La collaborazione fra Ue e Cina passa per lo sviluppo delle reti terrestri

Se Cina ed Europa vorranno davvero aprire maggiormente le rispettive economie, come pure le cronache sembrano suggerire, è inevitabile che tale collaborazione passi per le reti di trasporto, ossia lo sviluppo dei grandi corridoi di collegamento che, fra mille difficoltà e in varie modalità, attraversano l’Eurasia. Al termine di questa lunga ricognizione nella quale abbiamo esaminato la tipologia degli scambi fra le regioni che compongono questo territorio e abbiamo accennato alle varie di modalità di trasporto, rimane solo da provare a immaginare il tipo di futuro che si prepara per le reti di trasporto euroasiatiche sulla base delle principali informazioni disponibili, ricordando che senza reti efficienti lo sviluppo del commercio è semplicemente impossibile. Non servono i dazi per frenare gli scambi: basta far saltare un ponte.

Alcuni numeri e un po’ di storia serviranno a delineare il punto di partenza. Al momento e in una prospettiva di medio termine il trasporto marittimo è destinato a essere il grande protagonista. Nel 2016 circa 58,9 milioni di tonnellate di carichi sono stati spediti per dalla Cina ai paesi europei. Di questi ben 58,1 per mare. In senso contrario si sono mosse 49,1 milioni di tonnellate di merci, 48 dei quali per mare. Questo dato economico ha ricadute geopolitiche evidenti, solo se si considera che questo traffico di mercantili passa tutto dal Mare Cinese meridionale. All’intero dei trasporti terrestri, nell’Eurasia la parte del leone la fanno le ferrovie, ma in quota assolutamente residuale e con profonde diversità regionali. La Cina, sempre nel 2016, ha spedito 0,6 milioni di tonnellate di merci via ferrovie e 0,4 milioni di tonnellate sono state trasportate nel verso opposto. Cifre leggermente superiori si riscontrano negli scambi terrestri fra Ue e Uee. Se si guarda ai trasporti domestici, le ferrovie in media non trasportano più del 18% a fronte di oltre il 70% trasportato su strada.

Questa situazione è frutto di precise scelte politiche, oltre che di complessità infrastrutturali e regolamentari. Fino ad oggi l’Ue non si è dimostrata molto interessata ad attirare capitali cinesi sulle proprie infrastrutture. Vuoi perché, per questioni legate alla tutela dell’ambiente, non ha puntato sul trasporto terrestre ma su quello marittimo, vuoi per sensibilità politiche connesse all’ingresso di capitale extra Ue nelle infrastrutture strategiche. Quindi di Pechino, ma non solo. Nel 2013 l’Ue ha rifiutato la proposta dell’allora presidente sudcoreano di creare un corridoio di trasporto euroasiatico da Seoul a Londra, adducendo la sua preferenza a concentrarsi sulle reti interni e sottolineando l’ampia disponibilità di trasporto marittimo. Così come l’Ue si è sempre tenuta distante dai progetti di sviluppo delle infrastrutture russe, rifiutando anche la proposta di investimenti congiunti, ad esempio nei sistemi portuali. Queste diffidenze non hanno consentito di fare sostanziali passi in avanti.

Senonché, sempre nel 2013, è arrivata la mossa che ha scombinato le prese di posizione consolidate. La Cina ha presentato al sua iniziativa Obe Belt One Road (OBOR), poi divenuta Belt and Road Iniziative (BRI) che ha spinto tutti i governanti dell’Eurasia e dell’Africa a doversi confrontare con una proposta politica, sponsorizzata con imprecisate dotazioni finanziarie, che ha il chiaro obiettivo di internazionalizzare il capitale cinese utilizzando lo strumento più insidioso di tutti – perché funzionale al commercio – ossia le infrastrutture. Cinque anni dopo la domanda che bisogna porsi, anche alla luce dell’evoluzione inconsueta delle relazioni internazionali, è se l’Ue e la Cina hanno un interesse comune a sviluppare le reti terrestri dell’Eurasia e, soprattutto, se ne avranno la capacità. E’ molto facile dire durante i vertici internazionali che si vogliono aprire le frontiere, assai più difficile costruire una ferrovia.

Si può provare a capire che tipo di consenso ci sia nelle regioni dell’Eurasia sulle proposte dell’OBOR osservando la rilevazione proposta dall’IIAS che alla questione dei corridoi trans-europei ha dedicato il paper citato all’inizio di questa serie.

Il grafico propone l’esito di un sondaggio svolto fra varie organizzazioni, da compagnie private a investitori, nel quale è stato chiesto di stimare la volontà a investire in progetti in qualche modo legati all’OBOR, quindi di natura infrastrutturale. E’ rimarchevole che gli europei si siano dimostrati più interessati dei cinesi, che pure hanno proposto l’OBOR, a dimostrazione del fatto che le scelte politiche fatte a suo tempo in Europa furono poco avvedute. Il sondaggio sottolinea che gli europei disposti a investire risorse per progetti legati all’OBOR sul loro territorio preferirebbero svolgerli insieme a investimenti diretti dei cinesi, e non a semplici prestiti finanziari di Pechino, con ciò mostrando di essere pronti ad accettare il capitale cinese senza retropensieri di natura politica.

La disponibilità a investire in progetti infrastrutturali nelle tre regioni dell’Eurasia (Ue, Cina e paesi di transito) è fortemente condizionata dalla qualità delle infrastrutture logistiche nazionali, la qualità delle istituzioni dei paesi che devono attraversare e i costi. Detto in altro modo, il calcolo economico degli investitori non può prescindere dal contesto nel quale queste infrastrutture si trovano a dover operare. Questo vale per la capacità dei governi di essere credibili, ma anche delle varie burocrazie di essere efficienti. Interessante osservare che gli investitori europei percepiscono la sfida e i rischi assai più quando si parla di paesi di transito piuttosto che della Cina.

Se questo è il quadro, la prima conclusione che se ne può trarre è che servirà una notevole collaborazione fra i paesi interessati, a cominciare proprio da Ue e Cina per incardinare lo sviluppo della rete terrestre dell’Eurasia, tenendo conto delle profonde differenze tecniche e istituzionali, ma anche delle opportunità che lo sviluppo delle reti terrestri porta con sé in termini di minore spesa di tempo e denaro.

Il caso della ferrovia dei mercati di auto che abbiamo già osservato mostra che ci sono ampi spazi per collegare i nodi di scambio dell’Eurasia, come ad esempio le città industriali tedesche e quelle cinesi, e da lì in poi irradiare il trasporto merci lungo le reti già esistenti. Si tratta solo di iniziare a pensare in termini diversi avendo fiducia. I vertici bilaterali, come quello dei giorni scorsi fra Ue e Cina, servono a questo. Ma poi devono seguire i fatti.

(7/fine).

Puntata precedente I vincoli che bloccano il trasporto ferroviario dell’Eurasia

Cronicario: I tavolini del Mise a rischio investimento

Proverbio del 18 luglio Il frutto maturo cade da solo, ma non nella nostra bocca

Numero del giorno: 4,2 Aumento % annuo compravendite immobiliari in Italia

Nel caso doveste mai passare dalle parti del ministero dello Sviluppo economico, che insiste su una traversa della celeberrima via Veneto a Roma, non stupitevi della folla di tavolini che vi trovate davanti.

E soprattutto non vi ingannate: non sono i baristi ad essere impazziti: è il governo. La confessione è arrivata dritta dritta dal titolare del dicastero, notoriamente instancabile e in perenne veglia per la salute economica, i diritti e soprattutto la dignità di Noi Tutti. Costui, mai pago di fornirci preziose informazioni, oggi ha reso noto che al Mise sono in piedi nientepopòdimeno che 144 tavoli per altrettante situazioni di crisi aziendali, attorno ai quali bisognerà decidere le sorti di 189 mila lavoratori. Tanto è l’impegno, che il Nostro, per quanto uno e bino e probabilmente trino, ha dovuto coinvolgere al baretto Mise anche quattro parlamentari a scopi non solo conoscitivi, ma anche di servizio.

Comprenderete l’ansia che m’ha divorato al pensiero che 189 mila lavoratori e altrettante famiglie siano in attesa di servizio pubblico al tavolo. Non sai mai quello che ti portano, ma costerà sicuramente caro e sulla qualità lévati. Poi però un paio di altre voci autorevolissime del governo del cambiamento sono giunte fino a noi, producendo in me un improvviso senso di tranquillità.

Il primo a parlare è stato il titolare dell’Economia, quello che rima con mammamia, il quale ha notato  che a) dal 2008 al 2018 gli investimenti della pubblica amministrazione si sono ridotti del 50% e questa “è una situazione drammatica”. Perciò il ministro Mammamia ha “evidenziato la necessità di mettere in campo investimenti sia pubblici che privati” poiché “trovare uno stimolo endogeno alla crescita significa affrontare il tema dell’occupazione”;

b) nel bilancio dello Stato sono stanziati 150 miliardi in 15 anni per gli investimenti pubblici, già scontati nel deficit. Di questi, 118 miliardi sono “considerabili immediatamente attivabili”, ma procedure complesse e capacità progettuale insufficiente ne complicano l’utilizzo, tanto da rendere biblici i tempi di realizzazione delle opere.

Il secondo a parlare è stato il titolare dei Trasporti, che ha confessato ciò che il vostro Cronicario qui, cazzeggiando come sempre, vi aveva anticipato: il decollo dell’Alétalia: “L’Alitalia tornerà compagnia di bandiera con il 51% in capo all’Italia”, visto che “l’italianità è un punto fondamentale nel futuro”. Si cerca un partner che metta il 49% e “la faccia volare”. M’immagino la fila. Specie perché il ministro bino di poco fa ha assicurato costoro e noi tutti che si “spenderà personalmente per Alitalia”.

Sicché ho finalmente capito il destino che si prepara per i tavolini al Mise: saranno investiti dal potente motore della crescita alimentato a denaro pubblico che non abbiamo.

Tutto ciò mentre il Fmi, nel documento preparato per il prossimo vertice del G20, invita i paesi per i quali la posizione “è vulnerabile alla perdita di fiducia del mercato” parlando casualmente del nostro, a evitare “stimoli di bilancio pro-ciclici” e a “ricostruire riserve di bilancio” per i tempi brutti che sono sempre in agguato. Non avete capito? Era un “Mammamia”, in versione Fmi. E non si riferiva al ministro.

A domani.

La guerra commerciale accelera la deriva asiatica dell’Europa

La firma dell’accordo di libero scambio dell’Ue col Giappone segna un’altra tappa importante nel processo di spostamento degli equilibri globali verso l’Asia, ormai a torto o ragione identificata come l’ultima regione del mondo disposta a difendere la globalizzazione dopo la sostanziale abdicazione dell’Occidente che pure l’ha inventata e diffusa. Le ragioni sono evidente: Cina e Giappone, come d’altronde anche l’Europa e in particolare l’eurozona, sono creditori netti e devono molte delle loro fortune al commercio internazionale. Quindi non deve stupire che proprio mentre Trump annunciava dazi per ulteriori 200 miliardi a carico della Cina, il primo ministro Li Keqiang diceva da Sofia che il suo paese aveva le migliori intenzioni per rilanciare il commercio con i paesi centro orientali dell’Europa ripetendo sostanzialmente gli argomenti che poi sono stati illustrati anche al vertice del 16 luglio con l’Ue a Pechino. La Cina vuole stringere la sua relazione con i paesi europei e importa relativamente la circostanza che tale volontà sia stata rafforzata dall’atteggiamento ostile dell’amministrazione Usa nei confronti dei cinesi – ma anche dell’Ue, giudicata nemica commerciale degli Usa – o se questa riaffermata disponibilità sia l’evoluzione naturale di un’economia – quella cinese – che all’apice della rinascita nazionalista che sta travolgendo l’Occidente, si scopre invece convinta sostenitrice del multilateralismo e della globalizzazione, dai quali evidentemente la Cina finora ha molto guadagnato.

Questa interessante evoluzione del quadro politico – lo stesso giorno che il primo ministro cinese incontrava i rappresentanti europei, Trump stava incontrando Putin in Finlandia – arriva in un momento di grande tensione per l’economia internazionale che i sismografi sensibilissimi degli osservatori registrano continuamente. Le analisi – ultima in ordine di apparizione quella del Fmi che ha aggiornato il suo outlook sull’economia globale – sono concordi nel temere gli effetti nefasti sul commercio che potrebbe provocare una ulteriore escalation fra Usa e Cina che certo non risparmierebbe l’Europa che non è frapposta solo geograficamente fra i due paesi, ma è punto di snodo fondamentale delle relazioni economiche di cui il commercio è solo la rappresentazione più immediata. Quando due paesi commerciano, c’è sempre una contropartita finanziaria che chiude il ciclo dello scambio iniziato con la produzione. Ciò significa sistemi finanziari più o meno interconnessi – si pensi alla rilevante esposizione delle banche britanniche nei confronti della Cina – e catene di valore delle merci che si articolano in paesi differenti ognuno dei quali aggiunge gradi di produzione al prodotto finale. In tal senso, la rappresentazione che fanno le bilance dei pagamenti dei flussi commerciali risultano spesso troppo schematiche per dare l’idea corretta delle relazioni profonde che la globalizzazione ha tessuto fra i paesi del mondo, che hanno avuto come strumenti principali gli investimenti diretti che i paesi avanzati prima e quelli emergenti poi si sono scambiati.

Quando si fa un investimento diretto, secondo la classificazione che ne fa la Bce, un paese detiene una quota di almeno il 10% del capitale di un’azienda in un paese estero. Le ragioni sono le più svariate e l’internalizzazione del commercio è una di queste. Un’azienda trova più conveniente produrre all’estero per guadagnare competitività. Da questo punto di vista, pure se al costo di qualche semplificazione, si può dire che gli investimenti diretti sono una buona cartina tornasole della globalizzazione e, indirettamente, del commercio internazionale. In tal senso, imporre dazi, che di fatto limitano i vantaggi competitivi, può provocare impedimenti agli investimenti fra i paesi.

Le relazioni fra Ue e Usa sono molto profonde e hanno una storia ultradecennale alle spalle. Ciò non vuol dire che siano eterne. Come ha detto il segretario della Nato nei giorni del difficile vertice dei primi di luglio, con Trump che addirittura che minacciava di uscire dall’alleanza, le relazioni fra Usa e Ue non sono scritte sulla pietra. E se questo vale per le questioni della difesa, vale ancor più per quelle economiche, che hanno motivazioni meno cogenti, almeno all’apparenza. Peraltro la cronaca ci mostra che relazioni economiche fra Usa e Ue abbiano già subito profondi cambiamenti. I dati Eurostat relativi agli investimenti nell’Ue mostrano il sostanziale disimpegno del capitale americano dall’Europa avvenuto nel corso del 2017, quando oltre 270 miliardi di dollari sono usciti dall’Ue a fronte di afflussi per circa 56 l’anno precedente. Tale tendenza è stata condivisa anche dall’Ue, che ha fatto defluire dagli Usa circa 66 miliardi di propri investimenti diretti.

Un anno è un periodo di tempo limitato per trarne una tendenza, ma non si capisce per quale ragione un’azienda europea dovrebbe essere invogliata a investire in un paese il cui presidente – ossia il massimo rappresentante – dice pubblicamente che l’Ue è un nemico commerciale. I dazi, in tal senso, possono rappresentare un potente disincentivo all’ampliarsi degli investimenti europei negli Usa e non tanto (o non solo) per la diseconomia che provoca direttamente sui costi, ma per il nocumento che genera sulla fiducia, ossia il principale alimento degli animal spirit imprenditoriali. Gli ultimi dati sull’indice Zew tedesco, che misura proprio lo stato della fiducia nell’economia, mostrano cali che segnalano i timori crescenti che la guerra commerciale fra Usa e Cina possa colpire il cuore dell’economia della Germania, per la quale le esportazioni pesano una quota rilevante del prodotto. Ma questo non vale solo per la Germania. Anche l’Italia ha tutto da perdere dal deterioramento degli scambi internazionali, e i dati di maggio della bilancia commerciale, che registrano un calo di circa un miliardo del surplus italiano rispetto a maggio del 2017, mostrano che tale tendenza è in agguato e che sarebbe una iattura non tenerne conto. E’ l’intera l’Ue, d’altronde, ad essere fortemente dipendente dal commercio con gli Usa, che sono il suo primo importatore.

A sua volta per l’Ue la Cina è il principale esportatore, visto che il 20% delle importazioni europee arrivano da lì a fronte del 14% che arriva dagli Usa, che al contrario pesano il 20% delle esportazioni europee a fronte dell’11% cinese. Guardare a questi numeri schematicamente può essere fuorviante, come abbiamo detto, atteso che raggruppano relazioni molto complesse che sono insieme finanziarie e produttive, ma vale la pena rilevarli perché servono a comprendere il grado di questa interconnessione. Se guardiamo al dato del commercio con la Svizzera, ad esempio, divenuta dopo la fuga dei capitali Usa la prima investitrice diretta nell’Ue, si capisce perché la Confederazione abbia tutto l’interesse a infittire la collaborazione con l’Europa e insieme perché il primo ministro cinese Li abbia proposto aprire le porte della Cina al capitale europeo sul sul territorio in maniera paritaria. Pechino si offre ai capitali europei proprio nel momento di massima crisi con gli Usa e non solo: propone anche un percorso comune per riscrivere le regole del Wto, ossia l’organizzazione che presiede lo svolgimento del commercio internazionale. Lo stesso argomento, non a caso, è stato proposto anche sul tavolo dove Ue e Giappone firmavano l’accordo di libero scambio.

Emerge quindi uno scenario in cui Europa e Cina e ormai anche il Giappone sembrano interpretare la parte delle regioni disposte a spendersi (e a spendere) per difendere le ragioni del libero scambio, anche se regolato, e del multilateralismo, opponendosi al nascente spirito nazionalistico che vede nella vocazione bilateralista di Trump il suo massimo campione e nella Russia, ancora ai margini, un potenziale ago della bilancia. Se torniamo a guardare ai numeri del commercio con l’Ue, la Russia (ma anche il Giappone) è un partner quantitativamente degno di nota, ma non tale da cambiare le regole del gioco, come d’altronde il Giappone. La Cina forse sì. Insieme sicuramente.

Cronicario: La spesa diventa più cara, ci salverà il sushi

Proverbio del 17 luglio La gioia è destinata a chi ha il cuore contento

Numero del giorno: 1,7 Aumento % del fatturato dell’industria a maggio vs aprile

Non so se mi inquieta di più sapere che l’indice dei prezzi al consumo è stato rivisto al ribasso o sapere che, al tempo stesso, è aumentato l’indice del cosiddetto carrello della spesa, ossia il costo della vita di quello che compriamo tutti i giorni: beni alimentari, cura della casa o della persona. Il primo, a giugno, scende dall’1,4% all’1,3% su base annua, il secondo accelera, sempre su base annua, del 2,2%, dall’1,7% di maggio. E siccome al supermercato uno ci deve andare tutti i giorni, mentre gli effetti benefici dell’inflazione sul pil nominale non li capisce nessuno, finisce che mi preoccupo più del carrello, anche perché, pure se rivisto al ribasso, l’indice dei prezzi al consumo risente drammaticamente del costo della bolletta energetica, che non solo prosciuga i nostri attivi commerciali, ma anche il mio assai più modesto attivo salariale in qualità di consumatore onnivoro di idrocarburi, oltre che di carboidrati.

Aì più curiosi di voi che si domandano come mai tutto aumenti tranne lo stipendio, rispondo con questo bellissimo grafico prodotto da Istat che contiene anche alcune informazioni utili.

Per dire: mica è vero che aumenta tutto. Il peso dell’istruzione è in potente calo. Sarà mica questo il segreto del successo del nostro sistema educativo?

Dubbioso circa l’effetto dei prezzi bassi per stimolare la domanda, preferisco lasciarmi distrarre dalla notizia del giorno che a me, che sono cresciuto guardando con Jeeg Robot e guidando Yamaha, fa particolarmente piacere: l’Ue ha firmato l’accordo di libero scambio col Giappone.

Sicché il nostro Donald T., dopo aver amoreggiato con i cinesi a Pechino in nome dell’interesse europeo, oggi ha fatto la stessa cosa col primo ministro giapponese e ha firmato un trattato di libero scambio che nelle parole del compagno di merende di Donald T., il claudicante (per sciatica) Juncker “proteggerà dal protezionismo”, che deve essere la traduzione brussellina del famoso detto anonimo “i dazi liberano dal liberalismo”. Non faccio in tempo a farmi folgorare dalla rivelazione che Eurostat se ne esce con una delle sue note che mi riporta d’improvviso al discorso iniziale: l’andamento della ricchezza reale nell’eurozona, e in particolare a casa nostra. Fatevi due risate (per dire).

La prima curva mostra l’incremento della ricchezza reale nell’Ue a confronto con quella italiana, rigorosamente al di sotto. La seconda curva mostra l’aumento della povertà nell’Ue a confronto con quella italiana, regolarmente al di sopra. Dite che c’è da preoccuparsi? Ma no, basta mangiare sushi.

A domani.

 

Imprese e consumatori Usa pagano il costo dei dazi di Trump

Una bella analisi pubblicata dagli economisti della Fed di S.Louis mostra quanto sia fallace l’idea che daziare l’import faccia male solo a chi esporta i beni che finiscono all’indice. Questa convinzione, che affonda le sue radici nel più vieto mercantilismo, trascura di osservare quanto sia complessa e articolata la catena della produzione oggi rispetto a tre secoli fa, quando la teoria mercantilista furoreggiava fra i nascenti stati nazionali. E nel caso degli Usa, poi, non tiene minimamente conto né dell’alto livello di internazionalizzazione delle imprese americane né della circostanza che anche le produzioni interne si basano notevolmente sull’importazione di beni esteri, che servono per completare il ciclo di produzione.

Come dato di partenza si prende l’insieme dei dazi annunciato lo scorso 15 giugno dall’amministrazione Trump sui beni importati dalla Cina per un valore di 50 miliardi (valore 2017). Quindi i beni soggetti a dazio vengono classificati, a seconda dell’utilizzo che se ne fa, come beni di consumo (consumer goods), beni strumentali (capital equipment), beni intermedi (intermediate inputs) e altri. L’impatto dei dazi è stato osservato seguendo questa schematizzazione e ne è uscita questa torta:

Da questo grafico si evince che i beni che occorrono alla produzione, ossia i beni intermedi e quelli strumentali, sono la gran parte di quelli sottoposti a tariffa. Quindi imporre dazi su queste categorie rischia di aumentare i costi di produzione delle imprese che ne fanno uso finendo col diminuirne la competitività. Ossia l’esatto contrario di quel che i dazi si propongono di fare.

Il rischio di un esito siffatto, sicuramente non intenzionale, può essere valutato osservando il livello di beni intermedi di cui abbisogna l’industria manifatturiera Usa e in che misura questi vengono importati. L’analisi svolta dall’autore mostra che “i beni intermedi giocano in media un ruolo chiave nella manifattura Usa”. Le industrie, infatti, “usano i beni intermedi molto intensivamente, con una valore che arriva in media al 64% della produzione”. Una quota notevole di questi beni intermedi viene importata. L’autore ha calcolato che vale il 22%. “Questa evidenza suggerisce che aumentare le tariffe sui beni intermedi ha un impatto negativo significativo sulle industrie manifatturiere Usa. Alzare i prezzi sui beni intermedi può spingere i produttori ad alzare i prezzi, colpendo i consumatori, o diminuire la produzione”. Anche perché molte aziende rischiano di dover chiedere i battenti a causa della perdita di competitività.

Se dai valori medi passiamo alle osservazioni settoriali, il quadro si delinea ancora meglio.

Gli istogrammi arancione rappresentano la quota dei beni intermedi sul totale della produzione delle singole industrie, mentre sull’asse orizzontale su osserva la quota di produzione del settore considerato sul totale della produzione manifatturiera Usa. Quelli blu misurano la quota di beni intermedi importati sul totale dei beni intermedi in ogni industria. Si traggono alcune conclusioni. La prima è che “i beni intermedi pesano più del 50% del valore totale della produzione in tutte le industrie con l’eccezione del settore computer, elettronica, ottica e delle macchine industriali. In alcuni settori è ancora più elevato, ad esempio nell’industria dei veicoli a motori, che pesa l’8,2% della produzione manifatturiera Usa, arriva all’84%, e al 75% nell’industria del cibo, bevande e tabacco, che vale il 15% della produzione Usa. Un’altra osservazione interessante è che i settori che dipendono di più dai beni intermedi importati dall’estero sono il settore computer, ottica, elettronica e macchine industriali (il 30%), mentre il settore food&beverage ne abbisogna per il 10%. Pure a questo livello, considerato minimo, l’impatto sulla manifattura Usa rischia di essere significativo. Alla fine di conti il conto dei dazi lo pagano imprese e consumatori. Anche negli Usa.

Cronicario: Donald T gomplotta per l’Eurocina

Proverbio del 16 luglio La sfortuna non viene se l’uomo non la chiama

Numero del giorno: 966.000.000 Calo surplus commercio Italia 5/2018 su 5/2017

Oggi Donald T. ha incontrato il primo ministro cinese a Pechino, mentre l’altro Donald T. incontrava il presidente russo in Finlandia. I due Donald T. non potrebbero essere più diversi: non condividono alcuna idea e hanno persino una pessima opinione l’uno dell’altro. Figuratevi che uno dei Donald T, che ha confidenza coi social, ha detto che l’Ue è una nemica e quindi l’altro Donald T. è nemico in quanto europeo.

In questo caos vagamente patologico non mi stupisco che mentre un Donal T. dice ai cinesi di volere evitare a tutti i costi le guerre commerciali, l’altro Donald T. abbia salutato il suo vertice dicendo sempre su Twitter che i rapporti con i russi non sono mai stati peggiori pure se conferma di volerne uno buono. Dal canto suo il primo ministro cinese ha ribadito al Donald T. europeo che il suo paese aprirà le frontiere agli investimenti europei, aspettandosi evidentemente la stessa cosa, e che spera di costruire insieme all’Europa un percorso comune per avere un commercio più aperto riscrivendo in chiave migliorative le regole del Wto, dal quale l’altro Donald T ha minacciato di uscire (come peraltro ha minacciato di voler fare anche con la Nato).

Laddove i due Donald T. finalmente diventano uno è nell’esito. A furia di dire che l’Ue è il nemico (D.T. 1), o che la Cina “è una forza di stabilità” (D.T. 2), ne verrà fuori il vero motore del cambiamento di questo tormentato inizio di XXI secolo: l’Eurocina. L’illuminazione m’accende appena vedo questo disegnino.

E che ci vuole? La Cina è già la prima esportatrice per l’Ue. Basta che diventa anche la prima importatrice al posto degli Usa e il gioco è fatto. Il gomblotto dei Donald T. sta funzionando. State sereni.

A domani.

Gli Usa hanno portato via 270 miliardi dall’Ue

Se siamo arrivati al punto in cui un presidente Usa dice che l’Ue è un nemico non bisogna stupirsi che le relazioni economiche si accordino di conseguenza, seguendo una vulgata politica che sembra costruita apposta per generare sfiducia. Le dichiarazioni di Trump sono solo l’ennesimo atto ostile del presidente americano che, fra le altre cose, ha pure deciso di daziare i suoi principali alleati, dopo aver ridotto l’ultima riunione Nato a una sorta di show personale. Questi fatti di cronaca non cadono dal cielo e sono solo la conferma che l’asse fra Usa e Ue, che ha segnato la storia della seconda metà del XX secolo è entrata in una fase nuova dagli esiti imprevedibili, ma che già mostra i suoi effetti sulle relazioni più fragili, perché squisitamente fiduciarie, che tengono avvinte le due regioni. Si pensi ad esempio agli investimenti diretti.

L’ultima release di Eurostat dedicata all’osservazione di questi flussi nel 2017 mostra con chiarezza che gli Usa sono diventati, cordialmente ricambiati, disinvestitori netti dall’Ue. Detto in parole povere, nel 2017 hanno portato via centinaia di miliardi di investimenti diretti invertendo la tendenza del 2016, quando nell’Ue dagli Usa erano arrivati 56 miliardi di dollari, a fronte dei 274 miliardi che sono usciti nel 2017. Dal canto suo, l’Ue ha disinvestito oltre 66 miliardi dagli Usa nel 2017, quando invece nel 2016 vi aveva fatto affluire oltre 76 miliardi.

In generale, per l’Ue l’anno scorso non è stato un anno positivo per gli investimenti diretti esteri. I suoi investimenti sono diminuiti di oltre il 52% rispetto al 2016, passando da 250 miliardi a circa 120. Al tempo stesso gli investimenti nell’Ue da parte dei paesi esteri sono crollati, passando dai 340 miliardi nel 2016 a 37. Una brusca diminuzione nella quale la parte del leone l’hanno fatta proprio le compagnie americane che evidentemente non trovano più attrattiva l’Ue per i loro investimenti.

A conclusione di questo anno orribile, l’Ue si trova come primo investitore diretto la Svizzera seguita dal Giappone. Le principali destinazioni di investimento diretto dell’UE sono la Svizzera e Hong Kong.

Il fatto che l’addio Usa all’Europa sia storia del 2017 conferma che l’allontanamento fra le due regioni sia un trend ormai consolidato che le ultime decisioni dell’amministrazione Trump sono destinate a rafforzare. E poiché l’economia condivide con la natura l’orrore per il vuoto, è molto facile prevedere chi sostituirà il capitale statunitense proseguendo questa tendenza. Se ne sono avute avvisaglie chiare quando il primo ministro cinese, in risposta all’ennesima minaccia di dazi arrivata dagli Usa, ha proposto all’Ue di stringere le maglie della collaborazione commerciale. E il commercio è uno degli strumenti degli investimenti diretti.

Cronicario: Che lo sforzo (dello zerotré) sia con noi

Proverbio del 13 luglio Cento saggi hanno la stessa opinione, ogni sciocco ha la sua

Numero del giorno 60,9 Quota % italiani con almeno un diploma (77,5 media Ue)

E’ chiaro a questo punto che il degradare del dibattito pubblico verso la satira, del quale il vostro Cronicario qui è solo un modesto testimone, è la caratteristica saliente di questo scorcio di XXI secolo. Il che va benissimo per carità: d’altronde i comici in politica ormai sono la normalità.

Ora stavo faticosamente riprendendomi dall’ennesimo knock out di Mister T, che prima rilascia un’intervista a un giornale britannico per sfottere la May, trovandosi lassù, e poi incontra la Lady di gomma e le dice che mai sono andati così d’accordo, dimostrando una rara verve comica. Ma d’improvviso è uscita la notizia che all’Ecofin, la riunione dei ministri europei dell’economia, è venuta fuori una considerazione saliente che ci riguarda. Il gruppetto infatti ha approvato le raccomandazioni specifiche per paese che la Commissione Ue aveva già pubblicato, sottolineando che all’Italia serve  “uno sforzo strutturale di almeno lo 0,3% del Pil nel 2018, senza alcun margine aggiuntivo di deviazione sull’anno”.

Ritrovarmi nel meraviglioso “Balle spaziali” di Mel Brooks mi ha fatto capire quanto sia profonda e amabile la cultura popolare dei governanti europei – altro che populisti – e me li ha fatti improvvisamente voler bene. Un poco va. Ma soprattutto mi ha fatto capire che lo sforzo dovrà essere un bel po’ più grande di quel micragnoso zerotré che vale sì e no un cinque miliardi. Sempre l’Ecofin: “L’elevato debito pubblico implica che ampie risorse siano assegnate a coprire i costi per servire il debito, a detrimento di misure che aiutano la crescita incluse istruzione, innovazione e infrastrutture”. In generale, scrivono i cronisti, “il Consiglio è dell’opinione che le misure necessarie dovrebbero essere prese dal 2018 per rispettare le indicazioni del Patto. Sarebbe prudente anche l’uso di entrate inattese per ridurre il debito”. E che saranno mai queste entrate inattese?

Tanto più che nel frattempo Bankitalia aveva rilasciato l’aggiornamento sull’andamento della nostra finanza pubblica col debituccio che zitto zitto (perché ancora ce lo comprano) ha raggiunto un altro record arrivando a 2.327 miliardi, il 3,6% in più rispetto a fine 2017.

Per chi non lo sapesse, all’Ecofin c’era anche il nostro beneamato Tria, che chissà perché rima con mammamia, divenuto suo malgrado la speranza dei (pochi) cittadini dotati di buon senso, che se n’è uscito così: “Il profilo di discesa debito non sarà in discussione, discuteremo dei tempi e del profilo dell’aggiustamento, ma il centro della manovra è ribaltare la tendenza fino ad oggi di aumentare sempre la quota di spesa corrente a scapito della spesa per investimenti”. Cioé faremo debiti per investire – chessò migliorare le scuole – anziché per pagarci il pranzo. Il miracolo è assicurato. E chi non ci crede, Bruxelles lo colga. O almeno lo accolga.

Non ho scelto a caso la scuola. Istat infatti ha pubblicato oggi una release imperdibile sullo stato della nostra istruzione.

Ecco, se avete letto tutto il pezzo qua sopra e ci avete persino capito qualcosa sappiate che appartenete a una minoranza. Quelli che non solo leggono più di tre righe, ma riescono persino a digerirle. Ma per fortuna nostra durerete poco. Menti illuminate stanno lavorando per riportare indietro la nostra capacità scolare, questo frutto avvelenato del progresso, e trasformarci in buoni selvaggi bravissimi a votare col telefonino, dopo che qualcuno ha scritto sui social che il miglior modo per non pagare i debiti è disimparare a far di conto. Ovviamente ci hanno creduto tutti.

A lunedì.

 

Cartolina: Cercasi fiducia disperatamente

I teorici delle magie dell’intervento governativo nell’economia guarderanno alla scarsa propensione delle imprese industriali italiane all’investimento come la conferma pratica della loro necessità teorica. Sostengono, costoro, la facilissima equazione secondo la quale poiché il privato equivale al pubblico, almeno per la contabilità nazionale, se i privati non investono, deve farlo lo stato. E via col fiorire di litanie vagamente superstiziose sugli investimenti “ad alto moltiplicatore” che dovrebbero insieme risanare la nostra economia e il nostro bilancio pubblico, visto che “si ripagano da soli” e anzi “generano crescita che abbatte il debito”. Contro questo armamentario di luoghi comuni, che farebbe inorridire anche l’inventore di questi argomenti, c’è poco da fare. Fanno parte dello spirito del tempo e sono la consolazione di chi non capisce (o non vuole capire) che la fiducia è argomento troppo serio perché se ne occupino gli economisti, specie quando sono al governo. Costoro dovrebbero farci tornare la voglia di investire, che significa credere che possiamo impiegare le risorse di cui disponiamo e persino guadagnarci qualcosa. O quantomeno disabituarci all’idea che qualunque cosa accada ci penserà lo stato. Perché non fa solo diminuire la fiducia nel guadagno che deriva dal nostro impegno. Ma anche in noi stessi.

Cronicario: Italia&GB, May(be) or not to be

Proverbio del 12 luglio Meglio camminare con chi ami che riposare con chi odi

Numero del giorno: 1,1 Tasso di interesse sul Btp triennale in asta oggi

Sono sinceramente indeciso a chi assegnare la palma di minchiata del giorno, ormai disputatissimo premio che il vostro Cronicario attribuisce con cadenza irregolare ai vari fenomeni che affollano la nostra scena pubblica. La giornata era cominciata con le solite facezie dei nostri governanti su pensioni e tagli ai vitalizi, carne sanguinolenta per le belve da tastiera, ma la mestizia nostrana, così d’antan, è stata subito superata dal solito Mister T. in versione Nato in the Usa, che ha fatto venire le palpitazioni a mezzo mondo – per la troppa gioia o il panico – dicendo nel bel mezzo del vertice Nato che gli Usa potrebbero lasciare l’alleanza.

Ma era una battuta ovviamente. Neanche il tempo di digerire il rutto che la controfigura di Mister T, o il gemello diverso se preferite, se ne esce dicendo che la Nato è una cosa bellissima e che lui adora la Merkel perché suo padre – quello di Mister T – era tedesco. La riunione della Nato, convocata d’urgenza dopo l’annuncio del Natexit Usa, si scioglie in un abbraccio affettuoso dove tutti promettono di spendere più di prima e Trump, dopo aver twittato “Grazie Nato”, manco fosse un Venditti qualunque, tira a sorte sul prossimo pupazzo su cui esercitare il suo tirassegno. E chi viene fuori dal cilindro?

Per nulla anglosferico, Mister T. se ne esce osservando che il libro bianco della Lady di gomma, scritto a chissà quante mani per diventare la piattaforma negoziale con l’Ue dopo la Brexit, non è affatto sicuro sia in sintonia col voto dei britannici. Poi ha chiuso in bellezza avvisando l’Ue, con la quale dovrà incontrarsi il prossimo 25 luglio nella persona di Juncker, che se non negozia equamente dazia le auto, ossia il cuore del nostro export.

Juncker non ha risposto, mentre la zia May, non quella di Spider man ma insomma, ha spiegato al nipotino americano che la sua piattaforma è la migliore possibile e poi, tanto per far capire che è di famiglia con Mister T, se n’è uscita con una minchiata meravigliosa: “”Non sarà più permesso alle persone di arrivare dall’Europa nella remota possibilità che possano trovare un lavoro. Accoglieremo sempre i professionisti qualificati che aiutano la nostra economia a prosperare, dai dottori alle infermiere, agli ingegneri e agli imprenditori ma, per la prima volta da decenni, avremo il pieno controllo dei nostri confini”. Dicono a Trump sia sbiancato il ciuffo mentre ordinava di erigere un muro col Texas.

La nostra indomita premier si sente talmente forte e sicura nella sua roccaforte che avrà persino accolto con sovrana scrollata di spalle anche le ultime previsioni dell’Ue che vedono l’economia britannica scivolare accanto all’ultima della classe, che per inciso sarebbe la nostra.

Essere in compagnia dei britannici è sicuramente il sogno dei sovranisti nazionali, e quindi ben venga la perfida Albione. Quaggiù, sul limitare dell’1% quando va bene, si vivacchia fra l’essere e il non essere, e voi cari brexiter sapete che vuol dire. Si produce poco, ma il tempo è buono e si mangia bene. Ecco forse questo da voi proprio no. Ma almeno avete la sterlina e il controllo dei mari. May(be).

A domani.