Cronicario: Macron, Macrì e Micron

Proverbio del 25 settembre La felicità arriva a chi non la cerca

Numero del giorno: 32 Quota % italiani 16-74enni che hanno comprato on line nel 2017

Ci voleva un fenomeno come il presidente francese, galluto com’è costume in quelle latitudini, per fare impennare le quotazioni del deficit pubblico, ormai in disgrazia di stampa (e di venditori di titoli) da svariati decenni e tuttavia ancora irresistibile per i politici che francamente se ne infischiano.

Gli è bastato fare un robusto chicchirichì e improvvisamente tutto il mondo politico ha finito col doversi interessare di lui. Anche perché volete mettere la soddisfazione di fare bella figura coi soldi degli altri e manco quelli di oggi, ma quelli di domani, che prima che se ne accorgono, quelle capre degli elettori, sono già aumentate le tasse? E’ cosi, diciamocelo. Va avanti da una vita. La magia del deficit pubblico ha tenuto in piedi governi e società e mai come ora serve visto che – orrore – sono arrivati loro!!

Dirà qualcuno che da Macron a Macrì – il presidente dell’Argentina in bancarotta – il passo può essere breve, anzi brevissimo, se uno esagera con la voglia di far felici tutti i contribuenti coi soldi loro (questa elementare verità circa natura e provenienza del deficit pubblico viene abbondantemente taciuta, chissà perché). Quindi serve l’italica moderazione semmai a far tesoro di questa risorsa miracolosa che, come la manna, arriva dal cielo, malgrado quei pezzi di me (semicit.) del Mef grazie alle imperscrutabili grazie dei ministri.

Ed ecco perciò che dalle meravigliose alture della politica italiana, arriva la proposta che metterà d’accordo tutti: i madonnari della spesa pubblica e quelli dell’avanzo primario: il deficit poco ma buono. Da Macron a Micron, il nuovo eroe della politica italiana. L’annuncio lo da il ministro Pamplona, che con la consueta grazie e scienza infusa spiega che “il fianco scoperto del nostro paese è il debito pubblico” e che quindi se Macron farà il 2,8% di deficit sul pil, perché è un gallo che non teme confronti, noi che siamo bravi ragazzi faremo un numero che “è ben al di sotto”. Anche se poi “la realtà la vedremo fra qualche giorno”.

Ora non vorrei turbare il nostro governo Micron, ma come elemento di riflessione aggiungo solo questo disegnino facile facile, dove qualunque illetterato come me capisce che il fianco lasciato scoperto dal debito pubblico è assai più ampio di quanto si pensi, visto che arriva al cuore delle nostre banche, che sono quelle cattivissime entità dove teniamo i nostri soldini.

Ecco, indovinate cosa hanno in pancia le nostre banche e poi chiedetevi perché sogniamo Macron e finiamo con Micron, pur di scansare Macrì. Ecco, si chiama realtà.

A domani.

La “patata bollente” del rischio ora è nel mercato dei bond

Un bell’articolo di Hyun Song Shin, capo della ricerca economica della Bis nonché grande svelatore di miti e luoghi comuni, ci ricorda la sostanziale evoluzione avvenuta nel mercato finanziario nei dieci anni intercorsi dal crollo di Lehman Brothers, che mise fine a un mondo dove le banche prestavano sostanzialmente a se stesse per far credito a debitori di sempre minore qualità, arrivando a generare una leva finanziaria che poteva arrivare a 50. Significa che in pratica bastavano due dollari di capitale proprio per originare prestiti per 100 dollari. Era il magico mondo delle cartolarizzazioni, securitation in inglese, pompate dai grandi broker dealer Usa, foraggiati dal mercato monetario e dalle banche europee che una narrativa piuttosto compiacente ha sovente indicato come “vittime” dell’ingordigia Usa quando erano invece sostanzialmente complici e altrettanto ingorde.

I dati infatti mostrano che la crisi ha avuto un’origine compiutamente translatlantica. Il grafico sotto indica la crescita delle cartolarizzazione nei grandi broker-dealer Usa e il relativo aumento della leva finanziaria.

Quest’altro grafico mostra la notevole partecipazione, misurata con il dato delle esposizioni delle banche europee nei confronti di quelle Usa, del vecchio continente alla festa del credito facile.

Notate che gli 856 miliardi di dollari di esposizione bancarie europea verso gli Usa del 2002 diventano più di due trilioni nel 2007. Quest’ultimo grafico misura le perdite delle banche Usa e di quelle europee.

Le banche americane hanno sofferto perdite complessive per 708 miliardi, quelle europee per 520. Non erano poi così diverse. La differenza, semmai, sta in chi ne ha pagato il conto, ossia i contribuenti delle singole regioni. Come osserva il nostro economista con una splendida battuta, “le banche sono globali in vita e nazionali quando muoiono”.

Ricordare tutto ciò serve anche a sottolineare che la teoria di gran voga all’epoca, ossia che le banche tramite le cartolarizzazioni, hanno brigato per passare la patata bollente del debito dal sistema bancario all’ultimo anello della catena, ossia il risparmiatore, magari per il tramite dei suoi intermediari privilegiati (si pensi ai fondi pensione), era un’altra bella storiella che celava la verità. La “hot potato”, spiega Shin, in realtà rimaneva all’interno dello stesso sistema bancario, visto che le banche prestavano a se stesse tramite veicoli fuori bilancio che emettevano a loro volta debito per finanziare l’espansione creditizia.

La “hot potato theory”, paradossalmente, è assai più vera oggi di quanto non fosse ieri, visto che nei dieci anni che sono trascorsi non solo il debito complessivo è aumentato,

ma adesso risiede non più in esotici strumenti finanziari scritti in linguaggio in codice che le banche si scambiavano fra loro ma nel mercato dei bond, il più “popolare” di tutti, che oggi vede coinvolti a livelli senza precedente non solo le banche centrali, ma anche i grandi veicoli di risparmio gestito e degli investitori di lungo termine, a caccia di rendimenti dopo il crollo dei tassi di interessi favorito dalle politiche monetarie espansive.

Potremmo dire approssimando ma senza andare troppo lontano dal vero che all’espansione creditizia pre 2008, guidata dalle grandi banche commerciali, si è sostituita un’espansione persino più robusta, stavolta “sponsorizzata” dalle banche centrali che ha spostato la patata bollente del debito nel mercato obbligazionario, ossia il “pascolo” dei grandi investitori istituzionali e di quelli retail (fondi pensione, assicurazioni eccetera) che sono le strutture di collegamento dei mercati finanziari con i risparmiatori. Se qualcuno pensa che le espansioni creditizie siano sempre e solo benefiche forse dovrà ricredersi. ll problema è che non sappiamo mai prima come la realtà presenti il conto. Sappiamo solo che prima o poi lo presenta.

 

Cronicario: I guai dei governi non finiscono May

Proverbio del 24 settembre L’estate muore sempre annegata

Numero del giorno: 14.000.000 Italiani che usano preparare la pizza in casa

Poiché s’inaugura oggi l’autunno, e per l’occasione oltre al nostro scontento torna pure il Cronicario, m’è parso utile ricordare che questo complotto di circostanze si materializza persino nella settimana peggiore per il governo verdolino, visto che gli tocca scrivere, e persino rendere nota – che tempi signora mia – la nota di aggiornamento del Def che è un po’ il preludio alla legge di bilancio che tutto il mondo aspetta col fiato sospeso, immaginandosi (a turno) l’inferno o il paradiso quando invece sarà il solito purgatorio.

No non dicevo questo purgatorio.

No, neanche questo.

Ecco, fuocherello. Perché se credete davvero che vi daranno questo mondo e quest’altro, sotto la forma delle varie prebende del fu contratto con gli italieni, senza attingere alle vostre tasche mentre fingono di riempirvele, allora ve lo meritate il governo verdolino e gli farete pure l’applauso alla fine di questa sciarada. A proposito, oggi pare che ci sia stato un vertice a Palazzo Chigi con il premier e i due vicepremier, all’anagrafe Il Gatto e La Volpe, alla presenza dei due ministri delle scocciature economiche che rimano con Mamma mia e Pamplona e non a caso. Il primo è il primo della lista e quindi esposto alle intemerate della tremarella. Il secondo è un notorio amante della corsa dei tori che popolano i mercati, visto che studia sempre il modo di farli incazzare. Ignoriamo l’esito del vertice, ma lo conosceremo presto, non appena le solite fonti parlamentari diffonderanno il prossimo audiostream.

Nel frattempo consoliamoci con l’estero, almeno per osservare che se noi stiamo messi come stiamo quelli che dovrebbero essere i nostri maestri di democrazia se la passano così così.

No, scusate, ho sbagliato slide. Mi riferivo a quest’altra May.

Sapete tutti che sta capitando in UK, e non è educato infierire. Il governo è inguaiatissimo, l’economia scricchiola e dall’esito del referendum sulla Brexit non è migliorata. Proprio oggi l’istituto di statistica britannico ha fatto notare come il deficit commerciale, che trumpianamente, ha nutrito molte delle rimostranze contro l’Ue è aumentato costantemente negli ultimi vent’anni,

e questo in un ambiente istituzionale regolato da un mercato unico. Cosa accadrà se, come pare, non ci sarà nessun accordo fra sei mesi?

Pure laggiù hanno i fenomeni al governo e all’opposizione, mentre il popolo è convinto che siano dei geni capaci di salvarli dall’abisso nel quale si è precipitato da solo votando un referendum del quale non aveva penetrato il significato della domanda. E’ il problema delle domande semplici. Nascondono spesso risposte sbagliate. E non risolvono i guai. Quasi May.

A domani.

 

 

 

 

I mercati (e l’Italia) nella tenaglia della Grande Divergenza

Come sempre ottima occasione per fare il punto e avere informazioni assai utili, la rassegna trimestrale pubblicata ieri dalla Bis inaugura l’autunno 2018 con una parola che riecheggia continuamente nell’intervento di presentazione di Claudio Borio, Capo del Dipartimento monetario ed economico della banca di Basilea: divergenza. Questa “parola chiave”, come la presenta Borio, rappresenta il primo segnale di un redde rationem che i mercati hanno sempre sfiorato – si pensi al taper tantrum del 2013 o alla svalutazione dello yuan del 2015 – ma mai seriamente vissuto. Oggi la divergenza si manifesta con sempre maggiore evidenza nella differenza di andamento fra i mercati emergenti e quelli avanzati. I primi, come sempre linea di faglia degli eccessi degli altri, che hanno ecceduto a loro volta, come mostra l’andamento globale del debito registrato in questo decennio.

“Mentre i mercati finanziari degli Stati Uniti crescevano, le economie emergenti hanno dovuto affrontare crescenti pressioni”; osserva Borio. E pure se si può dire che “in media l’andamento dei mercati finanziari mondiali è rimasto positivo”, la media è ingannevole. “Per riprendere una famosa citazione – ironizza Borio- , una persona con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore continua ad avere una temperatura media”.

La nostra citazione rappresenta bene l’idea della divergenza che si sta sviluppando fra le economie globale, che in qualche modo – e sarebbe strano il contrario – riecheggia un’altra divergenza, ossia quella delle politiche monetarie fra le principali banche centrali, che ha segnato gli ultimi due anni. Le ragioni di questa divergenza, dice Borio, sono facile da individuare. L’economia negli Usa, già in fase di espansione, ha continuato ad accelerare, con l’inflazione finalmente a convergere verso l’obiettivo ma senza accelerazioni che la qualificassero come una minaccia. La Fed di conseguenza ha potuto proseguire il suo cammino di normalizzazione monetaria, la qualcosa ha conferito ulteriore forza al dollaro, che già dalla primavera mostrava segni di rafforzamento. Tale andamento ha messo sotto pressione le economie emergenti, che devono gestire uno stock di obbligazioni denominate in dollari più che raddoppiata nell’ultimo decennio e che adesso vale 3.700 miliardi, esclusi i debiti sottoscritti tramite swap di valute, che potrebbero valere altrettanto.

I rischi crescenti nelle economie emergenti non dovrebbero tuttavia farci sottovalutare quelli che stanno annidati nelle economie avanzate. La ripresa prosegue tranquillamente e le borse raggiungono nuovi record, ma al tempo stesso il mercato dei leveraged loan dei prestiti ad alto rendimento è esploso.

“I volumi sono balzati in avanti, dato che le banche hanno riversato i loro prestiti su una base di investitori desiderosi di acquistarli, in alcuni casi tramite collateralised loan obligations (CLO), cugine delle famigerate collateralised debt obligations basate su ipoteche (CDO) della GCF”, spiega Borio, sottolineando che “i covenant si sono indeboliti ulteriormente e i prezzi hanno dovuto essere spesso rivisti al rialzo per la vendita sul mercato a un prezzo di equilibrio in seguito ad aste preliminari”. Che tradotto vuol dire che serve sempre più rischio per saziare la fame di rendimento. “L’unico segnale di timori o dubbi da parte degli investitori è stato un prezzo relativamente elevato, e in crescita, dell’assicurazione contro un crollo del mercato azionario”.

Questo accade nei mercato delle economie avanzate, ed è il segnale che forse la divergenza visibile celi una convergenza sulla fragilità, caratteristica quest’ultima già drammaticamente evidente nelle economie emergenti. Già dai primi segnali di apprezzamento del dollaro, sono cominciati i sinistri scricchiolii nelle economie più fragili, come Argentina e Turchia, dove le pressioni esterne si sono sommate agli squilibri interni cumulati nel tempo creando il perfetto effetto slavina. “Dopo un periodo senza precedenti di 16 mesi consecutivi di afflussi nei fondi di investimento delle EME – osserva Borio -, la tendenza si è improvvisamente invertita in maggio. Da fine marzo, le perdite di valore cumulate sulle classi di attività ed esposizioni valutarie di molte EME sono state sostanziali. Per alcuni aspetti, hanno superato quelle avute durante il taper tantrum nel 2013 e si sono avvicinate a quelle causate dal deprezzamento del renminbi in agosto 2015”.

La sofferenza delle economie emergenti, a parte l’apprezzamento del dollaro, trova nutrimento della guerra commerciale ormai conclamata fra Cina e Usa, che non accenna a mitigarsi e soprattutto dal timore che l’economia cinese, che è la regina delle economie emergenti e che in molti modi le influenza, rallenti più di quanto si possa prevedere proprio a causa della guerra dei dazi. Finora queste fibrillazioni non si sono diffuse. “Ciò nonostante, non tutte le economie avanzate ne sono uscite indenni. Le ripercussioni hanno raggiunto l’area dell’euro, in particolare le regioni periferiche, più deboli”. E dulcis in fundo ci troviamo noi. “L’Italia è stata il paese più colpito: le incertezze politiche avevano già scosso i mercati in maggio e i prestiti in sofferenza continuano a gravare sulle banche. Inoltre, il legame tra il settore sovrano e quello bancario, così evidente durante la crisi del debito dell’area dell’euro, si è da allora rafforzato”.

Anche oggi come già in passato si osserva che “la potente medicina di tassi di interesse insolitamente e persistentemente bassi è servita per sostenere l’attività economica ma alcuni effetti collaterali erano inevitabili”. “Le vulnerabilità finanziarie a cui ci troviamo ora di fronte ne sono in parte un esempio. Le reazioni dei mercati sono simili ai sintomi di astinenza di un paziente al quale viene sottratta la medicina”. E se pure è difficile fare previsione, ciò che sappiamo è che “il recupero totale non sarà facile”. La tenaglia delle divergenza, alimentata da un debito sempre più elevato e difficile da gestire a causa dell’eredità della crisi, con le banche centrale con spazi di manovra ridotti al lumicino, rischia di trasformarsi in una pericolosa convergenza. Quella al ribasso. “Rimangono poche medicine disponibili per rimettere in salute il paziente o curarlo in caso di ricaduta. Inoltre, la contestazione politica e sociale della globalizzazione e del multilateralismo attualmente in corso non è di aiuto”. La convalescenza, “in ogni caso sarà lunga e movimentata”, conclude Borio. E già questo è un segnale di convergenza.

Cartolina: I ricavi della guerra commerciale

Il guerreggiare sulle merci fra Usa e Cina, che da un anno almeno estenua le cronache, ha finalmente generato il risultato tanto perseguito: una riduzione del deficit commerciale statunitense nel secondo trimestre 2018. La corta impennata del conto merci, che essendo un deficit implica una sua riduzione, vale circa 17 miliardi ed è dipeso non tanto da una riduzione delle importazioni, che dovrebbe essere il fine dei dazi, leggermente cresciute, quanto dalle esportazioni aumentate malgrado l’antipatia di Trump. L’America ha esportato beni per oltre 429 miliardi, fra i quali si segnalano materie prime energetiche e prodotti agricoli, primo fra i quali la soia. Tutti beni che la Cina fino a ieri importava in notevoli quantità dagli Usa. Domani chissà. Alla lunga l’antipatia presenta il conto e già si orecchiano sussurri scoraggianti per l’economia Usa, come come quello del patron di Alibaba che rinnega la sua promessa di creare lavoro in un’America sempre meno amichevole. I ricavi della guerra commerciale sono transitori. I costi duraturi.

Il petroyuan inizia a diventare uno strumento politico “reale”

La prima consegna di greggio fisico avvenuta nei giorni scorsi, che regola il primo future petrolifero quotato in valuta cinese, è una buona occasione per fare il punto sul petroyuan e sugli effetti che nel medio e lungo periodo questo strumento può svolgere non solo sui mercati petroliferi ma anche su quelli finanziari e quindi inevitabilmente politici. Può sembrare un vezzo da specialisti, monitorare il regolamento di un contratto future. Ma in realtà è un passaggio fondamentale per testare la solidità del processo messo in piedi dalle autorità cinesi che ha condotto alla quotazione del future. Se la consegna per una qualsiasi ragione avesse incontrato intoppi, il future cinese avrebbe sostanzialmente fallito la sua prova di mercato. Al contrario, tutto è andato come da copione. Le cronache riportano che sono stati consegnati 601.000 barili di greggio sour mediorientale per un valore di 293 milioni di yuan, pari a circa 42,6 milioni di dollari. Lo Shanghai International Energy Exchange (INE), la borsa dove è quotato il future, non ha fornito l’identità degli acquirenti. Alcune fonti però alludono genericamente a compagnie finanziarie e ad almeno una compagnia cinese a controllo pubblico, la Yongan future.

Conclusa la regolazione, l’attenzione degli analisti si è spostata sull’andamento finanziario del future, che per una serie di ragioni legate probabilmente ai costi di storage e alla situazione internazionale è andato in contango già dal 21 agosto con il contratto in scadenza a dicembre. Quindi i prezzi futuri di dicembre sono superiori al prezzo spot corrente e tuttavia gli acquisti si son concentrati proprio su questa scadenza già dalle metà di agosto. Agli inizi di settembre i lotti scambiati su questo contratto avevano toccato quota oltre 348 mila lotti, poco sotto il record di oltre 367 mila contratti dell’8 agosto raggiunto però dal future di settembre ormai vicino alla scadenza. La preferenza dei trader sul future di dicembre, ossia il contratto più lontano nel tempo, non è usuale nei grandi mercati dei derivati, dove di solito la liquidità si concentra sul contratto più prossimo (cd prompt-month), quindi quello del mese successivo a quello in scadenza. Questa caratterista del future cinese denota l’utilizzo più che altro speculativo che ne fanno i trader, peraltro in gran parte clientela retail cinese. Avere tre mesi di tempo prima della scadenza, insomma, dà più margini per speculare sui prezzi e lasciare il mercato prima della consegna fisica. In tal senso in questi primi sei mesi di attività il petroyuan, secondo diversi osservatori, più che un termometro della domanda cinese di greggio, che ricordiamo essere ormai sostanzialmente la prima al mondo, è un indicatore dell’attitudine speculativa dei suoi partecipanti. Le cronache riportano che in oltre 30.000 avrebbero aperto un account all’INE e almeno una decine di grandi compagnie, cinesi e non, hanno iniziato da subito a utilizzare il petroyuan. Secondo alcune stime, dal momento del lancio al 31 agosto scorso sono stati tradati a Shangai oltre 11 milioni di lotti per un valore di circa 5,39 trilioni di yuan, superando di gran lunga il DME Oman future. Gii osservatori stimano che ormai il 15% di queste posizioni siano estere, rispetto al 5% dei primi due mesi di trading.  Insomma: il petroyuan mostra un gradimento crescente, ma soprattutto inizia a penetrare nell’economia reale del petrolio.

A parte la consegna di settembre, che sarà servita a rassicurare chi il greggio lo compra sul serio, gli analisti hanno osservato la nascita di un certo collegamento “spontaneo” fra il future cinese e Dubai. La preferenza finora mostrata per i contratti in petroyuan a intervallo trimestrale, infatti, si combina bene con i meccanismi di mercato della cittadina araba visto che il future ha come sottostante il Middle eastern sour, contrattato a Dubai, e soprattutto si sposa col ciclo di mercato di questo greggio che tratta cargo con merce spedita a due mesi, in coerenza con i 20-35 giorni che servono per raggiungere la Cina dal Golfo Persico. E non ci sono solo ragioni tecniche, ossia legate al funzionamento dei mercati, a lasciar immaginare grandi spazi di crescita nell’economia reale del petroyuan. La variabile politica è sicuramente quella più interessante. Cronache più o meno interessate sottolineano le enormi opportunità che si aprono per il petroyuan adesso che diventa imminente l’applicazione completa delle sanzioni Usa all’Iran. Dal prossimo novembre sarà molto difficile per gli iraniani vendere petrolio in dollari, e poiché la Cina rimane uno dei principali clienti della Repubblica Islamica, nulla di più semplice che usare uno strumento che già esiste – il petroyuan – per quotare e scambiare greggio contro valuta.

Qualcosa di simile starebbe accadendo anche fra Russia e Cina. Secondo questi resoconti Mosca e Pechino sono intenzionate a incrementare il valore delle transazioni denominato in rubli e yuan. I media riportano che il capo del Russian Direct investmente fund, Kirill Dmitriev, avrebbe annunciato lo scorso 12 settembre all’Easter Economic Forum (EEF) di Vladivostok che i primi accordi in valute locali avverranno all’inizio del prossimo anno e che esiste un’intesa con la China Development Bank per creare un fondo in valuta cinese da almeno dieci miliardi per sostenere questi scambi. L’intenzione è di scambiare beni per 100 miliardi di valore in prima battuta per arrivare a 200 nel medio termine. Una scelta che ha anche un certo senso economico se si osserva che la Cina, secondo alcuni resoconti, pesa circa il 15% del commercio russo e che il commercio bilaterale è cresciuto del 31,5% nel 2017 raggiungendo gli 87 miliardi. Peraltro pare che l’interscambio in valute locali sia già avviato da un pezzo. La Cina avrebbe pagato nel 2017 il 9% delle sue fornitura dalla Russia in rubli mentre le compagnie russe avrebbero pagato il 15% delle loro importazioni in Yuan. Il fatto che la Russia sia il primo fornitore di greggio della Cina potrebbe semplificare molto l’adozione del petroyuan nello scambio fra i due paesi.

E qui si arriva al punto che trasforma una questione da specialisti – un future sul greggio – o al limite da studiosi del commercio internazionale – l’interscambio russo-cinese – in un affare di stato. Anzi: di stati. La diffusione di scambi in yuan implica l’aumento del volume di transazioni valutarie in moneta cinese, ancora poco significativo, soprattutto a causa dell’inconvertibilità dello yuan, ma soprattutto perché sinora il commercio internazionale è stato denominato in gran parte in dollari. Anche su questo tema, resoconti più o meno interessati ipotizzano che l’evoluzione del quadro politico internazionale stia lentamente traghettando il mondo verso un sistema multi-valutario, dove il Re dollaro, seppur fra molte resistenze, e in parte per precise scelte degli Usa (dazi, sanzioni) sta lentamente perdendo quote di mercato. E’ presto per dire se queste previsioni siano sensate. Ma sarebbe poco saggio ignorarle.

Più del reddito di cittadinanza serve il reddito per le madri casalinghe

Una statistica diffusa da Ocse, dedicata alle differenze di genere nella quantità di tempo libero disponibile nel corso di una giornata, è una buona occasione per ricordare una caratteristica del nostro paese della quale si discorre pochissimo: la condizione delle nostre donne che lavorano in casa, curando le attività domestiche e i familiari. Ossia un’attività di lavoro a tempo pienissimo, sabato e domenica inclusi, che le impegna decine di ore a settimana e per la quale non esiste alcuna retribuzione. Manca persino una qualsiasi forma di riconoscimento sociale. Una condizione che non è esagerato assimilare a una sostanziale schiavitù. Vediamo i dati.

Notate il notevole gap fra la quantità di tempo libero a disposizione delle donne in Italia e quello che hanno gli uomini. E poi guardate a quest’altro grafico che riepiloga i minuti per giorno di lavoro non pagato nel confronto internazionale.

In pratica, dopo il Messico le donne italiane sono quelle che cumulano il numero più elevato di minuti non retribuiti ogni giorno per le attività domestiche e la cura dei familiari. Parliamo di 227 minuti, oltre tre ore al giorno. Numeri che forse sono persino sottovalutati, Nei suoi ultimi due rapporti annuali, Istat ha dedicato svariati approfondimenti al lavoro non retribuito che fanno le donne italiane non ufficialmente occupate, che, per quantità, sfiora le 50 ore settimanali. Secondo le rilevazioni (anno 2014) in Italia sono state effettuate 71 miliardi e 353 milioni di ore di lavoro non retribuito, il 71% delle quali (oltre 50 miliardi) da parte di donne per attività domestiche. “Una forma di produzione – dice Istat -, che, pur non essendo retribuita, è fondamentale per il benessere del Paese”. Per capirlo basta un semplice esempio: “Nel 2014 oltre 7 milioni di casalinghe da sole hanno effettuato un numero di ore di lavoro non retribuito simile a quello prodotto da poco più di 25 milioni di uomini di 15 anni e più”. Il grafico sotto illustra l’impegno orario settimanale di donne e uomini in Italia.

Sempre Istat ci informa che “il modello di divisione del lavoro più tradizionale è quello male breadwinner, che assegna all’uomo il compito di provvedere al reddito e alla donna quello di curare la casa e la famiglia”. Questa modalità “è ancora oggi adottata dal 32,3 per cento delle coppie con la donna in età attiva”. Il che, oltre a spiegare il basso tasso di partecipazione delle donne italiane al mercato del lavoro, denota la persistenza dello stereotipo secondo il quale è meglio che l’uomo lavori e donna stia casa. Una convinzione condivisa, “dal 54,1 per cento degli uomini e dal 46,6 per cento delle donne”. Paradossalmente “l’analisi dei carichi di lavoro totale fa emergere l’efficienza del modello male breadwinner: allo stato attuale, infatti, è l’unico che porti a una sostanziale parità nei carichi di lavoro totale, pari a circa 7h20’ al giorno per entrambi i partner”. Con una differenza sostanziale però: la donna non viene pagata. Se poi lavora, “paga” il reddito con un aumento notevole del lavoro complessivo, dovendosi far carico anche di buona parte di quello casalingo, come si può osservare dal grafico sopra.

Notate che anche nel confronto europeo le donne italiane sono quelle messe peggio dopo le rumene. E questo basta per far concludere a Istat che “il vantaggio di vivere in famiglia è percepibile soltanto per gli uomini, che beneficiano della condivisione del lavoro familiare con un guadagno netto in termini di carichi di lavoro complessivo, mentre per le donne, soprattutto se occupate, la vita di coppia comporta un aggravio di lavoro”.

Curiosamente di questo stato di cose si parla pochissimo. Persino in un periodo di promesse politiche mirabolanti come quello che stiamo vivendo, la condizione delle donne italiane che lavorano per la casa e i familiari non suscita alcune attenzione. Invece di proporre improbabili redditi di cittadinanza ad aspiranti lavoratori sarebbe mille volte più giusto fornire una qualche forma di reddito a chi lavora già. Almeno a quelle donne che non ne hanno alcuno. Sarebbe anche un valido sostegno alle famiglie. Sempre l’Istat, nell’ultima ricognizione dedicata proprio alle casalinghe, fornisce alcune informazioni che ci aiutano a dimensionare il fenomeno. Nel 2016, anno della rilevazione, erano presenti 7 milioni e 338 milioni casalinghe in Italia. La gran parte anziane ultra 65enni (40,9%). Quelle fino a 34 anni erano l’8,5%. Quindi parliamo di circa 620 mila donne. La gran parte delle casalinghe vive al Centro-Sud (63,8%).

Il 42,1% di queste donne vive in coppie con figli. Quindi circa si può stimare che circa 3 milioni di donne, malgrado si occupino anche dei figli e del marito non ricevano alcun reddito, a differenza di quanto accade a gran parte alle casalinghe ultra 65enni che hanno di solito una qualche forma di previdenza. Le casalinghe “giovani” se vogliono una pensione una volta anziane devono versare i contributi di tasca propria, pure se non è molto chiaro da dove dovrebbero prendere i soldi. Si potrebbe cominciare fornendo un reddito almeno alle casalinghe che operano all’interno di un nucleo familiare con figli minori. Ciò non soltanto non soltanto per dar dignità al lavoro che queste donne svolgono, ma anche per fornir loro un valido contributo economico, visto che la gran parte di queste donne vive in condizioni di povertà e circa il 10% in povertà assoluta. Servirebbe anche a sostenere le famiglie e insieme favorire la natalità, che è un altro dei grandi problemi del nostro paese. Soprattutto sarebbe un giusto riconoscimento dell’importanza che hanno queste donne nella nostra società. Un ultimo dato lo illustra compiutamente. Il 71% delle ore di lavoro gratuito svolto in Italia nell’anno 2014 (oltre 50 miliardi) è stato svolto da donne per attività domestiche. Si tratta, spiega Istat, di “un valore superiore al numero di ore di lavoro retribuito prodotto dal complesso della popolazione”. Le casalinghe da sole hanno regalato all’Italia 20 miliardi di ore di lavoro.

Sfida digitale fra potenze attorno al Polo Nord

L’apertura della ferrovia fra la città finlandese di Kouvola e quella cinese di Xian ha improvvisamente fatto capire agli osservatori che la penetrazione europea da Nord delle merci cinesi, analogo per importanza a quella che procede da Sud passando dal Pireo, passa per la fredda Finlandia. In tal senso, Grecia e Finlandia, due paesi diversissimi per latitudine ed economia condividono questa strana circostanza che somiglia a un destino: sono due importanti terminali del capitale cinese che si dirige a passo di carica verso l’Europa. Anzi, verso l’eurozona, alla quale appartengono entrambi.

Se fosse solo una questione di ferrovie forse pochi ci avrebbero badato. Ma la collaborazione fra cinesi e finlandesi è assai più strategica. I novemila chilometri di strada ferrata che uniscono la Cina alla Finlandia, sui quali viaggiano chilometri di container pieni di merce cinese impallidiscono persino di fronte al più ambizioso piano, raccontato dalle cronache del dicembre scorso, per posare in terra Artica 10.500 chilometri di fibra ottica grazie ai quali “digitalizzare” il circolo Polare e creare la connessione internet più veloce al mondo fra la Cina e l’Europa con l’obiettivo, chissà quanto concreto, di concludere i lavori entro un paio di anni. La qualcosa è una perfetta rappresentazione dell’ambizione cinese di usare sempre più l’Artico come rotta di collegamento con l’Europa, per le merci come per i dati. Si stimano riduzioni degli attuali tempi di percorrenza intorno al 40%, sia che si tratti di cargo che di bit. Questa è una ragione più che sufficiente per guardare all’Artico come la nuova rivoluzione geoeconomica del XXI secolo. E spiega perché la Cina non poteva non partecipare. Anche in ragione del fatto che è una delle più forti produttrici mondiali di fibra ottica.

Portare un cavo di fibra ottica attorno al circolo polare non è un lavoro semplice. La Cina deve trovare intese con molti paesi artici senza esserlo a sua volta, come mostra con chiarezza il grafico pubblicato sopra tratto da un recente bell’approfondimento proposto da Ispi. La Finlandia, che sta investendo molto per proporsi come data hub (di recente ha lanciato un collegamento veloce con la Germania) è uno di questi stati, anche se certo il più importante rimane la Russia, con la quale i cinesi ormai hanno un robusta consuetudine “artica” cementata dallo sfruttamento del gas liquido prodotto nella penisola di Yamal.

Ma a ben vedere la piccola Finlandia non è meno strategica. Sempre Ispi ci ricorda un’altra ferrovia, per la quale sono in corso colloqui fra i due paesi, per collegare Rovaniemi in Lapponia, a Kirkenes, la cosiddetta “nuova Rotterdam”, porto norvegese al confine russo e terminale polare europeo dei container asiatici.

Un progetto che ricorda la ferrovia con la quale la Cina pensa di attraversare l’Europa centro orientale partendo dal Pireo.

Ma soprattutto finlandese è la Cinia group Oy, compagnia statale che ha un ruolo importante nel progetto del cavo in fibra lungo il passaggio nord-orientale e che ha trovato nei cinesi un partner di buona volontà e di altrettanto buona dotazione finanziaria. In particolare si è fatta avanti China Telecom, in perfetta sintonia con la digital silk road cinese, probabilmente in considerazione del fatto che si prevede che il traffico dati fra Europa e Asia triplichi nei prossimi cinque anni e la banda non è mai abbastanza. Peraltro i cavi esistenti che uniscono l’Asia e l’Europa passano lungo luoghi affollatissimi e soggetti a enormi difficoltà come lo stretto di Malacca e il Canale di Suez. Gli stessi luoghi, con relative strozzature di traffico, dove passa gran parte del commercio marittimo che unisce i due continenti.

Il progetto sino-finlandese, che trova fra i possibili partecipanti anche Russia, Giappone e Norvegia, si trova a dover concorrere con un’altra iniziativa, stavolta portata avanti dalla statunitense Quintillion, società basata in Alaska, che ha concluso a fine 2017 la prima fase di posa, delle tre previste, di un cavo sottomarino dalla Gran Bretagna al Giappone, lungo Canada e Alaska che in parte si sovrappone al progetto della finlandese Cinia.

Questi due progetti concorrenti, una volta conclusi, faranno dell’Artico una delle zone meglio connesse al mondo con tecnologia di ultima generazione e reti velocissime. E non sono neanche gli unici. Nell’arco di pochi anni il Polo sembra destinato a diventare una piattaforma ideale per sostenere e favorire i commerci che si svolgeranno lungo le rotte “analogiche” che vengono realizzate per l’occasione. Si pensi alle varie infrastrutture che stanno sorgendo lungo i porti polari. Il profondo Nord diventa terra di conquista anche per compagnie di telecomunicazioni, quindi, che però non sono semplici aziende ma portatrici di notevoli interessi. Dietro le compagnie ci stanno gli stati, più o meno direttamente. Per questo la corsa all’oro digitale partita al Polo Nord rischia di trasformarsi nell’ennesimo scenario di tensione fra Cina e Stati Uniti con l’Europa nello scomodo ruolo a metà fra il vaso di coccio e il cavallo di Troia. Tutti convergono verso il Polo. Ormai non più soltanto geograficamente.

(2/fine)

Prima puntata: L’ascesa silenziosa della via digitale della seta cinese

L’ascesa silenziosa della via della seta digitale cinese

Come nei film dove la fine s’intuisce dall’inizio, questa storia si rivela già nell’esordio del luglio 2015, quando la Cina propose la sua “digital silk road” durante un summit con l’Ue a Bruxelles dedicato proprio alla collaborazione digitale fra le due regioni, ossia la testa e la coda dell’Eurasia. Non è ancora chiaro chi sia la testa e la coda, fra Cina ed Europa. Ma se guardiamo soltanto allo sviluppo dell’economia digitale, il sospetto più che fondato è che sarà Pechino a guidare questo processo, visto che, com’è noto, l’Europa è alquanto debole in questo settore.

Questa classifica è stata pubblicata da Mediobanca alcuni mesi fa in uno studio dedicato alle websoft e non c’è ragione di credere che ci siano stati grossi cambiamenti da allora. Non ci sono grandi aziende europee nell’hi tech, a differenza di Usa e Cina, e soprattutto non sembra che l’Europa abbia molto chiaro dove vuole andare. La Cina, al contrario, ha le idee chiarissime. Sin dal 2015, ancora una volta. Quell’anno infatti fu lanciata un’altra “campagna” cinese, il Made in China 2025, con la quale Pechino ha lanciato la sua sfida all’Occidente promettendo di diventare leader (o quantomeno un player riconoscibile) nell’arco di dieci anni in dieci settori strategici della contemporaneità, il primo dei quali – e non a caso – è quello dell’ICT, che vuol dire non  solo sviluppare l’industria dei semiconduttori, ma anche le tecnologie hi tech sottintese allo sviluppo delle reti digitali, dal 5G fino all’infrastruttura dei cavi sottomarini. Tutti fronti di potenziale tensione con la potenza egemone in carica che spiegano assai meglio del deficit commerciale la ragione della guerra dei dazi scoppiata da Usa e Cina.

Il MIC 2025, come lo chiamano gli esperti, e la digital silk road, a ben vedere sono facce dello stesso poliedro che ormai rappresenta la politica cinese, il cui dichiarato obiettivo è trasformare il paese in una potenza di rango globale – economica, scientifica e militare – per la metà del XXI secolo. Sembra un tempo infinito, ma solo se si trascura di osservare le molte cose che sono successe dal 2015 fino a oggi. L’attivismo cinese è tanto intenso quanto silenzioso. E già questo dovrebbe consigliarci di prenderlo molto sul serio.

Le cronache di tale attivismo sono numerosissime. L’Action Plan redatto nel 2015 dal governo cinese per la digital silk road prevedeva la costruzione di cavi ottici transfrontalieri e network per la telefonia mobile nonché lo sviluppo dell’ e-commerce fra la Cina e i paesi partner della Belt and Road initiative. Parliamo di paesi come lo Sri Lanka, la Cambogia, l’Afghanistan, il Bangladesh, il Laos e lo Yemen, dove secondo alcune metriche meno del 20% delle famiglie usa Internet. Nell’economia del XXI secolo d’altronde, non ha molto senso investire su porti e ferrovie se poi non posso far girare software in maniera efficiente su una rete veloce e non si può contare su milioni di persone connesse alla rete per poter godere dei beni e dei servizi che si produce o si trasporta. In tal senso, lo sviluppo delle telecomunicazioni può essere la chiave di volta per spalancare gli enormi mercati del Sud-est asiatico, popolati da giovani e “affamati” users. Questo spiega le numerose incursioni delle compagnie cinesi nel business dei cavi sottomarini. La Huawei, ad esempio, prima che il governo australiano la fermasse per timori connessi alla presenza cinese in una infrastruttura strategica, aveva proposto di costruire un cavo sottomarino per collegare le Solomon Island alla rete globale. Ed è sempre la Huawei che ha dato il via a un progetto per un cavo sottomarino in Baja California, proprio sotto il naso degli Usa. L’America Latina, d’altronde sembra essere divenuta un altro punto di interesse dei cinesi. Qualora servisse un esempio, si può ricordare che di recente è stato completato, sempre a cura di Huawey, il cavo sottomarino che collega l’Africa, e in particolare il Camerun, con il Brasile. Seimila chilometri di fibra ottica destinati a far salire notevolmente le comunicazioni fra queste due parti del mondo.

Questi due esempi sono solo la punta dell’iceberg. Nel 2017 la Huawei ha firmato un accordo per costruire la Pakistan East Africa Cable Express, che oltre ad essere un acronimo assai ammiccante (PEACE) si propone di stendere un cavo dal Pakistan al Kenya passando per Djibuti, nota alle cronache per aver accettato qualche tempo fa un’installazione portuale cinese e di recente per aver firmato un accordo per infittire la collaborazione con la Cina nell’ambito dell’ultimo Forum per la cooperazione sino-africana (FOCAC) che si è svolto fra il 3 e il 4 settembre a Pechino. Oltre a ciò la Cina sta investendo parecchio per fare arrivare una connessione di qualità anche nelle zone più remote dell’Asia centrale partecipando anche al consorzio che ha la responsabilità con il cavo terrestre più lungo del mondo, il Trans-Europe Asia (TEA), oltre a partecipare, sempre con la Huawei, al progetto Diverse Route for European and Asian Markets, che ha un altro acronimo suggestivo (DREAM) ed è stato lanciato nel 2013 dalla russa MegaFon.

La collaborazione con la Russia va ben oltre, ovviamente. Di recente le cronache hanno riportato dell’imminente accordo fra i gigante cinese Alibaba con alcuni partner russi, Mail.ru, che controlla i social network più popolari del paese, e il fondo sovrano Russia Direct Investment Fund, per sviluppare piattaforme internet in Russia nell’ambito della visione cinese della digital silk road. Ma soprattutto è già in stadio avanzato la presenza cinese nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale dove Huawey e ZTE sono ormai ben radicate. Parliamo di paesi come Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan e Kazakistan, che con la Cina hanno anche profondi legami commerciali e progetti di sviluppo infrastrutturali assai significativi. L’avvento imminente del protocollo 5G, che vede la Cina in prima fila in questa nuova corsa all’oro, ha portato anche all’accordo che nel 2015 Pechino ha siglato con l’Ue per coordinare la ricerca sulle reti del futuro, senza trascurare le tecnologie annesse o concorrenti, come il cloud computing e la rete satellitare. Nekl 2017 Pechino ha annunciato partnership con giganti It del calibro di Cisco, Ibm, Ericsson e Diebold Nixdorf per realizzare data center e servizi fintech nei paesi attraversati dalla Bri. Al tempo stesso ha promosso il network satellitare Beidou che è un potenziale concorrente del GPS (Global positioning system) nei territorio della Bri. Il Pakistan ha iniziato già ad usarlo e sono in orbita quasi una ventina di satelliti.

Tutto ciò ha un’evidente ricaduta commerciale e un portato politico meno evidente ma sostanziale. Sponsorizzare reti, significa favorire il commercio, a cominciare da quello elettronico, che a sua volta vuol dire instaurare relazioni bilaterali come la Cina ha già fatto con Australia, Estonia, Ungheria, Cambogia e Brasile proprio per regolamentare l’e-commerce. A sua volta sviluppare commercio elettronico significa “vendere” sistemi di pagamento e indirettamente finanziamenti, come sta facendo ad esempio Alibaba in molti paesi asiatici (Filippine, Indonesia, eccetera), mentre in Africa, nel febbraio scorso è stato annunciato che le Chinese Union pay card sarebbero state accettate nel mercato africano entro la fine di quest’anno. Dulcis in fundo, Alibaba e Huawei hanno siglato accordi per sviluppare smart cities in Kenya, Malesia e persino in Germania.

E infatti sarà l’Ue la vera cartina tornasole per capire fino a che punto la via digitale cinese della seta diverrà la promessa del 2015. Molti osservatori puntano il dito sui molti rischi che porta con sé l’exploit tecnologico cinese, trattandosi di infrastrutture strategiche e per di più portatrici di informazioni, ossia il petrolio del nostro tempo. Ma al tempo altri sottolineano le enormi opportunità che le reti digitali rappresentano per molti paesi. Come sempre la verità sta nel mezzo. E si capisce molto bene se si guarda a un altro esempio che rappresenta la perfetta sintesi di quanto abbiamo detto finora: lo sviluppo delle comunicazioni digitali nell’Artico, l’ultima frontiera economica e politica del nostro tempo.

Ultima puntata: Sfida digitale fra potenze attorno al Polo Nord

(1/segue)

Cartolina: La Cina che verrà

C’era una volta una Cina che investiva oltre 460 miliardi di dollari in otto anni nell’economia globale dedicandone quasi la metà al settore energetico, e poi ai metalli e alle costruzioni. Era una Cina pesante: siderurgica, energivora e palazzinara che somigliava ancora alla vecchia Unione Sovietica. Poi è arrivata la Cina che dura ancora oggi, che ha investito oltre 600 miliardi in cinque anni, ma stavolta in settori che prima non c’erano, come la tecnologia, l’intrattenimento e persino il turismo. E’ la Cina dell’ICT e del 5G, del Made in China 2025 e dell’industria cinematografica che improvvisamente esplode, mentre Alibaba diventa un gigante globale. E’ la Cina della Belt and road initiative. E’ la Cina leggera e insieme pesante, che somiglia sempre più all’Occidente. Quella che prepara la Cina che verrà.