La guerra commerciale di Trump danneggia soprattutto l’Ue

Nessuno che segua le vicissitudini dell’economia internazionale si stupirà nell’apprendere che la guerra commerciale fortissimamente voluta dall’amministrazione Trump, molto più che la Cina, che anzi ha visto crescere i suoi attivi, ha danneggiato l’Europa.

Gli ultimi a testimoniarlo sono gli economisti di Bankitalia, che hanno dedicato alcune pagine della Relazione annuale dell’Istituto alle vicissitudini del commercio internazionale, uscito piuttosto malamente dal 2019, senza sapere peraltro dell’abisso che lo attendeva in questo 2020.

La prima cosa che si nota dal grafico sopra (di sinistra) è il robusto crollo del commercio internazionale, cresciuto del 4,2% nel 2018, che ha registrato un progresso di appena l’1%. A tale rallentamento ha contribuito lo stato non entusiasmante delle relazioni sino-americane, ma probabilmente anche il rallentamento globale della produzione, cui certo non è estraneo il diradarsi della fiducia che solitamente si accompagna al diffondersi dei nervosismi.

Qualunque siano le ragioni, rimane il fatto che il commercio ha ristagnato e che il conto alla fine lo hanno pagato le importazioni di beni, che sono diminuite sia negli Usa che in Asia appena compensate dai un leggero aumento dello scambio dei servizi.

Il risultato visibile, ossia quello che possiamo leggere nella parte destra del grafico, mostra che si sono attenuati gli squilibri di parte corrente, ma solo perché è aumentato l’avanzo della Cina a fronte di una riduzione pressoché analoga delle eccedenze dell’Ue, che quindi ha pagato il prezzo più elevato insieme ai paesi esportatori di petrolio. Gli Usa hanno visto solo marginali miglioramenti della loro posizione.

Si capisce perciò perché i mercati abbiano festeggiato quando finalmente si arrivò a un primo accordo fra Usa e Cina. Le buone aspettative sono andate però deluse all’apparire della pandemia, che solo nel primo trimestre 2020 ha fatto crollare del 13% le esportazioni cinesi, con tutto ciò che questo comporta sulle catene commerciali internazionali. Il Fmi stima che il commercio nel 2020 si potrebbe contrarre di ben l’11%. E il prezzo per l’Europa potrebbe essere salatissimo.

Il settore turistico, che per l’Ue esava il 7% dell’export di servizi, rischia di essere uno fra quelli più penalizzati, mentre fra i beni si ipotizza un calo delle importazioni di greggio e un allentarsi delle catene di fornitura più complesse, come quelle che riguardano l’auto e le produzioni tecnologiche, ossia quelle a maggior valore aggiunto. La qualcosa avrebbe effetti deleteri sulla crescita del prodotto.

Aldilà di ciò che ci riserva il futuro, tuttavia, osservare il passato recente ci serve solo a comprendere che le guerre commerciali servono meno di quello che si pensa a chi le fa, e che non sempre penalizzano quelli verso cui si indirizzano. A volta chi sta in mezzo prende più schiaffi. Letteralmente.

Cronicario. Si scrive PA, si legge Più Anziana

Proverbio del 10 luglio Racconta i tuoi guai a te stesso e le tue gioie al mondo

Numero del giorno: 1.074.000.000.000 Bilancio pluriennale proposto da UE

Per fortuna che ci sono quelli che dall’estero ci dicono come siamo messi. Se dessimo retta ai nostri, penseremmo ancora che arriverà il boom. O magari crederemmo che PA significa pubblica amministrazione.

Che è vero, ma non è tutta la verità. Frequentando il Forum PA, ad esempio, abbiamo scoperto una sua derivata prima: l’anno prossimo saranno più i pensionati che i dipendenti pubblici.

E oggi, grazie a un pezzo grosso dell’Ocse dal nome che è tutto un programma, abbiamo scoperto la derivata seconda della derivata prima: la PA italiana è la Più Anziana dell’Ocse.

Soddisfatti? E sentite quest’altra: “Solo il 2% di tutti i dipendenti del governo centrale è di età inferiore ai 35 anni”.

Dal che possiamo dedurre una derivata terza. Il 2% degli under 35 nella Pubblica amministrazione annuncia quello ormai imminente dell’Italia intera. Poi dice che la PA non è all’avanguardia.

Buon week end.

Cartolina. Ci vuole un fisco bestiale

Ci vuole un fisco bestiale, potremmo dire riecheggiando una vecchia canzonetta, perché un’economia nazionale affronti senza cedimenti l’urto virale. E sbirciando fra i resoconti confezionati dalla Bis di Basilea, si capisce meglio chi, fra i tanti paesi colpiti dalla pandemia, ce l’abbia e chi no. Gli Usa, ad esempio. Nessuna sorpresa nello scoprire che in cima alla classifica di chi ha messo soldi sul tavolo ci siano gli americani insieme al Giappone e alla Germania. I primi, com’è noto, non badano a spese, godendo di credito illimitato. I secondi non badano a spese da un ventennio, perché in fondo se lo possono permettere, mentre i terzi, solitamente sparagnini, hanno deciso per l’occasione di spendere parte del mucchio di soldi che hanno messo da parte. Altrettanto non sorprende che in cima alla classifica di chi abbia solo promesso di mettere i soldi sul tavolo ci sia l’Italia. Ci vuole un fisco bestiale per affrontare il Covid, appunto. Il nostro è gracilino.

Cronicario. Un Mes in tre mesi: il risparmio forzoso del coronacoso

Proverbio del 9 luglio La canna secca non vuole la compagnia del fuoco

Numero del giorno: 28.000.000 Italiani che non perso reddito durante lockdown

Dicono, i soliti cervelloni, che, a furia di stare chiusi in casa, questa maledetta primavera abbiamo messo da parte quasi 35 miliardi di euro, che diabolicamente vengono assimilati all’entità dei prestiti MES. D’altronde, dopo il coronacoso, cosa ci rimane per chiudere in bellezza un anno bisestile?

Certo che ce lo chiedono gentilmente. Anzi all’inizio vi strapagano pure, coi vari BTP patriottici. E molti già son convinti. Quasi il 50 dei superliquidi, che non solo hanno messo da parte un MES in tre Mesi, ma avevano già cumulato oltre 120 miliardi di spiccioli negli ultimi tre anni. “Più del piano Marshall”, dicono sempre i cervelloni, così chi ha buone orecchie intenda.

Non avete capito? Traduco: ciabbiamo già li sordi. E in particolare quel 71 e rotti per cento di lavoratori dipendenti che non hanno perso neanche un euro di stipendio durante il lockdown. E stendiamo un velo danaroso su pensionati, redditieri e percettori di rendite varie. Se l’Europa non ci casca, a darci li sordi, potremo finalmente fare da soli, come dice il Primo Minestra.

Poi però meglio che scappa lui.

A domani.

La globalizzazione del dollaro statunitense

“Il dollaro americano domina la finanza internazionale come valuta di finanziamento e di investimento. Sebbene gli Stati Uniti rappresentino un quarto dell’attività economica globale, circa la metà di tutti i prestiti bancari transfrontalieri e titoli di debito internazionali sono denominati in dollari. La preminenza del dollaro come valuta di riserva globale e nella fatturazione commerciale ne motiva ulteriormente l’uso internazionale”.

La citazione che apre questa nuova miniserie del nostro blog appare nelle premesse di un bel paper che la Bis di Basilea ha pubblicato di recente, che ha il pregio di illustrare con dovizia di dettagli i perché e i percome di una delle caratteristiche della globalizzazione del nostro tempo che ormai dura dal secondo dopoguerra, quando si consumò il passaggio di poteri fra l’impero al tramonto, quello britannico, e quello in ascesa, quello Usa, icasticamente rappresentato dal progressivo espandersi del ruolo della valuta americana, cui corrispose uguale e contrario il restringersi della sterlina, non solo nelle riserve internazionali, ma negli scambi commerciali e, soprattutto, nel discorso pubblico.

La moneta internazionale di fatto, se non di diritto, è quella che si usa per contare i soldi in tutto il mondo. Negli anni Venti del XX secolo debiti e crediti internazionali si contavano in sterline. Basta sfogliare qualche cronaca del tempo per averne contezza. Negli anni Venti del XXI si conta in dollari. E non c’è altro da aggiungere in proposito.

C’è molto da dire invece sul modo in cui funziona questo strumento, che ha finito con l’originare non solo il sistema globale dei pagamenti, ossia la dimensione nella quale abitano le banche centrali e le banche commerciali che noi mortali frequentiamo come utilizzatori ogni volta che facciamo una transazione monetaria, ma anche un sistema globale finanziario di straordinaria complessità nel quale il dollaro recita un ruolo da protagonista che tutti noi osserviamo godendone i vantaggi – una certa efficienza ed economicità nelle gestione dei flussi finanziari – e sopportandone gli svantaggi.

Fra questi svantaggi spiccano quelli derivanti dall’essere, il dollaro, la valuta di uno stato non la valuta di tutti, malgrado tutti siano costretti ad usarla. Come ebbe a dire un celebre segretario al Tesoro Usa agli alleati europei ai tempi di Nixon, “il dollaro è la nostra moneta e un vostro problema”.

Da allora sono successe molte cose. Ma non è cambiato molto.

(1/segue)

Seconda puntata: Il sistema finanziario che ruota attorno al dollaro Usa

Cronicario. Buongiorno 2025: sono il Pil pre-coronacoso

Proverbio dell’8 luglio Chi è buono e ha molti amici non accumula ricchezza

Numero del giorno: 1.200.000 Morti in India in 20 anni per morso di serpente

Carissimi,

adesso che inizia il 2025 vi posso confermare che aveva ragione quel tale istituto di ricerca che in un giorno caldo di luglio di cinque anni fa aveva pronosticato che finalmente sarei tornato quello di una volta: il Pil di prima del coronacoso.

Che dite? Non ero poi così entusiasmante nel 2019? Vabbé non ero il Pil dei ’50-60, quando ero ancora giovanetto e correvo come un cinese. Però dai, qualche soddisfazione ve l’ho regalata anche dopo. Per dire: che anno il 2021 eh?

Certo se il governo avesse fatto di più… Chessò: anziché fare solo quell’ottantina scarsa di miliardi di deficit in più del solito ne avesse fatti il doppio, sai che moltiplicatori.

Invece il governo se n’è uscito con le solite cose: le grandi opere.

Cose già sentite, infatti, a parte qualche straordinaria e – finalmente – nuova idea: il Ponte sullo stretto di Messina.

E per fortuna che c’erano redditi di emergenza, cittadinanza, figliolanza, maldipanza eccetera.

Ma adesso basta pensare al passato. Mi attende un luminoso futuro: il pil del 2007.

A domani.

La lunga marcia del debito rischioso

L’ultima Global financial stability review del Fmi, che disegna la mappa del rischio globale, pur nella complessità delle sue analisi e nella corposità dei contenuti, la si potrebbe sintetizzare in quattro brevi parole: il rischio è aumentato.

Non c’è da stupirsi, ovviamente. Quando ci compiaciamo per gli straordinari rialzi di borsa, al netto ovviamente dei vari scossoni, stiamo semplicemente osservando senza saperlo l’appetito per il rischio all’opera, alimentato da un decennio di politiche monetarie molto incoraggianti, che hanno favorito non semplicemente l’ascesa globale del debito, ma in particolare di quella del debito più rischioso, cresciuto in regione inversa dei rendimenti sul debito più sicuro.

Per dirla diversamente, il calo dei tassi ha spinto la ricerca di rendimento che, per pura fisica finanziaria, passa da una maggiore assunzione di rischi. Ed ecco perché “High-yield bond, leveraged loan, e il private debt markets sono aumentati in modo significativo negli ultimi dieci anni e sono diventati più complessi”. Crescita quindi non solo delle quantità in gioco, ma anche delle qualità. Laddove la qualità di questi strumenti non vuol dire che siano migliori, ma semplicemente più esotici. La complessità cresce in ragione della difficoltà di estrarre rendimenti da un ecosistema che istituzionalmente li scoraggia.

I grafici sopra ci danno un’idea delle quantità. Spicca in particolare la crescita notevole del settore dei prestiti leveraged, di cui abbiamo già discusso, che a fine 2019 arrivava a 5 trilioni di dollari, quattro quinti dei quali nelle economie avanzate. Quanto alla complessità, possiamo farcene un’idea osservando la notevole crescita delle CLOs, che sta per Collateralised loan obligations, ossia gli strumenti finanziari costruiti su questi prestiti.

Notate come i CLOs declinino all’apparire dell’emergenza Covid. E’ l’eterno ritmare della fuga dal rischio che va in scena ogni volta che qualcosa spaventa i mercati.

Se invece volessimo farci un’idea della distribuzione geografica di questo rischio, possiamo osservare il grafico sotto, che misura il segmento delle obbligazioni high-yield, ossia ad alto rendimento, ossia più rischiose, e quello del debito collocato privatamente.

Come si vede, a parte l’esplosione dei volumi, cresciuti fra oltre il 100 e oltre il 200 per cento in un decennio, notiamo la grande crescita di questi mercati negli Usa, ma anche in Europa e in Asia, ossia i luoghi d’elezione delle politiche monetarie espansive.

Il Fmi ci dice anche un’altra cosa: la qualità di chi prende a prestito è diminuita. La categoria dei subprime, insomma, si è universalizzata, e se ne trova riscontro nel lento degradarsi del merito di credito osservato anche altrove.

Ciò che vale come monito, pure se il Fmi la presenta come una nota positiva, è che l’utilizzo della leva finanziaria e la diretta esposizione delle banche è diminuita. Ma di questa esposizione adesso si sono fatti carico gli investitori istituzionali, che hanno fatto scorpacciate di debiti rischiosi per garantirsi un po’ di rendimenti.

Da qui il monito: “In uno scenario avverso grave, le perdite totali delle istituzioni finanziarie non bancari potrebbero essere sostanziali, mentre il rischio del settore bancario sembra essere inferiore”. E con questo dovremmo persino consolarci.

Cronicario. Odio (le previsioni) l’estate

Proverbio del 7 luglio Le rane nel pozzo ignorano l’oceano

Numero del giorno: 41,7 Crescita % ecommerce a maggio in Italia su anno

Ormai che siamo in confidenza ve lo posso dire dietro promessa di massimo riserbo:

C’è bisogno pure che vi spieghi perché? A parte il caldo, bisogna pure vedersela con gente che si muove panza al vento in short e infradito e che ti affligge con i suoi progetti di vacanza, pure quest’anno che – dice Bankitalia – il 60% di noi vacanze non ne farà affatto.

Ma più dell’estate odio le previsioni d’estate, a cominciare da quelle del tempo che preconizzano cotture di massa col piacere sadico dello chef che cuoce l’aragosta. Vi ricordate quel meteocazzaro che dava i nomi infernali alle ondate di caldo per rubare un titolo di giornale?

Ma più dell’estate e delle previsioni del tempo sull’estate, odio le previsioni economiche d’estate, che anche quest’anno la solerzia di Bruxelles ha depositato sui nostri computer surriscaldati dalla mancanza di ricircolo d’aria, perché il coronacoso rialza la testa, signora mia, e vedrà a ottobre…

Ma più dell’estate, delle previsioni metereologiche d’estate e di quelle economiche d’estate, odio le previsioni economiche d’estate sull’Italia, che giovano al morale come l’estate a uno che odia il caldo, gli short, le infradito, le panze al vento e i progetti abortiti di vacanze. Specie quest’anno, che il coronacoso ci ha regalato certe gioie e ne promette altre.

Come quali gioie? Ma che non le vedete? L’anno prossimo cresceremo come la Cina.

A domani.

Cose Turche: Ankara parla coi francesi perché i greci (e Cipro) intendano

E così siamo tornati all’inizio della storia. Ai greci contro gli asiatici. Ieri era la democrazia ateniese contro l’autocrazia persiana. Oggi è il capitalismo liberale, pure nella sua ridotta periferica greca, contro l’autocrazia turca, che coi persiani di allora condivide una certa mania di grandezza. Con ciò intravedendosi, sul limitare del confine europeo rappresentato da Atene, la madre di tutti i conflitti che l’Europa, l’Ue, o come si chiama, si trova improvvisamente a dover fronteggiare, dovendo decidere una volta per tutte – e senza più il comodo ombrello atlantico – cosa vuole fare da grande.

Non si tratta qui di covare nostalgiche filosofie della storia. Quest’ultima, com’è noto, non si ripete ma si somiglia. Si tratta piuttosto di provare a rendere intellegibili i tanti segnali che le cronache ci propongono travestiti magari da pretesti.

Per dire: il litigio ormai costante che anima la scena europea fra i due alleati della Nato – Francia e Turchia – che cela palesemente senza nominarla la questione greca, con Cipro nel ruolo di miccia della polveriera del Mediterraneo orientale, dove si nascondono immensi tesori energetici e si preparano inusitati sviluppi infrastrutturali.

Bastano due nomi per ricordare il problema: EastMed e Tanap, entrambi gasdotti. Il primo, ancora da costruire, fra Grecia, Israele e Cipro, con l’Italia a guardare interessata, mentre la Turchia rimane alla finestra tagliata fuori, alla faccia della sua vocazione di hub verso l’Ue.

Il secondo come gasdotto già operativo che tira una linea dall’Azerbaijan – che è nell’orbita russa – all’Italia (tramite Tap), con Turchia a servire il suo ruolo preferito di terra di passaggio obbligata.

EastMed, che forse si farà forse no, diventa nell’opinione di molti il perfetto incubatore di una relazione speciale fra greco-ciprioti e Francia, che infatti litiga con i turchi col pretesto delle esercitazioni Nato, ma solo per nascondere l’irritazione (e l’umiliazione) dopo lo sfortunato sostegno ad Haftar nella contesa libica, che non ha impedito ai Turchi di vincere (per adesso) sul terreno una guerra iniziata proditoriamente dai francesi con la destabilizzazione di Gheddafi. La politica di potenza francese non prevedeva, evidentemente, quella di Ankara.

Stabilizzata in qualche modo la Libia, il confine si è spostato a Nord, ma sempre nel Mediterraneo orientale, dove la Turchia ha già proiettato, infischiandosene di proteste e minacce – fra le quali primeggia la richiesta francese all’Ue (rilanciata da un notiziario greco) di comminare sanzioni al partner Nato – la sua zona economica speciale che la collega direttamente con la Libia.

E perché non si pensi che sia solo una questione di petrolio e gasdotti, di commercio e di ricerca di influenze, giova ricordare che il conflitto – per adesso solo minacciato – arriva a lambire anche questioni più sottili all’apparenza, ma molto concrete nella sostanza.

Esempio illuminante: la decisione che nell’arco di un paio di settimane le autorità turche dovrebbero prendere sulla sorte di Hagia Sophia, la cattedrale bizantina conquistata dai turchi nel 1453 insieme a Costantinopoli, che divenne moschea e quindi museo per decisione di Ataturk, il padre della Turchia laica degli anni ’20-’30 del ‘900.

Dicono che Erdogan, che ha imparato a usare la religione come strumento politico pure senza volere uno stato confessionale, voglia trasformare nuovamente il museo in moschea e i primi a protestare – ovviamente – sono stati i greci, scomodando categorie ormai dimenticate, come la discordia fra cristiani e musulmani, che ci riporta, appunto, ai tempi degli ottomani, versione del secolo XV DC dei persiani di Eschilo del V secolo AC.

A questo rincorrersi di rimandi e memorie, l’attualità partecipa col sapore fresco dell’inedito, come con l’esortazione del segretario di stato Usa, Mike Pompeo, a mantenere la cattedrale come museo, cui ha replicato a brutto muso un portavoce del ministero degli esteri turco ricordando all’alleato americano – Nato e non solo – che Hagia Sophia è un affare loro.

Sapremo a giorni come andrà a finire questa storia. Intanto è interessante osservare come anche il patriarca di Mosca, Kirill, capo della chiesta ortodossa Russa, abbia esortato la Turchia a evitare di trasformare il museo in moschea. Nel gioco di memorie e nostalgie, non poteva mancare quella russa per la terza Roma, che aggiunge alle frizioni militari – chissà quanto reali – fra russi e turchi in Libia, quelle religiose.

Non sappiamo quanto peserà l’auspicio russo. Per adesso i turchi ricordano che “Hagia Sophia è proprietà della Repubblica di Turchia ed è stata conquistata”, come ha detto direttamente il ministro degli esteri di Ankara. Perché non si abbia dubbio alcuno su quale è stato, è e sarà il tenore della contesa: la conquista, né più né meno.

Così evidentemente la Turchia interpreta il suo secolo XXI, e gli alleati, Nato o non Nato, faranno meglio a ricordarlo. Parlare (male) alla Francia perché i greci (e Cipro) intendano è molto più che un espediente, per i Turchi. E’ una promessa che incombe sul futuro dell’oriente del Mediterraneo. Ossia del mare nostrum. E quindi dell’Europa.

Questo pezzo conclude la Trilogia delle Cose Turche, una rapida ricognizione sui sogni di grandezza che Ankara sta covando lungo il Mediterraneo orientale, che spaziano dalla Libia, alla Siria all’Iraq, e finiranno inevitabilmente con l’urtare sul confine europeo della Grecia. Si tratta di uno dei capitoli più interessanti, perché molto vicino a noi, di quella che abbiamo chiamato la Globalizzazione emergente. Crediamo sia utile farne un promemoria, per quando le cose diventeranno più evidenti. Le altre due puntate le trovate qui e qui. Buona lettura.

Cronicario. Forum PA, ossia Pension Ahead

Proverbio del 6 luglio La musica è riposo e armonia

Numero del giorno: 540.000 Dipendenti pubblici con almeno 62 anni di età

Il sorpasso, dicono gli scienziati, arriverà nel 2021: finalmente la sigla PA svelerà il suo segreto più recondito, celato negli ultimi cinquant’anni dall’inspiegabile desiderio di associare una retribuzione a un lavoro, retaggio di certo turboliberismo da giungla propalato da sorseggiatori di bevande an-alcoliche dal divano (cit.).

Se non sapete ancora quale sia questo segreto, dovete assolutamente frequentare i Forum PA, che in quest’edizione 2020, proprio alla vigilia del sorpasso, ha finalmente illustrato la metamorfosi in corso di quella che sembrava un acronimo di Pubblica Amministrazione, e che invece ne nasconde un altro: Pensione in Arrivo.

E infatti, grazie anche alla geniale idea di Quota 100, l’anno prossimo riusciremo nel miracolo di avere più pensionati pubblici che dipendenti pubblici. Al momento abbiamo 3,2 milioni al lavoro e 3 milioni in pensione. Ma siccome 1 dipendente su sei ha già 62 anni, e di questi 540 mila individui ben 200 mila hanno pure 38 anni di contributi, ecco che il sorpasso si prepara a diventare un’impennata.

Il 2021 verrà ricordato negli annali come l’apice della PA, finalmente intonata al suo ruolo di garanzia di un reddito senza la seccatura del lavoro, come d’altronde ci si sta premurando di procurare anche a diverse altre persone che non hanno la fortuna di essere anziani.

Dopodiché assisteremo ammirati a un’altra metamorfosi. Dal reddito per tutti, a quello per nessuno. Ma non ditelo all’Inps.

A domani.