Il Grande Gioco della Undernet africana

Se non fossimo distratti dai rumorosi fronti di guerra che allignano per ogni dove, trovandoci per giunta al centro di una pandemia sanitaria che ne ha generato anche una informativa, forse tutti noi avremmo dedicato maggiore attenzione a quello che sta succedendo attorno all’Africa, terra da sempre al centro di svariati appetiti e per ciò stesso pretesto per generarne di nuovi mano a mano che il progresso li renda possibili, oltre che necessari.

Per meglio dire, avremmo prestato maggiore attenzione a quello che sta succedendo sotto i mari dell’Africa dove lentamente si stanno tessendo alleanze e generando corposi investimenti per dotare il continente di ciò che oggi appare assolutamente necessario: una rete di cavi sottomarini capace di collegare in maniera efficiente questa terra al resto del mondo che ieri come oggi ha bisogno dell’Africa.

Il continente nero è stato sempre al centro dei traffici internazionali, come ben sa chi frequenta la storia, e non solo per le sue infinite risorse naturali, ma soprattutto per il suo ruolo di interposizione fra le Americhe e le Asie, con l’Europa a troneggiare in cima, come una corona ormai fuorimoda. L’Africa è letteralmente al centro del mondo, come può osservare chiunque svolga una planisfero.

Perciò nulla di strano che negli abissi africani si muovano notevoli interessi che disegnano l’intrico dell’Undernet che sarà e dei quali solo di recente le cronache hanno iniziato a disegnare la fisionomia. A volte sorprendente.

E’ il caso, ad esempio, dell’annuncio del consorzio che ha presentato 2Africa, un progetto molto ambizioso che si propone di circumnavigare il continente dotandolo di una rete di bel 37 mila chilometri di cavi.

La rete dovrebbe essere attiva fra il 2023 e il 2024. Ma l’aspetto interessante è che nel consorzio che ha dato vita all’iniziativa convivono giganti del calibro di Facebook e China Mobile International. A dispetto dei capricci dell’amministrazione Trump, e di certe dichiarazioni del suo Ceo, Facebook ha tutto l’interesse a collaborare con la Cina che sull’Africa ha investito moltissimo.

La presentazione di 2Africa arriva un anno dopo l’annuncio di Google, uno dei più attivi “posatori” di cavi sottomarini degli ultimi anni, del lancio di un nuovo cavo sottomarino, Equiano, per connettere il Portogallo a Cape Town. Come ai tempi della scoperta della rotte atlantiche, il Portogallo diventa nuovamente il terminale della connettività con l’Africa.

Questo investimento, che dovrebbe condurre nel 2021 all’accensione del cavo, è destinato ad aumentare notevolmente la potenza della rete sottomarina di Google, che ormai è uno dei principali protagonisti di questo mercato.

Ma soprattutto la competizione fra i due giganti della rete attorno all’Africa si inserisce in un panorama già affollato che rende il Grande Gioco della Undernet africana un altro campo interessante da osservare per capire come si configurerà il traffico dati – che significa potere e influenza – fra il Sud Atlantico e l’Oceano Indiano.

Se guardiamo agli altri attori di cavi sottomarini che hanno a che fare in qualche modo con l’Africa, possiamo farci un’idea ancora più chiara delle caratteristiche di questo gioco.

Il cavo Ellalink collega l’Africa occidentale con la penisola Iberica e la costa orientale dell’America Latina.

Il cavo è gestito da una società indipendente che ha come principale azionista il Marguerite Fund, un’entità che ha alle spalle la l’Unione europea.

Il cavo Dare1 circonda il Corno d’Africa unendo Gibuti a Mombasa.

L’idea del cavo è venuta all’azienda di telecomunicazione di Gibuti, piccolo stato africano al centro di infinite influenze geopolitiche ed economiche. Il cavo è posseduto da un consorzio di telco dell’Africa orientale.

Il cavo Peace lo abbiamo già incontrato. Nel 2017 la Huawei ha firmato con altri soggetti un accordo per costruire la Pakistan East Africa Cable Express, che oltre ad essere un acronimo assai ammiccante (PEACE) si propone di stendere un cavo dal Pakistan al Kenya passando, ancora una volta, per Gibuti.

In sostanza si tratta di un collegamento fra Africa e Asia lungo le vie della Seta sponsorizzate dai cinesi, con l’ammiccamento europeo. Il cavo infatti ha come terminale europeo la Francia. Oltre a sembrare il perfetto complemento del cavo Equiano di Google.

Sicché abbiamo la Cina che penetra in Africa da Oriente, gli Usa, tramite le sue corporation, da Occidente, e l’Europa, democristianamente a metà, dalla cima. Ieri come oggi l’Africa è circondata. E non potrebbe essere diversamente, essendo il centro del mondo.

 

L’irresistibile ascesa del capitalismo di stato

La crescente invadenza dei governi dei paesi avanzati nell’economia, motivata con le urgenze della pandemia, aggiunge un notevole slancio a una tendenza già molto diffusa ormai da diversi anni: l’importanza, nel capitalismo globale, delle imprese a capitale pubblico.

Il Fmi ne ha fatto oggetto di un capitolo del suo ultimo Fiscal monitor, che fornisce diversi aggiornamenti utili per capire come il capitalismo di stato, assai diffuso nei paesi emergenti, sia ormai un protagonista di peso dell’economia internazionale. Al punto che ormai anche i paesi avanzati guardano a questo modello con crescente interesse.

Oggi la scusa è la pandemia. Domani sarà un’altra. Ma il fatto è assai più semplice: anche i governi dell’Occidente avanzato subiscono sempre più la seduzione di aumentare il controllo sull’economia.

La tendenza, dicevamo, è già evidente da molto tempo. Nell’ultimo decennio, scrive il Fmi, le imprese possedute dallo stato (state-owned enterprises, SOEs) “hanno raddoppiato la loro importanza fra le grandi multinazionali”. Queste entità cumulano asset per 45 trilioni che rappresentano il 20% del totale del settore.  E anche se è vero che gran parte di questa crescita è dovuto allo sviluppo della Cina, è altrettanto vero che queste imprese “sono presenti virtualmente in ogni paese, ad esempio in Germania, in Italia e in Russia”.

Le SOEs sono nella gran parte dei casi uno strumento dei governi per garantire alcuni servizi anche essenziali. Ma presi nella loro interezza mostrano la tendenza a performare meno rispetto al settore privato. Il Fmi ha osservato un campione di un milione di aziende a capitale pubblico diffuse in 109 paesi e ha notato che queste compagnie sono meno produttive rispetto ai privati con conseguenze che possono finire con l’impattare sulla crescita economica, che risulta meno brillante di quello che potrebbe.

A ciò si aggiunga che in molti paesi emergenti ad alto debito pubblico, dove le SOEs sono state utilizzate per promuovere l’occupazione e la crescita del credito, queste entità sono spesso banche che detengono massicciamente debito pubblico (vi ricorda qualcosa?) e spesso vengono utilizzate per aggirare i vincoli fiscali di bilancio.

Come si vede dal grafico sopra, le banche pubbliche giocano un ruolo importante anche in molti paesi avanzati. E non è certo un caso. Sono proprio le SOEs a vocazione finanziaria ad avere una quota importante di asset.

Perché sarà pure di Stato. Ma rimane sempre capitalismo.

 

Cronicario. I debiti sono clinicamente scomparsi

Proverbio dell’1 giugno Lavora col sole che sorge, riposa al tramonto

Numero del giorno: 4.000 Arresti negli Usa per le proteste su caso Minneapolis

L’avete sentito quel genio che dice che il coronacoso è clinicamente scomparso no? Certo che l’avete sentito, perché anche voi come me e come il resto del del mondo non vede l’ora di sentire una roba del genere per triturare la mascherina fra i rifiuti speciali e recuperare finalmente un respirazione normale quando va a comprare il pane.

Ora il genio oggi ha precisato che lui non voleva mica dire, come hanno fatto credere, che il virus è scomparso, visto che il mondo continua a contagiarsi, ma che, appunto, è “clinicamente” scomparso. Forse perché nella sua clinica non ne arrivano più, col coronacoso.

Che è come dire che siccome l’Ue ha deciso di darci un sacco di sordi

improvvisamente tutti i debiti che abbiamo scompaiono. Cioé: ci sono sempre, ma scompaiono. Clinicamente.

Buon ponte.

 

L’inflazione mancante e la cancellazione dei debiti

Nella storia, e ne abbiamo visto un esempio che ci riguarda da vicino, molto spesso l’inflazione è stata la soluzione più o meno voluta per arrivare a una sostanziale cancellazione di debiti, che significa anche distruzione dei crediti e della ricchezza di chi li deteneva. Una lezione tutt’altro che dimenticata.

Al contrario: l’idea che serve un’inflazione moderata, giudicata persino indice di buona salute economica, è alla base delle politiche di molte banche centrali. Anzi è la ragione di molte delle politiche straordinarie che hanno caratterizzato gli inizio del nuovo secolo, iniziando in Giappone e via via diffondendosi in tutto il mondo.

Il fatto che malgrado i dichiarati intenti e un ventennio buono di tentativi il target di inflazione per le principali economie sia stato tutt’altro che raggiunto ci dovrebbe servire a capire quanto ampio sia il mare che separa il dire e il fare nelle cose economiche. Specie quando si ha a che fare con un meccanismo – l’inflazione – che è tanto osservato e documentato quanto poco compreso.

Proviamo a farci una domanda semplice: perché l’inflazione non riesce a recuperare un livello giudicato soddisfacente nei paesi avanzati? Rispondere è molto difficile. Qualche tempo fa Claudio Borio, capo del dipartimento monetario delle Bis, disse senza troppi imbarazzi che quello dell‘inflazione mancante era uno dei puzzle meno compresi della nostra contemporaneità, e a ragione. Non che manchino le ipotesi, ovviamente. Dalla globalizzazione, che ha dilatato la capacità produttiva, alla tecnologia che ha ridotto molti costi, fino all’invecchiamento della popolazione, che ha pesato sul livello complessivo di domanda. E mille altre ancora.

Ciò che conta è che oggi, a differenza di non più tardi di quattro decenni fa, l’inflazione è un fantasma che tutti evocano senza che nessuno abbia la capacità di rendere reale. Almeno nelle economie più avanzate, che poi sono le stesse che devono fare i conti con livelli crescenti di indebitamento privato e pubblico. Non a caso alcuni hanno iniziato a chiedersi se non sia proprio questo livello eccessivo di debiti, che ha incoraggiato le banche centrali ad allentare le politiche monetarie per renderlo sostenibile, a divenire il fardello che impedisce alle stesse banche centrali di ottemperare al loro mandato.

Si fa strada perciò l’ipotesi che le banche centrali siamo rimaste vittime del loro successo. Ossia del paradigma indipendenza+target di inflazione che trova nella Bce il suo compimento meglio riuscito, essendo una banca centrale talmente indipendente da non avere neanche un Tesoro alle spalle che possa questionare questa indipendenza. Tanto è vero che oggi a sollevare dubbi sul suo operato non è un governo, ma la Corte costituzionale tedesca.

Diciamolo diversamente: oggi una banca centrale potrebbe davvero, se lo volesse, usare l’inflazione per cancellare i debiti senza sostanzialmente suicidarsi? Questa domanda ne presuppone un’altra: il fenomeno dell’inflazione ha a che fare con l’organizzazione istituzionale del sistema economico o è un fatto puramente monetario, come diceva Friedman? Nel primo caso la banca centrale sarebbe impedita nel raggiungimento di un’inflazione efficace dalla sua stessa conformazione. Nel secondo no.

Sarebbe vagamente megalomane provare a rispondere. Qui, al più, possiamo proporre alcuni elementi di riflessione prendendo spunto dalla corposa letteratura prodotta dagli specialisti. Fra i tanti contributi, vale la pena segnalare quello pubblicato da alcuni economisti alcuni anni fa, dal titolo più che indicativo ai nostri fini: “Inflating Away the Public Debt? An Empirical Assessment”.

Un più alto target di inflazione, ossia uno dei suggerimenti di policy che molti economisti rivolgono da anni alle banche centrali, “ha alcuni benefici e uno dei più celebrati è quello di erodere il valore del debito”. Ma c’è una ma. “Mentre nei secoli e fra i paesi, un modo comune utilizzato dai sovrani per pagare il debito pubblico elevato è stato utilizzando un più alto livello di inflazione o addirittura l’iper-inflazione, raramente questo è venuto senza un consolidamento parziale o totale, repressione finanziaria e parziale default”. Ciò per dire che come non esistono pasti gratis, non esistono soluzioni al problema del debito che non siano traumatiche. E questo è meglio ricordarlo.

E tuttavia “l’efficacia di un’inflazione più elevata per alleviare il peso fiscale di un paese e una questione empirica aperta”, che diventa persino attuale considerando che – il paper è del 2014 – già allora il debito pubblico Usa aveva superato, in rapporto al pil, il livello del 1947. “Potrebbe un’inflazione più elevata essere un modo efficace per ripagarlo?”. Considerando l’acqua (e il debito) trascorso sotto i ponti negli ultimi sei anni, la domanda si rivela vieppiù attuale, malgrado i calcoli fatti allora non lo siano più oggi.

In particolare gli economisti avevano stimato quanto un innalzamento permanente dell’inflazione dell’1% avrebbe contributo ad abbattere il debito pubblico Usa, al 101% del pil nel 2012, con l’ipotesi che fosse tutto in mani private. Una prima risposta, che stima il calo nell’ordine del 5,5%, veniva giudicata inaccurata per la semplice ragione che non tutto il debito è in mani private e soprattutto non aveva tutta la stessa maturità o le stesse condizioni. Alcuni titoli, ad esempio, sono indicizzati all’inflazione. Per cui un aumento del quest’ultima è sostanzialmente neutro.

C’è un’altra circostanza che bisogna tenere in mente. Se fosse possibile possibile portare l’inflazione a un valore infinito, il debito scomparirebbe nello spazio di un click, come sognano alcuni. Ma questo significherebbe al tempo stesso che gli investitori non comprerebbero più debito pubblico di un paese con questi tassi di inflazione. Ciò per dire che la fiducia è ciò che fa la differenza e probabilmente incide molto più di quello che si pensi sul livello generale dei prezzi. Questo ovviamente vale per la banca centrale, che è la prima “custode” della moneta. Ma anche per il governo.

Questo ci dice anche un’altra cosa. Se un governo (e una banca centrale) devono fare i conti con la fiducia degli investitori, e quindi devono confrontarsi con i mercati, gli spazi per un governo e una banca centrale per lasciarsi tentare dall’inflazione per abbattere i debiti sono molto ridotti. A meno che non si voglia far uso “di uno strumento politico attivo che interagisce con l’inflazione e spesso viene utilizzato nei paesi in via di sviluppo: la repressione finanziaria”. Ad esempio utilizzando quello che una volta in Italia si chiamava vincolo di portafoglio. Magari vietando l’esportazione di capitali. Una sostanziale privazione della libertà economica.

E qui veniamo al punto. Il paper calcola che una repressione finanziaria estrema, come quella dove con espedienti tecnici la maturità dei bond viene allungata artificiosamente – pagando i bondholder con riserve di banca centrale che però devono essere detenute per un certo numero di periodi – l’inflazione ha un impatto molto elevato sul livello reale dei debiti. “Se questa repressione durasse un decennio – scrivono – un’inflazione permanente più alta del previsto potrebbe abbattere il debito del 23%, rispetto al 3,7 in assenza di incremento di inflazione”.

Proviamo a ricapitolare questa lunga serie. Chi dice che i debiti di un governo si possono cancellare annullando i crediti di una banca centrale punta sostanzialmente a una riforma monetaria, dopo aver provocato un caos economico. E chi punta sull’inflazione per abbattere il debito vuole sostanzialmente un azzeramento della libertà economica, visto che servirebbe una forte repressione finanziaria.

Questo sottotitolo è (dovrebbe essere) ben conosciuto da chi propaganda certe soluzioni. E chi mostra di apprezzarle dovrebbe esserne consapevole. Perché oopo aver lungamente applaudito i suoi imbonitori si troverà a mani vuote. E non gli piacerà.

(5/fine)

Puntata precedente: Cancellare i debiti con l’inflazione: il 1946 di Carli ed Einaudi

Cronicario. Le Considerazioni Terminali del Governatore

Proverbio del 29 maggio Ciò che per il bruco è la fine del mondo, per il mondo è una farfalla

Numero del giorno: 5,3 Calo pil Italia nel primo trimestre 2020

Giornatona, oggi, in Bankitalia, dove è andata in onda la festa annuale delle Considerazioni Finali, le attesissime elucubrazioni del boss che ogni anno si fa la fila per ascoltare di persona, perché se il Governatore non ti invita, sei buono al massimo per il Cronicario.

Quest’anno di coronacoso, fra distanziamenti e mascherine, il parterre era più rado del solito, ma comunque il Governatore non si è fatto parlare dietro e ha tenuto comunque banco un’oretta e mezza. Tanto con la mascherina se sbadigli non si vede.

Ma pure così abbiamo imparato un sacco di cose. Per dire: questo…

ma anche questo…

per non parlare di quest’altro:

Capirete che di tanto in tanto il tono diventava lugubre. Come quando ha ricordato che il debito pubblico aumenterà di 21 punti; che il mercato del lavoro ne uscirà strapazzato, avendo già sulle spalle una marea di giovani che non studiano né lavorano; che abbiamo una popolazione che invecchia e che richiederà un notevole aumento della spesa pubblica, per pensioni e altro in futuro.

Ma lo scoramento veniva abbondantemente compensato dal pensiero che abbiamo un settore manifatturiero flessibile che ha consentito di quasi azzerare il debito estero grazie agli avanzi dei pagamenti; che abbiamo pochi debiti privati e molta ricchezza familiare.

A consuntivo, le esortazioni che vi avranno fatto fischiare le orecchie. Roba tipo che “vi sono però investimenti dai quali non possiamo prescindere, in particolare quelli rivolti all’innovazione nelle attività produttive e al miglioramento dell’ambiente, investimenti che vanno sempre più tra loro integrati”. Oppure che “un ambiente economico rinnovato potrà dare frutti se tutti i protagonisti che lo animano − le imprese e le famiglie, chi studia e chi lavora, gli intermediari finanziari e i risparmiatori − sapranno assumere la piena responsabilità del proprio ruolo”.

Ma mi s’inumidisce la mascherina di lacrime quando sento però che “non si tratta solo di economia”: “Bisognerà riconoscere ed essere aperti a molteplici punti di vista, interessi, esigenze; servirà un confronto ordinato e un dialogo costruttivo tra chi ha competenze diverse, così come tra coloro che hanno responsabilità distinte ma non per questo tra loro indipendenti e distanti”.

E per chi ha dubbi, una rassicurazione: “Ce la faremo”. A patto però di cominciare “dai punti di forza di cui qualche volta ci scordiamo; affrontando finalmente le debolezze che
qualche volta non vogliamo vedere. Molti hanno perso la vita, molti piangono i loro cari, molti temono per il proprio lavoro. Nessuno deve perdere la speranza”.

E le Considerazioni terminarono felici e contente.

Buon week end.

Cartolina. Lo schiaccianoci della Bce

Alcuni volenterosi economisti hanno calcolato che l’inflazione nell’eurozona, fra il 2012 e il 2016, sarebbe stata quasi mezzo punto più alta se la banca centrale non avesse favorito con le sue politiche espansive l’aumento dei crediti concessi alle imprese zombie, ossia quelle che con i loro guadagni non riescono neanche a servire il debito. Per giunta con la conseguenza che questo credito, assai poco produttivo, è stato sottratto ad aziende che avrebbero sicuramente potuto – volendolo – usarlo meglio. Se questa stime fossero vere, vorrebbe dire che il credito facile, conseguenza del dichiarato tentativo di far salire l’inflazione, ha finito con l’affossarla. L’inflazione mancante e le imprese zombie sono come uno schiaccianoci che la Bce ha costruito senza volerlo. Noi siamo la noce.

Cronicario. Non aprite quella scuola, parte III

Proverbio del 28 maggio Troppa oppressione può produrre un’esplosione

Numero del giorno: 40.000.000 Posti di lavoro persi negli Usa per Covid

A questo punto è chiaro a tutti che la scuola non aprirà prima che venga trovato il vaccino contro il coronacoso, e in ogni caso solo dopo aver individuato la cura contro il cancro e saziato la fame nel mondo.

Sono arrivato a questa conclusione dopo aver letto due notizie illuminanti, una volta che le combini insieme. La prima: la ministra competente (?) giura che “la riapertura delle scuole a settembre è una esigenza e un obiettivo del governo”.

Notate che ha detto a settembre, ma non di quale anno.

Ma soprattutto nel pomeriggio si è scatenato l’ex vicepremier oggi oppositore, che socialeggia su tutto – oggi ha parlato di 16 argomenti diversi -, che ha detto le parole definitive: “Siamo l’unico paese europeo che ancora non ha dato una data di riapertura. E’ questa la cosa incredibile. La didattica a distanza non è scuola, l’Italia è l’unico paese che ancora adesso a fine maggio non sa dire e studenti mamme papà e insegnati quando e come si riparte. E’ una follia”.

Ma soprattutto: “Ogni giorno che passa fa la differenza per le famiglie. Non tutti possono permettersi una babysitter, non tutti possono contare sui nonni o su una casa con giardino. Se non riaprite al più presto in sicurezza le scuole siete complici del disastro del nostro Paese”.

A fronte di tutto questo, a che serve una scuola?

A domani.

La globalizzazione emergente. Cose turche (e russe) in Libia

L’evoluzione sorprendente del conflitto libico, che da tenzone locale ha finito col diventare una notevole partita a scacchi fra Turchia e Russia, con il resto del mondo a far da spettatore, somiglia molto a una prova generale del faticoso equilibrio della globalizzazione emergente che si sta lentamente sviluppando lungo i percorsi obbligati dell’internazionalizzazione economica..

Faticoso perché la cooperazione obbligata fra le potenze emergenti (in questo caso Russia e Turchia) nel disegno di una globalizzazione che sia alternativa a quella di marca statunitense per adesso egemone, si declina simulando interessi contrapposti, che sicuramente esistono ma sono di secondo piano nella partita più ampia.

Queste sceneggiate hanno come esito semplicemente la divisione dei territori in zone di influenza. In tal senso vanno interpretati il sostegno turco al premier “legittimo” Serraj (riconosciuto dall’Onu) e quello russo al “golpista” Haftar. Il che ci dà la cifra politica di questa globalizzazione emergente: policentrica e quindi vocazionalmente instabile.

Nel caso della crisi libica, l’epicentro è ovviamente il Mediterraneo Orientale, dove la Turchia, ormai sempre più compresa nella interpretazione ottomana della sua storia contemporanea, ha giocato le sue carte con notevole spregiudicatezza, sorprendendo anche i tanti che pensavano che il paese non fosse pronto a usare le armi per sostenere il suo posizionamento nelle aree che giudica strategiche per il suo avvenire. E per capire quanto sia importante la Libia per la sicurezza della Turchia, basta ricordare che la costa meridionale turca si affaccia proprio sulla Cirenaica in mano ad Haftar. Non a caso pochi mesi fa la Turchia ha ipotizzato una propria zona economica esclusiva proprio con la Libia.

I turchi non hanno alcun pudore a usare l’esercito. E questa è una lezione da non dimenticare quando si osservi non solo l’altra crisi dove il tandem russo-turco gioca da protagonista, ossia quella siriana, ma soprattutto la situazione a Cipro e nel Dodecanneso, dove l’Ue – dove partecipa la Grecia, avversaria storica dei turchi – ha un interesse diretto. E basta ricordare le polemiche sorte in occasione della firma, il 2 gennaio scorso, del gasdotto EastMed, fra Grecia, Israele e Cipro, al quale dovrebbe partecipare anche l’Italia, che istituisce una rotta energetica che esclude completamente la Turchia.

In teoria anche l’Ue dovrebbe interessarsi della Libia, se non altro perché da lì partono orde di migranti che spaventano più di ogni cosa le opinioni pubbliche europee. Ma per il momento sembra valga la regola dell’ognun per sé, con la Francia – ad esempio – a dare il suo sostegno ad Haftar, aggiungendosi a Russia, Egitto ed Emirati Arabi, e l’Italia che classicamente tentenna. Dal canto suo la Turchia, anziché con l’Europa, con la quale sembra capirsi sempre meno, stringe sempre più il suo rapporto col Qatar.

Proprio pochi giorni fa le banche centrali di Qatar e Turchia hanno emendato l’accordo di swap che risale al 2018 ampliando la collaborazione finanziaria fra i due paesi, che oltre a dover sostenere costose posture internazionali, devono fare i conti con le difficoltà economiche indotte dalla crisi pandemica. La Turchia, in particolare, continua ad abbassare i tassi di sconto malgrado l’inflazione e le sue difficoltà valutarie, dovendo anche fare i conti con un notevole aumento del debito pubblico, cresciuto del 30% ad aprile su base annua, e l’assottigliarsi dei suoi asset esteri, alla fine di marzo in calo del 7,3% rispetto a fine 2019. I dati di aprile confermano gli andamenti declinanti delle riserve turche, diminuite del 6,3% rispetto a marzo, con le riserve di valuta pregiata addirittura in calo del 15,5% a fronte di un aumento di quelle in oro. In questo contesto, il sostegno valutario qatarioto non può che essere benvenuto.

Il problema semmai, è che la crisi libica, con il suo reticolo di alleanze, fraintendimenti e dissimulazioni replica il copione che sta andando in scena su tutto lo scacchiere mediorientale, dove il Qatar, già finito sotto embargo dei sauditi e di alcune monarchie del golfo nel 2017, si trova improvvisamente a celebrare con i rivali l’accordo fra il presidente afgano Ashraf Ghani e il suo rivale Abdullah Abdullah, che mette fine (dovrebbe mettere fine) a un lungo conflitto politico che ha bloccato la pacificazione del paese.

Dal deserto libico alle montagne afghane, il filo che guida gli eventi si snoda mostrando con chiarezza il peso specifico del vero convitato di pietra di tutte queste tenzoni: l’Iran. La cartina sotto pubblicata da Limes aiuta a farsene un’idea.

La partita russo-turca sulla Libia sembra la prova generale di quella che si andrà a giocare lungo tutta la dorsale meridionale dell’Eurasia, che dall’Afghanistan si congiunge all’Asia centrale e da lì alla Cina, il terzo paese, con Russia e Turchia, che gioca da protagonista della globalizzazione emergente.

Seguire la traccia del petrolio e del gas può servire a intuire qualche movimento, ma appartiene alla logica del policentrismo euroasiatico la circostanza che saranno sempre più gli eserciti a segnare i solchi attorno alle zone di influenza. E questo spiega bene perché l’Europa sia assente da questo gioco, a differenza degli Stati Uniti, che però mostrano di volersi impelagare sempre meno nelle complicate geometrie di paesi tanto distanti da loro.

Se l’Europa, che non riesce a decidere di mettere in comune uno strumento fiscale, e figuriamoci quindi un esercito, è assente, l’Italia è divenuta effimera. Il fatto che abitiamo nel Mediterraneo non serve, a quanto pare, a capire che le sorti di questo bacino d’acqua avranno comunque a che fare con la nostra. E’ sempre stato così. Gli Ottomani avevano lasciato la Libia nel 1912, dopo una sanguinosa guerra proprio con l’Italia. Oggi la Turchia che sogna il passato è tornata. Noi, che abbiamo dimenticato il nostro passato, non ci siamo più.

Cronicario. Arrivano li sordi dell’Ue (o di chiunque)

Proverbio del 27 maggio Chi vive sobriamente vive come un re

Numero del giorno: 75.100.000.000 Importo annuo pensioni dipendenti pubblici

Tanto tuonò che piovvero, li sordi. La commissione Ue metterà 750 miliardi nel suo Recovery fund, più dei 500 ipotizzati dai tirchi, meno dei mille sognati dai prodighi, in un esercizio di contabilità salomonicamente politica.

Dicono che 500 di questi miliardi saranno aiuti e il resto prestiti. Col che è facile prevedere una robusta stimolazione degli appetiti di molti governanti, a cominciare dai nostri. E infatti il commissario Gentilissimo, o come si chiama, che si occupa di cose economiche in Europa parla subito di “svolta senza precedenti”.

Addirittura all’Italia toccherebbero 172,7 miliardi: 81,807 miliardi di aiuti e 90,9 come prestiti.

Mentre lustro il portafoglio dalla polvere che intanto s’è accumulata dentro, visto che finalmente potrò tornare a riempirlo, mi sollazzo parecchio a leggere di quella genia nostrana che, proprio oggi che arrivano li sordi…

dice che in fondo ce ne possiamo anche infischiare dell’Europa. Mica c’è bisogno che li sordi ce li dia la cattivissima Ue, dice in un impeto di vibrante patriottismo economico. C’è anche il Fmi.

Tranquilli, mica vuole la Troika. Vuole solo che il Fmi emetta nuovi diritti speciale di prelievo, dopo aver letto (?) e sicuramente capito bene (??) un articolo del Financial Times che proponeva una cosa del genere per aiutare i paesi in via di sviluppo, ai quali evidentemente noi apparteniamo.

Mi aspetto che prima della fine della giornata qualcuno ricorderà la nostra perpetua amicizia coi cinesi, che all’occorrenza li sordi ce li potrebbero dare pure loro, ma sennò vanno bene pure gli americani, che ci allattano dai tempi del dopoguerra.

Chiunque siano, i benefattori, per loro vale un’esortazione che ormai è storia.

Poi ve li ridiamo, li sordi. Con calma.

A domani.

 

L’ultimo tabù che scricchiola: il tasso negativo sui conti correnti

Un bell’articolo pubblicato sull’ultimo bollettino della Bce ci dice tutto quel che bisogna sapere sui moventi e gli esiti della politica di tassi di interesse negativi che la banca centrale porta avanti ormai da più di cinque anni. Un tempo lungo abbastanza da trasformare una pratica inaudita in una routine sonnacchiosa, che, molto silenziosamente, ha cambiato gran parte della nostra costituzione economica, a cominciare dalla nostra psicologia. Oggi gli agenti economici giudicano normale che i tassi di interesse siano negativi. E parliamo di tassi nominali, non reali.

Questo new normal si è costruito passo dopo passo, spinto avanti dalla necessità di fare whatever it takes per salvare la finanza e l’economia dell’Eurozona alle prese con una crisi duplice, quella subprime del 2008 e quello dell’euro di pochi anni dopo, che avevano lasciato il tessuto economico a girare a bassissima intensità, e gli operatori con la paura che si stesse preparando per noi una deflazione in stile giapponese che finisse col questionare l’esistenza stessa della moneta unica.

I tassi sono stati portati a zero, e quindi è iniziato il QE, in coerenza con i modelli economici che vedono nell’allentamento della politica monetaria, per il tramite delle banche in qualche modo “forzate” a prestare, uno dei modi per dare sollievo al sistema, quantomeno aiutandolo a sostenere i debiti, che intanto erano cresciuti notevolmente.

Cinque anni dopo, quindi, si può tentare un bilancio, consapevoli per giunta che l’emergenza di giornata – il coronavirus – sarà un motivo più che sufficiente per convincere la banca centrale a proseguire, o addirittura approfondire, le politiche finora seguite. E questo molto facilmente può mettere in crisi l’ultimo tabù che, per una serie di ragioni economiche e legali, ancora regge all’urto dei tempi: quello che i tassi dei conti correnti dei risparmiatori possano essere portati in territorio negativo. Se ne parla, infatti, e si vedono già alcuni esempi.

E’ chiaro che sarebbe una piccola rivoluzione, che probabilmente sarà assai più rumorosa di quella vissuta quando la pratica di imporre tassi negativi è stata trasferita al settore corporate, di cui parla anche la Bce, aiutandoci persino a farci un’idea di quanto abbia pesato.

E’ probabile, come riportato da alcune cronache, che questi tassi negativi al settore retail ci siano già. Non formalmente, ma sostanzialmente, magari “travestiti” da maggiori spese di tenuta conto. Ma rimane il fatto che c’è molta differenza per la psicologia di chi tiene un deposito bancario sapere di star pagando un interesse negativo, piuttosto che un canone maggiorato.

A tal proposito, la Bce osserva che “finché non supera il costo di accumulo di contante,
un tasso nominale negativo potrebbe generare un diverso comportamento tra i
depositanti al dettaglio soltanto per effetto di una sorta di illusione monetaria o altri
bias comportamentali”. La qualcosa potrebbe incoraggiare più di un istituto bancario a provarci. Anche perché i risparmiatori sanno già bene che “a causa di provvigioni e commissioni, si può ottenere un rendimento nominale effettivo negativo anche sui depositi che non presentano un tasso di interesse negativo”.

Per dirla altrimenti, poiché le banche forniscono un servizio custodendo i nostri risparmi, non sarebbe così strano – vivendo in un mondo che scambia denaro a tassi negativi – che anche questa voce di costo che le banche sopportano sulle riserve in eccesso presso la banca centrale, finisca sulle spalle dei creditori, ossia i risparmiatori. Appartiene alla logica del QE e dello Zero lower bound l’idea che siano i creditori – ossia chi ha le risorse – a doversi fare carico del costo del debito altrui, perché questo favorisce sia la stabilità finanziaria che la crescita economica.

Di questi risultati la Bce non dubita, e sarebbe strano il contrario. Vale la pena osservare però un’altra circostanza avvenuta nel frattempo, derivata proprio dall’uso dei tassi negativi, che hanno generato effetti su tutta la curva dei rendimenti, com’era logico che fosse e anche sugli altri tassi di riferimento.

Questa circostanza ha a che fare con l’uso del cash: “Le banconote forniscono un rendimento nominale pari a zero, pertanto, se i depositi presentano tassi di interesse nominali negativi, i depositanti possono, a un certo punto, cercare di evitarli ricorrendo all’accumulo di contante”.

Per i risparmiatori, lo abbiamo visto, possono esserci ritrosie a cumulare contanti sotto il materasso, che potrebbero persino convincerli a pagare tassi negativi pur di godere dei numerosi vantaggi di un conto corrente. Ma questo non vale certo per le banche, che gestiscono l’infrastruttura dei pagamenti. E, sarà pure un caso, ma a partire dal 2014, ossia da quando i tassi sulle riserve in eccesso sono stati portati in territorio negativo, il sistema bancario europeo ha raddoppiato la consistenza di contante.

Questo movimento però non è stato tale da pregiudicare il buon funzionamento della politica monetaria. “Sebbene sia stato effettivamente osservato un aumento del contante detenuto dalle banche, – scrive la Bce – tale fenomeno non ha raggiunto entità tali da rappresentare un segnale significativo di riallocazione della liquidità a favore del contante nell’ambito del settore bancario”. “Finora – aggiunge – non si sono manifestati segnali di simili fuoriuscite di liquidità da attività di lungo termine”, pure se le banche “potrebbero, in linea di principio, anche utilizzare le proprie riserve in eccesso presso la banca centrale per acquisire e detenere contante, al fine di evitare il tasso negativo applicato su tali riserve”.

Probabilmente anche per contenere a livello fisiologico la “trasformazione” delle riserve in eccesso in cash, oltre che per non gravare troppo sulla redditività delle banche, di recente la Bce ha pure creato un sistema di doppia remunerazione sulle riserve. Ma il problema con le politiche straordinarie – e quella dei tassi negativi lo è sicuramente – è che non si sa mai come andrà a finire, né quando. Ma che anche i semplici risparmiatori saranno chiamati a pagarne il conto suona molto più probabile che possibile.