Categoria: cronicario
Il capitale di Bankitalia e le tre scimmiette sagge
Bisogna scomodare il folklore popolare giapponese per capire l’ultima geniale manovra che sta maturando della nostra classe dirigente.
Proprio come le tre scimmiette sagge nipponiche, industriali, banchieri e politici italiani non vedono, non sentono e non parlano.
Fanno un’eccezione quando si tratta del bene comune, ossia le famose buone intenzioni di cui è leastricato l’inferno. E allora le nostre scimmiette diventano assai loquaci, attente e occhiute, pure a scapito della saggezza.
Faccio un passo indietro e vi do alcune notizie.
La prima, ne ho già parlato, è l’inizio della asset review da parte della Bce del bilanci delle banche europee con tutto ciò di turbolento che può provocare sulle nostre banche.
La seconda notizia, collegata alla prima, è arrivata da uno studio di Mediobanca, secondo il quale i crediti dubbi delle banche italiane (sofferenze, incagli, ristrutturati e scaduti) sono passati dal 2,7% del totale nel 2007 al 9,5% del 2013: +251%, mentre il peso di questi crediti dubbi sul totale del capitale netto è arrivato all’81%.
La terza notizia l’ha data il presidente di Confindustria Squinzi, che ieri ha deliziato la Commissione Bilancio del Senato con una lunga e articolata allocuzione che conteneva un passaggio che mi ha fatto tornare in mente le famose tre scimmiette.
Infatti Squinzi ha suggellato col peso della sua autorevolezza la vulgata secondo la quale la rivalutazione delle quota di Bankitalia potrebbe portare al fisco circa 1,6 miliardi di euro. L’attuale valutazione di 156 mila euro delle quote di Bankitalia, ”è assolutamente lontana dalla realtà”, spiega. “Secondo alcuni economisti il valore reale si aggirerebbe su 23-24 miliardi, ma mi dicono che questo non è tecnicamente possibile. Gira voce di una valutazione di 7-8 miliardi su cui anche Bankitalia sarebbe d’accordo. Questo permetterebbe, con un’imposizione fiscale del 20%, di recuperare 1,5-1,6 miliardi da destinare agli impegni richiesti dalla Finanziaria”.
Ma la notizie, vedete, non è tanto l’entità dell’incasso fiscale, che comunque è un’inezia rispetto al bilancio dello Stato, ma il fatto che la voce degli industriali si sia unita a quelle di tanti politici e banchieri, che sulla storia delle quote di Bankitalia ci stanno costruendo la loro fortuna.
Le nostre tre scimmiette hanno identiche vedute sul capitale di Bankitalia.
Prima di approfondire, è utile ricordare che Bankitalia ha un capitale sociale le cui quote, per motivi storici che potete facilmente approfondire on line, sono in capo ai principali gruppi bancari e assicurativi italiani e all’Inps. L’argomento della proprietà privata delle quota della banca centrale è talmente gettonato fra chi segue questa roba (e tanto benzina fornisce al fuoco delle polemiche sulla finanza ladrona) che non vale la fatica riproporlo.
Anche perché non è questo quello interessante.
La cosa interessante è la convergenza delle tre scimmiette.
La nostra classe dirigente è fatta così: è sempre d’accordo quando si tratta di fare operazioni per il bene pubblico coi soldi pubblici.
Specie quando sembrano a costo zero e a somma positiva per tutti.
Ma è davvero così?
Rivalutare le quote di Bankitalia, quindi portare il valore attuale a 7-8 miliardi, significa che, in teoria ci guadagnano tutti.
Lo Stato guadagna il suo bel dividendo fiscale, calcolato secondo l’aliquota del 20% (redditi da capitale) perché la rivalutazione contabile delle quote corrisponde a un capital gain per le banche. E magari col suo miliardo e rotti abbassa un altro po’ il cuneo fiscale per le imprese e i lavoratori. In generale, la politica ci guadagna la sua bella figura, per aver risolto una situazione senza gravare sulle nostre tasse.
Le banche guadagnano sia sul lato dei redditi, sia – cosa più rilevante – sul lato del capitale, visto che una rivalutazione degli attivi di sicuro che gonfierà i suoi requisiti patrimoniali le metterà in condizione di affrontare il setaccio di Bruxelles con più tranquillità.
Le imprese ci guadagnano perché, cuneo fiscale a parte, avere banche più stabili di sicuro è meglio per un sistema industriale che ha debiti intorno al 100% del Pil.
Tutti contente, le nostre scimmiette sagge.
E Bankitalia, dice Squinzi “sarebbe pure d’accordo”. Chissà cosa ne dice la casa madre a Francoforte.
Ma noi che non siamo scimmiette lo sappiamo che non esistono pasti gratis.
E quelli fra di noi più avveduti sanno anche che di solito chi contrabbanda pasti gratis finisce sempre con lo scaricarli sul bilancio dello Stato.
Chi ha memoria ricorderà quanto le nostre tre scimmiette sagge siano brave in tale esercizio.
Ma che danni può fare una proposta del genere?
Il primo danno è reputazionale. Non appena la politica ha provato a lanciare il sasso, nel settembre scorso, il Wall Street Journal ha scritto un articolaccio sui trucchi che le banche italiane stanno mettendo in piedi per salvarsi dall’occhiuto esame della Bce (noi e quelle spagnole, a dirla tutta). E questo certo non è un buon viatico per la finanza nostrana e il sistema Paese che dipende dagli acquisti esteri dei suoi titoli di stato.
Ma quello sarebbe il meno.
Il peggio è l’aspetto economico.
La Banca d’Italia, infatti, paga ogni anno un dividendo ai propri azionisti come fa una qualunque società pescando le risorse dall’utile d’esercizio.
Lo statuto di Bankitalia, agli articoli 39 e 40 disciplina con chiarezza le modalità e le quantità di tale dividendo. In particolare determina che (art. 39) “ai partecipanti sono distribuiti dividendi per un importo fino al 6% del capitale”. In aggiunta a questa cifra “può essere distribuito ai partecipanti, ad integrazione del dividendo, un ulteriore importo non eccedente il 4% del capitale. La restante somma è devoluta allo Stato”.
L’aticolo 40 dello statto disciplina i frutti delle riserve della Banca. Da tali rendimenti può “essere prelevata e distribuita ai partecipanti, in aggiunta a quanto previsto dall’articolo 39, una somma non superiore al 4% dell’importo delle riserve medesime, quali risultano dal bilancio dell’esercizio precedente”.
Vediamo in pratica cosa comporta.
A pagina 298 dell’ultima relazione annuale della Banca d’Italia leggo le proposte del Consiglio superiore, ossia l’organo che amministra la Banca, relative alla distribuzione dell’utile dell’esercizio 2012, che è stato pari a circa 2,5 miliardi. Di questi, 500 milioni sono finiti a riserva. Altri 500 milioni sono andati a riserva straordinaria. Ai partecipanti al capitale, ossia le banche azioniste, sono stati riservati utili per 9.360 euro (il 6% del capitale) e altri 6.240 euro (il 4% del capitale) aggiuntivi. Allo Stato è andata la somma di 1.5 miliardi di euro. Poi, a norma dell’articolo 40, quindi a valere sui frutti delle riserve, i partecipanti al capitale hanno incassato altri 70 milioni di euro, “pari allo 0,5% dell’ammontare complessivo delle riserve”. Pertanto ai partecipanti al capitale sono andati 70,041 milioni di euro, pari a circa 233 euro per ogni quota detenuta.
Questo è lo stato dell’arte.
Ma cosa succederebbe se, per la gioia delle nostre scimmiette sagge, il capitale della Banca d’Italia anziché valere 156mila euro valesse 7 miliardi?
Facile: il 6% di 7 miliardi vale 420 milioni di euro. Un altro 4% vale 280 milioni. Quindi il totale del dividendo dovuto ai partecipanti sarebbe di 700 milioni di euro. Soldi che, di conseguenza, non sarebbero più trasferiti allo Stato, che non avrebbe più incassato 1,5 miliardi ma solo 800 milioni.
A bocce ferme basterebbero un paio di anni di questi dividendi per recuperare le tasse versate allo Stato in sede si rivalutazione per il capital gain. Un affarone per la banche (a spese dello Stato). Peraltro i minor incassi per lo Stato dovrebbero essere coperti da nuove entrate o nuovi tagli. Ma su questo tutti glissano.
E poi c’è un’altra questione.
Una legge del 2005 imponeva già al Tesoro di rientrare in possesso delle quote detenute dalle banche in cambio di un corrispettivo. E’ chiaro a tutti che quote rivalutate a 7 miliardi provocherrebero un corrispettivo assai più gravoso per le casse dello Stato rispetto a quote valutate 156 mila euro un domani che tale operazione si dovesse concretizzare.
Vi è chiaro il gioco a questo punto?
Le banche, con la benedizione dei politici e della Confindustria, darebbero oggi uno per riprendere 10 o più in un tot di tempo.
E io pago, direbbe Totò.
Ma su queste conseguenza le tre scimmiette tornano ad essere sagge: non vedono e non sentono.
E, soprattutto, non parlano.
Il Tao dell’eurozona
Sta a vedere che è tutta una questione filosofica. Che ci siamo scervellati per anni appresso alle statistiche e alle teorie economiche e invece avremmo dovuto rileggere i classici cinesi per capire la sostanza esatta del problema che affligge noi europei e, in particolari, noi eurodotati.
Per fortuna, ancora una volta, ci pensano i banchieri centrali a farci notare che i nostri tormenti nascono da una profonda interrelazione che non solo non si scioglie, ma che non è neanche districabile: quella fra l’equità e l’efficienza. Non risolvibile perché tale dicotomia è inerente allo spirito (economico) europeo proprio come lo yin e lo yang lo sono relativamente alla sostanza della realtà nella filosofia cinese, per usare un felice parallelismo tratteggiato da Andreas Dombret, componente del board della Bundesbank, in un discorso tenuto il 17 ottobre scorso al Peterson Insistute di Washington.
Il banchiere filosofo è uno dei frutti più straordinari della Grande Depressione.
Poi, certo, ci sono numeri e teorie. Ma vale la pena seguire il filo del ragionamento di Dombret perché chiarirà la posta in gioco molto più di tante elucubrazioni economico-politiche.
Il primo punto, spiega Dombret, è il pressoché unanime riconoscimento che le ragioni della crisi europea sono insieme imputabili a carenze dei singoli stati e a carenze del contesto normativo sovranazionale. Il castello europeo ha scricchiolato sinistramente nei giorni più bui della crisi e tuttora si tiene in piedi grazie sostanzialmente alle politiche espansive della Banca centrale europea e alle promesse politiche portate avanti dall’Ue, Unione bancaria in testa. Mentre a livello nazionale, gli stati fragili sono stati chiamati a dover farei conti con politiche di austerità senza precedenti per rientrare dai propri debiti. Senza che ciò, aggiungo io, abbiamo minimamente condotto a chiamare in causa i paesi creditori, che, come ormai è ampiamente riconosciuto, hanno le loro colpe.
Se questo è il contesto, si chiede il banchiere, come mai c’è così tanto disaccordo sulla terapia giusta da seguire?
“Il mio punto di vista di partenza – spiega – è una delle classiche linee di faglia della teoria economica: quella fra equità ed efficienza”.
Dombret definisce l’equità come “il modo in cui si distribuiscono le risorse fra i membri della società” e l’efficienza come la scelta “di allocare risorse nel modo più produttivo”. “Oggi – sottolinea – equità ed efficienza sono lo yin e lo yang dell’economia”.
“Proprio come nella filosofia cinese – osserva – yin e yang non sono forze che si oppongono, ma concetti interrelati”. Significa che “non è una questione di scegliere fra l’uno o l’altro, ma una questione di gradazione: questo è il cuore del dibattito che oggi si sta svolgendo su come risolvere la crisi dei debiti sovrani”.
Alcuni analisti, dice, tendono a privilegiare l’equità, attraverso la condivisione del debito. Altri privilegiano l’efficienza attraverso la costruzione di incentivi a fare meglio.
Poiché anche i filosofi hanno le loro opinioni, già da ora si può capire dove si orientano le preferenze del banchiere.
Ma non è questo il punto. Ciò che conta è rilevare che il nocciolo di questo problema si presenti sia nel dibattito sull’Unione bancaria, sia in quello sull’Unione fiscale, sia in quello su come ribilanciare i saldi di conto correnti nell’eurozona, sia in quello, dulcis in fundo, sugli eurobond.
Su questi ultimi due si concentra l’attenzione di Dombret.
Gli squilibri interni all’eurozona, spiega, “in principio non erano un problema in sé”. Salvo poi accorgersi che non solo erano una barriera verso una crescita sostenibile, ma anche un elemento di instabilità per l’Unione monetaria. “Da qui il bisogno di riequilibrare l’Europa”.
“Uno dei canali attraverso il quale un saldo di conto corrente insostenibile si può riequilibrare è il tasso di cambio. Ma in un’Unione monetaria, tuttavia, usare il tasso di cambio non è più un’opzione: La sola opzione è un aggiustamento interno attraverso i prezzi, i salari, l’occupazione e la produzione”. La famosa medicina tedesca.
Da qui il dibattito su chi dovesse farsi carico di un tale aggiustamento, se, vale a dire il conto dovessero pagarlo in paesi in deficit – la famosa austerità – o i paesi in surplus – le famose politiche espansive con messa in comune dei debiti. “In essenza – dice il nostro filosofo – questo dibattito è quello fra la condivisione dei debiti (equità) e l’efficienza”.
Citando Krugman, Dombret spiega che secondo l’economista americano la Germania, visto che i paesi in deficit hanno visto scendere il proprio livello di competitività, dovrebbe aumentare i salari per, di fatto, far diminuire la propria. In tal modo i flussi commerciali si sarebbero riequilibrati e i saldi sostanzialmente pareggiati: “Il peso del rebalancing sarebbe stato condiviso”.
Ma il nostro banchiere è scettico. Da una stima prodotta dalla Buba questa strategia, alla lunga, si sarebbe rivelata controproducente. I tecnici hanno ipotizzato un incremento dei salari tedeschi del 2% in più rispetto a quello normalmente ottenibile con la contrattazione collettiva. Quindi hanno usato un modello economico per calcolare gli effetti di tale scelta sui flussi di esportazioni nelle aree perfieriche dell’Europa. E’ venuto fuori che i cambiamenti di tali flussi sarebbero poca cosa. “Solo l’Irlanda potrebbe aspettarsi una crescita moderata delle esportazioni. allo stesso tempo la Germania verrebbe colpita. A seconda del modello impiegato, l’occupazione scenderebbe fino all’1% e la produzione dello 0,75%. Non ci sarebbero pasti gratis, in termini di salari più elevati e maggiori esportazioni per i paesi in deficit”.
Senza contare poi l’obiezione “sistemica”. Poiché viviamo in un mondo globalizzato, dice, non ha senso diminuire la competitività tedesca quando invece dovrebbe migliorare l’intera competitività europea rispetto al mondo. “Per avere successo l’Europa deve diventare più dinamica, più creativa e più produttiva”. Sottotitolo: gli altri imparino a fare i tedeschi, non sono i tedeschi che devono imparare a fare gli spagnoli.
Nessuno si stupirà di questa affermazione. La Germania ha scelto da un pezzo il suo grado di interrelazione fra equità ed efficienza.
E infatti, nota Dombret, “l’aggiustamento dei conti correnti è in corso e doveva partire dai paesi in deficit. Riformare i loro modelli è più promettente in vista del riequilibrio”. Lo dimostra il fatto, sottolinea, che i saldi di conto corrente dei paesi in crisi stanno migliorando. Quindi l’efficienza sta facendo il suo corso, ma dove sta l’equità? “Cosa sono i pacchetti di salvataggio e le altre garanzie pubbliche e i prestiti interni garantiti per facilitare l’aggiustamento?”, chiede. “Abbiamo avuto lo yin e lo yang: il peso del debito è stato condiviso e l’efficienza è aumentata”.
Il prezzo di questa efficienza ovviamente, è uno di quei dettagli collaterali che di solito non impegnano i filosofi.
Ancora più espicito è il riferimento agli eurobond.
L’eurozona, ricorda Dombret, è una singolare combinazione fra una politica monetaria comune e una politica fiscale nazionale, per cui la politica monetaria è decisa dalla Bce e quella fiscale dai singoli stati. “Questo squilibrio di responsabilità dà ai paesi individuali l’incentivo a prendere in prestito”. Un “deficit bias”, lo chiama, il che implica l’assunto che il deficit sia sinonimo di inefficienza, anche se questo Dombret non lo dice.
Dice però che “il nostro obiettivo dovrebbe essere contrastrare questo pregiudizio di deficit” e questo può essere fatto solo “riequilibrando le responsabilità”.
In sostanza, concedere gli eurobond, e quindi far prevalere il principio della condivisione del debito (equità) significherebbe introdurre il “deficit bias” al livello dell’eurozona, “mentre le decisioni di spesa rimarrebbero a livello nazionale. E questo andrebbe a detrimento del principio di efficienza.
“Gli eurobond offrirebbero un sollievo temporaneo, ma distorcerebbero l’equilibrio fra responsabilità e controllo”, dice. “Ma se vogliamo riallineare responsabilità e controllo per stabilizzare l’Unione monetaria abbiamo due opzioni: la prima è incrociare a livello europeo responsabilità e controllo”, quindi una piena unione fiscale. Ma, ammette Dombret, è un percorso ancora lungo perché gli stati, compreso quello tedesco, non sono ancora pronti.
La seconda opzione è rinforzare il controllo a livello statale creando una sorta di Maastricht 2.0, che stabilisca regole più stringenti sui prestiti che magari stavolta vengano rispettate.
Quindi niente eurobond finché una di queste due opzioni non verrà messa in campo, pena “nel lungo periodo la destabilizzazione dell’Unione monetaria che danneggerebbe tutti noi”.
Qual è la conclusione? “La solidarietà e la condivisione dei debiti sono valori importanti nell’integrazione europea, specie nei momenti di crisi. Ma questo processo implica anche la costrUzione di un futuro più stabile che richiede strutture efficienti. Dobbiamo quindi trovare un giusto equilibrio fra equità ed efficienza”. In fondo i teorici delle due sponde “non sono così distanti fra loro e tutti condividono lo stesso obiettivo: una unione monetaria stabile”.
Quindi, sembra di capire, se l’Europa vorrà essere equa dovrà pagare il prezzo di una maggiore efficienza che, inevitabilmente, implicherà una diminuizione della solidarietà, che “è un valore importante”, ma anche una fonte di inefficienza, visto che i due concetti sono filosoficamente “avversari”.
Tale prezzo dovrà essere pagato dagli stati nazionali, a cominciare da quelli in deficit, a beneficio delle istituzioni sovranazionali, che – di fatto – diventeranno i gestori dell’Europa.
Tutto questo in vista del Grande Obiettivo: “Un’unione monetaria stabile” che è condiviso da tutti.
Il Tao dell’eurozona.
Il sorpasso (bancario)
C’è una rappresentazione alquanto plastica della tanto decantata distanza della politica dalla realtà. Il vertice dei capi di stato e di governo che andrà in scena domani e domani l’altro a Bruxelles, che arriva con due giorni di ritardo dalla pubblicazione del Comprehensive assessment sulle banche europee lanciato oggi dalla Bce.
Da una parte una pletora di uomini politici chiamati a decidere le prossime mosse dell’Ue su un nutrito elenco di questioni, fra le quali spiccano quelle relative all’Unione bancaria.
Dall’altra un board di governatori centrali che annuncia a 130 banche europee che per un anno i loro bilanci saranno passati al setaccio prima di finire sotto la supervisione effettiva della Banca centrale.
Da una parte 28 capi di stato o di governo che si impiccheranno su aggettivi e avverbi per trovare un compromesso più o meno inconcludente.
Dall’altra l’inizio di un percorso, già operativo, destinato a mutare il volto della finanza europea e, di conseguenza, l’Europa stessa.
Vi sembra un’esagerazione?
Chi ha seguito il lungo e articolato dibattito sull’Unione bancaria con i suoi annessi e connessi, sa bene che la questione delle banche nazionali è diventato il vero punto di snodo dell’evoluzione dell’architetture europea. Decidere cosa le banche possano avere in pancia – in fondo questo è il senso della supervisione bancaria – in questo senso, è uno strumento assai potente che condurrà in maniera naturale alla prossima tappa del processo di integrazione europeo: l’unione fiscale.
Perciò chi si appassiona alle dispute fra i singoli stati dell’Unione, notando che la Germania vuole questo mentre la Francia vuole quello, perde di vista la direzione scambiandola col dito.
La direzione, che il documento approvato oggi dalla Bce indica con chiarezza, è che le banche europee devono piacere al mercato, se vogliono continuare a stare in piedi (e di conseguenza sostenere l’economia degli stati). E poi che del monitoraggio della qualità della banche europee è stata incaricata un’entità sovranazionale che, in virtù della sua indipendenza, offrirà ampie garanzie al mercato circa l’esito dei suoi monitoraggi e degli stress test
Su questi ultimi gli stati nazionali non hanno più praticamente alcuna voce in capitolo, salvo che dovrebbero concordarne i requisiti con l’Eba. Altra entità sovranazionale.
Il dito è che ci siano stati che tirano da una parte piuttosto che da un’altra per il futuro dell’Unione Bancaria. Ma è solo un gioco della parti.
Tutti i capi di stato, in particolare quello dell’eurozona, sanno che l’Unione bancaria è un fatto ineludibile. Le discussioni di queste settimane servono soltanto a capire chi dovrà pagare il conto e come.
Pensateci un attimo. Una volta che una banca sia trovata carente dalla Bce, della sua risoluzione farà prima ad occuparsi il mercato o il Risolutore la cui fisionomia, con fatica, il Consiglio europeo dovrebbe individuare fra pochi giorni?
Per farvela semplice, la costruzione degli altri due pilastri dell’Unione bancaria, quindi il meccanismo di risoluzione e la garanzie europea sui depositi, sono di per sé una derivata del primo pilastro. L’impronta del primo non può che influenzare gli altri due, che piaccia o no agli stati che, appunto, sono impelagati in altre e più robuste questioni.
Per un singolo stato, ad esempio, è molto più importante capire se le sue banche, secondo i criteri elaborati dal supervisore e dall’Eba, sono coerenti con la qualità degli attivi giudicata ottimale oppure no.
Sapere, ad esempio, come verranno valutati i titoli di stato in pancia alle banche residenti.
Da questo punto di vista l’assemblea dei capi di stato e di governo è una cerimonia che si consuma in nome di un principio, quello della rappresentanza democratica, ormai palesemente superato dal tecnicismo bancario, almeno nelle materie economico-finanziarie. Quest’ultimo detta la linea. Il Consiglio europeo la recepisce facendo finta di dettarla.
Volete un esempio?
La Bce chiederà alle banche che abbiano un indice di capitale (common equity tier 1) pari all’8% e al termine dell’assessment, completo di stress test, pubblicherà i risultati a fine ottobre 2014, ossia prima della presa in carico della supervisione prevista per il mese successivo. E’ la Bce, insieme con l’Eba, a decidere quali indicatori usare e a quale livello. E quindi sono queste due entità a stabilire lo stato di salute di una banca, tedesca o italiana che sia.
Comunque sia, l’ottobre 2014 sarà un momento memorabile per la finanza europea. Avremo modo di capire quale livello di divaricazione si sia ormai accumulato fra le istituzioni europee e gli stati nazionali, compresi gli azionisti di maggioranza, Germania in testa, cui le banche provocano non pochi grattacapi.
Nel frattempo il Consiglio europeo dovrebbe riuscire a trovare un accordo per approvare gli altri pilastri dell’Unione bancaria entro le nuove elezioni europee (aprile 2014).
Secondo voi a quale scadenza crederà di più il mercato, a quella della Bce o quella dei capi di stato europei?
Non è una roba di poco conto. Scegliere a chi credere significa decidere chi sarà il domatore della belva finanziaria. Se, vala dire, sarà il Consiglio d’Europa o la Bce.
A dirla tutta, usare la frusta dei mercati finanziari per placare l’altra belva, quella degli stati nazionali, è di sicuro la trovata più interessante partorita dai banchieri centrali negli ultimi sessant’anni. Atteso che poi sono bravissimi ad utilizzare la frusta degli stati, via regolazione, contro la belva dei mercati.
Sempre per il bene comune, ovviamente.
A guardarla così, la dichiarazione di Mario Draghi, secondo la quale “l’esame degli attivi delle banche europee rappresenta un passo avanti importante per l’Europa” dice molto di più di quello che sembra. L’esame, sottolinea il Governatore “migliorerà la fiducia del settore privato nella solidità delle banche europee”. E, di conseguenza, costringerà gli stati a mollare la presa sulle proprie banche, visto che verrà spezzato una volta per tutte quel legame che le lega ai debiti sovrani che tanto indigna i nostri banchieri centrali.
Non bisogna essere maghi per sapere che spezzare tale legame sarà uno dei costituenti della fiducia nelle banche europee e quindi un ottimo viatico all’Unione fiscale, della quale ormai si parla apertamente in tutti i consessi europei.
Sicché mentre domani i politici si metteranno in fila a Bruxelles, la Bce si esibisce nella sua migliore specialità:
il sorpasso.
E così sceglie pure la direzione.
Se il calo dei salari non porta al riequilibrio
Ci hanno detto, e continuano a dirci, che uno dei fattori che determinerà il riequilibrio della squilibrata eurozona è la competitività. I paesi fragili devono mettere ordine, tramite riforme strutturali, nei loro mercati del lavoro per spingere l’export e quindi riequilibrare i propri conti con l’estero, a cominciare da quelli dei paesi forti dell’area euro.
Di conseguenza ci dicono che dobbiamo accettare, noi paesi fragili, una sostanziale correzione del nostro costo del lavoro.
E in effetti, a guardare i dati, viene fuori che questa convergenza salariale verso il basso piano piano si sta verificando.
Senonché la correzione degli squilibri esteri va al rallentatore, mentre è ormai riconosciuta la diminuizione della labor share nella distribuzione della ricchezza nazionale a favore dei profitti.
Stando così le cose capirete perché ho letto con estremo interesse uno studio redatto di recente dalla commissione Ue che si intitola “Labour costs pass-through, profits and rebalancing in vulnerable Member States” che ha il merito di analizzare la questione da un punto di vista micro emacro economico.
Mi armo di pazienza e comincio a leggerlo.
Scopro che “i recenti aggiustamenti dei saldi di conto correnti degli stati membri vulnerabili (Cipro, Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo, Slovenia e ogni tanto Italia) mostrano che il rebalacing è in atto. Il conto corrente aggregato di questi paesi, considerati come un insieme, ha raggiunto il surplus nel 2012”.
Senonché, l’aggiustamento, finora, “è risultato da un mix fra importazioni più basse ed esportazioni più alte”. E tuttavia la Commissione rileva che solo in parte il calo dei salari si è trasferito sul livello dei prezzi delle esportazioni che, di conseguenza, sono rimasti più o meno stabili. Finora il calo dei salari sembra sia andato più a vantaggio dei profitti “senza dare spinta all’export”.
Se le cose stanno così, significa che mentre il calo dei salari ha un chiaro effetto sulle importazioni, che si riducono a causa del minor potere d’acquisto, l’aumento delle esportazioni pare dipenda più dall’aumento della domanda estera, piuttosto che dalla convenienza a comprare prodotti “svalutati” dal costo più competitivo.
La commissione tuttavia fa un passo in avanti e rileva che un trasferimento incompleto del calo dei salari sui prezzi “è in parte una naturale conseguenza del processo di aggiustamento”.
Conclusione: dobbiamo starci e basta. Ma vale la pena?
Guardiamo i dati.
Il grafico del costo unitario del lavoro nell’eurozona dal 2000 al 2012 mostra che il costo del lavoro unitario (ULC) era profondamento squilibrato fra i idiversi paesi, sia nel confronto con la Germania, che con la stessa media euro. Ma adesso anche questo processo di rebalacing è in corso.
“In particolare – scrive – Grecia, Portogallo e Irlanda hanno subito la riduzione più significativa del costo del lavoro, oltre ad aver aumentato la produttività (che riflette il calo dell’occupazione), mentre il costo del lavoro unitario della Spagna è stato guidato più dall’aumento della produttività che dei salari”.
Quanto a noi, “l’Italia non ha sperimentato una profonda riduzione della crescita dell’ULC, anzi i salari continuano a crescere”.
In effetti, se guardiamo il grafico, notiamo subito che l’indice dell’ULC tedesco (2000=100) non arriva neanche a 110 nel 2012 e rimane il più basso fra i paesi considerati, parecchi punti sotto la media Euro (circa 130).
Il problema nasce dal fatto che “la riduzione dei salari si è trasferita con lentezza e in maniera incompleta nello sviluppo dei prezzi”. Parte di questo mancato trasferimento, scrive la Commissione, si può spiegare con il simultaneo aumento del carico fiscale, generato dalla esigenza del consolidamento dei conti pubblici nei paesi in difficoltà”.
Ma in ogni caso “il recente trend di inflazione bassa nei paesi vulnerabili suggerisce che il costo del lavoro sta progressivamente trasferendosi sui prezzi”.
Provo a tradurre. La politiche deflazionarie sul lavoro (che hanno generato più profitti) iniziano a trasferirsi sui prezzi solo di recente in virtù delle spinte deflazionarie (leggi inflazione sempre più bassa) che stanno interessando tutte le economie fragili.
Provo a dirla ancora più semplicemente. Deprimere la domanda interna (cos’altro provoca il taglio dei salari?) finisce prima o poi col far scendere tutti i prezzi, anche quelli all’export.
Ma è la depressione il driver, il costo del lavoro è solo lo starter.
Il fatto che sia aumentata la quota dei profitti, tuttavia, non comporta di per sé che le imprese ridano. “L’incremento dei margini di profitto dal 2010 – scrive la Commissione – può essere parzialmente visto come una contropartita del collasso di tali margini fra il 2008 e il 2009”. Senza contare che le imprese hanno visto aumentare il costo dei contributi e ciò ha finito con l’assorbire parte dei calo dei salari.
Ma aldilà dei margini di profitto, è la profittabilità delle imprese, la variabile sulla quale si concentra l’analisi. “Anche se i margini di profitto aumentano a causa del calo del costo del lavoro, la profittabilità può rimanere sotto pressione a causa delle vendite scarse”.
La Commissione ci regala uno studio econometrico, che come tutti questi studi va preso con le pinze, al termine del quale viene fuori che “i cambiamenti nel costo del lavoro non sono associati in generale con la profittabilità”, anche se “gli incrementi del costo del lavoro nei settori votati all’export sono negativamente correlati con il cambio della profittabilità”. Cioé se aumenta l’uno diminuisce l’altra.
Ma tale correlazione funziona bene nei paesi fragili “mentre è quasi nulla nei paesi core”.
Per giunta, tale correlazione funziona a patto però che questi paesi spostino l’attenzione dal settore non export a quello export per aumentare la propria capacità mercantile.
La Commissione conclude così: “La moderazione salariale si sta trasferendo lentamente sui prezzi, anche se non completamente, a causa del parziale ricovero dei margini di profitto, malgrado la profittabilità rimanga bassa a causa del calo delle vendite”.
Questa parziale trasmissione della moderazione salariale sui prezzi può essere “potenzialmente positiva se conduce alla riallocazione delle risorse dalle industrie domestiche tutelate a quelle export-oriented”.
Tale riallocazione tuttavia, almeno finora, sembra più guidata dalla pressione del deleveraging e dalle difficoltà finanziarie piuttosto che da una precisa scelta di politica industriale.
Dopo l’apolitica fiscale, anche l’apolitica industriale.
Grana da mezzo trilione per le banche italiane
Le banche italiane stanno bene, dicono e ripetono i nostri massimi esperti, a cominciare dal governatore di Bankitalia. Ed è vero, ma non è tutta la verità.
I nostri massimi esperti la direbbero tutta, la verità, se aggiungeressero alla loro affermazione un’altra semplice parolina: finora.
Già. Il problema è che le nostre banche hanno di fronte un annetto difficile visto che dovranno passare sotto la doppia forca caudina della recessione economica, ancora tutt’altro che risolta, e della nuova supervisione bancaria della Bce, che verrà condotta senza guardare in faccia nessuno, pena un miserevole flop. E di conseguenza senza alcun riguardo per i nostri campioni bancari nazionali. “L’esercizio sarà rigoroso”, ha assicurato il nostro Governatore centrale, Ignazio Visco, in un discorso del 7 ottobre scorso.
Tutti noi sapremo a breve con quali criteri la Bce inizierà la sua radiografia dei principali 130 istituti bancari europei con l’inizio del 2014. E vale la pena ricordare che lo scopo di tale sorveglianza, il primo reale banco di prova della nascente Unione bancaria, è restituire al mercato la fiducia in tali banche. Qualora una di loro venisse trovata carente di capitale, ha ricordato di recente il presidente della Bce, gli stati dovranno farsene carico.
Naturale perciò chiedersi quanto sarà salato il conto per l’Italia, fra stato e risparmiatori.
Nell’elaborazione del conto pesano un paio di variabili non trascurabili. La prima è la condizione di trattamento che verrà assegnato al rischio sovrano, ossia come verrà valutata, nell’ambito degli stress test sui bilanci bancari, l’esposizione in bond pubblici.
A tal proposito Visco ci spiega che “l’esame dovrà riguardare tutte le tipologie di rischio, tenendo conto delle regole prudenziali già definite”. e per quanto riguarda il rischio sovrano “non si può prescindere dal fatto che la sua attuale percezione da parte dei mercati risenta ancora di timori, che noi riteniamo infondati, sulla tenuta dell’euro”. Ma, sottolinea “sarebbe un errore basare su tale percezione, implicitamente condividendola, il giudizio sulla rischiosità delle esposizioni sovrane”.
Che vuole dire Visco?
In ballo c’è una questione molto delicata, ossia la classificazione, ai sensi delle norme regolamentari di Basilea, dei titoli di stato come risk free, che molti, a cominciare dal governatore della Bundesbank, vorrebbero riformulare.
Per noi italiani la questione non è di poco conto. Sul Sole 24 Ore vedo una tabella che prezza in oltre 90 miliardi di euro l’esposizione di Banca Intesa in bond dello stato italiano a fine 2012, mentre per Unicredit tale voce pesa appena 42 miliardi e rotti. Ma tutti noi sappiamo quanto le banche italiane si siano imbottite di titoli di stato nell’ultimo anno, come ricorda lo stesso Visco. Quindi sapere come la Bce valutare questi asset sarà determinante per calcolare l’effettiva capitalizzazione del sistema bancario e, di conseguenza, la sua solidità.
La seconda variabile, altrettanto destabilizzante, è l’ammontare delle sofferenze bancarie, ossia l’altra faccia della medaglia dell’indebitamento privato delle imprese italiane col sistema bancario.
A tal proposito Visco racconta che “nel secondo trimestre di quest’anno il tasso annuo di ingresso in sofferenza ha raggiunto il 2,9 per cento; il peggioramento ha riguardato esclusivamente le imprese. A giugno di quest’anno l’ammontare lordo delle partite deteriorate (che includono, oltre alle sofferenze, anche gli incagli, i crediti ristrutturati e quelli scaduti) ha toccato i 300 miliardi. Al netto delle rettifiche di valore già contabilizzate l’ammontare è più contenuto, circa 190 miliardi, di cui poco più di 70 si riferiscono a sofferenze e sono oggi ampiamente coperti, per il complesso del sistema, dalla presenza di garanzie reali e personali”.
Provo a ricapitolare: c’è una montagna da 300 miliardi di debiti deteriorati che, al netto delle rettifiche vale 190, di cui solo 70 sono sofferenze coperte da garanzie reali e personali.
Quindi, di nuovo, le banche stanno tutte bene. Finora.
Ma cosa succederebbe se sul sistema finanziario italiano scoppiasse una bomba da 70 miliardi? Che valore avrebbero garanzie “reali e personali” in uno scenario di crisi peggiore?
Per adesso accontentiamoci di sapere che “nel primo semestre 2013 le perdite su crediti hanno assorbito tre quarti della redditività operativa” e che “le difficoltà del sistema creditizio non sono destinate ad essere riassorbite rapidamente”. Ma poiché Visco fa il Governatore fa bene a ricordare che “sono sviluppi che possono incentivare a superare l’eccessiva dipendenza delle imprese dal credito bancario”.
Le crisi come occasioni di evoluzione, un vecchio refrain del nostro continente.
Visco, tuttavia, conclude la sua analisi con una asserzione decisa: “Le opinioni emerse più volte nel corso della crisi secondo cui il sistema bancario italiano avrebbe enormi necessità di ricapitalizzazione non sono fondate”. E cita uno studio del Fmi secondo il quale il sistema bancario italiano è uscito bene dalla crisi come dimostrano anche alcuni stress test preparati dal Fondo. “Anche grazie al rafforzamento patrimoniale realizzato nel corso degli ultimi anni – dice – il sistema nel suo complesso sarebbe in grado di fronteggiare uno scenario più avverso, in cui
la crescita del prodotto nel triennio 2013-15 fosse cumulativamente inferiore di oltre quattro punti percentuali rispetto allo scenario di base. Le esigenze di capitale a cui, in questo caso, alcuni intermediari dovrebbero fare fronte per riportarsi sui minimi regolamentari sarebbero contenute; a seconda della definizione di capitale utilizzata, nelle stime del Fondo monetario si collocherebbero, in totale, tra 6 e 14 miliardi, comunque meno dell’1 per cento del prodotto interno lordo”.
Le difficoltà, ammette Visco, riguardano “intermediari di media e piccola dimensione, particolarmente dipendenti dall’evoluzione macroeconomica, anche locale, o caratterizzati
da assetti di governance che rendono difficoltosa l’attuazione di misure volte a rafforzare il patrimonio; si tratta in maggioranza di banche popolari o nelle quali una Fondazione
detiene almeno il 20 per cento del capitale”.
Tanta assertività mi ha fatto venire voglia di andarmi a leggere per intero il rapporto a cui Visco fa riferimento, che poi è il Financial System Stability Assessment uscito nel settembre scorso.
Leggendolo scopro alcune cose. La prima è che gli asset totali del sistema bancario italiano, un sistema di 706 banche che detiene l’85% del totale degli asset finanziari del Paese, pesano il 220% del Pil, quindi più o meno 3,3 trilioni di euro, il 9% dei quali, quindi circa 300 miliardi, sono investiti in bond sovrani, in gran parte dello stato italiano. La cifra equivale più o meno al totale della liquidità che le banche hanno preso in prestito dal programma Ltro della Bce a far data dal marzo 2012 e che sono stati in gran parte investiti in titoli di stato
Quindi questa è la misura totale del macigno che potrebbe schiacciare le banche italiane qualora la Bce finisse col considerare i titoli di stato non più risk free. E spiega bene perché Visco abbia auspicato che non si dia seguito ai timori “confermandoli” sulla tenuta dell’euro mettendo in dubbio la solidità di questi asset.
Il Governatore fa il suo mestiere, bisogna capirlo.
E fa il suo mestiere pure quando ricorda l’ammontare massimo delle ricapitalizzazioni che le banche potrebbe dover sopportare.
Senonché, il Fondo ricorda pure che “la più pressante vulnerabilità delle banche italiane è rappresentata dalla debolezza del settore corporate, che risulta molto indebitato e generatore di NPL, non performing loans, (il 26% nel maggio 2013). Nel cofronto europeo le imprese italiane, a differenza delle famiglie, sono le più indebitate dopo quelle portoghesi e quelle spagnole, con una percentuali di debiti sul totale degli asset che sfiora il 35%.
Questo significa che il debito delle imprese italiane è estremamente sensibile al rischio dei tassi di interesse, che a sua volta è legato alla performances degli spread sui bond sovrani. Per dirla con semplicità, imprese e stato o si tengono insieme o cadono insieme.
Le banche sono il terzo vertice di questi triangolo finanziario, che genera rischi notevoli per il Paese. Il debito pubblico dello stato e il debito privato delle imprese, infatti, stanno insieme dentro la pancia delle stesse banche.
Ogni peggioramento di uno dei tre vertici porta con sé il peggioramento degli altri due.
Per questo il governatore fa il suo mestiere e glissa sul monito del Fmi, secondo il quale “il risultato degli stress test suggerisce che il sistema bancario italiano è capace di resistere a entrambi i due scenari, quello base e quello avverso e all’applicazione di Basilea III, ma la sue riserve di capitale sarebbero erose nel caso di crescita lenta ed esaurite in caso di scenario avverso”.
In particolare il Fmi calcola che alcune banche, fra cinque e dieci, dovrebbero recuperare fra 1,1 e 3,4 miliardi per ricapitalizzarsi ai sensi di Basilea III nell scenario base. Nello scenario di bassa crescita ci vorrebbero fra 5 e 10 miliardi. Nel caso di scenario avverso fra i 6 e i 14 miliardi.
Un mese dopo, però, nel suo Global stability report, sempre il Fmi torna sul caso italiano. Anche stavolta il Fmi mette l’accento sulla pesante esposizione delle banche nostrane nel settore corporate e calcola le perdite potenziali che il settore bancario potrebbe subire qualora non migliorino le condizioni economiche e finanziarie del Paese entro i prossimi due anni. Guardacaso la simulazione riguarda solo noi, la Spagna e il Portogallo.
Ebbene, nel caso italiano, il Fmi stima perdite potenziali per 125 miliardi sull’esposizione al settore corporate che eccedono di 53 miliardi le riserve per perdite su crediti, ossia il cuscinetto che il sistema bancario ha accantonato per coprire eventuali perdite sui prestiti. Quest’altra montagna di denaro, spiega il fondo, dovrebbe essere assorbita dai profitti senza erodere il capitale delle banche. Quindi le banche potrebbero reggere il peso del debito corporate. Ma è chiaro che se dovranno gestire al contempo il deflusso delle risorse investite sui bond sovrani, rischiano di trovarsi in grave difficoltà.
Sul tavolo balla, fra esposizione a rischio corporate ed esposizione sovrana, una grana da quasi mezzo trilione di euro.
Le banche stanno tutte bene, appunto.
Finora.
L’apolitica fiscale
Così, improvvisamente, il debito pubblico – il nostro in particolare – torna d’attualità.
Leggo preoccupate articolesse che dubitano della sostenibilità dei nostri conti, e raffinatissime analisi retrosceniche (oggi su Repubblica) sull’intenzione del governo di “appropriarsi” dei soldi dei fondi pensione italiani per costringerli a comprare btp. Come se bastassero un centinaio scarso di miliardi di acquisti di Btp a garantire la sostenibilità del nostro debito.
Meglio ancora, leggo interpretazioni terroristiche di un rapporto del Fmi che ventilano prelievi forzosi a doppia cifra sulla ricchezza netta dei cittadini che scatenano un putiferio. Tanto che il Fmi smentisce dicendo che la sua era solo un’argomentazione teorica, mentre i malpensanti sottolineano che il fatto stesso che se ne parli implica che qualcuni ci stia già pensando.
E giù polemiche e spauracchi.
Il dibattito, mai sopito, sulla patrimoniale si rianima e prende corpo.
Possibile che ci faranno piangere, fra una legge di stabilità e l’altra?
Corro a leggermi l’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia in cerca di rassicurazioni.
Nel capitolo dedicato alla finanza pubblica leggo che il governo ha già fatto una correzione dei conti per rientrare dallo sforamento del 3% previsto dai Trattati. In pratica una correzione dello 0,2% del Pil che dovrebbe portare nelle esauste casse governative 1,6 miliardi grazie a vendite di immobili, un’altra costante delle finanziarie italiane, e tagli di spese. Ma cosa più importante Bankitalia mi ricorda i il futuro che ci aspetta sulla base della Nota di aggiornamento del Def pubblicata dal Tesoro il 20 settembre scorso.
In particolare, il governo prevede di chiudere il 2013 con un avanzo primario del 2,4% del Pil che, sottratto alla montagna di soldi che dobbiamo pagare per gli interessi sul debito (il 5,4% del Pil) porta l’indebitamento netto nominale (quello che conta per Bruxelles) al fatidico 3%, che corrisponde a uno 0,4% di indebitamento netto strutturale, ossia calcolato escludendo gli effetti del ciclo economico e le misure temporanee).
Quest’ultima variabile è poco conosciuta e merita un approfondimento prima di andare avanti con i numeri.
Calcolare il saldo al netto dell’impatto delle fluttuazioni economiche e delle misure straordinarie consente in pratica di distinguere le componenti discrezionali della politica fiscale da quelle automatiche. Conoscerlo è importante perché l’impegno che abbiamo preso con l’Europa è quello del bilancio in pareggio, laddove il pareggio è riferito all’azzeramento dell’indebitamento netto strutturale (che deve arrivare a zero sul Pil) e non all’indebitamento netto nominale.
Ma questo indicatore ci dice un’altra cosa molto importante: in pratica dà la misura di quanto disavanzo sia provocato dalle circostanze e quanto dalle scelte politiche.
E’ una sorta di indicatore di scelte fiscalmente scellerate. E ciò spiega perché debba tendere allo zero.
So bene che parlare di finanza pubblica in questi termini è semplicistico, però il succo è questo.
Torniamo ai nostri numeri, ma stavolta non parliamo più di certezze ma di previsioni.
Fra il 2014 e il 2017, prevede il governo, succederanno alcune cose positive.
1) L’avanzo primario è destinato a crescere: sarà il 2,9% del Pil nel 2014, il 3,7% nel 2015, il 4,5% nel 2016 e il 5,1% nel 2017;
2) la spesa per interessi si dovrebbe stabilizzare, con lieve tendenza alla decrescita, passando dal 5,4% del Pil al (casuale?) 5,1% del 2017, ossia quanto il previsto avanzo primario.
3) La coincidenza di avanzo primario e spesa per interessi, in pratica azzera l’indebitamento netto, che nel 2017 si prevede allo 0,1% del Pil;
4) Il nostro indebitamento netto strutturale, invece, dovrebbe azzerarsi già nel 2015 (pareggio di bilancio) e rimanere a zero nei due anni successivi.
5) La dinamica positiva dell’indebitamento dovrebbe condurre a un abbassamento del debito sul Pil che raggiungerà il 132,8% nel 2014 per poi scendere al 120,1% nel 2017, addirittura al 116,6% se da questa montagna detraiamo i soldi spesi per il sostegno ai paesi dell’Unione europea in difficoltà.
Questo quadro idilliaco mi ha molto rassicurato. Salvo poi, per pure istinto masochistico, andarmi a vedere i presupposti macroeconomici che stanno dietro queste previsioni.
Una per tutti: il governo prevede una crescita dell’1% nel 2014 che si rafforzerà fino ad arrivare all’1,9% nel 2017. Quanto al calo della spesa per interessi, questa incorpora la previsione di un calo strutturale degli spread, evidentemente.
E infatti a pagina 28 leggo che “la spesa per interessi passa dal 5,5 per cento del 2012 al 5,2 per cento del 2017. L’attuale scenario ipotizza una graduale chiusura degli spread di rendimento a dieci anni dei titoli di Stato italiani rispetto a quelli tedeschi a 200 punti base nel 2014, 150 nel 2015 e 100 nel 2016 e 2017”.
Vabbé le previsioni sono previsioni.
Allora andiamo a vedere l’ultima legge di stabilità che dovrebbe dare corpo a tali previsioni.
Nelle linee guida leggiamo una dichiarazione d’intenti vagamente inquietante: “Il Governo programma interventi che determineranno entrate di natura straordinaria, attualmente di difficile quantificazione. Tali risorse verranno utilizzate per il rimborso di ulteriori quote di debiti commerciali in conto capitale ed eventualmente per altre finalità di natura non strutturale. È inoltre previsto uno sforzo ulteriore di valorizzazione del patrimonio pubblico”.
Quindi leggo la notazione che “la manovra consente di raggiungere l’obiettivo di indebitamento netto indicato nella Nota di aggiornamento del DEF. Il disavanzo nel 2014 risulterà pari al 2,5 per cento del PIL, per effetto di misure di sostegno all’economia pari allo 0,2 per cento del prodotto. La Legge di stabilità include inoltre una norma che definisce interventi strutturali dell’ordine di 3 miliardi l’anno nel triennio 2015-17 al fine di raggiungere il saldo programmato per il 2015, 2016 e 2017 (rispettivamente 1,6%, 0,8% e 0,1% del PIL)”.
Quindi una cosa la sappiamo per certo: ci saranno entrate fiscali straordinarie “attualmente di difficile quantificazione” ed entrate (o tagli, vedremo) per 3 miliardi l’anno per garantire il raggiungimento del target di indebitamento netto nominale previsto dal DeF (sempre che ci sia la crescita prevista).
In tutto questo l’indebitamento netto strutturale sarà azzerato sin dal 2015. Quindi non si prevede nessuna scelta politica capace di far salire il deficit.
Cosa si deduce da tutto cio?
Semplice: di fatto il governo rinuncia a fare politica fiscale almeno da qui al 2017, dovendosi preoccupare di rispettare i saldi (nominali e strutturali) e non avendo risorse per preoccuparsi di null’altro. Pure a costo di brutte soprese a carico del risparmio privato, che di fatto rimane l’unica risorsa a cui attingere se si vuole fare qualcosina di più per rilanciare la crescita.
In Italia la politica fiscale è l’apolitica fiscale.
La nuova indipendenza delle Banche centrali: quella dalla realtà
E’, come al solito, una questione di credibilità. Sin dalla loro origine le banche centrali hanno dovuto essere un’entità credibile per contribuire alla stabilità del loro paese di residenza. E per essere credibili, dovevano innanzitutto essere indipendenti dalle pressioni politiche casalinghe.
Non è stato un percorso facile. L’epoca dell’affrancamento delle banche centrali dagli stati che le esprimevano è durata decenni e si può dire effettivamente conclusa solo nell’eurozona, dove finalmente una banca centrale, la Bce, funziona senza avere più uno stato di riferimento (o forse proprio per questo).
La stagflazione degli anni ’70 ha dato un indiscutibile colpo di grazia alle ultime tentazioni “stataliste” nei confronti delle banche centrali, che da quel momento in poi hanno fondato la propria evoluzione sulla mistica dell’indipendenza, l’unico rimedio per dare credibilità alla loro azione di politica monetaria.
Ma credibilità nei confronti di chi?
Dei mercati, ovviamente. Le banche centrali devono essere considerate interlocutori credibili da chi quotidianamente ha a che fare con le variabili dell’economia. La Forward guidance teorizzata di recente dalla Bce non avrebbe senso se l’emittente non fosse credibile. Deve essere credibile persino a dispetto delle pressioni politiche che magari vorrebbero indurla a fare cose diverse da ciò che sarebbe necessario.
Tipo finanziare i deficit pubblici, per dirne una a caso.
E’ chiaro che è tutta una finzione. Nessuna banca centrale vive sulla luna, anche se tutte vogliono farci credere il contrario. Ma quello che conta, in finanza come nella vita, è salvare le apparenze.
Proprio per questa ragione adesso le banche centrali devono vedersela con un’evoluzione inusitata del principio dell’indipendenza/credibilità.
Non basta più che siano indipendenti dagli stati deficitari che le ospitano. Adesso devono far fronte a pressioni assai più gravose di quelle “fiscali” della politica. Adesso devono dimostrarsi indipendenti dagli stessi mercati, ossia da coloro ai quali si rivolgono, che spingono perché le Banche centrali mantengano ancora politiche espansive. D’altronde il denaro abbondante e a basso costo per la finanza ha lo stesso effetto degli acquisti massici di titoli pubblici per gli stati.
Perciò non basta più che l e banche centrali siano indipendenti dalla politica. Bisogna che se ne infischino anche dei mercati.
In pratica che siano indipendenti dalla realtà.
Questi pensieri ovviamente non sono i miei, ma sono una libera interpretazione di un discorso tenuto qualche giorno fa da Jaime Caruana, direttore generale della Bis, intitolato proprio “Il cambiamento della natura dell’indipendenza delle banche centrali”.
Mi è sembrato utile raccontarvelo perché trovo sia del tutto coerente con l’evoluzione delle banche centrali l’idea che ormai siano mature per fare il gran salto dal miserevole mondo del fenomeno a quello del noumeno. L’indipendenza dalla realtà, infatti, è il pre-requisito per un credibilità finalmente trascendentale, che ben si addice ai deus ex machina che ambiscono sempre più a diventare le BC.
Seguiamo il ragionamento di Caruana. “La normalizzazione delle politiche monetarie – dice – sarà irta di complicazioni. E tuttavia una tempestiva normalizzazione sarà la chiave che permetterà alle banche centrali di mantenere o rafforzare la loro credibilità”.
“La natura delle sfide all’indipendenza delle banche centrali è cambiata negli anni recenti – spiega -. Tradizionalmente le banche centrali dovevano isolare la politica monetaria da pressioni politiche indebite. Ora però dobbiamo pensare in termini più ampi. Le banche centrali dovranno resistere a una serie di forze nuove se vorranno raggiungere l’obiettivo di una normalizzazione delle politiche monetarie”.
Le prime forze alle quali resistere sono due: i mercati finanziari e i vari settori privati, altamente indebitati. Ossia la “dominanza finanziaria” che ricorda la vecchia “dominanza fiscale” degli stati. Entrambe queste forze alimentano il pensiero che solo politiche monetarie accomodanti possano salvare il mondo da una catastrofe. E quello che Caruana chiama “dominanza delle aspettative”.
Ebbene: “Le banche centrali devono essere in grado di decidere come e quando arrivare all’inevitabile normalizzazione senza tenere conto di queste forze”.
Quindi non tenere conto della realtà, ma orientarla. Un lavoro da demiurghi.
Caruana si affretta a ricordare che le conseguenza di politiche monetario così accomodanti a lungo possono essere devastanti. I tassi a zero, da un parte, e i circa 9 trilioni di asset accumulati nelle pance delle BC da fine 2007 a oggi solo nei paese avanzati, possono provocare grosse perdite finanziarie e, soprattutto, di credibilità.
Anche perché, spiega, può avere un senso azzardare tanto per comprare tempo se però, nel frattempo, i soggetti interessati, pubblici e privati, mettono a posto i propri bilanci e fanno le riforme strutturali per favorire il rebalancing.
Ma così non è stato: da fine 2007 il debito totale dei peasi del G20, sia del settore pubblico che privato, sono aumentati di quasi 35 trilioni di dollari.
Perciò, comincia a sorgere il sospetto – o peggio l’aspettativa – che le banche centrali, alla lunga, non saranno in grado di far altro che fornire droga monetaria ai mercati in evidente stato di tossicità, pure a costo di venire meno alla loro missione principale, ossia la stabilità dei prezzi.
Il rischio più grave di politiche monetarie accomodanti prolungate, perciò, è proprio quello che le BC non vogliono certo correre: quello dello della loro irrilevanza.
Chiaro che i cervelloni degli istituti siano già al lavoro per capire quando cominciare la retromarcia. La prova generale della Fed ha mostrato con chiarezza i rischi che corre l’economia globale, ma quello semmai è stato un buon esempio per affinare strumenti e strategie.
Ma prima ancora di decidere cosa fare e come, le BC devono capire una cosa che Caruana sottolinea con forza: devono evitare di cedere alle pressioni esterne: “Questa forma di indipendenza sarà cruciale se le banche centrali vorranno perseguire con successo il loro mandato della stabilità finanziaria e dei prezzi”.
Indipendenti dalla realtà.
Pure a costo di farne macerie.
Il silenzioso ritorno del protezionismo
Quello che la crisi mette in ombra, accendendo i riflettori sulla finanza impallata e gli stati mezzi falliti, è che la vera vittima dei suoi guasti è il commercio internazionale, ossia ciò per il cui sviluppo tutto questo mondo libero e bello è stato costruito.
Una nemesi.
Sta succedendo quello che tutti dicevano non sarebbe più successo, forti della memoria depressiva degli anni ’30.
Sta succedendo quello che tutti dicevano non sarebbe più successo se si fossero lasciati gli stati liberi di de-regolamentare e la finanza libera di circolare.
Sta tornando il protezionismo.
D’altronde, perché stupirsi. E’ del tutto naturale subire la tentazione di chiudersi in casa quando piove e fa freddo. E poiché l’inverno del nostro scontento sembra non aver mai fine, era giocoforza succedesse che gli stati iniziassero a vedere il proprio vicino non più come un’opportunità, ma come un problema.
Quando le risorse diminuiscono, si cerca sempre di tenere il proprio fieno nella propria cascina.
Senonché tutto questo potrebbe apparire come una semplice (e inutile) elucubrazione, se non fosse per un rapporto pubblicato a giugno scorso dal Cepr e redatto dal Global Trade Alert eloquente già dal titolo: “Protectionism’s Quiet Return”.
Questo ritorno silenzioso non deve ingannare. Sarà più silente, ma è altrettanto aggressivo e subdolo. “I provvedimenti protezionistici imposti fra l’ultimo quarto del 2012 e il primo quarto del 2013 rappresentano per numero un record da quando il GTA ha iniziato il suo monitoraggio”, recita il rapporto.
Un altro elemento? “Da giugno 2012 a maggio 2013 sono stati emesse il triplo di misure protezionistiche rispetto a misure di liberalizzazione”. Per la cronaca, sono state 431 le prime e 141 le seconde.
Allora uno pensa: queste brutte pratiche devono essere appannaggio dei soliti paesacci arretrati. E invece no: “Le nazioni del G8 sono responsabili del 30% di questi provvedimenti protezionistici imposti negli ultimi 12 mesi. Se si includono le nazioni del G20 si arriva al 65%”. Tanto è vero che proprio le nazioni del G8 sono quelle più frequentemente colpite da politiche del tipo beggar-thy-neighbour, ossia pratiche commerciali scorrette che tendono a scaricare sul paese vicino i costi della competizione godendosene i vantaggi.
Quello che potevamo immaginare, pur senza conoscerne l’entità, è che il paese più colpito da misure protezionistiche sia la Cina, oggetto di un migliaio di provvedimenti restrittivi del commercio dal 2008 in poi.
Vi sembra parecchio? allora considerate che l’America, nello stesso periodo, è stata colpita da ben 800 provvedimenti restrittivi.
Non vi stupisce che la Cina e l’America siano i colossi verso i quali si indirizza il nascente protezionismo?
A me fino a un certo punto. in fondo sono loro quelli che muovono gran parte del commercio internazionale.
Il rapporto ci fornisce alcuni altri elementi di riflessione.
Il primo è che le pratiche protezionistiche usano lo strumento del sussidio di stato più di quello “classico” del vincolo all’importazione. E tuttavia tali forme tradizionali di protezionismo – tariffe o dazi – rappresentano ancora un po’ meno del 40% delle pratiche protezionistiche”.
Il secondo è la conclusione, persino, divertente: “Dall’inizio della crisi, i governi sono diventati molto creativi nell’eludere la disciplina del WTO”.
In questa istruttiva classifica, troviamo che “Argentina, Cina, India e Italia appaiono nella top five delle nazioni più protezioniste”, mentre l’Ue a 27 è addirittura al primo posto per numero di misure protezionistiche adottate, seguita dalla Federazione Russa, dall’Argentina, dall’India, dalla Bielorussia, dalla Germania, dal Regno Unito, dall’Italia, la Francia e il Brasile.
Che l’Unione europea detenga questo poco commendevole primato stupirà di sicuro gli alfieri del mercato unico come strumento per la promozione del commercio internazionale. Ma si sa, fra il dire e il fare ci sono di mezzo corposi interessi che spesso fanno strame dei buoni principi teorici.
Sempre per la cronaca, il nostro paese è secondo nella classifica per il numero di settori interessati da misure di protezionismo (dopo l’Ue a 27) e sempre secondo nella lista di coloro che danneggiano i partner con queste misure (sempre dopo l’Ue a 27).
Questi dati ci consentono di guardare sotto una luce completamente diversa il nostro commercio estero. Ma, sempre in teoria, anche la crescita risicata del nostro Pil, atteso che il pensiero economico mainstream assegna al commercio internazionale il ruolo di alfiera della crescita.
Se spostiamo l’analisi dall’ultimo anno agli ultimi cinque, quindi dal 2008 in poi, cambia poco. L’Ue a 27 è la prima per misure protezionistiche imposte, per il numero dei settori a cui fanno riferimento e per numero di partner che ne hanno subito le conseguenze.
Anche l’Italia mantiene le sue posizioni. A dimostrazione del fatto che l’Europa, eurozona compresa, è molto brava a predicare bene e a razzolare male.
Se andiamo poi a guardare le schede dei singoli paesi, scopriamo ad esempio che la Germania ha subito 1.082 provvedimenti che hanno danneggiato i suoi interessi commerciali, di cui 806 ancora vigenti. A Fronte di ciò, la Germania ha messo in campo 158 misure protezionistiche di cui 14 ancora vigenti.
L’Italia dal canto suo ne ha subite 939, di cui 687 ancora in essere, e ne ha inflitte 150, 12 delle quali ancora in forza.
Mi fermo qui, anche perché i dati degli altri paesi considerati non si discostano poi tanto da queste cifre.
Il succo è semplice: aldilà dei buoni propositi, la crisi ha devastato il commercio internazionale. E questo di certo non ha giovato ai vari Pil regionali.
A furia di mettere fieno in cascina i paesi avanzati rischiano di bruciarlo.
Tutto ciò non può che nuocere alla causa del riequilibrio, visto che il commercio internazionale dovrebbe essere uno dei suoi principali strumenti operativi.
Un fantasma degli anni ’30 si aggira per il mondo.
Eu-topia
Dobbiamo essere grati a Mario Draghi, non tanto per le politiche monetarie perseguite dalla Bce sotto la sua presidenza (sulle quali peraltro ognuno avrà le sue opinioni), ma per la straordinaria chiarezza con la quale illustra il momento storico che sta vivendo l’Unione europea.
Nel deserto intellettuale nel quale si sta consumando l’epopea del nostro continente, le allocuzioni di Draghi, ma si potrebbe dire lo stesso di molti suoi colleghi banchieri centrali, hanno il pregio di innalzare il livello di un dibattito che, senza questi contributi, sarebbe davvero miserevole, con i politici che cercano di spuntare qualche euro per soddisfare la loro fame di consenso, e le opinioni pubbliche, stremate dalla crisi, per le quali l’Europa ormai è un fatto prevalentemente monetario.
E invece sotto la traccia delle polemiche ormai diffusissime pro o contro la moneta unica, cova una filosofia politica che è anche un progetto portato pervicacemente avanti da oltre sessant’anni, che sembra esser finito in ombra, ma che invece, al di là delle apparenza, è vitale ed estremamente funzionale. Un progetto innanzitutto politico, che rappresente, piaccia o no, la vera novità del nostro tempo.
Perciò dobbiamo essere grati a Mario Draghi che in una recente lettura pubblica alla Harvard Kennedy School di Cambridge ha spiegato con rara precisione cosa bolle in pentola, ossia la “Ricerca di un’Unione più perfetta” nella quale sono impegnati i cervelloni europei.
“L’Europa è impegnata in un profondo processo di riforma – dice Draghi -. Molte di queste riforme sono condotte a livello degli stati membri, che lavorano per rendere le loro finanze pubbliche più sostenibili, le loro economie più competitive e più solidi i bilanci delle loro banche. Ma ci sono anche riforme che si stanno conducendo a livello europeo. Sono state create nuove regole e istituzioni e questo cambierà le relazioni fra l’Unione e gli stati membri”.
Il preambolo dei Trattati, dice Draghi, enuncia che si vuole arrivare a un’Unione più stretta fra gli stati europei.
Il famoso “più Europa”.
“Per molte persone – osserva – questo crea ansia. Sembra promettere un inesorabile movimento verso un futuro super-stato. Molti europei, con storie e culture differenti, sentono di non essere pronti”.
Ma dietro quest’ansia, spiega Draghi, si annida un fraintendimento.
“Quello che l’Europa ha di fronte – sottolinea – non è adeguatamente rappresentato dall’espressione ‘Unione più stretta’. Dal mio punto di vista è meglio rappresentato dal termine preso a prestito dalla Costituzione americana: l’affermazione di una ‘Unione più perfetta’”.
Che significa?
“Significa che dobbiamo perfezionare qualcosa che è già cominciato, precisamente l’Unione economica e monetaria lanciata nel 1999. I policy-makers stanno adesso facendo i conti con la decisione di creare un genuino mercato unico supportato da una moneta unica”.
Conseguenze che, evidentemente, i politici europei non hanno valutato pienamente.
Perché se lo avessero fatto, saprebbero due cose che Draghi, molto efficacemente, ricorda:
1) “Un mercato unico ha necessariamente implicazioni politiche, nelle quali una parziale condivisione di sovranità degli stati nazionali può essere il miglior mezzo per preservare la loro sovranità”. Vi sembrerà una contraddizione, ma ha una sua logica.
2) Da tale considerazione nasce l’esigenza di garantire un”Unione bancaria e il rafforzamento fiscale” “per rafforzare il mercato unico e la moneta unica”.
Cominciamo dal primo punto. “Per capire l’Ue e l’eurozona – dice – bisogna capire la differenza fra un’area di libero scambio e un vero mercato unico. La prima è un accordo parziale e reversibile. Un mercato unico, al contrario, è un’unione permanente e universale. In questo caso governi e parlamenti nazionali hanno rinunciato dal principio firmando il Trattato al potere di reintrodurre controlli alle frontiere. Ciò comporta che, a differenza di quanto accade in un’area di libero scambio, i governi nazionali non possono proteggersi da soli contro comportamenti competitivi scorretti che arrivino dall’esterno”.
Devono quindi rivolgersi a qualcosa che sia più ampio di loro, ossia un livello “sovranazionale“.
“Questo livello deve essere insieme giudiziario e col potere di rinforzare la competizione al livello del singolo mercato”. E questo, ricorda Draghi, è il lavoro che fa la Corte di giusitizia europea. Sin dai tempi della Ceca, ricordo io. Fu in quegli anni che nacque l’intuizione che l’unione politica dell’Europa sarebbe necessariamente passata dall’Unione economica.
“Se c’è un livello giudiziario, deve esserci anche un livello che si occupi di scrivere le leggi – aggiunge – e questo è quello che fanno il Parlamento Europeo e il Consiglio europeo”.
Infine, ” se c’è un potere giudiziario e un potere legislativo, serve anche un potere esecutivo che implementi le loro decisioni”, il riferimento, ovvio, è alla Commissione europea.
“Questo è quello che voglio dire quando osservo che un mercato unico ha implicazioni politiche”, dice Draghi. Vale a dire il fatto che il Mercato unico genera, per sua stessa natura, gli organismi sovranazionali che sono chiamati a regolarlo.
Un’osservazione assai cara ai giuristi europeri degli anni ’50.
Il problema, osserva Draghi, è “quale grado di poteri debba essere trasferito a livello sovranazionale, ossia quanta sovranità debba essere ceduta”. Ma per rispondere, serve un piccolo assaggio di filosofia politica.
Draghi ricorda che un modo per considerare la sovranità è quello di natura “normativa”, ossia quella storicamente legata ai primi stati assolutistici, interpretato dalla filosofia di Jean Bodin nel XVI secolo. “In questo senso, la sovranità è definita in relazione ai diritti: il diritto di dichiarare guerra e di concludere la pace, il diritto di imporre tasse, di battere moneta e di giudicare in ultima istanza”.
Ma c’è un altro modo di definire la sovranità che Draghi definisce “sovranità positiva”. In questo senso, dice Draghi ricordando la filosofia di John Locke, “la sovranità è in relazione alla capacità di erogare i servizi essenziali che il popolo si aspetta dal governo”. “Una sovranità incapace di rispettare tale mandato sarebbe solo una sovranità di nome, non di fatto”.
Manco a dirlo, è a questo secondo tipo di sovranità che bisogna guardare per rispondere alla domanda su quanta sovranità debbano cedere gil stati nazionali per favorire la buona salute del mercato unico “e quindi determinare quali poteri debbano essere affidati al livello nazionale o sovranazionale”.
Con questa logica “si esce da un gioco a somma zero, in cui a una cessione di sovranità di qualcuno corrisponde un guadagno di sovranità di qualcun altro e si entra in un gioco a somma positivo che privilegia i bisogni dei cittadini”.
Vi sembrerà molto astratto, ma non lo è. “Questo modo di pensare è già incorporato nei Trattati europei, nel principio di sussidiarietà. Questo prevede che i poteri non possano essere trasferiti al livello dell’Unione fino a quando un’azione non si dimostri più efficace di quanto lo sia al livello nazionale”.
In altre parole, “si mette l’enfasi sull’efficacia dell’azione politica”, non sul soggetto che la esercita.
Proprio questa logica ha condotto alla scelta della moneta unica, allo scopo di “massimizzare i potenziali guadagni per gli stati membri che formano un mercato unico”.
Gli argomenti a sostegno di questa tesi sono due:
1) la desiderabilità di un singolo mezzo di pagamento e di un’unica unità di conto. “Una moneta unica non è solo per il commercio, ma risulta utile per eliminare i costi di conversione e incrementare la trasparenza di prezzo”;
2) Il secondo argomento è quello che mette l’indice sulla necessità di avere una competizione equa nel mercato comune. “In un sistema di cambi flessibili i singoli governi possono esser tentati di manipolare la propria valuta per avere vantaggi competitivi. Un’economia che incrementa la produttività e la competitività può essere privata dei benifici che ne conseguono a causa della svalutazione di un paese concorrente”. E questo, sembra di capire, non è giusto. Tanto è vero che il Trattato che fonda l’Ue richiede “che ogni stato consideri il tasso di cambio come una materia di interesse comune”.
La conseguenza è che in un mercato comune “il cambio fisso è un importante componente di una competizione corretta. E in questo senso la moneta unica è diventato uno strumento per massimizzare i benefici del singolo mercato”. Senza contare, osserva, che la cessione della sovranità monetaria – nel senso sussidiario che abbiamo visto – “garantisce paradossalmente una maggiore influenza nazionale”, visto che anche gli stati più piccoli hanno voce in capitolo, nell’eurosistema, insieme ai più grandi. Il famoso gioco a somma positiva.
Se avete tutto chiaro fino a qua, capirete anche perché Draghi si spenda così tanto per l’Unione Bancaria, il secondo punto del suo ragionamento.
Alla straordinaria cessione di sovranità “normativa” che ciò comporta per gli stati nazionali a vantaggio del livello sovranazionale corrisponde un’altrettanto aumento di sovranità “positiva” in quanto, secondo Draghi, con l’Unione bancaria gli stati nazionali saranno molto più in grado di assicurare banche stabili e quindi capaci di proteggere assai più che adesso il risparmio e garantire il credito all’economia. Servizi che, lo ha dimostrato la crisi di questi anni, gli stati nazionali non sembrano più in grado di fornire con efficacia.
E questo ci conduce al salto finale: le politiche fiscali.
“L’Unione bancaria può spezzare il circolo vizioso fra banche e debito sovrano, riconducendo quest’ultimo a ciò che dovrebbe essere: un asset privo di rischi“. Ma perché si arrivi a questo è necessario stringere i controlli sui deficit fiscali degli stati e impedire che le banche li finanzino. Ciò può ottenersi soltanto “rinforzando le regole fiscali comuni”.
Ecco, ancora una volta, il principio di sussidiarietà all’opera: gli stati non gestiscono la politica fiscale in maniera efficace, quindi è meglio, nell’interesse dei cittadini, che la deleghino a organismi sovranazionali che agiscono nell’interesse del mercato unico. “Questi cambiamenti rappresentano un trasferimento di poteri al livello europeo, ma proprio come l’unione bancaria, io non vedo questo come una perdita di sovranità”.
D’altronde sarebbe strano che dicesse il contrario.
Infine una notazione sul futuro di questa scommessa: “Nei giorni neri della crisi molti commentatori americani erano convinti che il progetto delll’euro area sarebbe fallito. Ma costoro hanno sottostimato la profondità dell’impegno europeo nell’euro. Hanno scambiato l’euro per un regime di tassi fissi quando, in effetti, è una moneta unica irreversibile. Ed è irreversibile perché nasce dall’impegno delle nazioni europee per una maggiore integrazione che ha le sue radici nel nostro desiderio di pace, sicurezza e di trascendere le nostre differenze”.
Insomma, per Draghi, e per tutti coloro che ci stanno lavorando, l’Europa non è un’utopia ma, per dirla con le parole di Keynes, un’eutopia.
In inglese si pronuncia allo stesso modo, ma il significato delle due parole è profondamente diverso.
L’Utopia è un luogo meraviglioso, ma irraggiungibile.
L’Eutopia è qualcosa di altrettanto meraviglioso, ma possibile.
Keynes rese celebre questo termine quando presentò, il 4 agosto 1942, la quinta versione del suo documento che proponeva una profonda revisione del sistema monetario internazionale, basato su una unità di conto comune (e quindi un’unione monetaria internazionale) e una clearing house. Il documento si intitolava The international Clearing Union, e recava il sottotitolo: Not Utopia, but Eutopia, a voler sottolineare che non si trattava di un progetto utopistico, ma della progettazione di uno spazio internazionale ben costruito, grazie ad importanti cessioni di sovranità, per favorire il riequilibrio delle bilance dei pagamenti e l’incontro pacifico fra i popoli.
A sentire Draghi, sembra che l’eutopia keynesiana abbia ispirato non poco gli architetti dell’Unione europea.
Not Eutopia, but Eu-topia.
I travet pubblici italiani pagano il conto del 2013
Pochi giorni dopo la pubblicazione dei conti nazionali per il 2012, l’Istat ha rilasciato il conto economico trimestrale delle amministrazioni pubbliche, che ci consente di fare un piccolo passo avanti nella nostra analisi della contabilità pubblica.
Poiché ormai sapete tutto sul senso e il significato dell’avanzo primario non ci tornerò sopra. Vi basti sapere che nel secondo trimestre 2013 tale saldo è risultato positivo per una quota pari al 4,7% del Pil, lo 0,9% in più dello stesso trimestre del 2012.
Una buona notizia che ne nasconde un’altra: ossia l’andamento del saldo corrente, anch’esso positivo e in crescita rispetto al secondo trimestre 2012 (dallo 0,2% allo 0,4% del Pil).
Fermiamoci un attimo: cos’è il saldo corrente?
Molti di voi lo sapranno già, però è utile rimarcare la differenza fra il saldo primario (differenza fra entrate e uscite correnti senza considerare gli interessi sul debito) e il saldo corrente (differenza fra entrate e uscite correnti compresi gli interessi sul debito).
In sostanza il saldo corrente è quello che rimane delle entrate correnti al netto delle spese correnti complessive.
La ciccia, insomma.
Bene, nel secondo trimestre 2013 il nostro saldo corrente è migliorato ed è positivo. Significa che, malgrado la mole di interessi passivi che hanno divorato il nostro avanzo primario, siamo riusciti pure a salvare qualcosa dalla nostra spesa corrente. In particolare quello 0,4% del Pil che equivale precisamente a 1,644 miliardi.
La buona notizia, tuttavia, non dovrebbe esimerci da una semplice domanda: da dove sono arrivati questi soldi?
Come ogni saldo, anche quello corrente è la risultante di entrate e spese. Quindi dobbiamo vedere innanzitutto come siano cambiate le entrate e le spese correnti rispetto al 2012.
Dal lato delle entrate si vede che sono aumentate dell’1,2% fra i due trimestri considerati (2012/2013), passando da 180,091 miliardi a 182,297. Il grosso dell’aumento è da imputarsi all’aumento delle imposte dirette (+4,1%, da 57,748 mld a 60,132) che compensa il calo di quelle indirette, diminuite del 2,1% (da 57,964 a 56,723). Quindi abbiamo +2,384 miliardi di incassi da imposte dirette e -1,241 miliardi di imposte indirette. Che significa +1,143 mililardi di entrate da tasse come saldo positivo.
Il calo delle imposte indirette (Iva in testa) è uno degli effetti del calo dei consumi, evidentemente, in qualche modo connesso con l’aumento del carico fiscale, che infatti nel trimestre considerato ha generato entrate record, pari al 48,3% del Pil, corrispondente a una pressione fiscale del 43,8%, 1,3% in più rispetto al trimestre corrispondente del 2012.
All’aumento delle entrate correnti dell’1,2%, tuttavia, ha corrisposto un aumento delle uscite correnti dello 0,7%, pari a 2,206 miliardi.
In particolare, sono passate dai 179,466 miliardi del secondo trimestre 2012 a 180,653 nel 2013. Quindi una parte del nostro aumento di entrate è andato a compensare un aumento di spesa.
La constatazione è tanto più rilevante in quanto, scorrendo i dati analitici, scopro che una delle voci più rilevanti della nostra spesa corrente, ossia quella per gli interessi sul debito, è diminuita nei due trimestri, addirittura del 7%. In particolare è passata dai 23,827 miliardi del secondo trimestre 2012 a 22,148 miliardi, ben 1,679 miliardi in meno.
Ciò malgrado la spesa corrente complessiva è aumentata.
Come mai?
La parte del leone l’hanno fatta le prestazioni sociali in denaro (il welfare), cresciute del 2,9%.
In particolare sono aumentate di 2,082 miliardi (da 72,750 mld a 74,832). Un altro +4,1% l’hanno segnato i consumi intermedi, aumentati di 895 milioni di euro (da 21,593 a 22,488). Il totale di queste due voci sfiora i tre miliardi (2,977 mld) di spesa corrente in più. Se poi ci aggiungiamo le “altre uscite correnti”, cresciute del 3,5% (781 milioni) li superiamo abbondantemente.
Ricapitoliamo: abbiamo avuto meno spese per interessi per oltre 1,6 miliardi (grazie alla generosità della Bce che ha fatto diminuire gli spread) e abbiamo speso oltre tre miliardi in più. Come abbiamo fatto ad avere un saldo corrente positivo?
Semplice: abbiamo avuto più entrate fiscali e, soprattutto, abbiamo risparmiato sul costo del lavoro dei dipendenti pubblici.
La voce Redditi da lavoro dipendente segna infatti un calo di 892 milioni di euro, passando dai 39,239 miliardi del secondo trimestre 2012 ai 38,347 del 2013, il 2,3% in meno.
Quindi circa la metà del nostro saldo corrente positivo l’hanno pagato i dipendenti pubblici. La loro è l’unica voce della spesa corrente che non solo non aumenta ma diminuisce.
Un grazie sarebbe solo una questione di buona educazione.
