Ombre cinesi sul futuro dei (tras)porti europei

Il primo autentico banco di prova della futura (e molto eventuale) collaborazione fra Europa e Cina, prima ancora che dalla gestione del commercio internazionale, che risente della “stagionalità” della relazione Usa-Ue, sarà quella degli investimenti infrastrutturali cinesi in Ue. Come abbiamo osservato altrove, la qualità e la quantità del commercio che interviene fra le due regioni è tale che, per potere dar seguito alle dichiarazioni di facciata, occorre un notevole sforzo infrastrutturale per potenziare gli scambi. Ciò significa che l’Ue deve esser disposta a farsi “incorniciare” nella visione della Belt and road initiative cinese e consentire quindi investimenti strategici esteri sul suo territorio, a cominciare da infrastrutture sensibili come quelli portuali.

Il tema è oggetto di un approfondimento pubblicato da Brugel, che svolge una ricognizione molto efficace sullo stato degli investimenti portuali in Ue, che abbiamo già osservato di sfuggita ma che qui viene dettagliata. Si comincia col ricordare che l’Ue è impegnata nella definizione di una cornice legislativa per regolamentare l’afflusso di investimenti diretti sul proprio territorio, che, secondo le parole del presidente Juncker devono essere condotti ricordando che “L’Europa deve sempre difendere i suo interessi strategici”. E le infrastrutture lo sono sicuramente. Il dibattito è ancora aperto, ma nel frattempo sono accaduti molti fatti nel nostro continente che è meglio conoscere almeno per la grandi linee.

Cominciamo da alcuni numeri. L’economia europea dipende sostanzialmente dalla sua infrastruttura portuale. Il 74% dei beni che circolano sul territorio Ue passano dai porti, secondo quanto riporta Eurostat, che quota in circa 1.700 miliardi (dato anno 2016) il valore delle merci che ricevono ogni anno. Peraltro i porti occupano circa 1,5 milioni di persone. Se osserviamo il dato scorporato per le singole economie abbiamo una visione più chiara dell’importanza strategica dei porti per la nostra economia.

Questo grafico misura la percentuale di export extra Ue che passa per mare, quello sotto la percentuale di import.

Ovviamente i porti non tutti uguali e la posizione geografica riveste un’importanza decisiva. Ma non è l’unica variabile del gioco.

La mappa elaborata da Bruegel ci consente di apprezzare l’importanza relativi dei principali porti europei, con la chiara prevalenza di quelli nord europei che sono i terminali dei grandi corridoi transnazionali. E’ così da parecchio tempo, ma adesso sono in gioco alcune forze che in qualche modo potrebbero scombinare questo gioco consolidato.

Il caso più interessante da osservare è quello del porto del Pireo finito sotto l’influenza cinese dopo che Pechino ne ha fatto uno dei punti di snodo della Belt and Road Initiative che, non a caso, prevede massicci investimenti nelle strutture portuali.

La Cina ha già investito in diversi porti in Italia, Olanda e Spagna, acquistando quote di proprietà, ma l’investimento del Pireo è di sicuro quello più rilevante, sia per l’importo investito che per il valore strategico. La compagnia cinese China Ocean Shipping Company (COSCO) ha firmato un accordo nel 2008 con l’autorità portuale del Pireo per operare in due dei tre terminal. Con accordi successivi la COSCO è diventata di fatto l’azionista di maggioranza dell’autorità portuale che opera anche nel terzo terminal. Ma il fatto rilevante è che, secondo quanto viene riportato, dal momento dell’acquisizione il porto ha conosciuto una crescita senza precedenti dovuta al notevole upgrade tecnologico e infrastrutturale reso possibile dal capitale cinese. In sei anni, scrive Bruegel riportando la Reuters, il traffico portuale è cresciuto del 300% e il porto del Pireo è divenuto uno dei più affollati dell’Europa.

L’aumento del traffico attorno al Pireo dimostra che le rotte commerciali non sono scritte sulla pietra. Lo stiamo vendendo con lo sfruttamento commerciale di quelle artiche. E infatti lo sviluppo del Pireo è la conseguenza visibile di un punto di vista, quello cinese, che considera strategiche le regioni sud orientali dell’Europa per la sua penetrazione commerciale nel continente. Insieme all’investimento sul Pireo, infatti, la Cina progetta di costruire un network ferroviario (Land-Sea express route) che colleghi il porto greco con i Balcani occidentali e il nord Europa, che si sta già lentamente realizzando e che è stato al centro dei recenti colloqui con i paesi interessati nell’ambito dell’incontro di due settimana fa fra il primo ministro cinese Li e i suoi omologhi dei paesi dell’Europa centro-orientale (Central and Easter Europeaa, CEE).

Questo progetto di collegare meglio di quanto sia adesso il Pireo con l’Europa seguendo l’asse sud-orientale potrebbe segnare una piccola rivoluzione per le rotte commerciali europee. “Comparato con le rotte esistenti di navigazioni, che passano dallo Stretto di Gibilterra, la Land-Sea Express route può diminuire i tempi di trasporto fra Cina e Ue”. E’ talmente concreta questa possibilità che alcune grandi compagnie come l’HP, la Hunday e la Sony hanno già iniziato a far scalo a Pireo come porto di prima destinazione per le spedizioni nei paesi europei della CEE e nel Nord Africa. “La decisione della Hewlett Packard di spostare le operazioni dal porto olandese di Rotterdam a quello del Pireo dimostra che quest’ultimo può rappresentare un’alternativa più economica ai porti nord europei.

Di nuovo il problema si sposta nel campo di gioco dell’Ue. L’Unione rimane divisa circa il giudizio da dare alla BRI cinese e ai progetti di sviluppo a capitale cinese dentro il suo territorio. Ci sono interessi consolidati – il caso del porto di Rotterdam è solo uno dei tanti – che chiedono di essere difesi e aziende europee che temono l’ingombrante presenza cinese per le conseguenze che può avere, ad esempio, sull’industria della cantieristica navale. Ma ci sono paesi, a cominciare ovviamente dalla Grecia, che hanno salutato con entusiasmo l’arrivo dei cinesi. Ai greci si sono aggiunti i paesi della CEE, confermando il pattern che la Cina segue sempre quando si tratta di individuare le linee di penetrazione delle sue politiche internazionali: far leva su stati finanziariamente deboli e offrire loro opportunità. Circostanza che certo genera diverse diffidenze all’interno dell’Ue.

La fine di questa storia è ancora tutta da scrivere, ovviamente, e sarebbe quantomeno avventuroso inerpicarsi in previsioni. L’Ue è alle prese con scelte difficili, con il principale alleato, ossia gli Usa, che pare voler separare il proprio destino da quello europeo, e una potenza emergente che spinge per allacciare nuovi legami o rinverdirne di vecchi, con tutta la regione Euroasiatica. In tal senso sui trasporti europei, a cominciare dai porti, si staglia sempre più ingombrante l’ombra cinese. Comunque vada a finire, il mondo non sarà più lo stesso di prima.

Cronicario: Tutto pronto per la Grande Manovra

Proverbio dell’8 agosto L’amico lavora al sole, il nemico nell’ombra

Numero del giorno: 10,7 % imprese italiane che prevedono assunzioni ad agosto

E’ estate, abbiate pazienza. Le cronache raccontano cose manifestamente assurde come sempre in questa stagione. Tipo la dipendente di Trenord che annuncia all’altoparlante che gli zingari hanno rotto i coglioni, il figlio allucinato di crack che violenta la madre a Torino, il marito ai domiciliari che ammazza la moglie di botte a Venezia, i poveracci che si facevano mutilare a Palermo (e ci morivano pure) per simulare incidenti d’auto e frodare le assicurazioni, fino arrivare a notizie sublimi, come quella che oggi è la giornata del micio, che ha ridotto i social network in una colonia di teste baffute.

In questo festival dell’assurdo è chiaramente solo un caso (?) che ferva il dibattito ai piani alti del governo, che anche oggi si riunirà – dicono i saputelli – per mettere a punto la Grande Manovra che cambierà le nostre vite a partire dal prossimo settembre.

Nel caso dubitiate circa gli esiti della Grande Manovra, ve la faccio semplice. Diminuirà le tasse per aumentare le spese così aumenterà la crescita e aumenteranno le tasse.

Dentro questa cornice teorica ci sono le questioni pratiche alle quali ci hanno ormai abituato le altre cronache si stampo estivo che durano tutto l’anno. Quelle politico-economiche, per capirci. Chessò, il mito della flat tax, del reddito di cittadinanza, di investimenti pubblici ad alto moltiplicatore. Bellissime parole che ci consentono di dibattere agilmente senza sapere di cosa stiamo parlando, e quindi sono perfette per i governanti, oggi come di ieri, e per un popolo imbolsito dagli smartphone. Vi faccio qualche esempio. Oggi in conferenza stampa il premier difensore del cittadino ha detto che il governo farà ” una manovra che sia seria, rigorosa, coraggiosa. Sarà accompagnata da riforme strutturali, in cui noi riponiamo molta fiducia perché siamo convinti che la leva per la crescita economica e lo sviluppo sociale saranno le riforme”.

C’è di meglio, ovviamente. A settembre ci aspetta una riforma del codice degli appalti “per rilanciare gli appalti” che ovviamente saranno finanziati, fra le altre cose, con “la revisione delle “tax expenditure”. Ce lo vedo il governo del cambiamento a togliere le agevolazioni sulle ristrutturazioni dei giardini. Ah, ovviamente, ci saranno anche nuove “misure anticorruzione, tassello di un’efficace manovra economica”. E se pensate che questo spirito riformatore ci condurrà a chissà quale epifania in Europa, state sereni: “Ci presenteremo con un programma serio, coraggioso, che tuteli i nostri interessi, saremo molto seri, duri, rigorosi ma non irragionevoli e scriteriati”.

Vi risparmio il resto sennò che gusto ci trovate domani a (non) leggere i giornali. Contentiamoci di sapere che lassù, fra i colli romani, qualcuno ci ama. E pensa a noi anche nei giorni di Ferragosto, quando, secondo ciò che dice il ministro uno e bino si dovrebbe decidere la sorte di Ilva, mentre su Alitalia e Tap vedremo. E ne vedremo delle belle, state certi.

A domani.

La Cina prepara la sua nuova avventura imperiale

La storia dunque, assai più della macroeconomia, aiuta a capire cosa sia diventata la Cina e soprattutto suggerisce cosa voglia diventare. Quando il presidente Xi dice che la Cina sarà una potenza di rango globale entro il 2050, dotata di forza economica e militare sufficienti allo scopo, stupisce molti di noi. Quale paese occidentale è anche solo capace di immaginare una pianificazione a così lungo termine? Xi per allora magari sarà morto, ma la Cina no. La Cina ha un orizzonte di pensiero secolare. E soprattutto una notevole pazienza. L’impero cinese è stato edificato più volte nel corso dei secoli, è crollato ed è stato ricostruito, a volte da popoli non cinesi, come i mongoli o i mancesi, che poi sono stati assimilati dalla cultura cinese. La Cina ha vissuto molti rinascimenti, seguiti a secoli bui di lotte intestine e guerre, e ogni volta ne è uscita con un impero diverso e più forte.

Oggi la Cina sembra si stia preparando alla sua prossima avventura imperiale, stavolta su scala globale, e lo sta facendo con grande pazienza, ricostruendo antiche relazioni (Asia centrale e Medio Oriente) e tessendone di nuove (Africa). Anche qui ci viene in aiuto il Fmi che nel suo ultimo staff report illustra con due grafici molto istruttivi il livello di penetrazione dell’economia cinese nel mondo.

Questo grafico misura il livello di dipendenza finanziaria dai prestiti cinesi in una scala che va da meno dell’1% a più del 25% del pil dei paesi considerati. Di fatto è la cartina tornasole del crescente potere bancario di Pechino. Cinesi d’altronde sono quattro delle prime cinque banche internazionali.

Quest’altro grafico invece misura, con la stessa scala in relazione al pil dei paesi considerati, la quantità delle esportazioni totali degli altri paesi verso la Cina.

Notate che i paesi centroasiatici, che non hanno legami finanziari con la Cina, sono comunque molto coinvolti nel commercio con la Cina. E notate soprattutto la posizione dell’Australia, che esporta fra il 5 e il 10% delle sue merci in Cina e ha anche una discreta dipendenza finanziaria dalle banche cinesi. Ma soprattutto bisogna osservare l’Africa, i cui legami crescenti con la Cina sono la vera novità del nascente impero cinese, mentre non stupiscono gli stretti legami con la Mongolia – l’impero Yuan raccontato da Marco Polo era mongolo – e con alcuni paesi del sud est asiatico, che risalgono alle varie età imperiali cinesi. Anche il rapporto con la Russia è parecchio consolidato e si è sempre contraddistinto, ieri come oggi, da un difficile equilibrio fra conflitto e collaborazione.

Questa rappresentazione, veloce e quindi necessariamente semplificata, offre una possibilità di interpretazione delle informazioni raccolte dal Fmi e quindi una chiave di lettura delle affermazioni di principio fatte dai leader cinesi (e dalle decisioni che ne sono conseguite) in tempi recenti. Fra le tante, quella secondo la quale è intenzione del governo cinese sostituire l’idea di una crescita quantitativamente robusta con una crescita qualitativamente robusta, che, detto in termini economici, implica voler sostituire un sistema basato sugli stimoli (pubblici) alla domanda a un sistema che scommetta su riforme capaci di migliorare l’offerta. La qualcosa implica la promozione della competitività delle imprese cinesi, piuttosto che la loro protezione, l’innovazione tecnica e scientifica, il miglioramento industriale e una ulteriore apertura verso l’esterno. Per dirla in termini occidentali, che però tuttavia poco si attagliano allo spirito e alla filosofia cinesi, il governo vuole aumentare il grado di liberalismo nella sua economia finora a chiara vocazione social-nazionale. “La Cina è a una svolta storica – commenta il Fmi -. Dopo decenni di crescita ad alta velocità, le autorità adesso si stanno concentrando di una crescita di alta qualità. Se e come questo spostamento verrà portato avanti determinerà il percorso di sviluppo della Cina per i decenni a venire”.

Il bivio cinese, inevitabilmente, riguarda tutti noi, e spiega in parte le crescenti frizioni con l’impero in carica, quello statunitense che si esprime nei circuiti rarefatti dell’anglosfera. Ancora una volta la storia ci propone un parallelo. Ai primi del XIX secolo la Cina primeggiava nel commercio estero con l’Europa, con una bilancia commerciale fortemente attiva che suscitava parecchie irritazioni specie nella Gran Bretagna, all’epoca potenza dominante nei commerci internazionali, che non riusciva a imporre i suoi prodotti al paese per la semplice ragione che i cinesi non li volevano. Per riequilibrare il commercio estero, l’UK iniziò a esportare in Cina oppio prodotto nel Bengala, generando notevoli difficoltà sociali nel paese che culminarono nella prima guerra dell’oppio che segnò una grave sconfitta per la Cina. Le furono imposti trattati che prevedevano, fra le altre cose, la possibilità di installare avamposti britannici britannici sul territorio cinese. Gli inglesi si appropriarono di Hong Kong, restituita alla Cina solo nel 1997. Da lì in poi iniziò la penetrazione dell’Occidente, del Giappone e della Russia in Cina, che generò l’ennesimo lento dissolvimento dell’ultimo impero cinese, che verrà interrotta solo dalla rivoluzione comunista di Mao. Oltre cent’anni di anni di caos e guerre.

I dazi di Trump, che mirano e minano il surplus commerciale della Cina, che ricordano l’irritazione inglese per la Cina imperiale, le tensioni nel Mare cinese meridionale, la proposta Usa-Australia-Giappone di investimenti congiunti nell’area dell’Indo Pacifico da opporre al progetto cinese della Belt and Road initiative, sono alcune delle doglie di un nascente ordine globale che potrebbe annunciare la prossima Cina a vocazione imperiale. Ma tutto si gioca sulla solidità dello sviluppo cinese. E su questo l’analisi del Fmi ci può suggerire qualche altra cosa.

(2/segue)

Prima puntata: Cina, fra socialismo e il mercato c’è di mezzo Confucio

Cronicario: La deriva pacifista di Mister T

Proverbio del 7 agosto Loda il mare, ma resta sulla terra

Numero del giorno:  115.500.000.000 Esportazioni tedesche a giugno 2018

La migliore della giornata, ma forse dell’anno, se la aggiudica il nostro beneamato Mister T, che all’apice del solleone se ne esce così:

Ora non so voi, ma questa cosa di fare la guerra per chiedere la pace io la trovo meravigliosa. Notate il maiuscolo: così squisitamente yankee. Dai tempi della guerra per liberare i poveri schiavi del Sud, le derive pacifiste americane sono quanto di più maschio giri sul cronicario globale. Talmente, che il vice ministro della Gran Bretagna ha detto subito che “non seguiremo gli Usa sulle sanzioni”.

Tutto ciò mentre il ministro degli esteri nordcoreano va in visita in Iran per due giorni e la Russia si dice delusa dalle sanzioni Usa. Che fine farà il nostro giro d’affari con l’Iran? Ah saperlo, finirà nel mare grosso del nascente sovranismo socialista italiano, che proprio oggi festeggia il suo decreto Dignità, ormai approvato. Ora bisogna nazionalizzare Alitalia, l’Ilva e anche il nostro debito estero, così finalmente il cattivissimo spread non farà più danni. Almeno il primo anno. E dopo?

A domani (forse).

 

 

 

Sfida finanziaria nella regione dell’Indo-Pacifico

Il discorso recente del segretario di stato Usa Mike Pompeo all’Indo-Pacific Business forum di Washington ha dato improvvisamente corpo a un’idea politica emersa nei mesi scorsi per costituire una sorta di asse fra Usa, Australia e Giappone capace di controbilanciare la crescente influenza finanziaria cinese nella regione. La Belt and Road initiative di Pechino, infatti, ha sollevato parecchi timori nell’area del Pacifico costringendo di fatto gli Usa a farsi promotori di una sorta di contro-BRI che però risulta ancora quantomeno vaga, almeno relativamente agli importi sul tavolo.

Pompeo ha ricordato che le corporation Usa, che spaziano dall’energia alle banche, hanno un portafogli con 3,9 miliardi di investimenti nell’area dell’Indo-Pacifico e che la Millenium Change corporation ha investito oltre 2 miliardi negli ultimi quindici anni nella regione. Ma l’impegno diretto del governo rimane ancora molto limitato. Pompeo ha annunciato che gli Usa investiranno 113 milioni nell’area per varie tipologie di progetti. “Questi fondi rappresentano solo un acconto che prepara una nuova era dell’impegno economico degli Stati Uniti per la pace e la prosperità nella regione dell’Indo-Pacifico”, ha spiegato. Ma certo non è questo il livello che consente un confronto con il tesoro messo in campo da Pechino. La strategia Usa, a tal proposito, punta più sul contributo delle agenzie di sviluppo, che dovrebbero mobilitare fino a 60 miliardi di risorse per prestiti alle imprese, ricordando che secondo l’Asean, associazione dei paesi che affacciano sul Pacifico, l’area ha bisogno di nuove infrastrutture per un valore di circa 26 trilioni di dollari entro il 2030 per sostenere il suo attuale ritmo di crescita.

Il tema economico, come sempre, sottintende quello politico, che si sostanzia nella visione dell’amministrazione Trump che ha ribadito l’importanza strategica dell’Indo-Pacifico per gli Usa. E non solo perché gran parte della crescita dei prossimi decenni arriverà da quella regione. Ma anche perché il pendolo dell’influenza politica si sta spostando sempre più decisamente dall’Atlantico a Pacifico e gli Usa, che insistono anche su quell’oceano, non possono certo sottovalutare questo sommovimento. E la sfida finanziaria per “comprare” influenza tramite i prestiti, che i cinesi stanno praticando con grande successo in giro per il mondo, non può che coinvolgere gli alleati Usa nella Regione, quindi innanzitutto Giappone e Australia, che hanno risorse da investire. In un certo senso il terzetto Usa-Australia-Giappone è la versione finanziaria del quartetto strategico che include l’India.

Questa sorta di accordo trilaterale, al momento, è ancora poco quantificabile. Ma sul peso politico del discorso di Pompeo c’è poco da dubitare. Serve soprattutto a dare rassicurazioni ai principali alleati che devono vedersela con un vicino ingombrante e anche molto assertivo. Si pensi alla disputa sul Mare cinese meridionale. E non serve neanche riferirsi a grandi scenari. Le tensioni politiche nell’area si fanno sentire anche in questioni che sembrano (ma non lo sono affatto) innocue, come le decisioni sulla posa di cavi sottomarini per le connessioni internet.

Il governo australiano infatti ha deciso di sostenere lo sviluppo di un cavo sottomarino con le Solomon Island per spiazzare l’offerta arrivata dalla cinese Huawey, con la quale erano in stato avanzate le trattative per la realizzazione dell’opera. Una decisione che rivela un crescente nervosismo e la chiara tendenza a contrastare lo strisciante espansionismo cinese nella regione. E serve anche a capire che il confronto non si gioca soltanto su ponti e ferrovia, ma anche su infrastrutture divenute altamente strategiche come quelle delle comunicazioni digitali. E’ interessante osservare che l’Australia già da tempo ha fatto capire di voler impegnarsi di più negli investimenti diretti nella regione, essendo d’altronde la principale alleata Usa nell’area nonché una forte partecipante alle principali agenzie di sviluppo. Senonché l’arrivo della BRI cinese ha alzato notevolmente, anche a livello finanziario, il livello del confronto.

Secondo alcune stime, che servono a dare un’idea concreta della posta in gioco, solo finanziare il corridoio economico fra Cina e Pakistan costa fra i 46 e i 62 miliardi di dollari. E di fronte a questa sfida il centinaio di milioni messo sul tavolo da Pompeo fa un po’ sorridere. Se non fosse che dietro un pugno di dollari ci sono le portaerei Usa.

Cronicario: Onore, dignità e buy back (di Btp)

Proverbio del 6 agosto Fai del bene e gettalo nel mare

Numero del giorno: 4 Calo % ordini industria tedesca a giugno

Visto che fra pochi giorni vi libererete di me – anche io obbedisco all’imperativo categorico delle vacanze, che credevate – vorrei introdurvi alla conclusione del nostro periodare pressoché quotidiano facendovi notare il pericoloso scivolamento del nostro dibattito pubblico, che ormai s’inerpica senza pudore alcuno lungo la china dell’etica.

Era ora direte tutti, visto che abbiamo alle spalle vari decenni di magnaccioni. E vabbé, manco ci provo a parlare della differenza fra etica e diritto sennò mi tocca diventare noioso e fa troppo caldo. Mi contento di farvi notare che certi scivolamenti di solito portano scocciature più grandi di quelle che promettono di risolvere. E soprattutto che ci siamo già passati e non ha portato fortuna.

Detto ciò vi faccio giusto un paio di esempi presi dall’attualità, che sogna anche lei le ferie ma non può. Per dire, anche oggi abbuffata di decreto Dignità, con la commissione al Senato che non riesce neanche a discutere gli emendamenti perché l’opposizione si oppone. E lasciamo da parte il fatto che l’una e l’altra parte si rimproverino qualunque tipo di scempio, in nome della dignità, che è cosa più seria di qualunque atto legislativo, per sua natura provvisorio. Tutto ciò mentre la magistratura romana apre un fascicolo nientepopòdimeno che ipotizzando un attentato alla libertà e all’onore del presidente della Repubblica, vittima di sospetti troll russi. Non è una barzelletta.

Questa deriva tragicomica s’accompagna a eventi confinati nelle chiacchiere specialistiche, che però suscitano qualche riflessione nelle persone dotate di buon senso, come il riacquisto da parte del Tesoro italiano di circa un miliardo di obbligazioni a breve termine con le risorse del conto disponibilità, ossia il conto di tesoreria che il MEF tiene presso la Banca d’Italia. Vi risparmio la cagnara che si è scatenata sui social mentre voi sorseggiavate long drink sulla battigia o scalavate le Alpi. Il succo  chiaro: i sovranisti al governo non ci vedono nulla di male e parlano di operazioni normali. Gli oppositori (o semplicemente gli osservatori preoccupati) sottolineano che è un segnale poco rassicurante in vista dell’evoluzione prossima ventura dei mercati obbligazionari. La tragedia di questa storia è che forse hanno ragione entrambi. Il fatto comico è che questa decisione avviene mentre uno dei pezzi grossi del governo annuncia futuri attacchi speculativi contro l’Italia.

Legiferare sulla Dignità mentre si ricomprano Btp non sarà bello, ma piace.

A domani.

La lunga marcia cinese verso il Medio Oriente

Nella pressoché totale disattenzione della nostra stampa, il 10 luglio scorso a Pechino i cinesi hanno ospitato l’ottava edizione del Forum della cooperazione arabo cinese, al quale hanno partecipato i rappresentanti di 21 stati arabi.  Durante l’incontro il presidente cinese Xi ha detto che il suo paese investirà 23 miliardi di dollari nel mondo arabo, valutando anche la possibilità di instaurare accordi di libero scambio con ognuno dei paesi della Lega Araba. Tale offerta prevede prestiti per 20 miliardi e la creazione di un’associazione interbancaria fra Cina e mondo arabo che verrà dotata di tre miliardi dal Pechino con la missione di sviluppare progetti di cooperazione finanziaria.

L’offerta cinese, che si inquadra nella vasta strategia messa in campo sin dal 2013 dal governo di Pechino conosciuta come Belt and Road initiative, è soltanto l’ultimo tassello di un lunga e paziente opera di avvicinamento che i governanti cinesi hanno svolto nei confronto del mondo arabo, col quale peraltro la cina ha una consuetudine secolare, del tutto coerente con quella effettuata in Africa (esiste anche un Forum on China-Africa Cooperation, FOCAC) e nell’Asia centrale e che si è spinta fino all’estremo nord dell’Artico: usare i denaro e la sua influenza per creare relazioni con i paesi attraversati dalle rotte commerciali che assicurano la sicurezza economica ed energetica della Cina.

Gli argomenti usati dai leader cinesi sono assolutamente rassicuranti. La Cina propone e offre amicizia e collaborazione, sottolineando lo spirito assolutamente non colonialistico dei suoi intenti. Nel suo discorso ai rappresentanti dei paesi arabi, Xi si è spinto persino oltre. Ha parlato di un destino che accomuna la Cina ai paesi arabi. E se ricordiamo che la Cina è il primo consumatore di petrolio, oltre la metà del quale arriva dal Medio Oriente, e i paesi arabi i primi produttori riusciamo anche a intuire quale sia la filigrana di questo destino: il comune interesse.

Che tale interessi trovi oggi terreno fertile per far fiorire fruttuose collaborazioni è evidente. La Cina ha sempre più motivi a proporsi come interlocutore a chi vuole difendere il sistema multilaterale e l’internazionalizzazione del commercio dopo l’esclation neo protezionista dell’amministrazione Usa. Che la Cina sia credibile è un altro discorso. Ma la credibilità ci costruisce intanto con la parole e poi coi fatti. E i fatti per adesso mostrano una precisa e volenterosa strategia di penetrazione della politica cinese in una delle zona più sensibili e difficili del mondo. Fatto che non è certo sfuggito agli osservatori più interessati.

Pochi giorni dopo il vertice di Pechino, ad esempio, la russa Pravda ha pubblicato un articolo dai toni vagamente allarmati sulle influenze finanziarie cinesi che stanno lentamente sostituendo l’influenza americana e russa nel Medio Oriente. La Cina, oltre a garantire prestiti ai paesi maggiormente in difficoltà, si parla di 600 milioni complessivi per progetti umanitari per Palestina, Yemen, Iraq, Libano, Giordania e Siria, sta sviluppando progetti profondi di collaborazione anche con i paesi arabi ricchi, a cominciare dall’Arabia Saudita. Non è certo un caso che il giorno prima del vertice una delegazione ufficiale saudita sia stata ricevuta a Pechino. La Cina, d’altronde, è impegnata anche nella difficile partita del nucleare civile saudita e si sta qualificando sempre più anche come fornitore di sistemi di difesa, entrando in competizione con fornitori e abitudini consolidate.

Ma la parte del leone la fanno ovviamente le infrastrutture e il commercio. Le cronache, ad esempio, riportano che la Cina ha offerto la propria collaborazione per la costruzione di una ferrovia ad alta velocità fra l’Arabia Saudita e Israele. Non è la prima volta che i cinesi investono sulle ferrovie saudite. Già nel 2009 si parlava di un accordo per la costruzione di una linea fra le Mecca e Medina, come d’altronde non sono mancati i contatti anche col Marocco e Israele. Il capitale cinese è pervasivo e gradito da tutti. Non a caso è stato il denaro il grande protagonista dell’ottavo vertice sino-arabo. Il “Piano Marshall” cinese è lo strumento ideale per approfondire i legami finanziari e quindi interbancari fra le due regioni dei quali le nuove arterie di collegamento saranno la manifestazione visibile. Un disegno strategico di portata ampia che si propone evidentemente di collegare lo “zoccolo” dell’Eurasia (e l’Africa) all’Ue, passando ovviamente per l’Asia Centrale.

A questa prospettiva di lungo termine si affiancano le necessità del medio termine. Secondo alcune stime per il 2020 la Cina aumenterà la sua già notevole fame di petrolio e gas. E anche in questo campo, le decisioni Usa potrebbero finire col favorire la Cina. Si pensi alle sanzioni iraniane. Per la Cina sono un’occasione d’oro per approfondire il suo legame con la repubblica islamica e magari sostituire gli investitori esteri, che stanno sviluppando progetti in Iran qualora decidano di sfilarsi in omaggio al diktat Usa. Questa opera di lenta penetrazione è stata pazientemente costruita da un intenso lavorio diplomatico che prosegue ovviamente anche ai giorni nostri. Lo scorso 14 luglio il presidente Xi è andato in visita ufficiale negli Emirati Arabi, un paese col quale i cinesi hanno notevoli legami che curano da oltre trent’anni. Ma la Cina ha ottime relazioni anche col Qatar, malgrado quest’ultimo abbia pessimi rapporti con parte del mondo arabo. Tutto ciò illustra una chiara evidenza: le esigenze del commercio, ormai notevolissimo, fra la Cina e il mondo arabo, hanno lentamente costruito i ponti fra queste due culture che i progetti della Belt and Road initiative sono solo la cartina tornasole. La crescita dell’influenza cinese nel mondo arabo è l’ennesima novità del nostro tempo e rischia di far salire la tensione con le vecchie potenze. E fra i litiganti i terzi notoriamente godono.

Cronicario: Lo spread bussa, ma non apre nessuno

Proverbio del 3 agosto La casa è dove si sta bene

Numero del giorno: 1,7 Aumento % annuo produzione industriale Italia a giugno

Lo so che state chiudendo le valigie e meno di niente v’interessa sapere che là fuori, nel mondo fantastico della finanza, stanno arrotando le lame della ghigliottina che si prepara per noi l’autunno prossimo. Però è vero pure che le disgrazie peggiori arrivano ad agosto – avrete notato la quantità di turisti finiti nei guai in questi giorni – e a quanto pare quelli là fuori, che abbiamo evocato col nostro intelligentissimo dibattito politico nazionale, si stanno esercitando per bene.

Oggi, per dire lo spread è tornato pesantemente a far parlare di sé, facendo schizzare quello del decennale a 261 punti e, soprattutto, quello del biennale, che a un certo punto è salito di 29 punti base portando il rendimento all’1,27%. Insomma: lo spread bussa alla nostra porta. Solo che non c’è nessuno.

A parte il magico mondo parlamentare, impegnato nell’estenuante compito di trasformare in legge la Dignità, nelle stanze felpate e retro’ della burocrazia si respira un’aria sempre più rarefatta, mentre l’Istat nella sua nota mensile di luglio, certifica il prosieguo del rallentamento della crescita tirata già dall’andamento negativo dell’export netto.

Volete un esempio del senso comune della realtà? Eccovene uno. Il nostro paterno fisco ha sospeso l’invio di un milione di cartelle e comunicazioni varie, immagino per non guastarci le vacanze, e il nostro beneamato ministro dell’economia, che casualmente (?) rima con Mammamia, si è premurato di farci sapere che “nell’ottica di una sempre maggiore attenzione verso i cittadini, l’amministrazione finanziaria ha deciso di sospendere ad agosto l’invio di oltre un milione di atti. È un segno di riguardo nei confronti dei contribuenti, con l’obiettivo di ridurre al minimo eventuali disagi in un periodo particolare dell’anno”.

Capirete bene quanto siamo preoccupati per lo spread.

A lunedì.

 

Cartolina: Il tramonto bancario dell’Occidente

Chiedersi che mondo sarà quello dove le banche cinesi, ormai dinosauri globali, dominano la classifica delle banche internazionali significa semplicemente imparare a leggere il presente. Il tramonto bancario dell’Occidente è solo l’ennesima declinazione di quello più generale che si esprime con grande chiarezza con la seduzione autarchica e interventista che dilagano lungo la piramide sociale con la forza di un contagio. E’ il fallimento delle élite, prima ancora che quello dell’economia, ad alimentare il populismo occidentale. Dall’altro lato della storia l’Oriente, che oggi come ieri rima sghembo con la Cina, alimenta un sistema bancario ormai onnipresente che cresce all’ombra dello stato. L’élite cinese predica il commercio globale sotto l’egida di un governo benigno, come ai tempi dei suoi grandi e numerosi imperi. Le banche, sentitamente, ringraziano.

Cronicario: Soffia il vento, fischia l’inflazione

Proverbio del 2 agosto L’umiltà è il filo si cui si incatena la gloria

Numero del giorno: 60.000.000 Valore beni sequestrati a presunto tesoriere mafioso

Prima o poi, a furia di evocarla, l’inflazione arriva. E quando vi accorgerete che il vostro conto corrente vale meno e lo stipendio pure poi non dite che non lo sapevate. Provate a calcolare quanto cumula il 2% di inflazione annuo, che poi è il target che dovrebbe centrare la Bce, dopo vent’anni e scoprirete quanto varrà il vostro Btp che oggi vi rende un nulla percento.

Dopodiché ripetete con me: l’inflazione è una cosa bella. L’inflazione ci fa star bene. L’inflazione guarisce le nostre malattie e cura i nostri redditi. E soprattutto i debiti. La sapete la storiella: ce la raccontano da una vita perculandoci pure: tipo aumentare i salari nominali mentre la banca centrale pompa l’inflazione. Trovata geniale di qualche economista defunto che nei bei tempi andati invitava i governi a far salire l’inflazione anziché tagliare i salari perché i lavoratori non ne accorgevano che li stavi fregando. Evito di menzionare il genio perché sennò si scatenano i madonnari. Ore mi direte, maccheccefrega? Di fondo nulla, se non fosse che nell’area Ocse l’inflazione ormai è arrivata al 2,8% e quindi inizia a mostrare la corda la favoletta che possiamo continuare a produrre denaro e distribuirlo come ci pare perché tanto l’inflazione è ferma.

Ecco l’istogramma rosso come l’allarme dei pompieri è quello dei beni energetici che le rassicuranti politiche internazionali hanno fatto schizzare alle stelle. Ma pure se guardate l’indice aggregato, il segnale è chiaro: i prezzi stanno salendo e anche le banche centrali (compresa la nostra che ha annunciato la fine del QE e inizia a ragionare sui tassi a zero) ne prendono atto. Per dire: poco fa persino la Banca d’Inghilterra s’è decisa ad aumentare i tassi dallo 0,50, dove stavano da un’infinità, allo 0,75.

L’estate calda non dovrebbe farci dimenticare che prima o poi finisce, e il risveglio dell’inflazione, unito alle prudenti restrizioni monetarie che si preparano, dovrebbe iniziare a inquietarci, atteso che aumenterà il costo del nostro debito e perdiamo punti anche nell’unica voce che finora ci ha tenuto in piedi. Noi italiani intendo: il commercio. I dati del Pil dell’ultimo trimestre certificano il contributo negativo offerto dall’export alla crescita. E questo, unito alle genialate cui costantemente ci espone il governo del cambiamento spiega bene perché a un certo punto della giornata lo spread sul bund sia tornato a quota 250 dopo aver vivacchiato per giorni fra i 220 e i 230.

Dite che gufo? Per niente. Sono molto fiducioso. Specie da quando ho scoperto che secondo Fimaa e Nomisma, aumentano le compravendite di case vacanze (+3,5% sul 2017) anche se certo i prezzi barcollano (-2,5%). Il fatto che gli italiani spendano ancora per le seconde case nell’anno del Signore 2018 è più che un segnale di ottimismo. E’ pura rassegnazione.

A domani.