Cartolina: L’estinzione degli Emergenti

Ormai non fa più notizia l’estinzione dell’Occidente, che nel linguaggio della demografia si rappresenta bene con il tasso di fertilità delle economie avanzate, che stagna ben al di sotto del tasso di sostituzione. Detto altrimenti, servirebbero almeno due bambini per coppia per mantenere la popolazione di un paese stabile. E per le economie avanzate questo miracolo non avviene da anni. Anche gli Stati Uniti, che pure agli inizi dei Duemila viaggiavano sopra la soglia magica dei due figli per donna, ormai sembra abbiano ceduto allo spirito del tempo. Far figli, per un mondo di ragioni, ha sempre meno appeal. La notizia perciò non è che l’Occidente sia felicemente in viaggio verso l’estinzione, ma che tale malattia abbia finito col contagiarsi ai paesi emergenti, che una certa letteratura di genere dipinge come luoghi più o meno felicemente prolifici. Anche lì, come da noi, i tassi di fertilità sono in deciso declino, e ormai viaggiano sotto la soglia della sostituzione. Proprio come accade agli immigrati, che arrivano in Occidente e alla lunga convergono sul tasso di fertilità del paese ospite, anche per gli Emergenti sembra che il somigliare all’Occidente includa anche una maggiore ritrosia a far figli. Non si globalizzano solo le merci, evidentemente.  

 

Cronicario: La matematica del DEF è un’opinione

Proverbio del 4 ottobre Non desiderare vuol dire tranquillità

Numero del giorno: 15,8 Calo % prezzi abitazioni italiane dal 2010

Lo so che anche voi vi siete scocciati di parlare di un documento che non esiste ancora e sul quale si dice tutto e il contrario di tutto. Ma ci possiamo fare poco: le cronache sono talmente piene di perle sulla NADEF che nessun Cronicario che si rispetti può fare a meno di riportarle. Già dalla mattina presto poi. Perché, da bravi governanti, i Nostri non dormono mai.

Perciò non erano neanche le otto del mattino quando uno dei nostri condottieri ha fatto andare il caffé di traverso a chissà quanti annunciando che “nella manovra ci saranno 16 miliardi per i due interventi principali, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero. Ma in questa cifra ci saranno anche l’aumento delle pensioni di invalidità, il quoziente familiare, un premio alle famiglie numerose con contributo alla natalità”. Quindi non ci sono 10 miliardi per il reddito chiede l’intrepido giornalista? “Se la matematica non è un’opinione, se ce ne sono 7-8 per la Fornero, ce ne sono 8 per il reddito”. Ed ecco il punto dolente che il Nostro condottiero ha perfettamente centrato col suo notevole intuito:

La matematica del DEF, poi, è la migliore delle opinioni. Per dire, solo nella matematica politica può succedere che 16 miliardi paghino 8 miliardi di pensione e 8 di reddito, ma anche flat tax, natalità e quant’altro.

E fin qui uno ci può anche credere. Ormai si crede a tutto almeno per due secondi netti, fino al prossimo tweet. Ma poi a una cert’ora arrivano quegli altri. Alcune meravigliose “fonti parlamentari” dicono che i soldi per il reddito di cittadinanza non sono otto, ma dieci, nove per il reddito e uno per i centri per l’impiego. E per non sbagliare fanno girare anche una tabella – una delle mitiche tabelle che aspettano tutti e che ancora non si vedono – con alcuni numeri della manovra. E uno di loro con un filo di cattiveria dice persino che il ministro, quello che non riposa, forse ha preso una cantonata. “Ho le tabelle qua, era mattina presto forse si è confuso”, dice ospite della tv mattutina.

Apriti cielo. La lesa maestà provoca persino un’incrinatura nella meravigliosa narrazione del governo del cambiamento. Nientepopòdimenoche un sottosegretario all’economia del partito alleato (?) la spiega così.  “Dispiace che esponenti degli alleati di governo vadano in giro con tabelle non ufficiali e che sono mere simulazioni. Confermiamo che la quota 100 per le pensioni partirà al massimo entro il mese di febbraio, anche se faremo di tutto per renderla operativa già dal 1 gennaio 2019, e che prevede una spesa di 7 miliardi di euro per il prossimo anno”. Quindi sette miliardi, che tolti dai sedici totale ne lascia disponibili nove, che comunque non sono dieci. E comunque basta la parola: “Si sta giocando con i numeri, ma i soldi ci sono”, fa eco il ministro uno e bino a conferma del fatto che la matematica è roba noiosa di fronte alla manovra del popolo.

Dulcis in fundo arriva il premier, che oltre ad essere un fine giurista come da curriculum allegato, si rivela anche un pregevole poeta. “Il reddito di cittadinanza è una misura di cui sono particolarmente orgoglioso: non un sussidio ma una scintilla che permetterà di essere partecipi nella nostra società a tante persone che ora ne sono escluse”.

Buona visione a tutti.

A domani.

 

Compromesso euro-asiatico sul petrolio iraniano

Novembre si avvicina e quindi anche l’applicazione del nuovo round di sanzioni decise dagli Usa contro l’Iran dopo l’uscita unilaterale statunitense dall’accordo sul nucleare. Detta semplicemente, gli iraniani faticheranno non poco per riuscire a vendere il proprio petrolio, per la semplice ragione che il sistema finanziario denominato in dollari chiuderà loro le porte. Almeno in teoria. In pratica bisognerà vedere, perché le diplomazie sono al lavoro. Intanto però ha suscitato un certo scalpore la notizia diffusa lo scorso 25 settembre secondo la quale i tre ministri degli esteri di Francia, Germania e UK, insieme con gli omologhi russi e cinesi, avrebbero diffuso una dichiarazione congiunta con la quale hanno garantito il loro apporto per “assistere e rassicurare gli operatori economici che perseguono affari legittimi con l’Iran”. Compresi quindi gli acquirenti dell’oro nero.

In sostanza questa assistenza si tradurrebbe nella creazione di uno veicolo finanziario speciale capace di garantire i trasferimenti finanziari fra l’Iran e i paesi partner, pure se al di fuori del circuito dei pagamenti internazionali denominati in dollari – visto che la banca centrale iraniana non verrà ammessa come controparte in questa transazioni a partire da novembre – anche se ancora non sono delineate le specifiche tecniche di questo veicolo. Rimane da capire, in sostanza, in quale valuta saranno denominate queste transazioni. Di sicuro c’è che sia la Russia che la Cina hanno accolto positivamente le dichiarazioni della Mogherini, che, in qualità di Alto rappresentate per la politica estera europea, ha accennato allo «special purpose vehicle» da costituire per dare ossigeno agli iraniani. Pare che lo strumento dovrà in qualche modo essere capace di lavorare fuori dal circuito Swift. E questo in qualche modo ricorda gli sforzi russi di creare un circuito bancario alternativo allo Swift per la regione euroasiatica di cui abbiamo parlato nei mesi scorsi. Di sicuro c’è che le sanzioni Usa hanno finito con l’avvicinare l’Ue alla Cina e alla Russia assai più di quanto gli Usa avrebbero probabilmente desiderato.

E’ troppo presto per capire quanto, aldilà delle dichiarazioni, ci sia di concreto dietro questi movimenti diplomatici. Se si arriverà davvero alla creazione di una sorte di sistemi di pagamento “ombra” capace di servire le relazioni commerciali fra Iran, Russia, Cina e Ue sarà sicuramente un passo in avanti notevole nelle relazioni euroasiatiche. Tutto ciò ovviamente, aldilà degli aspetti finanziari, avrà ripercussioni anche nel mercato fisico del petrolio. L’Iran è un grande venditore di petrolio e le sue controparti, cinesi ma anche italiane, dovranno decidere se continuare a rifornirsi da lui oppure no.

L’India ha lasciato trapelare che ridurrà i suoi acquisti. La Cina mantiene un atteggiamento alquanto ambiguo. Da una parte lascia trapelare che una compagnia statale di raffinazione, la Sinopec, diminuirà le importazioni di greggi iraniano. Dall’altro consente alle sua compagnie private di raffinazione, già cresciute notevolmente negli ultimi anni, di aumentare del 42% la quota di importazioni di greggio consentite. Molte di queste raffinerie processano solo greggi light che l’Iran (ma anche gli Usa) è in grado di fornire.

Nei trenta giorni che mancano al via alle nuove sanzioni molto ancora potrà accadere, sia nel mercato fisico del petrolio che in quello finanziario. Gli analisti stimano che l’avvio delle sanzioni dovrebbe provocare una perdite di export per l’Iran fra 1 e 1,7 milioni barili, con conseguenze anche sui prezzi internazionali. E’ interessante però osservare che nel frattempo gli iraniani si danno un gran daffare. Una interessante ricognizione di Platts mostra che in questi tempi incerti non si sa neanche bene che fine facciano le petroliere che trasportano greggio iraniano per i mari. Almeno 11 di loro avrebbero spento i transponder. Era già successo durante le sanzioni fra il 2011 e il 2014. Detto in parole povere: sono sparite. E il petrolio chissà dov’è.

 

Cronicario: Sogno o son DEF?

Proverbio del 3 ottobre La fortuna non dà nulla: presta

Numero del giorno: 40,8 Pressione fiscale in % del Pil nel II Q 2018 in Italia

Mentre tutto il mondo aspetta col fiato sospeso la nota di aggiornamento al DEF (NADEF), quel cento e passa pagine di promesse scritte con l’inchiostro simpatico del governo, lei furbescamente svicola. Dov’è la Nota? chiedono a destra e a manca, ma il ministro Mammamia, che pure ha lasciato a bocca asciutta l’Ecofin perché doveva correre a scriverla, ancora non la pubblica, mostrando con ciò il suo raffinatissimo genio cinematografico.

La NADEF, come Moretti e il ministro emulo, si nota in entrambi i casi, specie perché ha il pregio di cambiare in tempo reale a seconda di chi ne parla. L’aggiornamento di oggi è che il 2,4 di deficit si farà solo il primo anno e non per i prossimi tre, e poi scenderà negli anni successivi ma chissà di quanto.

Il che immagino abbia costretto le manine e le manone che avevano quasi finito di scrivere la NADEF col deficit al 2,4 per tre anni a buttarla nel cestino e a ricominciare daccapo. Ti pare facile mettere per iscritto quello che dicono i politici? Anche perché nel frattempo non è che hanno smesso di chiacchierare. Anche oggi come ieri, mentre i mercati continuano a vendere il debito italiano – ah nel caso vi fosse sfuggito questa è la ragione per la quale salgono i tassi (il mitico spread) – leggo dichiarazioni meravigliose che mi rassicurano come cittadino e come contribuente circa il fatto che ormai vivo nel migliore dei paesi possibili. E non tanto perché quei gufi di Confindustria dicano che la crescita sta rallentando, che sono buoni tutti a dirlo visto i chiari di luna, ma perché il nostro ministro uno, bino e trino gli manda a dire che se ne infischia e di “non farsi illusioni perché tanto la manovra non cambierà”.

Questo mentre il compare (lui il Gatto, io la Volpe, stiamo in società, cit.) conferma che “faremo una manovra coraggiosa per mantenere i sacri impegni presi con gli italiani e me ne frego delle minacce dell’Europa”.

Poi certo ci sono quelli che minimizzano, come il ministro Mammamia, sempre lui, che forte della sua straordinaria credibilità si presenta in Confindustria per rassicurare e spiegare, come si addice al bravo padre di famiglia che dovrebbe gestire la nostra contabilità. Pesco a caso fra le parole rassicuranti.  Nel 2019 ci sarà “uno scostamento dagli obiettivi concordati con la commissione europea dal precedente governo”, ma “ci sarà poi un graduale ridursi del deficit negli anni successivi”. L’azione di Governo non è certamente improntata ad una “finanza molto allegra” che possa far “saltare i conti pubblici per dar spazio alle promesse”. Le “promesse sacre” (cit.) verranno mantenute con “forte gradualità nel corso della legislatura”. Serve una “strategia di politica economica diretta a conseguire una crescita più sostenuta e ridurre il gap di crescita che l’Italia ha avuto con il resto di Europa nell’ultimo decennio. Abbiamo bisogno di una crescita vigorosa, ed allo stesso tempo di una maggiore resilienza”.

Vi piace eh? Ok, continuo. Il Governo intende “intervenire con decisione su un piano di welfare, stendere maggiori reti di protezione sociale. Sarà condizione necessaria per evitare il rafforzarsi di sentimenti contrari al libero commercio, contrari al mantenimento di mercati competitivi, ed anche di sentimenti contrari all’Europa”. Ci dovrebbero ringraziare gli europei, altroché. E le pensioni anticipate? Facile: “E’ anche necessario intervenire su alcuni aspetti di transizione sulla riforma Fornero, che se da una parte garantisce la stabilità finanziaria di lungo periodo del sistema, nel breve periodo ha impedito alle imprese un fisiologico turnover delle risorse umane impiegate allo scopo di rinnovare le competenze necessarie all’innovazione”. E dulcis in fundo…Se dubitate che il reddito di cittadinanza (che ancora non si capisce cosa sarà) possa alimentare gli abusi sappiate che su mandato del ministro “la Gdf ha già predisposto un piano specifico per poter intervenire su quella linea di divisione che ci può essere tra lavoro nero e poveri. Chi giocherà su questo giocherà su un terreno molto rischioso”. Ditemi voi se tutto questo non è un sogno.

Dicono che alla fine del sogno arriverà la NADEF. Ma tanto non la leggerà nessuno.

A domani.

La Grande Trasformazione del credito internazionale

Sembra una inutile sottolineatura, in tempi di debito crescente, far notare la notevole espansione del credito internazionale che in qualche modo del debito è la controparte. E tuttavia l’andamento dei prestiti transfrontalieri e in valuta è un ottimo punto di osservazione per comprendere l’aria che tira nei mercati finanziari. Il credito internazionale, in sostanza, è un buon indicatore della liquidità globale e per questo è molto utile leggere l’approfondimento della rassegna trimestrale della Bis, che ha il pregio non solo di fornite stime aggiornate dell’aggregato ma anche di avere informazioni sulla sua composizione.

Come introduzione basta osservare che il credito internazionale è notevolmente cresciuto in volume portandosi al 38% del pil mondiale nel primo trimestre 2018, equivalenti all’incirca a 30,7 trilioni di dollari, quando era il 33% appena tre anni prima. Per chiarezza è bene ricordare che questa misura raccoglie i prestiti bancari e i titoli di debito, e che ha come controparte i prenditori non bancari, quindi imprese, governi e famiglie. Ma, aldilà della dimensione di questa montagna di denaro, l’evidenza più interessante è un’altra: “Nella composizione del credito internazionale è avvenuto uno spostamento dai prestiti bancari verso i titoli di debito, la cui quota sul totale è passata dal 48% del 1° trimestre 2008 al 57% del 1° trimestre 2018”. Significa in pratica che i debitori prendono a prestito sempre più dal mercato e sempre meno dalle banche. Queste ultime hanno sempre meno titoli di debito nei loro portafogli. Erano il 40% dei loro attivi dieci anni fa e sono diventate il 27% a fine marzo 2018. Le banche hanno alleggerito i loro bilanci cedendo questi asset e così facendo sono diventate meno determinanti per il credito internazionale. Questa è una trasformazione molto interessante da osservare perché implica svariate conseguenze, a cominciare da chi siano i soggetti sui quali ricadono in ultima analisi i rischi.

Un’altra evidenza rimarchevole è che il dollaro è sempre più dominante come valuta per i prestiti internazionali. Il credito estero verso il settore non bancario denominato in dollari è passato dal 9,5% del pil mondiale al 14% del primo trimestre 2018, e questo implica un sostanzioso aumento del rischio valutario per molti soggetti esteri, specie all’interno delle economia emergenti (EME), per le quali “l’aumento dell’indebitamento è stato particolarmente marcato” pure se le esposizioni in dollari “variano notevolmente in termini di paesi e composizioni”.

Capire come si sia arrivati a questo punto è interessante. Ma soprattutto è utile provare a ragionare su come queste trasformazioni possano impattare sul funzionamento dei mercati. Più titoli di debito e più dollari, ad esempio, implica che “a livello mondiale le condizioni di finanziamento siano diventate più sensibili agli andamenti dei mercati obbligazionari e maggiormente dipendenti dalla politica monetaria degli Stati Uniti” e che “i prenditori delle EME che sono ricorsi massicciamente ai titoli di debito denominati in dollari USA potrebbero risultare particolarmente vulnerabili, poiché gli investitori obbligazionari internazionali tendono a ritirarsi in fretta quando i tassi statunitensi salgono”. Va anche considerato il fatto che l’esposizione in dollari non cambia solo i diversi paesi ma anche fra i vari settori. Il settore corporate privato, in tal senso, “è stato il principale prenditore di dollari Usa” per diverse economia emergenti, mentre per altre è stato il settore statale.

Il grafico sopra riepiloga gli andamenti finora discussi. In particolare si osserva che “lo spostamento verso i titoli di debito internazionali è stato più pronunciato nelle economie avanzate”. Ciò significa che i prestiti bancari verso i gruppi di debitori di queste economie sono diminuiti. In particolare “in maniera più accentuata dopo la crisi del debito sovrano dell’area dell’euro”. Le banche europee, profondamente scottate dalla crisi, hanno ridotto parecchio le esposizioni creditizie internazionali, comprese quelle in dollari nei confronti del residenti Usa. Al contrario, “i prestiti bancari transfrontalieri denominati in euro e i titoli di debito dei prenditori dell’area dell’euro sono rimasti entrambi pressoché stabili e non hanno inciso in modo significativo sulle dinamiche complessive dei valori aggregati corrispondenti per le economie avanzate”.

La riduzione di prestiti bancari internazionali va intesa anche come restringimento della quantità dei titoli di debito detenuta dalle banche, una forma di credito bancario anche questa evidentemente anche se mediata da un’obbligazione, che è comune sia alle economie avanzate che a quelle emergenti. Le banche detengono ancora il 27% dei titoli di debito internazionali, che equivalgono a circa 4.700 miliardi di dollari, ma hanno visto calare di 13 punti tale quota in dieci anni. E questo vuol dire che sono subentrati altri soggetti, a cominciare ovviamente dalle banche centrali che sono state grandi acquirenti di titoli di debito e ancora in parte continuano ad esserlo.

Se guardiamo alla geografia, osserviamo che la contrazione dei prestiti bancari è stata trainata da quattro paesi, ossia Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti. Questa retromarcia non ha impedito ai paesi emergenti di cumulare grandi quantità di debiti in dollari, collocati però in gran parte al di fuori del circuito bancario. Tali esposizioni peraltro non sono distribuite uniformemente. “Nell’Asia emergente, il credito denominato in dollari USA aumenta dal 2010 – sotto forma sia di titoli di debito sia di prestiti bancari; nell’Europa centrale e orientale, storicamente il credito denominato in euro ha un ruolo relativamente più importante. Eppure il dollaro domina anche in questa regione, nonostante il forte rialzo del credito denominato in euro dal 2015. In America latina storicamente prevale il credito denominato in dollari USA, che ha registrato un notevole incremento dal 2010, trainato dall’emissione di titoli di debito”.

Non è certo un caso che le fragilità esplose in questi ultimi mesi in paesi come la Turchia e l’Argentina trovino riscontro nell’analisi delle esposizioni creditizie. “Si è osservata un’espansione del credito bancario in dollari USA verso il settore privato non finanziario in alcuni paesi, tra cui la Turchia”, sottolinea la Bis. Mentre in Argentina si è fatto un notevole ricorso a finanziamenti in dollari Usa per il debito sovrano.  In tal senso osservare l’andamento del credito internazionale è anche un modo per provare a scovare nuovi focolai di crisi.

Aldilà delle situazioni di rischio, è l’analisi della distribuzione del rischio sottintesa a questa trasformazione del credito internazionale che è interessante. Come ha sagacemente rilevato il capo della ricerca delle Bis Hyun Song Shin in un suo articolo recente aver spostato il peso relativo del credito dai prestiti bancari ai titoli di debito implica che il rischio, di fatto, si sia spostato, almeno parzialmente, dal sistema bancario al mercato obbligazionario. In ultima analisi, sono gli acquirenti delle obbligazioni, siano essi fondi pensioni, assicurazioni, o semplici risparmiatori, i terminali delle situazioni di crisi, a differenza di quanto è accaduto prima della crisi del 2008, quando le banche, tramite le cartolarizzazioni, si scambiano fra loro asset poco liquidi e opachi. Oggi il rischio è alla luce del sole. Per questo forse non si vede.

Cronicario: All’Italia serve una propria monetina

Proverbio del 2 ottobre Se incontri uno senza sorrisi regalagliene uno

Numero del giorno 80 Spread Grecia-Germania meno quello Italia-Germania 

Chissenefrega dello spread, certo. E ancor meno me ne frego della borsa, tanto là ci stanno solo i ricchi, come no. Però del conto corrente, almeno di quello, ce ne vogliamo occupare? Per dire, se fossi un correntista postale dovrei fare un pensierino ansioso ai miei soldarelli che ivi giacciono, scarsamente remunerati, mentre il governo verdolino sogna di usare la Cdp, che incidentalmente controlla le Poste, come manleva di tutte le catastrofi aziendali nazionali?

Capisco l’entusiasmo per il governo del cambiamento, però non sarebbe male farsi qualche domanda. Tipo: perché uno dei massimi cervelli economici del paese, che incidentalmente è anche il responsabile economico di uno dei partiti della coalizione, nonché incaricato di pubblico servizio parlamentare, dichiara senza remora alcuna che “l’Italia avrebbe bisogno di una propria moneta”? Non serve essere geni come lui per capire che poi succede questa cosa.

Specie quando l’arguta affermazione avviene dopo la precipitosa ritirata di ieri sera del ministro Mammamia dall’Ecofin col pretesto di dover scrivere il Def. Che è come dire che il ministro s’era presentato all’interrogazione senza i compiti fatti. E poi quando il Gatto e la Volpe, ormai in grandissimo spolvero, dicono che a) non arretreremo di un millimetro sul Def; e che b) faremo causa a chi vuole male all’Italia, e in particolare agli eurocrati che con le loro dichiarazioni fanno salire lo spread. Infischiandosene della circostanza che lo spread sale da maggio, quando l’Europa taceva, non da ora.

E’ chiaro a questo punto pure a persone di scarsa intelligenza come me che nessuno può essere così privo di discernimento, anche se com’è noto la stupidità è un abisso senza fondo. Sicché ne deduco che c’è del metodo in questa follia e ne prendo atto. Vorrei però che le grandi intelligenze che stanno metodicamente facendo calare il valore dei nostri titoli di stato in corso di validità – ah non lo sapevate che questa è una delle tante conseguenze dell’aumento dello spread? –

dicessero ai loro tifosi che odiano l’Europa, i tedeschi, i francesi e chissà chi altro, che un buon 70 per cento dei titoli di stato italiani sta in Italia (dati settembre 2018).

Un bel po’ ce l’ha la Banca d’Italia, via QE ormai in corso di conclusione, e poi ci sono banche e assicurazioni, dove voi, cari tifosi, tenete i vostri soldini in conti correnti e polizze vita o chissà cos’altro. Perciò fatevi un’altra domanda: quanto hanno perso in valore i titoli di stato nelle pance di banche e assicurazioni (e stendo un velo sulla capitalizzazione della borsa dove tanto stanno i ricchi, banche comprese) da quando il governo del cambiamento ha cominciato metodicamente a fare incazzare gli acquirenti/venditori dei nostri titoli di stato? Facciamo i conti della serva. Sono tirati per i capelli, ma servono solo a chiarire l’idea. Lo spread è salito di circa 150 punti da maggio. Abbiamo un 2.300 e rotti miliardi di debito pubblico, diciamo che il 70% è in Italia, quindi, malcontati saranno un 1.600 miliardi. Il debito pubblico italiano ha una durata media residua di 82 mesi e mezzo (dato di giugno 2018). Quindi il nostro orizzonte di perdite teoriche, dando per buoni i conteggi della tabella sopra, si colloca in una forchetta fra il 7 e il 13% di 1.600 miliardi, ossia fra i 112 e i 208 miliardi. E questa perdita chi la paga?

Perciò, carissimi. Più che una moneta propria, l’Italia ha urgente bisogno di una monetina da tirare in aria per affidarsi alla sorte, visto che non riesce da sola a decidere che fare da grande. Testa o croce?

A domani.

 

L’Undernet (cinese) che unisce l’Africa al Sud America

L’attivazione del primo cavo translatlantico che collega l’Angola al Brasile segna un salto di qualità rilevante nella silenziosa evoluzione della geopolitica dell’undernet sottomarina che popola i nostri fondali. E questo non soltanto perché è il primo cavo acceso in anni recenti a collegare l’Africa all’America lungo l’Atlantico meridionale. Ma perché unisce due continenti tramite due paesi che parlano portoghese, e quindi molto facilmente possono dialogare, uno dei quali, l’Angola ha rapporti profondissimi (di debito) con la Cina, che come sappiamo è molto attiva nella continua e assai discreta tessitura della digital silk road cinese che dura ormai da diversi anni.

Il South Atlantic Cable System (SACS) è stato costruito dalla Angola Cables, grazie a un finanziamento della banca di sviluppo angolana, quindi di tipo governativo. La Angola Cables è una compagnia la cui maggioranza (il 51%) è in capo alla compagnia statale di telecomunicazioni, la Angola Telecom, e il resto è diviso fra le altre compagnie angolane  Unitel (31%), MSTelcom (9%), Movicel (6%), Startel (3%). Il cavo ed è stato acceso il 18 settembre scorso. Nel consorzio che ha realizzato l’opera ci sono anche Algar Telecom (Brazil), Antel (Uruguay), TESubCom (partecipata della statunitense TE Connectivity) e Google che si sono serviti della collaborazione della giapponese Nec. Il SACS dovrebbe connettersi con il cavo MONET, che lo stesso consorzio ha realizzato per collegare il Brasile alla Florida.

Si tratta di un investimento rilevante che somiglia a quello che la Cina ha fatto direttamente nella posa di un altro cavo fra Africa e Sud America. Sempre a settembre, infatti, è stata annunciata la fine dei lavori per un altro collegamento sottomarino, fra Camerun e Brasile, ossia il South Atlantic Inter Link (SAIL) che verrà realizzato dalla cinese Huawey marine e dalla compagnia telefonica camerunense Camtel che ha fra i suoi partner la China Unicom. In generale la Cina è estremamente attiva in Africa sull’Ict, forte anche del fatto di essere fra le prime produttrici di fibra ottica, della quale l’Africa ha un gran bisogno. L’interesse della Cina per i cavi fra Africa e Sud America, peraltro, non è neanche un fatto nuovo. Già nel 2011 la Bank of China aveva annunciato di essere interessata a investire il 60% del costo richiesto per finanziare il South Atlantic express (SAex).

Il SACS più sfumatamente, il SAIL con chiara evidenza, mostrano che l’Africa è un’ottima piattaforma di lancio dell’espansionismo digitale cinese verso l’America Latina che si inquadra nell’ampia strategia che Pechino ha messo in piedi per assicurarsi una crescente capacità di penetrazione nei mercati internazionali. La Huawey è la punta di lancia di questa strategia per l’America Latina, che si articola dalla vendita di smartphone alla posa di cavi. La compagnia cinese è attiva in svariati paesi in questa regione, dal Cile al Messico. Peraltro questi due paesi sono solo gli ultimi di una lista di stati sudamericani che hanno iniziato a fare affari con i cinesi nel settore Ict. Gli osservatori ne parlano da anni, segnalando l’espandersi dell’influenza cinese nell’America Latina. Chi fosse interessato può anche scorrere uno dei tanti libri, uscito nel 2014, dove questa problematica è stata ampiamente illustrata. La novità è che adesso l’Undernet cinese crea un ponte, finora solo digitale, fra il continente africano, che è uno dei pilastri della Bri cinese, e quello americano, dove già la presenza cinese è rilevante. Probabile che qualcuno a Nord del continente si innervosisca.

 

 

Cronicario: Assumiamoci tutti alla faccia del deficit

Proverbio dell’1 ottobre Chi lavora come uno schiavo può mangiare come un re

Numero del giorno: 8,1 Tasso % disoccupazione eurozona ad agosto

Siccome comincia un nuovo mese e bisogna ancora sgomberare le macerie di quello vecchio – deficit previsti e quisquilie simili – il menù di oggi prevede buone notizie e idee ancora migliori che confermeranno, laddove ancora nutriate dubbi, malnati miscredenti, che il governo del cambiamento sta lavorando per tutti noi.

Cominciamo dal numeretto magico che sono certo guardiate tutte le mattine prima del caffè: il tasso di disoccupazione. Bene, ecco la buona notizia: è diminuito in tutte l’eurozona, e incredibilmente anche da noi. Parliamo di agosto scorso.

Siamo arrivati all’8,1% nell’EZ, a conferma del fatto che l’economia internazionale tiene ancora un bel ritmo di marcia. In sostanza siamo più o meno al livello registrato prima del grande crash del 2008. Va talmente bene che va bene pure da noi, dove però c’è sempre in agguato una qualche fregatura. E non lo dico io, ma l’Istat.

Ecco, l’ultima frase sibillina rivela l’atteggiamento pudico del nostro amato Istituto sul tema. Almeno nei commenti. Perché poi se uno si va a leggere tutta la release la pudicizia lascia il posto alla spietata logica dei numeri che la raccontano molto diversamente. L’occupazione è arrivata al tasso del 59%, che è un piccolo record storico per il nostro paese. Ma è vero pure che aumenta anche il livello degli inattivi che come sa chiunque abbia la pazienza di leggere TUTTA la nota Istat finiscono col contribuire al calo della disoccupazione. Traduco: ci sono meno disoccupati ANCHE perché ci sono meno persone che cercano lavoro e diventano inattivi.

Ed ecco che dice l’Istat: “Ad agosto si stima un aumento degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,3%, pari a +46 mila unità). L’aumento coinvolge principalmente gli uomini e si distribuisce in tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni. Il tasso di inattività sale al 34,5% (+0,1 punti percentuali)”. Su base trimestrale “alla crescita degli occupati nel trimestre si accompagna il notevole calo dei disoccupati (-5,5%, pari a -154 mila) e l’aumento – meno ampio – degli inattivi (+0,4%, +57 mila)”. Questo mentre nei dodici mesi “a fronte della crescita degli occupati si stima un forte calo dei disoccupati (-14,8%, pari a -438 mila) e un lieve aumento degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,3%, +37 mila)”. A parte questa sottolineatura, le cose vanno bene, anzi benissimo. Al punto che  i nostri alfieri del cambiamento hanno già nuove brillanti idee per risolvere l’annoso problema. Non c’è malattia economica che un sano deficit positivo non possa curare, ormai è acclarato.

E così nel bel mezzo della mattina, uno dei due ministri e vicepremier (indovinate chi) se n’è uscito dicendo che gli piacerebbe proprio fare un piano straordinario di assunzioni in tutte le forze dell’ordine, vigili del fuoco compreso. E chissenefrega se c’è da fare altro deficit. Tanto poi ci vai il ministro Mammamia a litigare a Bruxelles (oggi per esempio). Peraltro di sicuro non sarà sfuggito al Nostro Mentore il dato pubblicato da Eurostat secondo il quale solo il 23,3% degli italiani cerca lavoro tramite i centri per l’impiego, che il governo del cambiamento vorrebbe persino potenziare. Il grosso, com’è da quando abbiamo memoria, chiede a parenti e ad amici,

a differenza di quanto accade in Germania, dove il grosso, il 73%, si rivolge al collocamento pubblico per trovare lavoro.

Eh vabbé ma adesso le cose cambieranno, statene certi. Le avvisaglie si vedono già. Nei palazzi altolocati l’idea circola e le anticipazioni del viceministro lasciano ben sperare. La disoccupazione, come la povertà. verrà abolita per decreto, semplicemente assumendo tutti gli italiani alle dipendenze dello stato. E’ l’uovo di Colombo: ci assumiamo tutti, ci paghiamo le tasse fra noi, ci produciamo quello che ci serve e ci compriamo il debito che facciamo per fare queste cose e poi digeriamo il tutto. Fino a quando un rutto non ci sveglierà.

A domani.

Alla fine la guerra commerciale conviene. Ai cinesi

Che sia la ragion politica, assai più di quella economica, a guidare gli istinti belluini statunitensi nell’ormai conclamata guerra commerciale scatenata contro la Cina risulta evidente scorrendo le numerose pubblicazioni che in questi mesi sono state dedicate all’analisi delle conseguenze negative che tale decisione rischia di provocare anche sugli Usa. L’ultima in ordine di apparizione l’ha proposta la Bce nel suo Bollettino economico di settembre, dove ha svolto una simulazione secondo la quale i primi a perderci, se la guerra proseguirà, saranno proprio gli statunitensi. Il che non si può dire certo sorprendente. L’economia Usa infatti importa molto anche perché esporta molto, visto che il suo settore produttivo fa un notevole uso di beni intermedi, solitamente acquistati all’estero.

Lo studio della Bce stima le perdite potenziali per gli Usa partendo da alcuni presupposti teorici. Si ipotizza che nel breve termine l’effetto diretto dei dazi sul paese che li impone dipenda da due canali: il trade effect e il confidence effect. Il primo misura il combinato disposto fra l’andamento della spesa interna, che si sposterà sui prodotti non daziati, presumibilmente di provenienza domestica, e quindi ha un effetto positivo sul pil, e l’andamento della ricchezza aggregata che ha l’effetto opposto. Globalmente infatti le tariffe riducono il potere d’acquisto dei consumatori del paese che le ha imposte e quindi a livello macroeconomico il consumo e gli investimenti. L’interazione fra questi due andamenti determina il saldo degli effetti sul pil del paese considerato. Quanto più l’import è sostituibile dalla produzione interna, tanto meno i consumatori subiranno diminuzione del proprio potere d’acquisto, con un effetto finale positivo per il pil. E’ chiaro che in un paese che usa molti beni intermedi per la produzione le tariffe sulle importazioni fanno crescere anche i prezzi dei beni prodotti a livello domestico e quindi annullano i vantaggi per i consumatori della sostituzione del bene finale importato con quello prodotto internamente. Al tempo stesso, le misure di ritorsione applicate dal paese oggetto di dazi possono aggiungere ulteriori costi per i consumatori esacerbando il danno globale per l’economia. Il confidence channel misura invece gli effetti indiretti provocati dal calo di fiducia per l’ambiente business, che si ripercuote sul livello degli investimenti.

A fronte di questa cornice teorica si ipotizza inoltre che gli Usa decidano di applicare un dazio del 10 per cento su tutte le loro importazioni verso il resto del mondo. A loro volta i partner commerciali faranno la stessa cosa per ritorsione. Gli effetti stimati sui mercati finanziari, a causa del calo di fiducia, sarebbero un aumento del premio sui bond di 50 punti base e un calo delle borse generalizzato che per gli Usa viene quotato al 16%. Questo stimando che la guerra commerciale duri almeno due anni e che i ricavi dei dazi vengano utilizzati dai paesi che li hanno originati per diminuire il deficit fiscale.

I risultati della simulazione lasciano pochi dubbi: i dazi hanno una notevole influenza negativa per gli Usa. La perdite diretta tramite il trade effect abbasserebbero l’attività economica degli Usa dell’1,5% il primo anno. Ciò in quanto le quote di mercato guadagnate all’interno del paese non basterebbero a compensare la perdite di quote sui mercati esteri. “Le stime suggeriscono che le esportazioni nette degli Usa si deteriorerebbero significativamente”, scrivono gli autori dello studio. Ciò avrebbe anche effetti negativi sul mercato del lavoro e sul livello degli investimenti statunitensi. Complessivamente “il pil sarebbe più basso dell’1% alla fine del terzo anno di simulazione”. Al contrario, in China il trade effect sarebbe leggermente positivo all’inizio e negativo a lungo andare. In prima battuta l’export netto cinese migliorerebbe potendo fruire delle quote di mercato internazionali che gli Usa invece perderebbero a causa dei dazi. Ancora più rilevanti gli effetti del confidence channel, che colpirebbero il mercato globale. Si stima che le tensioni commerciali potrebbero diminuire il commercio globale con effetti negativi sul pil Usa dello 0,7%. Presi complessivamente i due canali, l’effetto dei dazi provocherebbe “un calo dell’attività economica reale negli Usa di oltre il 2% solo nel primo anno rispetto allo scenario base e il commercio globale potrebbe diminuire del 3%”.

Aldilà delle ipotesi, il messaggio “politico” è evidente: “Per un’economia che impone dazi e quindi provoca ritorsioni da parte di altri paesi c’è un chiaro peggioramento. Il suo tenore di vita diminuisce e si perdono posti di lavoro”. E’ difficile credere che le teste d’uovo della Casa Bianca non lo sappiano.

Cronicario: L’alba dei DEFunti viventi

Proverbio del 28 settembre Il cielo fa sempre il nido all’uccello cieco

Numero del giorno: 4,6 Calo % borsa italiana alle 14.00

Mi sveglio che l’Italia sembra un film di Romero: orde di morti viventi assediano il supermercato dove sono insediati un gruppo di vivi morenti, per fame o azzannamento, vai a sapere, e tutti insieme appassionatamente popolano la pellicola di questo inizio d’autunno nostrano.

Capirete che spavento. Spread che riparte e borsa in crash, tirata giù dalle banche. Le prime DEFunte sono loro. Poi ci sono il Gatto e la Volpe, all’anagrafe ministri e vicepremier, che si dilettano con allocuzioni vagamente etiliche del tipo che “abbiamo abolito la povertà” o, meglio ancora, che “i mercati se ne faranno una ragione”. In fondo mica si devono lamentare. Anzi dovrebbero pure ringraziarci che ci facciamo ancora prestare i soldi da loro, pagandoli profumatamente a tassi calmierati dalla Bce (ancora per poco) anziché produrli in casa come farebbe un qualunque buon padre di famiglia.

Il Gatto e la Volpe sono degni del Pinocchio che regge il moccolo al governo, che senza alcun timore del ridicolo  giura che hanno previsto “meccanismi per evitare di superare il deficit previsto”. Mi viene da pensare  ai morti viventi che lanciano l’attacco all’ingresso principale del supermercato mentre i vivi morenti fanno resistenza praticamente con i manici di scopa. Un po’ come ha fatto ieri notte il ministro dell’economia che rima sempre con mammamia e adesso finalmente sapete perché. Il nostro beneamato è il più DEFunto di tutti. Sentire che rimane al suo posto perché L’uomo del Colle ha detto sì, mi ha commosso.

Ma soprattutto DEFuntissimi sono quei fenomeni che ieri notte ballavano la rumba a MonteCitterio, ops scusate, Montecitorio, per festeggiare l’abolizione della povertà ignorando la statistica e la storia che insegnano quanto sia poco propizio vendersi la pelle prima dell’orso. Avranno tempo di ricredersi. Nel frattempo proveranno anche ad abolire i mercati con un decreto legge. Quindi tenetevi pronti.

DEfunti siamo anche io e voi, che pensavamo di esser quelli che stavano dentro il supermercato e invece già da un pezzo c’avevano mangiato. Ora si tratta solo di spolparci. Ma allora chi c’è dentro il supermercato? E chi l’ha detto che c’era qualcuno. Quello era il film. Qui da noi, nel giorno dell’alba dei DEFunti viventi, il supermercato è solo pieno di roba. Ma ancora per poco.

A lunedì.