Categoria: Annali

Cronicario: La divisione della moltiplicazione del dividendo

Proverbio del 17 febbraio Una gioia copre cento dolori

Numero del giorno: 3.489.000.000 Spesa per il reddito di cittadinanza nel 2019

Siccome è lunedì, non ci vedo nulla di male a concedermi un po’ d’invidia sociale notando come in barba ad ogni pil stitico, le borse regalano sempre grandi soddisfazioni ai borsaioli.

Costoro, ormai una legione sparsa per il globo e con probabili interessi cosmici, hanno staccato 1.430 miliardi di dividendi, ci fa sapere il solito specialista in materia, con una crescita del 3,5% rispetto al 2018. La qualcosa è degna di nota se si considera che nell’ultimo decennio le borse mondiali hanno garantito ai borseggiatori dividendi per 11.400 miliardi, con una crescita del 97% e un tasso medio del 7%  annuo.

La moltiplicazione del dividendo, che per miracolosità ricorda quella celeberrima del pane e dei pesci stante l’andamento stracco della crescita globale, diventa ancora più stupefacente se guardiamo al mercato italiano, che l’anno scorso insieme all’Olanda è stato al top della divisione di dividendi con un tasso di crescita del 6%.

La moltiplicazione delle divisioni dei dividendi in Italia, dove i tassi di crescita dell’economia sono quelli che sono

non è l’ennesima dimostrazione della separazione dell’economia finanziaria da quella reale. Ci dice solo una cosa sulla quale non è lecito avere dubbi: l’invidia sociale è fondata.

A domani.

Il declino demografico non risparmia neanche gli Usa

Trattandosi di fenomeno questo sì secolare, non dovremmo stupirci nel constatare che non solo la periferia dell’impero ma anche l’impero stesso sia alle prese con un notevole declino demografico. Pur se con modalità sue e andamenti più o meno erratici, la demografia statunitense replica l’andazzo di quelle degli altri paesi avanzati: sempre meno bambini e sempre più anziani, con la conseguenza dell’invecchiamento della popolazione che genera noti problemi di sostenibilità dell’intera costruzione sociale inaugurata nel secondo dopoguerra. Per la semplice ragione che era pensata per una società dove i vecchi erano una minoranza relativa, non una maggioranza.

Negli Usa, a differenza di quanto accade in Italia, dove siamo in piena decrescita demografica, la popolazione continua ancora a crescere, ma a un tasso sempre più lento. I dati del Census mostrano che nel 2019 la popolazione è cresciuta solo dello 0,5%, intendendo questo saldo positivo come la differenza fra nascite e morti ed escludendo l’effetto dell’immigrazione. Si tratta di un livello che gli osservatori stimano fra i più bassi della storia americana, in calo sin dall’ultimo picco raggiunto fra il 2014 e il 2015, quando l’incremento naturale arrivò allo 0,73 per cento.

In valore assoluto la popolazione è cresciuta di meno di un milione di persone, superando di poco i 328 milioni. “Per la prima volta in decenni”, scrive la Fed, si è osservato in incremento così risicato. Anche l’afflusso netto di immigrati ha raggiunto un picco – al ribasso – storico, con meno 600 mila ingressi.

Ancora più interessante osservare che il punto più basso nella crescita della popolazione si è toccato dopo il “terzo anno consecutivo di decelerazione significativa”, come osserva la Fed. O, per dirla con le parole del Census, “la crescita tra il 2018 e il 2019 prosegue un rallentamento pluriennale”. La cura Trump, insomma, non è servita a rinvigorire la natalità americana, malgrado i soliti e comuni richiami all’importanza della famiglia che risuonano vuoti come le culle. Il Sud Usa, al contrario del nostro, ha avuto un risultato migliore della media (+0,8 per cento), mentre il Nord-Est, per la prima volta negli ultimi dieci anni, ha visto la popolazione diminuire, per lo più a causa della forte migrazione domestica. Ben dieci stati hanno perso popolazione, fra i quali spicca il West Virginia con lo 0,7 per cento in meno.

Fosse solo questo potremmo pure chiuderla qui. Ma come sanno tutti coloro che si interessano di cose economiche, un calo della popolazione genera effetti di lungo periodo che sono assai peggiori di quelli – tutt’al più malinconici – del breve. Innanzitutto perché diminuisce la forza lavoro potenziale, e quindi scèma anche la domanda di investimenti che impatta sui tassi di interessi. La teoria della stagnazione secolare, a bene vedere, trova nel motivo demografico uno degli assi portanti della sua speculazione teorica.

Per comprendere quanto sia rilevante questo andamento, nella storia americana, valga un’ultima considerazione. Soltanto nel 1918, nel 1930 e nel 1940, quindi durante le due guerre mondiali e nel pieno della Grande Depressione, si sono visti andamenti così sfavorevoli. Dal che gli economisti della Fed deducono che la crescita della popolazione del 2019 sia stata “la più bassa in tempo di pace, sin dal 1941”. Ma forse la conclusione non proprio calzante. Non c’è più la guerra, ma forse è altresì vero che non siamo affatto in tempo di pace. Stiamo combattendo un’altro tipo di guerra. Quella provocata dal benessere.

Cronicario. E reddito (di cittadinanza) e lavoro vissero felici e contenti

Proverbio del 14 febbraio Come è l’insegnante, così è l’allievo

Numero del giorno: 461.700.000.000 Tasse pagate in Italia nel 2019

Poiché oggi oltre ad essere venerdì – giorno preferito del Cronicario – è pure la festa degli innamorati, ho deciso di raccontarvi di una coppia di fatto (che dovrebbe essere anche di diritto), ma che nella realtà spesso è una coppia che scoppia: ossia il reddito e il lavoro.

Cominciamo dalla fine, visto che è lieta. L’Anpal, che sarebbe l’agenzia nazionale politiche attive, ha annunciato di aver accasato – nel senso di trovato un impiego – a quasi 40.000 mila redditieri di cittadinanza.

Questo risultato è figlio della convocazione di 529.290 redditieri, sui 908.198 che dovrebbero essere. Di questi 500 mila e rotti se ne sono presentati all’appuntamento 396.297 (gli altri erano impegnati) e 262.738 hanno firmato un “patto di servizio”. Gli altri centomila no, a quanto pare.

Ma non stiamo a spaccare il capello. La bella storia è per quarantamila cittadini il reddito e il lavoro si sono accoppiati, e adesso vivranno per sempre felici e contenti.

Perché fosse necessario avere un reddito per trovare un lavoro e non il contrario rimane misterioso. Ma al cuore non si comanda.

Buona festa e buon week end.

Cartolina: L’assicurazione americana

Per spiegare perché gli Stati Uniti, dal dopoguerra ai giorni nostri, abbiamo sempre spuntato un guadagno dagli scambi globali di denaro intervenuti nel frattempo, alcuni economisti hanno coniato una bellissima metafora: gli americani lavorano “come assicuratori globali”. Quando i tempi sono buoni guadagnano dall’estero, quando i tempi sono cattivi trasferiscono risorse all’estero. I guadagni di prima compensano le perdite di poi, e comunque gli Usa rimangono eccedentari. Tanto è vero che gli ampi deficit correnti americani generano surplus sulla partita dei redditi. L’assicurazione americana protegge dal rischio, nel tempo. E non solo da quello finanziario.

Cronicario: E (non) rimbalzare m’è dolce in questo mare

Proverbio del 13 febbraio Ci vuole tutta una vita per capire non non serve capire tutto

Numero del giorno: 70.100.000.000 Giro d’affari settore moda in Italia

Rileggo commosso le dichiarazioni del neoministro Mammamia, che non a caso non rima con Economia, mentre dice con grande sprezzo del ridicolo che “a gennaio la produzione industriale e il Pil dovrebbero salire. Parliamo di un rimbalzo a gennaio e siamo fiduciosi che l’economia possa ripartire”.

Ora sappiamo tutti quanto abbiamo bisogno di un rimbalzo. Quella sensazione di andare sempre più in alto, incuranti dell’atterraggio. Perciò fa benissimo il neoministro della speranza (ho detto speranza?) ad auspicarlo. Senonché a un certo punto mi casca l’occhio sulla disperazione, che arriva casualmente da Bruxelles, nelle sue previsioni d’inverno.

E che dicono quei freddolosi? “La fiducia nell’industria è migliorata a gennaio, ma non suggerisce ancora un rimbalzo imminente nella produzione industriale”.

Non so voi, ma io ho trovato inebriante la scelta delle stesse parole per dire due cose opposte. Ma tanto non importa. Persino nell’epoca del “questo lo dice lei” alla fine ci si trova d’accordo sui fondamentali.

Che naufraghiamo dolcemente, per dire, mentre (non) rimbalziamo.

A domani.

La diseguaglianza che verrà: quella fra gli anziani

Essendo diseguaglianza e previdenza due feticci onnipresenti nel nostro dibattere contemporaneo, si capisce perché la Fed di St. Louis abbia dedicato una interessante ricognizione a una questione che in qualche modo è già contemporanea, pure se riguarda il futuro. Ossia il modo in cui gli anziani di domani si procacceranno di che vivere, visto che l’imprevidenza, piuttosto che il suo contrario, sembra guidi le scelte economiche di molti.

Detta semplicemente, poiché la diseguaglianza si riduce globalmente ma aumenta all’interno dei singoli paesi, e poiché la demografia spinge per un aumento significativo delle pantere grige, nulla di più semplice che la forbice delle differenza si allargherà con maggiore visibilità fra quelli che sono già maggioranza relativa e corrono per diventare quella assoluta: gli anziani.

Parliamo di possibilità, ovviamente, ma che paiono probabili almeno a guardare i numeri che arrivano dagli Usa. Il primo dei quali è il tasso di partecipazione a piani pensionistici da parte dei cosiddetti pre-retirement, ossia le famiglie con un capofamiglia fra i 50 e i 65 anni. Fra i piani pensionistici contemplati, la Fed ha censito i piani a beneficio definito, quelli a contributo definito, gli IRAs (individual retirement accounts) e i Keogh accounts. I risultati dell’indagine, svolta su un trentennio di Survey of Consumer Finances (SCF) sono visibili dal grafico sotto.

Salta all’occhio non solo il livello tutto sommato basso di partecipazione a piani pensionistici – non vuol dire che gli altri non mettano da parte per la vecchiaia, ma che di sicuro si perdono i benefici fiscali di cui gode chi invece partecipa – ma soprattutto la notevole diminuzione del tasso di partecipazione che si osserva fra il 2007 e il 2010. Come se la previdenza fosse divenuta un lusso per molti.

A fronte di questo dato, poco incoraggiante per il futuro della previdenza americana, se ne presenta un altro che sembra vada nella direzione opposta. Ossia il notevole aumento del valore medio degli asset di questi piani pensionistici.

I valori sono tutti espressi in dollari del 2016, e quindi sono confrontabili. Ed emerge che rispetto al 1989 questo valore medio è cresciuto del 268%. Una parte di questa crescita è dovuta al progresso dell’economia Usa, che però pesa “appena” il 95%. Il resto quindi è dovute a una gestione alquanto aggressiva dei retirement plan da parte dei sottoscrittori.

Ricapitoliamo. Da questa illustrazione appare che ci sono meno persone che partecipano ai piani pensionistici, a fronte di un valore crescente degli asset di questi piani. La perfetta ricetta della diseguaglianza che verrà.

Con il Myanmar la Cina rinverdisce l’antica Maritime silk road

Per apprezzare appieno il significato del progetto della Belt and Road initiative cinese, bisogna ricordarne l’aspetto meno osservato nella infinita pletora di studi e analisi che gli osservatori vi hanno dedicato: la nostalgia. Tutta l’illustrazione dell’ambizioso piano cinese, già dal riferimento alle antiche vie della seta, è intrisa quasi malinconicamente di nostalgia verso un passato lontano – quindi dimenticato e perciò irresistibile – dove l’Oriente giocava un ruolo importante, per non dire da protagonista, nell’economia mondiale, che ieri – come oggi – era molto internazionalizzata.

Senza andare troppo lontano, basta qui ricordare che la Maritime Silk Road che il presidente Xi ha presentato nell’ottobre 2013 durante un discorso al parlamento indonesiano è la sostanziale riedizione della vecchia Maritime Silk Road che già dal secondo secolo prima di Cristo e per moti secoli successivi animava gli scambi marittimi fra Occidente e Oriente. Si tratta di rotte commerciali che nell’epoca della dinastia Tang conobbero un notevole sviluppo grazie anche ai progressi della tecnologia nautica cinese, all’epoca all’avanguardia. Secondo lo studioso giapponese Kuwabara Jitsuzo (“Studies on Pu Shou Geng”) persino arabi e persiani preferivano usare navi cinesi per navigare intorno all’Asia.

Il Myanmar già all’epoca era un punto importante di queste rotte, come peraltro hanno mostrato diversi scavi archeologici condotti nell’ambito del progetto “Thanintharyi and the Maritime Silk Roads”, i cui risultati sono stati presentati in un articolo accademico del 2018. All’epoca il terminale di questi scambi era la zona di Maliwan, nella parte più a sud del Myanmar, che si trovò al centro di una corrente di scambi molto intensa favorita dall’affermazione, a Oriente, dell’Impero Maurya in India e di quello Han in Cina, e a Occidente di quello romano, che dopo la conquista dell’Egitto aveva iniziato a percorrere con grande intensità le rotte marittime verso l’India.

Rispetto ad allora, quando il collegamento dal Myanmar avveniva dalla penisola di Thai-Malay, la versione XXI secolo della Maritime Silk road punta sul porto di Kyaukpyu, che si trova appoggiato sul Golfo del Bengala ed è logisticamente predisposto ad ospitare notevoli volumi di traffico merci.

Questo spiega perché la visita del presidente cinese Xi in Myanmar del 17 gennaio scorso sia stata così importante. Far sbarcare merci a Kyaukpyu e da lì dirigerle verso la Cina via terra significa creare un corridoio economico che evita alle merci cinesi di passare dallo stretto di Malacca, uno dei peggiori colli di bottiglia dell’economia internazionale.

Ma aldilà degli aspetti pratici, che pure sono rilevanti, sarebbe poco saggio sottovalutare ciò che rende la Bri cinese così seducente per i suoi interlocutori. La seduzione degli affetti, e quindi la costante rievocazione di fasti antichi, può rappresentare quel quid che trasforma il semplice calcolo economico in una passione politica potenzialmente capace di segnare un salto di qualità alla globalizzazione emergente. Il passo è breve. E in parte è già stato fatto.

 

Cronicario. Italiani: più rari che unici

Proverbio dell’11 febbraio Meglio un tozzo di pane sotto un albero che un banchetto in galera

Numero del giorno 120.000 Italiani residenti all’estero nel 2019

A un certo punto il paese di ferma: sul cinguettario appare l’Istat con questo messaggio subliminale:

Come al solito, il messaggio viene frainteso. Il Cronicario viene inzeppato di dichiarazioni tutte uguali di politichesse che lamentano il lento estinguersi della stirpe italica e sollecitano l’elemosiniere pubblico a farsene carico a suon di anni di pensione (ossia di lavoro in meno) per ogni figlio e i consueti oboli, incentivi e compagnia cantante, che se avessi un euro per ogni volta che ne ho sentito parlare non starei qui a scrivere Cronicari.

Ma state tranquilli: tanto non succede che il governo faccia qualcosa per la natalità. E per fortuna. Anche perché sarebbero perniciosi. Siamo tutti vittime di un fraintendimento, come vi dicevo, che l’Istat, per ragioni di istituto, non può certo chiarire, ma che vi spiego io.

La denatalità è una strategia perseguita con successo – una delle poche insieme all’aumento del debito pubblico che tanto è ricchezza privata e comunque non esiste – dalla società italiana, al fine evidente di impreziosire l’italiano medio diminuendone l’offerta. Avrete notato, ad esempio, quanto siamo richiesti all’estero.

Chiaramente questo è il modo migliore che abbiamo trovato per affrontare la crisi – La Crisi – che deriva dal fatto che siamo in lieve deficit di autostima – il famoso deficit pubblico, ne avrete sentito parlare – e i risultati si vedono. Una volta volevamo essere unici. Oggi ci accontentiamo di essere rari.

A domani.

Finanza e petrolio alla base del matrimonio fra russi e cinesi

L’aspetto probabilmente più curioso del matrimonio di interessi che Cina e Russia portano avanti ormai da diversi anni è che la quota di investimenti diretti che i due paesi condividono è pressoché ininfluente. La banca centrale russa riporta che gli investimenti diretti cinesi nel totale dei flussi ricevuti dalla Russia è rimasta a lungo sotto l’1%.

Fra il 2014 e il 2015, in corrispondenza della crisi ucraina che fece collassare gli altri investimenti esteri in Russia mentre si registravano notevoli investimenti cinesi in alcuni progetti energetici (gli impianti nella penisola di Yamal lungo la rotta artica russa russa), la quota di FDI (foreign direct investment) cinesi toccarono un picco del 10%, per rientrare però rapidamente verso la normalità. Nel 2018 si era già tornati all’1%. Dal canto suo, la quota russa degli investimenti in Cina nell’ultimo decennio ha oscillato sempre intorno all’1%, arrivando al 2% nel 2015 per scendere allo 0,5% nel 2018.

Queste cifre danno l’idea di una consuetudine economica quantomeno curiosa fra due paesi che si vorrebbero partner di lungo periodo, ma che invece somigliano a soci avventizi. Peraltro ciò che si osserva, notando ad esempio i crediti concessi dalla Cina alla Russia, è che in buona sostanza si tratta di finanziamenti legati a grandi progetti energetici, come ad esempio i 25 miliardi di dollari di crediti che la China Development bank ha concesso a Rosfnet e Transfnet in cambio di forniture di petrolio per finanziare la componente cinese dell’ESPO oil pipeline.

E questo ci porta alla conclusione che il motivo energetico – lo abbiamo visto di recente anche con la presentazione del gasdotto Power of Siberia – è uno dei capisaldi della collaborazione russo-cinese. Questo conduce a una importante conseguenza: si è instaurato un legame finanziario abbastanza profondo fra i due paesi dalle conseguenze ancora poco difficili da individuare.

In un mondo che vende petrolio e gas in dollari, lo scambio energetico avrebbe dovuto originare un corrispettivo in valuta Usa. Cosa che è accaduta. Ma è accaduto anche altro: Russia e Cina hanno iniziato a scambiare altre valute. E anche questo ha precise ragioni geopolitiche. La Russia già dal 2014 – sempre dopo la crisi ucraina – ha iniziato un percorso di de-dollarizzazione in risposta al taglio dei finanziamenti a lungo termine che l’Occidente le ha inflitto a causa delle sanzioni. Al tempo stesso la Cina ha visto crescere l’uso internazionale della sua valuta, che sebbene ancora di nicchia, è molto cresciuta come valuta degli scambi regionali e anche come valuta di riserva, specie dopo l’ingresso nel basket degli SDR del Fmi, nel 2016.

Non a caso, un anno prima, la Russia annunciò di avere aggiunto lo yuan (CNY) nelle sue riserve estere, dopo aver firmato un accordo di currency swap nel 2014. All’inizio la quota di yuan era modesta, ma nel secondo quarto del 2018 la Russia ha intensificato la sostituzione, nelle riserve estere, di dollari con euro e yuan. Quest’ultimo è arrivato a rappresentare il 15% delle riserve estere russe, a fronte di una media del 2% nelle altre banche centrali. A metà giugno 2019 la Russia aveva 68 miliardi di dollari di riserve denominate in yuan a fronte dei complessivi 217 detenuti dalle 149 banche centrali che riportano i dati al Cofer del Fmi.

Ma aldilà del dato sulle riserve estere, è più interessante osservare che Russia e Cina hanno iniziato a usare meno dollari nelle transazioni reciproche. I dati della banca centrale russa mostrano che nella prima metà del 2019 solo il 39% dell’export russo verso la Cina era denominato in dollari, a fronte del 75% nel 2018. Una larga quota di questo export è stato denominato in euro (46% a metà 2019 a fronte del 12% nel 2018) e anche la quota di export denominato in rubli è cresciuta (9%). Il dollaro rimane invece la valuta principale di denominazione delle importazioni russe, pure se in calo (67% nel 2019 a fronte del 72% nel 2018).

Il combinato disposto di petrolio&finanza è stato di fatto il pilastro sulla base del quale si è edificato il recente sodalizio fra i due paesi, che però, non è profondo come si potrebbe credere. Forse perché troppo giovane. Forse perché c’è ancora qualche diffidenza che il comune interesse – “difendersi” da certi atteggiamenti Usa – non basta a superare. Ma entrambi sanno, come scrivono gli economisti del Bofit, che “è impraticabile per la Cina e la Russia abbandonare completamente il dollaro nel presente mercato globale”.

Il grafico sopra sommarizza meglio di ogni ragionamento la ragioni della conclusione cui arrivano gli osservatori. Ma è chiaro che non tiene conto dei progressi che stanno intervenendo nei rapporti fra i due paesi e soprattutto non considera il peso di una variabile importante come può essere l’Ue e, in particolare, l’Eurozona, che esprime una valuta di riserva importante e acquista parecchio petrolio pagandolo in dollari.

In ogni caso, i rapporti fra Cina e Russia, proprio per la relativa giovinezza della loro frequentazione economica e per tipologia che essa ha assunto sono soggetti naturalmente anche ad improvvisi sbandamenti. In questo caso la Russia ha sicuramente molto da perdere, da un rallentamento della Cina. Assai più di altri. E il petrolio, che è stato il viatico dell’infittirsi della relazioni fra i due paesi, potrebbe diventare lo strumento del contagio. Se la domanda cinese di petrolio continuerà a diminuire – secondo le statistiche di BP la Cina ha pesato il 40% dell’incremento di domanda globale di greggio fra il 2010 e il 2018 – ciò condurrà a un inevitabile calo di prezzi, dai quali dipende buona parte della salute dell’economia russa. E questo non predispone verso rapporti amichevoli.

(2/fine)

Puntata precedente: Se l’economia cinese starnutisce quella Russia prende l’influenza

Cronicario: Gli italiani non vanno più in vacanza, ci vivono

Proverbio del 10 febbraio Quando si rompe il letto c’è sempre il pavimento per dormire

Numero del giorno: 6.000 Esuberi Unicredit in Italia fino al 2023

Leggo incredulo che gli italiani sono andati meno in vacanza del solito l’anno scorso. Addirittura sono calati del 9% i viaggi, dice l’Istat, che come sempre, sa tutti gli affaracci nostri.

Ma possibile, mi dico, che noi italiani, giramondo professionisti (e professionali) siamo usciti dal tunnel del divertimento vacanziero?

E infatti capisco in fretta l’arcano. Il primo indizio me lo suggerisce la scoperta che governo e sindacati hanno intenzione di rivedere quota 100 per costruire “un meccanismo più equo e meno costoso”, come spiega un cervello del governo.

All’uopo viene convocata un’apposita commissione che, fra le altre cose, “individuerà i lavori usuranti”.

Inutile che vi dica quanto sia usurante fare il Cronicario ogni santo giorno. Anzi ve lo dico, così magari la commissione si commuove.

Soprattutto leggo che la produzione industriale scende parecchio, mentre Unicredit annuncia 6.000 esuberi in quattro anni.

E allora capisco il piano geniale dei nostri governanti e insieme mi spiego il calo della voglia di vacanza. Non si tratta di andarci. Si tratta di viverci,

A domani.