Categoria: Annali

Lo shale oil Usa è qui per durare, anche dopo il picco

Una recente analisi pubblicata da S&P Global/Platts ci ricorda una circostanza che è utile sottolineare in un momento in cui le fibrillazioni sul mercato petrolifero, indotte dal raffreddarsi della domanda cinese, tornano ad orientare i prezzi al ribasso. Il fatto, vale a dire, che il panorama dell’offerta di petrolio è cambiato per sempre, o per lo meno per il lungo periodo, da quando gli Stati Uniti sono diventati, grazie alla tecnologia shale, dei grandi produttori. Ciò significa che non solo aggiungono una quantità significativa di produzione all’offerta globale, ma che, nelle previsioni Eia, ne offriranno quantità crescenti almeno per il prossimo decennio.

Il punto si può osservare agevolmente nel grafico sotto, che illustra come, pure dopo il raggiungimento del picco di produzione, previsto fra un decennio, il declino dell’offerta Usa tornerà ai livelli attuali, quindi oltre i 12 milioni di barili al giorno, entro il 2050.

Molta di questa nuova produzione arriverà dall’Alaska. Altre produzioni sono il frutto delle esplorazioni condotte quando il greggio stava a 100 dollari il barile e sono state sviluppate in conseguenza.

Il calo successivo delle quotazioni non ha impedito che queste produzioni proseguissero le attività. Tanto è vero che l’Eia prevede che già fra due anni la produzione Usa raggiungerà i 14 milioni di barili: un incremento di 7,6 milioni rispetto solo a dieci anni fa. Un decennio durante il quale si è consumata la rivoluzione shale degli Usa. E questo spiega perché faccia così paura al mercato il freddarsi della domanda cinese. Rischia di annegare nell’oro nero.

 

Cronicario. Evviva: i lavori forzati di cittadinanza

Proverbio del 21 febbraio Il cuoco inesperto accusa sempre il forno

Numero del giorno: 0 Inflazione acquisita in Italia per il 2020

Mi sentivo un po’ triste perché con oggi il Cronicario chiude per un po’ dovendo attendere a inderogabili impegni e gravose responsabilità.

Mi apprestavo a vergare due righe di commiato, quando improvvisamente sento una gentile signorina, sedicente onorevole, dire che ormai stanno per partire i PUC: i progetti utili alla collettività. La cosa mi giunge nuova, pure se già l’avevo sentita.

Ma non state a pensar male. Nelle bellissime slide pubblicate dal governo trovo immagini come questa sotto che improvvisamente mi fanno tornare il buon umore.

Capite bene che il Cronicario ha tutte le caratteristiche di cui sopra: 1) tutela il bene comune del cazzeggio; 2) promuove la cultura del futile; 3) è molto social; 4) ha una chiara vocazione artistica; 5) è sostenibile: non lascia tracce; 6) forma le classi dirigenti del futuro.

Perciò corro a fare subito domanda per avere un PUC. Chiederò due, tre, quattro – crepi l’avarizia – progettisti collettivamente utili con una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Si occuperanno loro del Cronicario mentre io me ne dimentico per un po’.

L’avevano detto, d’altronde, che dopo il reddito di cittadinanza i nostri avrebbero trovato lavoro. Lavoro forzato. Ma sempre di cittadinanza.

Ci rivediamo a marzo.

Cartolina: L’altro contagio cinese

La Cina che ormai spaventa solo per i suoi patogeni è la stessa che nel 2019 ha visto i suoi debiti totali arrivare a sfiorare il 260 per cento del Pil senza che il mondo abbia fatto una piega. Il contagio finanziario che può scatenarsi al rallentare dell’economia cinese, che a differenza dell’altro contagio – quello virale – cova in incubazione, è ancora lontano dalle preoccupazioni degli osservatori. Questo non vuole dire che non sia una possibilità concreta. Ma solo che non viene contemplata. Il Coronavirus ruba la scena. L’altro contagio ne prepara una nuova.

Cronicario: Siamo sempre più soddisfatti, mannaggia

Proverbio del 20 febbraio Tutto arriva per chi sa aspettare

Numero del giorno: 75.024 Calo contratti stabili in Italia a dicembre

Partiamo dal fatto che oggi è il 20 02 2020, e quindi uno per forza si deve occupare di qualcosa di straordinario, sennò a che serve scomodare la cabala?

E siccome per fortuna noi abbiamo l’Istat, che è un mago dei numeri, oltre che un seguace del calendario, ecco che proprio il 20 02 2020 (e toccate ferro) è arrivata l’autentica notizia dell’anno. Ma che dico dell’anno: del giorno!

Siamo più contenti, porca miseria. Persino più soddisfatti di prima, robe da matti. Addirittura più della metà degli under 25, che dovrebbero essere i disgraziati per antonomasia, non solo sono felici, ma anche ottimisti quando pensano al futuro.

Adesso chi glielo dice a quelli là fuori?

A domani.

Fenomenologie giapponesi. Le città che scompaiono

Non sappiamo da qui al 2060, quando si prevede che popolazione giapponese sarà un quarto in meno di adesso, cosa succederà alle tante città giapponesi che già oggi stanno divenendo evanescenti per mancanza di popolazione. Città fantasma, come nel vecchio West americano, che nell’Est giapponese somiglieranno magari di più alle Città invisibili di Calvino. Ghirigori di pietra che custodiscono memorie, dove ancora magari si aggirano rari individui con i capelli bianchi.

Sappiamo però, perché ce lo racconta il Fmi nell’ultimo staff report dedicato al Giappone, che la demografia declinante del Sole Levante è un fardello terribile per il mercato immobiliare, già provato da una crisi ultradecennale. E non serve essere campioni dell’economia per capirne la ragione. A che servono i tetti se non ci sono più teste da riparare?

Culle vuote, e perciò case vuote: molto semplice. Ed è altrettanto ovvio che a sperimentare la desertificazione siano innanzitutto le aree rurali, che già pagano pegno al progresso che genera megalopoli dalla potente attrazione gravitazionale. Nessuna novità: è dai tempi dei sumeri che la città svuota le campagne. Oggi semmai abbiamo il problema che le campagne sono sempre meno prodighe nel generare, e quindi la spoliazione demografica le colpisce ancora più duramente.

La Greater Tokyo, scrive il Fmi, “sta sperimentando flussi netti di immigrazione, guidati da giovani giapponesi che cercano migliore istruzione e lavoro all’altezza”. I superstiti giapponesi si muovono in massa verso le città più grandi: Tokyo, Osaka, Nagoya e Fukuoka. Ma questo sangue giovane che va al centro rende la periferia ancora più anemica. Quanto può sopravvivere un corpo dove la circolazione si concentra solo nel cuore?

Gli scompensi del corpo sociale si possono leggere in tanti modi, e quello economico è uno dei più penetranti, almeno ai nostri fini. E gli scompensi del mercato immobiliare, che è uno dei pilastri dell’economia di un paese, sono la spia del profondo malessere di una delle società che per colmo di paradosso è fra le più ricche e avanzate del mondo. E che il real estate giapponese sia alle prese con profondi scompensi, causati dalla demografia, ormai è un fatto conclamato.

Il ministero delle infrastrutture ha fatto sapere che quasi il 13% delle abitazioni totali del paese sono vacanti. Ecco le case vuote. Questi beni – ma lo sono veramente? – vengono indicate come “Akiya” e solitamente vengono vendute gratis, o addirittura a prezzi negativi. Soprattutto, si prevede che nei prossimi 15 anni il numero delle case vuote arriverà a 21,7 milioni, circa un terzo del totale. “Questo fenomeno è osservato in tutte le parti del Giappone, ma soprattutto nelle aree rurali”, scrive il Fmi. Ovviamente i prezzi, già duramente provati dal crash di fine anni ’80, ne hanno risentito.

Da quando il nuovo premier Abe ha lanciato la sua politica economica i prezzi sono leggermente risaliti, ma “esiste una chiara dispersione regionale in termini di variazioni dei prezzi delle abitazioni”.

I modelli teorici evidenziano che i prezzi tendono a diminuire parecchio nelle aree soggette a crescita negativa della popolazione e la realtà, sottolinea il Fondo, potrebbe pure essere peggiore se le policy non invertiranno questa tendenza, con il mercato immobiliare che rischia di avvitarsi su se stesso mentre le città che scompaiono insieme con le persone. Cronache probabili, del Giappone che verrà.

(3/segue)

Puntata precedente: Anno 2060, odissea nella demografia

Cronicario: Basterebbe una cura da somaro

Proverbio del 19 febbraio Meglio un nemico intelligente che un amico sciocco

Numero del giorno: 62,2 Beneficio mensile in euro taglio del cuneo fiscale per dip. pubb.

Perché amiamo l’Europa, meglio conosciuta come Ue? Soprattutto per una grande caratteristica: il senso della realtà che esprime a ogni pie’ sospinto.

E soprattutto mi convince, dell’Ue, la sua indiscutibile capacità di vincere con la sua concretezza le sfide più complesse generate dal logorio della vita moderna.

La mia dedizione verso l’Ue trova ogni giorno motivo di soddisfazione quando sfoglio le cronache che la riguardano. Vedi l’appassionante dibattito sul suo bilancio, definito da qualche ignoto genio “il bilancio che deciderà il futuro dell’Ue”.

Per giunta lo stesso giorno, la nuova presidente persona d’indubbio valore e notevole pettinatura se n’è uscita con questa frase illuminante: “Sono un’ottimista della tecnologia. Credo nella tecnologia come in una forza per il bene. L’Unione europea deve essere capace di fare le sue scelte, basate sui propri valori, rispettando le proprie regole. Questo è quello che chiamo un’Europa tecnologicamente sovrana”.

Come si può osservare nella tabella sopra l’Ue è una forza nell’hi tech. Quindi hai voglia a essere sovrana. Per dirla con le parole del nostro Primo Minestra, che discorreva di ciò che a breve annuncerà per l’Italia, “basta una cura da cavallo”.

Al limite va bene pure da somaro.

A domani.

 

Fenomenologie giapponese. Anno 2060: odissea nella demografia

Fra 40 anni, stima il governo giapponese, ci sarà un lavoratore per ogni anziano e l’attuale popolazione di 127 milioni di abitanti si sarà ridotta di un quarto. La curva demografica del Giappone, che già quota un’età media di 48,4 anni, risultando il paese più vecchio al mondo, diverrà mano a mano più ripida, col risultato di collocare il paese all’avanguardia del cambiamento demografico globale. Che se ci pensate si sposa bene con l’altra avanguardia giapponese; quella delle politiche monetarie ultra-espansive, per tacere dei persistenti stimoli fiscali, sperimentate in Giappone assai prima che altrove.

Ma non si tratta solo di fare classifiche. L’avanguardismo demografico giapponese è un ottimo pretesto per sperimentare nuove politiche di contrasto a una tendenza naturale – l’invecchiamento provocato dalla minora natalità e l’aumentata longevità – che si vorrebbe correggere artificialmente almeno relativamente agli impatti che questo invecchiamento genera sulla struttura socioeconomica del paese. Il grafico sotto è più eloquente di mille parole.

Il primo, evidente, guasto riguarda la capacità produttiva, che in un mondo dove i lavoratori sono sempre meno non può che risultarne impedita. E infatti il Fmi ha stimato che la crescita economica giapponese declinerà in media di 0,8 punti percentuali l’anno per i prossimi 40 anni. La demografia è un fardello che nessuna economia può permettersi di ignorare a lungo.

Se guardiamo al quadro d’insieme, le conseguenze di questa deriva sono ancora più profonde. Le spesa correlata all’invecchiamento – ossia sanità e pensioni – è destinata a crescere proprio mentre la base fiscale che dovrebbe sostenerla tende a restringersi (a causa del calo del prodotto). Altrettanto, la demografia zavorra i tassi di interesse, già negativi oggi, e figurarsi domani dove andranno, e potrà avere effetti assai repressivi sul mercato immobiliare, già alle prese con le case vuote a causa di un’offerta superiore alla domanda.

Il combinato disposto genera pressione sul sistema finanziario, sia a livello delle famiglie che a livello bancario e assicurativo. Insomma, per farla semplice, l’invecchiamento della popolazione sclerotizza una società preparandola – letteralmente – alla morte economica.

I consigli di policy sono i soliti: stimoli monetari e fiscali e misura di salvaguardia per il sistema finanziario. Purché siano strutturali, raccomanda il Fmi. Come ad esempio quelle per far lavorare di più un numero maggiore di persone, a cominciare dalle donne. Ma lavorare per fare cosa, e fino a quando?

L’odissea che attende il Giappone la possiamo solo immaginare. E non sarà tanto diversa da quella che attende noi.

(2/segue)

Puntata precedente: La persistenza dello stimolo fiscale

Puntata successiva: Le città che scompaiono

Cronicario. 2050: l’alba dei vivi dementi

Proverbio del 18 febbraio Nessuno ha più bisogno di un sorriso di chi non ha nulla

Numero del giorno: 35.000 Esuberi in Usa e Ue decisi da HSBC

Ora non so voi, ma io nel 2050 ci sono buone possibilità che sia passato a miglior vita (tié), il che mi rende tristissimo considerando che mi perderò uno degli spettacoli più divertenti del millennio.

Con la differenza che nel 2050 saranno vivi. Rincoglioniti ma vivi. Quasi me l’auguro di essere dipartito, per allora, visto che le situazioni di incerta esistenza mi hanno sempre fatto paura e c’è una certa associazione che preconizza che nel 2050 – ed ecco il punto – ci saranno 19 milioni casi censiti di demenza nell’Ue. Il doppio di adesso.

Quindi se già oggi vi sembra di essere circondati, assediati, senza scampo, fatevene una ragione. Domani sarà peggio.

A domani.

 

Fenomenologie giapponesi. La persistenza dello stimolo fiscale

Leggo alquanto divertito nell’ultimo Bollettino della Bce che “in Giappone il governo ha preparato un pacchetto di stimolo a sostegno della crescita economica”. Penso di essere finito in un tunnel temporale e di essere tornato improvvisamente negli anni Novanta del secolo scorso, quando il Giappone iniziò a sperimentare stimoli fiscali e monetari per uscire dal tunnel della recessione patrimoniale indotta da crash di fine anni ’80.

E invece no: siamo nel 2020, e il Giappone – come d’altronde il resto del mondo ad economia avanzata del quale il Giappone è stato chiaro antesignano – pensa di fare nuovi stimoli fiscali. Ciò a fronte di un calo del pil nel quarto trimestre 2019 dell’1,2% che su base annuale arriva a -6,3% per i soliti motivi di circostanza – il calo dei consumi indotto dall’aumento Iva, il solito tifone, l’insolito calo degli investimento malgrado gli stimoli del governo – che non riescono più a celare il fatto che la crisi del Giappone è molto più che cronaca: è storia.

E la storia si nutre di somiglianze e verosimiglianza, come gli eterni stimoli fiscali del governo giapponese, che da trent’anni conducono a una crescita verosimile che s’ammoscia al minimo stormir di fronde. Una storia che sembra essere diventata comune.

Sempre la Bce ci ricorda che nel dicembre scorso il governo Abe ha annunciato un pacchetto di stimoli “per affrontare i rischi al ribasso per l’attività economica derivanti dalla debolezza del contesto esterno e dalle recenti calamità naturali”. Ovviamente gli stimoli si traducono in una maggiore spesa pubblica che vale il 2,4% del pil, “che lo rende uno dei pacchetti di stimolo fiscale più consistenti introdotti nel corso dell’Abenomics”.

Del nuovo stimolo è utile sapere che “sarà in gran parte implementato nel
2020-2021” e che “compensa in parte il recente aumento dell’Iva”, perché com’è noto, nel moto perpetuo dello stimolarsi fiscale giapponese, il governo oggi toglie e domani dà, e magari più di quanto abbia tolto.

La Bce prevede che l’economia torni “a una moderata crescita positiva all’inizio del 2020”, anche grazie allo stimolo fiscale, “che comincia a produrre i suoi effetti”. Un po’ come scrive per gli Usa, dove, come probabilmente avverrà anche in Giappone, il venire meno degli stimoli fiscali ha raffreddato la crescita. Chi volesse avere un quadro più analitico dell’outlook giapponese, può scorrere un pregevole intervento di Masai Takako, del board della BoJ, che ha parlato a un meeting a Nara illustrando la situazione del paese, complessivamente buona, ma afflitta da problemi antichi che motivano queste stimolazioni fiscali e monetarie, ormai sono persistenti in Giappone.

Rimane da chiedersi quanto sia sana un’economia che senza stimoli si spegne, avendo ormai imparato che qualcuno – il governo – la sosterrà in un modo o nell’altro. Ma pochi si fanno la domanda e ancora meno sono interessati alla risposta che in realtà è evidente: la guerra contro la crisi è finita. Ha vinto la crisi. Il governo è davvero l’ultimo giapponese.

(1/segue)

Seconda puntata: Anno 2060, Odissea nella demografia