Categoria: Annali
Cronicario: L’evoluzione del ministro da Padoa a Padoan
Proverbio del 15 novembre A gatto vecchio, topo tenero
Numero del giorno: 24.900.000.000 Avanzo commerciale a settembre dell’EZ
C’era una volta un ministro del Tesoro che diceva che le tasse sono una cosa bellissima e che all’Italia sarebbe toccata una correzione dura e lunga, che avrebbe sfinito la nostra già poca pazienza. Il ministro si chiamava Padoa e ispirava una sincera mestizia intrisa di ammirazione. Evocava una quaresima, ma molto perbene.
Poi il ministro si è evoluto. Gli sono caduti i capelli e gli è spuntata una n. E’ arrivato Padoan.
E che spettacolo: sempre grande ammirazione, soprattutto per le doti da incassatore (anche fiscale), ma senza mestizia. Un economista, allegro come mai nella storia, che dice che l’economia va che è una bellezza.
Persino quando esagera, alla fine, al ministro Padoan gli si vuol bene. Per dire oggi, evidentemente in grande forma, ha detto di aspettarsi “un calo deciso del debito in un prossimo futuro” e manco a farlo apposta una risata dopo è arrivata Bankitalia con i suoi dati sul debito pubblico, in grazioso aumento.
Oppure l’altra sera, quando ha detto al cattivissimo commissario Ue Jyrki Katainen, secondo cui l’economia italiana caracolla, che “la legge di Bilancio è una legge solida, utile al Paese e conforme alle regole”. Giurano sia rimasto serissimo mentre lo diceva.
Perciò speriamo che gli dei ci conservino Padoan, perché davvero non so immaginare a cosa ci possa condurre una nuova evoluzione, magari sganciata dalle regole comuni (quelle Ue) e da questa falsa personalità.
Ma comunque, visto che il tempo cambierà molte cose nella vita, speriamo che si occupi anche della nostra produttività del lavoro, vagamente catastrofica, se pure l’Istat, notoriamente ottimista, si è dovuta arrendere alla realtà.
E la realtà continua ad essere popolata dall’incredibile (e immancabile) dibattito sulle pensioni che anche quest’anno sta tediando l’opinione pubblica. E pure oggi non ci ha fatto mancare la nostra piccola gioia quotidiana. Il presidente Inps Boeri ha detto che compromettere il legame fra speranza di vita e raggiungimento della pensione rischia di costare 140 miliardi in più da oggi al 2040.
E poi ha elargito una delle sue perle di saggezza che si raccontano agli amici dopo il quarto bicchiere di amarone: piuttosto che pensare ancor di più alle persone con più di 65 anni che sono la fascia della popolazione colpita meno dalla crisi si dovrebbe invece prestare più attenzione alle famiglie con figli minori.
Concludo con una buona notizia diffusa da una nota istituzione finanziaria.
Proprio così: la ricchezza nel mondo è arrivata a 280 trilioni di dollari, che sono 280 mila miliardi, al netto degli spicci. Se vi sentiti esclusi da questa ricchezza la spiegazione è semplice: abitate su Marte.
A domani.
I consigli del Maître: La fine del QE e la ripresa del credito al consumo nell’EZ
La pacchia sta finendo. Le ultime decisioni della Bce e gli ultimi dati diffusi da Francoforte sugli acquisti di bond pubblici letti insieme ci dicono una semplice e amara verità: la pacchia sta finendo. Dimezzare gli acquisti di titoli , ridotti a 60 miliardi dagli 80 che erano, e poi a 30 da gennaio in poi rischia di mettere a dura prova i nostri conti pubblici.
L’Italia infatti ha goduto di oltre 309 miliardi di acquisti di titoli di stato dall’Eurosistema da quando è stato lanciato il QE e adesso che le banche centrali ridurranno gli acquisti vorrà dire che i governi dovranno tornare a chiedere fondi al mercato. Parliamo di decine di miliardi, visto che ogni anno dobbiamo rinnovare parecchi miliardi di euro di debito. Questo può condurre a un aumento del costo di questi debiti, ed è bene ricordarlo adesso, che stiamo discutendo di manovra di bilancio, ossia di impegni di spesa per i prossimi anni.
Trump e la Cina. Si è molto parlato del viaggio in Asia di Trump, iniziato in Giappone e durato una settimana, durante la quale il presidente ha visitato anche la Cina, il suo partner commerciale più rilevante, almeno relativamente al deficit commerciale che gli Usa esprimono nei suoi confronti.
Come si può osservare dal grafico, questo deficit è lungi da restringersi, anzi si allarga ogni anno. E questo è uno dei motivi di tensione più rilevanti fra le relazioni dei due paesi. Alla fine Trump ha spuntato una serie di accordi che valgono 250 miliardi per gli Usa che dovrebbero anche raffreddare il fronte commerciale, mentre rimane denso di incognite quello finanziario. Come è noto, infatti, le riserve cinesi sono in calo da due anni e molti temono che questa diminuzione, provocata dalla vendite di valuta estera della banca centrale per sostenere il cambio cinese, finisca alla lunga per interferire con il mercato dei titoli di stato Usa.
Gli Usa possono pure comprare meno merci cinesi, ma i cinesi possono pure comprare meno dollari americani. Simul stabunt…
Gli ogm all’italiana. In Italia la legge vieta la coltivazione di Ogm, e non si è sviluppata alcuna coltivazione Ogm a fini commerciali. Tuttavia un recente rapporto rileva che “i prodotti animali italiani sono probabilmente derivati da animali nutriti con ingredienti Ogm ed è probabile che anche alcuni prodotti siano processati con ingredienti Ogm”. L’Italia infatti importa fra l’85 e il 90% di soia e farina di soia. Nel 2016, in particolare, abbiamo acquistato 1,3 di MMT (milioni di tonnellate) di soia, per lo più dal Brasile (536,24), dagli Stati Uniti (272,375 MT) e dal Canada (172,793 MT). Sempre nel 2016 abbiamo importato 2,1 MMT di farina di soia, in gran parte dall’Argentina (1.425 MT), dal Paraguay e sempre dal Brasile. Poiché la soia Ogm “rappresenta una porzione significativa dell’offerta globale, l’Italia sta probabilmente usando soia Ogm nei suoi mangimi”. Di recente tuttavia la Commissione parlamentare dell’agricoltura ha dato parere positivo a uno schema di decreto del ministero delle politiche agricole per finanziare con 21 milioni un piano triennale di ricerca proprio sul genoma editing e le cisgenica da realizzarsi in collaborazione con il CREA, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria. Insomma, gli organismi geneticamente non ci piacciono, ma li importiamo per nutrire gli animali che alimentano anche molte produzioni DOP. E nel frattempo ci facciamo i nostri. Chissà se la “via italiana” alla modifica genetica convincerà l’Ue. E soprattutto i consumatori.
Il credito al consumo in Europa. Negli ultimi mesi, il tasso di crescita annuale dei prestiti totali concessi alle famiglie si è rafforzato ulteriormente nell’area dell’euro, ma la parte del leone la fanno i mutui. Il contributo apportato dal credito al consumo alla crescita complessiva dei prestiti alle famiglie rimane contenuto e inferiore ai livelli pre-crisi, sia perché il credito al consumo costituisce una quota relativamente modesta dei prestiti totali alle famiglie, e poi perché i mutui per l’acquisto di abitazioni, che costituiscono il 75 per cento dei prestiti totali concessi alle famiglie dalle IFM, hanno continuato ad aumentare negli ultimi anni.
Il credito al consumo viene principalmente utilizzato per finanziare l’acquisto di articoli dal prezzo considerevole come mobili, elettrodomestici e autoveicoli. Queste dinamiche sono state sostenute dalle accomodanti misure convenzionali e non convenzionali di politica monetaria della BCE che, in associazione alla ripresa economica, hanno notevolmente ridotto il rischio di credito dei prenditori, contribuendo in tal modo alla crescita dell’offerta di credito e all’allentamento dei criteri di erogazione dello stesso.
In Italia la crescita è ben lontana dal livello spagnolo, dove il credito al consumo sta crescendo a due cifre. Le famiglie italiane rimangono più prudenti, ma meno di prima.
Il problema è che acquistare beni durevoli a credito fa sentire i propri effetti a distanza di anni, mai subito.
Gli Ogm non ci piacciono, però li importiamo e progettiamo i nostri
Un interessante rapporto sull’uso delle biotecnologie agricole in Italia rileva una curiosa caratteristica del nostro paese, che così tanto fieramente avversa l’introduzione di coltivazioni Ogm, ossia la circostanza che importiamo significative quantità di commodity biotech, per lo più soia, sotto forma di mangimi per animali visto che non riusciamo a produrne abbastanza. Ciò malgrado “l’attitudine generale verso le coltivazioni ogm rimanga ostile”. I finanziamenti, pubblici e privati, a queste ricerche si sono sostanzialmente azzerati, mentre al contempo l’aumento del costo dei mangimi rende la scelta italiana, che ha precise ragioni economiche legate soprattutto alla difesa delle nostre specificità locali prima che ai timori sulla pericolosità di queste colture, alquanto onerosa.
Ciò determina che mentre in Italia non si è sviluppata alcuna coltivazione Ogm a fini commerciali, “i prodotti animali italiani sono probabilmente derivati da animali nutriti con ingredienti Ogm ed è probabile che anche alcuni prodotti siano processati con ingredienti Ogm”. L’Italia infatti importa fra l’85 e il 90% di soia e farina di soia. Nel 2016, in particolare, abbiamo acquistato 1,3 di MMT (milioni di tonnellate) di soia, per lo più dal Brasile (536,24), dagli Stati Uniti (272,375 MT) e dal Canada (172,793 MT). Sempre nel 2016 abbiamo importato 2,1 MMT di farina di soia, in gran parte dall’Argentina (1.425 MT), dal Paraguay e sempre dal Brasile. Poiché la soia Ogm “rappresenta una porzione significativa dell’offerta globale, l’Italia sta probabilmente usando soia Ogm nei suoi mangimi”.
Il rapporto ricorda che nel nostro paese vige il divieto di coltivazioni Gm fin dal luglio 2013 e che nel 2015 il nostro ministro dell’agricoltura comunicò all’Ue la decisione del governo di non voler adottare coltivazioni del genere sul territorio. Ci furono anche alcuni strascichi giudiziari. Alcuni coltivatori furono perseguiti dai magistrati di Udine per aver coltivato sui propri terreni il mais Monsanto 810, violando la legge del 2013. Il procedimento finì davanti alla Corte di Giustizia europea che nel settembre scorso ha accolto la tesi degli agricoltori concludendo che gli stati membri non possono adottare misure d’emergenza riguardanti cibo e semi Ogm, visto che “non è evidente che i prodotti autorizzati costituiscano un rischio per la salute e l’ambiente”. Ciò malgrado l’orientamento nei confronti di queste colture rimane fortemente restrittivo. “Il dibattito sui media – commenta l’autrice del rapporto – sulle coltivazioni e le sperimentazioni ha reso politicamente insostenibile il sostegno alla ricerca”. E ovviamente anche la pratica. Nel 2008, ricorda il rapporto, le regioni Toscana e Marche avevano approvato nove siti a coltivazione GM dove sperimentare alcune colture (kiwi, fragole, olive, pomodori e altre), ma dal ministero dell’agricoltura nonè mai arrivati il decreto necessario ad autorizzare queste attività. Nello stesso periodo altre 16 regioni (Valle D’Aosta, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Marche, Umbria, Abruzzo, Campania, Basilicata, Puglia, Sardegna, Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Liguria, e Molise), 41 province e 2.350 comuni si dichiaravano Ogm-free “ostacolando ulteriormente la possibilità di nuove ricerche e piantagioni”.
Ciò non vuol dire che la nostra tecnologia agricola rifiuti l’innovazione. Solo che invece dell’approccio Gm, che implica l’ingegnerizzazione del genoma con geni anche distanti da quelli originali, preferisce quello cisgenico o del genoma editing, che sostanzialmente arriva allo stesso risultato – la modifica del patrimonio genetico di un organismo – ma utilizzando il patrimonio genetico di un organismo simile. E proprio su questo approccio si conta per “superare una forte dipendenza dall’approvigionamento di materiali genetici dall’estero anche attraverso la valorizzazione della agrobiodiversità”, come si legge in un documento depositato in Senato.
Di recente infatti la Commissione parlamentare dell’agricoltura ha dato parere positivo a uno schema di decreto del ministero delle politiche agricole per finanziare con 21 milioni un piano triennale di ricerca proprio sul genoma editing e le cisgenica da realizzarsi in collaborazione con il CREA, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria. Parere che contiene alcune informazioni interessanti. La prima riguarda il fatto che ” il confine tra il genoma editing e le tecniche di ricerca che comportano la modificazione genetica degli organismi non è ancora chiaro”. La seconda che ” il Parlamento ha da sempre espresso una posizione nettamente contraria all’uso delle tecniche di modificazione genetica in campo agroalimentare, non tanto per ragioni ideologiche, quanto perché la distintività dei prodotti italiani viene preservata proprio evitando contaminazioni con prodotti modificati geneticamente, a difesa, quindi, del valore commerciale del Made in Italy e del suo marchio distintivo nel mondo”. Il che ha il merito di riportare la questione nel suo alveo naturale: l’interesse economico e, in subordine, quello ambientale.
L’obiettivo della ricerca, tuttavia, è lo stesso degli Ogm: creare organismi più resistenti, ma i problemi sono analoghi. Bisognerà innanzitutto convincere l’Ue che questa tecnologia non deve essere considerata alla stregua degli Ogm. Ed è di pochi mesi fa l’iniziativa della Società italiana di genetica e della Federazione Italiana Scienza della vita di lanciare una campagna-appello per promuovere il genoma editing, dove al punto 1 si legge che “La Storia è cominciata con il miglioramento genetico delle piante” e al punto 6 che “il miglioramento genetico è stato sempre sicuro” e al punto 12 che “il genoma editing ci permette di scegliere una via italiana al nuovo miglioramento genetico”. Insomma, gli organismi geneticamente non ci piacciono, ma li importiamo per nutrire gli animali che alimentano anche molte produzioni DOP. E nel frattempo ci facciamo i nostri. Chissà se la “via italiana” alla modifica genetica convincerà l’Ue. E soprattutto i consumatori.
Cartolina: Il disinteresse “imperiale” verso il costo del denaro
Sfoglio un bel paper della BoE che racconta sette secoli di tasso di interesse, letti attraverso la lente del cosiddetto tasso risk free, ossia quello che si assegna ad asset considerati privi di rischio, ruolo ai quali si candidano naturalmente i bond dei governi. Di alcuni almeno. E osservo che la storia e la geografia di questi tassi illustra ogni volta un racconto simile: una nazione diventa finanziariamente dominante, e quindi i suoi bond vengono considerati risk-free, e da quel momento in poi i tassi cominciano a calare. Si osserva con chiarezza nel passaggio dal periodo veneziano a quello olandese, così come in quello da quest’ultimo a quello britannico, e persino nel piccolo intervallo fra il 1961 e il 1980, quando il bund tedesco surclassò per un breve periodo come asset risk free il treasury Usa, sconvolto dall’inflazione, almeno fino a quando Paul Volcker, all’epoca presidente della Fed, non decise di dichiararle guerra. Ma pure da allora, ossia da quando gli Usa riaffermarono il loro dominio imperiale sui mercati finanziari, il tasso non ha mai cessato di scendere, arrivando oggi al suo minimo da settecento anni. Sia colpa di quella che i teorici chiamano stagnazione secolare o di un abuso di manipolazioni monetarie, come sospettano altri, non lo sappiamo. Sappiamo solo che gli imperi hanno la tendenza a disinteressarsi del costo del denaro. E si vede.
Cronicario: Botte da orbi sulle banche fra Bce ed Europarlamento. E in Italia…
Proverbio del 9 novembre Beltà e follia si fanno spesso compagnia
Numero del giorno: 1,4 Previsione inflazione % eurozona nel 2018
Non c’è niente come le cronache bancarie per farti capire come gira il mondo. Quindi questi tempi, con guai delle banche per ogni dove, sono l’ideale per far crescere e prosperare eserciti di intelligentoni pronti a istruirti sui misteri della nostra società.
Ma nessuno poteva immaginare che la fregola bancaria arrivasse al punto di far litigare la Bce e l’Europarlamento, che se le sono mandati a dire a mezzo stampa per le note vicende delle nuove regole sugli Npl che la Bce vorrebbe far valere da gennaio prossimo. E così, proprio mentre la Madonna della vigilanza, Madame Nouy almanacca l’Europarlamento ribadendo che la Bce può fare sostanzialmente il cavolo che le pare sulla supervisione bancaria, qualcuno le ha ricordato il responso dei legali dell’Europarlamento, interpellati dal prode presidente Tajani, italiano come l’Abi, che guarda un po’ diceva il contrario.
Quel qualcuno era tale Gualtieri Roberto, italianissimo anche lui sempre come l’Abi, nonché presidente della commissione problemi economici del Parlamento europeo. Al che Madame, furba come tutti i vigilanti ha subito ripreso la palla e l’ha rilanciata dicendo che sicuramente le regole Bce possono essere migliorate e anzi lo saranno: terremo conto dei pareri, ha detto, potremmo persino far slittare la loro entrata in vigore. Sottotitolo: comunque le regole le faccio io e decido io quando farle funzionare. E per concludere ha pure assicurato che leggerà con grande attenzione il parere dei legali.
Il sottotitolo però non è sfuggito all’orecchiutissimo Tajani, che nel caso qualcuno nutrisse dubbi ha spiegato come va il mondo, appunto: “Qualcuno, sbagliando, ha interpretato la mia scelta di rivolgersi alla Bce sui crediti deteriorati come una scelta tecnica. Invece è stata una decisione politica. Deve essere il luogo della rappresentanza, il Parlamento europeo, assieme al Consiglio, a scrivere le leggi, non possono farlo funzionari, tecnocrati che non sono eletti e non rispondono a nessuno”.
E siccome repetita juvant, specie quando si parla di banche, ecco il seguito: “Non faccio alcuna polemica. Ho solo posto il problema dei limiti della Vigilanza Bce sul tema delle banche nei confronti del potere del Parlamento Europeo. Non può andare oltre i propri poteri, deve rispettare le nostre competenze”. Il Tajani furioso, caso più unico che raro, la dice lunga sulla posta in gioco. Specie quando gli eco Guzzetti, che non è dell’Abi ma della Fondazione Cariplo, azionista di peso di Intesa, che dice esattamente le stesse cose.
E nel caso aveste dubbi, è sufficiente fare un salto da noi, dove sulla vicenda bancaria è stata addirittura aperta una commissione parlamentare di inchiesta che ogni giorno ci intrattiene meglio di un qualsiasi feuilleton. La puntata di oggi: le audizioni di Consob e Bankitalia.
Queste audizioni, s sono chiesti i commissari, dovrebbero essere private, pubbliche, miste? E poi il confronto si fa, non si fa, si immagina, si ipotizza?
Fatto sta che a un certo punto il capo della vigilanza di Bankitalia ha detto di aver segnalato alla Consob stranezze sul caso delle banche venete, quando poco prima il direttore generale Consob aveva detto che la loro attività era stata ostacola da dati falsi. E per finire in bellezza ha aggiunto che Banca d’Italia non segnalò alla Consob “problemi” di Veneto Banca in vista dell’aumento di capitale del 2013 anzi indicò che l’operazione era “strumentale a obiettivi previsti dal piano per effettuare eventuali acquisizioni coerenti con il modello strategico della banca salvaguardando liquidità e solidità”. Il capo della vigilanza di Bankitalia, con rara perfidia tipicamente bancaria ha replicato così: Nel novembre 2013 – ha detto il capo della vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo – la Banca d’Italia segnalò alla Consob che il prezzo per l’aumento di capitale di Veneto Banca era “incoerente con il contesto economico, vista la crisi in atto” e considerate anche le “negative performance reddituali dell’ esercizio 2012”. E poi che “se la Consob dice che non aveva i mezzi avremmo ispezionato noi, ce lo poteva dire, avrebbe potuto tranquillamente farlo”. Capito l’aria che tira?
A domani.
PS Nel caso foste fra quelli preoccupati: la Ferrero ha appena rilasciato un comunicato smentendo voci che parlavano di mutamenti nella ricetta della Nutella. La Nutella non cambierà. Proprio come le banche.
Il declino delle riserve cinesi è una preoccupazione in più per la Fed
Celebrate come leggendarie, le riserve cinesi, che nel 2014 avevano raggiunto l’apice dei 3.800 miliardi, declinano incessantemente da allora interrompendo un percorso di crescita che durava dall’inizio del XX secolo.
Tale accumulazione ha trovato negli attivi correnti cinesi, ossia il saldo fra le entrate dall’estero e le uscite di denaro cinese verso l’estero, il suo driver principale, anche quando, a partire dalla grande crisi finanziaria, questi attivi hanno iniziato a diminuire bruscamente.
Poiché questi attivi equivalgono a un risparmio, la Cina, come notano due economisti della Fed di S.Louis, “è stata una prestatrice netta al resto del mondo fin dal 1994”, ossia da quando i saldi correnti sono diventati stabilmente positivi. La questione è cosa sarà di questi prestiti globali – e quelli agli Usa sono ovviamente i primi della lista – adesso che la Cina ha ridotto i suoi attivi correnti a meno del 2% del pil. Ma soprattutto cosa ne sarà delle riserve cinesi, potente fattore di stabilizzazione valutaria, oltre che riserva di munizioni del governo nell’epoca che dovrebbe segnare l’ingresso definitivo della Cina nell’economia internazionale con l’apertura del suo conto capitale, ancora prudentemente blindato.
La spiegazione proposta dagli economisti della Fed è che il calo delle riserve sia conseguenza della normalizzazione dell’economia internazionale, oltre che della politica monetaria statunitense. I capitali esteri, che avevano trovato in Cina riparo e rendimento nei tempi brutti della crisi, hanno iniziato a guardarsi intorno e a volare via dal celeste impero. Il che, sommandosi al calo dei surplus correnti, ha condotto a una diminuzione del valore della moneta cinese, costringendo la banca centrale a vedere riserve per impedire un deprezzamento troppo repentino della valuta nazionale.
Ovviamente si tratta di una congettura. Così come gli studiosi possono solo immaginare la composizione delle riserve cinesi, uno dei segreti meglio custoditi dell’economia internazionale. Un segreto di Pulcinella, viene da dire, visto che tutti scommettono su una presenza massiccia di titoli statunitensi. Da qui deriva il timore che proseguendo la tendenza a vendere riserve, la politica cinese possa finire con l’interferire con quella statunitense, e in particolare con la curva dei rendimenti dei titoli pubblici statunitensi, ossia ciò di cui (in teoria) si deve (pre)occupare la Fed, a sua volta impegnata in un difficile processo di normalizzazione monetaria. Creditori e debitori stanno sempre a braccetto d’altronde. E questo tendiamo a dimenticarlo.
Cronicario: Banche, c’è chi ci crede e c’è chi ci Creval
Proverbio dell’8 novembre Chi dice la verità non sbaglia
Numero del giorno 800.000 Posti di lavoro persi fra il 2007 e il 2015 secondo Confindustria
Lo dicevamo ieri: non c’è più trippa per banche. E oggi puntuale la conferma: non si finisce mai di soffrire. Sotto a chi tocca perciò.
E oggi è toccato al Creval che ha comunicato al mercato la buona novella di aver rettificato crediti per 386 milioni – le mitiche sofferenza bancarie – generando un bel buchetto da 402,6 nella sua ultima trimestrale, dopo aver scritto nel suo piano industriale fino al 2020 che servirà un ricapitalizzazione da 700 milioni per rimediare a questo capolavoro. Sempre nel piano c’è scritto pure che è prevista ancora pulizia sui crediti deteriorati fino a un massimo di 772,5 milioni. Grande successo in borsa: le azioni sono arrivate a perdere un 30% teorico. Le sofferenze sono sempre dolorose. Quelle bancarie in più costano un patrimonio. Peccato che non ce lo dicano mai.
Non c’è niente da ridere. Le banche sono come la squadra del cuore: ci si crede.
Per chi non crede c’è sempre il Creval. A questi dico: #statesereni: le sofferenze delle banche ci faranno compagna a lungo sfinendo quel che resta della nostra capienza fiscale. A proposito di sfinimento fiscale, grandi trame si tessono all’ombra dell’altro Grande Tema Nazionale che finirà col provocarci un altro salasso:
Mica avrete pensato che il Grande Tema fosse investire in intelligenza artificiale vero? Certo che no: sono le vecchie, carissime, pensioni che ogni anno da quando ho memoria fanno parlare di sé e ci regalano enormi soddisfazioni. E anche quest’anno non fa eccezione. Ho letto da qualche parte che la Camusso è infuriata col governo perché non si sbriga a concedere quello che i sindacati vogliono:
ma che in fondo vuole anche la politica.
Ma quello che dovete sapere è che ci sono persone che hanno idee diverse. Ad esempio oggi ho letto con grande piacere l’opinione di un eminente giurista che ha motivato con un argomento finalmente non economico perché è contrario alle pensioni. Mica perché mettono a rischio la sostenibilità del nostro debito pubblico, argomento che fa orrore a tante anime belle che teorizzano l’infinita disponibilità di denaro, ma perché – udite udite – mettono a rischio il matrimonio.
Così dice Sabino Cassese, intercettato a margine di un incontro alla Scuola S.Anna di Pisa: “Io sono convinto che nessuno dovrebbe andare in pensione. Mai. Ciò farebbe bene alle famiglie e ai matrimoni, ridurrebbe i litigi tra marito e moglie. Quando il marito sta a casa a lungo comincia a dare fastidio alla moglie e dunque ritengo che la pensione rovina i matrimoni. Mi rendo conto che questa mia posizione è piuttosto singolare, ma sono convinto che sia utile che ciascuno si mantenga costantemente in attività”. Neanche il vostro Cronicario sarebbe stato capace di tanto.
A domani.
Cronicario: Non c’è più trippa per banche
Proverbio del 7 novembre Ciascuno conosce il proprio dolore
Numero del giorno: 109.000.000.000 Costo del welfare per le famiglie italiane
Tenetevi forte che oggi si balla. Anzi: si banca. Complice un Forum sulla vigilanza bancaria a Francoforte i capoccioni della Bce hanno lanciato un paio di siluri che di sicuro faranno venire un rush cutaneo al nostro sistema bancario, che ha la pelle resa sensibilissima a causa delle elevate sofferenze provocate dalla crisi. Le famose sofferenze bancarie, avete presente?
Il primo siluro l’ha sganciato Mario Draghi che pur riconoscendo che la via del dolore ha finito col ridurre le sofferenze bancarie dal 7,5% 2015 al 5,5% di adesso, ha sottolineato che “il problema non è ancora stato risolto”. Le banche stanno soffrendo ancora e per giunta, ha sottolineato che “non c’è spazio per compiacersi”, mostrando così il nostro beneamato un suo lato nascosto vagamente veterotestamentario.
Il secondo siluro l’ha sganciato la Madonna che vigila sul nostro sistema bancario, al secolo meglio conosciuta come Daniéle Nouy, presidente del Consiglio di Vigilanza della Bce, oggi in versione Madonna incazzata.
E dice Madame? Che “le banche devono smettere di negare la realtà. Quando lo fanno siamo in grado di affrontare i problemi”. E lo dice proprio nel giorno in cui la Federazione bancaria europea scrive una lettera accorata alle istituzioni e autorità europee lamentando che le nuove regole sugli Npl – quelli che hanno provocato una levata di scudi tanto rumorosa quanto inutile qui da noi – aumentano l’incertezza regolamentare. Figuratevi le risate a Francoforte. Tanto più forti, non appena hanno cominciato a circolare le agenzie di stampa dove si leggeva che domani mattina arriverà dai servizi legali del Parlamento europeo il parere sui limiti dell’attività normativa della vigilanza della Bce. Una di quelle trovate geniali che solo a un italiano potevano venire in mente (il presidente dell’europarlamento Tajani) per provare a infilare una zeppa all’addendum varato dalla vigilanza proprio sulla gestione degli Npl (nome in codice delle sofferenze).
Prima che vi impicciate con questi sofismi, come vanno le cose ve lo dico io che pure non so nulla: non c’è più più trippa per gatti. O per le banche, se preferite. Alla fine mamma Bce le metterà in riga una per una, con tanti saluti pure a Padoan che, a valle di tutto questo chiacchiericcio ha dichiarato di aver ribadito all’Eurogruppo i dubbi sull’addendum Bce.
E visto che siamo in giornata di buone notizie, vi do anche gli ultimi aggiornamenti Istat sulla nostra economia.
Va tutto talmente bene che a settembre sono pure aumentate le vendite al dettaglio del 3,4% su base annuale. Abbiamo smesso di soffrire allora?
A domani.
La scomparsa dell’inflazione in Giappone
Mancò il risultato ma non l’impegno, si potrebbe dire osservando l’ennesimo ritocco al ribasso delle stime di inflazione della banca centrale giapponese che proprio ieri il governatore Haruhiko Kuroda ha presentato a un meeting a Nagoya. Il governatore, seguendo ormai una lunga tradizione, ha commentato ottimisticamente lo stato dell’economia nipponica, che viene descritta in condizioni effervescenti, come dimostrano l’andamento del mercato del lavoro, dove la disoccupazione è quasi scomparsa, il restringimento dell’output gap e il miglioramento del clima di fiducia delle imprese.
Ma poi se uno va a vedere il numero magico che avrebbe dovuto legittimare tutte le operazioni delle banche centrali, ossia il tasso di inflazione, ecco che arriva la delusione: le previsioni di un indice di prezzi al consumo all’1,1% quest’anno sono state riviste al ribasso allo 0,8% e anche l’anno prossimo il CPI non dovrebbe andare più dell’1,4%, a fronte di una previsione dell’1,5. Immutato invece l’orizzonte 2019, all’1,8% di accelerazione dei prezzi. Che già sarebbe un risultato straordinario, visto che l’indice è depresso da oltre un ventennio.
Se allunghiamo lo sguardo e lo associamo alle numerose e complesse operazioni di stimolo monetario e fiscale avviate dal governo negli ultimi dieci anni, il quadro non è più confortante.
e se risaliamo ancora più indietro nel tempo, notiamo che l’ultima volta che l’inflazione ha accelerato sopra il 3% è stato nel 1991, quando è iniziato il rumoroso ed eterno bust dell’economia giapponese.
Ora avrà sicuramente ragione il governatore Kuroda a magnificare i risultati raggiunti dal QQE giapponese, versione hard core del più moderato QE statunitense o europeo che di recente è stato ulteriormente potenziato con l’annuncio che la base monetaria verrà aumentata regolarmente fino a quando l’inflazione non sarà superiore al 2% per un periodo sostenuto. Un modo neanche troppo felpato per comunicare agli attori economici che farebbero bene a mettersi in testa che i prezzi dovranno aumentare. Ma è del tutto legittimo chiedersi quante siano le possibilità che questo obiettivo venga raggiunto. L’esperienza suggerisce un moderato pessimismo. Kuroda osserva che le condizioni del lavoro, che vanno tendendosi a causa della quasi piena occupazione, lentamente inizieranno a trasferire il costo delle retribuzioni crescenti sui prezzi, ciò malgrado molte imprese cerchino di recuperare questi costi ottimizzando i processi industriali. E’ evidente che solo il tempo potrà dirci se tale spirale salari/prezzi avrà davvero la forza di far salire l’inflazione. E sempre il tempo ci dirà se la sensazione – per adesso fondata su pochi dati di fatto – che le imprese stiano seriamente pensando di alzare i prezzi diverrà una realtà. Per il momento l’unica cosa che possiamo dire con certezza è che vent’anni abbondanti di politiche monetarie estreme non hanno giovato all’inflazione. La mitologia che anima gran parte dell’agire della banca centrale giapponese, e non solo del suo, fondata sul tasso naturale di interesse e la curva di Phillips, ha condotto a un sostanziale fallimento. La soluzione dell’enigma giapponese non è mai stato tanto lontana. E per questo seducente.
Cronicario: La saggezza delle italiane: lavorano meno e guadagnano di più
Proverbio del giorno Un popolo senza educazione è come un cibo senza sale
Numero del giorno 2019 Anno in cui dovrebbe avvenire la quotazione di Fs
Sapevo già che le donne italiane sono le più belle del mondo, ignoravo fossero anche le più intelligenti. E’ proprio vero: non si finisce mai di imparare.
Vi chiederete come sia arrivato a questa conclusione. Il fatto è che oggi Eurostat ha diffuso uno dei suo grafici comparativi nel quale – caso più unico che raro – una volta tanto essere gli ultimi non ci espone alla solita figura di merda. Anzi, al contrario.
Proprio così: le donne italiane sono, con quelle lussemburghesi, quelle con la minor differenza di paga rispetto agli uomini, intorno al 5%, ben al di sotto della vergognosa media europea del 16,3%. Dal che deduco che le donne italiane siano assai più brave delle cugine europee a far valere i loro diritti e quindi a farsi pagare (quasi) il giusto.
Al tempo stesso mi ricordo che sempre Eurostat classifica le donne italiane come quelle che partecipano meno al lavoro dopo quelle greche.
Prima che vi parta in automatico la litania (verissima, per carità) che in Italia il vero gender gap è quello delle opportunità, vi invito a considerare anche un’altra possibilità: alcune donne sono talmente avanguardiste dall’esser passatiste: fanno lavorare gli uomini invece di guastarsi la vita col lavoro. Scelta che a me sembra frutto di grande intelligenza.
Pensateci, prima di autoflagellarvi. Ma non troppo perché, stavolta per merito di Istat, vi do una ragione migliore per farvi apprezzare la vostra nazionalità. Finalmente sono riuscito a capire quanto il fisco locale, comuni, regioni e compagnie tassante, pesi sulle nostre spalle.
Quindi nel 2015 le entrate locali, cresciute del 4% rispetto all’anno prima, superano gli 86 miliardi di euro. Considerate che nel 2010 erano 45 miliardi.
Aspettate a incazzarvi perché adesso vi faccio vedere quanto è cresciuto il totale delle entrate tributarie in Italia dal 2002, che scopro grazie ai buoni uffici del governo.
Chiaro no? Stavamo sotto i 340 miliardi totali e ora siamo quasi a 460. Notate l’impennata dal 2014 in poi, quando le tasse, secondo quello che dicevano i giornali, dovevano essere calate e ci hanno riempito dei vari 80 euro. Capito chi paga?
Ecco, adesso vi potete godere il week end.
A lunedì.




















































