Cronicario. Il Rilancio arriverà (forse anche il Decreto)

Proverbio del 19 maggio Le anime forti hanno volontà, quelle deboli desideri

Numero del giorno: 110 Aumento % certificati medici all’Inps dall’8 al 14 marzo

Voi che leggete queste righe mentre magari siete in fila con la mascherina a misurarvi la febbre per comprarvi un paio di scarpe nuove…

o che magari avete indossato i guanti e il paraschizzi per affrontare il rischio di un caffé al bar…

o, ancor più temerari, voi che avete deciso di aprir bottega sfidando la forza di gravità sanitaria pur di assicurare i distanziamenti dei vari Dcpm come modificati dall’ordinanza regionale ed emendata da quella sindacale…

insomma: a voi, che state scommettendo sul nostro bellissimo paese, nonostante tutto, rivolgo oggi una promessa: il Rilancio arriverà.

Forse anche il decreto.

A domani.

 

Abbiamo imparato a far debiti ma non a produrre ricchezza

Poiché molto si parla di quanto la crisi sanitaria farà sballare le contabilità pubbliche, è opportuno ricordare che a far la differenza rispetto agli anni recenti, oltre all’entità presumibile di questo indebitamento, è il pretesto. La sostanza non cambia, e non potrebbe essere diversamente: i governi esistono perché spendono. E tanto più in un periodo in cui tutti chiedono a gran voce l’intervento del governo.

Alcune informazioni contenute nell’ultimo Fiscal monitor del Fmi ci aiutano a dimensionare e capire il problema. Partiamo da un semplice dato di fatto. Le economie avanzate già da anni stavano allentando la politica fiscale, perseguendo, oltre al solito consenso, una crescita economica alquanto asfittica.

Nel grafico di destra si vede con chiarezza che il nostro paese appartiene a quelli che hanno rilassato la politica fiscale negli ultimi anni, per cui la “botta” di debito che andremo a fare (e a chiedere) per pagare il danno socio-economico subito in questi mesi di lock down si inserisce – amplificandola – in una tendenza di medio periodo, per non dire di lunghissimo.

Ciò ha diverse conseguenze. Tralasciando per il momento quelle tecniche (come smaltire questa montagna di obbligazioni governative) e quelle sociali (come conciliare questo eccesso di debito con una società che funzioni davvero), sono le conseguenze di breve periodo che è importante tenere presenti, visto che impatteranno molto nella nostra vita di tutti i giorni.

Una di queste – altre le vedremo più avanti – ha a che fare con la capacità del nostro governo di rifinanziare i propri debiti, che ogni anno devono essere rinnovati facendone nuovi, quando già i debiti del passato hanno determinato un ammontare da rifinanziare che supera il 20% del pil.

Come si vede dal grafico sopra a sinistra, il nostro paese è il terzo al mondo per quantità di debito da rifinanziare e le stime del Fmi quotano a oltre il 25% l’ammontare di debito da rinnovare ogni anno, al lordo del nuovo debito Covid.

Da dove dovrebbero arrivare questi soldi? Molti pensano che debbano cadere dal cielo, nella forma di una qualche monetizzazione del debito, o gentilmente elargiti dall’Europa, o magari – perché no? – dalla Cina. Ognuna di queste fantasie ha delle conseguenze, ovviamente, anche se si tende a pensare che non ne avranno alcuna.

Il punto è un altro. Pure se cadessero dal cielo, questi denari, rimarrebbe il problema di un paese che ha imparato a far debito, e magari sta anche studiando come non ripagarlo, ma non ha imparato a fare economia. Che significa generare produzione e ricchezza.

Non usciremo dalla nostra crisi se non capiremo innanzitutto questo.

Cronicario. La Fase 2 parte sgranata, ma in HD

Proverbio del 18 maggio Quando dite denaro, anche un morto apre la bocca

Numero del giorno: 2.000.000.000 Domanda Btp Italia a 5 anni oggi in asta

E pure oggi, nulla da segnalare. Ah sì: i barbieri riaprono. Ma vista la fila, faccio meglio a rassegnarmi al nuovo look.

Ah, dimenticavo: non serve più l’autocertificazione, ma in compenso devo fare non so quanti moduli – deve ancora uscire il decreto, abbiate pazienza – per avere il bonus bici, che è retroattivo, ma finché ci sono i soldi.

A proposito di mascherine: qualcuno sa dirmi dove si trovano quelle a 50 cent? Prometto di non dirlo a nessuno.

A parte queste inezie, ho scoperto pure che riaprono le palestre, il prossimo 25. Però non si possono usare gli spogliatoi né le docce. Quindi immagino che toccherà uscire tutti i giorni in tuta da ginnastica profumata.

Detto ciò, va tutto benissimo. La gente torna a lavorare, sperando di trovare lavoro. Riaprono pure i bar, i ristoranti e anche i centri commerciali, che però devono misurarvi la febbre e sperate di non avercela.

Se avete la sensazione che non si veda granché bene questo inizio di Fase 2bis, non state a preoccuparvi. Netflix ha appena annunciato che torna a trasmettere in alta risoluzione. Lo stesso farà anche Apple+, e presto toccherà anche a You Tube. Vista dai vostri schermi la Fase 2x magari risulta ancora un po’ sgranata. Ma almeno è in HD.

A domani.

La sottile linea rossa della monetizzazione

Poiché sta crescendo, e crescerà anche in futuro, la tentazione di sbarazzarci dell’enorme quantità di debiti che abbiamo cumulato, che per quanto si faccia finta di nulla genera diversi problemi, vale la pena concedersi un piccolo excursus attorno a una parola che oggi viene pronunciata senza più alcuna remora, e anzi auspicata quale rimedio salvifico, e persino ovvio, ai mali del nostro tempo: la monetizzazione. Che possiamo interpretare come strumento per la “cancellazione” dei debiti, ma, in generale, anche per la creazione di moneta da distribuire alla popolazioni. L’helicopter money, come è stato autorevolmente chiamato.

Prima di provare a scrutare nei dettagli, vale la pena concedersi una breve riflessione. Chi sostiene l’idea che si possa “monetare” all’infinito, cova in sostanza l’illusione (monetaria) che le risorse siano infinite. Per costoro non c’è nessun limite all’emissione di moneta finché il sistema è in grado di impiegarlo senza surriscaldarsi generando inflazione. E anche qualora ci fosse inflazione, servirebbe a ridurre il valore dei debiti reali, e quindi, entro certi limiti, sarebbe persino benefica.

Questa visione si contrappone a quella che giudica la moneta, in quanto espressione del sistema economico, una risorsa scarsa anch’essa e che pertanto deve essere gestita in maniera oculata, preservandone il valore che poi rappresenta la garanzia della stabilità dei prezzi, che la moneta misura. Nel tempo questa scuola di pensiero ha individuato nel Gold standard uno dei migliori esperimenti monetari riusciti, e questa idea anima anche i minatori di Bitcoin, dove la quantità di moneta è addirittura fissa.

In mezzo a queste due grandi correnti che animano da secoli il dibattito fra chi sostiene le valute fiduciarie, i cosiddetti cartalisti, e chi quelle a valore intrinseco, sostenitori della moneta-merce, ce ne sono infinite altre. Ma nell’economia mainstream queste svariate pulsioni hanno trovato nella banca centrale la perfetta camera di compensazione.

Nel tempo straordinario che stiamo vivendo ormai da anni, iniziato nel 2008 con il QE della Fed e proseguito fino ad oggi con i rubinetti delle banche centrali aperti a più non posso a causa della pandemia, è del tutto naturale che molti si chiedano cosa debbano farci le banche centrali con tutti questi titoli di stato. Non sarebbe tutto più semplice se si cancellassero? In fondo le Banche li hanno comprati creando moneta dal nulla e quindi niente di meglio che annullare questi asset per “liberare” gli stati dai debiti. Una scorciatoia, che però non porta da nessuna parte. O almeno in nessun posto dove ci piacerebbe stare.

Al momento, come abbiamo detto, le banche centrali stanno comprando titoli di stato e del settore privato. Tecnicamente aumentano il loro bilancio sul lato del passivo, aumentando le riserve delle banche commerciali che glieli vendono, e parallelamente sul lato dell’attivo dove scrivono il valore delle obbligazioni acquistate. In questo modo teoricamente non c’è creazione netta di moneta perché i titoli di stato vanno a scadenza e, se non vengono riacquistati, il denaro torna alla banca centrale, che vede diminuire dello stesso ammontare degli attivi scaduti le passività (riserve bancarie o contante).

Questo è il compromesso che finora ha retto il gioco della politica monetaria globale, basato su tassi azzerati e grandi quantità di titoli acquistati sui mercati secondari dalle banche centrali. Ma il gioco inizia a mostrare la corda. Ed ecco che si palesano le nuove idee. Nuove poi neanche tanto.

Per ricordare quanto sia antica la tentazione di usare espedienti, inutilmente in quanto la realtà esige comunque tributo, vale la pena ricordare le parole che l’allora governatore di Bankitalia Luigi Einaudi scrisse nelle sue Considerazioni finali del 1946, che dovremmo rileggere tutti, visto che raccontano dell’inflazione italiane del dopoguerra che oggi così tanti evocano quando parlano di dopo Covid. “Vi è un momento – dice – nel quale lo stato chiedendo biglietti all’istituto di emissione per far fronte ad un aumento di spese, non ottiene più nessun vantaggio dalla maggiore spesa. La stampa dei biglietti è fatta a vuoto”. Questa è la sottile linea rossa della monetizzazione.

(2/segue)

Puntata precedente: La tentazione inconfessabile di far sparire i debiti

Puntata successiva: Cosa succede se la banca centrale cancella il debito del governo

Cronicario. L’ultimo ponte di primavera

Proverbio del 15 maggio L’umiltà conduce alla grandezza

Numero del giorno: 25,8 Calo % fatturato industriale a marzo in Italia su base annua

Questa è una storia triste. La storia di una dipartita prematura che fa strame di tante speranze, inutilmente coltivate nel tempo oscuro della quarantena. Una storia senza lieto fine.

Il giovane virgulto, ormai trapassato, era l’ultimo a resistere alla terribile malattia che in questo disgraziatissimo 2020 ha fatto strage di tanti come lui che nutrivano belle speranze nella forma di esodi più o meno intelligenti, spese spensierate, dissipazioni enogastronomiche e persino – udite udite – sollazzevoli. Sapete tutti della terribile circostanza di cui sto parlando: la Pontemia!

Il coronacoso ha fatto strage di ponti trovando sostegno e complicità nel nostro beneamato governo che oggi ha superato qualsiasi forma di perfidia facendo trapelare che dal 3 giugno sarà possibile viaggiare fra le regioni. Dal 3 giugno capite?

L’assassinio scientifico dell’ultimo ponte di primavera lascia attoniti gli spettatori, che già scaldavano i portabagagli. E siccome il 15 agosto è sabato, c’è rimasto solo l’8 dicembre, che è martedì, a tenere alta la bandiera.

Noi facciamo piani. La Pontemia ride.

Buon week end.

Cartolina. La mala economia

Ognuno secondo il suo gusto e le sue inclinazioni potrà attingere alla panoplia collazionata dal Fmi per spiegarsi e spiegare le ragioni dell’andamento anemico delle nostre economie, delle inflazioni fredde, dei tassi sottozero. Il domandista, costantemente in fregola di spesa pubblica, se la prenderà con la diseguaglianza e la globalizzazione, a invocare più stato e meno mercati. L’offertista, con il calo della produttività generato dall’inefficienza dell’accumulazione di capitale, umano e fisico. Entrambi magari, pur dividendosi sulle soluzioni, concorderanno sul livello eccessivo dei debiti. Ma non a questo serve lo sforzo sinottico del Fmi. Semmai a ricordarci che crescita lenta, inflazione bassa e tassi azzerati sono il simbolo della mala economia. Ossia la nostra.

Cronicario. Il rilancio del Rilancio

Proverbio del 14 maggio Severità nel fare leggi, clemenza nell’amministrarle

Numero del giorno: 16,8 Calo % export e import italiani a febbraio

Ma dico io: lo potevano chiamare Decreto Rinascita, Ripartenza, Ripresa, persino Rivincita. Oppure Riscossa, Ritorno, Ricominciare, se proprio ci doveva essere una Ri, insomma. Una Ri serve proprio a dare questa idea di continuità, da che mondo è mondo.

E invece che ti vanno a scegliere, quei geni della comunicazione che (mal)consigliano il nostro beneamato Primo Minestra per il Decreto più atteso degli ultimi due mesi: Rilancio.

Capirete il fraintendimento. Già siamo Rintronati dalla quarantena, oltre ad esserci notoriamente Ritrovati senza euri e coi negozi chiusi – e figuratevi adesso che Riaprono – poi ci mancava il governo che la butta là col Rilancio, mettendo persino 55 miliardi di debiti sul piatto. E’ chiaro che è successo un pasticcio.

E Tizio ha lamentano che non chiude il bilancio dei comuni, mettendo sul piatto nuove fiche. E Caio che fallisce il turismo. E Sempronio che è la fine delle cartolerie. E poi A, B e C a lamentare la crisi di D, E e F. Un trionfo di benaltrismo che ha fatto salire alle stelle il costo del Rilancio.

Di fronte al Rilancio del popolo al governo, non resterà che Rilanciare il Rilancio. Sperando che nessuno veda.

A domani.

Nei bilanci bancari “dormono” cinque trilioni

Poiché tutti sono alla disperata ricerca del modo per far girare più soldi, e viene guardato con noia e persino sospetto chiunque inviti alla razionalità, vale la pena leggere il contributo offerto dalla Bis in un recente Bollettino, dove si osserva che esistono ampi margini di capitale bancario che potrebbe essere utilizzato per fornire risorse contro la crisi. A patto, ovviamente, che si “rilassino” i cuscinetti di liquidità che le banche hanno accantonato al di sopra dei loro requisiti regolamentari, trascurando la ragione per la quale hanno costruito questi accantonamenti, che a quanto pare non sono più di moda.

D’altronde, non si tratta di spiccioli. Parliamo di oltre cinque trilioni di dollari che, prima della crisi Covid, giacevano al di sopra del primo pilastro dei requisiti regolatori. Quindi capitale accantonato a scopi prudenziali, in eccesso ai minimi previsti dalle norme. Ovviamente la capacità di attingere a queste riserve dipende anche dallo stato di salute delle banche che dovrebbero erogarle, oltre ovviamente che dalla loro buona volontà.

Da questo punto di vista, la capacità reale di disporre di questi fondi dipende anche dall’andamento generale dell’economia, che ovviamente ha impatto anche sul settore bancario. Nelle simulazioni prodotte dalla Bis, uno scenario assimilabile alla crisi delle casse di risparmio Usa, ridurrebbe questi cuscinetti di capitale a 800 miliardi, che però potrebbero supportare 5 trilioni di nuovi prestiti, pari al 6% del prestiti totali in corso.

In uno scenario di crisi più grave, assimilabile per intensità a quello della crisi del 2008, il capitale “prestabile” si ridurrebbe a 270 miliardi, che potrebbero originare prestiti per solo un trilione, pari all’1,3% del totale dei prestiti sul mercato. Assai meno, quindi. Ma meglio che niente.

Ovviamente queste considerazioni valgono presupponendo che all’offerta di prestiti potenziali, che tali risorse potrebbero garantire, corrisponda una domanda di risorse da parte del mercato, e quindi la volontà di prendere questi fondi. Un problema non da poco, visto il perdurare delle chiusure imposte dalla pandemia.

In ogni caso, il Bollettino della Bis è un’ottima occasione per sbirciare i progressi compiuto dal capitale bancario nell’ultimo quindicennio, ossia nel lungo arco di tempo trascorso fra prima e dopo la crisi.

Per apprezzare il grafico sopra bisogna ricordare che le regole di Basilea 3 fissano diversi requisiti di capitale per le banche che possono essere raggruppati in diversi pilastri (tabella sotto).

Per le grandi banche internazionali il primo di questi pilastri, che comprende il requisito minimo di Basilea 3, che ammonta al 4,5% del CET1 (common equity tier) sul totale dei RWA (risk-weighted assets), ossia gli asset ponderati per il rischio. A questo requisito minimo se ne aggiungono altri due: il capital conservation buffer (CCoB), che pesa il 2,5% degli asset, e poi il supplemento di capitale per le banche sistemicamente importanti (SIBs). Alcune giurisdizioni hanno attivato anche i countercyclical capital
buffer (CCyB).

Il secondo pilastro, il Supervisory buffers viene definito dai regolatori nazionali per coprire una quantità maggiore di rischi non catturati dal regolatori internazionali, e di conseguenza l’entità di questi cuscinetti varia molto. In ogni caso le banche si trovano con un CET1 che è praticamente sempre in eccesso rispetto ai requisiti regolatori per una serie di ragioni non solo prudenziali ma anche legate alle opportunità di business. Avere capitale in più serve quando si presentano opportunità senza bisogno di chiederne altro al mercato. E questo ci porta al dato di fine 2019, quando la media del CET1 era del 14%, per un campione di 5.600 banche in 142 paesi.

Questa analisi ci porta alla quantità di capitale “liberabile” se le banche volessero usarlo, che la Bis calcola in 5,1 trilioni, pur nella consapevolezza che nessuna banca, specie nelle condizioni attuali, arriverebbe a privarsi di tutti i suoi cuscinetti di sicurezza, pure nell’ipotesi che i regolatori facciano buon viso a cattivo gioco.

Anche ipotizzando un CET1 al 10%, rimarrebbero comunque oltre 2 trilioni a disposizione di nuovi prestiti, almeno secondo le stime riferite a fine 2019. Ma il problema è proprio questo: quanto capitale rimarrà a disposizione delle banche come cuscinetto una volta che la crisi avrà fatto il suo corso?

Gli scenari che abbiamo già visto tentano una risposta. La domanda se il mercato vuole (o ha bisogno) di ulteriori nuovi prestiti, al contrario, è destinata a rimanere senza.

Cronicario. Chiedere (prestiti) è lecito, rispondere è cortesia

Proverbio del 13 maggio C’è sempre un orecchio dall’altro lato del muro

Numero del giorno: 12,9 Calo produzione industriale a marzo nell’eurozona

Così a un certo punto, all’album degli orrori economici si aggiunge una nuova bellissima immagine.

Che mi fa sorridere non solo perché finalmente saranno felici i teorici dell’industria cattiva che turba la migrazione dei passerotti, ma perché arriva lo stesso giorno che il Gentilissimo, o comunque si chiami, commissario europeo per l’economia, esorta a rendere disponibile subito – rectius “nei prossimi mesi” – un recovery fund da 1.000 miliardi.

Ah l’Europa. Fortuna che sembrava un calesse, ma era amore. Ma soprattutto fortuna che abbiamo un governo coi cosiddetti che ha subito stanziato i soldi e li ha fatti arrivare immediatamente dove servivano, ossia ovunque.

Ovviamente grazie all’impegno davvero eroico profuso da banchieri e bancari, che lavorano come cavallette in un campo di grano per tenere in piedi il sistema produttivo. Non c’è giorno che le cronache non raccontino dell’imponente sforzo, davvero bellico, del nostro sistema finanziario, doverosamente costellato di straordinari successi.

Per dire, oggi ci hanno fatto sapere che il noto istituto che raccoglie le domande di prestiti dalle aziende, ne ha collazionate 175.458, per un ammontare pari a 8,67 miliardi, dal 17 marzo a oggi, delle quali 149.723 per prestiti fino a 25 mila euro per un controvalore di 3,15 miliardi. Quindi state sicuri: le richieste ci sono eccome.

Si vabbé ma le erogazioni? “Questi numeri evidenziano lo sforzo eccezionale delle banche e dei lavoratori bancari in giorni che continuano ad essere di lavoro emergenziale a seguito del coronavirus”, fa subito sapere la nota associazione di categoria.

Dal che si capiscono due cose. La prima:

La seconda:

A domani.

PS La riunione del governo per approvare il Decreto Rilancio, già noto come Decreto di Aprile, convocata per le 14 è stata rimandata alle 17.

Ascesa e tramonto del petrolio made in Usa

Il tempo ci dirà come finirà l’appassionante vicenda dell’industria shale statunitense, che nello spazio di pochi anni ha trasformato di nuovo gli Usa in una potenza petrolifera. Tentare di sbirciare fra le pighe della Storia, guardando dal lato della cronaca – e segnatamente osservando gli sconquassi che la pandemia ha provocato nel settore oil – può riservare molte delusioni e grossolani errori. Quindi meglio esimersi.

Vale la pena però tentare una ricognizione a volo d’uccello, profittando magari di una bella analisi pubblicata dalla Fed di New York che riassume le vicende più recenti partendo da quelle più lontane. Ossia da quando, erano gli anni ’60 del Novecento, gli Usa erano ancora una potenza petrolifera.

Anni dimenticati ormai. Dagli anni ’80 in poi il settore oil statunitense intraprende una curva discendente che corrisponde all’ascesa dell’importanza strategica di nuovi produttori, mentre il mondo si chiedeva seriamente se non si fosse raggiunto il picco di produzione. Davanti agli occhi degli osservatori si aprivano scenari di prezzi spinti all’insù da una domanda crescente e un’offerta sempre più rigida.

Ma come spesso è accaduto nella storia, la rivoluzione tecnologica ha spiazzato tutti. L’avvento delle produzioni basate sulla frammentazione delle rocce – fracking – ha dato accesso ai produttori Usa a risorse fino ad allora giudicate non utilizzabili. Dal 2011 in poi questa rivoluzione (vedi grafico sopra) ha fatto crescere la produzione che, alla fine del 2014, era già aumentata del 50%.

Così aumentava anche la quota del prodotto Usa sul mercato, suscitando non pochi risentimenti. Non è certo un caso che proprio nel 2014 l’Arabia Saudita, in un mossa che ricorda quella recente che ha affondato le quotazioni del greggio, già provate dalla crisi sanitaria, decise di aumentare senza limiti la sua produzione, potendo contare su una certa capacità produttiva inutilizzata. Ciò determinò un calo dei prezzi da circa 100 dollari al barile a 60 già alla fine del 2014.

Per tutto il 2015 la produzione araba, iraniana e irachena inondò i mercati, facendo calare ancora i prezzi. Lo scopo – indebolire le produzioni di shale Usa, non più remunerative a quei livelli di prezzo – fu raggiunto. I produttori americani rallentarono le estrazioni, anche se modestamente. E tuttavia il rallentamento dell’industria shale fu importante abbastanza da ripercuotersi su tutta l’economia Usa. Un fatto che dovremmo ricordare anche oggi, visto che il copione in qualche modo è simile. Gli economisti calcolano che il calo dello shale, nel 2015, produsse una minor crescita del pil di 0,3 punti nel 2015 e l’anno successivo.

Questa mini crisi servì ai produttori a lavorare sull’efficienza dei costi. L’industria conobbe un importante aumento della produttività. Al punto che nello spazio di un paio di anni la produzione tornò a salire.

Nel 2017 i contavano già 13,3 milioni di barili al giorno, per arrivare ai 17,2 milioni di barili di inizio 2019. All’inizio del 2020 la IEA stimava addirittura che si sarebbero toccati i 18,3 milioni di barili quest’anno. Poi, una vita fa, è arrivata la pandemia.

Ma prima del Covid, l’industria Usa aveva mostrato non solo una notevole resilienza, ma anche una preoccupante – per i concorrenti – capacità di erodere quote di mercato altrui. “Le industrie Usa hanno guadagnato a discapito degli altri”, notano gli economisti della Fed. E questo spiega meglio di mille parole perché siamo arrivati alla crisi dei prezzi del 2020.

Prima della pandemia le stime ipotizzavano, per il 2020, un aumento del consumo di petrolio di un milioni di barili al giorno. Per lo più domanda cinese. E il mercato si aspettava non solo l’incremento della produzione Usa, ma anche quello di Norvegia e Brasile. Dal canto suo all’Arabia Saudita non restava che tagliare la produzione – magari in accordo con altri produttori come la Russia – o ripetere l’esperimento del 2014.

Gli arabi, in (dis)accordo con i russi hanno fatto entrambe le cose, ma probabilmente è stato sottovalutato l’effetto distruttivo della pandemia, che nel 2014 non c’era.  L’IEA, rivedendo le sue stime, ipotizza che quest’anno la domanda di petrolio perderà oltre nove milioni di barili al giorno rispetto al 2019, pure se con una distribuzione non uniforme. Si va dai 29 milioni di barili in meno ad aprile, quando abbiamo assistito al crollo dei future arrivati a livelli negativi, fino ai 3 milioni in meno previsti per dicembre. Probabilmente la coda della crisi covid la sentiremo anche nel 2021, ma a meno di non immaginare ulteriori catastrofi, il settore tornerà lentamente verso i livelli di partenza di consumi.

Il problema è capire cosa sarà rimasto dell’industria petrolifera e di quella shale in particolare. L’Opec nelle settimane scorse ha accettato di tagliare la produzione di 9,7 milioni di barili nel breve termine, proprio per provare ad assorbire il calo di domanda. Ma i prezzi sono rimasti molto deboli e rendono difficile remunerare i costi di produzione.

Quanto allo shale Usa, sarà importante capire se il settore sarà capace di autoregolarsi – si stima che servirebbe una diminuzione di produzione di almeno 1,6 milioni di barili al giorno per incontrare la domanda – oppure no. E molto dipenderà ovviamente dallo stato di salute finanziario di queste aziende, molte delle quali rese fragili da debiti eccessivi.

Peraltro, secondo le stime della Fed, il settore dello shale Usa era già in perdita nel 2019, dopo aver finalmente raggiunto un utile nel 2018 per la prima volta dal 2014. E adesso le aziende Usa devono fare i conti con una capacità produttive notevole – un successo che oggi è un problema – e una domanda assai meno ricettiva. Con la complicazione che la domanda di petrolio è poco sensibile ai prezzi, almeno nel breve periodo.

Secondo una stima della Fed servirebbe un calo dei prezzi del 20% per assorbire un 1% in più di offerta. E se ricordiamo che dal 2017 in poi gli Usa hanno aggiunto circa il 3% alla produzione globale, si capisce bene quale sia l’ordine di complessità con cui devono fare i conti le aziende Usa, che dovranno fare costantemente i conti con la tentazione di espandere la produzione, pure se ai prezzi correnti, per provare a catturare qualche incasso e così facendo aggravare la sovrapproduzione.

Il mercato vede tutto questo e lo prezza, come si può dedurre osservando gli andamenti crescenti degli spread sui bond delle imprese shale. Questo mentre gli osservatori stimano perdite per almeno la metà delle compagnie del settore.

Prima o poi l’economia internazionale si rimetterà i piedi, ovviamente. E con essa le quotazioni del greggio, che è il carburante della globalizzazione. Il problema è capire cosa resterà in piedi dello shale Usa. E questo al momento non lo sa nessuno.