Cronicario. Assisto civicamente e pacatamente

Proverbio del 26 maggio Gli dei non aiutano chi non coglie le occasioni

Numero del giorno: 134.000.000 Fatturato perduto dalle librerie italiane nel lockdown

Assisto civicamente, e soprattutto pacatamente, all’intervista di uno dei tanti supercommissari che ci ha regalato la pandemia, che magnifica la nascita dell’industria nazionale delle mascherine, proprio mentre la Finanza sequestra una fabbrica che ne produceva contraffatte con la faccia dei supereroi, destinate ai bambini. Mica l’unico caso, peraltro. Poi dice che dal governo non arrivano mai buone idee per l’impresa.

Perciò mi preparo ad assistere civicamente, e soprattutto pacatamente, anche all’audizione del sovrammenzionato, divenuto celebre, per certe facezie sui liberisti da divano che gustano centrifugati, essendo lui probabile uomo che beve acqua di sorgente – ma calda – sulla  scomoda sedia di legno dei supercommissari.

Ci ripenso mentre assisto civicamente, e soprattutto pacatamente, anche all’annuncio del ministro del Tesoretto: a breve arriverà quello che tutti aspettiamo con ansia crescente: il piano del governo.

Ma che avete capito? Il piano economico per la ripresa: quello con gli investimenti, le semplificazioni, la sburocratizzazione, senza dimenticare ovviamente la riforma fiscale e il calo delle tasse!

Poiché sono sicuro che il piano del governo mi consentirà nello spazio di qualche mese di recuperare i 22 mila euro di ricchezza che secondo una nota associazione di commercianti ho perso – in quanto ivi residente – dal 2007 a oggi, assisto civicamente, e soprattutto pacatamente, anche alle dichiarazioni di un altro ministro che nota come la produzione di acciaio in Italia sia diminuita del 40% a fronte del 13% francese, che mi fa sorgere immediato il desiderio che lo stato entri nel capitale dell’Ilva per riaccendere gli altoforni alimentandoli con un bel po’ di debito pubblico:  glielo facciamo vedere noi, ai francesi. E infatti, subito dopo, il Nostro invoca “protezione commerciale per l’acciaio e sostegno per la siderurgia italiana”.

Nell’attesa che si compia la beata speranza del governo fac-totum, ormai seconda solo al coronacoso quanto a fissazione degli italiani, assisto civicamente, e soprattutto pacatamente, anche alla notizia che il governo vuole persone come me, che assistano civicamente e soprattutto pacatamente – col sorriso, mi raccomando – alla bisboccia degli adolescenti di tutte le età in fregola primaverile, ricordando che in tempi virali come il nostro, si guarda ma non si tocca, e pure da lontano.

E mi commuovo pensando che con questa trovata geniale il governo, per una volta, abbia pensato a quelli come me per dare una mano. Noi che assistiamo civicamente, e soprattutto pacatamente. Ridendo parecchio.

A domani.

Cancellare i debiti con l’inflazione: il 1946 di Carli ed Einaudi

Quando vi dicono, perciò, che basta cancellare i debiti del governo dal bilancio della banca centrale per liberarsene vi stanno dicendo che puntano sull’insolvenza della banca per generare una crisi di fiducia sulla valuta nella quale questi debiti sono denominati e preludere a una riforma monetaria.

Poiché certe affermazioni sono state fatte avendo in mente il bilancio della Bce, a meno di non pensare che chi le ha fatte non avesse la minima idea di quel che diceva, cosa assai plausibile ai giorni nostri, bisogna dedurne che il piano fosse quello di mettere in crisi la Bce per far naufragare l’unione monetaria, avendoci persino guadagnato un bel taglio di debiti, e così arrivare a una riforma monetaria ovviamente con un nuovo conio. Una bella favoletta.

Ma aldilà delle favolette, che rimangono nella testa di chi le racconta e di chi ci crede, bisogna capire che ci sono modi assai meno traumatici di cancellare i debiti, dei quali esistono diverse testimonianze storiche. Il più collaudato dei quali è senza dubbio l’inflazione.

L’inflazione distruggendo il valore della moneta, distrugge al tempo stesso il valore reale dei debiti che in quella moneta sono denominati. I governi lo sanno bene e la storia lo testimonia.

Perciò, prima di chiederci quanto sia fondata analiticamente la possibilità di ricorrere intenzionalmente (e in maniera alquanto spregiudicata) all’inflazione per abbattere i debiti, vale la pena concedersi un breve excursus storico ricordando l’ultima grave ondata inflazionistica che si abbatté sul nostro paese nel secondo dopoguerra. Argomento dibattutissimo sui quali sono stati versati i canonici fiumi di inchiostro.

Qui ci limitiamo a ricordare due testimonianze, quella di Guido Carli, affidata al suo memoriale “Cinquant’anni di vita italiana”, pubblicato da Laterza, e poi quella di Luigi Einaudi, che fu governatore della Banca d’Italia in quel 1946 quando la fiammata inflazionistica si manifestò in tutta la sua virulenza.

Dice Carli, dopo aver ricordato che “nella primavera del ’46 stava muovendo i primi passi quell’ondata inflazionistica che avrebbe bruciato in nove mesi quasi metà del valore della lira”: “La convinzione che Menichella (Donato Menichella, Dg di Bankitalia nel 1946 e successivamente governatore, ndr) aveva maturato è che Einaudi, prima dell’agosto del 1947, avesse lasciato deliberatamente correre il credito bancario, che andava a finanziare accaparramenti di merci, importazioni di beni di consumo e, ovviamente, aumento di prezzi. Contemporaneamente, Einaudi consentì che il Tesoro utilizzasse a piene mani lo strumento della monetizzazione del disavanzo, giustificata pubblicamente nelle Considerazioni finali del maggio 1947, nella quali fece il gioco delle domande retoriche, “avrebbe potuto il Governatore…?”. Einaudi favorì la galoppata dell’inflazione, perché era impossibile attuare una politica di spesa pubblica (non vi erano i fondi di Tesoreria) e perché egli non condivideva politiche keynesiane. Un’ondata di liquidità sospinse una ripresa economica, inflazionistica, e forse contribuì ad evitare la rivoluzione armata comunista. Einaudi sapeva di giocare col fuoco. Attuò quella politica per pochi mesi (..). L’inflazione fu lo strumento per far accendere gli spiriti vitali dell’economia (..). Questa situazione di caos primigenio consentì di polverizzare l’indebitamento che lo stato italiano si portava dietro. Poi all’improvviso Einaudi promosse un’azione di segno opposto, con strumenti distribuiti a tutti i livelli normativi (..). La fiammata inflazionistica si spense in pochi mesi, manifestando così la sua origine strettamente monetaria. Einaudi aveva fatto sfogare l’inflazione repressa per poi stroncarla con uno strumento di controllo quantitativo della moneta che avrebbe dovuto tenerla a bada per sempre”.

Alcune osservazioni e una precisazione. Le Considerazioni finali citate da Carli non sono del 1947 – quelle furono tenute da Menichella, visto che Einaudi era già stato nominato ministro del IV governo De Gasperi, pur conservando il ruolo di governatore di Bankitalia fino all’11 maggio del 1948. Le “domande retoriche” di cui parla Carli sono contenute nelle Considerazioni del 1946, le ultime tenute da Einaudi, che ancora oggi sono un documento storico di notevole interesse. Chiunque abbia dimestichezza con gli scritti di Einaudi, riconoscerà il piglio e la visione dell’economista piemontese.

La narrazione che fa Carli del fenomeno inflazionistico pilotato dalla banca centrale per favorire la riattivazione degli “animal spirits” e insieme la distruzione del debito, per quanto suggestiva lascia diversi punti interrogativi. Così come anche attribuire ad Einaudi non solo la capacità di creare inflazione, ma poi di domarla con atti legislativi di vario livello. Einaudi non avrebbe potuto fare questi atti legislativi nel 1946 perché non era al governo. Al governo arriverà solo nel maggio del 1947. Quindi non avrebbe potuto prima fare quello che fece dopo, e che ci racconta sommariamente questa cronologia pubblicata da Bankitalia.

Per farla semplice, fu nell’estate del ’47 che si mise mano al meccanismo della riserva obbligatoria, imponendo quindi limiti all’espansione creditizia. Già questo bastò a raffreddare l’inflazione. Quindi si agì sul versante fiscale imponendo limiti al finanziamento monetario dello stato che, nel maggio del ’48, fu limitato al 15% delle spese previste nel bilancio dello stato. Tutto ciò mentre si inseriva l’Italia nella comunità internazionale. Il famoso “vincolo esterno” tanto auspicato dallo stesso Carli.

La rappresentazione che fa Einaudi delle ragioni dell’inflazione del ’46 è molto diversa da quella che ne fa Carli. Non una deliberata volontà dell’istituto di emissione, ma il dover farsi carico, la Banca, di una serie di obblighi legati alle politiche economiche seguite dal governo in quel periodo, prime fra tutti il prezzo politico del pane, che portava con se il finanziamento delle scorte di materie prime (gli “ammassi”, nel linguaggio del tempo). Proprio il dover garantire prezzi politici, invece che economici, insieme ovviamente agli altri obblighi monetari imposti per legge alla banca (finanziamento del deficit del Tesoro, dell’ufficio cambi, degli obblighi con gli alleati), avrebbe condotto al notevole aumento della circolazione e quindi all’aumento dei prezzi.

Non a caso Einaudi traccia in chiusura di intervento il parallelo con un’altro grande periodo di difficoltà, di deficit del Tesoro e di inflazione: quello del primo dopoguerra. Il debito del Tesoro del 1919 era ingente quanto quello del 1946. E in entrambi i casi l’inflazione giocò a favore del governo e a sfavore dei creditori, compresi quelli che avevano riserve previdenziali. Visto che anche oggi non scherziamo, quanto a debiti, cosa impedisce che possa succedere di nuovo?

Per rispondere dobbiamo andare un po’ più a fondo.

(4/segue)

Puntata precedente: Cosa succede se la banca centrale cancella i debiti del governo?

Ultima puntata: L’inflazione mancante e la cancellazione dei debiti

Cronicario. Niente più insegnanti precari: solo studenti

Proverbio del 25 maggio L’uomo tranquillo guida l’universo

Numero del giorno: 11,6 Lavaggi quotidiani medi mani durante fase 1 in Italia

Qualora non abbiate compreso di vivere nel paese più bello del mondo, dove per giunta abitano le persone più belle del mondo, allora dovete assolutamente leggere l’ultima fatica dell’Istat sulla Fase 1. Vi do un assaggio.

Incredibile vero? Il fatto che l’89,5% di noi abbia recepito come “chiare” le indicazioni su come comportarsi, poi, la dice lunga sul fatto che siamo un paese di cervelloni che fa bene a nutrire le burocrazia che ha: se la merita.

E quindi anche la politica che abbiamo, ce la meritiamo. Difatti i politici fanno moltissimo per noi senza lesinare le loro energie, solitamente denominate in euro di spesa pubblica.

Avrete saputo, ad esempio, dell’ultima prodezza del governo, decisa dopo la solita riunione notturna, che assumerà 32 mila precari della scuola – ma dopo l’estate eh – addirittura pretendendo una prova scritta al posto del paventato test a crocette. Perché, come ha detto la ministra, Rossetta Rossa, “vogliamo ridurre il precariato garantendo il merito”.

Questo mentre, dopo aver tenuto qualche milione di discenti dentro casa, il governo non ci ha ancora fatto capire come la scuola riaprirà a settembre. Sono gli studenti i nuovi precari della scuola? Io non l’ho capito. Ma sono sicuro che l’89,5% dei miei connazionali sì.

A domani.

La globalizzazione emergente. Sulle rotte del petrolio

Il mercato del petrolio è un’ottima cartina tornasole del grado di globalizzazione. Le ragioni sono svariate, ma basta ricordare i prodotti che derivano dal greggio. Ne elenchiamo alcuni: plastica, asfalto, gasolio, benzina, gas petrolio liquefatto (gpl), oli combustibili, cherosene, paraffina, catrame, zolfo, propano e vari prodotti per l’industria petrolchimica, fino ai fertilizzanti. Prodotti alla base della nostra economia.

Questi derivati del petrolio alimentano – letteralmente – i mezzi di trasporto che viaggiano attorno al globo, generando il traffico globale dei beni che si articola lungo un sistema complesso di infrastrutture. In quanto vettore energetico e materia prima, il petrolio partecipa intensivamente ed estensivamente a tutti i settori economici: primario, secondario e terziario.

Pandemia e petrolio

Osservandole da questa angolatura, le cronache che arrivano dal mondo del petrolio assumono un significato diverso. Al di là dell’impatto economico di fatti come quello accaduto il 20 aprile, quando per la prima volta nella storia un contratto future è sprofondato in territorio negativo, bisogna soffermarsi sulle conseguenze politiche del crollo del prezzo del greggio. Se la crisi sanitaria danneggiasse seriamente l’industria petrolifera danneggerebbe in egual misura l’economia internazionale. Per dirla altrimenti: non ci sarà de-globalizzazione finché il petrolio verrà estratto, venduto, distribuito e raffinato. Il petrolio è il carburante della globalizzazione. Il fatto che sia comprato e venduto in dollari definisce anche la marca statunitense della nostra globalizzazione.

Perciò, in piena pandemia, è necessario osservare l’industria petrolifera, che significa produzione, raffinazione e distribuzione, con un’attenzione diversa da quella che le si riserva di solito. Non semplicemente per le sue dinamiche microeconomiche, che sono sicuramente importanti, ma per quelle macro. Se suona probabilmente esagerata l’affermazione che nulla sarà più come prima – Goldman Sachs ha previsto un barile sopra i 50 dollari già l’anno prossimo – sono possibili riallineamenti all’interno dell’industria, che molto facilmente possono generare esiti politici, visto che molti governi vi partecipano.

Per farsi un’idea come i prezzi abbiano impattato sul settore è sufficiente leggere i dati della International Energy Agency (IEA) sulla raffinazione.

 

Il refinery run (RR) degli impianti americani, un indicatore che misura il livello di impiego delle raffinerie e quindi indirettamente la domanda di greggio, è diminuito fino a 12,8 milioni di barili al giorno nel fine settimana del 17 aprile, ossia pochi giorni prima che il future sul WTI, che è il petrolio texano, arrivasse in territorio negativo. Una settimana dopo il RR è arrivato a 13,2 milioni di barili, ma ancora il 21% sotto il livello medio degli ultimi cinque anni.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito di Aspenia on Line. Il testo completo è disponibile qui.

Cronicario. Fase 2: Los bandidos (senza mascherina)

Proverbio del 22 maggio Se prendi più di quello che ti serve stai rubando a un altro

Numero del giorno: 152 Tipo di mascherine approvate dall’Inail

Aveva ragione chi diceva che il virus avrebbe cambiato tutto. Ormai per strada circolano solo tizi a volto coperto che ai vecchi tempi ci avrebbero spaventati a morte.

E invece capita che si spaventano a morte loro perché magari giri tu a volto scoperto.

E le guardie? Come fanno a distinguere i malintenzionati? E soprattutto come li riconoscono?

Queste difficoltà, tipiche da fase 2 di una pandemia, sono comunque poca cosa rispetto all’evidenza che tutto sta lentamente tornando alla normalità. Per dire: oggi hanno sequestrato non so quante mila mascherine irregolari perché i soliti banditi – immagino senza mascherina – volevano spacciarle impunemente malgrado fossero fuori norma. Si leggono di sequestri di mascherine e visiere in tutta Italia, come una volta si leggeva dei sequestri di botti e petardi sotto Natale.

La cosa più sorprendente, che davvero non mi spiego, è come mai malgrado il supercommissario coi poteri assoluti del governo, solo il 45 dei negozi venda le mascherine a prezzo calmierato. Ah, non si trovano nemmeno i guanti.

Il tutto mentre una volenterosa associazione calcola che le dotazioni introvabili costino in media 75 euro al mese a ogni famiglia.

E’ chiaro che la Fase 2 va a gonfie vele.

Buon week end.

Cartolina. Il Sovranovirus

Tante crisi sono passate sotto i ponti dei bilanci bancari, oggi più che mai divenuti ricovero dei nostri bond pubblici. Il tanto temuto e vituperato abbraccio fra banche e titoli di stato, conosce la sua ennesima primavera in questo marzo 2020, quando torna a sfiorare i 400 miliardi, quasi 300 dei quali in Btp, il doppio di vent’anni fa. Torniamo così al livello degli anni più bui della crisi dell’euro, quando il soccorso bancario al debito pubblico fu inevitabile, e agli anni che seguirono, con le banche che iniziano a disfarsi di questa montagna di bond fino ad arrivare agli inizi del 2018, quando arrivò il governo del cambiamento, che in effetti cambiò anche questa tendenza. Le banche dovettero farsi carico dell’ennesima crisi dello spread. E poi il coronavirus, ovviamente. Ma le banche il loro personalissimo virus l’avevano già in pancia. Quello sovrano.

Cronicario. Il Boom del Tesoro Poliennale

Proverbio del 21 maggio Dove fa l’ago va anche il filo

Numero del giorno: 5.000.000.000 Numero di persone contagiate dal Covid nel mondo

Altro che Buono del Tesoro Poliennale. Con la fila di oggi degli investitori istituzionali, che volevano comprare ben 18 di BTP Italia – ma il governo tirchio com’è ne ha venduti solo 8 – la quattro giorni del piazzamento del Debito Patriottico ha chiuso a 22 miliardi sottoscritti da famiglie e investitori professionali.

Per celebrare il nuovo Boom del Tesoro Poliennale si è scomodato uno dei tanti geni che tengono il moccolo al governo, sottolineando che questi 22 miliardoni, che serviranno a pagare la spesa sanitaria, “rappresentano non solo un record per questo strumento, ma provano la fiducia dei risparmiatori italiani e dimostrano al mercato che il paese crede in se stesso e nelle proprie possibilità di ripresa”.

Certo, la fiducia è importante. Ma forse – forse – un pochino – un pochino – anche il fatto che il titolo abbia un rendimento minimo dell’1,4 su quinquennale – quando il decennale rende poco di più – e per giunta sia collegato all’inflazione, abbia dentro un piccolo premio fedeltà dell’8 per mille (che fa tanto beneficenza), una spruzzatina di commissioni bancarie azzerate e un odore di tassazione agevolata al 12,5%.

Bastava pagare bene, per farci tornare patriottici. E pure felici.

A domani.

Lo Smart Working divide et impera sul mercato del lavoro

Il dibattito sullo smart working, aldilà di certe posizioni vagamente surreali – si pensi a chi chiede che ai lavoratori casalinghi sia ripagata anche la luce – merita sicuramente un approfondimento visto che, aldilà delle circostanze pandemiche, ha elementi di sicuro interesse in un mondo afflitto da timori di riscaldamento globale e ricco abbastanza da questionare alcuni punti fissi dell’attuale organizzazione sociale. Fra i quali quello che la prestazione lavorativa si debba svolgere nel luogo deciso dal datore di lavoro.

Sorvoliamo sui tanti lati positivi che porta con sé il lavorare da casa – uno per tutti: risparmio di tempo e denaro per gli spostamenti – e anche su quelli negativi – ad esempio un perenne distanziamento sociale che può rivelarsi pernicioso così come lo sfumarsi del confine fra vita professionale e vita privata – limitiamoci a una semplice domanda: quante persone possono realmente fare smart working allo stato attuale della nostra tecnologia e del nostro mercato del lavoro?

Una prima risposta possiamo trovarla in una breve pubblicazione proposta dal NBER che quantifica empiricamente la percentuale di lavori che si possono “remotizzare” presso la propria abitazione. Lo studio è focalizzato sugli Usa, ma può essere utile anche per il lettore italiano: parliamo comunque di un’economia avanzata per certi versi molto simile alla nostra, almeno quanto a organizzazione e dotazione tecnologica.

I risultati, ovviamente, sono frutto di stime, che a loro volta si fondano su osservazioni campionarie basate su interviste e con varie premesse di metodo. Quindi vanno considerati come indicatori di tendenze più che come dati. Ma in ogni caso se ne traggono alcune informazioni utili a farsi un’idea appena più concreta della percezione assai diffusa che lavorare a casa sia la panacea di tutti i mali dell’economia moderna.

Un esempio servirà a chiarire. In aggregato, spiegano gli economisti, la classificazione dei lavori utilizzata dallo studio arriva alla conclusione che il 34 per cento dei lavori statunitensi può “plausibilmente essere svolto a casa”. In quel plausibile si annidano molti distinguo. Ad esempio quello secondo il quale, per convenzione, gli economisti ipotizzano nello studio che l’82 per cento degli 8,8 milioni di insegnanti americani siano capaci di lavorare da casa.  Suona plausibile “dato il grande numero di scuole che correntemente utilizzano l’apprendimento da remoto”. Se questa premessa venisse meno, la percentuale aggregata si dovrebbe ridurre di un notevole 5 per cento.

Questo serve anche ad avere un’idea del peso specifico dell’istruzione non solo nel mercato del lavoro, ma anche sul totale degli spostamenti. Smart working per i docenti, infatti, implica altresì che i discenti studino a casa. E questo porta con sé che anche molti genitori debbano diventare lavoratori casalinghi, perché non tutti possono lasciare i figli da soli. Detto altrimenti, lavorare a casa porta con sé, in molti casi, che anche la fruizione dei servizi sia “remotizzata”.

Se torniamo al nostro studio, scopriamo anche altre cose. L’American Time Use Survey del 2018, citata nella ricerca, mostra che meno di un quarto dei lavoratori a tempo pieno lavora a casa in un giorno medio e anche questi pochi trascorrono tipicamente in casa meno della metà del loro tempo lavorativo.

Ciò può significare varie cose. Ad esempio che la tipologia dei lavori svolti richiede comunque di trascorrere del tempo fuori casa, il che toglierebbe argomenti a chi giudica lo smart working un modo per allentare le pressioni sul traffico. Oppure che lo smart working sia un modo che giova meglio al lavoratore per unire l’utile (il lavoro da casa) al dilettevole (migliore gestione del tempo per gli affari privati). O, ancora, che lo smart working migliori la produttività del lavoro, e quindi serva meno tempo (in casa) per fare le stesse cose che si fanno al lavoro.

Un’altra informazione utile: i candidati allo smart working – il nostro 34 per cento del totale – “tipicamente guadagna di più”. Esprime infatti il 44 per cento del monte salari. Si tratta quindi, in larga parte, dei rappresentanti di quella che, in un vecchio libro di tanti anni fa, l’economista John Galbraith chiamava “La società opulenta”. E ovviamente questo implica che nelle aree più ricche del paese la percentuale degli smart worker sia più elevata. A San Francisco, per fare un esempio, oltre il 40 per cento dei lavori potrebbe essere svolto da casa, mentre a Las Vegas, famosa per i casinò, si scende sotto il 30 per cento.

Anche la tipologia dei settori più spendibili per la remotizzazione conferma l’identikit “affluente” del potenziale lavoratore casalingo: finanza, management, professioni e lavoro scientifico. Al contrario rimangono fortemente legati al luogo di lavoro lavori meno remunerativi come quelli in agricoltura, commercio, ristorazione, eccetera.

Questo ci conduce a un’altra considerazione. La possibilità di lavorare a casa molto facilmente può finire con l’essere considerata come un privilegio, non solo per chi ne fruisce, ma anche per i datori di lavoro, che quindi si aspetteranno dei corrispettivi, almeno in termini di produttività e di impegno. Ma anche i non smart worker, che si vedono “costretti” ad andare al lavoro, vedrebbero come privilegiati i lavoratori casalinghi.

Insomma, lo smart working, si sarebbe detto una volta, è un privilegio di classe, visto che ha a che fare con il livello di istruzione e quindi con il livello di reddito che certi lavori garantiscono. Di conseguenza un’adozione su larga scala di queste pratiche provocherebbe una profonda differenziazione all’interno del mercato del lavoro. E un mercato diviso è certamente più facile da gestire.

Cronicario. Btp Italia? Recovery (very very much) Fund

Proverbio del 20 maggio Difficile evitare la freccia di un amico

Numero del giorno 240.000.000.000 Valore richieste moratorie sui prestiti in Italia

Sono davvero fiero dei miei connazionali. E’ bastato un rendimento minimo dell’1,4 su quinquennale – quando il decennale rende poco di più – e per giunta collegato all’inflazione, con dentro un piccolo premio fedeltà dell’8 per mille (che fa tanto beneficenza) una spruzzatina di commissioni bancarie azzerate e un odore di tassazione agevolata al 12,5%, ed ecco confezionato il perfetto cocktail patriottico: il nuovo BTP Italia per l’emergenza Covid.

Infatti sta vendendosi alla grande. Dieci miliardi in due giorni, mica bruscolini. Ai geni che applaudono ai nuovi patrioti conquistati a carissimo prezzo – al cuore non si comanda, ma al portafoglio sì – vorrei chiedere se davvero conviene pagare questi tassi ai nostri concittadini danarosi, oppure versare lo zeroqualcosa di interessi a babbo morto per il famigerato MES, che serve sempre per le spese sanitarie. Ma conosco già la risposta.

E sono persino sicuro che gli stessi geni avranno da ridire se mai l’Ue riuscirà a mettersi d’accordo per varare ‘sti benedetti fondi comuni per l’emergenza sanitaria, che dovranno essere restituiti, ma sempre in minor quota rispetto a quanto potremmo chiederne, visto che abbiamo la disgrazia di essere i più fortunati beneficiati dal coronacoso. Ma anche qui, non mi faccio illusioni.

Perché sia chiaro: noi dall’Europa accettiamo solo regali, e non dobbiamo neanche ringraziare. Non ci provassero neanche a chiederci i soldi indietro e a ficcare il naso su come spenderli. E soprattutto, non stiano a contare gli spiccioli. Va bene i fondi Recovery, purché, oltre ad essere gratis, siano very very much. Come i tassi del Btp Italia.

A domani.

Cosa succede se la banca centrale cancella i debiti del governo?

Abbiamo visto che in questi anni e fino a oggi le banche centrali stanno cumulando titoli di stato (ma non solo) nel loro bilancio, alimentando le riserve delle banche dalle quali comprano questi asset. Da un punto di vista tecnico pure se aumenta la base monetaria – le riserve bancarie ne fanno parte insieme con le banconote -, e quindi la quantità di credito in circolazione – teoricamente le banche dovrebbero prestare sulla base di queste riserve – rimane integro il debito del governo, che infatti ci paga sopra gli interessi che le banche centrali girano al Tesoro.

Poiché questi titoli in scadenza vengono quasi sempre reinvestiti in nuovi titoli di stato, – una specie di roll over permanente – molti hanno considerato due cose tecnicamente molto diverse – acquisti di titoli pubblici dalle banche con roll over dello scaduto – come qualcosa di assimilabile alla monetizzazione. Ovvero il finanziamento monetario del deficit del Tesoro. Da cui l’idea, più volta emersa, che basterebbe cancellare dal bilancio della banca centrale i titoli di stato per far sparire con un colpo di bacchetta magica i debiti del governo e di conseguenza tutti i nostri problemi.

Ma è davvero così?

Proviamo a guardare un po’ più in profondità. Ricorderete che non solo le banche ma anche il Tesoro ha un conto presso la banca centrale. Tecnicamente il finanziamento monetario del deficit del governo può avvenire incrementando i saldi del conto del governo. Ma in ogni caso tale creazione di moneta deve essere “bilanciata” dall’assorbimento di titoli di stato fra gli attivi della banca centrale, per non generare un passivo di banca centrale (equivalente alle maggiori disponibilità del Tesoro) non coperto.

Qualcosa di simile lo ha fatto la BoE nel 2008 e anche oggi lo sta facendo perché le esigenze di liquidità del Tesoro possono essere incompatibili – trattandosi di periodi di urgenze – con le normali procedure di asta. Si tratta di uno strumento che molti, equivocando, hanno assimilato a monetizzazione. Cosa che invece non è. Si tratta invece di uno strumento di gestione della liquidità. Altre leggende metropolitane su acquisti di titoli sul mercato primario agitano i sogni di tanti sovranisti monetari, ma qui non ci interessa approfondire.

Quel che invece bisogna chiedersi, provando persino a immaginare una risposta, è cosa succederebbe al bilancio di una banca centrale se decidesse di cancellare gli asset – ossia i titoli di stato – che bilanciano il suo passivo, quindi riserve bancarie e banconote.

Poiché i titoli di stato sono un credito della banca centrale, proprio come sono un debito le riserve bancarie, se dei crediti venissero cancellati, la Banca avrebbe un danno economico che avrebbe effetti sia a livello di patrimonio che di reddito. In sostanza subirebbe una perdita.

Se a livello di reddito questo implicherebbe che potrebbe non trasferire più, in tutto o in parte, profitti al governo, ammesso che non finisca col generare perdite, bisogna capire cosa succederebbe a livello patrimoniale, visto che non esiste alcuna legge fallimentare che concepisca una procedura concorsuale per una banca centrale. Detto altrimenti: le banche centrali non è previsto che possano fallire, visto che incorporano per definizione, con buona pace dei tanti che dicono che sono entità private, la garanzia pubblica.

E qui veniamo al punto. Se una banca centrale cancella 200 miliardi di titoli del governo dal suo bilancio – la nostra Bankitalia in conseguenza del QE ne ha in bilancio oltre 300 – succederà che il suo bilancio esibirà una diminuzione patrimoniale dello stesso livello. Quali sono le conseguenze?

La prima è che la cancellazione del debito del governo toglie a quest’ultimo sia il dovere di pagare gli interessi sui suoi debiti, sia quello di restituire la somma a scadenza. Quindi in sostanza genera un notevole allentamento fiscale, sicuramente euforizzante, sia per i politici che per i cittadini. Il famoso pasto gratis, insomma, che tanti appetiti suscita.

Rimane il problema della banca centrale. Quest’ultima si trova sostanzialmente a dover garantire una quantità di debiti, che sono (semplificando) riserve bancarie e banconote, senza avere asset corrispondenti. Una banca normale sarebbe insolvente. Ma una banca centrale, lo abbiamo detto, non può fallire. O almeno non nel modo in cui falliscono le banche normali. Cosa potrebbe succedere quindi?

Escludiamo la risposta più logica, ossia che il governo copra il buco con l’emissione di nuovo debito: sarebbe la fine del sogno. Quindi, a fronte di un calo di crediti rilevante, la banca ha solo due possibilità: diminuire i debiti o trovare il modo di aumentare i crediti.

Diminuire i debiti significa sottrarre risorse all’economia visto che i debiti della banca centrale sono banconote e riserve bancarie. Quindi per ritrovare l’equilibrio di bilancio la banca dovrebbe diminuire dell’importo dei crediti cancellati le riserve bancarie, provocando di fatto una stretta creditizia uguale e contraria all’allentamento fiscale generato con la cancellazione dei debiti del governo. Sempre perché i pasti gratis, purtroppo, non esistono.

In alternativa, la banca dovrebbe a trovare il modo di incrementare i suoi asset, ma non può farlo emettendo nuova moneta, visto finirebbe con l’aumentare dello stesso importo i debiti. Quali sono le alternative?

Per dirla con le parole di Ricardo Reis, che al tema ha dedicato un interessante paper “se la banca centrale pianifica di utilizzare più risorse rispetto a quelle che ha a disposizione, sarà insolvente. Proprio come accade a un consumatore, per la banca centrale questa insolvenza si rifletterà nel tentativo di eseguire uno schema Ponzi”. Ossia alimentare con entrate di provenienza esterna il pagamento dei debiti che intanto ha contratto con il sistema interno. Che va avanti finché qualcuno non vede il bluff.

E trattandosi di bluff evidente, visto che i mercati saprebbero subito tutto, c’è da scommettere che pochi presterebbero denaro a una banca centrale palesemente insolvente, a fronte peraltro del fatto che neanche il governo di quel paese è intenzionato a indebitarsi per sostenere il suo istituto.

Ed ecco che emerge l’autentico fallimento che rischia una banca centrale: quello della fiducia. E siccome i debiti di una banca centrale sono le banconote e le riserve bancarie, questa fiducia finisce con l’insediare non solo la moneta, ma anche il sistema finanziario.

In sostanza “insolvenza quindi significa che riserve e valuta denominate nella vecchia unità di conto diventano senza valore. Quindi che c’è iperinflazione e/o riforma monetaria”. Notate bene che le due cose (iperinflazione e riforma monetaria) non si escludono, ma di solito vanno a braccetto.

“L’insolvenza di una banca centrale, quindi, non è solo teoricamente possibile: è anche frequente nella pratica in tutto il mondo, come attestano le molteplici riforme valutarie che hanno avuto luogo”, conclude Reis.

Tenetelo a mente quando vi dicono che basta un tratto di penna per cancellare i nostri debiti/problemi. Soprattutto perché vi stanno dicendo altro.

(3/segue)

Puntata precedente: La sottile linea rossa della monetizzazione

Puntata successiva: Cancellare i debiti con l’inflazione: il 1946 di Carli ed Einaudi