Cartolina: La cognizione del debitore

Sarà pure una baldoria, quella dei debitori, come la rappresenta il Fmi descrivendo l’abbuffata di debiti che in meno di vent’anni ha cambiato la fisionomia del mondo. Ma è una festa che ha per sottofondo una musica triste. Ogni tanto qualcuno piange persino e chissà perché si tende a pensare che toccherà sempre a qualcun altro trovarsi d’improvviso sepolto dalla montagna dei propri debiti. Figuriamoci se capita a noi. E così la montagna cresce ogni giorno, obbligazione dopo obbligazione, e la festa continua. Gli osservatori titolati usano aggettivi sempre più letterari – fragilità, vulnerabilità – per qualificare ciò a cui ci espone questo stato di cose. Ma al tempo stesso magnificano la crescita di chi ce la fa, trascurando di ricordare che tale successo molto deve alla tendenza a prendere a prestito anche quando il buon senso del padre di famiglia lo sconsiglierebbe. Siamo una società ricca e fragile che ha sviluppato la cognizione del debitore. Che se la gode. Finché dura.

Cronicario: E anche i Btp fanno il Bot

Proverbio dell’11 ottobre Chiedi all’esperto invece che all’erudito

Numero del giorno: 16.000.000.000 Costo quota 100 sulle pensioni secondo Boeri (Inps)

Poiché ormai qualunque parola evoca future campagne elettorali – dopo Bankitalia (scettica sulle previsioni Def) anche il presidente Inps è stato invitato a candidarsi per aver espresso il convincimento che quota 100 sarà un salasso per le casse previdenziali – mi domando: cosa diranno gli illustri esponenti del governo del cambiamento agli acquirenti dei nostri Btp che oggi hanno chiesto un robusto sovrapprezzo per continuare a darci credito?

Nel dubbio guardo i numeri e metto mano al portafoglio (nel caso dubitaste su chi paga). Per dire il tasso sul nuovo tre anni ottobre 2021, venduto per 3,5 miliardi di euro, è volato al 2,51%, in rialzo di 1,31 punti percentuali. Il tasso sul 7 anni (1,5 miliardi di euro) è stato del 3,28%, +74 centesimi, quello sul 15 anni (941,7 miliardi) ha raggiunto il 3,66% e quello sul 30 anni (558,3 miliardi) il 3,79%.

Traduco con la parole di una nota agenzia: “Ottocento milioni di euro di interessi sul debito pubblico da pagare per lo stato. Questo il bilancio delle due aste, ieri di Bot e oggi di Btp, tenute dal tesoro con rendimenti in forte rialzo. Secondo quanto riferiscono fonti di mercato, l’asta di ieri costerà all’emittente 81 milioni di euro in più rispetto allo scorso maggio (31 milioni in più rispetto all’asta di settembre). L’asta sui 6,5 miliardi di Btp tenuta oggi, invece, che ha visto il rendimento del tre anni balzare ai massimi dal 2013 e quello a sette anni segnare il record dalla prima emissione di questa durata, vede un rincaro per il Tesoro di circa 720 milioni di euro rispetto ai collocamenti della scorsa primavera”. Per la cronaca, 800 milioni di interessi sono circa mezzo punto di pil.

Detto ciò, non preoccupatevi. Il governo sta già pensando a chiedere una mano a tutti noi per sottrarci alla tirannide dei mercati. Tranquilli, non sarà una patrimoniale,né un prelievo forzoso, ma magari una gentile richiesta (richiesta spintanea magari) di comprare Btp al posto delle banche, delle assicurazioni, e del risparmio internazionale, del quale non abbiamo bisogno, visto che abbiamo già il nostro che, come ha recentemente detto un illustre esponente del governo, è bello ciccioso.

Anzi, già che ci siete, portatevi avanti. Ci sono altre due aste, una di Bot e un’altra di Btp, entro fine del mese. Siete pure fortunati. Prima la Ue dovrà dire la sua sulla manovra e poi toccherà alle agenzie di rating. Se siamo bravi e continuiamo a fare quello che stiamo facendo spunterete tassi fantastici.

A domani.

 

 

Le sofferenze delle banche italiane cominciano dai Btp

Chi si domanda perché mai le banche italiane (ma anche le assicurazioni) guardino febbrilmente all’aumento degli spread dei nostri titoli di stato rispetto al Bund tedesco deve tenere a mente un paio di cose che sono successe negli ultimi sei mesi: lo spread è costantemente cresciuto, e lo consistenze dei titoli pubblici nelle nostre banche pure. Ecco cosa è successo lato spread.

Stavamo intorno a 120 punti a fine aprile, e abbiamo toccato i 315 il 9 ottobre. Quasi 200 punti in più. Possiamo stimare, moltiplicando 200 punti base per la durata media del nostro debito che è di circa 7 anni, che il valore teorico dei Btp italiani sia diminuito mediamente di circa il 14%. Quindi anche di quelli in pancia alle banche. A proposito, andiamo a vedere le ultime consistenze dall’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia.

Come si può vedere ad aprile le consistenze di titoli pubblici ad aprile erano pari a 341 miliardi di euro circa, 250 dei quali erano Btp. Le consistenze aumentano gradualmente nel mese di maggio in poi, arrivando a 373 miliardi a fine luglio. Tale aumento di consistenze, a fronte di un aumento dello spread, che ha diminuito il valore dello stock esistente, può spiegarsi solo a fronte di maggiori acquisti. Ossia le banche hanno comprato titoli pubblici, malgrado le perdite sullo stock provocate dall’aumento dello spread. Il calo di agosto delle consistenze, diminuite a 364 miliardi, può spiegarsi o con la decisione delle banche di vendere titoli, o di smettere di comprarne, o con una erosione del valore dello stock. Probabilmente le tre cose sono accadute insieme. Rimane il fatto che la prima fonte di sofferenza per le banche italiane negli ultimi sei mesi non è stato il debito delle imprese. E’ stato il Btp.

Cronicario: Se lo spread fa il Bot

Proverbio del 10 ottobre Il saggio non commette due volte lo stesso errore

Numero del giorno: 0,6 Impatto di crescita sul Pil della manovra secondo il governo

Il governo insiste, infischiandosene della burocrazia economica statale che come un coro critica la NADEF. Caso più unico che raro. Sicché decido di credergli: la Manovra Del Popolo è bella, ricca, identitaria, coraggiosa ma non impavida (cit.) e soprattutto prudente. E chi dice il contrario l’Europa lo colga. La possessione sovranista incede a passo di carica nella mia immaginazione mano a mano che il ministro Mammamia, che una volta rimava con Economia e adesso con ordalia, snocciola i dati della manovra: miliardi qua, miliardi là, trallallerollerolà.

La sinfonia di miliardi cantata dal ministro s’impossessa della mia attenzione come lo spirto guerrier ch’entro mi rugge, come diceva sovranamente il poeta. Fin quando a un certo punto, steso sul divano un ricordo seducente fa partire la mia mano. L’algebra ha la meglio: prendo la calcolatrice. Dice il ministro che faceva Economia ma ora sempre meno che le misure della manovra valgono 36,7 miliardi. Arrotondiamo a 37 sennò ci confondiamo subito. Quindici miliardi di spesa sono coperte, 22 no. Quindi sono in deficit. Ce li dobbiamo fare prestare. La scopertura non è una scoperta in sé, ma lo sono le stime di impatto sul pil delle singole scoperture.

Ah attenzione: dei 15 miliardi coperti quasi sette sono tagli mentre 8,1 sono aumenti di entrate. Entrate battono tagli, 1 a 0. Ma pure al netto di questa facezia, e stendendo un velo lagnoso su ciò che celano questi tagli e queste maggiori entrate, sono le stime di crescita pil delle misure in sé che mi appassionano. Complessivamente i 37 miliardi di manovra consentiranno una maggiore crescita del pil dello 0,6% nel 2019. Quindi sto spendendo un capitale in denaro (e in credibilità) per crescere una decina di miliardi in più rispetto alle previsioni inerziali. Nel 2019 il non aumento Iva, che costerà 12,5 miliardi, farà aumentare la crescita dello 0,2% del pil, quindi un tre miliardi e rotti a fronte di una spesa del quadruplo. Il reddito di cittadinanza e l’anticipo della pensione per i miracolati 62enni con 38 anni di contributi costerà 16 miliardi e farà crescere il pil dello 0,3%, quindi un po’ meno di cinque miliardi a fronte di una spesa tripla.

La Flat tax , che il primo anno costerà 600 milioni spingerà il pil dello 0,1%, ossia un po’ meno di un miliardo e mezzo per una spesa della metà (ma allora perché non tagliare le tasse di più?) e 3,5 miliardi di investimenti varranno appena 0,2% di pil, quindi altri tre miliardi e spicci. Le coperture costeranno minore crescita per 0,4 punti di pil. Ora, pure prendendo per buone le previsioni del MEF – il ministro si è risentito perché nessuno crede alle previsioni del MEF che non solo ha gli stessi modelli degli altri ma anche cervelli sopraffini, e quindi perbacco, crediamogli – un semplice calcolo di costo/opportunità mi fa dubitare fortemente che abbia senso spendere 16 miliardi, ossia un punto di pil, e litigare con mezzo mondo (l’altro metà sta in Italia a quanto pare) per spuntarne 0,3. Ma mi rendo subito conto che il mio è un  “ragionamento da contabile”, come ebbe a dire all’alba un illustre parlamentare della maggioranza riferendosi ai tecnici dell’ufficio parlamentare di bilancio, che come è noto si occupano di papirografia.

Figuriamoci se la Manovra del popolo si può occupare di certe pinzillacchere. Odo la voce tonante di uno dei massimi esponenti del governo dire che “noi tiriamo dritto: neanche uno spread a 400 ci fermerà”, come pure aveva lasciato credere un altro ministro ieri sera, in evidente eccesso di realtà, e mi rassicuro. I mercati capiranno e l’iceberg sui cui rischiamo di schiantarci si sposterà come le acque del Mar Rosso al nostro passaggio. Siamo il governo eletto, che diamine.

La mistica verdolina aggiunge un altro grado lisergico al mio scombussolamento. E mica solo a me. La borsa rivide un timido rialzo e persino lo spread sembra ritirarsi intimorito dalle brigati gialloverdi, oggi vieppiù ardite alla faccia dei ragionieri. Ma poi capisco che è stato un diversivo. Viene fuori che il Tesoro ha collocato 6 miliardi di bot annuali a un tasso che sfiora l’1% (0,949) a fronte dello 0,436 di settembre con un rapporto di copertura in discesa da 1,91 a 1,63. Il contabile ha la meglio: pago il doppio (anche) perché ho meno domanda di Bot. Sull’annuale. E domani c’è un’altra asta, stavolta sul medio lungo. E a fine ottobre si replica, per giunta a valle del giudizio sulla manovra della Ue e delle agenzie di rating. Novembre è il più triste dei mesi, per chi cerca credito e sta al governo di un paese che ha tanto debito e vuole farne di più. Vi ricordate cosa accadde a novembre 2011 ai Bot semestrali?

“Faremo di tutto per riconquistare la fiducia dei mercati”, dice il ministro dell’ex Economia. Che problema c’è? Basta pagarli di più. Almeno per un po’. Poi neanche quello.

A domani.

La crescita Usa sorprende ma non convince

E’ stata una notevole sorpresa, peraltro piacevole, per gli economisti della Fed scoprire di aver sbagliato al ribasso le previsioni di crescita sull’economia americana formulate a marzo 2017. All’epoca gli Usa si immaginavano lenti e ingolfati, con una crescita ben al di sotto dei loro standard, un’inflazione che lentamente convergeva verso i target della Fed e un’occupazione in ripresa ma ancora scarsamente produttiva. E in effetti il 2017 non è stato un anno entusiasmante per l’economia Usa. Alla fine è cresciuta di più l’eurozona, ed è tutto dire.

Nel 2018, però, è arrivato il colpo di scena. La Fed, come ha notato il presidente della Fed di S. Louis James Bullard in un recente intervento, ha avuto la “sorpresa” di osservare un economia che cresce ben al di sopra delle sue previsioni, con nuovi record di borsa e ormai in sostanziale piena occupazione, con una capacità produttiva ormai tiratissima. Ciò ha permesso alla Fed di mantenere il percorso di rialzo dei tassi previsto nel 2017, all’epoca delle previsioni assai meno incoraggiati, come se fossero state rispettate. Ciò significa in sostanza che la politica monetaria è stata assai meno tirata di quanto avrebbe richiesto la crescita realmente osservata e quindi che di fatto è del tutto giustificato, almeno secondo gli standard più comune, pensare a nuovi rialzi di tassi.

Questi pochi grafici riassumono la situazione.

A fronte della proiezione del 2017, abbiamo questi andamenti reali di crescita.

Peraltro questo andamento è stato sorprendente anche perché in decisa controtendenza rispetto a quanto accaduto nelle altre economie più rilevanti.

Ciò si è associato a un callo della disoccupazione Usa assai più marcato di quanto si pensasse un anno fa.

Questo andamento divergente fra previsioni e dati reali viene confermato anche dal tasso di inflazione dei prezzi al consumo, che è stato più alto di quanto previsto anche se si prevede finisca col convergere col target nel breve periodo.

Mentre l’inflazione core, quindi al netto di cibi freschi ed energia, è risultata coerente con le previsioni anche se si prevede possa salire qualche decimale sopra il target nei primi mesi dell’anno prossimo.

A fronte di questi andamenti macro, la politica monetaria ha proseguito secondo quanto si prevedeva un anno fa.

La Fed ha potuto proseguire senza troppe scosse il suo programma di normalizzazione monetaria mentre la crescita più accelerata ha gonfiato i profitti delle aziende e di conseguenza i mercati azionari. A ciò si è associato un crescente rafforzamento del dollaro, che si era indebolito nel corso del 2017. Ma è che chiaro che tutto ciò è stato favorito da una politica monetaria che è rimasta espansiva se confrontata col gli andamenti dell’economia, come mostra questo grafico che confronta l’andamento dei tassi attuali con quello che sarebbe stato coerente con l’applicazione della Taylor rule. Il che ha consentito ai mercati di digerire meglio la normalizzazione monetaria, al netto delle tensioni che si sono registrate su alcune economie emergenti.

Rimane la domanda se questa “sorpresa” sia destinata a esaurirsi nell’arco del prossimo anno oppure no. Rispondere non è semplice: come abbiamo visto le previsioni scantonano facilmente. Ma volendo fare una congettura, Bullard parte da un presupposto difficilmente contestabile. Ossia che “il tasso di crescita potenziale degli Stati Uniti sia relativamente basso, in parte a causa degli andamenti demografici”. La crescita della forza lavoro negli Usa, infatti, rallenta fin dal 2008 e di conseguenza “gli Usa necessiterebbero di una produttività maggiore per mantenere il tasso di crescita corrente”. Il che non è impossibile, ma richiede un miglioramento quantitativo e qualitativo degli investimenti.

Il problema è che i dati sono scoraggianti. Per raggiungere questo obiettivo gli Usa dovrebbero recuperare i tassi di produttività raggiunti fra la fine degli anni ’90 e la metà degli anni Dieci del XXI secolo.

Se la produttività del lavoro crescesse del 2,9% l’economia Usa raggiungere un tasso di crescita potenziale del 3,4. “Questo switch è una possibilità – conclude Bullard – ma fino ad ora non si è realizzato”. Sorpreso sì. Convinto meno.

 

 

Cronicario: Il debito non cala, quindi aumentiamolo

Proverbio del 9 ottobre La fantasia è più veloce del vento

Numero del giorno: 315 Spread Btp/Bund alle ore 12

Vedo quota 400, che non è la somma di età e contributi per andare in pensione che ci toccherà molto presto, ma il famigerato spread col Bund tedesco (rendimento Btp-Rendimento Bud=spread) avvicinarsi a passo di carica man mano che il film del DEF inizia le sue proiezioni nelle sale parlamentari, dove oggi per l’occasione si è assistito allo splendido monologo dell’attore (?) protagonista (?), ossia il ministro dell’Economia che rima, e non a caso, con Mammamia. Il volto rassicurante del governo del cambiamento.

Talmente rassicurante che mentre il nostro custode dei conti esponeva le sue addottoratissime ragioni agli attentissimi parlamentari, lo spread saliva goccia dopo goccia, raggiungendo l’acme intorno a mezzogiorno, dopo che l’illustre voce del primo ministro, aggiungendosi a quella del secondo in audizione, aveva mandato a dire al Fmi che le loro previsioni sull’Italia erano sbagliate al ribasso perché non tenevano conto della Manovra del popolo.

Manco il tempo di dirlo ed ecco che lo spread sfonda quota 200. Non quello sul Bund tedesco, ma quello su Bonos spagnolo. Perché quello sul Bund ormai quotava stabilmente 310 per toccare lo zenit mattutino a 315 dopo che un altro ministro, quello uno e bino, aveva mandato a dire al Fmi che avrebbe dovuto rivedere le proiezioni al rialzo, mentre il ministro Mammamia spiegava i perché e i percome ai parlamentari della commissione, assicurando che “lo spread non è esploso”.

Ma non vi preoccupate: non appena i mercati capiranno la profondità della nostra manovra torneranno sereni e lo spread calerà. Perché a questo livello “è inaccettabile”.

Ma soprattutto mi seduce la linea di ragionamento del nostro ministro Mammamia, che rima sempre con Economia e non a caso. Il problema è che finora il debito/Pil non è mai sceso, argomenta puntuto. Forse dipende dal fatto che è difficile che succeda ‘sto miracolo se ogni anno ci si ostina a fare più deficit di quanto si cresca. Ma vabbé non siamo puntigliosi. Rimane chiara la strategia del governo del cambiamento: “La politica di stimoli graduali non è stata sufficiente a rilanciare l’economia e ridurre il debito. Per questo il governo, sentita la Commissione europea, ha inteso ridefinire l’obiettivo di medio termine”. Cioé ha deciso di fare più deficit per ridurre il debito. Non sembra un gran cambiamento, rispetto agli ultimi anni, ma vabbé. I mercati capiranno, e se non succederà peggio per loro. Dovranno chiederci per favore di vendere loro i nostri bellissimi Btp. Anche perché, dice il ministro, la manovra del popolo, manovra “coraggiosa che non vuol dire impavida”, contiene stime del pil futuro che sono persino prudenziali che “possono essere ampiamente sorpassate”.

A quel punto scoccava il mezzogiorno di fuoco e avete visto come i mercati si sentivano rassicurati. Poi il ministro ha lasciato il posto, ormai fiorito di promesse come un ciliegio giapponese, al ruvido deretano di un pezzo grosso di Bankitalia che ha esordito ricordando che “in ultima analisi al debito pubblico fa riferimento una parte importante del nostro risparmio” e quindi lo spread “esercita i propri effetti anche sui soggetti italiani, famiglie, imprese e istituzioni finanziarie che lo detengono”, a cominciare dalle banche. Quanto alle previsioni “prudenziali” del governo contenute nella NADEF, sono un bel po’ superiori a quelle di Bankitalia che addirittura vede un pil inferiore all’1% nel 2019, visto che  “l’aumento dei trasferimenti correnti” per reddito di cittadinanza e pensioni “così come gli sgravi fiscali, tendono ad avere effetti congiunturali modesti e graduali nel tempo. Stimiamo che il moltiplicatore del reddito associato a questi interventi sia contenuto”.

A proposito. L’Istat, anche lei invitata a dire la sua sul Def ci fa sapere che dei cinque milioni di residenti in povertà assoluta 1,6 milioni sono stranieri. Ah già: per loro non c’è il reddito di cittadinanza.

A domani.

 

Il silenzioso rallentamento dell’economia cinese

I segnali si moltiplicano e ormai è diventato difficile non badarci più. Il disporsi di varie tendenze internazionali, che sono di natura sia economica che politica, ha aggiunto notevole pressione all’economia cinese che oggi si mostra ancora robusta ma con vari elementi di fragilità che si stanno sostanzialmente manifestando con un rallentamento incipiente della crescita. Una rapida ricognizione della Bofit, l’istituto di ricerca della Banca di Finlandia, aiuta a far la sintesi di queste tendenze internazionali che si aggiungono agli elementi di stress interni, che derivano essenzialmente dall’elevato livello di debito che l’economia ha cumulato negli ultimi dieci anni.

Questo, sommato con la guerra commerciale con gli Usa e le tensioni monetarie collegate al rialzo dei tassi americani, rende molto complicato mantenere i tassi di crescita ai quali la Cina ha abituato il mondo. Bofit, per esempio, ipotizza che la crescita rallenterà fino al 5% nel 2020, e questo malgrado “il robusto stimolo del governo per compensare gli effetti della guerra commerciale”.

E’ interessante osservare che il grafico ipotizza un andamento sostanzialmente costante del contributo del consumo interno alla crescita cinese. Il calo dipende innanzitutto dal raffreddarsi degli investimenti, che hanno animato la ripresa cinese all’indomani della crisi, e dall’export netto, ormai sparito. Ciò lascia ipotizzare che la transizione dell’economia cinese da economia fortemente dipendente dagli investimenti a economia “tirata” dai consumi interni è ancora lungi dall’esser completata.

A questo quadro, che potremmo definire insieme tendenziale e congiunturale, si aggiunge una cornice strutturale nella quale spicca la difficile situazione demografica con la quale la Cina dovrà fare i conti nei prossimi decenni, con una disponibilità decrescente di forza lavoro, come peraltro notato dall’ultimo World economico Outlook del Fmi.

La Cina potrà pure diventare una potenza globale entro i 2050, come ha promesso il Presidente Xi nell’ultimo congresso del partito comunista cinese. Ma questo non impedisce che la sua economia possa finire col somigliare sempre più a quella giapponese: lenta e pigra.

Cronicario: I 300 delle Spreadopoli

Proverbio dell’8 ottobre Per il corvo il figlio canta come un usignolo

Numero del giorno: 19.895 Ftse Mib alle ore 11.00

Guardo attonito le orde dei mercati travolgere gli eroici 300 che avevamo messo ad argine del nostro Btp decennale e anzi spingersi fino al quinquennale, anche lui ormai in eccesso di 300 sul granitico Bund. I nostri 300 punti, come gli spartani travolti alle Termopili, cadono come soldatini accompagnando il tonfo della nostra borsa, che scende sotto il 20.000 punti quando appena sei mesi fa veleggiava sopra i 24.000.

Tiro le somme: abbiamo perso oltre  il 16% di capitalizzazione di borsa, un centinaio di miliardi pure malcontati, e in pratica abbiamo raddoppiato lo spread, perdendo almeno altrettanto (ma sospetto di più) sullo stock di Btp detenuti in Italia, che essendo in pancia alle nostra banche (e alle assicurazioni)

ci regala questa tempesta perfetta che rischia di rendere necessario nuove ricapitalizzazione delle nostra banche e chissà con quali soldi.

A fronte di queste mestizie sento uno dei massimi esponenti del governo del cambiamento dire che è in corso una resa dei conti fra economia virtuale ed economia reale. Non so a voi, ma io di virtuale vedo ben poco in questa ordalia. Sempre lo stesso spiega paziente che “il diritto al lavoro e le pensioni vengono prima dello spread”, con ciò mostrando di fregarsene della provenienza dei soldi per pagare l’uno e le altre. E’ questione di principio, perbacco. E non si può consentire ai mercanti di prevalere sugli eroi, come scriveva già Sombart durante la Grande Guerra.

Dal che deduco che i 300 sacrificati alle Spreadopoli non saranno gli ultimi. Semmai i primi. Dobbiamo ancora fare i conti (letteralmente) con quello che dirà Bruxelles sulla manovra una volta letta, e poi quello che diranno le agenzie di rating. I 300 diverranno 400, come ha argutamente profetizzato un altro fenomeno del governo del cambiamento. E da li chissà.

Bon voyage.

A domani.

L’incognita inattivi sul reddito di cittadinanza

In attesa di capire la forma definitiva del cosiddetto reddito di cittadinanza, del quale molto si è parlato ma poco si è concretamente visto, vale la pena ricordare gli strumenti che la nostra legislazione prevede per il sostegno del reddito di chi è rimasto senza lavoro, che dovrebbe essere una delle ragioni costituenti del provvedimento. Giova allo scopo una recente pubblicazione di Bankitalia che fa il punto sull’evoluzione dell’indennità di disoccupazione in Italia, che è un ottimo riepilogo del quadro normativo e finanziario che dal 2012 in poi ha cambiato sostanzialmente il sistema di assistenza sociale per i disoccupati. Per farla semplice, la legge Fornero del 2012, che ha istituito l’Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego), e il Jobs act del 2015, che ha istituito la Naspi (nuova assicurazione sociale per l’impiego), miravano a rendere il sussidio più universale anche agganciandolo a una precisa condizionalità, ossia all’accettazione di offerte di lavoro e alla partecipazione a corsi di riqualificazione professionale. Tutti ingredienti che ricorrono nelle varie anticipazioni del reddito di cittadinanza, che di conseguenza in qualche modo a tale normativa si ispira. E’ interessante perciò capire quali siano stati gli esiti delle riforme degli anni scorsi per provare a immaginare quali potrebbero essere le conseguenze dell’applicazione di una nuova normativa che ad esse implicitamente si ispira.

La prima osservazione è che mentre il take up rate, ossia la percentuale fra coloro che fanno domanda rispetto a quelli che ne hanno diritto non ha subito grandi cambiamenti, collocandosi intorno al 50% nel passaggio fra la vecchia Indennità di disoccupazione all’Aspi, “un valore basso rispetto al confronto internazionale”, osservano gli economisti di Bankitalia. La seconda è ancora più interessante. “In media circa una persona su sette, fra quanti ricevono un sussidio di disoccupazione o mobilità, non risulta attivo sul mercato del lavoro”, spiegano. E questo “nonostante la crescente attenzione che nel tempo le norme hanno posto sul fatto che chi riceva un sussidio debba ricercare un lavoro ed essere pronto ad accettare lavori congrui”. Un’altra continuità con il passato che dovrebbe preoccupare chi oggi collega il futuro reddito di cittadinanza alla ricerca attiva di un lavoro dando per scontato che ciò servirà a motivare gli inattivi.

Facciamo un passo indietro. Fino al 2012 i disoccupati del settore privato non agricolo potevano contare su tre istituti per il sostegno del reddito: l’indennità ordinaria di disoccupazione, l’indennità di disoccupazione a requisiti ridotti e la mobilità. Ognuno di questi istituti aveva le sue regole ma complessivamente il sistema “si caratterizzava per un’elevata frammentazione e un grado di copertura basso nel confronto internazionale, riflettendo sia l’esclusione dal diritto di numerose frange di lavoratori sia un trattamento poco generoso”. Per giunta i numerosi provvedimenti adottai “in deroga” delle discipline hanno generato una notevole complessità al punto che la “sovrapposizione tra diversi tipi di sussidio aveva mutato la natura del sistema, che, originato per tutelare il lavoratore e la sua capacità reddituale sempre più spesso si trasformava in uno strumento di politica industriale, utilizzato a salvaguardia delle imprese che non avevano più la capacità di rimanere sul mercato”. In sostanza si è andato via via sfumando il confine fra misure di sostegno al reddito e sostegno all’inefficienza del sistema.

Le riforme iniziate nel 2012 si proponevano di superare questo stato di cose. L’obiettivo era “accrescere le opportunità di accesso e il grado di universalità, con un innalzamento dei livelli di generosità dei trattamenti di base”. L’Aspi perciò ha sostituito tutti gli strumenti in vigore allargando la platea dei beneficiari a tutti i lavoratori con rapporto di lavoro subordinato, con l’esclusione dei dipendenti a tempo indeterminato della PA e gli operai agricoli, allungando anche la durata del sussidio che per i lavoratori con più di 55 anni veniva fissata in 16 mesi. Inoltre è stata istituita, sempre allo scopo di allargare la platea degli aventi diritto potenziali, la mini Aspi che imponeva requisiti minori per accedere al contributo (13 settimane di contributi negli ultimi 12 mesi).

Nel 2015 il Jobs act ha aggiunto ulteriori elementi al sistema degli ammortizzatori sociali per la disoccupazione involontaria con la Naspi, che ha rimosso completamente il requisito dei due anni di anzianità contributiva riducendo il requisito richiesto a 13 settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti con almeno 30 giorni lavorativi nell’ultimo anno. La durata del sussidio è prevista per un numero di settimane pari alla metà di quelle retribuite fino a un massimo di 24 mesi, per un importo in funzione della retribuzione media mensile degli ultimi quattro anni. “Al fine di evitare comportamenti opportunistici e incentivare i disoccupati alla ricerca di un nuovo lavoro, – spiegala ricerca – la Naspi prevede inoltre che il sussidio di partenza si riduca del 3 per cento al mese, a partire dal quarto”. In coerenza con la volontà di non favorire l’inattività, la Naspi ha dato maggiore enfasi al requisito della condizionalità, ossia “alla ricerca attiva del lavoro, all’accettazione di un’offerta di lavoro congrua nonché alla partecipazione a corsi di riqualificazione professionale”. Il Jobs act aveva anche previsto l’istituzione dell’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del lavoro (ANPAL) che avrebbe dovuto migliorare la gestione del mercato del lavoro e monitorare le prestazioni erogate. Ma i risultati auspicati non sono stati raggiunti. Non si è arrivati al momento a nessun accordo fra il ministero del Lavoro e le Regioni, che “sono rimaste titolari della potestà legislativa in materia di politiche del lavoro”. “La riforma della Costituzione, approvata da entrambe le Camere nel 2016, – ricorda Bankitalia – prevedeva che la potestà legislativa in merito alle politiche attive del lavoro fosse di diretta competenza dello Stato; l’esito negativo del referendum popolare del 4 dicembre 2016, che ha bocciato le modifiche costituzionali proposte, ha avuto come risultato anche quello di lasciare tali competenze alle Regioni”. Questa situazione non è mutata. Di conseguenza lo strabismo istituzionale fra l’erogazione centralizzata del sussidio e la decentralizzazione della regolazione delle attività lavorative è una circostanza di cui si deve debitamente tener conto quando si pianificano azioni che coinvolgano il sostegno al reddito e il mercato del lavoro.

A fronte di questo contesto normativo, si può tentare un’analisi dei risultati ottenuti. “Nel 2016 il costo complessivo, al netto dei contributi figurativi, per i sussidi di disoccupazione è stato di 11,7 miliardi di euro, pari all’1,7 per cento del totale dei redditi di lavoro”. I dati di bilancio Inps mostrano che “soffermandosi sulle indennità di disoccupazione, la spesa, abbastanza stabile fino all’esplodere della crisi, sia poi velocemente aumentata raggiungendo i 17,6 miliardi nel 2016 (7,5 miliardi nel 2007); nello stesso periodo i sussidiati sono aumentati di oltre un milione, a circa 3 milioni”.

La prima cosa da capire, quindi, è se i miliardi che il governo dice di voler mettere sulla voce del reddito di cittadinanza siano in qualche modo un sostituto di questa cifra o se invece si aggiungeranno a questa cifra, visto che “tra i beneficiari dei sussidi possono esservi persone che in realtà non sono classificate come attivamente alla ricerca d’un lavoro”.

Ciò accade perché “sebbene i sussidi siano formalmente condizionati alla ricerca attiva di un impiego, la quota di percettori che non cercano o non sono disponibili a lavorare non è piccola. Nel complesso dei percettori di sussidi, indipendentemente dalla fase e dalla tipologia del trattamento, essa era pari al 14,3 per cento nel 2016”. E anche col passaggio dall’Aspi alla Naspi tale quota risulta sostanzialmente invariata. Per quale ragione un reddito di cittadinanza, che presume condizionalità analoghe a quelle previste dalle norme ancor in vigore, dovrebbe ottenere risultati differenti? “La probabilità di essere inattivo sul mercato del lavoro sia rimasta abbastanza costante nel corso degli anni e senza grandi variazioni dovute ai cambiamenti di strumento, addirittura sarebbe leggermente aumentata con il passaggio dall’Aspi alla Naspi”. Di conseguenza “la maggiore attenzione che con la Naspi il legislatore ha prestato all’esigenza che il lavoratore sussidiato sia attivamente alla ricerca d’un lavoro non sembra perciò essersi traslata in una maggiore attivazione dei soggetti sussidiati, che anzi sarebbero stati, ceteris paribus, meno attivi”.

Bankitalia ha anche stimato la quota di sussidi che vanno a persone che non si attivano per la ricerca di un lavoro e che, nel 2016, valeva circa 1,7 miliardi di euro.

Bankitalia è andata oltre e ha anche scorporato il dato su base regionale. Viene fuori che “è la Lombardia con circa 300 mln di euro a evidenziare il livello più alto di spesa per sussidi concessi a disoccupati non attivi”.

Da qui la conclusione: “Rimane significativa la quota di percettori di sussidio che non cerca lavoro e non è disponibile a lavorare. Un alto tasso di inattività tra i percettori conferma la necessità di una maggiore integrazione tra politiche passive e attive del lavoro, resa meno agevole dal fatto che, mentre le prime
sono centralizzate, le seconde sono gestite in piena autonomia – finanziaria e legislativa – dalle Regioni”. Insomma, la realtà sembra far strame di pregiudizi e facilonerie. Dovrebbe servire da insegnamento. Ma prima bisogna, umilmente, farci i conti.

Cronicario: Nel paese dei lettori di DEF

Proverbio del 5 ottobre L’ignorante è nemico di se stesso

Numero del giorno: 1.900.000.000 Aumento spesa interessi debito pubblico nel 2018 causa spread

Nel paese dei lettori di DEF la gente (forse) passa la notte a leggere un’astrusissima Nota (NADEF) di 138 pagine per essere già pronta poco dopo mezzanotte, un paio d’ore dopo la messa on line del documento, a dire la propria. Il primo della lista che tiene sveglie le agenzia di stampa è un tale dell’opposizione che parla di smaccata violazione dell’articolo 81 della Costituzione. Fa il bis, ma nove ore e immagino parecchi caffé dopo, uno dei massimi (?) capi dell’opposizione (?) che parla di “manovra profondamente ingiusta”.

Ma il meglio lo danno i social, ovviamente, dove nel paese dei lettori di DEF, non vedono l’ora di scatenarsi. E infatti mentre le persone normali dormono o i più si abbrutiscono sul divano guardando tv spazzatura, i fenomeni di twitter danno il meglio di sé. C’è un tale che osserva come i fondi del reddito di inclusione vengano assorbiti dal reddito di cittadinanza. Un altro che pesca fra le raccomandazioni l’aumento delle rendite catastali, un altro sadico che trova persino parole di elogio per la legge Fornero nella NADEF del governo del cambiamento.

E poi ovviamente c’è la lunghissima fila degli scettici che scatenano il perculamento a commento di ogni tabella. Esercizio peraltro facilissimo e anche assai gratificante, visto che nel paese dei lettori del DEF una buona battuta suscita molti più applausi di un buon ragionamento.

E poi ci sono quelli atterriti, di fronte al deficit strutturale (alzi la mano chi sa cos’è) all’1,7% per tre anni che di fatto fa risuonare il vaffa day definitivo all’Ue, per la gioia dei fenomeni che abitano in questo paese di lettori di DEF, dove si crede veramente che basti mandare a quel paese per vivere felici nel proprio.

 

Nel paese dei lettori del DEF ci sono anche quelli, pochi a dire il vero, che il DEF lo stanno ancora leggendo e tacciono. Sono quelli che hanno qualche anno di DEF sulle spalle e hanno capito da un pezzo che sono scritti con l’inchiostro simpatico che usa il governo. Sono più che flessibili. Sono volatili. Sono approssimazioni, per difetto del principio di realtà, dell’ottimismo della volontà dei governi. Di qualunque governo. Oltre che esercizi furbetti di condiscendenza internazionale che il governo del cambiamento vuole trasformare in occasione di rissa per calcolo di bottega o, peggio, per convinzione.

In ogni caso i DEF servono più che altro per riempire le pagine dei giornali in autunno, visto che le norme che contano arriveranno con la legge di bilancio. Anche persone molto intelligenti sembrano dimenticare questa evidenza e inseguono la cagnara. Perché nel paese dei lettori di DEF è fondamentalmente questo che piace fare. Che poi questa cagnara finisca di azzopparci è un dettaglio per le persone noiose. Il governo promette la luna. Il paese dei lettori del DEF si accapiglia. La borsa a metà giornata perde l’1,2%.

A lunedì.