Categoria: Annali
Cronicario: E d’improvviso a tutti importa dei porti
Proverbio dell’11 giugno L’amata senza sorriso è come una lampada senza luce
Numero del giorno: 18.000 Frammenti di Dna che distinguono l’uomo dallo scimpanzé
Se non fosse per la Spagna, che con un bell’olé ha risolto l’emergenza dell’Aquarius offrendo ospitalità ai profughi africani, staremmo ancora a discutere dei porti italiani che mai come oggi hanno avuto l’onore delle cronache e che adesso, assai repentinamente verranno dimenticati. La qualcosa ha del fenomenale. Siamo l’unica penisola al mondo con una lunga storia di commercio marittimo alle spalle che parla di porti solo quando arriva l’uomo nero. Per il resto…
No, veramente: ce ne infischiamo tutti. Sicché, poiché l’emergenza migranti ha acceso un faro sulla nostra ricettività portuale, ne approfitto per raccontarvi che abbiamo una rete portuale che potrebbe farci stare assai meglio di quanto stiamo se fossimo capaci di utilizzarla. Per dire, se in Italia sbarcassero anche tanti più cargo, oltre ai profughi, sarebbe un terno al lotto per la nostra economia. E invece facciamo viaggiare il grosso delle nostre merci su strada anziché per mare.
Vi do giusto un paio di anticipazioni contenute nell’ultimo rapporto che domani Sace presenterà a Milano, dove la fra le altre cose viene fuori che siamo al 26esimo posto nella classifica mondiale delle infrastrutture strategiche per il commercio. E noi saremmo anche un paese esportatore. Secondo le stime di Sace perdiamo 70 miliardi l’anno proprio per questo deficit di capacità di trasporti che potrebbe far crescere di altrettanto le nostre esportazioni. Ora non è voglio farvi arrabbiare col solito confronto con i tedeschi, ma loro stanno molto meglio di noi a livello di infrastrutture portuali spendendo peraltro parecchio in investimenti, 50 miliardi a fronte dei 30 italiani. Tutto ciò determina che il nostro sistema portuale esporta e importa rispettivamente il 26,5 e il 30,5% dei nostro commercio estero a fronte del 38,5 e 34,6% che viaggia su strada. E abbiamo pure perso connettività rispetto alle principali rotte internazionali.
E questo è il punto. Se a noi non importa dei porti, poi non stupiamoci che importino ad altri.
A domani.
Il boom silenzioso del petroyuan
Zitto zitto, il petroyuan ha raggiunto il suo volume record di contratti il primo giugno scorso, quando, secondo le rilevazioni di Platts, è arrivato a 275.006 lotti per il future con scadenza a settembre, il risultato migliore da quando lo strumento finanziario è stato lanciato sul mercato di Shangai lo scorso 26 marzo. Rispetto ad allora i contratti “tradati” sono aumentati di sette volte, a dimostrazione del fatto che sempre più operatori, sia retail che istituzionali, hanno iniziato a utilizzare il future in valuta cinese come strumento di investimento. Gli oltre 275 mila lotti corrispondono in realtà alla metà circa di contratti effettivi, visto che la borsa conta due volte, una per l’acquirente l’altra per il venditore, la stessa transazione. E poiché un contratto ha come sottostante mille barili di petrolio fisico, è come se nel giorno del record fossero stati venduti a Shangai oltre 137 milioni di barili. Questo non vuol dire certo che si arriverà alla consegna – questi contratti vengono scambiati in gran parte per scopi finanziari – ma è la conferma che il mercato dei future in yuan sta diventando sempre più liquido e perciò via via più attrattivo per gli operatori. Se guardiamo la progressione di crescita degli scambi fra aprile, maggio e l’inizio di giugno, osserviamo una percentuale di crescita del 147% al mese. Un risultato che certo non dispiacerà alle autorità cinesi, che perseguivano la scommessa del future petrolifero in valuta da oltre vent’anni.
Alcuni analisti ipotizzano che le turbolenze osservate sui benchmark tradizionali in questi giorni a causa delle varie fibrillazioni sui mercati petroliferi può in qualche modo aver favorito il boom silenzioso del petroyuan, ma si osserva fra le righe il ruolo crescente degli investitori di breve periodo che usano il future cinese per spuntare qualche rapido profitto. Ed è interessante sottolineare che il picco dell’attività di trading si concentra nella sessione notturna, orario di Pechino, fra le 9 di sera e le 2.30 del mattino. Una circostanza che lascia ipotizzare che molto dell’attivismo sul mercato dipenda da investitori retail che secondo alcuni osservatori prendono a prestito per giocare alla roulette russa del future petrolifero. Un gioco molto costoso. Un contratto per mille barile costa 476.000 yuan, e i giocatori devono lasciare un deposito di almeno 500 mila yuan prima di sedersi al tavolo. Secondo alcune stime circa il 60% dei contratti del daily turnover viene scambiato in questa fascia oraria, quindi ciò significa che nella notte sui tavolo da gioco circolano miliardi di yuan in fiche che molto sospettano siano messe in circolazione dalla middle class cinese che utilizza il tempo libero dopo il lavoro per sedersi davanti a un computer e tentare la sorte.
Tuttavia, malgrado la gran parte delle contrattazioni siano di natura squisitamente finanziaria, molte compagnie petrolifere hanno fatto sapere sin dall’inizio che avrebbero partecipato alle contrattazione del petroyuan. Alcune fonti osservano che c’è ancora molta prudenza da parte degli operatori “fisici”, ossia quelli che sono realmente interessati alla consegna del greggio visto che il meccanismo deve ancora essere testato. Quello sarà un momento determinante per capire l’effettiva praticabilità del petroyuan. Ma intanto l’attenzione degli speculatori ha contribuito a rendere il mercato liquido abbastanza da consentire al future cinese di iniziare a muovere i primi passi concreti nel grande mercato dell’energia. Il percorso è ancora lungo, ovviamente. Per dare un’idea, la media giornaliera del volumi sul Brent, uno dei principali benchmark petroliferi denominato in dollari come l’americano WTI, è di un milioni di lotti. Ma il future cinese si candida a diventare a tempo debito un buon benchmark regionale per alcune qualità di greggio, sul modello di quello di Dubai.
L’evoluzione in corso del quadro politico potrebbe tuttavia accelerare questo processo. La riattivazione delle sanzioni verso l’Iran, determinata dall’uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare, avrà effetti notevoli sull’esportazione del petrolio iraniano, del quale la Cina è una grande acquirente. Si potrebbe replicare quanto già accaduto nel 2012, all’epoca delle prime sanzioni, quando gli iraniani, tagliati fuori dai circuiti finanziari, accettarono yuan per il petrolio venduto ai cinesi, passando per le banche russe. La Russia a sua volta, oltre ad avere attivato un canale di scambio valutario rubli-yuan con la Cina, è la prima fornitrice di greggio dei cinesi, e potrebbe avere molto interesse a collegare la qualità del suo greggio al future cinese. In sostanza, la situazione politica congiura per fare del petroyuan lo strumento ideale di una nuova rete di interessi fra Russia, Cina e Iran. A quel punto il benchmark cinese potrebbe diventare seducente anche per altri.
Cronicario: Colpo di scena: lo spread siamo noi
Proverbio dell’8 giugno L’amore inizia con uno sfiorarsi di maniche
Numero del giorno: 9,3 Aumento % export tedesco ad aprile 2018 su aprile 2017
Mi sveglio parecchio turbato perché ho sognato una fuga di capitali con me al loro seguito e figuratevi il dispiacere al pensiero di lasciare la nostra bella madrepatria. Per andare dove poi? Boh. Pure là fuori fischia il vento e soffia la bufera, solo che fanno meno casino di noialtri e fanno bene. Qui, da quando abbiamo internazionalizzato a scopo di governo il nostro usuale cazzeggiare autolesionistico, abbiamo fatto un disastro.
Decido di dare la colpa del brutto sogno alla cattiva digestione e me lo dimentico finché non mi trovo davanti il ritornello che ormai ci affligge da quando abbiamo avuto la brillante idea di diventare un problema globale. Parleranno di noi anche al G7 canadese, per dire, dove è volato stanotte il nostro primo ministro, che speriamo non perda gli appunti durante il viaggio. Ma comunque: neanche il tempo di assimilare la colazione, e mi arriva il solito uno-due, che tradotto dal pugilistico al finanziario significa spread-borsa, con l’uno che arriva a 270 e l’altra che si asciuga fino a un altro 1,8% con le banche a battere i dentini da latte che hanno appena rimesso dopo la crisi. Scopro con raccapriccio che si torna a parlare del rendimento del biennale. Ma soprattutto leggo una pletora di dichiarazioni che mi riportano a tempi ormai dimenticati. Lo spread qua, lo spread là…
Ma le parole più meritevoli di essere ospitate dal vostro Cronicario, le ho trovate leggendo la dichiarazione di un pezzo grosso della nostra Banca d’Italia, ospite del convegno Acri, che se non lo sapete è l’associazione della casse di risparmio, ossia uno dei conventi dove si celebra il rito del capitalismo più o meno protetto (possibilmente più) come piace a noi italiani. E che dice il nostro cardinale monetario? Che l’aumento dello spread non è causato “da una demoniaca e misteriosa” manovra da parte “di pochissimi speculatori” ma dall’aumento del “rischio percepito dai gestori dei risparmi degli italiani” che uno dei “paesi come l’Italia possa uscire dall’euro”.
Soprattutto il nostro paziente banchiere ricorda all’uditorio che questo “è tema che non dobbiamo cessare di spiegare all’opinione pubblica” sottolineando come i gestori “a cui sono affidati i nostri risparmi, di fronte a questo rischio, si coprono vendendo i titoli”. La speculazione “esiste ma si accoda a questo movimento”.
Vabbé: ve la faccio semplice. Sono (anche) i nostri soldi che accendono il fuoco della fuga di capitali dall’Italia. E i primi a farli fuggire sono gli italiani.
Lo spread siamo noi.
A lunedì.
Cartolina: La quota 100 del mattone
Dopo aver viaggiato per un decennio assai incerto su quote più elevate, il mattone italiano si è incagliato nella sua personalissima quota 100, che misura il livello reale dei prezzi con l’indice all’anno 2015, che poi è lo stesso livello nominale di dieci anni prima. Detto in altro modo, e al netto delle approssimazioni statistiche, gli immobili italiani vivono nel limbo dei prezzi congelati, dove le pretese insostenibili dei proprietari si scontrano con i redditi improbabili degli acquirenti. Bankitalia, nella sua relazione annuale, ci dice che nel 2016 i redditi equivalenti delle famiglie, in termini reali, pur segnando una crescita rispetto al passato, erano ancora il 10,9 per cento in meno rispetto al 2006. Diventa perciò esercizio di puro equilibrismo sostenere i prezzi di quell’anno con i redditi di oggi, pure al netto degli sconti. La ripresa delle compravendite avviene a discapito dei prezzi, evidentemente. Quota 100 non è soltanto un indice. E’ la fine di una storia che non trova un nuovo inizio.
Le strade della globalizzazione: La rete terrestre dell’Eurasia
Non avrebbe alcun senso politico né tantomeno economico scomodare una categoria astratta come quella dell’Eurasia se a questa entità non corrispondesse già un coacervo di relazioni fra gli stati che la compongono. Queste relazioni sono del genere più svariato, ma condividono il principio base di ogni relazione sociale: un interesse comune. L’economia, che di questi interessi è semplicemente quello più visibile, trova nel commercio la sua principale manifestazione pratica e perciò letteralmente si rappresenta nelle vie di collegamento che, unendo gli stati, permettono loro di coltivare gli interessi comuni sotto la forma degli scambi. Se vuoi diventare ricco costruisci una strada recita un proverbio cinese.
Per tale ragione osservare la rete dei collegamenti terrestri che formano l’economia degli scambi dell’Eurasia ci consente di capire a che punto sia davvero arrivato il processo di consolidamento di questa entità. E ci consente anche di capire la portata strategica dell’ambizioso progetto cinese della Belt and Road initiative, che prima ancora di essere uno strumento tattico di penetrazione delle imprese cinesi (e quindi sostanzialmente del governo) in territori sempre più ampi – dall’Asia centrale, al Medio Oriente e all’Africa – è innanzitutto una manifestazione del pensiero che l’immenso continente euro-asiatico è nulla se non sarà possibile percorrerlo in tempi compatibili con le frenesia dei tempi moderni, come diceva un vecchio spot.
Per tale ragione è una ottima introduzione alla rete terrestre dell’Eurasia, intesa come il sistema dei grandi corridoi di trasporto che attraversano questo territorio, un paper pubblicato qualche mese fa dall’International Institute for applied system analiysis (IIASA), che ci consente di avere una buona visione d’insieme e anche una conoscenza approfondita di quanto pesi la rete terrestre, relativamente alla portata degli scambi che conduce, rispetto a quella marittima, che è ovviamente preponderante. Il colpo d’occhio è già illuminante.
Questa immagine ha il pregio di concentrare la nostra osservazione sulla porzione più vasta dell’Eurasia (senza l’Europa occidentale), ossia la parte più problematica da un punto di vista infrastrutturale. Al tempo stesso è la parte dove si concentra il maggiore sforzo per creare collegamenti, che significa relazioni economiche e quindi politiche. A parte la BRI cinese, c’è l’Eurasian Economic Union (EAEU) di Putin che di recente ha siglato accordi commerciali sia con l’Iran che con la Cina, ossia la premessa per infittire la rete di collegamenti che tali scambi portano necessariamente con sé.
Partiamo da alcuni elementi di fatto. Il trasporto marittimo al momento e nel futuro prevedibile domina gli scambi commerciali fra Cina e Unione Europea. Alcune stime collocano il mare come strada di collegamento per il 98% dei cargo che viaggiano dalla Cina all’Ue. Il trasporto aereo e quello ferroviario si contengono il resto, più o meno in parti eque a seconda delle stime. Circa l’80% dei carichi che viaggiano dall’Ue alla Cina sono trasportati in container. In particolare circa il 90% dei cargo importati dall’Ue dalla Cina e il 70-75% delle importazioni cinesi dall’UE. Questi numeri ci confermano l’importanza strategica del mare per il futuro della Cina e spiegano bene il grande sforzo cinese per lo sviluppo dell’economia del mare al quale ho dedicato un lungo approfondimento.
Detto ciò sarebbe un errore pensare che questa situazione non possa subire evoluzioni. Abbiamo già visto un caso concreto che illustra come interessi economici specifici abbiano condotto allo sviluppo di un collegamento ferroviario fra la Cina e la Germania. Non si tratta di un caso isolato. Il paper sottolinea come “negli ultimi quattro anni, i flussi di merci dalla Cina verso l’Europa per ferrovia attraverso l’EAEU sono raddoppiati ogni anno”. Si partiva da una base molto, ma comunque è il segnale di una tendenza destinata a infittirsi mano a mano che diverranno sempre più fitte le relazioni fra gli stati del continente. Nel 2016 sono stati spediti 97.000 container dalla Cina all’Europa tramite ferrovie e nella direzione opposta si è arrivati a 147.000. Abbastanza da poter convincere i tre “grandi azionisti” dell’Eurasia, ossia Cina, EU, e EAU, a mettersi seduti attorno a un tavolo per ragionare su come facilitare questi collegamenti, gravati da notevoli colli di bottiglia burocratici e tecnici. Parrà strano ai non addetti ai lavori, ma anche la diversa lunghezza dei treni da paese a paese complica la percorrenza dei grandi corridoi, per non parlare delle diverse regolazioni alle quali sono soggette le compagnie ferroviarie dei vari stati.
Uno dei punti nodali che deciderà il futuro di questi collegamenti ferroviari, secondo quanto riportano i nostri specialisti, sarà lo sviluppo delle ferrovie polacche e dai punti di attraversamento delle frontiere fra la Polonia e la Bielorussia. Questioni tecniche legate alla conformazione delle infrastruttura ferroviaria polacca costringono i treni che viaggiano lungo l’EAEU a rallentare notevolmente, aumentando i tempi di percorrenza. E inoltre il confine polacco-bielorusso, Brest–Małaszewicze non ha più capacità di contenere i flussi di merci, in tal modo indebolendo la capacità di carico del corridoio centrale euroasiatico.
Poi c’è la questione dei sussidi cinesi al trasporto ferroviario, che rappresentano insieme “un’opportunità e un rischio per il transito dei container trans-Eurasia”. Ciò per la semplice ragione che sussidiare il trasporto ferroviario, che ha molto migliorato l’economia dei trasporti in molte regioni euroasiatiche, rischia di far dipendere da questi ultimi lo sviluppo dei transiti terrestri, esponendoli ai capricci della politica, piuttosto che a quelli del calcolo economico, che almeno ha il vantaggio di essere prevedibile. Infine c’è la considerazione che le grandi aree che compongono l’Eurasia sembrano poco interessate a investire sui grandi corridoi. Diffidenze reciproche – l’Ue è molto prudente sull’ingresso di capitali cinesi nelle infrastrutture di trasporto europee e al tempo stesso è sempre meno riluttante a investire in Russia – e interessi preminenti – la Cina preferisce investire su petrolio, gas e miniere piuttosto che sui binari – rendono l’investimento sulle reti ferroviarie trans-eurasiatiche pressoché nulli. Gli sforzi finora vengono compiuti a livello domestico. “Un’indagine condotta su 30 società dell’UE (esportatori, imprese di trasporto e logistica) nell’ambito del progetto ha confermato fortemente queste conclusioni”, scrivono gli autori del paper. Significa soltanto che i mercanti scavano la loro via della seta e che i governi se ne tengono ancora ben lontani. Non è necessariamente un male. E’ così che comincia una civiltà.
(1/segue)
Puntata successiva : Le merci che viaggiano sulle reti dell’Eurasia
Cronicario: E siccome non succede nulla mi consolo col Bilderberg
Proverbio del 5 giugno Il raccolto di un anno dipende dalla semina estiva
Numero del giorno: 3,7 Incremento % compravendite abitazioni in Italia nel 2017
Checché vi dicano i gazzettieri del cronicario globale, che oggi non danno tregua, l’unica notizia interessante la trovate solo qui:
Si vabbé il discorso del premier alle Camere, per la fiducia: che volete che sia? Ha promesso tutto e anche di più, come farebbe qualunque altro primo ministro che chiede la fiducia. L’opposizione si è opposta e la maggioranza ha applaudito. Questa roba piace solo agli sfaccendati, quindi cambio subito argomento. Anzi cambio paese: vado a Bruxelles. Lassù trovo un paio di cose che non sono successe che potrebbero persino interessarvi. La prima: la riforma del regolamento di Dublino sui profughi. Doveva esserci la discussione sulla riforma, ma gli europei hanno litigato ancora prima di cominciare e quindi non è successo niente per la gioia dei difensori del suolo patrio.
La seconda cosa che non è (ancora) successa e che probabilmente neanche succederà è la riforma dell’eurozona. Dombrovskis, che fra le altre cose è pure vicepresidente della commissione Ue, ha detto queste parole da scolpire sulla rocce. Anzi, sulle pietre miliari: “E’ tempo di muoverci dalle discussioni alle decisioni sull’Unione economica e monetaria, perciò vediamo Ecofin e summit di giugno come pietre miliari”.
In tutto questo parapiglia, dove i neo potenti italiani promettono di cambiare le regole Ue e l’Ue pure, minacciando quindi di volere la stessa cosa senza saperlo, si staglia come una certezza l’unica cosa che non è successa ma che succederà di sicuro. Il Bilderberg, l’associazione definita a seconda della digestione coacervo di massime intelligenze o di rettiliani, si riunirà a Torino dal 7 al 10 giugno. Il primo tema del convegno supersegreto che ha alimentato speculazioni più ardite di quelle di X files, e che peraltro riunisce anche alcuni nostri connazionali ritenuti illustri, è dedicato a “Populismo ed Europa”. Questo nel giorno il Governo si presenta alle Camere. Non può essere un caso. Anzi, è sicuramente un complotto.
A domani
I timori crescenti annidati nel mercato dei prestiti più rischiosi
Nel bassifondi del mercati, dove difficilmente si avventura lo sguardo dei viaggiatori occasionali, nascono, crescono e prosperano le creature dell’esotismo finanziario che godono di fortuna pari alle disgrazie che potenzialmente possono provocare. Tutti ne conoscono le potenzialità, benigne per il rendimento e maligne per il rischio che portano con sé e questi fini conoscitori non si peritano di sperimentarsi nella pratica di questi strumenti per la semplice circostanza che sono chiamati a tirar denaro dalla rapa sempre più asciutta dei rendimenti ufficiali, ai minimi storici per ragioni note e meno note, ma comunque non sufficienti a saziare la fame di rendimento che cresce insieme alla quantità di denaro in circolazione, com’è naturale che sia.
Noi viaggiatori occasioni scopriamo questi mercatini esclusivi del rischio, che però sono capaci di far deragliare mercati assai più nutriti, leggendo rapporti istruttivi come l’ultimo sulla stabilità finanziaria proposto dalla Bce che è servito a farci conosce meglio il cuore del leveraged loan, che potremmo tradurre all’impronta come prestito a leva, nella consapevolezza che peraltro i signori della finanza non hanno ancora prodotto una definizione univoca che per capire esattamente cosa si annidi dietro questa definizione. Contentiamoci perciò del breve bugiardino messo a disposizione dalla Bce, che sottolinea come “ci sia una condivisione generale sul fatto che un leveraged loan è un prestito garantito emesso da una società molto indebitata (levered)”. L’industria tende ad attribuire questi prestiti a imprese sotto l’investment grade, ossia il livello di rating sotto il quale non dovrebbero mai avventurarsi gli investitori tradizionali perché considerato, proprio perché remunerativo, estremamente rischioso. Ma poi va a vedere se è davvero così. Decifrare i geroglifici di un gestore di fondi è impresa che richiede ben più di una semplice stele di rosetta.
Fatte queste premesse, che serviranno agli altri viaggiatori occasionali come me, va subito detto che “il mercato dei leveraged loan è significativo e alcuni sviluppi recenti possono generare rischi per la stabilità finanziaria”. Per dare un’idea, in Europa e negli Usa, dove tali esotismi allignano innanzitutto, questo mercato è circa cinque volte quello dei bond high yield, ossia ad alto rendimento perché sul crinale dell’investment grade. Nel 2017 gli Usa hanno visto questa nicchia superare in valore quello pre crisi con un’emissione lorda che, a seconda delle metriche usate, varia dai 500 ai mille miliardi di euro. L’Ue, più moderata, oscilla fra i 120 e i 320 miliardi, ma anche da noi è stato praticamente raggiunto il livello del 2007.
La domanda degli investitori per questa specie di roulette russa del credito ha spinto aziende già molto indebitate a offrire al mercato i loro carissimi debiti. Un atteggiamento parecchio ottimistico che presuppone un “rilassamento dei standard di sottoscrizione” che anche i viaggiatori occasionali come me ricordano bene essere l’ingrediente comune dei disastri finanziari che tutti noi ricordiamo. In concreto ” il livello di protezione degli investitori previsto nei contratti con prestito a leva è basso: le operazioni di covenant lite (cov-lite) rappresentano circa l’80% dell’emissione in entrambi i mercati, rispetto a meno di un terzo durante il periodo pre-crisi”. Emissione cov-lite significa solo che le clausole a tutela dell’investitore sono ridotte all’osso. E poiché “gli investitori hanno meno mezzi di intervento tempestivo per limitare i comportamenti dei debitori, ciò aumenta la probabilità che le inadempienze vengano ritardate e che i tassi di recupero si abbassino”.
Ci si potrebbe chiedere a ragione perché mai allora i creditori sottoscrivano questa roba. Ma la risposta è facile: ci guadagnano tanto. Che siano disposti a perderci altrettanto se l’aria girerà è un altro paio di maniche.
In Europa pare sia meno di interesse per le banche, che dal 2007 in poi sono uscite gradualmente da questo segmento. La Bce tuttavia sospetta un recente ritorno di fiamma guidato dalle banche francesi e tedesche. In ogni caso i leveraged loan trovano fan molto motivati nei cosiddetti investitori non banking, le banche ombra insomma; fondi e quant’altro.
Questi soggetti sono meglio attrezzati delle banche a gestire eventuali disordini di mercato? La storia suggerisce di no, ma speriamo di non scoprirlo mai.
Cronicario: La flat tax del Renzi bis
Proverbio del 4 giugno Chi non capisce quando ha abbastanza rimane povero
Numero del giorno: -1,2 Calo % prezzi abitazioni Italia secondo Fimaa nel IQ 2018
Mi sveglio un lunedì nel paese del governo del cambiamento e mi ritrovo nel Renzi bis. Per dire, sento l’occhiutissimo ministro dell’interno dire che il suo predecessore ha fatto un discreto lavoro per cui “non smonteremo nulla di ciò di positivo che è stato realizzato”. La qualcosa mi sembra straordinariamente intelligente, alla faccia del cambiamento. Poi leggo su un giornale di un altro esperto, in odore di incarico ministeriale, che discorre di previdenza e della mitologica separazione fra previdenza e assistenza per pagare le pensioni a quota 100 dopo aver tagliato qua e là dove non serve, e ho la conferma che l’ossessione pensionistica che ci ha inflitto gravi scocciature nell’ultimo quinquennio (e vi faccio grazia per i quaranta prima) è ben lungi dall’esser terminata. Al tempo stesso il nostro cervellone osserva che per sostenere il reddito di cittadinanza verranno riordinati “gli ammortizzatori sociali introdotti col jobs act”. “Inutile tenere in piedi Naspi, Discoll, Asdi, reddito di inserimento. Della Naspi manterrei solo il décalage e lo applicherei al Reddito di cittadinanza. Per spronare chi lo riceve ad attivarsi per un lavoro”. D’altronde Reddito di cittadinanza suona meglio di Naspi, ne converrete.
Ma nulla di fronte al vero colpo di teatro recitato a soggetto da un’altra testa d’uovo nonché potenziale punta di lancia del governo del cambiamento al ministero dell’Economia, un gradino sotto al ministro, che durante una trasmissione televisiva dice che c’è “un accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi di impresa a partire dall’anno prossimo, poi a partire dal secondo anno si prevede di applicarla alle famiglie”.
Apriti cielo. Passi che m’ero addormentato venerdì con un ministro che diceva di voler fare subito la flat tax per le famiglie con più di tre figli, e ci avevo talmente creduto da portare la famiglia a cena fuori. Ma soprattutto mi ha guastato la digestione leggere quelli di prima che ci hanno consegnato al governo del cambiamento rampognare il probabile esponente del governo suddetto ricordandogli che la flat tax per le imprese c’è già e si chiama Ires, mentre quella sulle società di persone si chiama Iri. Dimostrando con ciò di non capire, questi illustri sconfitti, lo spirito profondo del governo del cambiamento, ossia la circostanza che Flat tax sulle imprese suoni meglio di Ires.
Peraltro il governo che non c’è più le aveva pure ridotte, le tasse alle imprese. E infatti siamo quasi al livello della Spagna.
Che se poi volessimo dare un’occhiata più approfondita, non siamo proprio messi malissimo in Europa se uno dà retta ai calcoli che fa la Banca mondiale.
Ma non è questo il punto. A parte che Flat tax alle imprese suona meglio di Ires, proprio come Reddito di cittadinanza suona meglio di Naspi, rimane il fatto che il governo del cambiamento prosegue una tendenza iniziata nel 2003 dando priorità fiscale alle imprese piuttosto che alle famiglie, che probabilmente hanno la fastidiosa controindicazione di costare troppo. Almeno per quest’anno. Il prossimo si vedrà. Ma poiché oggi è solo lunedì e ancora il governo del cambiamento deve avere la fiducia, non scoraggiamoci.
Anche l’aumento dell’Iva, state sereni, non passerà. L’ha detto sempre la testa d’uovo con una fermezza che neanche l’ex ministro Padoan. Se poi a fronte di tutto ciò avete la sensazione che il governo del cambiamento sembri un Renzi bis, dipende dal fatto che siete prevenuti e distratti. Anche perché Conte suona meglio di Renzi.
A domani.
Fabbriche, porti e yuan: l’amichevole conquista cinese dell’Africa
Il secolo cinese trova nell’Africa il laboratorio ideale per sperimentare insieme la sua visione globale e le sue tentazioni egemoniche, replicando con ciò i comportamenti che il ricco Occidente esercita laggiù da secoli. L’Africa, con la sua immensità ricca di risorse e uomini, rimane terra di conquista pure se nella forma assai più presentabile del soft power del quale i cinesi ormai sono diventati esperti manovratori. E’ noto da anni lo sforzo economico e finanziario che la Cina ha dedicato all’Africa, e finalmente, dopo quasi un decennio di politiche di investimenti esteri, il quadro comincia a diventare chiaro. La Cina molto silenziosamente ma con grande efficacia, sta conducendo una campagna “amichevole” di conquista dell’Africa.
L’ultima notizia, che aggiunge un dettaglio importante alla nostra rappresentazione, è arrivata a fine maggio dalla capitale dello Zimbawe, dove i rappresentanti delle banche centrali e del governo di 14 paesi africani si sono riuniti per discutere della possibilità di utilizzare lo yuan nelle riserve ufficiali. Il forum, ospitato nel seno del MENFI (Macroeconomic and Financial Management Institute of Eastern and Southern Africa) aveva come tema l’evoluzione dei trend nella gestione della riserve sovrane ed era di particolare interesse nel momento in cui molte nazione africane, che detengono riserve per lo più denominate in dollari, si trovano a dover gestire al tempo stesso debiti crescenti denominati in yuan, cumulati grazie alla “generosità” degli investitori cinesi. Per questi paesi avrebbe perfettamente senso iniziare a usare valuta cinese nelle riserve per ripagare direttamente i prestiti di Pechino, anche considerando la circostanza che la valuta cinese denomina molti scambi commerciali fra Africa e Cina.
Se a ciò si aggiunge che lo yuan è stato inserito ormai da anni all’interno del basket degli diritti speciali di prelievo (SDR), ossia l’unità di conto gestita dal Fmi, l’idea dei banchieri centrali africani è perfettamente coerente nei confronti di un mondo che sta cambiando tanto profondamente quanto velocemente e che ormai parla sempre più la lingua dei mandarini. Per la cronaca, il MENFI è un istituto al quale partecipano 14 paesi africani, e in particolare Angola, Botswana, Burundi, Kenya, Lesotho, Malawi, Mozambico, Namibia, Rwanda, Swaziland, Tanzania, Uganda, Zambia e Zimbabwe. Tutti paesi che, chi più chi meno, hanno stretto legami profondissimi con la Cina grazie a una politica molto pervasiva di prestiti portati avanti dai cinesi.
Il caso dell’Angola è forse il più rappresentativo. Qualche tempo fa un giornale angolano titolò sul fatto che ogni abitante del paese avesse un debito di 745 dollari con la Cina. L’Angola ha una lunga consuetudine con i prestiti cinesi, che dura da oltre trent’anni. Si calcola che da allora nel paese siano arrivati ameno 60 miliardi di dollari. L’Angola peraltro è il secondo produttore di petrolio in Africa, un grande esportatore di greggio verso la Cina e potrebbe persino essere uno dei primi paesi a vendere il proprio prodotto direttamente in yuan, approfittando del lancio, il 26 marzo scorso, del primo future in valuta cinese. Ciò specie considerando che sempre l’Angola ha firmato, nell’agosto 2015, un accordo con la Cina per consentire l’uso reciproco delle due valute nei loro scambi commerciali.
Più di recente, a marzo scorso la Nigeria ha firmato un accordo per scambiare valuta con la Cina per un ammontare da 2,4 miliardi di dollari, replicando quanto aveva fatto nel 2016 il Sudafrica, che aveva lanciato una piattaforma di scambio iniziale tra yuan e rand, per facilitare gli scambi tra le due valute. In precedenza, il Ghana, la Nigeria, le Mauritius e lo Zimbabwe avevano accettato lo yuan per i pagamenti e le riserve, e la banca centrale nigeriana avrebbe già più del 10% delle sue riserve estere in valuta cinese.
Anche il Kenya annovera la Cina fra i suoi grandi creditori esteri. Alcune fonti stimano che che circa il 55% del suo debito estero estero sia nei confronti di Pechino. E in situazioni analoga si trovano anche altri grandi paesi africani come l’Uganda, il Mozambico e la Tanzania. Tutti questi paesi hanno trovato nella capienza finanziaria cinese una fonte straordinaria che certo non è rimasta senza contropartita. In alcuni casi in cambio dei prestiti sono state fatte concessioni, ad esempio concessioni minerarie in Congo per lo sfruttamento di rame e cobalto. Altre volte i cinesi hanno assunto la proprietà delle infrastrutture che hanno contributo a costruire, ossia porti e ferrovie. Altre volte i cinesi hanno ottenuto di poter delocalizzare in Africa le loro fabbriche replicando laggiù quello che l’Occidente ha fatto in Cina. Tutto ciò ha consentito a Pechino non solo di poter fare leva su un’economia debole ma ricca di risorse, ma anche di costruire avamposti commerciali lungo un continente altamente strategico per le rotte marittime che la Cina deve percorrere per portare le sue merci in Occidente.
Per avere un’idea dell’ordine di grandezza economico con il quale è stata portata avanti la politica cinese, perfettamente coerente con la logica del colonialismo 2.0 che caratterizza il nostro tempo, è molto istruttivo leggere una ricerca pubblicata dal Russian International Affairs Council (RIAC) secondo la quale il totale delle risorse investite dai cinesi in Africa aveva raggiunto la cifra di 220 miliardi di dollari alla fine del 2014, fra investimenti diretti e di portafoglio.
Nel 2017, sempre secondo la nostra ricerca, la Cina era diventata il massimo prestatore ai paesi africani con un ammontare di prestiti che sfiorava i 100 miliardi, e di conseguenza un grande partner per mezzo continente, dal Marocco, al Chad fino al Camerun. Gli investimenti cinesi hanno trasformato l’Africa in una grande fabbrica cinese che secondo alcuni osservatori, nel 2017, ha prodotto per la “madrepatria” 11 mila camion, 300 mila condizionatori, 540 mila frigoriferi, 390 mila televisioni e 1,6 milioni di tonnellate di cemento. E questi risultati sono il frutto degli appena 3,2 miliardi di investimenti del China-Africa Development Fund. Al tempo stesso la Cina negli ultimi dieci anni ha contribuito alla costruzione di oltre 100 zone industriali in Africa, il 40% delle quali sono divenute operative, alla costruzione di 5.756 km di ferrovie, 4.335 km di autostrade, nove porti (fra i quali spicca quello di Gibuti), 14 aeroporti, 34 centrali elettriche e circa 1.000 piccole centrale idroelettriche. E questo ci consente anche di capire perché l’Africa sia entrata pienamente nella visione della Belt and road initiave cinese sin dall’inizio.
E’ sicuramente vero, come scrivono i media cinesi, che “la cooperazione fra Cina e Africa è fra due fratelli”. Vero almeno quanto il fatto che esiste Babbo Natale.
Cartolina: L’invecchiamento del reddito italiano
Chi parla di guerra generazionale, osservando la grande disparità dei redditi fra vecchi e giovani italiani specie all’indomani della crisi, trascura di sottolineare che nei dieci anni trascorsi dal 2008 non è semplicemente aumentato il reddito equivalente dei ultra65enni. La notizia è che sono aumenti gli ultra65enni. La guerra, se così vogliamo chiamarla, l’hanno vinta da un pezzo. I giovani sono sempre meno e per giunta vengono puniti da una congiuntura economica che ormai si orienta verso i bisogni degli anziani, che sono sempre più. Questa maggioranza relativa ha un potente effetto di attrazione gravitazionale, orientando l’offerta politica e il dibattito pubblico. Ai giovani viene riservata l’attenzione distratta di qualche titolo di giornale ogni volta che la statistica fotografa la loro povertà. E poi via a parlare di pensioni. L’invecchiamento della popolazione genera quello dello spirito. Si cerca sempre meno l’avventura e si preferisce la stabilità. Gli slanci spericolati del cuore cedono alla seduzione del riposo. L’economia invecchia con la popolazione. E perciò anche il reddito.
























