Etichettato: the walking debt

I problemi della Cina sono anche nostri

Parrà a molti un paradosso osservare che la gran parte delle imprese zombie cinesi, ossia soggetti che con i profitti non riescono neanche a ripagare gli interessi sui debiti, si concentri nel settore manifatturiero, ossia quello che ha consentito alla Cina di trasformarsi nel Grande Produttore globale a basso costo dell’ultimo quindicennio. Eppure è del tutto logico. Altrettanto la circostanza che il secondo classificato, in questa poco onorevole classifica preparata dalla Bce nel suo ultimo bollettino sia il settore immobiliare, dove da anni viene covata (e coccolata col credito) una pericolosa bolla alquanto minacciosa. I problemi dell’economia cinese, cresciuta spropositatamente nel bene e nel male, sono noti e discussi da tempo. E ricordarne gli squilibri è utile solo nella misura in cui ci consente di comprendere che ciò che accade in economie di questa grandezza non può non avere impatto sulle nostre. E in tal senso lo studio della Bce è un ottimo viatico per farsene un’idea abbastanza chiara.

Sugli squilibri cinesi basteranno alcuni rapidi accenni. La crescita esagerata del credito è visibile da questo grafico che dice tutto quello che c’è da sapere.

La Cina ha il rapporto credito/pil più alto fra i paesi censiti e buona parte di questo credito, che poi è un debito per chi l’ha ricevuto, è in capo alle aziende. La crescita si osserva particolarmente ripido dalle seconda metà degli anni Dieci e trova la sua ragione nell’ampio programma di stimolo impresso all’economia e fondato sugli investimenti, che il governo ha imposto al paese per assorbire lo shock post 2008. Ora la Cina sta cercando un modello di sviluppo più equilibrato, quindi meno basato sugli investimenti, ma si tratta di un percorso lungo e denso di incognite. Nel frattempo sono rimasti i problemi. E il debito è un di questo. Anche il settore pubblico ne soffre assai più di quanto dicano le statistiche ufficiali. Buona parte di questo debito, infatti, è implicito, allocato presso veicoli formalmente slegato dal settore pubblico, ma sostanzialmente ad esso connessi. La Bce propone anche una stima del deficit fiscale “esteso”, ossia al lordo di queste componenti.

Come si osserva, il deficit fiscale è praticamente il triplo di quello ufficiale, e il debito segue un andamento simile e viene stimato intorno al 60%. Grande incognita è la tenuta del sistema bancario, che ha dovuto sobbarcarsi gran parte del finanziamento dell’economia, e che alimenta buona quota del sistema delle banche ombra, la cui crescita è stata rilevante.

La Bce riconosce che “nonostante l’accentuarsi delle vulnerabilità, la Cina mantiene margini di manovra per assorbire potenziali shock avversi. La Cina vanta un consistente risparmio nazionale, ampie riserve valutarie e un avanzo delle partite correnti che contribuiscono a metterla al riparo da crisi sul fronte del finanziamento
esterno”. Inoltre “il governo dispone anche di consistenti attività del settore pubblico fra cui il proprio stock di riserve valutarie (malgrado le flessioni registrate negli ultimi
due anni). Di particolare rilevanza, inoltre, il fatto che il governo mantiene delle leve
nella gestione dell’economia, specialmente tramite stretti rapporti con imprese di
proprietà pubblica e banche”. E tuttavia ciò non dovrebbe esimere le autorità a correggere una situazione che, se trascurata, rischia di diventare una notevole fonte di contagio internazionale. “Le dimensioni della Cina – ricorda la Bce -, la sua apertura commerciale e la posizione dominante quale paese consumatore di materie prime fanno sì che la sua transizione sia determinante per le prospettive mondiali”.

Secondo le stime degli economisti di Francoforte, dal 2005 la Cina ha contribuito per un terzo alla crescita mondiale complessiva, superando il contributo aggregato delle economie avanzate. Il paese importa il 10% del valore complessivo mondiale e rappresenta più del 50% del consumo mondiale di rame, alluminio e minerali ferrosi, oltre che una quota rilevante del consumo di risorse energetiche. Inferiore, ma non irrilevante, è il livello di integrazione della Cina nel sistema finanziario globale, ancora limitata dai vincoli che il paese mantiene sul proprio conto capitale. E tuttavia “gli eventi degli ultimi anni hanno tuttavia mostrato che gli shock provenienti dalla Cina possono avere ripercussioni sui mercati finanziari internazionali”. La Bce si riferisce ai fatti dell’estate 2015, quando la volatilità valutarie e azionaria cinese contribuirono a innescare un’avversione globale al rischio, dimostrazione del fatto che “anche a fronte di contenute esposizioni dirette nei confronti del settore finanziario, gli shock provenienti dalla Cina possono ripercuotersi sui mercati finanziari internazionali tramite il canale della fiducia”. La fiducia non ha prezzo, ma costa caro perderla.

Sicché è del tutto ragionevole chiedersi quale sia il livello di profondità dei rapporti della Cina con l’Europa, modo delicato per domandarsi quanta febbre ci può provocare un raffreddore cinese. La Bce calcola che circa il 7% delle esportazioni estere dell’eurozona sono dirette in Cina, mentre i legami finanziari verso Cina e Hong Kong rappresentano il 2,7% delle sue attività bancarie estere. Ce n’è abbastanza, al netto del canale della fiducia, per monitorare con attenzione quale sarà il pattern di aggiustamento del paese da qui ai prossimi anni. La Bce distingue tre scenari, un aggiustamento repentino, uno rapido e uno più contenuto.

Ovviamente gli effetti internazionali cambiano a seconda del livello dell’aggiustamento, con oscillazioni anche notevoli. Sui prezzi della materia prima, ad esempio, un riequilibrio rapido potrebbe imporre cali al prezzo del petrolio fino al 6% in tre anni. Mentre sul versante del Pil l’area euro potrebbe subire un rallentamento dello 0,3%. “L’analisi basata sulle simulazioni – conclude la Bce – suggerisce limitati effetti di propagazione verso l’area dell’euro nel caso di un rallentamento modesto della crescita del PIL in Cina, ma effetti significativi nel caso di un brusco aggiustamento”. Tutto ciò va preso con le pinze, ovviamente, trattandosi di mere simulazioni. E non soltanto perché i dati sono frutto di congetture, ma perché la realtà potrebbe essere assai peggiore: “Negli ultimi quaranta anni la Cina è stata l’emblema del successo economico, ma la crescita dell’economia è in rallentamento e le vulnerabilità in aumento”, avverte la banca. “L’analisi di sensibilità sottolinea che gli effetti di propagazione dipendono dalla forza dei vari canali di trasmissione, nonché dalle risposte date da banche centrali e governi in termini di politiche”, osservano gli economisti. Un modo educato per dire che nessuno può sapere cosa accadrà, ma che sarebbe saggio avere pronto un piano.

Cronicario: E dopo Creval anche Carige finisce nel Branko

Proverbio del 17 novembre Si può aiutare a rialzarsi solo chi si sforza di farlo

Numero del giorno: 1,34 Incidenza % sul pil della spesa per R&S in Italia

Cheppalle ‘ste banche. Non smetti di preoccuparti di una che ne arriva un’altra a turbarti il prefestivo. M’ero appena ripreso dall’ansia per il Creval che arriva la Carige. L’avrete saputo: è saltato il consorzio di garanzia per l’aumento di capitale da 560 milioni caldamente suggerito dalla vigilanza. Panico, orrore e raccapriccio. E soprattutto caccia ai soldi. Che conoscendo i genovesi…

Ora non è tanto la disavventura in sé che mi stupisce – sui guai della Carige sono stati versati fiumi d’inchiostro – quanto il fatto che un’altra banca si è aggiunta al già affollato banco dove banche e banchette son sedute minacciando di banchettare a spese delle mie tasse, come diversi celeberrimi anticipatori.

Ormai ho perso il conto di quante siano, ‘ste banche: venete, senesi, liguri, e neanche me lo voglio ricordare, per non guastarmi il week end. Più che un banco ormai è un branco, e non mi consola affatto sentire l’ex commissario Cottarelli, noto alle cronache per aver tentato senza successo di esorcizzare la spesa pubblica italiana col rito della spending review, che in fondo è colpa della crisi, dello spirito del tempo o di chissà cos’altro. Mai che fosse colpa di qualcuno. Cottarelli più che a un branco mi fa pensare a un Branko.

No, non quello dell’oroscopo sul Messaggero. Quest’altro.

Anche lui fa oroscopi, a ben vedere, per sminuzzare lo spirito del tempo e azzardare previsioni. Solo che parla di soldi e fotografa flussi astrali sotto forma di statistiche sulla ricchezza, tema che appassiona i tantissimi che nascondono conflitti mal risolti con sentimenti inconfessabili.

Volete un esempio degli oroscopi del nostro Branko finanziario, oggi in grande spolvero a una conferenza Luiss? “Anche i cittadini più poveri degli Stati Uniti sono ricchi più della metà dei cittadini del resto del mondo”. Oppure: “Negli ultimi 20 anni, con crescita di Cina, India e Asia in generale assistiamo a un ribilanciamento globale”. E mi fermo qui perché il succo è chiaro: siamo infilati in un andamento cosmico che favorisce il contadino cinese e manda in disgrazia i banchieri genovesi, dopo quelli senesi, veneti, eccetera. Non è mai colpa di nessuno, insomma: è un’ingiustizia globale.

Si sa che contro le ingiustizie c’è poco da fare (ma molto da guadagnare), tranne che darne notizia, perciò prima di salutarvi ve ne confesso un’altra che mi ha tolto il sonno: ho scoperto che avere più figli non serve a stimolare nei padri la vocazione del lavoro part time. Al contrario di quanto accade alle madri.

Com’è possibile, mi dico, che avere tre figli in casa non motivi un qualunque bravo padre a passare più tempo con loro, a guadagnare di meno e al tempo stesso mantenerli con agiatezza?

Un giorno, appunto. Al massimo.

Buon week end.

Cartolina: La sfiducia dei benestanti

La fiducia nei governi è caduta nei paesi Ocse, dice l’organizzazione parigina, in uno dei suoi tanti studi che provano a fotografare lo spirito del tempo. E chissà perché mi sembra del tutto ovvio che sia così, né mi stupisce che questa caduta di fiducia nei paesi benestanti del mondo, ché tali in gran parte sono i partecipanti all’Ocse, si sia consumata fra il 2008 e il 2011, quando l’economia diede prova così cattiva di sé e i governi di conseguenza. Malgrado si tenda a dimenticarlo, dall’economia alla politica il passo è brevissimo e le popolazioni ci mettono poco ad accusare il governo ladro, quando piove. Perciò nessuno stupore che al picco del malumore, intorno al 2011, appena poco più del 35 per cento rispondesse sì alla domanda se avesse fiducia nel proprio governo. Ossia che più di due cittadini su tre non ne avessero affatto. Lo stupore semmai è che prima del disastro la quota di popolazione fiduciosa nel governo fosse di poco superiore al 40 per cento. Mi domando di cosa si fidino, queste popolazioni benestanti e li sospetto di una certa ingratitudine nei confronti del sistema che li ha coccolati per così tanti decenni. Ma in fondo non è questo il punto. Il problema è che la sfiducia è una malattia che dal capro espiatorio politico finisce col contagiarsi al sentimento economico. Dall’economia alla politica il passo è brevissimo, abbiamo detto. Vale anche il contrario.

La sfida per il central banking: parlare meglio e ascoltare di più

La comunicazione è una strada a doppio senso, dice Hyun Song Shin, capo della ricerca della Bis, invitato a parlare a un recente convegno a Francoforte (“Communications challenges for policy effectiveness, accountability and reputation”) svelando in poche battute la sostanza del problema. Ossia il fatto che comunicare non è soltanto parlare, pratica sempre più diffusa nel central banking in questi anni tormentati, ma significa anche ascoltare. “Prima che la banca centrale possa guidare l’economia – dice Shin – ha bisogno di ascoltare per imparare dove dirigerla”. Affermazione che svela il sottotesto della nostra contemporaneità che conta sempre più sul central bankin per la gestione delle questioni economiche.

E’ su questo presupposto che la questione di una buona comunicazione diventa dirimente. In fondo aspettative e percezioni sembra muovano le faccende economiche assai più delle quantità, che sono sfuggenti quando si parla di economia. Parrà proposizione eretica, ma focalizzarsi sull’importanza della comunicazione è tutto sommato coerente con quel mondo alla rovescia dove le banche centrali devono lottare per aumentare l’inflazione che fino a un decennio fa si sforzavano di non far salire e dove la reputazione, asset squisitamente effimero, conta assai più degli asset misurabili. Proposizione serissima, perciò, che spiega anche la ragione della conferenza organizzata a Francoforte alla quale hanno partecipeto il governatore della BoE Mark Carney, quello della Bce, Mario Draghi, Haruhiko Kuroda della BoJ e la collega della Fed Janet Yellen. In sostanza i pezzi grossi del centrale banking, alle prese con i dilemmi di Alice dietro lo specchio, per usare il titolo di un recente e illuminante speech di Claudio Borio, capo del dipartimento economico e monetario della Bis, dedicato proprio ai dilemmi inestricabili nei quali si agita il central banking contemporaneo. Nel mondo sottosopra illustrato da Borio è meglio credere che il boccino stia in mano alla comunicazione, piuttosto che accettare il pensiero che qualcosa nel migliore dei mondi possibili immaginato dalle banche centrali sia sbagliato. Come spiegare, ad esempio, la divergenza inflazionistica fra Usa e Uk, dove l’inflazione mostra segnali timidi di ripresa, e gli andamenti in Europa e Giappone, alle prese con revisioni al ribasso, che le politiche monetarie espansive non riescono a mitigare. Forse Bce e BoJ hanno un problema di comunicazione?. O forse farebbero meglio ad ascoltare Borio.  “Potrebbe essere che l’inflazione sia come una bussola con l’ago rotto? Sarebbe una prospettiva spaventosa, il peggior incubo di un banchiere centrale. E quali sarebbero le implicazioni per il central banking?” Perdere la bussola non vuol dire solo muoversi alla cieca. Potrebbe significare anche fare il contrario di quel che serve. Ad esempio comunicare troppo.

L’intervento di Shin aggiunge qualche argomento a sostegno del sospetto che forse le banche centrali stiano parlando troppo per la semplice ragione che non sanno più bene cosa fare e così facendo aumentano il rumore di fondo. “Più forte la banca centrale parla, più è probabile che ascolti la propria eco”. Ed ecco il problema: l’autoreferenzialità. La banca centrale parla ai mercati che restituiscono segnali alterati dalla voce della banca che a sua volta li utilizza per dire altre cose dimenticando di averli in qualche modo provocati. E’ un po’ il meccanismo che vediamo all’opera sui tassi di interesse, ma traslato nel mondo più impalpabile, eppure altrettanto concreto, delle informazioni. 

Nel suo speech Shin usa l’esempio degli swap sui tassi di inflazione che gli investitori possono attivare per proteggersi contro il rischi di rialzo dei prezzi come facevano i fondi pensione quando erano comuni gli schemi di fondi a prestazione definita. Col declinare di questi schemi, sostituiti ormai in gran parte da quelli a contribuzione definita, questi swap sono diventati assai più sensibili alle notizie economiche di breve termine, specialmente quando provengono dalle banche centrali. E lo stesso si è osservato anche per gli swap di lungo termine, che invece dovrebbero essere interessati da questi annunci di breve termine. Invece si  è notato che il tasso swap di inflazione ha iniziato a muoversi in congiunzione con lo yield nominale. “Una possibile spiegazione – dice Shin ricordando che ce ne sono anche altre – è che ciò rifletta in parte l’impatto della forward guidance delle banche centrali”. Quando parlano, insomma, le BC non influenzano solo le aspettative sui tassi di interesse ma incidono su settori e variabili che magari neanche vengono considerate nei loro discorsi. “Questi sviluppi dovrebbero indurci a una maggiore riflessione quando ci fermiamo a leggere segnali di mercato – avverte Shin – . Come commentatori, diamo molto peso ai segnali del mercato. Tendiamo a personalizzarlo e a credere che sia dotato di lungimiranza. Ma il mercato non è una persona. I prezzi sono il risultato dell’interazione di molti attori e non le credenze di un attore in particolare. Parlare delle “aspettative del mercato” va bene come una semplificazione per i prezzi di mercato, ma dovremmo essere cauti nel cadere nella trappola di prendere letteralmente questa espressione, pensando al mercato come a una persona con cui puoi sederti e ragionare”. Il mercato, infatti, è pieno di irragionevolezze: risposte perverse, come le chiama Shin, ricordando il comportamento degli assicuratori tedeschi sul mercato dei bund discusso qualche tempo fa. Se il mercato è soggetto a questi comportamenti “la forward guidance delle banche centrali diventa più potente”. “Nel peggiore dei casi, la banca centrale potrebbe finire in un ciclo di feedback in cui agire sui segnali dal mercato potrebbe distorcere ulteriormente tali segnali”.

Allora è possibile che le banche centrali stiano parlando troppo? Shin immagina una sorta di trade off e suggerisce un rimedio: “Se le banche centrali parlano di più per influenzare i prezzi di mercato, dovrebbero ascoltare meno i segnali provenienti da
quegli stessi mercati”. Il rischio sennò è ascoltare l’eco della propria stessa voce e quindi fraintendere. L’alternativa, parlare di meno, “non è un’opzione praticabile”. “Le azioni della banca centrale contano troppo per le vite della gente comune per riportare l’orologio a un’epoca in cui il silenzio era d’oro. Questa responsabilità esige che le banche centrali chiariscano le basi delle loro azioni”.

Sicché l’unica soluzione praticabile è imparare ad ascoltare, una capacità sottovalutata, dice Shin. “Ascoltare meglio e con maggiore consapevolezza di sé darebbe spazio alle banche centrali per fare di più mantenendo una posizione distaccata e producendo decisioni più informate”. Ricordando che “più la banca centrale sussurra per non turbare i mercati, più i mercati si inclinano per ascoltare meglio”. E in tal senso “una maggiore consapevolezza di sé nella comunicazione è un’abilità di cui le banche centrali possono aver bisogno di sviluppare prima, piuttosto che dopo”. Il silenzio è d’oro. O almeno lo era. E questo i banchieri centrali dovrebbero continuare a ricordarlo pure adesso che sono costretti a parlare di più perché “le azioni della banca centrale contano troppo per le vite della gente comune”. E forse è questo il problema. La comunicazione è solo una conseguenza.

Cronicario: Più Pil per tutti, comunquemente

Proverbio del 14 novembre Un uccello chiacchierone non costruisce il nido

Numero del giorno: 1 Inflazione % annua a ottobre in Italia

Giorno di festa per i politici europei. I dati del pil confermano le previsioni più rosee e finalmente gli eletti, chi più chi meno, si possono presentare agli elettori col cuore rinsaldato dal sentimento di aver mantenuto la loro promessa elettorale.

Ai più patriottici spiacerà osservare che il +0,5% del trimestre italiano, che annualizzato arriva all’1,8%, sta un po’ ai margini della crescita dell’eurozona, dove la crescita annualizzata è arrivata al 2,5% e ancor più lontana da quella tedesca, al 2,8. Mentre gli amanti dei gufi si soffermeranno o sottolineare che la caccia al tesoro del Tesoro in corso alla Camera rischia di assestare un fiero colpo alle speranze del presidente del consiglio, che esorta a “non dilapidare i risultati”.

Giusto: meglio spenderli.

Ma basta tristezze: l’economia va alla grande, comunquemente. Mica penserete che uno va a contare gli spicci no? E infatti nessuno lo fa, tantomeno oggi che è giornata di buone notizia. Bankitalia, che non poteva mancare alla festa, ha pubblicato una pregevole ricognizione sul tema del mese – le sofferenze bancarie – che disegna un quadretto niente male.

I tassi recupero sono lievemente calati nel 2016 ma la banca è ottimista sul futuro: “I tassi di recupero delle sofferenze non sono sovrastimati”. Che è il modo bancario per dire che non sono minchiate palesi. Il costo delle minchiate occulte, nel caso, lo scopriremo a nostre spese.

Potremmo continuare a lungo con l’elencazione delle buone notizie made in Italy, ma mi convinco che è meglio rubarvi gli ultimi dieci minuti di tempo dandovi una notizia vera, non questa roba da bancarella. E perciò mi immergo nel flusso incasinato della quotidianità e pesco questa perla.

Ed ecco qua il futuro del mercato energetico targato a stelle&strisce. L’America Saudita. Hai voglia a contare il Pil.

A domani.

 

Gli Ogm non ci piacciono, però li importiamo e progettiamo i nostri

Un interessante rapporto sull’uso delle biotecnologie agricole in Italia rileva una curiosa caratteristica del nostro paese, che così tanto fieramente avversa l’introduzione di coltivazioni Ogm, ossia la circostanza che importiamo significative quantità di commodity biotech, per lo più soia, sotto forma di mangimi per animali visto che non riusciamo a produrne abbastanza. Ciò malgrado “l’attitudine generale verso le coltivazioni ogm rimanga ostile”. I finanziamenti, pubblici e privati, a queste ricerche si sono sostanzialmente azzerati, mentre al contempo l’aumento del costo dei mangimi rende la scelta italiana, che ha precise ragioni economiche legate soprattutto alla difesa delle nostre specificità locali prima che ai timori sulla pericolosità di queste colture, alquanto onerosa.

Ciò determina che mentre in Italia non si è sviluppata alcuna coltivazione Ogm a fini commerciali, “i prodotti animali italiani sono probabilmente derivati da animali nutriti con ingredienti Ogm ed è probabile che anche alcuni prodotti siano processati con ingredienti Ogm”. L’Italia infatti importa fra l’85 e il 90% di soia e farina di soia. Nel 2016, in particolare, abbiamo acquistato 1,3 di MMT (milioni di tonnellate) di soia, per lo più dal Brasile (536,24), dagli Stati Uniti (272,375 MT) e dal Canada (172,793 MT). Sempre nel 2016 abbiamo importato 2,1 MMT di farina di soia, in gran parte dall’Argentina (1.425 MT), dal Paraguay e sempre dal Brasile. Poiché la soia Ogm “rappresenta una porzione significativa dell’offerta globale, l’Italia sta probabilmente usando soia Ogm nei suoi mangimi”.

Il rapporto ricorda che nel nostro paese vige il divieto di coltivazioni Gm fin dal luglio 2013 e che nel 2015 il nostro ministro dell’agricoltura comunicò all’Ue la decisione del governo di non voler adottare coltivazioni del genere sul territorio. Ci furono anche alcuni strascichi giudiziari. Alcuni coltivatori furono perseguiti dai magistrati di Udine per aver coltivato sui propri terreni il mais Monsanto 810, violando la legge del 2013. Il procedimento finì davanti alla Corte di Giustizia europea che nel settembre scorso ha accolto la tesi degli agricoltori concludendo che gli stati membri non possono adottare misure d’emergenza riguardanti cibo e semi Ogm, visto che “non è evidente che i prodotti autorizzati costituiscano un rischio per la salute e l’ambiente”. Ciò malgrado l’orientamento nei confronti di queste colture rimane fortemente restrittivo. “Il dibattito sui media – commenta l’autrice del rapporto – sulle coltivazioni e le sperimentazioni ha reso politicamente insostenibile il sostegno alla ricerca”. E ovviamente anche la pratica. Nel 2008, ricorda il rapporto, le regioni Toscana e Marche avevano approvato nove siti a coltivazione GM dove sperimentare alcune colture (kiwi, fragole, olive, pomodori e altre), ma dal ministero dell’agricoltura nonè mai arrivati il decreto necessario ad autorizzare queste attività. Nello stesso periodo altre 16 regioni (Valle D’Aosta, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Marche, Umbria, Abruzzo, Campania, Basilicata, Puglia, Sardegna, Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Liguria, e Molise), 41 province e 2.350 comuni si dichiaravano Ogm-free “ostacolando ulteriormente la possibilità di nuove ricerche e piantagioni”.

Ciò non vuol dire che la nostra tecnologia agricola rifiuti l’innovazione. Solo che invece dell’approccio Gm, che implica l’ingegnerizzazione del genoma con geni anche distanti da quelli originali, preferisce quello cisgenico o del genoma editing, che sostanzialmente arriva allo stesso risultato – la modifica del patrimonio genetico di un organismo – ma utilizzando il patrimonio genetico di un organismo simile. E proprio su questo approccio si conta per “superare una forte dipendenza dall’approvigionamento di materiali genetici dall’estero anche attraverso la valorizzazione della agrobiodiversità”, come si legge in un documento depositato in Senato.

Di recente infatti la Commissione parlamentare dell’agricoltura ha dato parere positivo a uno schema di decreto del ministero delle politiche agricole per finanziare con 21 milioni un piano triennale di ricerca proprio sul genoma editing e le cisgenica da realizzarsi in collaborazione con il CREA, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria. Parere che contiene alcune informazioni interessanti. La prima riguarda il fatto che ” il confine tra il genoma editing e le tecniche di ricerca che comportano la modificazione genetica degli organismi non è ancora chiaro”. La seconda che ” il Parlamento ha da sempre espresso una posizione nettamente contraria all’uso delle tecniche di modificazione genetica in campo agroalimentare, non tanto per ragioni ideologiche, quanto perché la distintività dei prodotti italiani viene preservata proprio evitando contaminazioni con prodotti modificati geneticamente, a difesa, quindi, del valore commerciale del Made in Italy e del suo marchio distintivo nel mondo”. Il che ha il merito di riportare la questione nel suo alveo naturale: l’interesse economico e, in subordine, quello ambientale.

L’obiettivo della ricerca, tuttavia, è lo stesso degli Ogm: creare organismi più resistenti, ma i problemi sono analoghi. Bisognerà innanzitutto convincere l’Ue che questa tecnologia non deve essere considerata alla stregua degli Ogm. Ed è di pochi mesi fa l’iniziativa della Società italiana di genetica e della Federazione Italiana Scienza della vita di lanciare una campagna-appello per promuovere il genoma editing, dove al punto 1 si legge che “La Storia è cominciata con il miglioramento genetico delle piante” e al punto 6 che “il miglioramento genetico è stato sempre sicuro” e al punto 12 che “il genoma editing ci permette di scegliere una via italiana al nuovo miglioramento genetico”. Insomma, gli organismi geneticamente non ci piacciono, ma li importiamo per nutrire gli animali che alimentano anche molte produzioni DOP. E nel frattempo ci facciamo i nostri. Chissà se la “via italiana” alla modifica genetica convincerà l’Ue. E soprattutto i consumatori.

La rivoluzione finanziaria dei robot “intelligenti”

Procede silente, eppure inesorabile, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale che ormai interessa aree sempre più estese della nostra società. Ai molti timori di pochi, anche se illustri, fanno eco le tante pratiche più o meno conosciute che lentamente iniziano a pervadere ogni ambito delle nostre attività e che ovviamente non potevano risparmiare il settore finanziario, che sullo straordinario sviluppo tecnologico ha costruito le sue tante fortune nell’ultimo ventennio. Fortune altalenanti, certo, ma che comunque si fondano sempre più sulla gestione di quantità crescenti di dati trasmessi ed elaborati a grande velocità lungo tutto il pianeta. Ogni tanto questa attività silente, che si svolge lungo cavi interrati negli oceani e in asettiche e sorvegliatissime data room, si manifesta in eruzioni sorprendenti, che le cronache finanziarie descrivono come flash event, o flash crash. Situazioni che si esauriscono nello spazio di millesimi di secondo durante i quali questo o quel titolo, o quella valuta, subiscono andamenti che l’intelligenza umana non è in grado di comprendere e che riesce a rilevare solo perché l’occhio dei calcolatori che misurano la temperatura delle borse è sempre aperto e registra ogni cosa. Possiamo vedere questi eventi perché le stesse macchine che li provocano ne sono testimoni.

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Il declino delle riserve cinesi è una preoccupazione in più per la Fed

Celebrate come leggendarie, le riserve cinesi, che nel 2014 avevano raggiunto l’apice dei 3.800 miliardi, declinano incessantemente da allora interrompendo un percorso di crescita che durava dall’inizio del XX secolo.

Tale accumulazione ha trovato negli attivi correnti cinesi, ossia il saldo fra le entrate dall’estero e le uscite di denaro cinese verso l’estero, il suo driver principale, anche quando, a partire dalla grande crisi finanziaria, questi attivi hanno iniziato a diminuire bruscamente.

Poiché questi attivi equivalgono a un risparmio, la Cina, come notano due economisti della Fed di S.Louis, “è stata una prestatrice netta al resto del mondo fin dal 1994”, ossia da quando i saldi correnti sono diventati stabilmente positivi. La questione è cosa sarà di questi prestiti globali – e quelli agli Usa sono ovviamente i primi della lista – adesso che la Cina ha ridotto i suoi attivi correnti a meno del 2% del pil. Ma soprattutto cosa ne sarà delle riserve cinesi, potente fattore di stabilizzazione valutaria, oltre che riserva di munizioni del governo nell’epoca che dovrebbe segnare l’ingresso definitivo della Cina nell’economia internazionale con l’apertura del suo conto capitale, ancora prudentemente blindato.

La spiegazione proposta dagli economisti della Fed è che il calo delle riserve sia conseguenza della normalizzazione dell’economia internazionale, oltre che della politica monetaria statunitense. I capitali esteri, che avevano trovato in Cina riparo e rendimento nei tempi brutti della crisi, hanno iniziato a guardarsi intorno e a volare via dal celeste impero. Il che, sommandosi al calo dei surplus correnti, ha condotto a una diminuzione del valore della moneta cinese, costringendo la banca centrale a vedere riserve per impedire un deprezzamento troppo repentino della valuta nazionale.

Ovviamente si tratta di una congettura. Così come gli studiosi possono solo immaginare la composizione delle riserve cinesi, uno dei segreti meglio custoditi dell’economia internazionale. Un segreto di Pulcinella, viene da dire, visto che tutti scommettono su una presenza massiccia di titoli statunitensi. Da qui deriva il timore che proseguendo la tendenza a vendere riserve, la politica cinese possa finire con l’interferire con quella statunitense, e in particolare con la curva dei rendimenti dei titoli pubblici statunitensi, ossia ciò di cui (in teoria) si deve (pre)occupare la Fed, a sua volta impegnata in un difficile processo di normalizzazione monetaria. Creditori e debitori stanno sempre a braccetto d’altronde. E questo tendiamo a dimenticarlo.

Cronicario: Banche, c’è chi ci crede e c’è chi ci Creval

Proverbio dell’8 novembre Chi dice la verità non sbaglia

Numero del giorno 800.000 Posti di lavoro persi fra il 2007 e il 2015 secondo Confindustria

Lo dicevamo ieri: non c’è più trippa per banche. E oggi puntuale la conferma: non si finisce mai di soffrire. Sotto a chi tocca perciò.

E oggi è toccato al Creval che ha comunicato al mercato la buona novella di aver rettificato crediti per 386 milioni – le mitiche sofferenza bancarie – generando un bel buchetto da 402,6 nella sua ultima trimestrale, dopo aver scritto nel suo piano industriale fino al 2020 che servirà un ricapitalizzazione da 700 milioni per rimediare a questo capolavoro. Sempre nel piano c’è scritto pure che è prevista ancora pulizia sui crediti deteriorati fino a un massimo di 772,5 milioni. Grande successo in borsa: le azioni sono arrivate a perdere un 30% teorico. Le sofferenze sono sempre dolorose. Quelle bancarie in più costano un patrimonio. Peccato che non ce lo dicano mai.

Non c’è niente da ridere. Le banche sono come la squadra del cuore: ci si crede.

Per chi non crede c’è sempre il Creval. A questi dico: #statesereni: le sofferenze delle banche ci faranno compagna a lungo sfinendo quel che resta della nostra capienza fiscale. A proposito di sfinimento fiscale, grandi trame si tessono all’ombra dell’altro Grande Tema Nazionale che finirà col provocarci un altro salasso:

Mica avrete pensato che il Grande Tema fosse investire in intelligenza artificiale vero? Certo che no: sono le vecchie, carissime, pensioni che ogni anno da quando ho memoria fanno parlare di sé e ci regalano enormi soddisfazioni. E anche quest’anno non fa eccezione. Ho letto da qualche parte che la Camusso è infuriata col governo perché non si sbriga a concedere quello che i sindacati vogliono:

ma che in fondo vuole anche la politica.

Ma quello che dovete sapere è che ci sono persone che hanno idee diverse. Ad esempio oggi ho letto con grande piacere l’opinione di un eminente giurista che ha motivato con un argomento finalmente non economico perché è contrario alle pensioni. Mica perché mettono a rischio la sostenibilità del nostro debito pubblico, argomento che fa orrore a tante anime belle che teorizzano l’infinita disponibilità di denaro, ma perché – udite udite – mettono a rischio il matrimonio.

Così dice Sabino Cassese, intercettato a margine di un incontro alla Scuola S.Anna di Pisa: “Io sono convinto che nessuno dovrebbe andare in pensione. Mai. Ciò farebbe bene alle famiglie e ai matrimoni, ridurrebbe i litigi tra marito e moglie. Quando il marito sta a casa a lungo comincia a dare fastidio alla moglie e dunque ritengo che la pensione rovina i matrimoni. Mi rendo conto che questa mia posizione è piuttosto singolare, ma sono convinto che sia utile che ciascuno si mantenga costantemente in attività”. Neanche il vostro Cronicario sarebbe stato capace di tanto.

A domani.

I consigli del Maître: I risparmi degli italiani e il “socialismo” abitativo

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

I risparmi degli italiani. Il governatore di Bankitalia Visco ha presentato in occasione dell’ultima giornata del risparmio i dati sugli asset posseduti dalle famiglie italiane. Al momento le famiglie hanno attività finanziarie per 4.200 miliardi. La quota di famiglie che ha almeno un deposito postale o bancario supera il 90 per cento; alla metà degli anni sessanta, quando la Banca d’Italia avviò le sue indagini campionarie sui bilanci familiari, era appena al di sopra del 25 per cento. Ma nella sua ricognizione storica la Banca mette in evidenza alcune cose che si possono osservare da questo grafico.

E’ curioso notare che nel 1960 le famiglie italiani abbiano raggiunto il picco di investimenti azionari sul totale degli asset, per poi declinare vistosamente. Forse, come disse anni dopo l’ex governatore Carli in conseguenza della nazionalizzazione del mercato dell’energia elettrica, che distrasse dai mercati molti risparmi, che magari furono dirottati nei titoli di stato, o forse per il diffondersi della ricchezza finanziaria. Fatto sta che quindici anni dopo, al picco del periodo inflazionistico, depositi e liquidità assorbivano il 70% del totale degli asset, più che negli anni ’50. E oggi? La situazione è questa:

Si è verificata una massiccia fuga dai titoli di Stato, ma la quota immobilizzata nei conti correnti è quella che ha ancora il maggior peso relativo. Non siamo poi così tanto cambiati, se considerate quanto sia mutato il mondo dal 1950.

Donne italiane al lavoro, fra Lussemburgo e Grecia. Una volta tanto essere gli ultimi in classifica vuol dire essere i primi della classe. Così stavolta noi italiani possiamo rivendicare il primato del paese dove meno ampio è il gap delle retribuzioni fra uomini e donne. Così almeno la illustra Eurostat che la settimana scorsa ha partecipato alla giornata per la parità di genere pubblicando una ricognizione sulla situazione nel’Ue suddivisa per paesi. E’ emerso che in media le donne guadagnano il 16,3% in meno degli uomini nell’area, un gap che in Italia si riduce al 5%, al livello del Lussemburgo.

Purtroppo questo progresso si associa a una scarsa partecipazione al lavoro, intorno al 50%, che quindi genera un altro gender gap: quello delle opportunità. Peggio di noi solo in Grecia.

Le ultime dall’Uk. La BoE ha innalzato i tassi di sconto, portandoli dallo 0,25% allo 0,5%, per la prima volta in dieci anni. Un piccolo evento che ha scatenato le celebrazioni e le analisi e soprattutto i timori su ciò che succederà da questo momento in poi, anche se il governatore ha fatto capire che il rialzo sarà assai graduale e moderato. Tuttavia un paio di ricognizioni su alcuni dati possono aiutarci a farci un’idea del futuro britannico, specie una volta che i negoziati per la Brexit si concluderanno. Il primo riguarda gli investimenti. La politica monetaria facile non è servita a frenare il declino degli investimenti, che nel decennio sono cresciuti persino meno dei nostri, il che è tutto dire.

E anche quelli del governo sono risultati i più bassi.

Questo per quelli che credono che i tassi bassi facciano miracoli. La seconda informazione, interessante da un punto di vista strategico, considerando la Brexit, è che il commercio estero britannico va molto bene nei confronti dell’extra Ue (312 miliardi di sterline di valore nel 2016) e molto male nei confronti dell’Ue (236 miliardi nello stesso anno).

Questi dati in qualche modo peseranno sul tavolo della trattativa. Quindi è bene ricordarli. Notate che nel 2000 era il contrario.

L’Europa dei piccoli proprietari di casa. Eurostat ha diffuso i dati sulla quantità dei cittadini che, nei diversi paesi, abitano in casa di proprietà. E i risultati sono alquanto sorprendenti.

I tedeschi sono quelli che più di tutti vivono in affitto, mentre i rumeni quasi per il 90% è proprietario della dimora dove vive. Certo, si confrontano diversi regimi politici, con i paesi dell’est a guidare la classifica dei proprietari per ragioni legate alla politica degli anni del socialismo reale. Ma è curioso osservare che i paesi ricchi, cresciuti con l’economia di mercato, sono quelli dove meno si è diffuso il culto dell’abitazione di proprietà rispetto a quelli dove imperava la pianificazione statale. Noi italiani stiamo nel mezzo: sopra la media ma di poco. Siamo abbastanza ricchi e pure abbastanza “socialisti”, evidentemente.