno condotto a decisioni in Finlandia, Lituania, Belgio, Irlanda e Slovacchia, tutti paesi che mostrano un andamento dei prezzi giudicato evidentemente troppo esuberante. L’Italia non è stata interessata da misure macroprudenziali perché il nostro mercato soffre del problema opposto: è ancora in panne.

Sul versante degli immobili commerciali, qui il surriscaldamento dei prezzi è stato ancora più pronunciato. “Nel 2016, il tasso di crescita sui dodici mesi dei
prezzi degli immobili commerciali nell’area è salito al 5,1 per cento, dal 3,8 del 2015 e dall’1,9 per cento del 2014. Tale aumento dei prezzi è stato trainato dal segmento primario del mercato immobiliare commerciale (in cui i prezzi hanno registrato una crescita tendenziale del 18 per cento nel 2016, rispetto al 14 per cento dell’anno precedente) e, in particolare, dal segmento primario degli esercizi commerciali, in cui i prezzi hanno continuato a salire anche nel 2017.

La Bce sottolinea che “in molti dei paesi che nel 2017 hanno registrato i più significativi incrementi dei prezzi degli immobili commerciali, questo settore è stato principalmente finanziato con investimenti diretti da parte di fondi e investitori istituzionali e meno sostenuto dai prestiti bancari. I fondi di investimento e i fondi
comuni immobiliari hanno acquisito importanza come strumenti attraverso i quali i gestori patrimoniali statunitensi e gli altri investitori esteri in cerca di rendimenti in un contesto di bassi tassi di interesse veicolano i propri investimenti nel settore”.

Ultima considerazione interessante: “Sebbene il credito bancario al settore degli immobili commerciali non sia in espansione, in alcuni paesi il settore bancario mantiene ampie esposizioni creditizie verso questo segmento del mercato immobiliare, rendendosi quindi vulnerabile a potenziali correzioni di prezzo negative. È evidente che, in ragione della sua natura e delle sue dimensioni, il settore degli immobili commerciali non è sistemico quanto il settore degli immobili residenziali”. Insomma, il pericolo non arriva da lì. Almeno non subito.

Ecco perché la monetizzazione Usa non genera inflazione

Questa storia si racconta meglio partendo dalla fine, ossia da un grafico pubblicato dalla Fed di S.Louis che ci consente di scovare il dettaglio dove si annida la spiegazione della debole pressione sui prezzi nonostante il diluvio monetario piovuto sugli Usa.

Le due curve rappresentano il livello del rendimento del titolo annuale del Tesoro, che cresce mano a mano che la Fed alza i tassi di riferimento, e il tasso che la Fed paga alle banche sulle riserve bancarie. Notate che la Fed ha iniziato a remunerare questo tasso solo di recente, visto che storicamente è stato sempre intorno allo zero.

Perché mai la Fed, che ha sempre tenuto la remunerazione della riserve bancarie a zero o quasi ha iniziato a pagare un rendimento alle banche?

Diamo per scontato che sappiate già come funziona il rapporto fra una banca centrale e una banca commerciale (ma se così non fosse qui trovate una guida facile per orientarvi), ma per farla breve, ricordo che queste ultime tengono le loro riserve presso la banca centrale. A sua volta la BC quando ad esempio acquista titoli pubblici, lo fa aumentando le riserve della banche commerciali, di fatto accrescendo potenzialmente la liquidità del sistema. Le banche commerciali infatti, sulla base della quantità di riserve di cui dispongono, decidono se e quanto dare a prestito all’economia, “creando” la moneta bancaria che poi genera i depositi di conto corrente sotto forma di prestiti a famiglie e imprese. Ma tutto questo accade potenzialmente, appunto. Le banche, essendo imprese come le altre, daranno a prestito se troveranno conveniente farlo. Quando ad esempio, come si vede nel grafico sopra, lo spread fra i ricavi dei prestiti a breve e la remunerazione delle riserve era ampio, le banche erano di sicuro stimolate a trasformare le proprie riserve in crediti all’economia, e in tal modo aggiungendo pressione inflazionistica al sistema. Una situazione che quest’altro grafico rappresenta bene.

La monetizzazione viene definita come l’attitudine della banca centrale a trasformare i debiti ad alti interessi del governo in moneta, ossia o contante vero e proprio oppure riserve bancarie, che al contante sono assimilate in quanto non generano interessi. O meglio, non generavano interessi. Notate dal grafico sopra come negli anni ’70 la notevole monetizzazione del debito ebbe un effetto chiaro sulle dinamiche inflazionistiche che invece non si osserva negli anni più vicino a noi, dove a un tasso di monetizzazione persino più intenso di quello degli anni ’70, corrisponde un’inflazione fredda. Perché? La risposta più facile forse è quella giusta. Alle banche commerciali è risultato maggiormente conveniente incassare il rendimento sulle riserve invece che quelli del mercato monetario. In sostanza la Fed, alzando i tassi di remunerazione della riserve, è come se avesse “sterilizzato” l’aumento dei tassi di interesse che avrebbe allargato lo spread fra il tasso delle riserve e quello di mercato, e così facendo può aver raffreddato l’intenzione delle banche di dare a prestito. Queste ultime troveranno di sicuro più conveniente incassare i soldi sicuri della Fed piuttosto che avventurarsi concedendo prestiti, almeno finché gli spread stanno vicini. L’unica differenza è che nel secondo caso i profitti bancari li paga il mercato. Nel primo i contribuenti. Ma tanto neanche lo sanno.

Le banche cinesi diventano protagoniste in Asia

Un approfondimento molto interessante contenuto nell’ultima rassegna trimestrale della Bis ci consente di osservare un altro pezzo del puzzle nel quale si compone la nostra contemporaneità. E mano a mano che l’immagine si mette a fuoco, ciò che emerge in bella vista è l’irresistibile ascesa del potere cinese che, dalla Mainland, si irradia sempre più verso la regione dell’Asia e da lì chissà. La Cina ha detto e ripetuto che ambisce a recitare un ruolo da protagonista nel sistema globale, e questo significa insediare supremazie finora senza rivali, ossia quelle statunitensi. Vale per i mari, per la ricerca scientifica, e perché non dovrebbe valere per il sistema finanziario?

Proprio notare il ruolo crescente globale del sistema bancario cinese, a cominciare ovviamente dall’Asia, dove insidia innanzitutto la supremazia giapponese, è l’osservazione conclusiva dei ricercatori della Bis che in realtà focalizzano l’attenzione su quello che viene definito il “canale del prestatore comune”, ossia il meccanismo di propagazione di una crisi in virtù de quale una banca che subisce uno shock nel suo paese o in altri verso i quali è esposta, finisce col far pagare il conto anche ad altri paesi, che vedono ridursi i prestiti bancari anche se il loro paese non aveva subito alcuna crisi. Il meccanismo l’abbiamo visto all’opera tantissime volte, e per l’occasione gli studiosi della Bis fanno riferimento alla zona dell’Asia emergente, ossia quel gruppo di paesi che divennero improvvisamente celebri sul finire degli anni ’90 quando scoppiò la crisi delle cosiddette tigri asiatiche. Nel dettaglio, i paesi considerati sono la Corea del Sud, le Filippine, l’Indonesia, la Malaysia e la Thailandia che nel 2017 hanno assorbito prestiti per circa 2.000 miliardi di dollari. Questi cinque paesi rappresentavano il “69% del credito transfrontaliero totale della regione nel 2° trimestre 1997 e il 24% nel 3° trimestre 2017. Il calo considerevole della quota regionale rispecchia l’emergere della Cina come il maggior prenditore della regione dalle banche dichiaranti alla BRI”. Prima di inoltrarci nell’analisi dei flussi bancari, è meglio riportare una cartina che fotografa questa zona del mondo, che ci aiuta a capire di che mondo parliamo.

Come in ogni storia, anche in questa c’è un prima e un dopo. Il prima è quello antecedente alla crisi di fine anni ’90. Nel 1997 i paesi dell’Asia emergente sono grandi clienti della banche giapponesi, che hanno in attivo il 42% del totale dei prestiti a quest’area, seguite da quelle dell’aria euro, con il 36, dei quali gran parte in pancia a banche tedesche e francesi, e quella del Regno Unito con il 7%.

Notate (grafico a destra) che il peso specifico dell’esposizione giapponese era molto più elevato di quello europeo, e ciò spiega perché le banche di quel paese, a crisi consumata e peraltro avendo alle spalle quella del crash di fine anni ’80, si affrettarono a ritirare i prestiti non solo dall’Asia emergente, ma anche da altre economie emergenti che nulla avevano a che fare con l’Asia. Ecco il “canale del prestatore comune all’opera”. A conti fatti il credito giapponese all’Asia emergente crollò del 72% in sette anni, e scese del 36% anche quello verso altri paesi sparsi in Africa, Medio Oriente, America Latina e persino Europa. Ne risultò una ricomposizione dei flussi finanziari, che evidentemente implicano una diversa rete di influenze, come sa chiunque abbia dimestichezza con la diplomazia dei prestiti esteri, che spesso vanno di pari passo con gli accordi commerciali. La crisi del ’97 segnò la fine del dominio delle banche giapponesi a vantaggio sostanzialmente di quelle occidentali, con le europee in testa seguite da quelle britanniche e statunitensi.

E così sarebbe rimasto, lo scenario, se non fosse capitato al mondo uno scossone ancora peggiore della cirisi di fine anni ’90: quella dei subprime, seguita da quella del debito sovrano nell’eurozona che ha coinvolto diversi paesi fra i quali il nostro. “Con l’inizio della crisi del debito sovrano europeo nel 2010, altre banche della regione Asia-Pacifico hanno avuto l’opportunità di farsi strada. A fine 2010, la quota complessiva delle banche giapponesi e delle banche regionali dei centri offshore e delle EME dell’Asia rappresentava quasi il 32% di tutte le attività internazionali. La
quota delle banche dell’area dell’euro e del Regno Unito era pari rispettivamente al
24 e al 15%”. In sostanza noi europei abbiamo tagliato i fondi a quell’area, applicando alla lettera la teoria del “prestatore comune”.

Ed ecco la situazione oggi. Il Giappone è tornato a investire nell’Asia emergente, anche se assai meno di prima: appena il 3% dei suoi attivi bancari. Ciò anche in conseguenza del fatto che l’Asia emergente sta contraendo meno prestiti rispetto al passato. Eè interessante osservare quel 29% di prestiti che fa riferimento ad altre banche dichiaranti, tuttavia. “La spinta verso un’integrazione bancaria regionale da parte dei paesi membri dell’ASEAN porterà probabilmente a un ulteriore aumento delle attività creditizie infraregionali” ricordano gli autori, che sottolineano anche come alcuni osservatori sostengano che “le banche cinesi ubicate in centri offshore come Hong Kong SAR contribuiscono significativamente all’attività creditizia di questi nuovi prestatori nell’Asia emergente”. D’altronde risulta ormai evidente che le banche cinesi “sono diventate dei fornitori sempre più importanti di credito
bancario internazionale, per prenditori sia all’interno sia all’esterno dell’Asia”. La Cina ancora non comunica le attività bancarie consolidate. Ma basandosi sulle informazioni disponibili si può stimare che le banche cinesi abbiano attivi transfrontalieri, ossia prestiti esteri, per circa 2.000 miliardi e che “si posizionano oggi al sesto posto nella classifica dei più grandi gruppi creditori del mondo”. Alcuni studi, inoltre, rilevano che “le banche cinesi sono creditori netti all’interno del sistema bancario internazionale” e che “per i prestiti all’estero, le banche cinesi utilizzano principalmente i dollari USA. In termini assoluti, le banche cinesi sono oggi i terzi maggiori fornitori di dollari USA nel sistema bancario internazionale”. Armata di dollari e dei suoi attivi commerciali, la Cina può essere un prestatore assai scomodo e tuttavia seducente per i paesi dell’Asia emergente che sovente coltivano con l’ingombrante vicino rapporti non facilissimi. Si pensi alle questioni legati alla sovranità sulle isole del Mare cinese meridionale. E tuttavia questa la conclusione della nostra storia. L’Oriente sino-giapponese ha scalzato l’Europa bancaria da una delle zone più strategiche del pianeta. Colpa della crisi, senza dubbio. Ma a volte le crisi nascondono opportunità. E i cinesi sembra ne abbiano colta una.

Cronicario: Solo pochi fortunati pagano le tasse in Italia

Proverbio del 3 aprile Acqua che non devi bere, lasciala scorrere

Numero del giorno: 448.000.000 Valore export cibo italiano in Cina nel 2017

Capisco d’improvviso perché in Italia ci sia tanto malcontento mentre scorro vecchie cronache su un ministro assai famoso ai suoi tempi che dice le tasse cosa bellissima, e poi leggo una ricognizione da azzeccarbugli della fiscalità, e infatti l’han prodotta i commercialisti, dove si osserva con grande disincanto che la vera ingiustizia del nostro paese non è la diseguaglianza patrimoniale, ma quella fiscale. I fortunatissimi che hanno il privilegio di pagare una quota dignitosa di tasse sono meno di uno su quattro. Tutti gli altri non arrivano al 15% del loro reddito, quando non sono direttamente tanto sfortunati da non contribuire in alcun modo. E davvero non riesco a pensare punizione peggiore per un cittadino che ama il suo paese non potere godere di una cosa bellissima come le tasse.

Ripeto perché forse vi è sfuggito il punto. Tre contribuenti Irpef su quattro pagano meno del 15% del reddito dichiarato, che peraltro è una delle varie soglie proposte per la “flat tax”. Il Consiglio nazionale dei commercialisti (anno d’imposta 2016) ha calcolato che il 30,78% dei contribuenti (12,6 milioni di persone) ha un Irpef a zero.

Questo mentre il 44,3% (18,1 milioni di persone) paga un’Irpef inferiore al 15% del reddito. Solo meno del 25% del totale (10,2 milioni di persone su 40,9 contribuenti complessivi) paga un’imposta sul reddito della persona fisica superiore al 15%.

Tutto ciò grazie all’attuale sistema di aliquote e scaglioni di reddito, deduzioni dal reddito, detrazioni dall’imposta e tutte le altre diavolerie che consentono agli italiani di riempire i ristoranti mentre piangono disperati. D’altronde bisogna capirli. Non pagano le tasse.

A domani.

Il problema dell’eurozona non è il lavoro, ma il reddito da lavoro

La lettura dei dati contenuti nell’ultimo bollettino economico della Bce conferma l’impressione che ormai da tempo va consolidandosi nel giudizio di molti osservatori. Ossia che la ripresa dell’eurozona, che si manifesta con una crescita robusta, mantenga un elemento di fragilità che non deriva dalla mancanza di lavoro ma dalla debolezza del reddito che arriva dal lavoro, e in particolare quello dipendente. Le circostanza si sono combinate in modo tale che al costante miglioramento dell’occupazione, che si è registrato in questi ultimi anni, non si  associata una crescita del reddito altrettanto robusta. E questo può risultare problematico nel momento in cui si riconosce che buona parte della crescita si basa proprio su quella domanda interna che i redditi dovrebbero sostenere.

Il di partenza non può che essere l’analisi dell’andamento del prodotto interno lordo nelle sue componenti.

Aldilà degli andamenti stagionali, si osserva con chiarezza il rilevante peso specifico che i consumi privati (istogramma giallo) hanno finito con l’assumere nella determinazione del pil già dalla fine del 2013. Se a questi aggiungiamo la domanda pubblica e gli investimenti, notiamo che la ripresa si è basata in larga parta su quella delle domande interne dei paesi dell’area. Il peso dell’export netto (istogramma azzurro) è ancora degno di nota, ma il suo peso specifico è chiaramente diminuito, e non è detto che sia un male, in tempi in cui si paventano guerre commerciali.

Di sicuro questa dinamica è stata favorita anche dal mercato del lavoro. “Nel terzo trimestre del 2017 – spiega il bollettino – l’occupazione è aumentata di un ulteriore 0,4 per cento sul periodo precedente, portando l’incremento annuo all’1,7 per cento. L’occupazione si colloca attualmente a un livello dell’1,2 per cento superiore al massimo pre-crisi registrato nel primo trimestre del 2008”.

A gennaio di quest’anno il tasso di disoccupazione dell’area era arrivato all’8,6%, il livello più basso osservato da dicembre 2008. Si osserva che il calo della disoccupazione ha riguardato tutte le fasce di età e che anche la disoccupazione di lunga durata ha iniziato a diminuire, “pur rimanendo ben al di sopra del livello pre crisi”.

E qui arriviamo alla questione del reddito. “Nel terzo trimestre 2017 – spiega – la crescita dei redditi è rimasta sostenuta. I consumi privati, nel quarto trimestre, sono aumentati dello 0,2% portando l’incremento annuo all’1,5%”. E tuttavia, “nel terzo trimestre del 2017 il tasso di risparmio rispetto al reddito disponibile da parte delle famiglie è rimasto contenuto, toccando il minimo storico dal 1999, e ha continuato a supportare i consumi privati”. Anche le misure di politica monetaria allentate “hanno continuato a sostenere le spese delle famiglie”. Ma rimane il fatto che “i redditi dei lavoratori dipendenti rimangono il motore principale della crescita dei consumi privati” e che quindi questa crescita “continuerà ad essere sostenuta dall’incremento dei redditi reali”.

In sostanza, la crescita dei redditi, e in particolare quelli da lavoro dipendenti, deve esser tale, se si vuole continuare a sostenere la crescita, da poter gradualmente sostituire il venir meno degli stimoli monetari, una volta che la politica della Bce tornerà a normalizzarsi e sempre nell’ipotesi che i risparmi continuino a sostenere i consumi che continuano ad essere sopra la curva dei redditi. Ma quant’è probabile questo scenario?

La Bce prevede dinamiche salariali in accelerazione, che alla lunga dovrebbero finire con generare un po’ di pressione al rialzo sull’inflazione. Ma al momento i dati ci dicono che nel terzo trimestre 2016 la crescita del reddito per occupato è stata solo dell’1,6%, dal minimo del +1.1% registrato nel terzo trimestre 2016. A fronte di ciò si è osservata una crescita delle retribuzioni contrattuali dell’1,5% nei dodici mesi nel terzo trimestre 2017 e dell’1,6% nel quarto. Andamenti positivi ma non certo esaltanti. Giocoforza chiedersi quanto su tutto ciò abbia influito l’evoluzione del mercato del lavoro, che negli ultimi anni si è contraddistinto, fra le altre cose, per una notevole crescita dell’occupazione a tempo parziale. Lo stesso bollettino osserva che “la quota di lavoratori part-time è al momento pari al 22 per cento circa dell’occupazione complessiva e l’occupazione part-time ha rappresentato circa un quarto della crescita netta dell’occupazione nell’ambito della ripresa del mercato del lavoro nell’area dell’euro, a partire dal secondo trimestre del 2013”. Una buona parte di questi part time sono definiti sotto occupati, ossia persone che vorrebbero lavorare di più, ma non riescono. “Nell’area dell’euro, la sottoccupazione è aumentata sia nella prima fase della Grande recessione sia in seguito alla crisi del debito sovrano e, pur essendo diminuita di recente, rimane ancora al di sopra dei livelli pre-crisi”.

E questo ci porta al tema di fondo: essere occupati non implica che si abbia reddito a sufficienza, come mostra anche l’andamento crescente del numero di lavoratori in povertà censito da Eurostat.

Se guardiamo in casa nostra, osserviamo come l’Italia, insieme alla Spagna sia stato uno dei paesi in cui si è registrato un notevole aumento della sotto occupazione.

“In Italia, la sottoccupazione potrebbe aver risentito delle misure introdotte dal Governo a supporto della riduzione delle ore. Nonostante il calo recente, la sottoccupazione rimane al di sopra del livello pre-crisi in Italia e in Spagna, mentre si colloca ben al di sotto di tale livello in Germania”. E questo chiude il cerchio. Lavoratori sotto occupati, e per giunta impiegati in larga maggioranza con contratti a termine non sembrano un buon viatico per la stabilizzazione globale dei redditi. Il rischio più grosso per l’eurozona è che inciampi sul segreto del suo successo: la flessibilizzazione dei redditi.

Cronicario: L’instancabile petroyuan ispira i giovani lavoratori italiani

Proverbio del 30 marzo Parole sdolcinate delizie degli sciocchi

Numero del giorno 1.669 Sportelli bancari chiusi in Italia nel 2017

Zitto zitto il Petroyuan di Shangai, ossia il giovanissimo future sul petrolio in yuan, presunto spauracchio del Petrodollaro di New York e Londra, ha concluso oggi la sua prima settimana di vita non solo in buona salute, ma anche prendendosi qualche soddisfazione sugli anziani Brent e WTI. Stamattina la quotazione del future cinese ha superato quello dei signori del barile, probabilmente perché i trader internazionali si sono lasciati sedurre dai vantaggi fiscali promessi dai cinesi a chi fa capolino a Shangai, e quindi hanno comprato più contratti.  O forse perché una vocina maliziosa e vagamente interessata ha fatto circolare la notizia che i cinesi starebbero preparando il terreno per concludere il loro primo acquisto di petrolio direttamente in yuan, che suona come l’annuncio dell’ormai imminente l’invasione aliena del Petroyuan nei mercati finanziari globali.

Se ricordate che qualche mese fa i cinesi hanno aperto un sistema di pagamento con i russi per  regolare i flussi monetari bilaterali in yuan e rubli, e ci mettete dentro che la Russia è ancora la prima fornitrice di petrolio dei cinesi, potete persino arrivarci da soli alla conclusione su chi accetterà l’eventuale primo pagamento in yuan di petrolio, finendo di scombinare un mercato già frizzantino a causa del petroyuan.

Esatto. E da qui in poi lasciate spazio alla fantasia, se proprio non avete di meglio da fare durante il pontone pasquale. Ad esempio ricordando che fra i grandi fornitori dei cinesi c’è l’Angola, che magari qualche yuan se lo intasca volentieri e soprattutto c’è l’Arabia Saudita, che hai visto mai…Ma, fantasie a parte sappiate che la rivoluzione del future cinese procederà silenziosamente nottetempo anche mentre voi mangiate la colomba, la pastiera o quello che vi piace, perché il petroyuan non si fermerà certo per una bagattella come le vacanze di pasqua. Lunedì mattina sarà di nuovo pronto a scombinare la pasquetta dei trader distratti, perché il future cinese sul petrolio non riposa mai. Un po’ come accade ai giovani europei che secondo quanto ci racconta Eurostat lavorano in gran parte – ovviamente quelli che lavorano – durante il week end.

Ora a parte il dettaglio che quelli che lavorano sono praticamente dei superstiti

fa un certo effetto scoprire che un bel 40% dei giovani lavoratori del nostro paese lavorano nel week end. Peggio di loro solo i greci. Ne deduco che i nostri giovani sono maturi per la competizione con i cinesi, ed era pure ora. Manca solo che vengano pagati in yuan. Ovviamente non convertibile.

Buona vacanze. Anche a chi non le fa.

Ci vediamo dopo Pasqua.

Cronicario: Arrivano i soldoni dal bilancione di Bankitalia

Proverbio del 29 marzo I furfanti non ascoltano i discorsi sull’onestà

Numero del giorno: 907.000.000 Banconote prodotte da Bankitalia nel 2017

E adesso venitemi a parlare male del QE, ora che grazie alla Bce il bilancione di Bankitalia è diventato una cornucopia che genera superdividendi al governo. Non ci credete? Leggetevi che dice il governatore Visco mentre presenta il bilancio della banca ai suoi partecipanti – non chiamateli azionisti per carità – che peraltro grazie alla nota riforma di qualche anno fa portano a casa un bel 218 milioni di euro di dividendo.

Aspetta perché allo stato è andata meglio: fra tassi e dividendi, ha incassato 4,9 miliardi, che servono come il pane quando devi fare un governo.

L’utile 2017 è più alto di 1,2 miliardi di quello 2016. Persino Visco si è stupito: “”E’ il risultato più elevato mai raggiunto dall’istituto” ed è stato spinto “dalle misure di politica monetaria di natura straordinaria”. Inoltre “il margine di interesse beneficia dei più elevati interessi attivi sui titolo di Stato acquistati per finalità monetaria”.

Vabbé, traduco. Il QE di Francoforte ha riempito di titoli di stato, per lo più italiani, il bilancio di Bankitalia. Mica pensavate davvero che li comprava Francoforte? Oddio si, li ha comprati, ma il minimo sindacale. Il grosso se l’è incollati la Banca d’Italia, con la conseguenza che le banche commerciali hanno scaricato i titoli sul bilancio di Bankitalia.

Così il bilancio di via Nazionale è diventato un bilancione da 931 miliardi (+20% sul 2016) che tiene in pancia 358 miliardi di titoli (+45% nel 2017 pari a 112 miliardi), 289 dei quali sono titoli di stato italiani acquistati per il QE. Cosa sarà di tutto questo quando finirà il QE?

Non voglio rovinarvi la sorpresa. Preferisco intrattenervi con le ultime nuove – visto che è tempo di bilanci – che arrivano sul fronte delle pensioni, una delle nostre fissazioni che è necessario nutrire come si addice a ogni vizio. L’Inps ha dato i numeri. Tecnicamente, non in senso figurato. Ve li riepilogo con  due infografiche gentilmente offerte dall’istituto.

Ora ne sapete abbastanza. Scatenatevi

A domani.