Categoria: Annali
Il triangolo commerciale fra Italia, Germania e Cina
Per completare la nostra rapida ricognizione sullo stato del nostro commercio internazionale, che ci ha consentito di sbirciare anche nelle fondamenta del nostro settore esportatore, conviene riportare una rilevazione diffusa alcuni giorni fa dall’istituto tedesco di statistica dove si osserva che per il quarto anno di file la Cina è stata il partner di importazione più importante per la Germania. I tedeschi l’anno scorso hanno comprato dai cinesi 106,3 miliardi di beni, il 4,4% in più rispetto all’anno precedente. E questo in un anno in cui il commercio internazionale ha conosciuto un certo rallentamento.
L’importanza dell’import cinese per l’economia tedesca non dovrebbe lasciarci indifferenti, visto che fa il paio con un’altro elemento assai rilevante: ossia l’importanza dell’economia tedesca per il nostro settore esportatore. Questa caratteristica viene ampiamente analizzata nell’ultimo rapporto sulla competitività pubblicato da Istat dove si osservano le relazioni settoriali e gli effetti di shock, sia diretti che indiretti fra la nostra economia e quella tedesca, oltre che con quelle Usa e cinese. Con quest’ultima, in particolare, la relazione sembra assai più tenue.
Nell’analisi si osserva che “i segmenti più avanzati (e produttivi) dell’industria e del terziario italiani tendono a ricoprire un ruolo di centralità piuttosto nelle relazioni di export che in quelle interne, e in misura maggiore nel caso delle esportazioni verso Germania e Stati Uniti”. Da ciò ne consegue che “la maggiore centralità nei legami con i comparti più produttivi degli altri paesi rende i settori industriali italiani a tecnologia medio-alta più reattivi a eventuali stimoli provenienti dall’estero, ma la loro minore centralità nelle relazioni interne ne limita la capacità di trasmetterli al resto del sistema produttivo italiano”. Quindi i benefici che il settore esportatore trae dal suo rapporto con l’estero non si travasano sull’intero settore produttivo dove, al contrario, “l’industria italiana a tecnologia medio-bassa, più connessa ai settori interni e quindi con maggiore capacità di trasmissione, risulta penalizzata dalla stretta connessione con i comparti esteri relativamente meno produttivi”.
Questa particolare confermazione dei nodi di interscambio dell’Italia con le economie osservate ha come conseguenza che “le relazioni commerciali con la Germania favoriscono un’elevata capacità di trasmissione degli shocks (effetti diretti), in termini sia di intensità che di estensione. Le relazioni con gli Stati Uniti seguono un modello analogo, seppure una maggiore frammentarietà ne riduce gli effetti rispetto al caso tedesco. Quelle con la Cina, infine, essendo fortemente concentrate, possono produrre effetti di trasmissione rilevanti (per i comparti centrali), ma dall’estensione ridotta”. L’Italia commerciale, insomma, è meno esposta agli shock cinesi rispetto a quanto lo sia di fronte a quelli tedeschi. Questa caratteristica si può osservare nel grafico sotto.
La correlazione ciclica, che presenta anche molte differenze a seconda del settore di osservazione, impatta ovviamente sull’andamento della produzione, generando effetti che Istat prova a simulare lungo un orizzonte di riferimento di circa un decennio. Il risultato è osservabile in quest’altro grafico.
Come si può osservare, l’Italia è assai più sensibile agli andamenti di Svizzera, Belgio e Francia, nonché degli Stati Uniti, più che a Germania e Cina. Quest’ultima però ha effetti diretti inferiori rispetto a quelli della Germania, ma indirettamente superiori.
Evidentemente le relazioni commerciali fra Germania e Cina, che abbiamo intravisto osservando il dato dell’import tedesco da Pechino, ci riguardano molto da vicino. Il triangolo commerciale fra Italia, Cina e Germania ha peso specifico importante nella dinamica della nostra produzione industriale. Faremmo bene a ricordarcelo, quando parliamo male dei tedeschi. E dei cinesi.
Cronicario: S’ammoscia la Brexit? Hai visto May
Proverbio del 3 aprile Ogni occhio ha il suo sguardo
Numero del giorno: 42,1 Pressione fiscale in % del Pil nel 2018
Siccome mi devo distrarre perché l’Istat se n’è uscita con una nota che finalmente mi spiega perché i soldi non bastano mai…
decido di fare un viaggetto oltre Manica dove quanto a cazzeggio non hanno niente da invidiare a nessuno. Nemmeno a noi che, modestamente parlando, cazzeggiamo e basta.
Decido perciò di ignorare perle meravigliose, come l’ennesimo dibattito italiano sulla patrimoniale, che evoca quello altrettanto annoso sulla crescita, gemello di quello delle pensioni e delle auto blu, e mi dedico anema e core alla vera notizia del giorno, di fronte alla quale le liaison dei due vicepremier sono robetta. Non sapete nulla? Maddai: eccoli qui i nostri futuri valentini.
Notate lo sfondo evocativo e la Torre dell’Orologio a ricordare che l’ora fatale è arrivata. Jeremy e Theresa hanno finalmente deciso di rompere gli indugi e parlarsi. Lei gli ha detto che è disposta a “un compromesso sulla Brexit”. E lui a risposto un caldo “benvenuta”. E si sa come vanno a finire queste cose.
Finiranno con l’ammosciare la Brexit? Hai visto May.
A domani.
Le fondamenta fragili dell’export italiano
Il rapporto sulla competitività pubblicato da Istat ci consente di fare un passo ulteriore nella comprensione della fisionomia del nostro settore esportatore, sulla cui importanza per la nostra economia è inutile indugiare, visto che dovrebbe essere chiaro a tutti. Detto in parole semplici: senza il commercio internazionale eccedentario la nostra economia boccheggia.
Diventa perciò strategico comprendere bene le articolazioni di questo settore, e ricordare quanto abbiamo detto a proposito dell’export di servizi, che nel caso dell’Italia risulta purtroppo poco sviluppato. Una circostanza importante non solo per una questione di volumi economici, ma perché i servizi, o almeno alcuni tipi di servizi, incorporano maggiore valore aggiunto, che significa maggiore specializzazione e quindi conoscenza, ossia istruzione efficace. Detta in altre parole, la debolezza del nostro export di servizi è la fotografia delle nostra fisionomia produttiva. “L’Italia esporta in larga misura manufatti, ma il contenuto di valore aggiunto generato internamente è relativamente più elevato nel caso dell’export di servizi”, spiega Istat.
Questa caratteristica spiega bene l’andamento dell’export italiano nell’ultimo decennio e anche il modo in cui l’Italia partecipa alle cosiddette catene del valore, ossia alla filiera di processi produttivi che conduce dal bene iniziale a quello finale, che si distribuisce lungo realtà produttive localizzate in paesi diversi. Per comprendere perché l’analisi di queste “catene” sia diventata fondamentale per la conoscenza dell’economia contemporanea basta un dato. “La quota di commercio internazionale riguardante prodotti finiti che vengono realizzati in un paese e successivamente esportati per essere destinati al consumo o all’investimento in altri paesi rappresenta ormai solo il 30 per cento degli scambi di beni e servizi su scala mondiale. Il restante 70 per cento si riferisce a beni e servizi scambiati tra paesi lungo le catene globali del valore”. Questo è il senso profondo di un’economia globalizzata: si scambia per produrre assai più di quanto si produca per scambiare.
Fatte queste premesse, che in qualche modo anticipano le conclusioni, andiamo a vedere un po’ più nel dettaglio l’andamento del nostro settore esportatore negli ultimi anni. Il dato aggregato riportato da Istat ci dice che fra il 2010 e il 2017 le esportazioni italiane hanno registrato una crescita del 33%, in media il 4,2% l’anno, con il 2017 a far faville con un +7,6%, secondo classificato dopo il boom del 2011 (+11%). La crescita delle nostre esportazioni è stata in linea con quelle Ue, con i mercati extra Ue assai più dinamici.
Il dato aggregato però ci dice poco sulla qualità di questo export. Per addentrarci un po’ di più, dobbiamo segmentare i beni esportati nelle diverse categorie. Scopriamo così che l’Italia è andata molto bene, nel confronto con gli altri partner europei, nei beni di consumo non durevoli (+51,6% fra il 2010 e il 2017). La Germania si è segnalata invece per i buoni andamenti di beni intermedi (+25,7%) e strumentali (+43,1%), mentre la Francia è andata molto bene sui beni di consumo durevoli (+56,5%). L’Italia comunque è andata mediamente bene anche nell’export di beni intermedi, ossia di beni legati ai processi produttivi. Un segnale di quanto il nostro paese sia inserito nella catene globali del valore.
L’ottimo risultato del nostro export di beni non durevoli è la chiara cartina tornasole del nostro sistema produttivo, che, nota Istat “è evoluto in misura moderata nell’ultimo decennio, con una perdita relativa di peso di alcune industrie tradizionali del Made in Italy, ricomprese nelle filiere del vestire (tessile, abbigliamento, calzature e pelletteria), dell’abitare (mobili, ceramica tra i prodotti della lavorazione dei minerali non metalliferi, rubinetterie), e di settori a medio-alta tecnologia già caratterizzati da un ridotto livello di specializzazione”. Al contempo però “sono cresciute notevolmente la filiera dell’agroindustria e quella della chimica e farmaceutica”.
Negli anni considerati si è osservato però che la perdita del peso specifico delle industrie tradizionali, che assorbono buona parte della specializzazione settoriale italiana, si è associata con una diminuzione relativa dei valori unitari, che si è verificata per l’export di strumenti di precisione, macchine elettriche e mezzi di trasporto. In sostanza “tra il 2010 e il 2017 si è dunque ridotto il grado di specializzazione dell’export nei settori nei quali il nostro paese ha un vantaggio comparato rispetto all’area euro”.
A questo elemento di fragilità se ne aggiunge un’altro che dipende dalla fisionomia del nostro sistema produttivo. “Nonostante la dinamica delle esportazioni Italiane sia stata, nel periodo osservato, sostanzialmente analoga a quella tedesca, essa è stata generata dalle vendite di un elevato numero di imprese, prevalentemente di piccole e medie dimensioni”. L’Italia è un caso speciale fra le economie europee. Si distingue per l’elevato numero di aziende esportatrici (oltre 195 mila nel 2016), secondo solo a quello tedesco, che producono il 45% del valore aggiunto del sistema produttivo. Abbiamo insomma tanti produttori che producono poco intensamente. I primi cinque esportatori italiani generano il 7,5% dell’export complessivo, a fronte del 28% tedesco. Siamo il paese delle piccole e medie imprese, innanzitutto. Se consideriamo le prime dieci esportatrici italiane, non arriviamo comunque a superare il 10% del valore dell’export complessivo a fronte di oltre il doppio di Francia e Germania.
Questa fisionomia ci conduce all’ultima parte della nostra analisi, ossia il posizionamento dell’Italia nelle catene globale di valore. Un indicatore importante che ci consente di avere un indizio circa la nostra capacità di essere integrati nell’economia globale, che è un bene quando le cose vanno bene e viceversa quando vanno male.
Per evitare inutili complicazioni tecniche basterà qui riportare le conclusioni alle quali arriva Istat, secondo le quali “il grado di partecipazione dell’economia italiana alle GVC è nel complesso piuttosto elevato”. Siamo quindi un’economia internazionalizzata ma a vocazione manifatturiera, dove il valore aggiunto è più basso rispetto ai servizi. Abbiamo quindi delle fragilità strutturali, che dipendono dalla tipologia delle nostre produzioni e dalla fisionomia del nostro settore produttivo popolato da una miriade di piccoli produttori. Dobbiamo sperare che il commercio globale marci sempre a ritmo serrato per “trainarci” dall’interno. Nel frattempo dovremmo favorire la crescita dimensionale dei nostri soggetti imprenditoriali e investire sulla conoscenza per sviluppare l’economia dei servizi che ha un valore aggiunto maggiore. Vaste programme. Specie quando non se ne parla affatto.
Cronicario: Salvadanaio: ultima frontiera
Proverbio del 2 aprile Se togli pietra dopo pietra sposti le montagne
Numero del giorno: 109.579 Domande per quota 100 arrivate all’Inps
Cari cittadini e (sempre meno) contribuenti che tenete stretto il vostro salvadanaio pieno di monetine faticosamente risparmiate. Sappiate che l’ora fatale s’avvicina e presto dovremo tutti insieme accendere i motori dell’Italia verso magnifiche e progressive sorti.
Ci attende un meraviglioso Eden, fatto di crescita, pensioni e redditi di faiqualcosanza che si alimenteranno l’un l’altro come il motore immobile, mentre il debito sparirà e il deficit diventerà un ricordo, nel, senso che ci ricorderemo ogni anno di farne un po’ di più.
Orbene, siccome i tempi sono quelli che sono, e possibilmente peggio, ecco che tuttod’untratto vengono fuori i geni del pensiero contemporaneo che vaticinano soluzioni geniali come loro che nessuno ci capisce niente salvo per un dettaglio.
Esatto. Quante volte ve l’hanno ripetuto in quest’ultimo anno che la ricchezza degli italiani è la migliore cura del debito degli italiani (in fondo il debito è pubblico)? Adesso abbiamo fatto un passo avanti. Sentite che ha detto stamattina il ministro Mammamia, quello che rima con economia della quale incidentalmente si occupa: “Il patrimonio è un valore ma esprime una funzione sociale se messo a disposizione della comunità”.
E mica finisce qua. “Bisogna rispondere alla crescente esigenza di ancorare la finanza all’economia reale. Ad esempio – ha concluso – valorizzando progetti a impatto sociale o infrastrutture sostenibili”, dice sempre il nostro eroe. non vi fischiano le orecchie? A me si.
A domani.
L’inverno italiano nell’autunno del commercio internazionale
L’ultimo rapporto sulla competitività preparato da Istat, che contiene molte e interessanti informazioni, ci consente di tracciare una prospettive poco rassicurante sull’andamento del commercio internazionale che anche in questo inizio di 2019 appare debole e contrastato.
Il grafico sopra, estratto dall’ultimo bollettino Bce, fa il paio con quello a seguire, che invece fotografa l’andamento degli scambi internazionali negli ultimi trimestri elaborato da Istat.
I dati ci dicono che nel 2018 la crescita del commercio internazionale è stata del 3,3%, in deciso calo rispetto al 4,7% del 2017, che può sembrare elevato ma solo perché si rapporta agli andamenti erratici degli scambi all’indomani della crisi del 2008. Nel decennio successivo infatti si sono osservati, sottolinea il rapporto, “ritmi di espansione del commercio internazionale assai meno vivaci rispetto a quelli sperimentati in precedenza”. Probabile conseguenza anche del peggioramento del clima di relazioni commerciali fra gli stati che si può riscontrare osservando il grafico sotto, che rileva la notevole crescita delle misure di protezione commerciale. Il 2018 è stato l’anno dei dazi di Trump, com’è noto.
Nel 2018, spiega Istat, “l’Italia è stata poco esposta agli effetti diretti delle misure protezionistiche, dato il peso limitato sull’export dei settori coinvolti dai provvedimenti”. I prodotti in acciaio e alluminio, ad esempio, daziati dagli Usa, valgono per l’Italia meno del 3% dell’export totale verso gli Usa. Ma non è ancora chiaro quale sarà l’effetto indiretto. L’Italia infatti esporta alluminio e acciaio verso la Germania, che è il primo esportatore europeo di prodotti in metallo verso gli Stati Uniti. Quindi i dazi che colpiscono la Germania ci riguardano per vie traverse.
Se guardiamo ancora ai dati 2018, osserviamo che in Italia l’export è cresciuto del 3,2% nel 2018, meno dell’export mondiale (+5,4%). Un rallentamento rispetto al 2017 quando, al contrario, al crescita delle esportazioni italiane era stata migliore di quelle globali. A pesare molto, l’anno scorso, è stato il rallentamento degli scambi extra Ue, passati dal +8,2% del 2017 al +1,7 dell’anno successivo. Diminuzione assai più intensa di quella registrata sui mercato intra Ue (+4,1 per cento nel 2018, dal +7,2 del 2017). Opportuno sottolineare che “nel 2018 il tasso di crescita delle vendite verso la Germania si è dimezzato (rispettivamente al 3,6, per cento, dal 6,3 dell’anno precedente), si è ridotto di oltre due terzi verso la Spagna (da 10,5 a 3,2 per cento) e, in misura meno
consistente, verso la Francia (da 5,3 a 4,5 per cento)”.
L’autunno del commercio internazionale suona insomma come un preannuncio di inverno per il commercio italiano. E a far scendere la temperatura “potrebbe aver contribuito una perdita di competitività di prezzo in termini di cambio effettivo reale, pari, in media d’anno, a circa il 2,5 per cento”.
C’è un’altra circostanza che caratterizza le nostre esportazioni, che non riguarda però il mercato dei beni ma quello dei servizi. Un settore ancora poco trainante della nostra economia. “L’Italia appare come un paese
relativamente chiuso all’interscambio di servizi – sottolinea Istat -, e ha beneficiato in misura molto minore delle altre economie dell’area dell’euro della forte crescita nel commercio internazionale di servizi negli anni recenti”.
Per spiegare questa notevole differenza di performance, si può ipotizzare che dipenda dalla tipologia dei nostri servizi, molto diversa da quella dei partner. In Italia, infatti, c’è “una prevalenza – come in Spagna – dei servizi
di viaggio e una scarsa rilevanza delle attività a maggior contenuto di conoscenza, quelle cioè ricomprese negli altri servizi alle imprese”. Sono pure poco sviluppate le vendite estere di servizi “a media intensità di conoscenza come i trasporti e la logistica, i servizi di manutenzione e riparazione (tipicamente associati alla vendita di impianti e strutture), i lavori di costruzione internazionale”.
Puntare a sviluppare un’economia dei servizi “evoluti” per contrastare il rallentamento dell’export di beni dovrebbe essere sulla prima pagina dell’agenda del sistema-Paese. Ma non se ne parla quasi per niente. Al punto che sembra persino naturale registrare “un disavanzo sistematico”, come lo definisce Bankitalia, sulla bilancia dei servizi di trasporto internazionali, ossia quelli che consentono il trasporto delle merci che produciamo. In grafico sotto lo evidenza con chiarezza.
Servirebbe un deciso ripensamento del nostro sistema economico. Ma all’orizzonte si vedono solo nubi. E l’inverno.
Cronicario: Né occupati né disoccupati: solo preoccupati
Proverbio dell’1 aprile Da Oriente a Occidente, la propria casa è la migliore
Numero del giorno: 44,1 Indice pmi tedesco a marzo, in calo dal 47,6 di febbraio
Per cominciare bene una settimana che si preannuncia complicata c’è solo una cosa da fare: infischiarsene. Nel caso percepiate ondate di realtà farvisi da presso, ricordate sempre che c’è un governo del cambiamento che sta lavorando per voi. Pure se voi non lavorate. Non ci credete: guardate questo.
Vedete. In fondo non stiamo messi così male: siamo solo i terzi in Europa per numero di disoccupati. E se ricordate il geniale piano del governo di farli aumentare per fare più deficit, possiamo solo auspicare di diventare presto almeno i secondi superando finalmente in qualcosa la Spagna.
I dati di febbraio sono incoraggianti, in tal senso. La disoccupazione infatti è aumentata e quindi presto potremo fare nuovo deficit per non far scattare l’aumento Iva (vi giuro che l’ha detto un qualche genio). Ma se volete saperne di più sul nostro mercato del lavoro, vi suggerisco l’imperdibile Istat, che oggi disegna uno scenario meraviglioso.
Siccome so che forse due-tre leggeranno una cosa così lunga, vi faccio un disegnino.
Anzi, anche altri due.
L’occupazione stagna, come anche la disoccupazione e la quota di inattivi. Sintesi a uso bar dello sport: il mercato del lavoro è fermo. E mica solo quello del lavoro. Guardate che ha scritto Ocse proprio poco fa.
Non era facile far peggio della Grecia, ma ce l’abbiamo messa tutta. Col risultato che non ci sono più occupati né meno disoccupati. Solo preoccupati.
A domani.
Il debito pubblico non è un problema per chi se lo può permettere
Per una curiosa coincidenza, l’ultimo Bollettino economico della Bce pubblica un approfondimento dedicato al paper di cui avevamo discusso nei giorni passati, nel quale l’autore, Oliver Blanchard, arguiva che il debito pubblico non è fonte di problemi per un’economia a patto di avere un tasso di crescita sempre maggiore rispetto al costo complessivo del debito. L’articolo della Bce è un ottima occasione per fare un passo in avanti e guardare anche altri aspetti del problema, con particolare riferimento al caso europeo, visto che lo studio era riferito agli Stati Uniti.
La premessa è che le analisi di sostenibilità del debito pubblico guardano al differenziale fra il tasso medio di interesse sul debito e il tasso di crescita nominale come una delle principali variabili da considerare. Meglio ricordarlo perché queste considerazioni vengono effettuate da chi poi questo debito decide o no di comprarlo. E quindi indirettamente lo prezza.
Nel corso di un anno il debito pubblico di un paese aumenta in gran parte in ragione della somma pagata per gli interessi sul debito accumulato e del disavanzo primario, ossia la spesa in eccesso rispetto alle entrate al netto del pagamento degli interessi. Il cambiamento del debito in rapporto al Pil, di conseguenza, è determinato dal saldo primario e dalla differenza fra tasso di interesse e tasso di crescita. Ciò significa che se il differenziale fra tasso di interesse e tasso di crescita (𝑖 − 𝑔) è strettamente positivo, e quindi pago più interessi di quanto cresco, è necessario che il saldo primario generi un avanzo fiscale per stabilizzare o ridurre il rapporto debito pubblico/Pil.
“Quanto più alto è il livello di debito iniziale, tanto più elevato sarà l’avanzo primario necessario”, sottolinea il Bollettino. Se invece succede che il differenziale 𝑖 − 𝑔 è persistentemente negativo (𝑖<𝑔) allora il rapporto debito pubblico/Pil può ridursi anche in caso si verifichino disavanzi primari di bilancio, purché ovviamente siano inferiori all’effetto che l’andamento del differenziale ha sul debito”, sottolinea.
A fronte di questo quadro teorico, il paper di Blanchard ha avuto l’effetto di riaccendere la discussione e questo spiega anche l’interesse della Bce sul tema. Premesso che la modellistica comunemente utilizzata “non arriva a formulare conclusioni chiare riguardo al segno e alle dimensioni del differenziale tra crescita e tassi di interesse sul debito pubblico”, si può far uso di analisi empiriche che rilevano come “nelle economie avanzate mature il differenziale tra crescita e tassi di interesse, che rileva ai fini della dinamica del debito pubblico, si è mantenuto positivo per periodi più lunghi”. Proprio come osservato nell’analisi di Blanchard per gli Usa. Questo non vuol dire che sia stato così per tutti o costantemente, come si può osservare nel grafico sotto.
Come si può osservare, per l’Italia nei quasi vent’anni intercorsi fra il 1999 e il 2017, la differenza fa i e g è stata positiva di oltre due punti percentuali. Quindi la crescita non è stata sufficiente a pareggiare i costi del debito, “costringendo” il paese a sviluppare costantemente avanzi primari. Un caso praticamente unico nell’eurozona che sembra destinato a perpetuarsi. “Secondo le previsioni dell’autunno 2018 della Commissione europea, nel 2017 tutti i paesi dell’area dell’euro, a eccezione dell’Italia, hanno registrato differenziali 𝑖−𝑔 negativi. Sebbene le proiezioni prevedano un aumento del differenziale in 12 paesi dell’area entro il 2020, questo valore dovrebbe rimanere in territorio negativo per tutti i paesi, a eccezione dell’Italia”.
Per completare il quadro teorico, va ricordato che anche nel caso di 𝑖−𝑔 negativo, quindi di interessi inferiori alla crescita, disavanzi primari persistenti impediscono la stabilizzazione del debito/Pil. Al contrario, se si sviluppano avanzi primari a fronte di differenziali 𝑖−𝑔 negativi si arriva a una diminuzione del debito. Il caso più esemplare è quello tedesco, che è in surplus fiscale dal 2014 e si sta avviando a un rapporto debito/Pil inferiore al 60%.
Blanchard nel suo paper, inoltre, ricordava che dagli anni ’80 il tasso di interesse in calo in tutte le economie. Ma questo, sottolinea la Bce, “in qualche misura ciò si applica anche al tasso di crescita del Pil. In particolare, a partire dagli anni ’80 del Novecento i tassi di interesse reali nelle economie avanzate hanno cominciato a scendere e,
all’indomani della crisi finanziaria mondiale, hanno toccato livelli eccezionalmente bassi”.
Aldilà delle ragioni che guidano questi processi, sulle quali il dibattito è quanto mai aperto, è degna di nota un’altra conclusione a cui arriva la Bce, ossia che “le condizioni cicliche e la politica economica sembrano svolgere un ruolo importante” nelle vicende del debito di un paese. In particolare “il differenziale può crescere rapidamente nelle fasi di recessione, specialmente nei paesi con livelli di debito elevati. Più in generale, si riscontra che a posizioni di bilancio più deboli (debito e disavanzo più elevati) corrisponde un più alto valore di 𝑖−𝑔”. La tavola sotto sembra corroborare questa congettura.
Si osserva infatti che il differenziale cresce, in media, di più quando il debito pubblico è elevato (maggiore o uguale al 90 per cento del Pil) e che nei periodi di rallentamento dell’economia, il differenziale tende ad aumentare, com’è logico se pensate a come si definisce.
In sostanza, il debito pubblico non è un problema, a patto di poterselo permettere, nel senso che il costo è inferiore a quello della crescita, e di non cumularlo, perché in questo caso aumentano le possibilità che il differenziale diventi sfavorevole. Il caso dell’Italia, purtroppo, è una chiara dimostrazione di queste circostanze. “Un debito pubblico elevato pone notevoli sfide economiche”, conclude la Bce . Spesa pubblica e investimenti efficienti possono incrementare il potenziale di crescita di un paese nel medio termine, aggiunge, ma gli attuali livelli di debito elevati in molte economie stanno ostruendo questi canali, in particolare la capacità di attuare politiche di bilancio anticicliche nelle fasi di congiuntura sfavorevole”. Il debito, insomma, è uno strumento che offre opportunità e altrettante controindicazioni. Se si esagera, rimangono solo queste ultime.
Cronicario: Bankitalia fra un profittone per Pantalone che paga il debitone
Proverbio del 29 marzo I furfanti non ascoltano i discorsi sull’onestà
Numero del giorno: 4,9 Quota % disoccupazione in Germania a marzo
Vi ricordate il bilancione di Bankitalia?
Certo che si, dai. Ne abbiamo parlato tante volte quando vi abbiamo raccontato di come il QE della Bce abbia fatto esplodere a livelli mai osservati il bilancio di mamma Banca d’Italia, che infatti ormai tiene in pancia asset per quasi mille miliardi, 320 dei quali sono titoli dello stato italiano. Perciò anche quest’anno, come l’anno scorso, è arrivato un bel profitto, anzi un profittone.
Una robetta da 6,2 miliardi, che fanno sembrare (quasi) bruscolini i 3,9 del 2018. Di questi, 5,7 miliardi verranno girati allo stato Pantalone, ovviamente felicissimo, che poi è lo stesso che ha pagato gli interessi sul suo debitone tenuto in pancia da Bankitalia per la gioia di tutti noi. Se vi sembra un filo cervellotico vuol dire che siete appena entrati nel magico mondo del central banking alimentato con le nostre tasse.
Cosa succederà a questo debitone quando Bankitalia deciderà di disfarsene?
Vabbé ho capito.
Buon week end.
Cartolina: La protezione asociale europea
Dovremmo chiederci cosa non abbia davvero funzionato nella nostra idea di governo della società, di fronte al fatto che l’Europa spenda un capitale in protezione sociale e ciò malgrado cresca il senso di insicurezza. I 2.890 miliardi di euro impiegati dai governi dell’area nel 2017, il 18,8% del pil e il 41,4% delle spese dei governi, non ci hanno risparmiato l’avanzata dei populisti e anzi a dar retta alle cronache, alimentate quotidianamente dai profeti dello sfascio, gli europei sembrano diventare sempre più egoisti e miserevoli, perché – dicono – manca la sicurezza. Economica, innanzitutto, e poi tutte le altre. Col risultato che il massimo dell’ambizione è farsi i fatti propri. Dovremmo chiederci se non sia stato il desiderio di protezione sociale a trasformarci in individui asociali. Ma è più semplice spendere di più.
Cronicario: Allegria: il mattone s’ammoscia ancora
Proverbio del 28 marzo Se vuoi imparare qualcosa ascolta i bambini
Numero del giorno: 204.280.000.000 Importo pagato da Inps per le pensioni al netto di quelle pubbliche
E se avete ancora dubbi che va tutto per il verso giusto, anzi giustissimo, leggetevi l’ultima release Istat sul mercato delle abitazioni, che espone il risultato indubitabile del nostro successo.
Si lo so, è una roba noiosa. Ve la semplifico così.
In pratica le case nuove hanno prezzi tornati a quelli di otto anni fa. Quelle vecchie hanno perso circa un quarto del loro valore. Col che la mitologica ricchezza degli italiani – la casa – è dimagrita senza pietà, alla faccia del fisco che ogni anno aspira senza pietà una quarantina di miliardi di imposte a vario titolo dal mattone degli italiani.
Giuro che non l’ho inventato questo dato. L’ha detto qualche giorno fa il direttore dell’Agenzia delle entrate alla commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria, dove è venuto anche fuori che “le imposte di natura reddituale pesano per il 21%, quelle di natura patrimoniale per il 49% e quelle sui trasferimenti e sulle locazioni (Registro) per il restante 30%”. E mica solo questo. I nostri pregevoli tassator cortesi ci fanno anche sapere che il valore di mercato delle case degli italiani è quasi il doppio di quello catastale. Addirittura era arrivato al triplo nel 2005 “a causa dell’impetuosa crescita dei prezzi”.
Ora dovreste essere felici che l’impetuosa crescita sia diventata una decrescita, e ringraziare il governo che per tutto quello che fa e farà in futuro per contribuire. Primo perché più i prezzi si avvicinano al valore del catasto, prima la smettono di parlare di riforma del catasto, visto che serve solo succhiare nuove tasse ai proprietari di casa. Non ci credete: leggete questa pregevole dichiarazione rilasciata dal nostro direttore della suddetta Agenzia secondo il quale “un’eventuale riforma delle attuali modalità di determinazione delle rendite catastali comporterebbe notevoli vantaggi, in termini di efficienza ed equità, al sistema della tassazione immobiliare”.
Poi perché i prezzi bassi finalmente consentiranno anche ai poveri di comprare casa. Anzi, la decrescita felice del mattone lancerà il programma più amato dagli italiani, dopo il reddito e la pensione di cittadinanza: la casa di cittadinanza. Arredata, ovviamente.
A domani.






































