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Le multinazionali neutralizzano banche centrali e governi
Per capire di cosa parliamo quando parliamo della straordinaria crescita del potere sui mercati delle multinazionali registrata dal Fmi in un recente paper, dobbiamo scendere ancora un po’ più nei dettagli e vedere l’effetto che fa tale potere crescente sui principali tool di politica economica che usano i governi per svolgere la propria attività: la politica monetaria e quella fiscale.
Detta in altro modo, le multinazionali rischiano di essere immuni alle politiche dei governi. E questa “immunità” molto facilmente le classifica come entità che – semplicemente – di quello che dicono i governi possono infischiarsene. Da ciò derivano conseguenze politiche non di poco conto che dovrebbero farci riflettere sulla configurazione che sta assumendo, nella nostra economia globalizzata, la geografia politica, ancora legata a forme ottocentesche di rappresentanza – gli stati nazionali – quando stanno sorgendo sotto gli occhi di tutti nuovi tipi di nazionalità, magari digitali, delle quali le multinazionali – si pensi alla Big Tech – sono la punta di lancia.
Senza bisogno di andar troppo lontano, per adesso contentiamoci di osservare in virtù di quali caratteristiche le grandi aziende multinazionali siano divenute capaci di neutralizzare molte delle azioni dei governi, iniziando dalla politica monetaria, ossia dallo strumento più utilizzato nell’ultimo ventennio per dare ossigeno ai mercati orientando i tassi di interesse.
Il succo dell’analisi svolta dal Fmi è che un grande potere di mercato rende la grande azienda meno sensibile agli stimoli offerti dalla politica monetaria. Essendo compagnie che basano sulle rendite di posizione gran parte della loro redditività, il cambio dei prezzi relativi indotti dalle politiche monetarie, compreso quello del credito, ha effetti praticamente nulli sia sulla domanda dei clienti – perché i prezzi rimangono stabili – sia sui costi interni. “I profitti di un’impresa con margini elevati aiutano anche a proteggerla dai cambiamenti nelle condizioni di finanziamento esterno, consentendole di continuare a finanziare alcune forme di investimento quando il costo del credito aumenta”, spiega il Fondo.
L’analisi empirica, svolta sui dati dell’ultimo ventennio delle aziende americane, conferma l’assunto teorico.
Il grafico sopra mostra la risposta dell’occupazione americana al taglio di 100 punti base dei tassi nominali ufficiali. “Come rivela l’indebolimento della risposta dell’occupazione, le aziende a più elevati mark up (le multinazionali, ndr) rendono la politica monetaria meno efficace nel stabilizzare i cicli economici degli Stati Uniti”. Altre analisi hanno confermato che le aziende con grande potere di mercato sono meno sensibili agli effetti delle politiche monetarie, “anche all’interno di settori strettamente definiti in un determinato paese”.
Questo è anche conseguenza delle notevoli scorte di risorse finanziarie che questa grandi compagnie hanno a disposizione, che in qualche modo le rende impermeabili agli stimoli indotti dall’autorità monetaria.
Se dal versante monetario ci spostiamo in quello fiscale, il discorso cambia poco. E’ diverso solo il canale che “neutralizza” l’azione del governo, sia essa espansiva, sia essa restrittiva. “Una minore competizione di mercato – spiega il Fondo – indebolisce la trasmissione dei target fiscale”. E poiché le corporation, aumentando il loro potere sul mercato indeboliscono la spinta alla concorrenza, ecco che la politica fiscale ha effetti meno rilevanti sull’intero circuito economico.
L’esempio utilizzato dal Fmi è quello dello stimolo fiscale cinese degli anni 2009-10. In quegli anni il governo spese quattro trilioni di yuan, circa il 10% del pil del 2008, per stimolare l’economia deprezza dalla crisi subprime utlizzando i governi locali come strumento dell’espansione fiscale. Dalle analisi è emerso che nelle città dove il settore delle costruzioni era più efficiente – perché maggiormente competitivo – l’investimento privato nel settore ha risposto meglio allo stimolo fiscale.
Rimane la domanda. Se l’azione dei governi viene in qualche modo impedita dalle grandi aziende multinazionali significa che i governi devono alzare il livello di intervento, ad esempio coordinandosi maggiormente a livello internazionale? Il Fmi punta proprio su questo. Significa in pratica avere governi più forti a fronte di multinazionali più deboli. Una magra consolazione.
(2/fine)
Puntata precedente. I mercati nella morsa di governi e multinazionali
Cartolina. Fuori servizio
A guardare i grafici dell’Ocse viene da pensare che il peggio sia passato. Il lungo inverno dell’economia pandemica mostra segni di primavera. Il commercio torna a fare capolino sopra lo zero, il traffico dei container sembra tornato alla normalità e pure le spedizioni aeree rialzano la testa. Fioriscono le prime speranze di normalità, ma non per tutti. Le esportazioni di servizi sono ancora congelate. I servizi, d’altronde, sono il settore che più degli altri ha patito per i vari lockdown e che ancora oggi fatica a immaginarsi una prospettiva di normalità. Serviranno i vaccini, e via dicendo. E’ il prezzo che paghiamo alla modernità delle nostre economie, sempre più dematerializzate. Il progresso è bellissimo. Ma costa caro quando è fuori servizio.
L’altra diseguaglianza: quella dei consumi
L’ultimo bollettino delle Bce ci consente di fare il punto su una vicenda annosa – che perciò rima con noiosa – che ha il potere di sollevare grandissime curiosità, nonché svariati riflessi pavloviani: la diseguaglianza.
Grande tema, di sicuro, ma che contiene tali e tante articolazioni da finire col generare parecchia confusione e recriminazioni ancora più numerose. Alla fine la questione, che è squisitamente economica, diventa politica, nel senso però deteriore del termine.
Negli anni la narrazione che si imposta all’opinione pubblica è che a partire dagli anni ’80 la diseguaglianza è aumentata, per ragione legate all’organizzazione del lavoro, alla globalizzazione e, dulcis in fundo, ai cambiamenti nell’imposizione fiscale. Tanto basta per trasformare ogni pacato ragionamento in una rissa.
Anche la Bce parte da questa narrazione, offrendo però alcuni approfondimenti che rendono il discorso molto più interessante, oltre che informativo. Cominciamo dai dati.

Il grafico sopra misura la diseguaglianza di reddito – che è cosa molto diversa dalla diseguaglianza di ricchezza – per alcuni paesi. Misura il reddito lordo del 10% più ricco rispetto al 50% più povero, a partire dal 1980. Se guardiamo al caso americano, l’istogramma significa che nel 2019 il 10% più ricco aveva un reddito che era più del 300% del 50% più povero, a fronte di un po’ meno del 200% nel 1980. Notate che l’unico paese fra quelli considerati dove il livello di diseguaglianza è diminuito è la Spagna.
Il reddito lordo però non tiene conto dell’imposizione fiscale che è uno strumento molto potente in mano ai governi per “livellare” – o redistribuire come si ama dire – i redditi, “ma la natura precisa di tale effetto varia da un
paese all’altro in funzione delle caratteristiche del sistema fiscale adottato”, sottolinea la Bce.

Il grafico sopra mostra la diseguaglianza, misurata dall’indice di Gini, corretta per l’imposizione fiscale, quindi dopo che lo stato ha redistribuito tramite le tasse. Ricordo che l’indice di Gini varia da 0 (massima uguaglianza) a 100 (massima diseguaglianza). Quindi nel grafico abbiamo il reddito di mercato – che è lordo – e quello disponibile, al netto delle tasse. Come si può osservare c’è una notevole differenza. Italia e Usa hanno lo stesso livello di diseguaglianza di mercato ma un livello molto diverso di diseguaglianza di reddito disponibile. In Italia c’è minore diseguaglianza di reddito disponibile, e in Germania ancor meno, malgrado il reddito di mercato sia a un livello simile.
La percezione del fenomeno cambia ancora se prendiamo in considerazione un’altra possibile misura della diseguaglianza: quella dei consumi. “Le disuguaglianze nei consumi sono talvolta considerate un indicatore del tenore di vita e del benessere migliore rispetto alle misure basate sul reddito o sulla ricchezza”, sottolinea la Bce. E quanto ai nostri esiti, ciò che si osserva è che “i consumi risultano sostanzialmente meno concentrati della ricchezza netta,
fattore che sembrerebbe indicare che il benessere economico è distribuito in maniera più uniforme rispetto alla ricchezza”.

Notate che negli Usa c’è una minore diseguaglianza dei consumi rispetto all’Italia. L’esatto contrario di quanto accade per il reddito disponibile. Tale risultato è probabilmente conseguenza del fatto che i più ricchi risparmiano di più, in rapporto al loro reddito. Ma se il consumo è un indicatore di benessere, allora la diseguaglianza dei redditi non impedisce un livello abbastanza equo di consumi – magari favoriti dall’indebitamento, ma questa è un’altra storia – e quindi di benessere.
Questo ovviamente non c’entra con la ricchezza, che è un’altra cosa ancora. Ma di questo conviene parlare dopo. Intanto tenete a mente questo.
(1/segue)
La Nazione Globale. Nazionalismo vs Internazionalismo
Nel lungo libro sulla storia della globalizzazione che ancora attende di essere scritto, e al quale questo saggio intende contribuire, capita di imbattersi in coppie dialettiche che sono un ottimo punto di osservazione per analizzarne lo svolgimento.
Altrove abbiamo parlato di una di queste coppie, che vede dialetticamente opporsi il nomade allo stanziale, riflesso della lunga transizione fra le società paleolitiche e quelle neolitiche che in qualche modo caratterizza ancora la storia.
Qui è interessante osservarne un’altra che nel periodo che stiamo osservando si può dire abbia trovato la sua forma compiuta di maturazione e che anche di recente è assurta agli onori del dibattito pubblico, a ennesima dimostrazione del procedere coerente del processo di globalizzazione dell’ultimo secolo e mezzo.
Ci riferiamo al dualismo fra nazionalismo e internazionalismo, che proprio nel lunghissimo XIX secolo celebrò la sua epifania trovandovi, questi due termini, la loro sistematizzazione formale, sia dal punto di vista sociale che politico.
La formazione degli stati nazionali è antecedente al periodo che stiamo osservando, ma l’idea e la pratica diffusa del nazionalismo maturano i suoi esiti solo nel corso del XIX secolo, culminando nella pandemia di stati nazionali che fiorisce in Europa dopo la Grande Guerra per motivi che andremo a esplorare sommariamente più avanti.
Quanto all’internazionalismo, la sua sanzione storica arriva con l’analisi marxista, che non a caso origina la Prima Internazionale, alla quale nel tempo succederanno le altre – ennesima dimostrazione di continuità del lunghissimo XIX secolo – quale risposta all’internazionalismo capitalista generato dalla rivoluzione borghese. In sostanza – questo è il pensiero di fondo – per contrastare la globalizzazione borghese, che Marx fa coincidere con l’avvento del capitalismo, serve la globalizzazione comunista condotta dal proletariato.
Ovviamente l’economia-mondo, per ricordare la terminologia usata da Fernand Braudel, fra l’altro, nella sua celebre analisi sugli scambi nel Mediterraneo nel XV-XVI secolo, esisteva anche da molto prima. Tuttavia l’analisi marxista rimane peculiare perché originò per pura contrapposizione la teorizzazione dell’internazionalismo comunista.
Questa coppia dialettica, squisitamente hegeliana, è la stessa che ritroveremo nelle due globalizzazioni concorrenti seguite al secondo conflitto mondiale: l’internazionale capitalista e quella comunista in lotta per l’egemonia, dopo essersi alleate nel corso della seconda guerra globale per sconfiggere i vari fascismi, che incarnavano, fra le tante altre cose, il principio nazionalista, pure se declinandolo in chiave imperiale.
Ancora una volta si osserva il legame che tiene avvinto il lunghissimo XIX secolo. E si osserva come questi due principi – nazionalismo e internazionalismo – abbiano duellato fino ad oggi per imporre un ordine nel mondo.
Bastano giusto un paio di esempi. Ancor prima che terminasse la Grande Guerra, il presidente americano Wilson diffuse i celebri quattordici punti all’interno dei quali era contenuto il principio dell’autodeterminazione in chiave nazionalista che doveva caratterizzare la geografia del mondo, e quindi innanzitutto dell’Europa, una volta che il conflitto si fosse concluso.
Il dissolvimento degli imperi seguito alla guerra – quello tedesco, quello russo, quello ottomano e quello austriaco – fornì spazio geografico vitale a numerose rivendicazioni nazionalistiche che i vincitori della guerra provarono a definire nel Trattato di Versailles col proposito, neanche troppo celato, di creare un cordone sanitario attorno ai bolscevichi russi che intanto sognavano – e con qualche fondamento di probabile riuscita – di internazionalizzare la loro rivoluzione. Anche qui vediamo il principio nazionalista usato come antagonista di un internazionalismo.
Notiamo una cosa: la crisi dell’internazionalismo, simboleggiata dalla fine della Seconda Internazionale che si consuma fra il 1914 e il 1916, dopo l’adesione di molti partiti socialisti alla guerra indetta dai loro governi, coincide con l’avvento programmatico del nazionalismo wilsoniano, cui fa da controcanto, un anno dopo la fine della guerra, la nascita della Terza Internazionale bolscevica. Il conflitto, come si vede, non è mai cessato.
Intanto però la visione wilsoniana conduceva al disastro degli anni ‘20-‘30, quando il principio nazionalista, portato all’esasperazione, alimentava le rivoluzioni fasciste grazie a mitologie imperiali allestite alla bisogna a scopi propagandistici, a celare evidenti necessità geo economiche e politiche.
Al tempo stesso si sgretolava l’internazionalismo capitalista, che malgrado i numerosi tentativi di ripristino dell’ordine prebellico, culminata con il ritorno al Gold Standard della sterlina alla parità ante-guerra del 1925, veniva piegata dalla crisi del ‘29. Il sistema monetario aureo internazionale, base dell’internazionale capitalista, iniziò a decomporsi a partire dal 1931, quando Londra abbandonò il Gold Standard. La proliferazione di dazi e barriere fece il resto, riducendo al lumicino il commercio internazionale.
L’internazionalismo comunista non ebbe maggior fortuna. Esaurita la spinta propulsiva dei primi anni Venti, quando sembrò che la rivoluzione comunista potesse attraversare le frontiere dell’Europa Occidentale arrivando in Germania, il movimento fu indebolito dalla gestione sovietica della Terza internazionale.
I due internazionalismi toccarono, negli anni ‘30, il loro momento più basso, proprio mentre le ideologie nazionaliste cambiavano il panorama politico mondiale, proponendo un paradossale transnazionalismo su base etnico che ricordava lo schema imperiale.
In generale si tende ad associare la deriva nazionalista ai vari fascismi. Ma quanto agli effetti globali, il nazionalismo più rilevante fu quello statunitense. Gli Usa fecero una chiara scelta di campo facendo mancare il proprio sostegno all’ennesimo tentativo di ricucire la trama delle relazioni internazionali, adottando una politica prettamente nazionalista e mercantilista in campo economico.
Si pensi al celebre messaggio di Roosevelt alla conferenza di Londra del 1933, convocata proprio per provare a ristabilire un sistema internazionale di relazioni economiche dopo la traumatica uscita della sterlina dal Gold standard del ‘31, nel quale il presidente americano da poco insediato, lasciava capire senza mezzi termine che la sua priorità non era ristabilire il commercio internazionale, ma il prezzo dei prodotti agricoli statunitensi.
La Conferenza di Londra fallì per il rifiuto americano di approvarne le conclusioni. Da lì a poco sarebbe stato svalutato il dollaro rispetto all’oro. Ciò diede il via alla politica mercantilista statunitense della quale la capacità di attrarre oro dall’estero fu uno dei punti salienti, oltre ai dazi e alla protezione sociale interna. Il liberalismo finì negli Usa – ammesso che mai vi abbia allignato – molto prima che in Europa.
Se leggiamo il secondo conflitto globale con la lente dell’opposizione fra questi due principi politici, ci accorgiamo che a uscirne vincitore fu senza dubbio l’internazionalismo, nella forma comunista dell’Unione Sovietica e capitalista degli Stati Uniti che infatti nello spazio di pochi anni intrapresero il Piano Marshall.
Di quest’ultimo si ricorda che fece arrivare ingenti risorse economiche, meno che spinse l’Europa a consorziarsi: l’attuale Ocse nasce come organismo per la gestione delle risorse americane e l’Unione dei pagamenti fondata all’interno dell’Europa nei primi anni ‘50 contiene in nuce i principi che più tardi confluiranno nella Comunità economica europea.
Ma tale tendenza – lo sviluppo di organismi internazionali – era già presente prima che la guerra si concludesse, quando a Bretton Wood si decise la fondazione della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Quindi arrivò l‘Onu, erede delle Società delle nazioni, ma con una profonda differenza. Mentre gli Usa fecero mancare la propria adesione a quest’ultima, rendendola politicamente ininfluente, nell’Onu l’America gioca un ruolo di primo piano, di fatto controllandola.
In sostanza nel secondo dopoguerra si afferma un internazionalismo egemonizzato da una nazione simile a quello del predominio inglese della seconda metà del XIX secolo, ma molto diverso perché all’epoca la Gran Bretagna doveva confrontarsi con altre potenze emerse – la Francia o la Russia – ed emergenti: la Germania e gli stessi Usa. Gli Usa invece nel campo occidentale (e nel Giappone) non avevano né hanno rivali, ma solo clienti.
La formula politica del secondo dopoguerra culminata nell’invenzione dell’Occidente contro l’Oriente comunista, trova la sua espressione economica nel dollaro, che è la moneta nazionale degli Usa e insieme la valuta che denomina gli scambi internazionali. Una delle coordinate della nostra attuale globalizzazione.
Se guardiamo alla nostra coppia dialettica nel periodo lungo, possiamo osservare che l’internazionalismo, nella sua forma capitalista e comunista almeno fino al crollo del muro di Berlino, è l’erede di quella che Hobsbawm chiamava la doppia rivoluzione: quella inglese, borghese, industriale e capitalista, e quella francese, radicale e democratica. Non è certo un caso che la Seconda Internazionale venga fondata nel 1889, a cent’anni dalla presa della Bastiglia.
Nel secondo dopoguerra questi due spinte politiche, figlie del secolo XIX, hanno combattuto la loro guerra per l’egemonia: lo spirito borghese capitalista a Occidente e quello sanculotto-bolscevico a Oriente, pure se con ampie aderenze anche in Europa.
Se guardiamo in un orizzonte ancora più lungo, l’opposizione dei due principi nazionalismo/internazionalismo – che ancora non smettono di confliggere – è lo specchio rovesciato di quella che abbiamo ricordato fra stanziali e nomadi. Gli internazionalisti sono i nomadi della modernità, quindi tendenzialmente apolidi e nemici delle frontiere, migranti per vocazione – vocazione peraltro che proprio nel periodo che stiamo osservando matura le sue connotazioni socio-economiche – e competitori degli stanziali che rivendicano il diritto alla loro piccola patria, identificata da sangue, lingua e cultura, protetta da mura contro lo straniero, ossia i nomadi. Gli stanziali incarnano il principio nazionale uscito vittorioso dalla Grande Guerra e grande sconfitto – ma non per questo rassegnato – nella seconda, quando la globalizzazione lentamente torna ad accelerare le connessioni globali, pure se sotto l’egida di una nazione egemone che si “internazionalizza”.
Appartiene ai paradossi di cui si nutre la storia che l’affermazione dell’internazionalismo coincida con il trionfo della stanzialità neolitica rappresentata dall’emergere delle megalopoli che ormai ricordano le prime città stato. La massima stanzialità associata alla massima mobilità che ha già coniato la sua sintesi linguistica nel concetto di glocalizzazione, con la rivoluzione tecnologica e delle comunicazione a fare da collante. Ma si tratta solo di un gioco di parole. Entrambe queste pulsioni sono profondamente presenti nelle società e nello spirito dell’uomo e non sarà certo il vocabolario a risolverle. Servirà altro. Ma non sappiamo cosa.
Questo post fa parte del saggio La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo, in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa.
La questione energetica cinese. Gli investimenti esteri
Poiché l’appetito energetico cinese chiede di essere soddisfatto, e abbiamo visto come sia composito e quantitativamente rilevante, non bisogna stupirsi se nel tempo ciò abbia determinato un notevole attivismo delle imprese cinesi all’estero. Mettere in sicurezza le forniture energetiche non è uno scherzo: servono grandi capitali, buone relazioni e una sostanziale spregiudicatezza. E questa è stata la principale preoccupazione delle imprese cinesi che operano nel settore, almeno nell’ultimo decennio.
Già dal 2004, quando vale a dire la fame emergetica del paese iniziava a emergere, la National Development and Reform Commission (NDRC) cinese si era messa all’opera alla ricerca di opportunità di investimento. I frutti si videro negli anni successivi.
Fra il 2005 e il 2013 circa la metà degli investimenti diretti cinesi all’estero andarono al settore energetico. Dopo, questa quota è scesa a circa il 20%, collocandosi tuttavia a un livello medio compreso fra i 20 e i 40 miliardi di dollari l’anno nell’ultimo decennio. Per l’intero periodo compreso fra il 2005 e il 2019 si calcola che il settore energetico abbia assorbito circa 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi all’estero, costituendo una ragnatela di interessi diffusa in tutto il globo.
Come si può osservare, il grosso di questi investimenti si concentra in Asia, con circa il 30%, un Europa, Russia compresa, per un altro 20% e l’America Latina, di poco sotto il 20%. L’Africa quota circa un 8%, anche se è probabile che molti degli investimenti sfuggano ai radar degli osservatori, mentre fra i singoli paesi spiccano il Brasile e il Canada, destinatari dell’11%.
Quanto alla commodity, buona parte dell’attenzione cinese negli anni recenti si è concentrata sul petrolio, che abbiamo visto serve soprattutto per i trasporti. Ma molte risorse sono state dedicate al carbone, che rimane ancora la principale risorsa energetica cinese, e al gas, che è quella “emergente”.
Negli anni più recenti l’attenzione si è concentrata sulle rinnovabili. Con un occhio anche agli aspetti più commerciali. Magari si investe su un impianto eolico all’estero, ma si ha cura di installare turbine prodotte in Cina.
La parte del leone, in queste scorribande all’estero, l’ha fatta la China National Petroleum Corporation (CNPC), che si calcola abbia investito oltre 70 miliardi di dollari. seguita dalla China Petroleum & Chemical Corporation (Sinopec) con 60 miliardi e dalla China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) con 40 miliardi. Anche la China Investment Corporation (CIC), che non opera nel settore energetico ma è una importante compagnia di investimento statale, ha messo sul piatto altri 30 miliardi. Altri 20 a testa, infine, sono stati investiti dalle compagnia statali che gestiscono reti: la State Grid e la China Three Gorges Corporation (CTG).
L’impegno energetico cinese all’estero non si esaurisce con la voce degli investimenti diretti. Le compagnie cinesi partecipano a numerosi progetti di sviluppo nei paesi emergenti, soprattutto in Asia e in Africa. Fra le altre cose, la Cina offre prestiti ai paesi intenzionati a investire in questo settore. Ad esempio per la costruzione di infrastrutture, come è successo per gli oleodotti e i gasdotti che la collegano con la Russia.
Alcuni di questi progetti, si calcola circa un 10%, finiscono impantanati o conducono a nulla. Ma il resto è più che sufficiente per irrobustire le catene di fornitura cinese. E non solo quelle. La fame cinese di energia sembra destinata a cambiare la rete dei collegamenti nella grande massa euroasiatica e africana, oltre che le relazioni fra i vari paesi che la compongono e che hanno a che fare con l’energia.
Schematizzando, possiamo rappresentare la Cina e l’Europa come i due grandi motori che alimentano l’economia dell’Eurasia, che trovano nella sua parte centrale il suo carburante. Questi due motori sono naturalmente concorrenti – vanno in direzioni diverse – e anche molto diversi fra loro. Ma per chi vende il carburante questo non è un problema. Anzi, forse è la migliore delle opportunità.
(6/fine)
Puntata precedente. La fuga nel gas
Arriva il rimbalzo del mattone “morto”
I dati diffusi da Istat sull’andamento del mercato immobiliare, che fotografano la crescita degli indici dei prezzi del mattone, sia per gli immobili nuovi che usati, nell’ultimo trimestre del 2020 hanno sorpreso molti osservatori, considerando che il rimbalzo dei prezzi arriva nel periodo economico peggiore dell’ultimo decennio, ossia da quando inizia la serie IPAB.
Il grafico sopra dovrebbe bastare a spegnere certi entusiasmi. Ma prima di approfondire, è opportuno riportare per sommicapi le ultime cifre.
La tabella sopra offre un rapido riepilogo. Ciò che possiamo dedurne è che per le abitazioni esistenti il guadagno complessivo dell’anno scorso non è bastato a recuperare il livello del 2015. Le abitazioni nuove hanno recuperato circa il 5%, pure se nell’ultimo trimestre 2020 hanno visto un lieve calo.
Se il dato aggregato viene scorporato in realtà minori, le informazioni diventano ancora più interessanti. A Milano i prezzi crescono per il quinto anno consecutivo, dopo che nel 2020 i prezzi sono aumentati del 12,1%, grazie in buona parte alle abitazioni nuove, e soprattutto per la prima volta dal 2010, i prezzi sono tornati sopra il livello di quell’anno, segnando una crescita del 35% dal 2015.
A Roma invece, malgrado la crescita dello 0,8% dei prezzi annuali nel 2020 dopo tre anni di cali, i prezzi stanno ancora il 27,5% sotto il livello del 2010 – quasi il 30% in meno per le abitazioni esistenti – e l’indice a fine 2020 non ha ancora neanche recuperato il livello del 2015.
Le differenze territoriali vanno analizzate in relazione agli andamenti dei volumi di compravendita che, come nota Istat, sono in crescita dell’8,8% nel trimestre considerato. Il dato è estratto dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate, e vale la pena dare un’occhiata per capire meglio.
Il primo elemento da notare è l’aumento dello sconto medio sul prezzo richiesto dal venditore, passato dal 10,9% all’11,3, con tempi di vendita stabili a sette mesi e mezzo. Esiste ancora una fetta ampia di mercato dove domanda e offerta non si incontrano, visto che i divari di prezzo sono la causa principale della cessazione degli incarichi, con offerte ritenute troppo basse per il 54,3% dei venditori o prezzi troppo alti per il 50,5% dei compratori.
Il secondo dato è quel +8,8% di compravendite nel quarto trimestre che, se scorporato, offre molti informazioni utili. La prima è che le vendite aumentano in gran parte nei comuni minori (+11,8%) e assai meno nei capoluoghi (+2,9%). La seconda è che l’aumento trimestrale non è bastato a compensare il calo annuale, che rimane del 7,7% rispetto al 2019.
Dal grafico si osserva che il mini rimbalzo trimestrale ha riportato il numero di compravendite al livello del 2018, da dove aveva iniziato la sua discesa poi divenuta un crollo a causa della pandemia.
Quanto alla geografia, vale la pena fare un approfondimento su Roma. Qui – sempre nel quarto trimestre – le compravendite sono aumentate del 7,9% rispetto al IVQ 2019 a fronte di un calo trimestrale dei prezzi dell’1,1% rispetto al trimestre precedente, seguito a un ulteriore calo del 2,5% nel terzo trimestre – quando le compravendite risultavano in calo del 9,6% rispetto al IIIQ 2019 – rispetto al secondo.
Ciò dà l’idea di un mercato ancora notevolmente sensibile ai prezzi, che evidentemente vengono ancora percepiti come elevati. Peraltro i compratori manifestano esigenze diverse rispetto al solito. Tutte le classi dimensionali degli appartamenti sono in crescita, a Roma, ma meno quelle più piccole.
Se ripetiamo l’analisi per Milano, otteniamo un risultato rovesciato. L’aumento dei prezzi ha affossato le compravendite, che nel quarto trimestre 2020 sono diminuite dell’8,9% rispetto al IVQ 2019 e nel terzo addirittura del 15,5%, e su tutti i tagli di appartamento.
Semplificando, potremmo dire che la discesa dei prezzi, com’è logico che sia, ha favorito l’aumento delle compravendite a Roma, ma le ha scoraggiate a Milano. In entrambi i casi gli squilibri sembrano parecchio precari. Chi scommette sul mattone farebbe bene a ricordarselo.
Cartolina. Basta che c’è la salute
Solo chi ignora l’andamento senescente delle nostre società si stupirà osservando la crescita del potere sui mercati delle multinazionali farmaceutiche, oggi agli onori delle cronache – e dei profitti – per i vaccini, ma da tempo incardinate nei gangli più redditizi del sistema economico in virtù della promessa che incorporano nei loro prodotti, che non ha e non può avere rivali: quella della salute. Per una società che invecchia non c’è nulla di più importante, della salute. E lo sanno bene i governi che hanno visto aumentare di decennio in decennio la propria spesa sanitaria insieme a quella pensionistica. Tutto ciò ha trasformato le aziende farmaceutiche in grandiosi entità, sempre più concentrate, redditizie e potenti, e quindi sempre più capaci di imporre le proprie logiche di funzionamento sui mercati. Anche qui nessuno stupore. Ogni ossessione genera una tirannia. Quella della salute eterna non fa eccezione.
Il Secolo asiatico. L’internazionalismo monetario cinese
Rimarrà probabilmente confinata fra le righe dell’informazione di settore la notizia che la banca centrale cinese, insieme a quella degli Emirati Arabi Uniti, si sono uniti a un progetto guidato dal Bis innovation hub, ossia la struttura che si propone di alimentare la collaborazione e il dialogo all’interno della comunità dei banchieri centrali sulle tematiche legate all’innovazione tecnologica e, in generale il fintech.
Il progetto in questione si chiama Multiple CBDC (m-CBDC) Bridge, ed è focalizzato sullo sviluppo dei pagamenti transfrontalieri – una delle tematiche core dei prossimi anni – ed è stato sviluppato, oltre che dalla Bis, anche dalla Hong Kong Monetary Authority e dalla Banca centrale tailandese.
In dettaglio, il progetto si propone di sviluppare una tecnologia basata su registro distribuito (DLT, distributed ledger technology) proprio per facilitare i pagamenti transfrontalieri in tempo reale e in valuta.
L’adesione del Digital Currency Institute (DCI), controllato dalla People’s Bank of China (PBC), e della Central Bank of the United Arab Emirates (CBUAE) dà al progetto un’interessante connotazione internazionale, per la semplice ragione che l’Asia si conferma grande protagonista nonché avanguardia dell’innovazione monetaria. Non soltanto relativamente alle politiche, ma anche per quel che concerne la forma che avranno in futuro il sistema dei pagamenti e, soprattutto, la moneta. La Cina, non a caso, è il paese che più degli altri ha portato avanti lo sviluppo e la sperimentazione di una central bank digital currency (CBDC).
Interessante anche osservare che tale innovazione, almeno per il momento, avvenga nell’orbita dell’internazionale dei banchieri centrali, all’interno della quale anche la Cina inizia a fare capolino.
E’ presto per dire se questo sia una mossa tattica o strategica. Di sicuro l’internazionalismo monetario cinese, già agli onori della cronaca dopo l’inserimento dello yuan nel basket che compone i diritti speciali di prelievo del Fmi (SDR) fa un altro piccolo passo in avanti. Non è certo la convertibilità che tutti si aspettano prima o poi arrivi. Ma un’apertura di credito sicuramente sì.
(6/segue)
Puntata precedente. L’economia (s)governata
I mercati nella morsa dei governi e delle multinazionali
Un interessante studio pubblicato dal Fmi, dedicato alla notevole crescita del potere sui mercati delle grandi multinazionali, offri molti spunti di riflessione a chi voglia comprendere come funzioni oggi l’economia internazionale, dove coabitano, più o meno pacificamente, organizzazioni sempre più mastodontiche e burocratizzate: le corporation, appunto, ma anche i governi.
Queste due entità sono come i grandi vasi di ferro in mezzo ai quali si trovano i vasi di coccio dei mercati, che giocoforza finiscono con l’essere definiti dal loro combinato disposto, e che perciò fanno somigliare a nostalgiche rievocazioni le discussioni sui mercati liberi. Questi ultimi, per dirla brevemente, lo sono nella misura in cui viene loro consentito. E poiché l’invadenza di governi e grandi imprese aumenta di anno in anno, ne deriva che tale libertà diminuisca proporzionalmente.
Lo studio del Fmi ci consente di osservare i progressi fatti dalle multinazionali nell’ultimo quarantennio, ossia da quando il “market power” di queste entità ha iniziato a crescere.
La prima evidenza di questo aumento di potere sui mercati dal parte delle aziende è visibile nel grafico in altro a sinistra, che misura l’andamento del mark up dal 1980, in crescita di circa il 30%.
Il mark up misura il rapporto fra i prezzi e il costo marginale di produzione, quindi può essere utilizzato indirettamente per valutare il livello di concorrenza. Nel senso che un mark up crescente implica una concorrenza decrescente, e viceversa.
Un mark up crescente implica inoltre che le imprese abbiano accresciuto la propria quota di profitti. E gli altri grafici ci consentono di osservare che questa tendenza si è sviluppata in larghissima parte nelle economie avanzate, dove i mark up sono cresciuti di oltre il 35%, a fronte di un aumento del 30% delle concentrazioni industriali (grafico in basso a sinistra). Ciò ha determinato un aumento della profittabilità, intesa come rapporto fra i dividendi e le vendite, del 40% (grafico in basso a destra). Nelle economie emergenti, al contrario, il market power delle imprese è rimasto costante. Forse perché più elevato è il potere dei governi.
Un’altra osservazione interessante è che gli andamenti dei mark up sono stati omogenei fra Europa Stati Uniti/Canada, ma molto minori per l’Asia, e che si sono osservate notevoli differenze fra i diversi settori industriali.
La maggior crescita dei profitti si è osservata nei settori health care e tecnologia. Nulla di cui stupirsi, considerando che siamo società che invecchiano col cellulare in mano. Nulla di strano che questi settori siano il triplo più remunerativi di quelli che producono beni di consumo.
Da questo derivano diversi vantaggi che conferiscono notevole potere di mercato a queste aziende, che facilmente assumono posizioni dominanti. “Man mano che le aziende ad alto margine di profitto diventano più grandi – scrive il Fmi -, consolidano la loro posizione di leader del settore e la concentrazione del mercato aumenta”. Non va troppo lontano dal vero chi paragona, ad esempio, le attuali Big Tech agli oligopolisti del mercato statunitense di un secolo fa.
Anche il caso delle industrie farmaceutiche, che vivono in gran parte sul binomio innovazione&brevetti, è molto interessante da osservare.
Dal 1995 il mark up è cresciuto del 40%, la concentrazione dell’80 – con le prime quatto corporation della top 20 delle lista che hanno visto crescere le proprie vendite dal 50 al 90% – e una profittabilità che è raddoppiata.
In sostanza, questa industria risulta essere molto più remunerativa e concentrata di quella hi tech. Un segno dei tempi, sicuramente. Ma anche una conseguenza delle normative sulla proprietà intellettuale che il Fmi ipotizza contribuiscano notevolmente alle fortune del farmaceutico, rimandando però a ulteriori approfondimenti.
Aldilà dei casi specifici, tuttavia, quel che risulta evidente è che “un piccolo gruppo di aziende ad alto margine di profitto ha un potere di mercato sempre più radicato”. La diseguaglianza, insomma, non vale solo per le persone, ma anche per le corporation. “Le aziende al decile più alto della distribuzione del mark up hanno più che raddoppiato i loro mark up, mentre le aziende nella metà inferiore della distribuzione hanno aumentato il loro solo del 5%”.
La diseguaglianza di profittabilità spiega bene perché (grafico a destra) sia aumentata la probabilità per le imprese al top della distribuzione di rimanerci.
L’avvento della pandemia sembra fatta apposta per confermare e rafforzare questi trend. La crisi, infatti, ha colpito più duramente le realtà medio e piccole, trovando assai più attrezzate quelle grandi.
E questo ci conduce alla parte finale dell’analisi. Entità quantitativamente rilevanti non sempre favoriscono la qualità degli affari. La rendita di posizione spesso tende ad erodere la dinamicità. L’analisi svolta dal Fmi, basata su 28 economie a partire dal nuovo secolo mostra che il numero di nuove imprese tende a declinare, insieme al tasso di crescita e al contributo delle nuove imprese al prodotto.
Non finisce qui. Altri studi hanno osservato un “potere significativo e crescente dei grandi datori di lavoro nei mercati del lavoro locali”. Questo significa in sostanza che le grandi imprese sembra paghino di più i lavoratori rispetto alle altre, ma in realtà risulta che paghino meno se si raffrontano i livelli di produttività.
Da qui l’invito alle autorità a sviluppare policy capaci di equilibrare queste tendenze, specie in presenza di quelle grandi piattaforme on line, che ormai da un ventennio hanno cambiato l’economia internazionale e che sono una perfetta epitome di queste problematiche.
In sostanza i governi dovrebbero essere in grado, coordinandosi a livello internazionale visto che queste entità sono globalizzate, di trovare contromisure per evitare che il potere di mercato di queste entità cresca a tal punto da sopprimere il mercato stesso. Perché se non riescono non si troveranno più di fronte delle semplici multinazionali, ma qualcosa di molto più invadente. Chiamarli vice-stati forse è troppo. Ma rende l’idea.
In ogni caso, sia che cresca il potere delle multinazionali, sia che, per limitarlo, cresca quello dei governi, per il mercato gli spazi sembrano destinati a ridursi. Molti ne saranno felici. Ma forse si sbagliano.
(1/segue)
La tosatura degli azionisti fa bene alle banche
Poiché viviamo tempi straordinari, nulla più dell’ordinario diventa meritevole di attenzione. Sicché risulta molto utile leggere un bollettino pubblicato di recente dalla Bis di Basilea che assevera col crisma dell’osservazione scientifica quello che a naso poteva già suggerirci il buon senso. Che, vale a dire, bloccare i dividendi per gli azionisti delle banche, pure se nuoce alle quotazioni di borsa, fa bene alla capitalizzazione degli istituti e quindi li rafforza nel momento in cui serve garantire ampie capacità di prestito.
Conclusione che ha il merito di accordarsi con lo spirito del tempo, che ha chiaramente in odio ogni forma di rendita finanziaria e quindi non ci vede nulla di male a far seguire alla tosatura dei risparmiatori – il calo dei tassi di interesse è un altro esempio – quella degli azionisti che tanto, questo deve essere il pensiero, sono ricchi abbastanza da poter sopportare di restare senza dividendi per un anno o due. Pensiero magari giusto, ma squisitamente non detto, come si conviene al nostro tempo che evita di parlare di ciò che non si può dire.
Ricorderete che dopo l’esplosione della crisi finanziaria determinata dalla pandemia i policymaker si trovarono obbligati a intraprendere azioni capaci, da un lato, di garantire la stabilità finanziaria – si pensi all’azione di allentamento monetario deciso dalle banche centrali – dall’altro di favorire l’erogazione di credito bancario, visto che molte aziende, private dei flussi di cassa a causa dei lockdown, erano rimaste a secco.
In questa temperie, in alcune giurisdizioni, maturò la decisione di mettere un freno ai dividendi bancari, anche perché il calo delle quotazioni, determinato dal crollo delle borse, poteva indurre le banche a “pompare” dividendi per compensare i guadagni di breve termine degli azionisti.
Ciò però ha effetti negativi sulla base patrimoniale degli istituti, aumentandone la rischiosità a danno degli obbligazionisti e dei depositanti, oltre a ridurre “il capitale disponibile a sostegno del prestito, con implicazioni negative per l’economia”. Ciò non vuol dire che questa politica di contenimento dei dividendi abbia solo effetti positivi. Ad esempio può “scoraggiare gli sforzi futuri per raccogliere capitale”.
Gli esiti osservati dalla Bis sono coerenti con queste premesse teoriche. I prezzi delle azioni bancarie soggette a restrizioni sui dividendi sono diminuiti, ma non i credit default swap, a dimostrazione che il mercato non ha prezzato alcun rischio per la stabilità finanziaria di questi istituti. Al tempo stesso la capitalizzazione bancaria è cresciuta, favorendo la stabilità finanziaria e insieme la politica di prestiti.
Questo effetto si è ottenuto diminuendo del 57% l’ammontare di dividendi erogati nel 2020 rispetto al 2019, con il massimo del declino concentrato in Europa. Per le grandi banche, i dividendi sono stati quasi azzerati. Nei mercati emergenti, i dividendi sono diminuiti più moderatamente. In Cina, ad esempio, sono scesi del 26%. Negli Usa invece le banche hanno pagato dividendi per lo più tramite buyback, ma non hanno superato il 25% del valore del 2019.
Quanto ai ribassi azionari provocati dall’annuncio della sospensione dei dividendi, in Europa e in UK in media i prezzi sono diminuiti del 10% dopo gli annunci della Bce e della BoE. Altre giurisdizioni, dove tale annuncio non era stato fatto ma dove veniva ritenuto probabile, hanno visto diminuire comunque le azioni del 3%.
Gli effetti sulla capitalizzazione sono riepilogati dal grafico sotto.
Detta semplicemente, un incremento di capitale del 2% ha prodotto un aumento di prestiti del 6,7, avvalorando la congettura che un blocco completo dei dividendi avrebbe consentito di aumentare la capacità di prestito fra il 2 e il 16%. Il blocco completo non c’è stato. Ma che prima o poi arriverà, quando sarà necessario, molti sono pronti a giurarci.


















