Categoria: Annali

Cartolina: Quando eravamo azionisti

Guardo la composizione degli asset delle famiglie italiane dal 1950, illustrata di recente dalla Banca d’Italia, e noto con sorpresa che mai più, dopo il 1960, gli italiani ebbero una quota così rilevante di azioni sul totale dei loro attivi. Dopo il 1950, quando, ancora poveri e di cultura contadina, tenevamo più del 60 per cento dei nostri risparmi in banca, il capitalismo ben temperato del dopoguerra trasformò gli italiani in impavidi azionisti che spostavano il denaro dalle banche e lo portavano in borsa. Sono i miracoli della crescita di quegli anni, che non rivedremo più. Poi l’incantesimo si rompe. Già nel 1965 la quota di azioni sul totale crolla e risalgono i depositi. Eppure erano ancora gli anni del boom, mi dico. Ma poi mi torna in mente un vecchio libro che raccoglie le memorie di Guido Carli, dove l’ex governatore della Banca d’Italia, lamentava la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la nascita dell’Enel che, a suo dire, aveva distrutto il nascente mercato azionario italiano, trasformando di fatto l’impavido piccolo investitore in qualcos’altro. Forse aveva ragione forse no. Ma d’altronde quelli erano anche gli anni dell’Iri di Giuseppe Petrilli e dello Stato interventista. Il mercato diventava fuori moda e così la passione per il capitalismo. E così, dieci anni dopo, gli italiani, nel pieno della bufera dell’inflazione a due cifre, tornavano a investire il loro risparmio per il 70 per cento nei conti correnti o lo tenevano liquido. Più di quanto facessero nel 1950. La passione per il capitalismo dura poco se lo Stato gli fa concorrenza. 

Cronicario: Straziami, ma di baci (bancari) saziami

Proverbio del 2 novembre Ama chi ti ama, fosse pure un cane

Numero del giorno: 11.000 Calo dei disoccupati in Germania a ottobre

Mi sorprendo bisognoso d’affetto, quando leggo delle operazioni “baciate” che le banche Venete mettevano in piedi per pagarsi gli aumenti di capitali con i propri soldi prestandoli a chi gli comprava le azioni, magari ai prezzi che decidevano loro. Questa affettuosa forma di autofagocitazione, che rievoca il moto perpetuo,  mi affascina e insieme mi rattrista perché capisco che baci del genere io non potrò mai darne né riceverne. Quale banca bacerebbe un rospo come me?

E tuttavia le banche venete hanno proseguito con quest’andazzo per anni, come ha raccontato alla commissione di inchiesta sulla banche stamattina il responsabile della vigilanza di Bankitalia Carmelo Bargaballo, che pure rivendica di averli scoperti. Solo che dal tempo che li hanno scoperti, i padroni della banca hanno avuto agio di straziare bilanci e clienti, finendo poi alla gogna pubblica ma dopo essersi saziati per un bel po’.

Che, voi non ci stareste? Scommetto di sì. Capite bene perché mi scopro bisognoso d’affetto. E tuttavia costretto a indurire il mio cuore delicato perché nel frattempo l’Istat, la nostra coscienza in forma di statistica, oggi ci informa che in Italia le azienda rimangono nane e scarsamente produttive.

Pensate che le microimprese rappresentano il 95,4% delle imprese attive e il 46,8% degli addetti complessivi. E siccome la produttività risulta direttamente proporzionale alla dimensione, ecco la storia: noi siamo piccoli ma non cresceremo.

L’altra notizia del giorno, che fa notizia solo perché ormai ci accontentiamo di poco, è che la Banca d’Inghilterra ha alzato i tassi dello 0,25%, portandoli quindi allo 0,5%.

Lo so, mi rendo conto. Ma siccome è l’ennesimo segnale che le banche centrali stanno stringendo i rubinetti – la prossima è la Fed a fine anno – ecco che si leva il coro del mioddio. E subito, come da copione, la BoE rassicura e coccola: tranquilli, i tassi saliranno poco, siamo pronti a supportare la ripresa, eccetera. Ma forse i banchieri centrali britannici dovrebbero ragionare su questa simpatica deriva degli investimenti nazionali, i più bassi della zona Ocse fra il 1997 e il 2017. Più bassi persino dei nostri, che è tutto dire.

Dieci anni di tassi allo 0,25 non sono serviti granché, da questo punto di vista. Forse il contrario aiuterebbe di più. Ma shhh, non si può dire: si rischia la scomunica.

A domani

Cronicario: Io risparmio, tu risparmi, egli spende

Proverbio del 31 ottobre La lingua è il principale nemico dell’uomo

Numero del giorno 0,6 Crescita % pil terzo trimestre nell’Eurozona

Mi sento molto solidale con il presidente della banca centrale giapponese che ha annunciato oggi il rinvio del raggiungimento del target di inflazione al 2019. Manco fosse un Gentiloni qualunque che rinvia l’aumento dell’Iva. Ricorderete che il governo ha rimandato al 2019 l’adeguamento dell’imposta, manco fosse il calo del debito o – figuriamoci – quello del pareggio di bilancio. Questi si rinviano da un decennio. Ma suvvia, siamo solidali: non è da tutti ammettere che non si riesce a fare quello che si dovrebbe fare, pure se col trucco del rinvio.

Ecco: in questa massima che accomuna la saggezza italiana e quella giapponese – come noi anche loro cercano da un ventennio di riuscire a fare qualcosa che non riescono  a fare – fiuto l’autentico spirito del nostro tempo, di cui trovo traccia anche nel tema del giorno che è, manco a dirlo, il risparmio.

Eh già: da tempo immemore ogni 31 ottobre, casualmente alla vigilia del giorno dei morti, si celebra quello dei risparmiatori. Anche se a ben pensarci ha persino senso festeggiare il giorno di Hallowen parlando di risparmio.

Non vi ricorda quel tale che vi ha convinto a comprare quel titoluccio sicurissimo che fruttava il 10 per cento e poi è sparito? Ma tant’è: oggi una nutrito gruppo di brave persone si è riunito per discutere del risparmio. Fra questi il riconfermato Visco di Bankitalia che ha recitato un sussieguoso intervento il cui culmine è questa tabella che osservo ammirato.

Noto stupito che non abbiamo avuto mai così tanto azioni e partecipazioni sul totale degli asset quanto nel 1960, e che nel 1975 – all’apice dell’inflazione – la gente teneva il grosso degli asset in banca. Che speranza abbiamo? E pure oggi, che dovremmo esserci evoluti, rimane sempre un bel 30% di ricchezza immobilizzata in conti correnti e banconote. Poi senti il dottor Visco di Bankitalia almanaccare la folla ricordando che il tasso di risparmio italiano, una volta elevato si è più che dimezzato: dal 19% degli anni ’90 all’8,6% del 2016, addirittura sotto la media europea. E peggio è andata ai giovani.

I motivi? Dai che li sapete già: i tassi bassi, che certo non incoraggiano a risparmiare, i prestiti facili, che poi dipendono dai tassi bassi, che incoraggiano a spendere, e poi la debolezza del reddito, ma guarda un po’. Quindi succede che io risparmi, tu risparmi, magari a fatica, e poi quell’altro spende. Che poi magari quell’altro è il governo.

Ma lungi da me scoraggiarvi col ragionamento. Ci sono troppe cose da raccontare oggi, a cominciare dagli dati Istat sull’occupazione.

Dati usciti insieme a quelli europei, che mostrano un calo della disoccupazione, a settembre, all’8,9%, il miglior risultato dal 2009. La cosa interessante è che questo dato si associa a un rallentamento dell’inflazione, che a ottobre è risultata all’1,4%. Se vi chiedete che c’entri la disoccupazione con l’inflazione, sappiate che siete in buona compagnia. Se invece ve ne infischiate, meglio: siete in ottima compagnia.

Appunto.

A giovedì.

 

Le ragioni dietro il miglioramento dell’export italiano

Gli ultimi dati di Bankitalia sull’andamento dei nostri conti con l’estero confermano il buon andamento del nostro saldo corrente, che ormai trova alimento anche nei redditi primari, ma soprattutto confermano il ruolo rilevante che il commercio internazionale ha avuto nella ripresa dell’economia italiana. Le merci, che erano diventate fonte di deficit, sono diventate di fatto il nostro salvagente dalla metà del 2012 e gradualmente si sono trasformate in un agile vascello che ci ha condotto fuori dai marosi della crisi. Certo grazie anche a una congiuntura particolarmente favorevole – si pensi ai costi declinanti dell’energia – ma una buona parte del merito ce l’ha anche il nostro settore esportatore, che evidentemente ha saputo affrontare un cambiamento a dir poco epocale.

Trovo conferma di questa ipotesi in un paper diffuso di recente sempre dalla Banca d’Italia (Back on track? A macro-micro narrative of Italian exports) dedicato proprio all’analisi, sia a livello micro che macro, delle esportazioni italiane negli ultimi vent’anni. In estrema sintesi, emerge che la crisi vissuta dall’export italiano già nel periodo precedente la crisi del 2008-9, quando la performance è ulteriormente peggiorata a causa del collasso internazionale degli scambi, è il frutto dell’interazione di tre fattori: l’apprezzamento del cambio reale effettivo, la notevole specializzazione settoriale in ambiti molto più esposti alla concorrenza dei paesi emergenti e l’elevata incidenza di esportatori di piccole dimensioni. Lo studio osserva che a partire dal 2010, probabilmente anche a causa del miglioramento del ciclo economico, inizia un miglioramento strutturale dell’export italiano, che inizia a focalizzarsi su produzioni meno esposte alla concorrenza estera e a maggiore valore aggiunto, e lascia ipotizzare che il processo di selezione innescato dalla crisi abbia “rafforzato in modo strutturale la popolazione degli esportatori italiani, rendendola maggiormente in grado di fronteggiare shock negativi e di tenere il passo con la domanda estera”.

Per arrivare a queste conclusioni sono necessarie lunghe premesse – l’analisi è basata sulle merci e non sui servizi, dove l’Italia è molto cresciuta meno che altri paesi – e una gran mole di dati, l’ultimo dei quali è il più eloquente. Dal 2010 l’export italiano è cresciuto in media di mezzo punto percentuale più velocemente della domanda estera e la quota sul commercio mondiale è rimasta sostanzialmente stabile, dopo un lungo declino. Inoltre “si è ridotto il gap nei confronti della Germania”, ossia del campione di questi venti anni di commercio internazionale. E’ terminato un ciclo negativo che si trascinava da un decennio abbondante e che aveva visto peggiorare drasticamente le nostre esportazioni.

Bankitalia isola tre periodi di osservazione. Il primo fra il 1999 e il 2007, quindi appena prima dell’ingresso dell’euro e alla vigilia della grande crisi. Poi fra il 2007 e il 2010, ossia al culmine della crisi. E infine dal 2010 al 2016, quando inizia la ripresa. In sostanza, quindi si osserva un arco di tempo lungo quasi vent’anni. Questi andamenti sono visualizzabili da questi grafici e da questa tabella.

Gli anni neri dell’export italiano, come abbiamo visto, sono stati determinati da almeno tre fattori che hanno a che vedere con la competitività di prezzo – peggioramento del REER – e di prodotto, con i nostri esportatori molto esposti alla concorrenza dei paesi emergenti, Cina in particolare, che dal 2001 in poi, data di ingresso nel WTO, iniziava a inondare il mercato con le sue merci. Questo grafico ci consente di apprezzare quanto fossimo esposti (e non preparati quindi) a questa concorrenza. Per dirla con le parole degli economisti autori dello studio, “il segmento caratterizzato da un’alta esposizione alla pressioni che arrivavano dalla Cina ha pesato per più della metà nel calo complessivo della quota dell’Italia nel mercato estero fra il 1999 e il 2015” circa “un decimo del peggioramento della performance italiana rispetto a Germania e Spagna”. Il cambiamento valutario e l’apertura dei mercati ai cinesi, insomma, non sono stati un buon viatico per la salute del nostro settore esportatore, popolato fra l’altro da piccole imprese che non avevano la forza per affrontare fenomeni globali di questa portata, dovendo pure fare i conti con la concorrenza “interna” all’eurozona di paesi come la Germania e la Spagna, nei confronti dei quali l’Italia perdeva quote di mercato.

Questo trend, aggravato dal collasso globale post 2008, ha iniziato ad invertirsi a partire dal 2010, anche se i suoi effetti sul Pil sono stati affievoliti dal calo della domanda interna registrato fra il 2012 e il 2013. E ciò malgrado “l’export italiano ha significativamente supportato la crescita del Pil”. Le nostre imprese esportatrici “si sono dimostrate capaci di aggiustamento in accordo con le condizioni esterne più efficacemente di prima e di affrontare la fase recessiva”. Da qui la domanda se tale aggiustamento sia strutturale o semplicemente frutto delle circostanze mutate. La risposta è si e no. “I fattori ciclici e temporanei possono aver giocato un ruolo: a competitività di prezzo è stata favorita dal deprezzamento dell’euro così come anche alcuni aggiustamenti di prezzi relativi nei confronti della Germania e alcuni sviluppi di breve termine della domanda globale in alcuni settori che hanno dato un contributo favorevole alla specializzazione italiana. Ma questi effetti positivi sono stati controbilanciati dalla debolezza della domanda domestica”. Aldilà dei fattori temporanei, è interessante osservare che “la specializzazione del settore esportatore si è spostata verso settori (veicoli e farmaceutica) meno esposti alla pressioni dei competitori cinesi e verso produzioni che sono particolarmente efficaci nell’attivare valore aggiunto domestico (cibo e bevande). Inoltre, il processo di selezione scatenato dalle eccezionali difficoltà incontrate da micro e piccole imprese, sia prima che durante la crisi finanziaria globale, potrebbe avere rafforzato strutturalmente la popolazione degli esportatori italiani, rendendola più resistente a shock negativi e più capace di sfruttare nuove opportunità”. Le crisi, insomma, al netto dei disastri che provocano nascondono anche opportunità, almeno per chi riesce a coglierle.

E tuttavia, alla fine dei conti, considerando l’intero periodo (1999-2016), e avendo come punto di riferimento il commercio di beni valutato a prezzi correnti (alcune questioni metodologiche legate al deflatore degli scambi suggeriscono di preferirli ai prezzi costanti), emerge che il commercio italiano è stato significativamente sotto-performante sia nei confronti della Spagna che della Germania, mentre è andato meglio nel confronto con la Francia, malgrado un peggioramento della competitività di prezzo, migliorata solo verso la Spagna.

Rimane da capire se stiamo ben attrezzati ad affrontare il commercio del futuro, che si annuncia sempre più sbilanciato verso i servizi nei confronti dei quali siamo ancora deboli, a differenza di quanto si è registrato nel settore delle merci. In tal senso, lo studi suggerisce di spostare l’attenzione sul miglioramento della produttività, piuttosto che sul cambio nominale e la competitività di prezzo. Poi c’è la questione della geografia delle nostre esportazioni, che potrebbe continuare ad avere un impatto negativo, anche se diminuito rispetto al passato. Abbiamo la fortuna, poi di non aver profondi rapporti commerciali con l’UK – a differenza ad esempio della Germania – e quindi la vicenda Brexit almeno su questo versante non dovrebbe riservarci brutte sorprese. Mentre sul versante dei prodotti, risultiamo ancora abbastanza esposti alle pressioni competitive che arrivano dalla Cina e gli altri paesi che usano pagare poco i lavoratori. Non dovrebbe esserci un altro “shock cinese”, ma comunque sia i produttori italiani “molto probabilmente continueranno a soffrire più di quelli di altri paesi europei”. Fanno eccezione quelli specializzati in settori ad alta tecnologia. Complessivamente, insomma, non c’è da trastullarsi troppo.

 

 

 

Cronicario: E rinviar (l’Iva) m’è dolce in questo mare

Proverbio del 30 ottobre Che sia il mare a provare se la barca resiste

Numero del giorno: 1 Aumento % spesa dei consumatori Usa a settembre

Ed eccolo qua il frutto delle Grandi Manovre del governo: 120 articoli con dentro un bel deficit pieno di buone intenzioni. E figuratevi adesso che la palla passa al Parlamento.

Uno spettacolo, sicuramente. Intanto che che va in onda contentiamoci di sapere che nel 2018 non cisarà il temutissimo aumento dell’Iva, una robetta che vale un paio di miliardi e che spaventa tutti visto che può affossare la tenue ripresa dei consumi. Ma non vi rilassate troppo: non è sparito l’aumento dell’Iva. E stato solo rimandato al 2019, proseguendo nella consuetudine ormai sperimentata negli ultimi anni di spostare l’aumento poco più avanti.

Ma più che il futuro remoto, è quello prossimo che merita la nostra attenzione. Ecco il solito elenco:

Manovra: sconto abbonamenti bus-treno fino 250 euro
Manovra: cresce platea per il bonus Irpef 80 euro
Manovra: cedolare secca affitti al 10% prorogata 2 anni
Manovra:bonus under 30 permanenti,primo anno under 35
Manovra: arrivano ‘bond cuscinetto’ in caso crisi bancarie
Manovra:bonus energia anche in 2018,arriva su giardini
Manovra: quasi 38 mld in più a fondo investimenti
Manovra: stop aumento aliquote tasse locali nel 2018
Manovra: lotta povertà, priorità disoccupati over55
Manovra: arriva fondo famiglia, con 100 mln l’anno
Manovra: piano straordinario assunzioni polizia-vigili fuoco
Manovra: stretta fisco su fuga utili all’estero
Manovra: pacchetto ‘sisma’, fondi da L’Aquila a Ischia
Manovra: pacchetto sport,da bonus impianti a norma ‘Tam Tam’
Manovra: sconto 19% polizze casa contro calamità naturali
Manovra: per il 2018 emissioni titoli di Stato fino a 55mld
Manovra: raddoppia tassa licenziamenti, fino 2.940euro
Manovra: prorogato iperammortamento 250%, ‘super’ a 130%
Manovra: arrivano Pir immobiliari e fondi quotazione Pmi
Manovra:per aziende strategiche possibile altri 12 mesi cigs

E come direbbe il poeta, il naufragar m’è dolce in questo mare. Anzi: il rinviare

Fuori dalle beghe di casa nostra si segnalano un paio di altri fatti rilevanti. In Spagna, a parte la diaspora dei catalani inguaiati dal governo si registra il pil del terzo trimestre, in linea con le previsione a +0.8%, mentre la borsa celebra con un +2% il commissariamento deciso dal governo. In Germania invece si registra il rallentamento dell’inflazione ad ottobre all’1,5% dall’1,8% di settembre.

E poi c’è Trump, ormai sempre più vicino alla nomina del nuovo presidente della Fed, che salverà il mondo e le banche insieme con il suo super presidente.

L’importante è crederci.

A domani.

Cronicario: Il problema dei giovani italiani è che sono troppo educati

Proverbio del 27 ottobre Chi prende più di quello che gli serve ruba a un altro

Numero del giorno: 3 Crescita % Pil Usa nel terzo trimestre

Lo so che educated in inglese significa istruito, e quindi so pure che overeducated vuol dire troppo istruito, ma quando leggo nell’ultimo capolavoro dell’Istat che i nostri giovani sono overeducated, prevale il false friend tipico dell’italiano undereducated e perciò equivoco: i giovani italiani sono troppo educati: per questo non trovano lavoro.

Anzi peggio. Nel 2016 il 38,5% dei giovani diplomati o laureati di 15-34 anni, parliamo di 1,5 milioni di ragazzi, hanno dichiarato che per svolgere adeguatamente il proprio lavoro sarebbe sufficiente un più basso livello di istruzione. Addirittura il 41,2% dei diplomati. Quindi delle due l’una: o abbiamo una scuola che sforna cervelloni, e non ce ne siamo mai accorti, o abbiamo una scuola inutile.

Se poi andiamo a vedere i dettagli, fra gli stranieri gli overeducated che si percepiscono tali sono il 69,1%. Dal che deduco che esiste anche una terza possibilità: che molti giovani facciano un lavoro poco qualificato.

Comunque sia, mi rimane fisso in testa che questo esercito di ragazzi soffra davvero di troppa educazione, più che di sovraistruzione. E se date un’occhiata al resto della release capirete anche voi il perché.

Parliamo di un 21% della popolazione che quando gli dice bene diventa celebre tre quattro volte l’anno – oggi è uno di quei giorni – per lo più quando si frigna sul tasso di disoccupazione giovanile, e dei quali ci si occupa con raro menefreghismo nei palazzi che contano. E soltanto la buona educazione, penso io, impedisce a questi 12 milioni 681 mila giovani di intonare una pernacchia all’unisono al Palazzo ogni volta che sentono parlare di riforma delle pensioni, come sta succedendo in questi giorni, che inevitabilmente scarica i costi peggiori su di loro.

E sempre la buona educazione frena questi ragazzi dal mandare a quel paese chi, commentando i dati, nota come solo quattro su dieci si dicono disposti ad emigrare, come se ormai non avessero altra scelta.

Per non parlare dell’opinione che dovrebbero coltivare (e manifestare con forza) di un paese le cui strutture pubbliche, elefantiache e costose, sono appena in grado di aiutare a trovar lavoro appena l’11,9% di chi lo cerca. Gli altri per una robusta maggioranza (quasi il 40%), si affidano a parenti e amici, altri ancora fanno da soli. Molti non ce la fanno e rimangono a spasso, senza manco avere più voglia di studiare, perché tanto sono già overeducated.

Ma no. Forse invece, cari ragazzi, dovreste iniziare a incazzarvi. Ma mi rendo conto che è venerdì e dovete affrontare il week end che è sempre impegnativo.

Ne riparliamo lunedì.

 

Egonomia – Il Secolo economico: Introduzione e indice

Questo è un nuovo progetto che cerca partecipanti e soprattutto sostenitori. Si tratta di un lungo viaggio nella storia economica dell’ultimo secolo, motivato dalle ragioni che trovate in questa introduzione e sulle quali perciò non mi dilungo. E’ un progetto ambizioso che richiede la risorsa più preziosa di cui disponiamo: il tempo. E, per conseguenza, il suo succedaneo più conosciuto: il denaro. Si tratta di un libro che segue idealmente la traccia iniziata con Tedioevo e precisata con le Metamorfosi dell’economia, usciti entrambi a puntate in questo blog. Cerchiamo sostenitori, quindi anche editori disposti a investire su una strategia di medio termine. Chiunque voglia dare una mano è benvenuto. Può contattarmi qui sul blog e studieremo insieme il da farsi. Grazie.

Introduzione – Fuori dal labirinto

Dobbiamo riavvolgere il filo per uscire dal labirinto. Sbrogliare la ragnatela della storia, intricata e naturalmente fraintesa, che ci imprigiona in ragionamenti sterili e prospettive false: nebbie sul nostro cammino che finiscono col confonderci. Ci smarriamo nel garbuglio della cronaca, di per sé caotica, immemori delle radici che hanno fiorito la trama del presente. E così perdiamo noi stessi.
Riavvolgere il filo significa trasformarsi in cacciatori di tartufi. Usare l’olfatto invece della ragione. Cercare la suggestione invece della spiegazione. Tornare da dove tutto è cominciato – senza pretese storiografiche, che sarebbero insensate – e da lì tracciare un affresco sulla parete del presente. Trasformare la scrittura in pittogramma.
La traduzione di tale geroglifico è affidata all’anima, non al pregiudizio della mente, perché l’anima comprende senza sapere ed è capace di rigenerare il nostro tessuto interiore, guastato dalle cicatrici della storia.
Uscire dal labirinto vuol dire smascherare l’Egonomia, grave malattia dello spirito, ossia del principio ordinatore della nostra realtà. Tale malanno, degenerato in ossessione maligna, risulta dal proliferare del capitale fittizio, ormai fuori controllo, manifestazione materica e insieme astratta del desiderio di eternità che maschera la nostra paura della morte. Questo travestirsi illusorio trova fondamento politico nella forza di pochi e nella debolezza di molti: masse omologate e complici senza più fisionomia che non sia quella di una bocca spalancata; pronte ad ingoiare i frutti velenosi di un benessere economico purchéssia. L’uomo economico, concepito secoli fa, è diventato l’individuo comune di oggi che misura egonomicamente tutte le cose. Un calcolatore a-relazionale. Misuriamo il mondo e noi stessi col metro monetario. Ciò che vale genera una corrispettivo o non vale. Quindi non è. L’avere
è diventato l’essere e il non avere implica il non essere. La riduzione dell’essere
all’economico è il peccato compiuto in un passato lontano ed ereditato dal nostro tempo, ignaro persino di doverlo espiare e anzi compiaciuto della sua maestosità.
La bulimia di oggetti coi quali ci circondiamo testimonia della nostra ansia di esistenza che sublimiamo con desideri effimeri, sapientemente indotti, che durano il tempo di essere esauditi, possibilmente a debito, giacché il sistema richiede di non poter essere limitato dalla finitezza delle risorse. Se il capitale fittizio fosse finito, noi saremmo finiti. Ossia proprio ciò che l’economania vuole celare e l’egonomista dimenticare. Pure a costo di vivere un simulacro di vita.
Dobbiamo perciò affilare i sensi per ritrovare il filo, tornare all’ingresso del labirinto e
lasciarcelo alle spalle, incamminandoci lungo una nuova storia che sia caotica ma vitale, fidando nel potere magico e taumaturgico della parola, principio risanatore perché creatore di logos.

Questo cammino inizia qui.

Indice

Definizioni

Introduzione- Fuori dal labirinto

Parte I Illustrazione

Puzzle (1918-2018)

Parte II Via coi Venti

Prove generali (1919-1929)

Parte III I Trenta ingloriosi

Echi del presente (1930-1939)

Parte IV L’economia in guerra

Le nuove armi dell’economia (1940-1945)

Parte V I Trenta (in)gloriosi

Ouverture: Exit strategy (1946-1951)
Andante: Ripartenza (1952-1957)
Allegresse: Boom (1958-1967)
Grave: Bust (1968-1971)
Furioso: Redde rationem (1972-1979)

Parte VI Il ciclo(ne) degli Ottanta

Danni collaterali (1980-1989)
Nel cuore del Regno (1990-1993)
La quieta tempesta (1994-2007)
Spiaggiamento (2008-2018)

Conclusione: La fine del Secolo economico

Cartolina: L’inflazione francamente se ne infischia

Hiroshi Nakaso non tradisce mai, neppure per un attimo, la sua fede granitica nella teoria del central banking, mentre racconta l’epopea della politica monetaria del Giappone durante un seminario alla Fed di New York. Rivendica con patriottico orgoglio, lui che da vent’anni lavora nella banca centrale di cui è vicegovernatore, che la sua BoJ, prima al mondo, ha sperimentato lo zero lower bound – i tassi a zero – nel 1999 e il QE nel 2001, aprendo la via alla nostra contemporaneità. E illustra con grande compiacimento le ultime diavolerie messe in campo dalla sua banca, che hanno nomi astrusi come Yield curve control o inflation-overshooting commitment.  In pratica vogliono solo dire che la BoJ non si risparmierà, né risparmierà moneta, per trasportare un’inflazione riluttante verso l’agognata soglia del 2% che in Giappone non si vede da vent’anni, ossia da quando sono iniziati gli sforzi eroici della BoJ. L’ultimo dei quali risale al settembre 2016, quando la banca ha annunciato che avrebbe aumentato la base monetaria finché l’indice dei prezzi al consumo (CPI) non avesse accelerato ben oltre il 2% di target su base annua per un periodo prolungato, aprendo di fatto le porte alla nouvelle vague delle moderne banche centrali: alzare i target che non riescono a raggiungere. Come un centometrista che si proponga di raddoppiare la velocità che non riesce a raggiungere. Tale eroismo non ha impedito che il CPI si affossasse. E solo quando ammette che il target sui prezzi non è stato ancora raggiunto che il nostro banchiere sembra dubitare della sua medicina. Ma è solo un attimo. La BoJ continuerà a fare quello che ha sempre fatto, e con sempre maggiore impegno e fantasia, per far risalire l’inflazione. La quale, purtroppo, francamente se ne infischia.

Cronicario: L’Odissea dell’altro Supermario: quello della Bce

Proverbio del giorno Un piccolo tarlo può far cadere un grande albero

Numero del giorno: 150 Numero dei comuni italiani che si sono uniti

Sarà capitato anche a voi di avere a che fare con un moccioso sotto i dieci (o sopra i trenta oggi tutto è possibile) che fa il conto alla rovescia nell’attesa di un nuovo videogioco, questa peste internazionale che ormai non risparmia (e non fa risparmiare) più nessuno. Per cose che succedono, a me è capitato di finire in un giro di comunicazioni informali – diciamo così – che conteggiavano alla rovescia l’uscita del prossimo Supermario che io, deviato da questioni noiose come quelle economiche, ho subito scambiato per il solo e l’unico: quello che abita a Francoforte. Mi sbagliavo.

Era questo Supermario che aspettavano tutti. E l’ho capito solo perché a un certo punto è venuto fuori che sarebbe uscito domani, mentre io facevo la fila già da stamattima per il Supermario che oggi deve spiegare il futuro del QE. Ho sbagliato di poco però. Con l’originale, il mio Supermario ha in comune di dover affrontare un’odissea niente male: il viaggio di ritorno verso la normalità monetaria, la sua Itaca.

La prima tappa dell’Odissea di Supermario di Francoforte è cominciata oggi con l’annuncio dei tassi fermi “ben oltre l’orizzonte del QE” e dell’acquisto di titoli dimezzato da 60 a 30 miliardi al mese da gennaio a settembre prossimi. Ma hai visto mai, possono pure cambiare idea se lo cose vanno male. Gli acquisti di titoli potranno aumentare o essere prolungati anche dopo settembre, dice il consiglio della Bce, che conferma che reinvestirà i titoli in scadenza in strumenti di pari durata e quantità. Investimenti che a un certo punto saranno “massicci”, dice Draghi.

Ovviamente seguendo la stella cometa dell’inflazione, il mitico target del 2%: la bussola sulla cui sensatezza è ragionevole nutrire ampi dubbi.

Una cosa sulla quale non dovremmo dubitare, invece, è che la pacchia monetaria sta finendo. L’Eurosistema ha 300 miliardi di titoli di stato italiano in pancia, l’80% dei quali nel bilancio della Banca d’Italia, di fatto divenuta l’investitrice di ultima istanza del nostro governo al posto delle banche commerciali, che infatti stanno lentamente cedendo titoli di stato. Su cosa ci aspetta dal 2018 e soprattutto dal 2019, specie se l’inflazione torna a salire, ci sono ben pochi dubbi.

Anche per noi si prepara una bella Odissea, se ci pensate: dovremmo imparare a far quadrare i conti senza l’auto di mamma Bce. La normalità fiscale è la nostra Itaca, popolata da eserciti di proci affamati di prebende da dare e da avere. Non a caso Draghi, nel corso della conferenza stampa, ha ribadito l’importanza che i paesi adottino comportamenti coerenti con i loro obblighi europei, a cominciare dal rispetto dei trattati. Voi ci credete?

Perciò sia che vi abbeveriate alle parole del Supermario di Francoforte, sia che aspettiate di giocare (da domani) col Supermario di Nintendo, chiedetevi quale sia la vostra personalissima Odissea, visto che a quanto pare ci tocca a tutti.

A domani.

Le colpe del fisco nella diseguaglianza Usa

Abbiamo già accennato a come le scelte fiscali contribuiscano non poco a determinare, almeno secondo quanto dice il Fmi, i trend crescenti di diseguaglianza che affliggono molti paesi avanzati. Un’analisi recente pubblicata dalla Fed di S.Louis ci consente di stringere il fuoco sul caso statunitense che ha il pregio di manifestare alcune particolarità che contraddicono alcune evidenze empiriche abbastanza assodate. Una delle quali mostra una sorta di correlazione fra il livello del reddito pro capite e il tasso di diseguaglianza all’interno di un paese. Per dirla in altro modo, i paesi più ricchi tendono ad avere tassi di diseguaglianza minori di quelli più poveri per una serie di ragioni, non ultima i sistemi di redistribuzione più efficienti.

Come si può osservare dal grafico, c’è una relazione indiretta fra il pil pro capite e l’indice di Gini, un indicatore statistico che si utilizza per misurare la distribuzione della ricchezza all’interno di una società. Più l’indice è elevato, più la distribuzione è diseguale. La pendenza della curva mostra con chiarezza questa relazione. Per testarne la robustezza, oltre che osservare come sia distribuita nel mondo tale diseguaglianza, i ricercatori hanno isolato i paesi in regioni.

Emerge perciò che America Latina e Africa siano le regioni più affette da diseguglianza mentre curiosamente l’indice più basso si registra nell’Asia centrale nell’est Europa, che non si possono certo considerare paesi avanzati, ma tant’è: il bello delle costruzioni mentali è che sono rassicuranti, al netto delle eccezioni.

Ma non è tanto questo il punto, quanto l’ulteriore disaggregazione che gli economisti della Fed fanno dei dati della regione Usa e Canada, dalla quale emerge che gli Usa hanno un indice di 40,46, un pugno di punti sotto la media africana. Al contrario, in alcuni paesi europei come la Finlandia e la Svezia, dove il reddito pro capite è simile a quello statunitense, la diseguaglianza è molto più bassa, forse perché in questi paesi il sistema garantisce, per via fiscale, un’ampia redistribuzione dei servizi. Ma soprattutto, gli autori ricordano un paper del 2013 che mostrava come il top tax rate declinasse al crescere dal reddito prima delle tasse “supportato dalla convinzione che premiare chi guadagna di più avrebbe condotto a più crescita e stimolato l’imprenditoria”.

Sarà pure vero, ma rimane il fatto che così facendo si è nutrita la diseguaglianza nazionale. A ciò si aggiunga il progresso tecnologico, che ha aumentato la produttività e diminuito il prezzo relativo del capitale, e quindi favorito la sostituzione di lavoro con capitale. L’assottigliamento della labor share, in declino ultradecennale, ha fatto il resto. Ma il Fisco ha fatto la sua parte.