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La finanza islamica sbarca a Hong Kong

Ecco che l’Oriente estremo e quello medio, da sempre distanti e distinti, s’incontrano in nome degli affari, vero lievito globalizzante del nostro tempo.

La Costantinopoli cinese si candida a diventare la prima piazza finanziaria “laica” ad emettere bond governativi in versione sukuk bond, ossia i bond islamici costruiti secondo i dettati della sharia, che già tanto successo hanno mietuto anche in terra europea.

Ecco che ancora una volta il denaro, ossia la costituente stessa del lievito, si dimostra capace di superare qualsiasi barriera, anche quella religiosa, mutando come un camaleonte secondo i desideri di coloro che lo muovono.

Gli amanti dei paradossi della storia non potranno che compiacersi scoprendo che un’ex colonia dell’ex impero britannico, di recente braccio finanziario dei comunisti cinesi, ormai convertiti alle gioie del capitalismo, offra i suoi servigi agli investitori internazionali per trattare bond islamici, ossia strumenti finanziari costruiti secondo principi che dovrebbero far inorridire qualsiasi buon liberale.

Tutto fa brodo, purché faccia soldi.

E infatti i sukuk bond sembrano la miniera d’oro del capitalismo terminale. Se non altro perché, proprio in virtù del loro portato religioso, sono oggetto del desiderio di tante popolazioni, quelle islamiche appunto, e in particolare quelle del Golfo,  che sempre l’astuzia della storia ha trasformato nelle uniche (insieme proprio alla Cina e alla Germania) che esibiscano corporsi surplus di conto corrente sulla bilancia dei pagamenti.

Sono gonfi di denaro in sostanza. E assai impazienti di farne qualcosa.

Ma perché proprio i sukuk?

Ce lo spiega bene Peter Pang, nome meraviglioso. Un Peter Pan – metafora di chi non vuole crescere, e quindi perfetta rappresentazione della nostra finanza contemporanea – ma orientale. La deriva del capitalismo. Il suo punto d’approdo.

Peter Pang di mestiere fa il vice chief executive dell’autorità monetaria di Hong Kong e nel suo poco tempo libero svolge istruttive allocuzioni, come quella che ha tenuto lo scorso 14 aprile alla conferenza dedicata proprio alla finanza islamica (“Sukuk as a viable fund-raising and investment instrument”).

Ebbene, mister Pang ci ricorda che “la finanza islamica sta diventando sempre più importante nel mercato finanziario globale, poiché registra crescita esponenziali negli ultimi anni”.

Vi sembra un’esagerazione? Macché: nel 2008, dice Pang, l’industria finanziaria islamica valeva 700 miliardi di dollari. Nel 2013 si stimava valesse 1,8 trilioni, “rappresentando una crescita al tasso annuale del 21%”, commenta Pang, mentre mi immagino i suoi occhi ruotare come le testine di una vecchia calcolatrice.

“E si stima che per il 2020 gli asset islamici arriveranno a 6,5 trilioni”, conclude sicuramente per nulla inesausto, ma anzi rinfrancato dalla teoria di dollari a venire che potenzia la sua immaginazione.

Il combinato disposto fra calcolo e immaginazione, che è un po’ lo spirito degli ultimi secoli in Occidente, ormai è dilagato come una pestilenza.

Il grosso di questa crescita di asset islamici è prevista proprio per i sukuk bond. Dieci anni fa le emissioni di questi strumenti quotavano appena 5 miseri miliardi di dollari l’anno, che oggi sono diventati oltre venti volte tanto: 117 miliardi. A spingere questa domanda la forte richiesta di investimenti sicuri da parte di investitori islamici, visto che “negli anni la regione del Golfo ha accumulato un notevole ammontare di ricavi petroliferi”.

“L’anno scorso – nota sempre più compiaciuto e calcolatore Pang – il surplus di conto corrente nel Gulf cooperation council (GCC) è stato stimato intorno ai 300 miliardi di dollari, mentre gli asset gestiti dai fondi sovrani di questi paesi ammontano a oltre due trilioni di dollari”. E poiché questi investitori hanno preferenza per gli strumenti finanziari islamici, ecco l’uovo di Colombo: emetterli a Hong Kong, forti peraltro del rating a tripla A dell’ex colonia.

“Per il suo ruolo di centro finanziario internazionale e quello, unico, di gateway verso la Cina, Hong Kong è ben posizionata per fornire una piattaforma di scambio dove l’offerta di questi surplus dal mondo islamico possa incontrare la grande domanda di finanziamenti che arriva dalle economia asiatiche in crescita. La nostra infrastruttura potrà consentire agli investitori arabi di accedere alle opportunità di investimento in Asia, e in particolare in Cina, consentendo allo stesso tempo ai fund raiser di attingere alla liquidità del mondo islamico”.

E tutti vissero felici e contenti.

 

Banche, la Cina entra nell’Ombra

Capitalista, diligente e dispotica, La Cina ha scoperto da pochi anni la confortevole riservatezza dello shadow banking, le sue spire barocche, la sua straordinaria piacevolezza. E dopo averla scoperta non riesce ormai a farne più a meno. Anzi: ne abusa, come in fondo è giusto che sia in una nazione che solo di recente ha scoperto gli agi occidentali della sregolatezza finanziaria.

Ciò spiega perché il Fondo monetario ne abbia fatto oggetto di una ricognizione nel suo ultimo global financial stability review.

D’altronde i rischi generati dalle banche ombra cinesi, volenti o nolenti, ci riguardano tutti.

“Le istituzioni non bancarie in Cina – spiega il Fmi – sono diventate un’importante fonte di finanziamento, e questa è una conseguenza naturale dei processi di riforma che hanno dato priorità alla diversificazione di un sistema dominato dalle banche”. Fin qui nulla di strano: è accaduto un po’ dappertuto.

I problemi cominciano quando diventa difficile, persino al Fondo Monetario, stimare l’entità del fenomeno. “Secondo stime non ufficiali conservative (quindi sottostime, ndr) il settore non bancario cinese oscilla pesa fra il 30 e il 40% del Pil ed è raddoppiato dal 2010”. Tale crescita, spiega il Fondo, è stata una delle conseguenze delle politiche di stimolo fiscale decise da Pechino per sostenere l’economia dopo la crisi del 2008, che abbiamo già visto hanno determinato un notevole spostamento di debiti fuori dalla contabilità pubblica ufficiale.

Senonché neanche il parziale miglioramento della tensione internazionale è servita a rallentare la crescita delle banche ombra cinesi. Al contrario. Scoperto l’arcano i cinesi ci hanno preso gusto, e non è difficile capire perché.

Il Fondo infatti spiega che gran parte di questo credito non bancario è stato alimentato dalla banche commerciali (come succede ovunque) che volevano far sparire un po’ di crediti dai loro bilanci, magari perché soggette a supervisione e regole che ne limitano l’erogazione. Il marchingegno, o almeno uno dei più diffusi, prevede che le banche vendano un prestito a un trust, a una società esterna insomma, aiutandola poi a trovare i soldi necessari a ripagarlo (tramite l’emissioni di obbligazioni intestate al trust) fra i propri clienti.

Altresì le banche possono vendere quote di wealth management product (WMPs), sorta di fondi, che poi magari investono i questi trust o in altri asset fuori dai bilanci bancari.

Lo stock di WMPs cinesi è stimato nell’ordine dei 10 trilioni di yuan, più o meno il 20% del Pil. E la crescita irrefrenabile di questi prodotti ha consentito di alimentare una crescita dei trust, ai quali si stima sia andato almeno un 40% di queste risorse.

I trust d’altronde usano anche il mercato interbancario per finanziarsi, e chi segue le cronache cinesi ricorderà le tensioni registrate in questi mesi su tale mercato.

WMPs e trust sono due delle componenti principali, ma non certo le uniche, del sistema bancario ombra cinese. E che mettano a rischio la stabilità finanziaria è scritto nella storia dello shadow banking, oltre che nella specificità cinese.

Nella fattispecie, i WMPs cinesi garantiscono un guadagno in media intorno ai 200 punti base in più rispetto a un normale deposito bancario, trascurando di sottolineare che a un maggior rendimento corrisponde sempre un maggior rischio. Anche perché nello splendido mondo cinese, dove le banche sono dello Stato, i sottoscrittori di questi prodotti pensano che su di essi valga la garanzia implicita del governo.

Non vi ricorda niente? A me sì: il disastro dei subprime e il crollo delle agenzia governative americane che smerciavano Abs che il mercato quotava pensando che avessero la famosa garanzia implicita del governo.

Il copione, insomma si replica: la fame di rendimenti e il denaro “facile” messo a disposizione da banche a loro volta affamate di rendimenti incoraggia il moral hazard. E la montagna di debito nascosta cresce senza sosta.

“Ma – avverte il Fmi – la percezione di sicurezza che nasconde questi investimenti può rapidamente sparire in un ambiente di crescenti default di questi prodotti, o anche di calo dei rendimenti”.

Poi c’è il rischio della maturity transformation. Dovendosi finanziare a breve per investire a lungo, le banche ombra incappano sistemicamente in questo rischio che, se è gestibile in un mercato liquido, diventa ingestibile in un mercato teso, come già abbiamo visto accadere nell’interbancario cinese, che in diverse occasioni di recente ha visto i tassi a brevissimo impennarsi a due cifre.

Metteteci poi che oltre un terzo di questi trust, che hanno un leverage ratio pari a 35 volte il capitale in media, hanno investito sul mattone, le infrastrutture e le miniere, quindi asset ormai pesantemente gonfiati, offrendo ai sottoscrittori rendimenti fino al 9%. Ciò provoca che devono continuamente fare roll over sui propri prestiti, di conseguenza trasformandosi in idrovore di liquidità, che rendono il mercato monetario estremamente volatile.

Lato asset, le banche ombra cinesi investono nei famigerati local government financing vehicles (LGFVs), ossia i primi responsabili della montagna di debito nascosto che cova a Pechino, potendo contare queste ultime (anche loro) della famosa garanzia implicita del governo, che però non deve esserne troppo felice. Tanto da imporre limiti al loro ricorso al credito bancario, proprio perché questi veicoli sono molto indebitati e con cash flow deteriorati.

Ma è un vincolo teorico. Se le LGFVs sono off limit alle banche, sono bene accette dalle banche ombra, che, come abbiamo visto, solo alimentate dalle stesse banche proprio per aggirare i vincoli regolamentari.

Questo intreccio molto cinese, ma sostanzialmente simile a quello angloamericano, ha già mostrato la corda in diverse occasioni, come ricorda lo stesso Fmi, “particolarmente nel settore dei trust, con conseguenza anche su altre parti del sistema finanziario”. Alcuni trust hanno avuto difficoltà a ripagare i propri debiti, e non solo per la quota interessi, ma anche quella capitale, e si è posto rimedio a questi default potenziali grazie a pagamenti delle banche sponsor, che magari hanno creato nuovi veicoli che hanno assorbito i primi, o tramite acquisizioni del veicolo in crisi per evitare il default.

Insomma, la Cina, che ha alle spalle una ricca tradizione di default bancari, pare stia mettendo in piedi tutto quello che serve per organizzarne un altro in grande stile che potrebbe diventare un notevole fonte di contagio globale, malgrado le restrizioni finora esistenti sul flusso dei capitali cinesi.

I canali di trasmissione, infatti sono aperti e operanti, grazie soprattutto alla piazza off shore di Hong Kong, dove si calcola sia parcheggiato almeno il 20% del settore ombra bancario cinese. E poi c’è il mercato offshore dei renminbi, altra ossibile fonte di contagio.

I cinesi hanno imparato bene la lezione americana, evidentemente: se tutti vanno a rotoli, nessuno va a rotoli.

 

Diplomazia dei prestiti esteri: L’impero di Nylonkong

Che si vada verso un Medievo di fatto, se non di diritto, è stata una felice intuizione del filosofo russo Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev, che ne discusse in un testo (“Nuovo Medioevo”) pubblicato nel lontano 1923 a Berlino, dove preconizzava la fine della modernità e l’inizio di un tempo dove “tutti gli aspetti della vita andranno a collocarsi sotto il segno della lotta religiosa, esprimeranno principi religiosi estremi”.

Uno di questi “principi religiosi estremi” è senza dubbio il denaro, che ha creato una diplomazia assai potente e parallela a quella che i giuristi chiamano global polity, ossia la congerie di organizzazioni, statali, sovrastatali e interstatali che regolano le sorti della globalizzazione, idea neo-medievale anch’essa, a ben vedere.

La diplomazia del denaro, che viene declinata con gli investimenti esteri, a cominciare da quelli di portafoglio, ci racconta in conclusione di un nuovo Impero assolutamente coerente con lo scenario del “Nuovo Medioevo”, che ovviamente ha anche una sua capitale: Nylonkong.

La scoperta di Nylonkong si deve ai redattori di Time, e risale al 2008. Coniarono questa fortunata crasi delle capitali dei tre continenti economici che costituiscono l’Impero: New York per gli Usa, Londra, per l’Eurasia occidentale, Hong Kong per l’Oriente, la migliore declinazione possibile della vecchia capitale d’Oriente, Costantinopoli. La lingua ufficiale dell’Impero, quindi, è l’inglese, anche se a Hong Kong (che comunque è un ex territorio britannico entrato nell’Impero inglese ai tempi della guerra dell’oppio) si parla il Mandarino. Il lavoro principale dell’Impero è muovere quantità incredibili di denaro che, come un ponte fatto d’oro, sovrasta e incanta l’Asia e il resto d’Europa, lasciandone tracce assai visibili nei paradisi fiscali più conosciuti.

Le Cayman, ad esempio, anche questo territorio inglese, tanto per cambiare, dove gli Usa, a metà 2013, avevano portato 870 miliardi di dollari di investimenti esteri di portafoglio, oltre dieci volte tanto rispetto ai 71 miliardi del 2001.

Non inganni la circostanza che Nylonkong sia tripartita. La connessione di interessi che lega le tre capitali è talmente fitta che non esagerato parlare di unità nella trinità. La città stato di Hong Kong, che evoca lontani tempi andati, declina il suo spirito in skyline simili allo stato-città di New York, con la vecchia Londra in mezzo, quasi fosse una stazione di servizio dove far ristorare gli inesausti spalloni internazionali. Sosta dalla quale trae notori benefici.

Anche qui, basta far parlare la statistica.

Se si somma il totale degli investimenti di portafoglio delle tre nazioni si superano i 12 trilioni di dollari, che come una morbida ragnatela, avvolgono l’Impero. Le tre città s’imprestano vicendevolmente, si prestano soccorso e condividono affari, costringendo il resto del mondo a mercanteggiare denaro secondo le loro regole. Non a caso le tre città hanno assunto lo status di principali centri finanziari del mondo, traendone ognuna l’evidente beneficio di un Pil pro capite elevatissimo, malgrado le numerose milioni di abitanti che esse ospitano.

Ma ancor più del dato aggregato, è l’esame dei flussi che ci racconta come il denaro spieghi la sua incredibile potenza nei vasti dominion imperiali.

Hong Kong, ad esempio, dedica oltre un terzo dei suoi investimenti di portafoglio, quasi mille miliardi di dollari (966, per la precisione) alla madrepatria cinese. Parliamo di oltre 300 miliardi, che è più di trenta volte di quanto fossero nel 2001. Da notare come tali investimenti siano raddoppiati dal 2009. Ma salta all’occhio come il paradiso fiscale dei cinesi, che il Fmi individua come una delle principali basi d’appoggio dello shadow banking cinese, non disdegni di localizzare 207 miliardi alle solite Cayman, dove evidentemente gli interessi cinesi e quelli americani s’incrociano amorevolmente sotto l’egida benedicente del capitale.

Ma ancora più degni di nota gli investimenti di Hong Kong in Australia, che dopo la madrepatria, le Cayman e il Lussemburgo (il nostro paradiso fiscale) si classifica in quarta posizione fra i luoghi di interesse degli investimenti della città-stato con una trentina di miliardi di dollari, persino più della Corea del Sud (17 miliardi).

Sarà merito della solidarietà anglofona, come lascia supporre anche il corposo flusso di investimento che l’Australia attrae dal Regno Unito  (94 miliardi) e, ovviamente, dagli Stati Uniti (336 miliardi).

Ciò spinge la longa manus dell’Impero fino all’estremo del Pacifico e ne sintetizza bene  la pervasività. L’Australia, dal canto suo, ricambia affettuosamente, visto che la gran parte dei suoi investimenti di portafoglio (536 miliardi) si distribuiscono fra Stati Uniti (per lo più sul mercato azionario) e Gran Bretagna.

La posizione geografica delle tre capitale, inoltre, è squisitamente strategica. La città stato asiatica è il ponte ideale con il Giappone, antesignano della deriva asiatica del capitalismo americano. Il Giappone, infatti, è uno dei più grandi compratori di asset americani fin dagli anni ’80. Ma non solo. Oggi, dei suoi 3.224 miliardi di investimenti di portafoglio all’estero (giugno 2013) l’America ne assorbe 1.042, la Gran Bretagna 183,278 e l’Australia un’altra ventina. Un po’ più della Francia e della Germania. Noi italiani appena 3,3 miliardi, al livello dell’India e dell’Indonesia.

Le solite Cayman un altro centinaio, concentrati nel mercato azionario.

E’ in questo sposarsi per interesse, intrecciando legami finanziari nei quali le banche anglossasoni sono insieme officianti e controparti, che l’Impero trova la sua ragion d’essere, di fronte alla quale i goffi tentativi europei, culminati nell’eurozona, sono un pallida emulazione. L’Asia e l’America sono l’enorme tenaglia rispetto alla quale l’eurozona è poco più di una nocciolina. Una provincia dell’Impero. Un luogo di villeggiatura.

Tralasciamo per un attimo i flussi finanziari, in fondo sono solo soldi. Assai più importante per capire quanto siano intime le tre città osservare la ragnatela di collegamenti sotterranei che le compagnie di telecomunicazioni hanno steso sotto gli oceani e che tessono le connessioni di Nylonkong.

La sola Hong Kong è il punto di snodo di dieci cavi sottomarini (FLAG Europe-Asia (FEA), SeaMeWe-3, FLAG North Asia Loop/REACH North Asia Loop, APCN-2, Asia-America Gateway (AAG) Cable System, Tata TGN-Intra Asia (TGN-IA), Asia Pacific Gateway (APG), Asia Submarine-cable Express (ASE)/Cahaya Malaysia, EAC-C2C, Southeast Asia Japan Cable) che la collegano a maglia stratta con l’Asia che conta e a maglia larga, ma molto performante, con i centri angloamericani.

Nell’età di internet questi collegamenti valgono più dell’oro. Sono le strade ferrate della modernità.

E sarebbe bene chiedersi chi li gestisce e a chi appartengono.

Ma questa è una storia che vi racconterò un’altra volta.

(4/fine)

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La Bce prepara il qualitative easing

Sempre perché dobbiamo distinguerci, noi dell’eurozona, abbiamo messo i nostri banchieri centrali di fronte all’ennesima innovazione di politica monetaria: il qualitative easing.

Si tratta di quella strana via di mezzo fra il quantitative easing angloamericano e il qualitative and quantitative easing giapponese. O, per dirla con le parole di Benoit Coeuré, che ne ha discusso qualche giorno fa (“Asset purchases as an instrument of monetary policy”), si tratta di adeguare le politiche non convenzionali che la Bce ha detto di essere pronta a mettere in campo alle specificità dell’eurozona.

Questoimplica che il problema non sia “aumentare il bilancio della Bce”, come hanno fatto la Fed e la BoJ, ma trovare il giusto strumento per allentare le condizioni monetarie laddove serve, agendo sui tassi di lungo termine, come tutte le politiche non convenzionali si propongono di fare.

Sempre perché dobbiamo distinguerci, noi dell’eurozona, abbiamo creato un mercato finanziario estreamente frammentato, dove non solo sono diversi i tassi d’interesse, ma anche i tassi di inflazione. Il che complica ulteriormente l’individuazione del tasso reale a cui dovrebbe mirare una politica monetaria che, a differenza di quanto accade per le singole giurisdizioni, è per sua vocazione unitaria. O almeno dovrebbe esserlo.

Senonché la realtà è molto diversa dal migliore dei mondi (finanziari) possibili immaginato dai teorici dell’eurozona.

Il problema è noto: il rischio deflazione. A complicarlo, la circostanza che alcune aree dell’eurozona hanno già mostrato chiari segni di deflazione, segnatamente i PIIGS, e anche l’ultimo outlook del Fmi ne ha parlato diffusamente.

Il Fmi, infatti, ha quotato il rischio deflazione nell’euroarea fra il 20 e il 25%, notando però che alcuni paesi, Spagna, Grecia e Irlanda, stanno nella fascia “alto rischio”.

A tal proposito, le previsioni del nostro banchiere centrale non si discostano, ovviamente, da quelle di bottega: ossia un periodo prolungato di inflazione più o meno bassa (per l’intera area) cui seguirà il ritorno ai valori di inflazione previsti dal target della Bce, quindi il 2%.

Il problema è cosa fare nel frattempo.

La forward guidance ha già chiaramente illustrato che i tassi rimarranno bassi tutto il tempo necessario. Adesso, dopo l’ultima riunione del board dei governatori, si è approvata all’unanimità l’ipotesi di politiche non convenzionali, creando così ulteriori aspettative nei mercati.

A tal proposito, Coeuré sottolinea che l’unanimità è relativa all’uso di politiche non convenzionali, non sulle loro modalità. In particolare “se l’acquisto di asset possa essere la misura non convenzionale più opportuna”. E anche qualora si raggiungesse l’unanimità sul fatto che sia la più opportuna, “la questione diventa allora come si possa effettuare una tale politica in modo che sia utile e che sia conforme con il nostro mandato”.

Insomma: si apre un mondo. Con l’aggravante che gli scenari sono complicati dall’estrema varietà di sottoscenari presenti, ossia i singoli paesi dell’area euro, o almeno le varie aree assimilabili dell’eurozona. Per non menzionare le complicazioni del trattato europeo, che se pure rende possibili gli acquisti di titoli negoziabili deve tener conto del divieto di distorcere l’allocazione delle risorse nei mercati e insieme di creare effetti redistributivi. “Questo significa – spiega – disegnare un programma che funzioni sulla base delle caratteristiche dell’eurozona, dove ad esempio l’intermediazione bank-based è predominante e dove l’impatto dell’equity e del mercato immobiliare sulla ricchezza è meno importante che nel mercato americano”.

Se non vi bastassero queste complicazioni eccovene un’altra: “Bisogna pensare in termini di tre diverse forme del tasso di interesse”. Per farvela semplice, ciò significa che allorquando la Banca centrale decide cosa comprare, deve tenere conto della maturità di questi asset, ossia quali scadenza privilegiare e delle differenze fra le singole giurisdizioni, per decidere quali privilegiare nell’acquisto.

Ciò spiega bene perché “il successo di queste strategie non può avere come indicatore la dimenzione del bilancio della Bce, ma l’effetto osservabile delle nostre operazioni sul premio di rendimento fra i mercati e le varie giurisdizioni”. “O, per metterla diversamente – specifica – gli acquisti di asset nell’euro area non devono basarsi sulle quantità, ma sui prezzi. Per questo dico che parlare di quantitative easing è fuorviante”.

Serve un qualitative easing, appunto, capace di abbassare i tassi reali agendo sui rendimenti, avendo cura di agire anche “politiche complementari”, come ad esempio la riparazione dei bilanci bancari, per evitare che si ripeta che che il calo degli spread, intervenuto dal 2012 in poi, abbia effetti pressoché nulli sulla concessione di credito.

Dove vuole arrivare Coeuré con tutta questa manfrina?

Provo a tradurre per come l’ho capita io, quindi di sicuro in maniera superficiale. La banca centrale comprerà asset finanziari, magari ABS, mirando laddove più necessità: ossia i paesi dove i tassi reali sono più alti, e quindi dove l’inflazione è più bassa o c’è addirittura deflazione.

Indovinati chi sono.

Comprerà asset sulla curva lunga dei rendimenti mirando più al mercato degli Abs che hanno sotto prestiti alle imprese più che mutui cartolarizzati (la famosa differenza fra noi e gli Usa).

A rafforzare questa convinzione ha contribuito un altro intervento, stavolta di Yves Mersch, anche lui del board della Bce (“Banks, SMEs and securisation”) del 7 aprile scorso, nel quale il banchiere svolge un notevole endorsement per l’avvio di un programma di cartolarizzazioni mirato sulle imprese medio piccole. Ossia quelle che hanno sofferto più delle altre per la restrizione del credito bancario, non avendo massa critica sufficiente ad attirare risorse dal mercato dei capitali.

Si dovrebbe in pratica agevolare la cartolarizzazione dei prestiti concessi dalle banche alle imprese medio piccole per favorire la concessione di credito a queste entità.

Mersch sottolinea i criteri assai stringenti che l’Eurosistema ha fissato per rendere potabili gli Abs all’interno dell’Eurozona, che hanno consentito di restringere il tasso di default di questi strumenti nel range dello 0,6-1,5% a fronte del 9,3-18,4% registrato in America. In tal modo si è arrivati alla costruzione di “cartolarizzazione di alta qualità”, che però devono poter godere di un trammento preferenziale a livello regolatorio (leggi bassi accantonamenti di capitale) per essere finalmente inseriti in più vasti programmi di securizzazione gestiti dalla Bce.

Se il Comitato di Basilea accoglierà l’appello di Mersch, il grosso del gioco sarà compiuto. Sarebbe sufficiente che la Bce e la BoE “facessero una dichiarazione congiunta su questo tema al prossimo meeting di primavera del Fmi per sottolineare l’intenzione europea di andare decisamente avanti”.

In sostanza, la Bce potrà comprare questa carta, magari dando la preferenza a quella emessa dai PIIGS, facendo attenzione a non esagerare per non fare innervosire gli azionisti di maggioranza.

Sembra una riedizione del programma di acquisto titoli di stato per i paesi in crisi (peraltro mai attivato e pure sanzionato dalla Corte federale tedesca), solo che anziché bond pubblici si comprano abs di qualità.

Il famoso qualitative easing, appunto.

 

 

 

Esercizi di retorica sul DEF: dal pareggio (di bilancio) allo spareggio

Il travestimento circa la natura del DEF comincia dal nome, come è giusto che sia in un esercizio di retorica.

Il Documento di economia e finanza, però, svela la sua vocazione autentica quando inizia  a sostanziare i suoi effetti, manifestandoli. E sono eminentemente politici.

Nel nostro caso coincidono con la lettera del MEF a Bruxelles con la quale il governo chiede un anno di deroga per arrivare al pareggio del deficit strutturale.

Se ne è parlato in lungo e largo, evitando magari di sottolineare quanto sia convenzionale, e quindi discutibile, la definizione stessa di deficit strutturale alla quale dovremmo impiccarci. E si è anche ricordato che per rendere sostanziale tale deroga è servito un voto a maggioranza assoluta del nostro Parlamento, cui dovrà seguire il placet delle autorità europee. Le stesse che dovranno pronunciarsi molto presto sui nostri squilibri macroeconomici, già giudicati eccessivi e quindi forieri di ulteriori interferenze europee nelle nostre politiche fiscali.

Ecco perciò che un numero immaginario, il famoso disavanzo strutturale, diventa il fatto politico di rilievo che origina azioni politiche assai rilevanti.

Da Bruxelles si sono affrettati a rispondere alla lettera di Padoan che “valuteranno il percorso di rientro italiano”, come peraltro è scritto nelle stesse regole che chiediamo di derogare. Che significa tutto e niente. O soltanto che, come al solito siamo sorvegliati speciali.

Il caso italiano ha l’aggravante di avere tutti i numeri contro. Gli unici indicatori positivi sono l’avanzo primario, che però nell’immediato è previsto in calo, il livello di deficit, che rimarrà sotto il 3%, sempre nell’immediato, e il saldo del conto corrente, di recente tornato in attivo, che però sconta il previsto calo dell’export netto, che rischia di farci ripiombare nel deficit.

In questa situazione, le regole di bilancio, che molto opportunamente Bankitalia ha ricordato nella sua audizione sul DEF pesano come macigni.

Per chi non lo ricordasse, con l’approvazione in Costituzione, nel 2012, abbiamo accettato di avere regole di bilancio europee sull’indebitamento netto, la spesa pubblica e il debito. Il famoso fiscal compact di cui si fa grande uso nei talk show, sempre retoricamente in funzione di spauracchio.

La questione merita un approfondimento.

La regola dell’indebitamento netto implica che per i paesi non soggetti a procedura per disavanzo eccessivo (ne siamo usciti da poco) il famoso disavanzo strutturale debba essere inferiore o uguale all’obiettivo di medio termine (OMT) fissato per il paese. Se il disavanzo eccede tale obiettivo, deve essere ridotto di almeno dello 0,5% del Pil l’anno.

Per l’Italia l’OMT è il mitico pareggio di bilancio. “Nel 2014 – dice Bankitalia – gli andamenti tendenziali indicano una riduzione del disavanzo strutturale pari allo 0,2% del Pil. Sarebbe richiesto quindi un ulteriore aggiustamento di circa lo 0,3%”, per arrivare a un indebitamento strutturale pari a meno -o,1% del Pil nel 2015.

Ciò spiega perché il governo, adducendo le famose circostanze eccezionali (fra le altre cose il pagamento dei debiti della PA) ha chiesto la deroga, affiancandole un piano di rientro che prevede un aggiustamento strutturale del famoso disavanzo pari allo 0,5% del Pil nel 2015, anziché doversi fare carico di un aggiustamento dello 0,3% quest’anno. Parliamo di circa 4,5 miliardi. In sostanza si rimanda a domani quel si dovrebbe fare oggi, come peraltro noi italiani siamo maestri nel fare, sperando che la ripresa e la ventata riformista del governo dia una mano dal versante della crescita.

Su questa strategia, la Corte dei conti, che pure mostra di comprendere il momento, osserva che sarebbe buona norma fare le correzione (quindi i tagli) quando c’è la ripresa piuttosto che quando c’è crisi. Ma il momento, appunto, è topico.

Sostanzialmente ci stiamo giocando il tutto per tutto.

La regola della spesa prevede invece che per i paesi che non hanno ancora raggiunto il proprio OMT, quindi anche noi, la crescita annua della spesa pubblica, al netto delle componenti fuori dall’azione del governo (vai a capire come si calcolano), debba essere inferiore a quella di medio periodo del Pil potenziale (altra variabile immaginaria). L’entità dello scarto deve garantire un saldo strutturale di almeno lo 0,5% del Pil, con l’avvertenza che una crescita della spesa superiore non è interpretata come una violazione se è compensata da aumenti discrezionali delle entrate.

Che significa?

Ecco, già il fatto che qualcuno debba spiegarlo sostanzia il cuore del problema. Uno dei trucchi dei retori è spiazzare l’interlocutore con preposizioni astruse dall’aria seria e credibile. Apodittiche, si dice. E cosa c’è di più apodittico di un regola costitituzionale?

Bankitalia ci dice che “nel triennio 2011-13 la dinamica della spesa è stata ampiamente al di sotto del limite prescritto dalle regole europee. Per il triennio 2014-16, il limite superiore calcolato dalla Commissione per l’Italia è pari a -1,07 per cento in termini reali; nelle proiezioni elaborate dal Governo sotto l’ipotesi di invarianza delle politiche di bilancio, la dinamica della spesa sarebbe significativamente superiore”.

Ricordatevi queste parole: proiezioni, ipotesi di invarianza, sarebbe superiore, limite superiore calcolato (non sappiamo come). Come vedete nulla di reale: solo congetture. Ma terribilmente cogenti.

Forte di tanta apodittica indimostrabile, il novello retore (nel caso specifico la Commissione Ue, ma vale per l’economia applicata) detta la sua regola normativa. E quindi fa politica.

Provo a tradurre il commento di Bankitalia in parole comprensibili: prima non abbiamo sforato, ma sforeremo dopo, secondo quanto si può ipotizzare.

Il che ci mette nella difficile posizione di interlocutori poco credibili.

Screditare l’interlocutore è un altro caposaldo del dibattere retorico.

Attenzione: la regola della spesa vale solo se falliamo l’obbiettivo di medio termine, ossia sempre il solito pareggio.

Non finisce qui. C’è anche la regola del debito.

Il six pack prevede che nei paesi il cui il rapporto da debito e prodotto ecceda il 60%, tale differenza debba diminuire di un ventesimo l’anno nella media di un triennio. Per l’Italia, che era sottoposta a procedura di infrazione nel 2011, è stato previsto un periodo di tre anni di transizione dal momento in cui la procedura viene chiusa, ossia dal 2013.

“In tale periodo – spiega Bankitalia – la regola del debito si ritiene soddisfatta se lo stato membro consegue una riduzione annua minima del disavanzo strutturale (minimum linear structural adjustement, MLSA) calcolata dalla Commissione UE”.

Ricordo a tutti che il disavanzo strutturale è una variabile che la Corte dei Conti ha definito impossibile da osservare. E sottolineo che, ancora una volta la commissione calcola (non sappiamo come) un dato che diventa un obiettivo politico.

Ebbene, “lo scorso novembre – dice Bankitalia – la Commissione ha indicato che il MLSA per l’Italia è definito da una riduzione del disavanzo strutturale (sempre lui, ndr) di almeno 1,32 punti percentuali del PIL nel complesso del biennio 2014-15. La riduzione prevista nel DEF è di 0,7 punti. Va rilevato tuttavia che la Commissione potrebbe rivedere al ribasso l’MLSA tenendo conto degli introiti delle dismissioni programmate”.

Notate la finezza: 1,32% del Pil. Chi dubiterebbe dell’accuratezza del calcolo a questo livello di dettaglio?

Un altro espediente del retore è far credere che le sue informazioni siano sempre accurate.

Comunque, stando a quanto dice Bankitalia, siamo fuori anche dalla regola anche nel periodo di transizione.

E dopo? “La regola dovrà essere rispettata con riferimento alla variazione del debito nel triennio 2013-15 (versione backward looking, con e senza correzione per l’impatto del ciclo economico) oppure nel triennio 2015-17 (versione forward looking). Il quadro programmatico del DEF rispetta la regola sul debito nella versione forward looking. Se gli andamenti macroeconomici dovessero discostarsi, anche di poco, dalle previsioni contenute nel DEF, o se non si realizzassero integralmente le dismissioni programmate, il rispetto della regola sarebbe messo a repentaglio”.

Insomma: rischiamo di fare un altro botto.

“Le regole di bilancio europee – conclude comprensiva Bankitalia – possono apparire complesse e, pur con i loro margini di flessibilità, stringenti, ma esse rispondono all’esigenza di assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche e ricondurle all’equilibrio. Occorre inoltre ricordare che esse appaiono oggi vincolanti anche perché abbiamo lasciato crescere in passato, senza sufficiente controllo, la spesa e il debito pubblico”.

Anche qui, appartiene al discorrere retorico trovare sempre una morale nella storiella.

Poiché sono appassionato di retorica, l’avrete capito, ovvero di quello che gli antichi chiamavano l’arte del discorrere e del persuadere, ho pensato di sintetizzare questa noiosa cavalcata fra le regole europee sulla finanza pubblica trasformandola in un’altra storiella, che sarà magari meno istruttiva, ma certamente non meno realistica di quella che ci ha raccontato Bankitalia.

Un bel giorno in Italia, squadra con evidenti difficoltà e a rischio retrocessione, arriva un nuovo capitano che, forte del suo giovanile entusiasmo e del desiderio di speranza dei suoi giocatori lancia il cuore oltre l’ostacolo e decide di giocarsi la sua partita della vita, che incidentalmente è anche la nostra.

La squadra del premier scende in campo contro la squadra avversaria, l’Europa, agguerritissima, composta da bomber stranieri, per lo più nordeuropei, temutissimi per la loro capacità di fare gol e grandi praticanti dell’astruso gioco a schemi.

Ma la strategia del premier spiazza l’avversario. Portato all’attacco da ali di folla speranzosa, il premier parte in contropiede e segna un spettacolare gol in rovesciata.

GOL: urla l’Italia. La speranza arride a molti, cui viene promesso una goleada.

Ma l’Europa ha dalla sua terribili regole di gioco, che prevedono che ogni giocatore non possa calpestare durante la corsa un valore presunto di fili d’erba superiore allo scarto medio quadratico del flusso tendenziale delle ricrescita prevista, e che, nel caso, debba rientrare precipitosamente in area seguendo il fischio dell’arbitro.

Che infatti fischia.

Il quarto uomo agita la bandierina, gli arbitri si riuniscono in conventicola, incuranti delle proteste del pubblico da casa, mentre i giocatori italiani assicurano che un loro personalissimo algoritmo assicurerà la ricrescita dell’erba nei tempi stabiliti. Ma molti osservano che la squadra italiana non è nuova a questi espedienti e che, dati alla mano, non è molto credibile.

La partita riprende con gli italiani impegnati a fare quello che fanno meglio: litigano fra loro. Così la squadra avversaria approfitta e affonda in campo.

Il temibile numero 10 dell’Europa, biondo e azzurro d’occhio, segna e chiude la partita in parità.

La squadra italiana festeggia: le hanno sempre detto che bastava il pareggio per salvarsi.

Ma invece viene fuori che c”è sempre dell’altro di cui dover tener conto, scritto in piccolo nel manuale delle regole di gioco.

Conclusione. Il salvataggio torna incerto. Il pareggio non basta.

Serve uno spareggio.

(3/fine)

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Esercizi di retorica sul DEF: l’invenzione del deficit strutturale

Compulsare i vari documenti che le istituzioni stanno producendo per partecipare al grande rito collettivo del DEF è altamente istruttivo. L’evento economico assume un significato sociale che finalmente trascende la sua miseria contabile per assurgere alla dimensione di ciò che è autenticamente il Documento di economia e finanza: un pregevole esercizio retorico che si nutre di congetture economiche al solo fine di sostanziare un’azione politica di governo.

Che ciò sia il DEF, pochi dovrebbero dubitarne.

Stupefacente invece è la constatazione, che ho tratto leggendo le opinioni sul Def dell’Istat, della Banca d’Italia e della Corte dei Conti, di quanto profondo sia tale congetturare.

E, peggio ancora, che tali congetture non si limitino alle stime sul dati del futuro, come pure sarebbe lecito pensare, ma siano inerenti al dato stesso, ossia alla sua costruzione statistica.

Di cosa parliamo, insomma, quando ci riempiamo la bocca e la testa di deficit, indenitamento netto, o, peggio ancora, indebitamento strutturale?

Tecnicamente parliamo di convenzioni statistiche. Non dati oggettivi, quindi, come uno potrebbe pensare, ma costruzioni numeriche discutibili.

In alcuni casi molto discutibili.

Relativamente ai casi nostri, la vicenda del DEF ha un portato di politica, interna e internazionale, che è saggio non sottovalutare. Il governo infatti, nella persona del ministro dell’Economia, ha impugnato la penna e scritto una bella letterina a mamma Commissione Ue per chiedere di poter derogare di un anno il pareggio strutturale di bilancio, che era previsto per il 2015 e invece si propone per il 2016.

Nel 2015, infatti, il deficit strutturale sarà allo 0,1%, e non a zero come aveva assicurato il governo Letta a settembre scorso a fronte di una variazione strutturale in aggiustamento pari allo 0,5% del Pil. Tale deroga dovrà essere approvata dal nostro Parlamento e poi dalle autorità europee.

Tutto questo per un decimo di punto? E che sarà mai?

E invece pesa, perché l’Italia ha un Obiettivo di Medio Termine (OMT) concordato con la Commissione europea che prevedeva, fra le altre cose l’azzeramento del deficit strutturale entro il 2015.

A questo punto le varie tifoserie si saranno scatenate. Solo pochi ficcanaso si sono posti la domanda: ma il deficit strutturale cos’é?

Gli appassionati del genere sanno che il deficit strutturale corrisponde al deficit netto corretto per gli effetti del ciclo economico e delle misure straordinarie. Per dirlo con le parole della Corte dei conti, tratte dall’audizione sul DEF, “l’intento è quello di isolare le variazioni del saldo di bilancio che sono indotte automaticamente dalle oscillazioni del ciclo economico e che, quindi, non possono essere attribuite all’azione discrezionale dei governi”.

In sostanza, il deficit strutturale è un indice della scelleratezza fiscale governativa. E ciò spiega bene perché a Bruxelles ci tengano in tal modo. Tanto più è alto, tanto più il governo non fa il suo dovere: questo è il senso.

Definito l’oggetto, rimane ancora senza risposta la vera domanda: come si calcola una roba del genere?

Deve esser chiaro che rispondere a questa domanda significa credere che sia possibile una risposta sensata. Che nel gergo economico significa una risposta oggettiva e misurabile oggettivamente.

Purtroppo così non è: il calcolo del deficit strutturale è l’ennesimo esercizio di retorica tramite il quale una decisione politica viene camuffata da dato economico che, di conseguenza, genera un’azione politica conseguente.

Penserete che sto esagerando. Ma non dovete ascoltare me, che non so niente. Ascoltate la Corte dei Conti: “La logica sottostante l’adozione di obiettivi di indebitamento strutturale, tesa a sanzionare l’eventuale utilizzo di misure pro-cicliche, si scontra però con un problema di fondo: la non osservabilità dell’indebitamento strutturale”.

Detto in altre parole, non essendo osservabile non dovrebbe esistere.

Perciò si inventa.

“All’inconveniente (la non osservabilità, ndr) si sopperisce mediante l’utilizzo di particolari tecniche statistiche finalizzate a distinguere, all’interno della serie storica del saldo di bilancio, la componente ciclica da quella strutturale”, spiega la Corte, sottolineando però che “queste tecniche possono tuttavia condurre a risultati non univoci e anche fortemente divergenti fra loro a causa dell’ampio ventaglio di ipotesi preliminari che può essere assunto”.

Quindi non solo l’indebitamento strutturale, che decide il nostro futuro, non esiste, ma la sua invenzione sottostà a regole inventate sulle quali non c’è nemmeno concordia, e che potrebbero dare risultati molto diversi fra loro.

La Corte si spinge in avanti e illustra proprio il caso italiano. Da noi “le misurazioni proposte dalla Commissione europea, che individuano la persistenza nel 2014 e l’ampliamento nel 2015 del deficit strutturale, solleciterebbero il Governo all’adozione di misure correttive, laddove un calcolo alternativo del saldo strutturale su dati OCSE indicherebbe, per lo stesso periodo, una situazione di avanzo”.

Avete capito bene: per la Commissione abbiamo un disavanzo strutturale, che dipende dalla loro classificazione statistica dei dati. Se invece usassimo la classificazione Ocse saremmo in avanzo strutturale.

Tale differenza non pensa neanche poco. Nel grafico contenuto nel suo parere, la Corte mostra che nella misurazione svolta dalla Commissione Ue l’Italia ha un deficit strutturale dello 0,6% sul Pil, circa 9 miliardi, che rimane costante nel 2014, per arrivare allo 0,9%, oltre dieci miliardi, nel 2015. Se invece si utilizzasse la rappresentazione statistica dell’Ocse, l’italia sarebbe stata in avanzo strutturale dello 0,3% del Pil nel 2013, circa 4,5 miliardi, altrettanto nel 2014, e dello 0,1% nel 2015.

Considerate che sulla base dei disavanzi strutturali si misura la qualità dell’azione di un governo in sede europea, ma anche la sua credibilità sul mercato del debito.

E non finisce qua: “Anche rimanendo all’interno di un stessa fonte statistica, la misurazione del saldo strutturale è soggetta a continue modifiche, con differenze che
diventano molto consistenti proprio in occasione dei momenti di inversione del ciclo economico”.

Insomma: il nostro futuro dipende da un dato che non esiste, inventato alla bisogna, sul quale non c’è neanche identità di vedute nella cosiddetta letteratura scientifica e che peraltro si comporta in modo incontrollabile nei momenti in cui dovrebbe essere più stabile.

Ma il peggio sta alla fine: “E’ stato infine rilevato come, all’interno della metodologia della Commissione UE, agli attuali valori di indebitamento strutturale corrispondano livelli di
disoccupazione di equilibrio nell’ordine dell’11 per cento, evidentemente inconciliabili con qualsiasi obiettivo di piena occupazione. Sarebbe dunque lo stesso modello statistico
utilizzato per guidare le politiche di bilancio europee a imporre un severo trade-off fra crescita e stabilità delle finanze pubbliche”.

Quale migliore esemplificazione dell’esercizio retorico praticato col linguaggio dell’economia?

La decisione, questa sì politica, impone il “severo trade off fra crescita e stabilità delle finanze pubbliche”. Ciò ha originato un modello statistico che teorizza deficit strutturali, con corrispondente tassi di disoccupazione d’equilibrio, che altri modelli vedono come surplus, sulla base dei quali si impongono politiche restrittive: “aggiustamenti continui”, come dice la Corte.

E gli stati (noi) devono pure pietire una deroga.

Se questo è il gioco, chi voglia salvare la pelle ha solo una chance: deve usare la retorica meglio degli altri.

Deve spararle più grosse.

(2/segue)

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Esercizi di retorica sul DEF: la retromarcia dell’avanzo primario

Mi sorprendo sempre nel notare il grande consumo di intelligenza e talento che circonda le cose economiche. Cervelli oltremodo eccellenti si cimentano in esercizi astrusi, compilano tabelle e disegnano grafici, al solo fine di convincere qualcuno di qualcosa, in un modernissimo esercizio di retorica.

E poiché questo qualcosa ha a che fare con il denaro, in un modo o nell’altro, ecco che ricevono un’attenzione ormai quasi più a nessuno riservata. Sicché finisce che gli economisti, o i semplici compilatori di tabelle e grafici, diventino delle piccole star.

La seduzione dell’economia è il modo contemporaneo col quale celebriamo l’antica e immutabile seduzione del denaro, a ben vedere.

Ed è comprensibile che tutto ciò, specie in tempi di crisi, germini una pletora di popolazioni economaniache.

Oggidì gli studiosi/esperti/appassionati/doscenti/discenti di cose economiche nel nostro paese è probabile abbiano superato per numero quelli che una volta compilavano formazioni e strategie della nazionale di calcio. Da una nazione di commissari tecnici, stiamo diventando una nazione di commissari economici.

E non è detto che sia un progresso.

Perciò ogni tanto è utile fermare l’attenzione per far capire di cosa parliamo quando parliamo di economia. O meglio, cosa facciamo quando parliamo di economia.

Meglio di ogni altro ragionamento, varrà un esempio.

Lo spunto me l’ha fornito l’utilissima lettura della relazione del direttore generale della Banca d’Italia Signorini davanti alla commissione congiunta di Camera e Senato, riunita per discettare sul DEF del governo Renzi, che approfondirò un’altra volta, perché c’è tanto da dire e da capire.

Qui però vorrei limitarmi solo a un elemento, che poi è il punto centrale di tutto il costrutto argomentativo della nostra finanza pubblica: l‘avanzo primario.

Il nostro avanzo primario è la superstar del DEF,  come d’altronde lo è sempre stato, atteso che misura il saldo fra entrate e spese correnti al netto degli interessi sul debito. O, per dirla in altro modo, sommando algebricamente l’avanzo primario al deficit otteniamo la spesa per interessi sul debito.

Come vedete il modo diverso di dire la stessa cosa ha un effetto notevole sulla percezione della questione.

Ma poiché per discorrere di economia servono i numeri, ecco che la nostra audizione ce ne fornisce a bizzeffe, così come anche di grafici.

Uno in particolare ha catturato la mia attenzione. Ossia quello intitolato “Avanzo primario: obiettivi e consuntivo”, che racconta esemplarmente la storia dei DEF che si sono succeduti dall’aprile 2011 in poi, relativamente a questa variabile.

In questo garbatissimo esercizio della memoria, facoltà purtroppo paradossalmente dimenticata, l’analisi dei DEF degli ultimi tre anni è illuminante.

Il DEF approvato nell’aprile 2011, ad esempio, stimava un avanzo primario di poco superiore al 2% nel 2012, che doveva sfiorare il 4% nel 2013 per superare il 5% nel 2014.

Nella nota di aggiornamento di settembre 2011, il governo dell’epoca addirittura alzò gli obiettivi, stimando un avanzo vicino al 5% nel 2013, con l’obiettivo di superarlo nel 2014.

Settembre 2011, lo ricorderete, era il tempo dell’agonia del governo Berlusconi, che avrebbe preparato il governo Monti, che seguiva a una terribile estate. Chiaro perciò che il governo avesse bisogno di aumentare le rassicurazioni all’interno e all’esterno del Paese. E quale strumento meglio dell’avanzo primario poteva giovare alla bisogna? E’ da almeno vent’anni che inseguiamo la chimera dell’avanzo primario per salvare la nostra finanza pubblica.

L’arrivo del governo Monti, che godeva di altra credibilità rispetto a quello “dimissionato”, riposiziona nuovamente il problema, ma poi neanche di tanto.

Nel DEF di aprile 2012 l’avanzo primario viene stimato fra il 3 e il 4% nel 2012, con l’obiettivo di arrivare pressoché al 5% nel 2013, per superarlo nel 2014. Anche stavolta l’Europa digerì il DEF. Potenza del professore.

Salvo poi, nella nota di aggiornamento di settembre 2012, scoprire che gli obiettivi erano vagamente sovradimensionati. Qui, infatti, l’obiettivo del 2012 viene riabbassato sotto il 3%, più o meno al livello di quanto previsto dal DEF di aprile 2011, quello del 2013 sotto il 4%, esattamente al livello del DEF aprile 2011, per arrivare fra il 4 e il 5% nel 2014, sotto il livello DEF aprile 2011.

Seguirono i soliti applausi e i soliti fischi, a seconda dei mittenti, e furono sprecati i canonici fiumi d’inchiostro a commentare lo sforzo risanatore del governo Monti. Ma alla fine dei conti nessuno sapeva di cosa stesse esattamente parlando. Tantomeno il governo. Anche qui: le stime erano un perfetto esercizio retorico, nulla più.

Un briciolo in più di realtà si affaccia col DEF di aprile 2013, quando l’ormai vacillante governo Monti rifà i conti per annunciare che sì, le stime erano un po’ esagerate. Sicché nel 2012 l’avanzo primario sarebbe rimasto compreso fra il 2 e il 3%, ma anche nel 2013, per arrivare a superare il 3% nel 2014 e il 4% nel 2015, quando rmai la curva crescente dell’avanzo primario avrebbe preso il volo, lanciandosi verso il 5% nel 2016 fino a sfiorare il 6% nel 2017.

Avrete notato a questo punto come l’avanzo primario sia tanto migliore quanto più distante nel tempo. E anche questo è un pregevole esercizio di retorica: figurarsi il futuro sempre migliore del presente per farne sopportare il peso.

Il nuovo governo Letta rivide il DEF a settembre 2013, siamo quasi a nostri giorni, e anche stavolta gli obiettivi furono sensibilmente ribassati. Nel 2013, ormai al lumicino, si confermò il range 2-3%, che sarebbe dovuto diventare il 3% nel 2014 per avvicinarsi al 4% nel 2015. Ma tranquilli: nel 2017 saremmo arrivati al 5% del Pil, livello comunque più basso di quello ipotizzato da tutti gli altri DEF.

Arriviamo al DEF del governo Renzi. Ma prima è utile dare un’occhiata all’unico consuntivo finora disponibile (ossia il dato vero), quello elaborato al marzo 2014. Ebbene, l’avanzo primario, nel 2012, si è collocato fra il 2 e il 3%, ossia quanto previsto nel DEF di aprile 2011, ossia l’unico che ci ha preso, anche se probabilmente sarà l’unico dato azzeccato di quel DEF, visto che i primi dati disponibili sull’avanzo primario del 2013 parlano addirittura di un calo rispetto al 2012, mentre il DEF di aprile 2011 raccontava che nel 2013 avremmo superato il 3%.

Il DEF targato Renzi ritocca ancora al ribasso le stime dell’avanzo primario rispetto alla nota di aggiornamento di settembre 2013. Lasciando da parte il 2013, ormai chiaramente al di sotto di quanto pensavano (o dicevano di pensare) i vari governi, nel 2014 il DEF stima l’avanzo sotto il 3%, che dovrebbe superarsi solo nel 2015, arrivando nel 2016 a superare il 4%, ossia il livello che l’aggiornamento del DEF 2011 stimava per il 2013, così come confermato dal DEF del governo Monti di aprile 2012.

Al livello del 5% non arriveremo neanche nel 2017, quando invece secondo il DEF di aprile 2013 (un anno fa) avremmo dovuto svettare verso il 6%.

Che ci dice tutto questo rosario di cifre?

Se fosse solo che sbagliano sempre le previsioni non sarebbe questa gran novità. E’ sempre difficile fare previsioni, specie quando riguardano il futuro, diceva un famoso scienziato.

Quello che ci dice, questo esercizio di retorica, è altro: l’economia è sempre politica. Ovvero la politica si fa con l’economia, strumento retorico per eccellenza del nostro tempo. Quindi, quando parliamo di economia parliamo di politica usando più o meno spregiudicamente la matematica.

Faremmo sempre bene a tenerlo a mente.

(1/segue)

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Banche, la paura fa 90 (miliardi)

Quanto costa la paura? Vi parrà strano, ma nello splendido mondo della finanza si può stimare. I nostri meravigliosi econometristi hanno un numero per tutto. E una volta che l’hanno calcolato, capita persino di scoprire, grazie a loro, che una cosa che prima non ci passava neanche per la testa, improvvisamente diventa l’ennesimo ingrediente della nostra ansia. Un altro motivo per avere paura. E così il cerchio si chiude. Lo scopo del gioco è sempre lo stesso: creare timori.

Questa riflessione è stata il risultato di una lettura poco amena, ma interessante, estrapolata dall’ultimo Global financial stability report del Fondo Monetario, laddove tratta di un argomento assai astruso ma esemplare: Quanto è grande il sussidio implicito per le banche considerate troppo grandi per fallire?

Provo a dirlo in maniera più comprensibile: quanto costa agli stati (che devono sussidiarle) la paura che le banche sistemiche falliscano?

Ecco, così magari la questione diventa più popolare.

Salto alla conclusione – il numeretto – e poi svolgo la narrazione, che comunque è istruttiva. Ebbene: il Fondo stima che il sussidio implicito per le banche europee valga almeno 90 miliardi, che possono arrivare fino a 300.

La paura fa 90, è notorio.

A questo punto vale la pena spiegarsi, per non ricadere nell’aneddotica. Partendo da una premessa: la questione delle banche too important to fail (TIFT).

Le TIFT sono uno dei grandi problemi che assillano gli studiosi della stabilità finanziaria e i regolatori, insieme con lo shadow banking e i derivati OTC. Su questa materia, come sulle altre, i regolatori, banche centrali in testa, si sono dati un gran daffare dal 2008 in poi, quando si accorsero che il sistema finanziario faceva acqua da tutte le parti e che quindi, per ripararlo, serviva una super iniezione di liquidità. Curare gli eccessi della liquidità con altra liquidità è il preclaro esempio della logica distorta delle cose finanziarie.

La TIFT vengono anche chiamate banche sistemiche (SIBs, systemically important banks), in virtù della loro attitudine ad essere di grosso calibro e molto ramificate, e quindi capaci di diffondere contagi repentini e mortali. Come un virus letale.

Questi organismi virali sono molto coccolati dagli Stati che ne hanno una sana paura. E fanno bene: ci stiamo riprendendo a fatica e solo a caro prezzo dal decesso di uno di questi organismi nel 2008, ossia la Lehman Brothers. E poiché questi organismi sono assai diffusi nel mondo, ecco che la regolazione sta facendo tutti gli sforzi di cui è capace per trovare dei rimedi, necessariamente omeopatici, ai guasti che possono provocare, provando in qualche modo a prevenirli.

Al di là della loro pericolosità le TIFT hanno anche alcune peculiarità: sono molto più spericolate, e quindi assai più redditizie. Ciò in quanto, potendo godere di una sorta di garanzia implicita – il loro essere sistemiche, che obbliga gli stati, a spese del contribuente, a evitare che falliscano -, tendono a fare il passo più lungo della gamba, prestando magari più di quanto dovrebbero a soggetti al quali sarebbe saggio non prestare. Quindi, quando le cose vanno bene, fanno più ricavi delle banche non sistemiche.

Lato costi, poi, sempre perché tanto non possono fallire, chi presta loro i soldi le considera investimenti pressoché sicuri. E quindi spuntano dei tassi passivi più bassi delle banche non sistemiche.

In pratica: guadagno di più quando prestano e costano di meno quando prendono a prestito. L’ennesima dimostrazione che in finanza il bullismo, più o meno criminale, paga eccome.

Su queste peculiarità diciamo disdicevoli il consenso è unanime. Nella sua disamina, che ripercorre gli argomenti che ho letto decine di volte nei vari interventi dei banchieri centrali, il Fmi ricorda tutto quello che vi ho detto, e che vale la pena riepilogare citando Mark Carney, del Financial Stability board, il principale organismo internazionale di buone pratiche di regolazione: “L’aspettativa che le istituzioni finanziari sistemiche possano privatizzare i guadagni e socializzare le perdite incoraggia l’eccessiva presa di rischi nel settore privato e può essere rovinoso per le finanze pubbliche. Si è cominciato a cercare soluzioni, ma il problema non è stato ancora risolto”.

E come mai potrebbe esserlo, in un sistema che, per sua stessa natura, premia il rischio col rendimento?

A volte mi chiedo se i nostri banchieri centrali siano ingenui o diabolici.

Il meccanismo distruttivo alla base del SIBs l’abbiamo visto all’opera dal 2008, e sappiamo già che ha condotto a una delle più spettacolari impennate del debito pubblico della storia, pari a quello che ci fu durante l’ultima guerra. Chiaro che non si voglia più rivederlo. Ma ciò non significa che si riesca ad evitarlo.

Intanto che ci provano, i nostri fini analisti hanno costruito uno dei loro modellini pieni di numeri ed equazioni astruse per arrivare a stimare quanto pesa, ancora oggi, la garanzia implicita degli stati su queste banche.

Cos’è la garanzie implicita? Ve la faccio semplice: la possiamo definire come il costo teorico che uno stato potrebbe dover affrontare qualora una sua banca sistemica fallisse. Il costo teorico dei danni teorici.

A cosa serve saperlo? I tecnici vi diranno che è un indicatore della stabilità finanziaria e altre belle parole. Ma non fatevi ingannare: lo scopo principale è spaventare. La paura, come le crisi finanziarie, sono ottimi incentivi a fare “tutto quello che è necessario”.

Ebbene, secondo le stime del FMI, il sussidio implicito, che può anche essere interpretato come un’indicatore della fragilità del sistema o dei rischi che esprime, è cresciuto parecchio nel 2012, per poi declinare nella parte finale del 2013.

Negli Stati Uniti, dove il de-leveraging bancario ha proceduto molto più velocemente che in Europa, il sussidio implicito è diminuito prima. E questo certo non deve stupire. Il de leveraging è stato scaricato sulla Fed che, formalmente, sta fuori dal bilancio dello Stato. E ciò malgrado, scrive il Fmi “il valore stimato delle garanzie governative per le banche sottoposte a stress appare più o meno paragonabile al livello pre crisi”. Che sarebbe come dire che abbiamo fatto – gli Usa hanno fatto – una fatica terribile (e a carissimo prezzo) per tornare al punto di partenza.

Non che il resto del mondo se la passi meglio.

“I sussidi stimati sono notevoli”, dice il Fmi. Si calcola che le SIBs, proprio grazie alle garanzie pubbliche implicite, abbiano un vantaggio nel costo dei loro finanziamenti di circa 15 punti base negli Stati Uniti, di 25-60 punti base in Giappone, 20-60 pb nel Regno Unito e addirittura 60-90 pb nell’eurozona.

Quindi le SIBs europee sono le più avvantaggiate dalle garanzie nascoste degli stati. E di conseguenza sono quelle che spendono di meno per il funding.

Un altro modo per dirlo è quantificare l’entità della garanzia implicita in miliardi di dollari, basandosi sul totale dei debiti di queste banche, al netto dell’equity.

L’esercizio l’ha fatto il Fmi, relativamente agli anni 2011-12, e ne ha tratto che i sussidi implicit hanno pesato fra i 15 ei 7o miliardi per le SIBs americane, 25-110 miliardi per quelle inglesi e giapponesi, e dai 90 ai 300 miliardi per quelle dell’eurozona. Che perciò oltre ad essere le meno costose per il funding, sono le più rischiose per le perdite potenziali. Con l’aggiunta che il sussidio implicito, già alto prima della crisi, è addirittura aumentato.

Altro che unione bancaria.

Se ricordate quello che ho detto prima sul doppio vantaggio (sempre quando bene) delle SIBs avrete chiaro perché.

Non bisogna stupirsi che le banche europee siano ridotte così. Dal 2000 al 2012 gli asset della banche europee sono esplosi, arrivando a quotare il 350% del Pil dell’eurozona, dal 250% di inizio secolo. Solo le banche inglesi hanno fatto peggio: hanno superato il 500% del Pil. Mentre Deutsche Bank, che nel 1997 aveva asset per poche centinaia di miliardi di dollari, a fine 2012 aveva raggiunto quota 3.000 miliardi, la prima fra le top global systemically important banks. Seguono la HSBC holdings Plc, la JP Morgan Chase, la Barclays PLC, la BNp Paribas e Citigroup.

Questa meravigliosa classifica di bulli ci dice un’altra cosa che dobbiamo ricordare: ossia chi dobbiamo temere. I primi della lista sono i tedeschi, ma non sono i più rilevanti. Le banche angloamericane insieme quotano circa 9.000 miliardi di dollari, e la Bnp Paribas appena 2.500.

Gira gira torni sempre là: da dove tutto è cominciato: il sistema finanziario angloamericano.

Noi europei facciamo paura.

Ma non siamo poi così pericolosi.

 

I banchieri berlinesi alla campagna d’America

L’economia va meglio, dicono le cronache. E fra un po’ ci convinceranno pure che è tornata la fiducia, che nel magico mondo del capitalismo equivale a una ripresa dell’incoscienza.

Sarà per questo, perché le cose vanno meglio (o almeno così si dice), che s’odono sinistri scricchiolii nella fantastica costruzione regolatoria iniziata a far data dal 2008 dai banchieri centrali del mondo. Provandosi con ciò l’evidenza fattuale che la crisi fa bene all’Internazionale dei banchieri, almeno quanto la ripresa le nuoce.

Chi ha avuto la ventura di leggere l’ultimo intervento ad Harvard di Andreas Dombret, banchiere della Buba, (“Regulatory reform – unresolved issues and the need for international cooperation”) queste cose le sa già, ma magari non ha notato come la descrizione dei processi ancora irrisolti sul versante dela regolazione suoni come il canto del cigno dello slancio riformatore messo in campo dagli stati del G20 dopo il crack di Lehman Brothers.

Sempre perché le crisi aiutano assai la regolazione.

All’epoca i leader del mondo recitarono compunti e seriosi una splendida dichiarazione d’intenti, secondo la quale si sarebbero dati da fare per “rafforzare il regime regolatorio, la supervisione prudenziale e la gestione del rischio”. I mercati erano infartuati all’epoca, e abbisognavano ben più del solito contentino a base di liquidità.

“Più di cinque anni dopo – dice Dombret – abbiamo fatto buoni progressi, tuttavia dobbiamo ricordarci di quello che Mark Roe, dell’Università di Harvard, chiama il ciclo della fiducia nella regolazione”. Che poi sarebbe il fatto che si fanno le riforme quando c’è una crisi, quindi, quando l’economia riparte, si allenta la guardia e finisce come al solito.

E infatti sembra proprio che sia andata così anche stavolta. “A un’osservazione superficiale può apparire che il sistema finanziario sia stato riparato – dice Dombret – tuttavia dobbiamo essere sicuri che non si romperà di nuovo”, come disse il medico al malato, ignorando che le malattie è impossibile curarle una volta per tutte.

Anche perché, come riconosce il nostro banchiere-dottore, alcuni mali sono ancora in incubazione e devono essere curati con opportuna prevenzione, “per creare un sistema finanziario stabile”. Ossia l’Eldorado dei nostri banchieri centrali.

Si potrebbe discutere giorni su quante volte il medico sia sovente la causa della malattia che pretende di curare, e figurarsi magari la faccia piena di rughe e pensieri monetari dell’ex guru della Fed, Greenspan, mentre inonda di dollari il mondo, inflazionandone senza sosta gli asset. Ma sarebbe una discussione sterile.

Meglio allora concentrarci sulle minacce individuate da Dombret, che sono terribilmente concrete.

Le questione sul tavolo dell’Internaziona dei banchieri sono essenzialmente tre: il problema delle istituzioni finanziari troppo grandi per fallire (too-big-to fail problem), lo shadow banking e il mercato dei derivati Otc.

Chi frequenta l’informazione economica avrà ampia familiarità con questi temi. Vale la pena però seguire la sintesi che ne fa Dombret, anche per capire lo stato dell’arte.

Sulle banche troppo grandi per fallire, Dombret ha gioco facile a ricordare la filosofia del Berliner consensus, che, come ricordete, si basa sul principio della responsabilità che, spiega Dobret, nel mondo bancario pare viva una sua versione affievolita. Il che conduce sovente a una socializzazione delle perdite, come è accaduto dopo la crisi del 2008, che, non a caso, ha condotto a un’esplosione del debito pubblico mondiale, visto che le banche sono state costrette a socializzare migliaia di miliardi di debiti privati.

E’ anche una questione di fair play, spiega Dombret, citando uno studio della Fed secondo il quale le banche troppo grandi per fallire hanno anche un vantaggio competitivo nei confronti delle banche più piccole, visto che il mercato, proprio perché “non possono fallire” presta a queste banche a prezzi ridotti rispetto alle altre. Per di più sono avvantaggiate, oltre che dal lato dei costi minori per il funding, sul lato dei ricavi, perché la garanzia implicita del salvataggio statale le spinge al moral hazard, e quindi a rischiare di più. Il che equivale, nei tempi buoni, a guadagnare di più.

Tutto ciò, dice il banchiere tedesco, viola il principio della responsabilità. Come risolvere la questione? “Queste banche – dice – devono poter fallire senza portare con sé l’intero sistema finanziario”.

Ma davvero un banchiere centrale, anche se tedesco, è così ingenuo da non capire che le banche too-big-to fail sono il sistema finanziario?

A quanto pare sì.

Sedotto dal germanico candore, ho proseguito nella lettura, ma solo per scoprire che alla fine dei conti quello che serve è quello che l’eurozona sta disperatamente cercando di costruire: un sistema ordinato di risoluzione delle banche in crisi, ma a livello globale. La qualcosa, ne converrete, è alquanto complicata. Anche perché se è stato (relativamente) facile trovare un’intesa sull’Unione bancaria nell’eurozona, bail in compreso, figuratevi quanto sarà facile convincere gli americani a mettere in comune un meccanismo di risoluzione, scaricando poi il costo a carico delle banche stesse.

Mi è arrivato l’eco delle risate americane.

Il secondo tasto dolente è quello delle banche ombra. Abbiamo visto con dovizia di particolari cosa serva e come funzioni lo shadow banking e come in letteratura ci sia una certa indeterminatezza sull’utilità che esso svolge ai fini dell’aumento della liquidità globale. Al contrario c’è pressoché unanime condizioni sulla sua rischiosità intrinseca, visto che le banche ombra su muovono fuori dai circuiti regolamentati. Così come c’è certezza sul fatto che un futuro lo shadow banking crescerà ancor più di quanto è cresciuto sinora.

“Anche qui – dice Dombret – la cooperazione internazionale è essenziale per stabilire un’effettiva regolazione. A tal fine è benvenuta l’inziativa del G20 di mettere lo shadow banking in cima alla propria agenda”.

Terzo problema: la questione dei derivati Otc e delle controparti centrali.

“Lo scambio di derivati – ricorda Dombret – è stata causa di pesanti perdite, distruzione di mercati e minacce alla stabilità finanziaria“”. Perciò il G20 qualche anno fa ha determinato che lo scambio di derivati OTC (over the counter), ossia non standardizzati, avvenga nell’alveo delle controparti centrali, quindi centrali di clearing che rendano queste transazioni, di solito assai opache, un po’ più trasparenti.

Abbiamo visto altrove che le controparti centrali, che pure dovrebbero mitigare i rischi, sono portatrici anch’essa di profondi rischi sistemici, sui quali Dombret non si risparmia. Ve li sintetizzo con una battuta: le controparti centrali, che in pratica agiscono come banche ombra, possono diventare troppo grandi per fallire.

Lo so: è incredibile. Ma questo è il male e questi sono la cura. Sempre perché non si può dire – un banchiere centrale non può dire – quale sia davvero il male del sistema finanziario (voler fare soldi con i soldi).

Anche qui, Dobret invoca “un coordinamento internazionale” e nota con soddisfazione che “alcuni passi sono stati fatti”, ma ci sono ancora “grandi differenze di regolazione fra Ue e Usa”. Ad esempio sul livello del margine iniziale da depositare nelle controparti per svolgere l’operazione.

L’esempio serve a capire una cosa fondamentale, ossia chi siano le parti in gioco (nel caso non fosse chiaro). Quindi l’Ue e gli Usa, ossia i padroni reali del mercato finanziario (i secondi in particolare, insieme con gli inglesi). E ci aiuta anche a capire la posta in gioco dietro l’accorato appello di Dombret per una maggior armonizzazione e regolazione finanziaria: il trionfo dell’Internazionale dei banchieri, magari sempre più tarata sul Berliner consensus.

Ve la sintetizzo con un’altra battuta: L’Europa finanziaria (tedesca) pensa di conquistare (imbrigliare) la finanza americana con i cavilli, passando tramite la solidarietà di casta dei banchieri centrali. Che come vedete inizia a scricchiolare non appena le cose si mettono un filino meglio e gli stati (che sono gli azionisti di riferimento delle banche centrali) riprendono coraggio.

“Per raggiungere la nostra destinazione – un sistema finanziario stabile – dobbiamo camminare insieme”, conclude Dombret.

E qui il teutonico candore di Dombret diventa disarmante.

Chi l’ha detto che gli americani vogliono un sistema finanziario stabile?

 

 

Lavoro: anche gli americani diventano choosy (grazie anche alla Fed)

Da quando la Fed ha eretto a feticcio della sua politica monetaria il tasso di disoccupazione, tutto il mondo guarda con occhio spasmodico le statistiche mensili Usa, col dito sul mouse pronto a comprare America e vendere resto del mondo non appena suonerà la campanella della fine ricreazione.

La Fed ormai lo sa. E siccome ha sperimentato nel maggio scorso quanto sia pericoloso giocare col fuoco della aspettative, il 19 marzo 2014 il FOMC della banca americana ha stabilito che per cominciare l’exit strategy il tasso di disoccupazione, si, vabbé, ma anche dell’altro, sciorinando altre variabili di tipo qualitativo, che hanno indotto gli operatori finanziari a ipotizzare che la Fed farà il primo ritocco di tassi non prima dell’inizio del 2015, come qualcuno aveva già previsto.

Ciò non toglie che il tasso di disoccupazione americano, arrivato a un rassicurante 6,7% (l’obiettivo Fed era il 6,5%) continui ad esercitare il suo fascino fra gli analisti economici. Non ultimi quelli della Banca centrale europea, che, molto perfidamente, hanno svolto un approfondimento sull’andamento non tanto del tasso di disoccupazione, che è noto, ma su quello di partecipazione.

Ricordo che il tasso di disoccupazione si ottiene dividendo il totale dei disoccupati che cercano lavoro per il totale risultante dalla somma fra lavoratori occupati e disoccupati in cerca di lavoro. Come si vede, la definizione statistica ha poco a che vedere con quella che potremmo trarre dal senso comune, secondo la quale i disoccupati sono quelli che non hanno lavoro e basta.

Ciò in quanto la statistica distingue, per fini statistici, fra coloro che sono senza lavoro perché non lo trovano e quelli che sono senza lavoro perché non lo cercano.

Per distinguere queste due popolazioni è stato creato un altro indicatore, che si chiama tasso di partecipazione, che in pratica si ottiene dividendo il totale degli occupati e dei disoccupati in cerca di lavoro (ossia quella che la statistica chiama forza lavoro) per il totale della popolazione attiva, di solito i 15-64enni.

Un tasso di partecipazione basso vuol dire che la forza lavoro di un paese è bassa. Ma questo non vuol dire che i cosiddetti inattivi siano tutti ricchi rentiers. Può voler anche dire, e questa di solito è la circostanza più comune, che molti hanno rinunciato a cercare lavoro e non si sa bene come vivano. Magari grazie all’assistenza pubblica, va da sé.

Premessa noiosa, ma necessaria per capire l’analisi della Bce.

Quest’ultima nota, sempre più perfidamente, che “gran parte del calo del tasso di disoccupazione, sceso dal 7,9% al 6,7% fra dicembre 2012 e febbraio 2014,  va tuttavia ricondotta al minore tasso di partecipazione, che, nel 2013, è diminuito dello 0,8%. Rimangono al tempo stesso su livelli elevati le misure più ampie della disoccupazione comprendenti i “lavoratori scoraggiati” e quelli a tempo parziale che preferirebbero posizioni a tempo pieno, oltre che i disoccupati di lungo periodo. Anche gli andamenti del rapporto fra occupati e popolazione e dei tassi di turnover occupazionali descrivono un quadro meno positivo del mercato del lavoro”.

Chi mastica le cronache economiche avrà già capito dove vuole arrivare la Bce. Ma può essere utile fare un esempio a giovamento di quelli meno abituati a ragionare su queste cose.

Mettiamo che la nostra popolazione attiva sia composta da 10 persone. Di queste, sei partecipano al mercato del lavoro (quindi sono forza lavoro). Di questi sei, cinque sono occupati e uno è disoccupato. Il nostro tasso di disoccupazione lo otteniamo dividendo 1 (numero disoccupati) per la forza lavoro (1+5). Quindi otteniamo che il tasso di disoccupazione è pari a 1/6, ossia al 16,66%.

La banca centrale di quel paese allora inizia a pompare denaro nell’economia al fine, di sicuro nobile, di riportare il tasso di disoccupazione a un livello più basso. Evita accuratamente di parlare di fini più reconditi. Tipo favorire il deleveraging della banche, o far ripartire i mercati finanziari inceppati per mancanza di acquirenti di debiti, o magari rivitalizzare il mercato immobiliare.

Comunque. La conseguenza di tanta premura è che i partecipanti al mercato del lavoro diminuiscono da sei che erano a cinque. Magari perché il nostro unico disoccupato, ormai scoraggiato, ha smesso di cercare lavoro. Sicché si compie il miracolo. Se calcoliamo il nostro tasso di disoccupazione, scopriamo che adesso vale 0/5. Ossai zero.

Giù applausi alla Banca centrale.

Al netto della semplificazione, questo è quanto è accaduto negli Stati Uniti grazie (anche) alle politiche espansive della Fed. Forse perché al mercato del lavoro americano non ha giovato l’overdose di flessibilità inflittagli negli ultimi trent’anni? Alcuni dicono che è così.

Più interessante notare, come nota ormai palesemente maligna, la Bce che “la caduta del tasso di partecipazione osservata negli ultimi anni appare anomala nel confronto con i cicli economici precedenti”. Cicli, in cui, vale la pena sottolinearlo, non c’era ancora il quantitative easing della Fed.

Anzi: “Il tasso di partecipazione, a differenza di quanto osservato in passato, non è migliorato con la ripresa, iniziata nel 2009, ed è anzi diminuito del 3% fra dicembre 2007 e febbraio 2014, mentre nell’area dell’euro è aumentato dell’1,2% fra la fine del 2007 e il terzo trimestre del 2013, con un impatto sfavorevole immediato sul tasso di disoccupazione. Questa caratteristica potrebbe in parte spiegare la divergenza fra gli andamenti del tasso di disoccupazione nell’area euro e negli Stati Uniti”.

Ovviamente, come sempre accade nelle cose statistiche, la demografia, nel caso americano ha giocato un ruolo importante nel calo della partecipazione al mercato, che la Bce stima in circa un terzo del totale. Un altro fattore viene individuato nella crescita degli iscritti ai programmi di copertura previdenziale. Ciò potrebbe aver incoraggiato qualcuno a trasformarsi in inattivo.

Il terzo elemento individuato è stato che “la scarsità di impieghi ha indotto i giovani a proseguire gli studi per migliorare le loro opportunità”. E in effetti la quota di 16-24enni ancora in fase di istruzione è notevolmente aumentata dal 2007 in poi.

Potremmo proseguire con le analisi, ma sarebbe solo un esercizio intelletuale. Vale la conclusione della Bce: “Non bisogna limitarsi al tasso di disoccupazione per monitorare gli andamenti del mercato del lavoro. Un esame più ampio mostra che le condizioni in tale mercato restano nell’insieme deboli e caratterizzate da un eccesso di offerta”.

Per la cronaca, nel 2000 il tasso di partecipazione era di oltre il 67%. Nel 2008 quotava ancora il 66%. Oggi, dopo anni di diluvio monetario, è intorno al 63%. Fra un po’ arriveranno al nostro 55%.

Finalmente si è scoperto il vero valore aggiunto del quantitative easing.

Che poi è l’effetto che fa sempre il denaro facile.

Fa diventare choosy.